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Disorgonizzazione vaccinazione Covid: incompetenza italiana

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L’Italia sembra mettersi davvero d’impegno quando si tratta di dimostrare la sua incompetenza. Ed è ancora più interessante vedere che lo fa su una questione importante come quella della vaccinazione contro il Covid: a volte ci si chiede se l’improvvisazione e la mancanza di organizzazione e preparazione non siano in realtà qualcosa di espressamente voluto. Non si sa a che scopo, ma questo è il sospetto che si fa sempre più largo nella mente.
L'Unipol Arena, dove si fa la vaccinazione CovidDopo che le prenotazioni per potersi vaccinare erano state sospese in diverse occasioni, quando finalmente si ha la possibilità di fare la benedetta vaccinazione contro il Covid, per poter accedere all’hub vaccinale si scopre che occorrono pagare 2 E per il parcheggio nell’area dove vengono somministrati i vaccini (Unipol Arena), a meno di non lasciare l’auto distante e andarci a piedi (ma se si devono accompagnare persone anziane con problemi e acciacchi nel camminare, questa soluzione non è quella che si può scegliere, quindi occorre pagare). Sul foglio della prenotazione ci si raccomanda di arrivare puntuali, di non arrivare in anticipo ma di rispettare l’orario del foglio per non creare assembramenti, ma seguire tale esortazione è resa assolutamente inutile dal fatto che il governo (altra perla dopo le altre propinate) ha deciso che dal 16 agosto tutti quelli compresi tra i 12 e i 18 possono recarsi nei centri vaccinali senza prenotazione (questo è un bello schiaffo in faccia per chi ha dovuto invece prenotarsi e aspettare, dimostrando che ci sono due pesi due misure, alla faccia dell’uguaglianza), e così ci si trova con file strette di decine e decine di persone (alla faccia dell’evitare assembramenti, ma era prevedibilissimo che sarebbe successo questo: come mai le teste fine al governo non ci sono arrivate? Proprio per questo in Lombardia è stata mantenuta la prenotazione anche per tale fascia di età).
Così, invece di cavarsela in pochi minuti, ci si ritrova a perdere un’ora, dove, visto il gran numero di persone, i rischi di contagio aumentano e un luogo per la prevenzione del Covid diventa un luogo potenzialmente più pericoloso di un centro commerciale o che altro. Non contento di questo, il governo, come ha dimostrato più volte da quando è iniziata la pandemia, si diverte a cambiare le regole ogni quindici giorni, creando come se non bastasse ulteriore confusione, e così, l’appuntamento del richiamo del vaccino viene passato da trenta e passa giorni a ventuno. Questo sembrerebbe un bene, se non fosse che il cambiamento porta l’utente a dover poi tribolare per l’incompetenza del personale: non viene dato nessun foglio stampato come quello della prenotazione, ma si scrive a biro sul bigliettino dell’avvenuta prima dose la nuova data, senza dire né il luogo né l’orario, e solo se il vaccinando chiede, gli viene detto che la sede e gli orari sono gli stessi della prima dose.
Uno pensa che sia tutto a posto, ma non è così. Fatta la vaccinazione e consegnato il modulo compilato con i propri dati (quello che è stato visionato dai medici prima della vaccinazione), un’altra addetta informa che perché la prenotazione sia valida nella nuova data, occorre andare subito a uno sportello Cup e cambiare la data vecchia con quella nuova, perché altrimenti rimane valida quella avuta con la prenotazione (ovvero la seconda dose dopo trenta giorni).
Si va allo sportello Cup della farmacia più vicina dove (dopo aver perso ulteriore tempo) si scopre però che per il nuovo giorno indicato non ci sono più posti liberi, che c’è solo il giorno dopo; naturalmente l’addetta non può essere di nessun aiuto, dato che non sa nulla riguardo tale questione e non può fare nulla per verificare le cose o che altro, e quindi occorre prendere la nuova data che non è quella indicata. Uno dice poco male, un giorno dopo non cambia nulla, ma fatta la prenotazione (prima no?), un’altra addetta dice che se però all’hub vaccinale hanno dato l’altra data, allora significa che è già stato registrato il richiamo e occorre presentarsi il giorno precedente alla prenotazione appena fatta.
Il malcapitato che ha appena fatto la prima dose del vaccino, a cui cominciano a fumare perché già da prima giravano per essere sottoposto d mesi al bombardamento mediatico che ci si deve vaccinare ma che si è trovato ad avere a che fare con i muri alzati dal governo e tutti gli ordini e contrordini impartiti, a questo punto porge la fatidica domanda: qual è la data giusta? La risposta è di un candore fantastico: non lo sappiamo, torni all’Hub vaccinale e parli con l’amministrazione e vedrà che le diranno che la data valida è quella che hanno dato loro (ma se è stato appenda detto che non lo si sa?)
Il malcapitato che ha appena fatto la prima dose del vaccino non resta che ritornare all’hub e perdere di nuovo tempo per riuscire a parlare con un addetto cui spiegare la propria situazione (e nel mentre cercare di stare lontano al fitto flusso di genitori che portano figli senza appuntamento a farsi vaccinare); quando finalmente riesce a trovare una buonanima che lo ascolta, questa si ritrova a non saper come rispondere. La buonanima allora fa aspettare di nuovo l’utente e va a parlare con uno dei medici che controllano i moduli. Al ritorno, porge le scuse della dottoressa con cui ha parlato per il casino che l’addetta del dopo vaccinazione ha fatto nel suo caso, perché non era necessario recarsi al Cup, e di tenere come data quella del promemoria dell’appuntamento del richiamo avuto dallo sportello Cup.
La cosa sembra essersi risolta, anche se all’utente, confuso da aver avuto nel giro di breve tempo diverse versioni della stessa questione, qualche timore rimane e spera di non avere brutte sorprese il giorno in cui andrà a fare il richiamo della vaccinazione. Una certezza però ce l’ha: per una cosa di pochi minuti, ha dovuto tribolare e perdere diverse ore, oltre a perdere tranquillità e serenità (e aver voglia di mandare tutto a…)
Ma questa è l’Italia, la terra dei cachi, di papaveri e papi e appalti truccati, come canterebbe Elio, e quindi ormai ci si dovrebbe avere fatto il callo. Nonostante ciò, si è stanchi di tribolare causa incompetenza altrui, a partire da chi governa, e si avrebbe voglia di polverizzare a pedate il fondoschiena di chi crea questi casini, come direbbe Don Camillo di Guareschi. Soprattutto, si avrebbe voglia di fare una cosa: visto che tanti dicono che i cittadini sono i datori di lavoro di chi sta al governo, allora si vorrebbe licenziare in tronco (senza nessuna buonuscita, ma chiedendo i danni) tutti coloro che non hanno saputo gestire a dovere non solo le vaccinazioni ma tutta la questione pandemia (si è tanto criticato, anche giustamente, il governo Conte, ma su quello Draghi, che ha fatto lo stesso, non si dice nulla).
Dulcis in fundo, ma non meno importante, occorre ricordare un piccolo suggerimento per chi deve organizzare le cose: brîsa ciapér pr al cûl.

