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Al tempo di papà

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Al tempo di papà è una graphic novel di Jiro Taniguchi e vede come protagonista Joichi, personaggio già incontrato nel racconto Allevare un cane.
Le vicende narrate in Al tempo di papà si svolgono qualche tempo prima dei fatti narrati nel racconto, con Joichi che ritorna nella città in cui è nato, dopo un’assenza di quindici anni, per presenziare alla celebrazione funebre del proprio padre. Un allontanamento volontario, con Joichi che ha troncato i rapporti con il padre dopo che lui ha divorziato dalla madre quando era ancora piccolo. La mancanza di dialogo tra i due ha creato una distanza insormontabile, cui il protagonista ha reagito allontanandosi da casa appena ha potuto andare all’università e divenire indipendente. Durante la veglia funebre, parlando con parenti e conoscenti, Joichi scopre molte verità su suo padre e la sua famiglia, rendendosi conto che di lui non sapeva nulla e che l’ha giudicato ingiustamente: è soprattutto lo zio Daisuke, il fratello della madre, a fargli rendere conto di una realtà cui era all’oscuro.
Attraverso il racconto dei parenti, vengono mostrati gli ultimi momenti di vita del padre, malato di cuore, e il suo passato. Così Joichi scopre che il matrimonio tra il padre e la madre era stato ostacolato dai genitori di lei perché volevano che sposasse un altro; ricorda Ciro, il primo cane avuto e lo spaventoso incendio che distrusse la sua casa, insieme a più della metà della cittadina di Tottori; qui viene a sapere che fu il padre, e non lo zio, a salvare Ciro dalle fiamme.
L’incendio fu l’evento che distrusse il matrimonio dei suoi genitori. I nonni materni gli prestarono i soldi per ricostruire la casa e questo fu un grosso peso per il padre che, per estinguere il debito, prese a lavorare ininterrottamente: il suo senso del dovere e il suo orgoglio non gli permisero di fare diversamente. Questo allontanò la moglie da lui, che presto andò a vivere con il maestro di musica dei figli, lasciando da sola tutta la famiglia.
Joichi, all’oscuro di queste cose, visse il trauma dell’abbandono con sofferenza, chiudendosi in se stesso e concentrando tutte le sue energie nella scuola, soprattutto nel club di atletica, almeno fino a quando un infortunio non lo costringe a lasciarlo. A quel punto, l’unica possibilità che ebbe di andarsene da casa, il desiderio cui più tiene dopo il divorzio dei suoi genitori, è terminare il liceo per poi trovare un’occupazione. Nemmeno Koro, il cane trovato dopo la morte di Ciro, lo aiuta a sentirsi parte della famiglia, soprattutto dopo che il padre si risposa. Il regalo dello zio Daisuke, una macchina fotografica, è la ragione per andarsene di casa: infatti, solo a Tokyo c’è l’università che gli permette di studiare fotografia. Joichi lascia così la casa paterna per seguire la sua strada, lasciando che sia la sorella a ereditare l’attività di barbiere del padre; un tagliare i ponti con un passato e una famiglia che vedrà solo in poche occasioni.
Le parole dello zio Daisuke gli rivelano che il padre ha atteso sempre il suo ritorno, fino alla morte, proprio come ha fatto il cane Koro, e lo toccano in profondità: Joichi, per fuggire dal suo dolore, li ha entrambi abbandonati. Costata così che il suo rancore per la separazione dei genitori (tutto dovuto a causa di sua madre che voleva una vita più spensierata) non gli hanno permesso di vedere la dolcezza di suo padre e che anche lui soffriva per la lontananza che si era creata tra loro, rendendosi conto che erano molto simili.
Questa esperienza lo rasserena, facendogli comprendere la fortuna di avere un paese natio cui tornare.
Al tempo di papà è un’opera densa, dolce e toccante, disegnata e sviluppata con grande maestria da Jiro Taniguchi; un viaggio nel passato che porta alla comprensione, ad affrontare aspetti della vita che si erano dimenticati o si era voluto accantonare per proteggersi, per mitigare la sofferenza provata. Un viaggio che fa riscoprire le proprie origini e fa accorgere che non si è gli unici a soffrire, e in qualche modo affrontare il conflitto psicologico che alle volte si crea tra genitori e figli. Ma Al tempo di papà vuole anche essere un omaggio al proprio paese natale e al legame che lascia in ciascuna persona. Un’ottima lettura, che si consiglia di fare.

