La riflessione è partita dopo aver visto questo video (e averlo commentato), anche se già in altre occasioni avevo discusso della cosa. Partiamo subito da una premessa: l’incapacità di amare o di prendersi responsabilità nel creare un rapporto stabile con un’altra persona non penso dipenda solamente dalle mancanze dei giovani. Anzi, penso che la questione non riguardi solamente loro, ma che ormai sia una faccenda inerente l’intera società; è complesso trattare in breve la situazione, tuttavia ci sono degli elementi che possono aiutare a comprenderla un poco di più.
Sicuramente le esperienze personali possono influire nel non volersi impegnare in relazioni serie: la paura di soffrire, l’andare incontro a una nuova delusione, possono frenare o addirittura bloccare una persona, facendola arrivare a pensare che l’amore non esiste oppure non è qualcosa riservata a lei. Questo però non può riguardare la totalità dei casi: non tutti possono avere avuto esperienze così negative da far perdere fiducia negli altri e nei rapporti di coppia. Non si può però non notare che ci sono sempre più casi in cui non ci si vuole impegnare e questo può dipendere dall’assenza di responsabilità, di volersi prendere degli impegni. Un’assenza dovuta a un’educazione e una cultura mancanti; in tutto ciò, rispetto a generazioni passate, i media hanno avuto una forte influenza e un forte condizionamento sulle persone, dando modelli e messaggi non proprio edificanti ed educativi: film, serie tv, social, reality ma anche un certo tipo di politici che hanno fatto passare il disimpegno, la mancanza di valori, l’oggettivazione della persona, l’apparire e il fare quello che si vuole se si hanno soldi e potere come modelli di vita da seguire e attuare. Per molto tempo si è sottovalutato il potere del condizionamento che hanno avuto e hanno i media e adesso si sta cominciando a capire quanto dannoso possa essere stato.
Il condizionamento dei comportamenti però non è sufficiente per spiegare questo non volersi impegnare in relazioni serie dei giovani (e non solo loro): sempre certi politici, facendo leggi a proprio favore, hanno rovinato il mondo del lavoro, rendendolo sempre più precario, il che ha portato a una maggiore incertezza per il futuro, quando non si parla di mancanza di futuro: private di prospettive, le persone non fanno progetti a lunga scadenza, ma si concentrano sulla sopravvivenza e sul presente, vivendo il momento in cui sono e cercando di trarne le maggiori soddisfazioni permesse. Brutto da dire, ma senza basi solide, ovvero senza soldi, diventa molto difficile poter progettare qualcosa e questo include anche relazioni stabili che portano al formare una famiglia. I problemi ci sono sempre stati, solamente che in passato si avevano meno difficoltà anche se le cose non erano facili: al giorno d’oggi diventa difficile pensare che una famiglia possa essere mantenuta solo da una persona avente come impiego quello di operaio o impiegato. Pagare affitto o mutuo, bollette, assicurazioni, è difficile, ancora di più se non si ha un lavoro stabile; e le difficoltà aumentano se si pensa di avere un figlio, che ha costi non da poco: vestiario, alimentazione, scuole, sempre che non sopraggiungano spese mediche. Tutto questo porta i giovani (ma non solo loro) a pensarci bene prima di fare certi passi. Si parla d’incapacità d’amare, e si può dire che in parte è anche così per via di un’educazione che ha saputo dare cose materiali ma non valori (soprattutto non ha saputo dare valore alla vita), ma si deve anche parlare di paura per un futuro che non dà rassicurazioni e certezze. Forse non ce ne sono state in nessun tempo, ma questo, ancor più di altri, non sembra dare prospettive e senza di esse non ci si muove o ci si impegna.
C’è infine un altro fattore da tenere presente: anche se connessi alla rete, anche se si è social, si deve fare i conti con una solitudine dilagante, e non importa se si è sempre in mezzo alla gente, se si hanno contatti con tante persone, perché manca la comunicazione (e con comunicazione non si tratta di parlare del più e del meno, di chattare, ma qualcosa di più serio, profondo, strutturato). Potrà sembrare essere poco pertinente al discorso che si sta facendo, ma trovo interessante il discorso che fa Igor Sibaldi tra il minuto 29 e 55 e il minuto 36 e 48: qui si parla di liberalizzazione sessuale, ma è importante il discorso che viene fatto al riguardo, perché tale elemento, secondo quanto riporta Igor (ma non è il solo a dirlo), ha portato ad allontanare le persone da legami stabili (amori ma anche amicizie), a essere sempre più sole e pertanto a essere più sotto il potere e il controllo di grossi enti come a esempio lo stato. Senza contare i danni che la pornografia ha fatto sui giovani (ma di nuovo, non solo a loro) a più livelli.