Brîsa ciapér pr al cûl

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Se si dovesse scrivere un pezzo su tutte le volte che potenti o chi governa prende in giro, questa rubrica avrebbe raggiunto in breve tempo la tripla cifra: ogni giorno ce n’è una. Se non lo si fa, è perché si preferisce impiegare il tempo per scrivere altro, perché la gente preferisce leggere cose leggere e non occuparsi della realtà, o perché si è talmente nauseati dalle cose che si preferisce evitare perché si andrebbe sul pesante nello scrivere.
Ma far notare un paio di cose non guasta.
Prendiamo il caso voucher. Fatta la legge che li vieta perché in tanti protestavano per quella che era una vera e propria piaga e per evitare un referendum che si sarebbe perso, in camuffa si è escogitato un modo di, dopo averli fatti uscire dalla porta, farli rientrare dalla finestra. La cosa vuol essere fatta passare per diversa, ma è sempre la stessa.
il caso delle monete da 1 e 2 centesimi: un altro pezzo per la rubrica Brîsa ciapér pr al cûlPrendiamo poi il caso delle monete da uno e due centesimi. Dal primo gennaio 2018 sarà sospeso il loro conio e sarà previsto un arrotondamento al multiplo di cinque più vicino se si paga in contanti; quindi, se una cosa costa 7.99 E sarà fatta pagare 8 E, se costerà 5.56 o 5.57 E sarà fatta pagare 5.55 E; è assicurato che il Garante sorveglierà su eventuali anomalie. Essendo però in Italia e abituati alle furbate del nostro paese, oltre che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre, si teme già di sapere come andrà a finire: tutto verrà arrotondato per ottenere il prezzo più alto, quindi un 5.56 E diventerà un 5.60 E. Se non lo si è ancora capito, questo è uno dei tanti modi escogitati dal governo di turno per spillare soldi alle persone. Sapete quanto si tirerà su così facendo? Parecchio, altrimenti non sarebbe passata una norma del genere. In fondo siamo nell’Era dell’Economia, di che cosa ci si meraviglia? Per lo meno si avesse il coraggio di dire “sì, vogliamo più soldi da voi, non ci date ancora abbastanza, vogliamo di più, sempre più, fino a prendervi tutto”. E invece…
Come sempre: brîsa ciapér pr al cûl!

