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Le violenze sulle donne

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In Italia, purtroppo sono tante le derive che stanno prendendo sempre più piede: razzismo, populismo, prepotenza, prevaricazione. Tutte dovute a una mentalità sbagliata, fatta di pregiudizi e ignoranza.
Una mentalità che si dimostra sempre più preoccupante quando si parla della violenza sulle donne.
E’ di qualche giorno fa il sondaggio che mostra cosa ne pensa parte della popolazione su tale questione. Le risposte avute e soprattutto le percentuali raggiunte sono allarmanti.
Per il 39,3% degli italiani una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Il 23,9% pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire. Il 15,1%, è dell’opinione che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Il 6,2% della popolazione è convinto che “le donne serie” non vengono violentate. Il 7,4% ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato o flirtato con un altro uomo; il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. Il 18% ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che un uomo controlli abitualmente il cellulare della propria moglie o compagna. L’1,9% della popolazione è convinto che non si tratti di violenza se un uomo obbliga la propria moglie o compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.
Simili risposte sono aberranti.
Molte persone hanno una mentalità distorta che fa molto preoccupare, per non dire che certi discorsi fanno accapponare la pelle. Sentire dire che una donna che porta i pantaloni non può essere violentata, mentre una che porta la gonna se la va cercando e che è proprio quella che vuole, è una cosa che fa ribrezzo, e non importa se a dirlo è un uomo, una donna, un giovane o un vecchio: è qualcosa di sbagliato sempre e comunque.
Siamo negli anni duemila ma sembra di essere indietro di secoli possedendo una simile mentalità. Le donne devono sottostare all’uomo, devono stare in casa a badare i figli, devono vestire in una certa maniera. Questa è una mentalità malata.
Le donne non sono proprietà di nessuno. Non sono oggetti. Non sono inferiori.
Eppure questi tre semplici concetti sono duri da concepire per una fetta della popolazione italiana.
La donna viene vista come appendice dell’uomo, un essere al suo servizio, un pezzo di carne che deve sollazzare l’uomo, non importa se vuole o non vuole, nient’altro che un mezzo di piacere personale. Non si tiene che prima di tutto la donna è un individuo con esigenze, sogni, aspettative.
Il corpo delle donne di Lorella ZanardoPurtroppo viviamo in una società dove le donne sono viste come una merce da esibire, da guardare, di cui godere; corpi da ammirare, da usare, come purtroppo i media mostrano da anni. Soprattutto la televisione e i social danno un messaggio sbagliato con donne che si mostrano in abiti succinti o seminudue (quando non nude) per avere un gran numero di fan (o followers, come si chiamano adesso). Un bisogno di apprezzamento per sapere di valere, di essere qualcuno; un avere bisogno di un potere che ha potere su gli altri. La donna che neccesita di essere guardata, ammirata è un messaggio sbagliato perché si ferma solo all’apparenza, al corpo. Ma una donna è molto più di questo: è un mondo di pensieri, di idee, di sentimenti che va rispettato. Ma per essere rispettato occorre prima avere rispetto per se stessi, non ci si deve vendere per far piacere gli altri, per ottenere successo. Occorre dignità, da tutte le parti. Bisogna cambiare assolutamente mentalità e perché questo avvenga occorre innanzitutto debellare l’ignoranza ed educare a essere più consapevoli di sè e degli altri.
In primis lo devono fare gli uomini, perché devono imparare a controllare i propri istinti, a capire che non possono fare tutto quello che vogliono. Occorre che imparino che le donne non sono oggetti di sua proprietà, che non debbono sentirsi superiori a loro. Devono imparare a gestire la propria rabbia e non usare le donne (ma anche i bambini) come mezzo per scarirare le proprie frustrazioni e i propri fallimenti (una violenza che non è solo fisica, ma anche verbale).
Non si devono più sentire certi ragionamenti dove le donne, dopo essere state vittime, passano anche per carnefici. “Aveva la minigonna, aveva una maglietta un po’ scollata, quindi è colpa sua se le è capitato di essere violentata.” E’ colpa sua se non ha incontrato un uomo ma una bestia che non riesce a trattenersi? E’ colpa sua se la natura le ha donato un bel corpo e il cosidetto uomo ha ben pensato di averlo per sè a tutti i costi, poco importa se con il suo gesto le rovinava per sempre la vita?
E’ tempo di finirla di scaricare la colpa sulle vittime, di prendersi le responsabilità e vedere le cose come stanno. Ignoranza, mancanza di consapevolezza, mancanza di dignità, violenza: sono tutti elementi correlati che portano solo rovina e sofferenza.
E’ tempo di vedere le donne per quello che sono realmente; non i falsi modelli imposti dalla tv, non le idee sbagliate che ci si tramanda da tempo, ma persone con diritti e dignità che vanno rispettati, sempre e comunque. Occorre rifiutare questi  esempi che vengono imposti, perché anche essi sono violenza, dato che sono uno stravolgere la natura personale. Per questo sarebbe bene cominciare a non essere più condizionati da certi copioni, come ben mostrato dal documentario realizzato da Lorella Zanardo; si suggerisce anche la lettura dell’omonimo libro, Il corpo delle donne, sempre realizzato da Lorella Zanardo per capire come funzionano certi meccanismi e cominciare a metterci un freno.