Allevare un cane e altri racconti

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Allevare un cane e altri racconti è un’opera di Jiro Taniguchi che raccoglie diverse storie brevi, quasi tutte legate agli animali.
Nel primo racconto, Allevare un cane, Jiro Taniguchi rende omaggio all’animale che ha avuto, mostrando non solo i sentimenti legati a lui, ma come chi decide di avere un cane, sia consapevole della responsabilità che si prende. Come scrive l’autore “quando ero bambino desideravo avere un cane. Mi divertivo immaginando di correre con lui in mezzo ai campi e sulle montagne. Ma quando ne ho realmente avuto uno, mi sono reso conto dell’impegno che comportava. Non si trattava semplicemente di “possedere un cane”, ma di “vivere con un cane”.
La cosa più sconvolgente è stata doverlo portare a spasso. Inizialmente era divertente, ma una volta diventato un dovere quotidiano ha assunto un aspetto diverso. Dovevo portarlo fuori due o tre volte al giorno. Anche con la pioggia, il vento o la neve. Un cane giovane, qualsiasi tempo faccia, esce di casa con gioia. Ciò mi rendeva esausto. Tutte cose a cui non avevo pensato prima. Un cane non fa i bisogni intorno alla cuccia. Li trattiene finché è il momento di uscire. Inoltre ama correre. Infine, non avevo riflettuto sul fatto che invecchiando avrebbe avuto bisogno di cure. Due anni fa il mio cane mi ha lasciato. Aveva quindici anni. Dopo aver assistito alla sua morte, quella parte di me che identifico come “desiderio di creare” ha subito un piccolo cambiamento. Mi è venuta voglia di lasciare un ricordo di lui, sotto forma di storia della sua vita e della sua morte.”
In questa storia i protagonisti sono Tam, un incrocio tra un terrier e uno shiba, e una giovane coppia sposata; viene raccontato l’ultimo anno di vita del cane, con le forze che cominciano a scemare, facendolo camminare sempre più piano, fino a quando anche andare a fare la passeggiata per i suoi bisogni diventa un problema. Giorno dopo giorno Tam invecchia, diventando sempre meno autonomo, necessitante sempre più di cure; non riesce più a camminare, viene nutrito tramite flebo, ma sembra non soffrire. Fino a quando, una notte, si spegne accanto alla coppia. Una perdita dolorosa, ma Tam ha lasciato qualcosa di molto più grande e importante della perdita.
Trascorre un anno e in un angolo del giardino c’è ancora la cuccia di Tam; la coppia, anche se aveva deciso di non avere più animali, prende un gatto, una persiana cui danno il nome di Borò. Dopo la diffidenza iniziale (la gatta era passata da un proprietario all’altro), l’animale si abituata, fino a quando si accorgono che è incinta. Tre bei cuccioli nascono, facendo così concludere il racconto Vivere con un gatto, che prosegue in Vista sul giardino, dove la coppia si trova a vivere con quattro gatti e a prendere la decisione di far adottare i cuccioli; ma dopo la straziante separazione con uno dei cuccioli dalla madre, decidono di tenere gli altri due, conducendo una vita tranquilla.
Tranquillità che viene scossa dall’arrivo di Aki, la nipote, figlia della sorella della moglie: in Le giornate in tre, viene mostrata il breve periodo che i tre passano insieme, con la ragazza che sta passando un periodo difficile per il cercare d’accettare che la madre si risposi dopo la morte del padre. Grazie anche ai tre gatti, all’occuparsi di loro, e all’attenzione data dagli zii, specie lo zio che condivide con lei la passione del baseball, la ragazza supera il periodo di crisi, tornando a casa e scoprendo che va d’accordo con il compagno della madre, anche lui con la passione del baseball.
Nel bellissimo Terra promessa, il protagonista è Okamoto, un quarantenne appassionato d’alpinismo, che torna nella catena dell’Himalaya dopo che cinque anni prima non era riuscito a scalare l’Annapurna, perdendo in quell’occasione un suo compagno. Okamoto, ha messo su famiglia, avuto due figli, ma non è mai riuscito a dimenticare la montagna, alle sensazioni che essa gli dà scalandola. Soprattutto non dimentica, chango, il leopardo delle nevi che vive su quelle cime, l’incarnazione della dea che vive Sull’annapurna, che in un qualche modo è stato fautore della sua salvezza. Okamoto riesce a raggiungere il suo obiettivo; sulla cima, riflette che quando si affronta la montagna, bisogna amarla. E per tornare vivo è essere amato dalla montagna.
La spada nell’ombra, la luna del mattino, mostra invece le selvagge terre dell’Alaska del 1899, la corsa all’oro che contraddistinse quelle lande e un misterioso straniero giunto da lontano per rendere giustizia a un increscioso fatto avvenuto anni prima.
Un pedigree centenario rivede come protagonista un animale, in particolare Belle, un bellissimo esemplare di pastore tedesco portato via dalla sua famiglia per essere usato nella Seconda Guerra Mondiale contro gli americani. Creduta per morta (durante quel periodo, tutti gli animali venivano uccisi e le loro pelli usate per cucire le divise dei militari), la sua padroncina scopre, attraverso un articolo di giornale che parla di un cane dell’esercito giapponese, che Belle è ancora viva e vive in America con l’addestratore che l’aveva trovata sul campo di battaglia. Dopo tante lettere al comandante supremo delle forze alleate in Giappone, riesce a riabbracciare la sua amata cagna, consentendo la prosecuzione della sua stirpe all’interno della famiglia Umehara.