Brîsa ciapér pr al cûl 8

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Quelli che dovevano essere solo dei saltuari articoli, ormai stanno divenendo una rubrica , ma lo cosa non sorprende, visto quello che si sta facendo in Italia da un pezzo a questa parte, anzi: ci sarebbe da scrivere un articolo tutti i giorni sulle prese in giro che avvengono nel nostro paese.
Non contenti dei danni perpetrati da alcune banche, il governo, come già noto, invece di tutelare la parte lesa, per l’ennesima volta sta dalle parte di chi ha danneggiato. Le banche con le loro scelte sbagliate hanno portato alla rovina migliaia di persone e il governo è intervenuto per salvarle. Ma chi credeva che così facendo avrebbe avuto indietro i soldi persi si sbaglia: se va fatta bene, sarà restituito l’80% del capitale investito, ma solo se si hanno determinati requisiti (chi ha un reddito lordo “basso”, quantificato in meno di 35mila euro ai fini Irpef, o un patrimonio mobiliare (azioni, obbligazioni, risparmi) di valore inferiore a 100mila euro).
Altra presa in giro del governo italiano, con tutti i guai e problemi che ha l’Italia, è la proposta di Renzi a Mattarella di dare un’onorificenza a Ranieri per aver vinto lo scudetto con il Leicester in Inghilterra. Quella della squadra inglese è una bella storia (come quella del Verona di Bagnoli) ed è la dimostrazione che si può vincere anche senza spendere centinaia di milioni di euro, ma le onorificenze vanno date per motivi più seri, non perché un allenatore italiano vince lo scudetto all’estero (che viene pagato profumatamente, specialmente con un bonus per la vittoria finale): questo voler creare icone, eroi, sta stancando, come sta stancando voler far apparire ciò che è italiano come qualcosa di grande e magnifico, quando in realtà non lo è.
E tanto per restare in tema di prese in giro, c’è il servizio di Le Iene sui manga. Come spesso accade quando in Italia si parla di questo tema, la disinformazione è in primo piano. Ancora una volta passa che manga=pedofilia/pornografia. E per l’ennesima volta occorre ricordare che manga in giapponese significa fumetto (ma ha un’origine più antica) e sotto questa classe ci sono tante sottoclassi, da quelle per bambini a quelle per adulti, da quelle a tema sportivo al fantasy e all’horror. Senza avere la giusta conoscenza di una cultura differente dalla nostra, è meglio evitare di dare certi giudizi superficiali.
Sta diventando sempre più una farsa. E non è una cosa divertente.