Derive nel calcio

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Lo sport, specie il calcio, ha imboccato strade che di sportivo hanno ben poco. Una di queste derive riguarda la gran quantità di soldi che circola al suo interno, partendo dagli stipendi spropositati da calciatori, allenatori e dirigenti, fino ad arrivare agli investimenti che fanno i vari sponsor sulle squadre e ai diritti tv.
Non bastasse questo, si sta vedendo da tempo come altre pericolose derive si sono insinuate in seno a esso: come si è visto, quest’anno in Italia ci sono stati cori razzisti contro Lukaku, Dalbert, Balotelli, ma non è solo il nostro paese a esserne colpito. Ci sono stati sempre contro Lukaku in Slavia Praga – Inter (fatti negati poi dalla società straniera), in Bulgaria – Inghilterra, per non parlare dei saluti militari della nazionale turca.
Questo però non riguarda solo le serie maggiori, ma anche quelle minori: non si risparmia nessuno. A Siracusa ci sono stati cori razzisti contro 11enne del Congo. Il portiere Omar Daffe dell’Agazzanese è stato espulso perché ha abbandonato il campo dopo essere stato insultato più volte in maniera razzista; in segno di solidarietà, tutti i suoi compagni sono usciti dal campo. Purtroppo, invece d’intervenire contro il razzismo, come avrebbe già dovuto fare (e non ha fatto) la terna arbitrale sul campo, il giudice sportivo ha pensato bene di applicare il regolamento, squalificando per un turno il portiere, facendo perdere a tavolino la partita alla sua squadra e infliggendogli un punto di penalizzazione in classifica; oltre al danno la beffa, anzi, un messaggio che sembra stare dalla parte di chi insulta e contro chi si ribella.
Purtoppo i fatti negatici non finiscono qui.
La giocatrice anglo-nigeriana Eni Aluko della Juventus lascia la squadra e Torino per le continue discriminazioni subite.
L’ad della Lega serie A De Siervo ha chiesto di spegnere i microfoni per non far sentire i cori razzisti allo stadio; l’ad si è poi giustificato che è stato fatto per evitare l’emulazione di tali gesti, di non trasformare in eroi chi compie gesti razzisti.
Non è negando questi fatti, non facendoli sentire, che si risolve il problema: il razzismo esiste e non è che ignorandolo lo si elimina. Fare finta in niente, lasciar correre, serve a dare più forza a quelle persone che ritengo loro diritto offendere gli altri: tanti ultras reputano che insultare gli altri faccia parte del gioco, faccia parte della libertà d’espressione e che condannare il loro modo di fare sia una repressione di un loro sacrosanto diritto. Queste persone si ritengono padroni dello stadio, di decidere anche per gli altri, come successo a Roma quando i capi ultras della Lazio decisero che le donne non potevano stare nelle prime dieci fila della curva, di condizionare le decisioni societarie (come successo nel caso Malcom allo Zenit).
Tutte queste sono derive pericolose cui ci si deve opporre, cui si deve reagire, non lasciar correre o far passare sotto silenzio o negare con teorie stravanganti (quanto fatto dalla curva nord interista).