Allevare un cane e altri racconti è una bellissima raccolta, poetica e toccante, che mostra il legame tra uomo e animali; con il suo tratto preciso e dettagliato, Jiro Taniguchi mostra la quotidianità con le sue tante sfumature, mostrando sentimenti e pensieri profondi, rivelando l’umanità che si cela dietro le piccole grandi cose della vita di persone comuni. Tavole stupende che coinvolgono il lettore in storie che arrivano nel profondo, proprio come sanno fare gli animali con una purezza d’animo che noi umani abbiamo perduto.

Berserk 79

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Berserk 79In Berserk 79 continua il viaggio di Shilke e Farnese nei sogni di Caska grazie al rituale intrapreso da Danan, il sovrano degli elfi. Un viaggio che si fa ancora più oscuro e pericoloso mentre avanzano alla ricerca dei frammenti dell’anima della guerriera; creature sempre più minacciose attaccano Shilke, Farnese, il cane/Gatsu e il folletto/Caska. Le invocazioni delle due ragazze tengono a bada le creature, ma i nemici si fanno più numerosi e ostili a ogni passo.
Superata una fitta selva, si ritrovano davanti una collina sulla cui sommità si trova l’ultimo frammento dell’anima di Caska; su di esso, svetta minacciosa un’eclissi, perché questo è il ricordo più tragico che ha segnato la vita dell’ex membro della Squadra dei Falchi. Come se non bastasse il difficile cammino dovuto al terreno ricoperto da grossi rovi, nel cielo appare una gigantesca figura rapace: il cane/Gatsu diventa una furia, dato che in essa riconosce Grifis/Phemt. Dai miasmi che essa emana sorgono altre creature, che ricordano gli Apostoli che hanno massacrato tutti i membri della Squadra dei Falchi il giorno dell’Eclisse.
Gatsu viene ferito e la bara in cui sono custoditi i frammenti dell’anima di Caska, rimasta senza difese, sta per essere attaccata dal volatile Grifis/Phemt; è a questo punto che interviene l’armatura del Berserk, che va a ricoprire il corpo del cane, donandogli nuove energie e forza. Con furia, Gatsu si scaglia contro i nemici, facendoli a pezzi con la sua coda mutata in Ammazzadraghi, il suo enorme spadone. Comincia così un pauroso scontro tra Gatsu e Grifis, mentre Farnese e Shilke stanno per essere sopraffatte dall’orda dei mostri; vengono salvate dal provvidenziale intervento di Flora, la maestra di Shilke, che gli permette di raggiungere l’ultimo frammento.
Inorridite, le due scoprono che esso è l’orrido feto abortito da Caska tempo prima, figlio suo e di Gatsu e contaminato dallo stupro perpetrato da Grifis; nonostante i dubbi che hanno su di lui, l’ultimo pezzo viene messo al suo posto. I mostri e Grifis spariscono, la bambola (simbolo dell’anima di Caska), ritorna integra. Le tenebre del sogno si dissipano in una pioggia di petali e Caska, di nuovo nella sua forma umana, riapre gli occhi.
Berserk 79 presenta prevalentemente dei combattimenti, non c’è un attimo di tregua: si tratta di un viaggio nella psiche della guerriera che ripercorre il tremendo episodio dell’Eclisse. Come il numero 78, non propone nulla di nuovo, dato che si tratta del ripercorrere eventi del passato di Caska già conosciuti da chi segue il manga. Per quasi tutto il volume, sono le tinte scure a prevalere, con le uniche tinte chiare inerenti a Farnese, Shilke e le magie che invocano, per evidenziare il netto contrasto tra sanità e follia. Interessanti, anche se un po’ strane, ma comunque riuscite, certe scelte stilistiche (come la coda del cane/Gatsu che diventa l’Ammazzadraghi). Lasciano perplessi e si fanno poco apprezzare invece altre, come i mostri che hanno avambracci dalla evidente forma fallica: è vero che siamo nell’inconscio di Caska e che siano una proiezione dello stupro subito, ma sinceramente si poteva fare a meno di simili immagini. Resta comunque il fatto che il livello dei disegni rimane sempre molto alto, anche se le forti tinte scure rendono più difficoltoso coglierne i dettagli.