Brîsa ciapér pr al cûl 6

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Domenica 17 aprile ci sarà il referendum sulle trivellazioni, se continuare a farle fino a esaurimento del giacimento o terminarle alla conclusione delle concessioni. Non potevano mancare le uscite di certi esponenti del governo che inneggiano all’astensionismo, che è un bene non andare a votare, perché se si va a votare e si si vota sì, s’impoverisce il paese, dato che dovrà importare poi le risorse da altre nazioni, diventando dipendente da esse. Non solo: se vincesse il sì, questo porterebbe al licenziamento di migliaia di lavoratori, si farebbe crescere la disoccupazione.
Un modo di ricattare che fa leva sul senso di responsabilità, sulla colpa, perché chi è al governo ha forti interessi con imprenditori e multinazionali: non gliene importa niente dell’ambiente, del territorio, delle persone che lavorano, ma solo dell’interesse economico legato a loro (è di pochi giorni fa il caso Guidi e le spese pazze del Capo di Stato Maggiore della Marina, tanto per fare alcuni esempi).
Ci si è stancati di questo continuo prendere in giro di governi e politici che ormai si perpetra da anni (possono cambiare gli interpreti, ma il modo di fare è sempre lo stesso) e che pensano solo ai soldi e non al bene del paese. Ci si è dimenticati come s’inneggiava al fracking come una gran risorsa all’apparenza illimitata e di cui in Italia non si sapeva nulla e non si è approfondita la questione prima di far partire i lavori? E come questi lavori in Emila Romagna abbiano causato il terremoto?
Basta prendere in giro, non se ne può più.

Brîsa ciapér pr al cûl 5

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Licenziato perché 11 anni prima aveva fatto pipì in un cespuglio. Questo è quanto accaduto a un insegnante di filosofia di Bergamo, Stefano Rho, sollevato dall’incarico per “dichiarazione falsa” rilasciata in un’autocertificazione al ministero dell’Istruzione. Tutti coloro che vengono assunti a scuola devono firmare un’autocertificazione in cui dichiarano di non aver mai avuto condanne penali.
Ma in che condanne penali Stefano Rho è incorso?
La notte di Ferragosto del 2005, dopo una birra con gli amici ad Averara, paesino di 182 abitanti, non trovando un bar aperto ed essendo la strada quasi completamente buia, Stefano, insieme ad un amico, ha urinato in un cespuglio. Beccati dai carabinieri, i due al momento hanno solo ricevuto una ramanzina, salvo poi ritrovarsi a dover pagare una multa da 200 euro due anni dopo. Rho e l’amico hanno saldato il conto con la giustizia, credendo che la vicenda potesse ormai essere accantonata.
In realtà non è stato così e senza saperlo si sono ritrovati con la fedina penale sporca. Certo non è il massimo farla lungo la strada, può non essere la punta più alta dell’educazione, ma se la si deve fare e non c’è modo di avere un luogo di decenza, si fa come si può: a tantissimi è capitato di farla ai bordi della strada o nascosti dietro un cespuglio o un angolo. Arrivare a essere però un reato penale è qualcosa di spropositato (domanda: in quanti sanno che è un reato di tale portata?). Solo a Bologna ci dovrebbero essere per questo centinaia di persone schedate perché usano Piazza Verdi come una toilette a cielo aperto (e non fanno solo pipì contro i palazzi e le porte, ma lordano i marciapiedi con cose ben peggiori e più consistenti).
Stefano Rho è stato immediatamente licenziato per una cosa commessa undici anni prima e ha perso tutto quanto accumulato in graduatoria. Mentre invece ci sono professori che insultano, picchiano, abusano degli alunni per anni prima che qualcuno faccia qualcosa contro di loro.
Quanto successo sembrerebbe una barzelletta di cattivo gusto e invece è qualcosa di una gravità inaudita e dimostra come il sistema italiano sia ingiusto, come ci siano due pesi due misure, come si abbatta spietatamente contro chi non ha fatto niente (perché in effetti Stefano Rho non ha fatto niente), mentre permetta a chi commette dei gravi reati di farla franca: decine di parlamentari in Italia dovrebbero essere condannati e stare in galera e invece sono al governo; mafiosi fanno stragi e sono a piede libero; imprenditori violano e se ne fregano delle leggi sulla sicurezza, speculano sulle spalle dei lavoratori e rovinano la vita a migliaia di loro licenziandoli per seguire la legge del mercato per cui bisogna sempre avere guadagno, e vengono indicati come eroi.
Qui si sta veramente superando il limite e ci si sta stancando di essere presi in giro in questa maniera da un sistema che di giusto non ha più nulla, che copre le spalle a ricchi e potenti e massacra la gente comune.
Ma basta! Brîsa ciapér pr al cûl!