Una risposta alle derive italiane?

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In Italia si stanno presentendo derive sempre più pericolose e la situazione non accenna a migliorare, anzi, se può sta peggiorando sempre più.
Ne è esempio  di tali derive un professore delle superiori che ha minacciato, insultandoli anche, i suoi studenti di rendere la loro vita un inferno e di renderli insufficienti nella sua materia se parteciperanno alla manifestazione delle Sardine.
Oltre a manifestare le sue preferenze (“La retorica fascistoide di Salvini e Meloni e pure di Casapound a me piacciono”), minaccia anche tutti quelli del movimento delle Sardine, asserendo di volergli dare in testa accette, falci e motoseghe. Minacce molto gravi, dato che con un’accetta in testa non ci vuole molta immaginazione a capire che si muore.
Altre minacce gravi sono quelle ricevute dalla sorella di Cucchi, con un sostenitore di Salvini che la insulta, intimando che prima o poi qualcuno le pianterà una palla (pallottola) in testa. Alla domanda fatta da Ilaria Cucchi a Salvini su cosa ne pensa si questo fatto, l’ex ministro ha risposto nuovamente che la droga fa male sempre e comunque, come aveva detto per la sentenza riguardo alla morte del fratello. Il non rispondere dell’ex-ministro può essere visto come uno svicolare per non perdere consensi dei suoi sostenitori, ma anche come un silenzio consenso a quello che essi fanno e dicono: una scelta pericolosa per qualsiasi politico, perché crea cattiva pubblicità e può far perdere consensi invece che farli guadagnare.
Inoltre fa pensare la risposta data da Salvini alla sentenza Cucchi. Che la droga sia un male non ci siano dubbi, ma il processo non era sull’uso della droga, ma sul fatto che dei carabinieri abbiano ucciso di botte Stefano Cucchi. Il “la droga fa male sempre e comunque” può avere varie interpretazioni. Uno, è stata la droga a uccidere Cucchi, non i carabinieri. Due, Cucchi era un drogato quindi si meritava di morire. In entrambi i casi si è di fronte a una dichiarazione molto grave, che cerca di distogliere l’attenzione dalla verità: a commettere un reato sono stati dei membri delle forze dell’ordine, proprio quelli che dovrebbe per prima seguire e attuare la legge.
Questi solo alcuni dei casi che sono più sotto i riflettori dell’attenzione pubblica, ma adesso in Italia c’è un clima di disprezzo, odio e violenza che cerca capri espiatori su cui scatenarsi.
Un clima a cui però ci si sta cominciando a ribellare, come sta dimostrando il movimento delle Sardine nato a Bologna. Potrà essere come accusano alcuni che sia un movimento acefalo, privo di idee, sprovvisto di un programma preciso, destinato a essere una meteora, incapace di rispondere a semplici domande. Eppure è una scossa, un segnale contro le derive di odio, di violenza che stanno dilagando nel paese, un dire basta a certi personaggi e al messaggio che stanno predicando. Ed è un segnale anche contro la politica tutta, dato che le Sardine non vogliono essere associate a nessun partito; questo vuol dire che la gente si è stancata di una politica che si occupa solo di campagne elettorali e di poltrone da ottenere, dimentica che è lei a dover essere al servizio della gente e non la gente al suo servizio. Un messaggio che vuol dire anche basta allo sfruttamento e al considerare le persone come numeri da utilizzare per l’ottenimento di potere da usare a scopo personale.