Berserk 78

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Berserk 78Berserk 78 comincia con Gatsu che finalmente raggiunge il suo scopo: far ritrovare a Caska la sua sanità mentale grazie al re degli elfi e alla Galleria dei Sogni. Il rituale richiede l’aiuto di persone strettamente legate a lei e che sia avvezzo ai rituali magici: per questo vengono scelte Shilke e Farnese, mentre il Guerriero Nero non è ritenuto adatto perché intimorisce Caska e questo inficerebbe sulla riuscita della missione. Addormentandosi nel “letto dei funghi magici” (un’area di funghi magici dalle capacità spirituali) Shilke e Farnese entrano nei sogni di Caska guidati da Dadan; come spiegato dal sovrano degli elfi, il principio d’immergersi nel mondo dei sogni è lo stesso di quello del Mondo Spirituale, ma con una differenza: le leggi che lo regolano dipendono dalla mente di chi li sta facendo.
Dopo alcuni sogni macchietta di Shilke e Farnese per alleggerire la tensione, le due entrano nel sogno vero e proprio di Caska. Presto incontrano un cane nero trafitto da lance nere, privo della zampa anteriore destra, che sta trascinando con una catena una bara; come le due capiranno (trovando il marchio sacrificale sul collo), si tratta di Gatsu, visto così dalla mente sognante di Caska. Aprendo la bara scoprono una bambola rotta, che, come capiscono vedendo il marchio sacrificale sul seno destro, è Caska; al suo interno scoprono anche una sorta di folletto più piccolo degli elfi che assomiglia a Caska e che rappresenta un frammento della sua personalità.
Guidati da una scia di petali, le due affrontano degli spiriti nei che continuamente attaccano il cane e per ogni vittoria ottengono un frammento della bambola che lentamente si aggiusta; questi frammenti non sono altro che i ricordi di Caska, che raccolti tutti dovrebbero farla ritornare integra.
Il volume si conclude con il piccolo folletto Caska che chiede d’incontrare qualcuno e il quartetto che si dirige verso una montagna oscura che ben fa intuire che cosa verrà incontrato e che è la causa della sua follia.
Berserk 78 presenta qualcosa d’interessante con il viaggio nel mondo dei sogni, ma non propone nulla di nuovo, dato che si tratta del ripercorrere eventi del passato di Caska già conosciuti da chi segue il manga. Trama e sceneggiatura sono ben diretta, con Miura però che sta allungando molto i tempi per giungere (si spera) a dare adempimento a ciò che ha in mente.
Nulla da dire sui disegni, sempre molto belli e particolareggiati, il vero punto di forza di Berserk da diverso tempo; Miura ha sempre disegnato bene, questo sia chiaro, ma è innegabile l’evoluzione stilistica avuta dai primi capitoli disegnati.
Piccola nota. La copertina mostra Gatsu che colpisce con la spada: come si può ben vedere il braccio artificiale è il sinistro mentre nel fumetto si tratta del destro. Un errore che dimostra di non aver fatto attenzione al lavoro di trasposizione dalla versione giapponese a quella italiana.