In conclusione, dire che è solo colpa dei giovani se non sono capaci di amare e d’impegnarsi, non solo non è giusto, ma è limitativo; certo, anche loro hanno di che guardarsi e analizzarsi (il dire “tutto il futuro dipende dai giovani”, “i giovani sono la nostra unica sepranza per il futuro” e altre frasi simili oltre a essere una presa in giro (il futuro dipende da tutti, non solo da alcuni) sono un modo per sfruttare i giovani e nient’altro), ma una responsabilità per niente ignorabile va alla società e al sistema vigente perché non premia l’impegno: se una persona fa sacrifici, spende tempo ed energie per raggiungere traguardi, è giusto che venga ricompensata, che ottenga ciò per cui si è impegnata. Se questo non avviene, se gli sforzi non sono ripagati, se si fa tanto per ottenere poco o nulla, è logico che alla lunga le persone smettono di darsi da fare. Chi dà il massimo di sè per un lavoro sottopagato e della durata di poche settimane, sapendo che il suo contratto non verrà rinnovato? Chi s’impegnerà a ottenere conoscenze e professionalità sapendo che tanto non otterrà mai dei buoni posti di lavoro perché essi sono riservati a raccomandati? Dinanzi a ciò, senza prospettive salde per il futuro, è logico che in pochi si arrischieranno a cercare di creare qualcosa che duri nel tempo, badando per lo più a cercare di sbarcare il lunario e a navigare a vista e a sopravvivere; con simili basi è logico che le relazioni personali sono le prime a risentirne. E a queste cose dovrebbe pensare in primis chi ha voluto questo sistema e chi avrebbe dovuto educare i giovani e invece non l’ha fatto.
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Una riflessione da L’inizio della Caduta: Delirio d’onnipotenza
Era il 2008 quando realizzai la prima stesura di Non Siete Intoccabili, scritta subito dopo Strade Nascoste. L’intenzione allora era di proseguire con la narrazione delle Storie di Asklivion; dieci capitoli erano stati scritti quando sorse l’idea per una storia staccata da quel mondo, ambientata nel nostro che parlasse del mondo del lavoro, delle sue ingiustizie, del mobbing, delle morti bianche. Un’idea che premeva con forza per prendere vita e che non mi permetteva di continuare con le vicende di Asklivion e dei suoi personaggi: così è nato Non Siete Intoccabili.
In quest’opera ho voluto sperimentare, cambiare stile e approccio, cercando di realizzare qualcosa che estremizzava i comportamenti, i dialoghi, rendendolo eccessivo, sopra le righe, alle volte grottesco. Non rinnego quanto ho fatto perché mi è servito a capire qual è la strada che è più adatta a quanto voglio narrare, a come voglio porre storia e personaggi, a quali sono gli errori da evitare. Non Siete Intoccabili ha delle idee e degli spunti validi e sono state mantenute, ma sviluppate diversamente: per questo delle parti sono state tenute e usate per realizzare una storia che partendo da esso è stata modificata per andare a completare il quadro che è andato formandosi con la realizzazione di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone. Si tratta di una narrazione con forti elementi fantastici e paranormali, ma che è fortemente ancorata nella realtà. Anche se in Italia il fantastico è sottovalutato, esso è un forte mezzo, pregno di simbolismo, per affrontare la realtà e soprattutto i suoi lati oscuri: in questo Stephen King è un maestro, con le sue opere fantastiche che mostrano spicchi densi di realtà e dei suoi problemi, della sua follia.
Era il 2008, ma sembra di narrare i fatti di cronaca odierna. Non si tratta di essere stato profetico, ma se si osserva la realtà, il contesto storico, e soprattutto avendo studiato un poco la storia, si può vedere dove si vuole andare a parare. Quindi non sorprendono certe affermazioni fatte da Renzi contro i sindacati (Non lasceremo la cultura ostaggio di questi sindacalisti contro l’Italia) e da Squinzi (che vuole il dimezzamento degli stipendi dei lavoratori), dato che sono anni che governi e imprenditori cercano di togliere diritti ai lavoratori, rendere le loro condizioni peggiori e sfruttarli il più possibile. Più spesso di quanto si creda, realtà e fantastico non sono poi tanto lontani tra loro.