Lavoro e lavoratori

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L’Italia è un paese fondato sul lavoro.
Articolo 1 della Costituzione: L’Italia è un paese fondato sul lavoroCosì recita la Costituzione italiana nell’articolo 1 (è scritto anche che La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, ma pare che da diverso tempo di questo ci si sia dimenticato e la popolazione è in balia di chi siede su certe poltrone).
Come si sa, la forma tuttora vigente della Costituzione fu discussa a lungo. Inizialmente la parte fondata sul lavoro non venne messa perché si riteneva che non rappresentasse il carattere del nascente stato italiano; anche la successiva proposta L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori non fu messa, perché preoccupava che fosse troppo vicina al comunismo.
Fu nel 22 marzo 1947 che la formula attualmente conosciuta fu approvata dopo la proposta fatta da Fanfani; va ricordato che questa formula è solo un richiamo al principio del lavoro e non è una norma giuridica, dato che se lo fosse, lo stato sarebbe obbligato ad applicarlo nel dettaglio.
Da qui una riflessione, perché si è perso di vista qualcosa di molto importante.
Le forze politiche non fanno che parlare da anni di creare lavoro, di avere occupazione senza che questo avvenga, senza però preoccuparsi di quali siano le condizioni del lavoro: quello che per loro conta è dare lavoro, non importa come sia, quale sia, quanti soldi vengano elargiti. L’importante è lavorare: questo è il diktat.
Tutele, diritti, che sono stati persi negli anni dopo essere stati conquistati, non contano.
Il lavoro è importante, alle dovute condizioni: dà dignità, permette di costruire qualcosa, raggiungere obiettivi. Ma come sempre più spesso succede, non dà di che mangiare, elargisce umiliazioni. A questo punto, vale la pena subire tutto ciò?
La risposta che viene data è sì, se si vuole sopravvivere, accettando di tutto.
Il lavoro serve per vivere, quindi l’uomo deve sottostare a qualsiasi cosa pur di averlo.
Ma se ci si pensa un attimo, se non ci fosse l’uomo, esso non esisterebbe, dato che è una cosa che appartiene solo a lui e a nessuna altra razza esistente sulla terra. Senza l’uomo, il lavoro sarebbe niente.
E allora, che cosa è più importante? L’uomo o il lavoro?
L’uomo crea lavoro, ma il lavoro non può creare l’uomo. Il lavoro non è un dio con capacità di creazione: il lavoro è soltanto un costrutto dell’uomo che sottostà all’uomo.
Invece le varie società hanno fatto sì che il sottoposto divenisse il padrone e l’uomo non fosse altro che un servo o uno schiavo. Ma qui bisognerebbe discernere che non è il lavoro a fare tutto ciò, ma certi uomini che decidono per altri uomini: si tratta di una questione di dominio e supremazia di uomini su altri uomini. Allora ci sarebbe da chiedersi perché si permette tutto ciò, perché la maggioranza della popolazione permette a pochi della propria specie di comandare, di sopravanzare sugli altri.
Se si raggiungesse la risposta a questa domanda, forse la condizione di tanti migliorerebbe e si creerebbe un mondo migliore. Ma finché si permette a pochi di soddisfare il proprio ego e d’imporlo agli altri per quella cosa effimera che si chiama potere, le cose non potranno che peggiorare. Proprio come sta succedendo all’Ilva di Taranto.