Mad Max – Viaggio attraverso gli Archetipi e la Mitologia

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Questo è l’articolo pubblicato su Fantasy Magazine lunedì sulla trilogia di Mad Max che vede come interprete del protagonista Mel Gibson.
Un pezzo che era nato inizialmente con un altro intento, dato che volevo utilizzarlo per mostrare come questa trilogia cinematografica fosse stata in parte ispirazione per un romanzo che ho scritto e che sto pubblicando sulle pagine del sito. Ma si sa che alle volte gli articoli, come i libri, prendono una piega differente da quella iniziale ed ecco che ci si trova con un pezzo come quello che si può leggere sulla rivista FM.
Un pezzo che parla dell’archetipo del Viaggio, del Guerriero e degli altri che in ogni vita umana, in momenti precisi, sono presenti, che mostra come agiscono e come riconoscerli.
Non solo: mostra anche la caduta di un mondo, di una società, del degrado dell’animo umano, come ben viene riassunto dalla voce narrante all’inizio del secondo film della serie, Interceptor – Il guerriero della strada.

La mia vita si spegne e la vista si oscura. Mi restano soltanto alcuni ricordi di un caos immane: i sogni infranti delle terre perdute. E l’ossessione di un uomo sempre in lotta: Max.
Era figlio dei tempi in cui l’uomo viveva sotto il dominio dell’oro nero. E i deserti brillavano per le fiamme delle gigantesche torri che estraevano il petrolio.
Ora tutto è distrutto, scomparso, come e perché non lo ricorda più nessuno, ma è certo che un immane conflitto annientò due grandi potenze. Senza il petrolio l’uomo tornò alle sue origini primitive e tutte le sue macchine favolose andarono in rovina. Tutti i popoli tentarono di raggiungere un accordo, ma nessuno riuscì a fermare la valanga del caos. Nel terrore dei saccheggi e nelle fiamme della violenza il mondo scoppiò. E tutte le sue città crollarono una dopo l’altra.
L’uomo si nutrì di carni umane per sopravvivere.
Su tutte le strade vincevano coloro che avevano la forza e i mezzi per piombare sulle vittime e depredarle, anche dell’ultimo respiro; niente aveva più valore di una piccola tanica di benzina.
I deboli scomparivano senza nemmeno lasciare il segno di una croce su delle misere pietre.
Nel ruggito di un motore, quelli come Max si difendevano dai demoni del passato e dalle inutili speranze di un futuro svuotati di ogni sentimento umano, condannati a inseguire ogni piccola traccia di vita nelle Terre Perdute.
E alla luce di quei giorni desolati, Max imparò a dominare il suo destino.

E’ in tempi come questi che il Guerriero deve sorgere e combattere per ciò che è importante; una lezione adatta alla società attuale, che ha dimenticato cosa significa lottare per qualcosa che vale molto di più del denaro e del prestigio di una posizione sociale.