Difendere i propri successi

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Occorre difendere i propri successi, con le unghie e con i denti, perché ci sarà sempre chi si vuole appropriare dei meriti altrui, vuole salire sul carro del vincitore e avere una fetta di torta, anche se non ha fatto niente per contribuire al conseguimento del risultato.
Ne è esempio la ricercatrice italiana Roberta D’Alessandro che ha ribattuto giustamente alle affermazioni del ministro Giannini, la quale, con atteggiamento tipicamente di un governo che di giusto fa poco ma è capace solo d’esaltarsi e vantarsi dei successi altrui, aveva scritto su Facebook: “Un’altra ottima notizia per la ricerca italiana. Colpisce positivamente il dato del numero di borse totali ottenute dai nostri ricercatori, che ci posiziona al terzo posto insieme alla Francia. Ma, soprattutto, colpisce il fatto che siamo primi per numero di ricercatrici che hanno ottenuto un riconoscimento. Complimenti ai nostri ricercatori e alle nostre ricercatrici!“.
Roberta D’Alessandro non c’è stata a subire una beffa dopo aver subito danno e ha voluto chiarire e mettere un fermo alle dichiarazioni del ministro. “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. Abbia almeno il garbo di non unire, al danno, la beffa, e di non appropriarsi di risultati che italiani non sono. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai.” (in questo articolo si può leggere la risposta completa della ricercatrice).
Occorrono persone che dicano le cose come stanno, che siano pronte a difendere ciò che è giusto e porre fine a un sistema capace di prendersi meriti che non gli appartengono e vantarsi di risultati che non sono suoi. Perché è ora di dire basta alle prese in giro.

Non è più questione di sport (2)

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I giornali sportivi (e non solo quelli), in questi giorni, invece di parlare della partita Napoli-Inter, parlano di quello che è successo tra i due allenatori. Riassumendo quanto successo, Mancini, allenatore dell’Inter, va a lamentarsi col quarto uomo per l’eccessivo recupero (5 minuti: recupero ingiustificato, dato che in campo non era successo nulla che avesse fatto perdere tanto tempo); la panchina del Napoli, senza motivo, lo comincia a prendere in giro, facendo subito seguire insulti che culminano con quelli di Sarri, l’allenatore dei partenopei, che gli urla contro “frocio!”, “finocchio!”. Mancini, a fronte di tali insulti, reagisce, ed entrambi vengono in seguito allontanati dall’arbitro.
Poteva finire lì, si sarebbe detto che i due allenatori erano stati espulsi e basta, ma Mancini ha voluto denunciare la cosa e portare a conoscenza di tutti quello che era successo. E a questo punto è scattata la bufera. Come succede spesso ed è naturale, c’è chi si è schierato da una parte o dall’altra. Ma qui non è più una questione di sport, non è questione di dire era rigore o era fuorigioco, il goal era da dare o il fallo non era da fischiare: qui si va oltre lo sport. Tanti, specie i napoletani, ma anche molti altri, si danno da fare per sminuire l’accaduto, anzi a dire che non è accaduto nulla, che sono cose di calcio, che è normale insultare, che Mancini ha sbagliato a denunciare la cosa, doveva stare zitto, lasciar correre. La tipica omertà che ormai si è radicata a fondo nel nostro paese, che fa passare per giusto ciò che è sbagliato, che ammette la denigrazione, il fregarsene delle regole, del rispetto degli altri, dell’educazione.
Tanti a dire che anche Mancini ha fatto uguale nel 2000 quando Mihajlovic rivolse un insulto razzista a Vieira (con una differenza: non fu Mancini a insultare, glissò sulla cosa, che però rimane comunque sbagliata, dato che certi comportamenti non vanno tollerati in nessun caso), che è un ipocrita, che è furbo e cerca di affossare il Napoli per fargli perdere lo scudetto (quando si dice che si scade nel ridicolo e grottesco), che è colpa sua se Sarri ha insultato e che Sarri ha fatto bene a dirgli quelle cose.
E’ chiaro che non è più una questione di sport.
E’ chiaro che ormai si è perso il senso della misura e di come comportarsi, di che cosa significano rispetto e dignità.
Ci si indigna, ma non ci si meraviglia di certo. Come si può, quando si ha un presidente come Tavecchio che insulta neri, ebrei e omosessuali e poi dice “beh, perché ve la prendete? Che cosa ho poi detto di male?” Come si può, quando si hanno politici che sviliscono tutto, sono arroganti, prepotenti e se ne fregano dei diritti delle persone (e ci si domanda sempre come può, gente che non mai lavorato e non sa che cosa sia lavorare, fare le riforme del lavoro)?
Siamo in Italia, il paese dove tutto è concesso, ma ora basta: basta con aggressioni, sfangate, insulti, disonestà, provocazioni. Basta con il due pesi due misure, basta con questo modo di fare tipicamente italiano che protegge chi svilisce, insulta e manca di rispetto; basta col premiare i colpevoli e farla pagare a chi rispetta le regole.
Le cose devono cambiare, ma purtroppo è qualcosa di quasi impossibile, dato che è un retaggio culturale trasmesso da anni, è una mentalità fortemente radicata in tanti. E non riguarda solo lo sport (e se ne era già parlato).
Francamente, di tutte questo cose e modi di fare, ci si è rotti le palle di brutto.