Derive pericolose

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Da tempo si sta dicendo che in Italia ci sono derive pericolose, ma fin troppe persone fanno finta di niente o minimizzano quello che accade.
Un caso è quello di Mario Balotelli, bersaglio di cori razzisti durante Verona-Brescia, con allenatore e presidente della squadra di calcio Verona e del sindaco di Verona che negano quanto avvenuto, nonostante i video che dimostrino quanto avvenuto. Non bastasse il negare la realtà e gli ulteriori insulti del capo ultrà di Verona che asserisce che Balotelli non sarà mai italiano per il colore della pelle, ecco che parte la denuncia del sindaco che questo è un attacco all’immagine della città di Verona, cui si aggiungono i quattro consiglieri comunali che hanno fatto richiesta di denunciare Balotelli per diffamazione. Va ricordato che già a settembre, sempre a Verona, successe la stessa cosa al giocatore del Milan Kessie e anche in quel caso la società negò tutto. A margine di questa vicenda, va ricordato come Salvini, in perenne campagna elettorale, non abbia perso occasione di strumentalizzare la vicenda per i suoi fini, asserendo che dieci Balotelli non valgono un operaio dell’Ilva.
Quest’anno ci sono già stati altri cori razzisti su cui si è soprasseduto, come nel caso di Lukaku e Dalbert. Come dice Lilian Thuram, ex giocatore di Juventus e Parma, campione del mondo con la Francia, “Non bisogna accettare come una cosa naturale il razzismo e bisogna denunciare” e “il discorso razzista storicamente è portato dai politici. Perché se tu ripeti ogni giorno una cosa, dopo ci sono tante persone che pensano che sia vera.”
Ma il calcio è solo una delle tante derive che ci sono in Italia.
Una è quella degli attacchi antisemiti a Liliana Segre. Dopo che la destra ha rifiutato di votare per la commissione contro l’odio e l’antisemitismo, una parte della classe politica non ha mancato di fare la sua parte. Di nuovo protagonista Salvini, che si lamenta di ricevere costantemente minacce di morte e di non piangere per aver ricevuto un proiettile; ma anche Giorgia Meloni, che, come ha spiegato a Segre, i 98 senatori e senatrici del centro-destra si sono astenuti dal votare la commissione perché loro difendono la famiglia (e come, ha risposto la Segre, ci si domanda cosa c’entri tutto questo con la commissione contro l’odio).
Continuiamo con le derive pericolose, con il sindaco di Predappio (terra di nascita di Benito Musolini e meta ogni anno di suoi nostalgici) che ha negato il contributo del comune al viaggio ad Auschwits perché non si danno soldi a chi ha una visione solo parziale della storia e perché il Treno della Memoria è di parte. Fa pensare come si sia presa posizione in questo caso, mentre si è lasciata correre una manifestazione illegale come il corteo che ha celebrato l’anniversario della marcia su Roma che portò nel 1922 il fascismo al potere; fa pensare come si chiudano gli occhi di fronte a tanti saluti fascisti e a inni al Duce quando dovrebbero essere invece perseguiti per legge. Troppe volte ormai si sta assistendo a come la giustizia italiana assolva questi casi, come successo a Imperia, a Milano per militanti di Lealtà Azione e di Casa Pound, solo per citarne alcuni.
Si sta tornando indietro di decine di anni, come successo ad Alessandria, con un’azione che ricorda quanto accadeva a metà degli anni ’50, quando in America le persone di colore venivano trattate come appestate: una donna ha impedito a una bambina di sedersi accanto a lei perché nera. Caso analogo era successo a Trento l’anno scorso.
Per non parlare di due locali dati alle fiamme a Roma, La Pecora Elettrica, libreria antifascista, e il Baraka Bistrot, che aveva espresso solidarietà al primo.
Questi sono solo alcuni esempi di ciò che sta accadendo in Italia (per non parlare di persone aggredite per il colore della loro pelle); esempi che vengono negati, cui non si vuole far caso, ma che sono un campanello d’allarme di un clima d’odio e intolleranza che sta portando derive sempre più gravi e deliranti.