Declino

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“Quando sulla Terra le acque si prosciugarono, la gente disse:“la fine dell’umanità è prossima”. Ciascuno allora si preoccupò della propria sorte, trascurando ogni pensiero sull’immensità dell’universo, deridendo anzi quei pochi che confidando in un futuro migliore salparono verso gli spazi immensi del cosmo alla ricerca di altri mondi. Li chiamarono avventurieri a caccia d’illusioni, fuorilegge senza scrupoli, pazzi. La nostra storia risale a tanti anni fa, al lontano 2977.
Gli abitanti della Terra, in quei tempi lontani, vivevano in un clima di prosperità; pazienti e puntuali, numerosi robot emigravano su altri pianeti per ricavarne le più svariate risorse e trasportarle sulla terra. Il governo forniva gratuitamente alla popolazione tutto il necessario e nessuno aveva più bisogno di lavorare; per prevenire agitazioni e sommosse, il governo faceva trasmettere in ogni abitazione radiazioni ipnotiche, manipolando opportunamente le onde radio televisive. Di conseguenza, quasi tutti i terrestri erano mantenuti in uno stato di serenità incosciente.”

Così, nel 1976, comincia Capitan Harlock, manga di fantascienza creato da Leiji Matsumoto, dal quale nel 1978 è stato tratto un anìme.
Questa non vuole essere una disamina sul fumetto o la serie televisiva: serve a prendere spunto per una riflessione. E cioè come l’arte (in questo caso l’animazione, in altri casi la scrittura) possa essere un modo per mostrare a strada che certe scelte possono portare. In Capitan Harlock, come si vede dall’introduzione, le persone vivono indifferenti rispetto a quello che gli sta attorno e la loro avidità ha fatto sprecare tutte le risorse del pianeta: i mari sono stati prosciugati e molti beni vengono attinti da altri pianeti, perché ormai la Terra non è più produttiva. Oltre all’avidità, vivono in un perenne stato di accidia, non hanno più stimoli e bisogni: hanno tutto pronto, non devono nemmeno lavorare perché le macchine hanno sostituito l’uomo nei lavori più comuni. Vinti dalla noia, passano l’esistenza con il solo pensiero di come vincerla.
Come ormai sempre più spesso sta accadendo nella nostra realtà. Il livello di tecnologia non è al livello di quello mostrato nell’animazione e la gente ha bisogno di lavorare per mantenersi, ma, almeno nell’occidente ricco, ha più tempo libero e spesso non sa come impiegarlo; questo, unito a un calo di stimoli e mete da raggiungere (tutto si è standardizzato, compresi i sogni e desideri) ha portato a uno stato di noia e apatia che si cerca di vincere in ogni modo possibile. Dipendenze del passato si sono rafforzate (alcool, droga, gioco), altre sono sorte (sesso, internet), il tutto per sedare, anestetizzare, il malessere presente negli animi delle persone. Nell’anìme si parla di radiazioni ipnotiche mandate attraverso il segnale televisivo; non siamo a questo punto, ma una certa tipologia di trasmissioni televisive ha un certo potere sedante, più che altro appiattente, che abbassa il livello dell’energia e della consapevolezza delle persone, conformizzandole su uno stesso piano.
Fantascienza? Forse.
Ma anche Verne e Mary Shelley ai loro tempi erano considerati dei visionari. Influenzati dalle scoperte della scienza dell’epoca, realizzarono opere che trascesero la scienza stessa, quasi fossero casi di preveggenza; si trattava invece di un livello di consapevolezza tale che gli ha permesso di vedere oltre il recinto del loro periodo. Si può dire che Verne ha “predetto” lo sbarco sulla Luna e lo scandagliare gli abissi marini con decenni di anticipo. Mary Shelley ha “predetto” i trapianti di organi: in un qualche modo il ridare la vita a ciò che è morto, il Potere che da sempre l’uomo ricerca, il creare la vita. Chi aspetta un trapianto non può forse, anche se è brutale dire così, essere considerato un morto che ancora vive, perché condannato a morire anzitempo se non riceve un organo nuovo? E il trapianto non è per lui una possibilità di vita? (certo su questo argomento ci sarebbe aprire un’altra riflessione di questione morale su come sono nati i trapianti, e gli orrori sopportati per giungervi, e le speculazioni che ci sono dietro, ma non è l’argomento che si vuole trattare ora).