L'abbrutimento di un popolo

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Il popolo italiano è un popolo abbrutito. Questo è un dato di fatto e gli elementi che dimostrano tale affermazione sono molteplici.
Innanzitutto la classe politica: i governanti sono specchio della maggioranza della popolazione. Questo rivela individui concentrati solo su loro stessi, che pensano esclusivamente al proprio interesse, dove l’unica cosa che conta è il raggiungimento di ciò che vogliono in barba alle leggi, alle correttezza, alla morale: ogni mezzo, ogni scelta è giustificata dal fine che si vuole raggiungere. Per questo si hanno così tanti casi di corruzione, di scandali, di truffe: è questo che è stata la politica e chi ha avuto il potere.
La gente di tutto ciò in parte si è scandalizzata, ma è stata ipocrisia, dato che a stare nel sistema si diventa come il sistema: molti fanno favori per ottenere vantaggi e ricercano favori per avere degli aiuti. Non si cerca più di valorizzare, di dare risalto alle proprie capacità, di meritarsi un obiettivo perché si è fatto un buon lavoro, si è dimostrato di avere i mezzi per portarlo a termine nel migliore dei modi: no, si ricerca l’appoggio di chi è in posizioni di potere cercando d’ingraziarselo attraverso la simpatia, le moine, i sorrisi, quando non si arriva a dare altro in cambio (prestazioni particolari e come già detto favori e soldi).
Chi è in posizioni di potere, anche se piccole, sfrutta al massimo il ruolo che ha, perché avere potere di vita e di morte (anche se va inteso come essere quelli che scelgono, che concedono qualcosa) fa sentire superiori, gratifica il proprio ego.
Invece di criticare e contestare questo modo di fare, di cercare di cambiarlo, i più si adeguano, si prostituiscono, soprattutto i giovani, che hanno buttato sogni, speranze, ideali nella toilet e si adattano a seconda del vincitore: i valori che hanno sono soldi, divertimento e apparire, i loro dei sono televisione e social network. Non si sbilanciano mai in giudizi, non prendono una posizione, ma rimangono a guardare, pronti a seguire la corrente del momento.
Loro sono responsabili di quanto fanno, ma una responsabilità l’hanno anche i genitori che con il loro esempio hanno dato un certo indirizzo: il fatto che non abbiano fatto nulla per difendere i propri diritti sul lavoro e se li siano fatti togliere un pezzo alla volta senza fare nulla, restando in silenzio, dimostra quale modello hanno trasmesso ai figli. Questo modo di fare ha insegnato che la dignità dell’individuo non ha alcun valore, che non si deve avere rispetto per niente e per nessuno, neppure per se stessi, conta solo l’adeguarsi, l’asservirsi al sistema imperante.
Lo dimostrano i beceri striscioni juventini che allo stadio irridevano la tragedia la Superga, usandola come sfottò, come se fosse una barzelletta, giocando sulle morti del passato, mostrando spregio e disprezzo per la vita altrui. Come facevano i nazisti con i prigionieri dei campi di concentramento, divertendosi della morte altrui.
Oppure, sempre restando calcio, le proteste dei tifosi di tutelare il diritto all’insulto verso l’avversario, perché devono essere liberi di poter dire agli altri tutto quello che gli passa per la testa. Ma della libertà non conoscono assolutamente nulla.
Senza andare nel grande e parlare del fatto che al governo sale gente che tiene la parte dei più ricchi e fa leggi a favore di imprenditori e affini, di chi lavora nelle istituzioni che bada solo a tirare lo stipendio senza pensare a fare davvero il proprio lavoro, basta guardarsi attorno nel piccolo per capire dove si è arrivati.
Auto che si fermano ai margini della strada scaricando sacchetti di rifiuti.
Bottiglie di birra vuote gettate dai finestrini di auto in corsa.
Persone che appena vedono succedere un incidente invece di chiamare i soccorsi e magari dare i primi aiuti tirano dritto o si fermano a filmare la scena per metterla in rete.
Bambini che ai supermercati gettano a terra la roba degli scaffali e i genitori che non gli dicono nulla, che lasciano fare e nemmeno rimettono a posto “perché tanto le persone che lavorano nei supermercati sono pagate proprio per mettere a posto.”
I dipendenti dei supermercati che vedono, lasciano fare e non rimettono a posto perché hanno contratti di un mese o poco più presso società interinali che non verranno rinnovati, e quindi che lavorino bene o male non farà nessuna differenza, pertanto tirano fino a sera senza darsi tanto da fare.
Gente che prende cani da tenere in giardino e poi lascia il cancello aperto perché possano andare a girare liberamente, senza considerare che possono farsi male e fare male, essere un pericolo per il traffico, causando incidenti, perché “tanto sono assicurati”, dimostrando grandi irresponsabilità e menefreghismo, dimostrando la convinzione che basta pagare e si è esentati da qualsiasi dovere e responsabilità, si è al di sopra di tutto, come purtroppo è stato esempio un ventennio di governo di destra.
Un modo di fare che ha seguito la cultura del soldo e della non-cultura, facendo dell’ignoranza la propria bandiera, come spiegato in questo articolo.
Se si pensa che il quadro di quanto mostrato sia fosco, si consideri che è solo un piccolo accenno di una situazione molto più tragica, resa ancora più drammatica dal fatto che non se ne vuole essere consapevoli.