Dio ama, l’uomo uccide

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Dio ama, l'uomo uccideDio ama, l’uomo uccide è una graphic novel di Chris Claremont disegnata da Brent Anderson; realizzata nel 1982, è ancora oggi di grande attualità, anzi, lo è forse più di allora. La storia, che ha ispirato il film X-men 2, vede il famoso gruppo di mutanti alle prese con il predicatore William Striker e i suoi Purificatori; ex militare, quando scopre che il figlio nato è un mutante, lo vede come un mostro e lo uccide, facendo seguire alla moglie la stessa sorte. Trovando conforto nella religione, si vede come un prescelto per portare avanti la crociata contro questi mostri. Dopo essersi assicurato potere economico e influenza mediatica, decide di colpire gli X-men, rapendo Charles Xavier, il potente telepate a capo del gruppo, e soggiogandolo con i suoi macchinari perché usi il suo potere mentale per uccidere tutti i mutanti. Non ha fatto però i conti con Magneto, un tempo nemico del gruppo, che ora si fa alleato degli allievi di Xavier.
Dio ama, l’uomo uccide è una storia in pieno stile X-men (quello degli anni d’oro di questa testata fumettistica), ma è anche una storia che denuncia l’intolleranza, l’odio per il diverso, il traviare gli insegnamenti religiosi piegandoli ai propri scopi.
Dio ama, l’uomo uccide mostra come certi personaggi in posizione di potere utilizzano i media per influenzare le masse con i loro messaggi distorti e pericolosi, generando odi, conflitti, proprio come sta succedendo nel nostro presente. Appellandosi al giusto, si commettono grandi atrocità e bestialità con chi è diverso, che non viene visto come un essere vivente, ma come un nemico che va eliminato. Una storia vecchia come il mondo quella dell’uccidere gli altri in nome di un dio o un ideale, ma che tanto spesso viene dimenticata; proprio per questo, opere come Dio ama, l’uomo uccide andrebbero lette per non dimenticare.

Sulla libertà d'espressione

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Si dice che la nostra è una società civile, dove c’è libertà d’espressione, ma è veramente così?
Prendiamo alcuni fatti recenti.
Uno dei casi di cronaca più eclatanti è stata la professoressa sospesa dall’insegnamento perché non aveva sorvegliato sul lavoro di alcuni suoi studenti e non averlo censurato (nello specifico, gli studenti avevano paragonato il dl sicurezza di Salvini alle leggi razziali fasciste).
Diversi i casi in cui le forze dell’ordine sono intervenute per rimuovere striscioni di contestazione nei confronti di Salvini (1. 2.). Se è vero che non si può insultare nessuno, è anche vero che se non ci sono offese non c’è divieto di esporre un proprio pensiero: questo articolo spiega bene la questione.
Non riguarda l’Italia invece il caso della scrittrice Amélie Wen Zhao: ne parla Bruno Bacelli sul suo sito. Qualcuno ipotizza che sia stata una mossa di marketing, ma non fosse così, si sarebbe davanti a un precedente pericoloso, che rischia di minare la libertà d’espressione di qualsiasi autore, perché a questo punto chiunque potrebbe sentirsi autorizzato a protestare e chiedere la rimozione di qualcosa che dà fastidio. Questo sta già succedendo per esempio con alcuni film che non hanno nulla di offensivo ma che alcuni vedono come tale (in Italia in passato è successo tante volte per esempio con i cartoni animati, vedere per esempio le critiche su Sailor Moon) ed è molto preoccupante.
Purtroppo nel periodo attuale si sta andando verso un appiattimento di pensiero dove si devono dire solo cose che non danno fastidio a nessuno, evitando d’affrontare tutte le questioni spinose o che debbono essere criticate. Un’uniformità di pensiero che ricorda tanto quella di 1984 di George Orwell.