Leiji Matsumoto ha previsto, come altri prima di lui d’altronde, l’influsso sedante della televisione sulle persone. Ha mostrato politici occupati solo a divertirsi e a pensare di essere eletti, senza preoccuparsi di fare politica, ovvero organizzare e far funzionare al meglio ogni ambito della società per un maggior numero di persone possibili. Questo è il liet motiv attuale e la fotografia fatta più di trent’anni fa da tale autore rispecchia perfettamente il nostro tempo.
La gente, conformizzandosi ai modelli proposti dal tempo, non si preoccupa più dei problemi, non si prende più responsabilità, occupata a non vivere e a seguire vicende sportive e talk show, provando emozioni attraverso gli altri e non in prima persona. Attori troppo belli sono gli unici eroi, cantavano gli 883 negli anni ’90, una canzone che indicava la caduta di valori e ideali.
Pochi, davvero pochi hanno il coraggio di essere sé stessi, di vivere veramente e prendersi responsabilità verso l’esistenza.
Di tutto questo è esempio anche una vicenda presente nella Storia Infinita di Michael Ende. Bastiano, il protagonista delle vicende del libro, incontra gli Acharai, esseri vermiformi che vivono nel buio per la vergogna di mostrare il loro corpo, timorosi di offendere la vista di chiunque li veda. Vivono nel tormento e nel dolore, piangendo in continuazione. Un’esistenza triste e dannata, capace tuttavia di creare con le lacrime versate costruzioni di bellezza straordinaria. Oltre a essere un simbolo che la vera bellezza non è quella che appare, ma quella capace di costruire (e che nella sofferenza si possono trovare risorse stupende), sono anche un emblema di quelle generazioni che con sudore e fatica hanno ottenuto uno stile di vita migliore, perché senza sacrifici e impegni non si ottiene nulla (l’opposto di quelle che sono venute dopo, che hanno sperperato e rovinato tutto). Arrivati a questo punto, i tempi sono pronti per il cambiamento.
Bastiano, impietosito dalla condizione degli Acharai, i Perpetui Piangenti, avendo il potere di dare realizzazione a ciò che desidera, decide di cambiare la loro sorte, di renderla migliore (la stessa intenzione delle generazioni sopra citate, che purtroppo si scoprirà essere un male, anche se mossa da buone intenzioni). Le creature s’addormentano e al risveglio sono diventati gli Uzzolini, i Sempre Ridenti: esseri con ali da tarma colorate, vestiti con straccetti a quadri, a righe, tutti di misura sbagliata, messi insieme a caso. Niente era al posto giusto e dappertutto c’erano toppe. Le faccette erano dipinte come quelle dei clown, con nasi tondi e rossi o becchi ridicoli e bocche esagerate (cito alcuni brani del libro).
Una felicità finta; perché se è vero che la sofferenza è qualcosa di duro, è altrettanto vero che è un sentimento sincero. Mentre spesso, come la società dimostra, la felicità è qualcosa d’effimero, d’illusorio. Ed è così che si vive: nell’illusione. Come gli Uzzolini, si porta una maschera che simula felicità: una maschera dietro cui ci si nasconde per non essere se stessi, per non mostrarsi come si è realmente.
Questa è la generazione sorta dopo quella che tanto si è data da fare per ottenere qualsiasi cosa, che ha tentato di dare il meglio per chi veniva dopo. Ma se non si conosce il valore del conquistare con le proprie forze, tutto è destinato a essere perso. Lo insegna la storia, dove i successori di chi ha fatto grandi conquiste non hanno saputo mantenere quanto ottenuto perché non hanno consapevolezza di cosa si deve affrontare e superare per arrivare a certi punti.
Nel grande come nel piccolo.
Così gli Uzzolini (la nuova generazione nata dalla vecchia) non solo non sono capaci di costruire nulla, ma non sanno nemmeno mantenere, anzi distruggono quanto con tanti sforzi è stato costruito; sguaiati e sciocchi, pensano solo a divertirsi, rovinando quanto toccano.
Così è il presente che si vive.