L'eccezione che conferma la regola

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In tempi di crisi come questi, i modi per riuscire a vendere, a creare mercato sono o la realizzazione di prodotti di qualità o l’abbassamento dei prezzi di vendita: questo vale per tutti i settori.
Ma c’è chi decide di andare controcorrente, di percorrere la strada opposta.
E’ il caso dell’editore Fanucci, che dopo aver proposto il romanzo Elantris di Brandon Sanderson in versione economica al prezzo di 30 E, adesso ha deciso di proseguire su questa strada anche su altri libri. La nuova edizione economica di La Ruota del Tempo di Robert Jordan è stata rincarata del 70%, riportando i prezzi attuali (9.90 E) a quelli della precedente (16.90 E). Alle proteste dei lettori, la casa editrice ha risposto così sulla sua pagina facebook: “Cari lettori che si sono lamentati del ritorno al prezzo originale dei romanzi che compongono il ciclo della Ruota del Tempo di Robert Jordan, dico loro: ma come potete pensare che volumi di una foliazione minima di 800 pagine e massima di 1200 pagine possano costare per l’eternità da 6,90 a 9,90 euro?
Ma ci sono libri di formato analogo in Italia con prezzi così bassi?
Ecco, la risposta che chiedete è la risposta che vi date.”

Una pessima scelta quella di Fanucci che genera una pubblicità negativa nei suoi riguardi, come se non bastassero altre scelte sbagliate fatte in precedenza. Se si sapeva che non si potevano mantenere simili prezzi per questa edizione, perché proporli? Quella che doveva essere una mossa intelligente per attirare lettori si è rivelata controproducente, dato che si è dovuto cambiare politica, portando un rialzo; mezzi per promuovere diversamente la nuova ristampa dei romanzi di tale saga c’erano.
Questo dimostra come la case editrice non abbia una gran organizzazione, non abbia idee chiare e una rotta precisa, ma vada avanti senza una gestione precisa e studiata, che valuti bene prima di agire, come purtroppo molta dell’imprenditoria del nostro paese fa.
Non ci si meravigli di come le cose stiano andando: senza preparazione, intelligenza, organizzazione e professionalità non si va da nessuna parte.