La violenza come risoluzione dei problemi

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Bolsonaro: come risolve la violenzaSapete chi é Bolsonaro? II nostro nuovo Presidente, di origine italiana, con il nonno soldato nazista. Si insedierà al governo dal 1 ° gennaio 2019.
È stato eletto con una buona maggioranza anche se circa il trenta per cento degli elettori non ha votato. Lo chiamano il MITO. Nato dal nulla, ex militare espulso, deputato da trenta anni, senza né arte né parte, improvvisamente diventa “il mito e il messia”. Come e perché? La gente é stanca della corruzione e soprattutto della violenza che é presente in ogni strada, in ogni paese o città.
Bolsonaro ha captato questo e ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. Come ha fatto Salvini in Italia con i migranti.
Come? Ammazzando quanti sarà necessario; 30 mila? Quello che sarà necessario. Ma ogni anno vengono già uccise più di 63 mila persone per lo più giovani. E abbiamo le prigioni strapiene; la violenza e il traffico e il consumo di droghe aumentano sempre di più. A Rio si ammazzano 16 esseri umani al giorno, circa 500 al mese. Se ammazzare risolvesse il problema dovremmo stare in paradiso.
“lo darò armi a ogni cittadino. Solo i banditi hanno diritto ad avere le armi?” ha dichiarato ripetutamente. La polizia potrà sparare a volontà, come il tiro al piccione, quando sospetta che il bandito sia armato. Sempre secondo Bolsonaro, questo Statuto-Eca, legge federale di protezione ai minorenni, deve essere stracciato: difende solamente i banditi. Bisogna mettere i ragazzi in carcere anche se minorenni. Ma il Brasile già è il terzo paese al mondo per numero di detenuti. Il carcere disumanizza e forma banditi a livello universitario.
Le ONG, le associazioni di difesa dei diritti umani e delle minoranze, devono sparire e non avere più appoggio dal governo: difendono delinquenti.
Bolsonaro si presenta come l’uomo nuovo della politica, contro la corruzione. Afferma che il PT (Partito Trabalista) e il governo Lula sono governi comunisti, sono i grandi nemici da abbattere. La situazione attuale del Brasile è colpa loro, anche se Lula ha lasciato il comando nel 2012.
Lula dovrà marcire in carcere si dice. Non entro in merito sull’innocenza o meno dell’ex Presidente Lula, ma è chiaro che l’élite brasiliana non tollera che un nordestino, con poca istruzione scolastica, possa tentare di dare voce, dignità e protagonismo agli schiavi di ieri e di oggi. Lula deve essere punito per questa sfrontatezza! L’élite colonizzatrice non può sopportare questo.
Bolsonaro ha diffuso e predicato l’odio in nome di Dio e della Bibbia che ha incominciato a prendere in mano, lui che forse neppure era credente. Ha ricevuto l’appoggio manifesto di molte grandi e corrotte chiese evangeliche e anche di molti cattolici perchè si é presentato come difensore dei valori morali, della famiglia, contro l’aborto e le minoranze omoaffettive. Uccidere, eliminare chi è mio avversario, odiare, sfruttare sempre più i poveri sono valori morali? In nome di Dio si é ucciso Dio che è amore. Chi lavora per il sociale, per la giustizia, per i poveri e le minoranze è comunista e sovversivo. Devo prepararmi perché da sempre lavoro tra gli esclusi! II male è la sinistra: il bene è la destra radicale.
“Deus acima de tudo e o Brasil, acima de tudo”: è il ritornello ripetuto in ogni incontro.
Lo abbiamo già sentito nella dittatura passata.
Bolsonaro si è rifiutato di partecipare a dibattiti politici con il suo oppositore. Qual è il programma di governo? Nessuno lo sa. Lo spiega un po’ in questi giorni in cui prepara il nuovo governo. Un mito non ha bisogno di spiegare. La coltellata ricevuta in piazza ne ha fatto un eroe che bisognava votare perché lo vogliono eliminare.
È eletto via rete sociali e fake news, preparate da forze occulte, ma intelligenti.
Non si parla di giustizia sociale, di educazione, di sanità, di politiche pubbliche.
Si parla di uso della forza e di fare tacere chi è sovversivo. È chiaro che dietro Bolsonaro esiste un piano internazionale di destra radicale che vuole impiantare un capitalismo selvaggio in tutto il mondo, depauperando sempre più i lavoratori derubati dei loro diritti faticosamente conquistati e delle masse povere e fare sempre più ricca quella cerchia ristretta già molto ricca.
II nuovo Presidente si è messo subito in collegamento con Trump e con tutti i governi di destra inclusa l’Italia di Salvini che si è congratulato con lui e ha gioito per la sua vittoria.

Dalla strada alla vita, Anno XVII – numero 58 -Dicembre 2018. pag. 4,5,6.

L’articolo scritto da Padre Renato parla della situazione attuale in Brasile. L’Italia ha una situazione differente, ma fino a un certo punto: ci sono degli elementi in comune, dei modi di pensare che sono gli stessi. Su questo ci sarebbe da riflettere.

Di razzismo e violenza

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Dal 26 dicembre 2018, dopo i fatti di Inter-Napoli, non si fa altro (tra le tante cose che causano discussioni e conflitti in Italia) che parlare di razzismo e violenza. Il fatto che ha fatto più scalpore, e che ha visto in tanti schierarsi e scandalizzarsi, sono stati i cori razzisti contro il giocatore del Napoli, Koulibaly. Mentre meno risalto è stato dato alla morte di un tifoso interista durante gli scontri avvenuti prima della partita.
Scontri fuori dallo stadio di Inter-Napoli, partita divenuta nota per i casi di razzismo e violenzaEntrambe le cose sono questioni che vanno avanti da anni e a cui non si è voluto porre rimedio: nessuno ha cercato di cambiare le cose, ma tanti a scandalizzarsi, criminalizzare, pontificare. Gli insulti contro gli avversari, i pesanti sfottò, sono stati considerati come una parte del gioco, come qualcosa di normale. Anche gli scontri tra tifoserie sono state considerate come parte dello show; uno show che qualunque cosa succedesse doveva andare avanti, perché, si diceva, non ci si può inchinare a pochi violenti. In realtà, lo si è fatto andare avanti perché nel calcio circolano ingenti quantità di denaro, un business gigantesco e mostruoso. Sì, mostruoso, perché spesso è raccapricciante sentir parlare di cifre che girano attorno a un singolo individuo quando tanti individui non hanno un lavoro o se ce l’hanno è sottopagato e per lavorare devono accettare di tutto; è mostruoso veder morire delle persone per quello che dovrebbe essere solo divertimento, invece è fonte di odio e parole.
Tanti a fare proclami e bei discorsi, ma non servono più belle parole, ma fatti, perché si è in ritardo di anni su questioni che dovevano essere risolte ormai da tanto tempo.
I fatti però possono esserci se si cambia mentalità e se si applica sempre lo stesso metro di giudizio.
L’Inter è stata punita, il sindaco di Milano si è scusato a nome di tutti per i cori contro il giocatore del Napoli. Una cosa giusta.
Allora perché anche Napoli non si è scusata per la morte del tifoso interista?
Il razzismo è un reato, ma uccidere una persona lo è altrettanto e forse è una cosa anche più grave. Tanti a dire “se l’è cercata”, “è quello che si meritava”: se ha assaltato e attaccato altre persone, il tifoso deceduto doveva essere arrestato e condannato per quello che ha fatto, se così fosse risultato dalle indagini. Ma la morte è una punizione troppo alta per quanto fatto: ci vuole giustizia, non vendetta.
Se si è colpito l’Inter per colpa di alcuni suoi tifosi, però si devono colpire anche altre squadre per lo stesso motivo. Juventus (striscioni sulla morte del Grande Torino). Torino (striscioni sulla tragedia dell’Heysel). Fiorentina (striscioni sulla morte di Scirea). Solo per dirne alcune, perché tanti sono i casi del genere. Se si vuole porre un freno a tutto ciò, occorre dire no a qualsiasi forma, sia fisica, sia verbale, e non solo sul razzismo: allo stadio si va per incitare la propria squadra, non insultare gli altri.
Si cominci a essere giusti e applicare le regole a tutti: allora forse si farà un passo avanti. Ma non basterà finché non cambierà la testa delle persone e per farlo occorre partire da chi è sempre sotto i riflettori, vedasi politici, perché non si può difendere (giustamente) una persona di colore perché è calciatore e poi dare addosso ad altri perché sono migranti. E’ vero, sono questioni molto complicate, ma il clima d’odio, d’insoddisfazione, che tanto è presente nel nostro paese, ha bisogno di valvole di sfogo, qualcuno su cui incanalarle e questo è sbagliato. La storia ha insegnato come in periodi come quello in cui si sta vivendo che è facile scaricare su alcuni i propri sentimenti d’insoddisfazione e che non porta a nulla di buono. O si sviluppa un’educazione e un modo di pensare e vivere diverso o saremo sempre allo stesso punto.