L’ottimismo
L’ottimismo è il profumo della vita, diceva Tonino Guerra in un famoso spot pubblicitario qualche anno fa.
C’è una parte di realtà in queste parole, perché l’ottimismo può aiutare ad andare avanti, può essere quel guizzo in più che permette di affrontare le difficoltà e gli ostacoli, perché se in un’iniziativa si parte con una visione di sconfitta, questa non è destinata a finire bene se si continua con uno spirito negativo volto al fallimento.
Ma l’ottimismo non deve essere traviato, non deve diventare un modo per non vedere la realtà, per stravolgerla, come purtroppo invece nel nostro paese si fa. Berlusconi e Renzi (uno è la copia dell’altro) ne hanno fatto il loro grido di battaglia, facendo credere cose non vere, mascherando la realtà, cercando di far vedere quello che non è. I risultati di questo falso e travisante ottimismo si sono visti, con una situazione che è andata peggiorando, anche se si è voluto far credere diversamente (vedere i dati non veritieri sull’occupazione) per tirare acqua al proprio mulino, per far vedere che si sta facendo un buon lavoro. Tanto ottimismo, ma il mondo del lavoro (solo per citarne uno) non è migliorato, tutt’altro: sono state fatte regole sempre più dalla parte degli imprenditori, i lavoratori hanno meno diritti, sempre meno tutelati e sempre più sfruttati dal sistema che vuole guadagnare e accumulare in modo crescente. L’uomo non è più individuo ma oggetto, usato finché è utile e poi gettato via come spazzatura. Proprio questa voluta mancanza di attenzione verso il lavoratore ha fatto peggiorare la sua condizione e, alla faccia di tanto decantato ottimismo, si continua a morire per colpa del lavoro. Con il lavoro si crea ricchezza, ma, nello stesso tempo, uno rischia di morire a causa di esso. E chi muore è sempre il lavoratore che mette a repentaglio la sua vita per sopravvivere. I diritti conquistati sono stati perduti e calpestati. E le morti bianche continuano a essere una costante che cresce: ogni giorno si sentono notizie di persone che perdono la vita lavorando.
Di chi è la colpa di tutto ciò? Del mercato privo di soggettività e del guadagno esasperato che non guarda la condizione dei lavoratori in fabbrica: manutenzione e sicurezza costano, facendo abbassare i profitti, motivo per cui è meglio lasciarli perdere. Una buona percentuale dei lavoratori la mattina si alza e va a rischiare la propria vita, spesso per salari bassissimi, o lavorando “in nero”, dove mancano le condizioni di sicurezza; lavorano e muoiono per uno stipendio che non fa arrivare alla fine del mese.
Ma la colpa è anche delle persone che permettono che questo sistema vada avanti, che si adeguano a esso, che non fanno nulla per ribellarsi e contrastarlo, che se ne fregano di quanto accade, continuando ad andare avanti per inerzia, servili, senza diventare consapevoli che sono padroni del proprio destino. Verso questa realtà non c’è solo il disinteresse delle istituzioni, ma i lavoratori stessi se ne disinteressano, come se vivere male o morire non faccia alcuna differenza.
Ecco a cosa ha portato il tanto strombazzato ottimismo.
Quello del lavoro è uno dei tanti casi di come l’ottimismo ha portato negatività, ma ce ne sono altri, per esempio quello che riguarda il fantasy.
Quando c’è stato il suo boom qualche anno fa e si pubblicava di tutto senza avere conoscenza, preparazione, organizzazione (e se si era oggettivi si vedeva la mediocrità in atto), tanti proclamavano l’inizio di una nuova era per il fantasy, che ci sarebbe stato il riscatto di un genere sottovalutato e disprezzato, che sarebbe stato l’inizio di qualcosa di grande. Non ci si preoccupava che ai giovani lettori venisse propinata roba di scarsa o inesistente qualità, che avessero un esempio del fantasy negativo, asserendo che purché lo leggessero era tutto ok, che andava bene perché poi crescendo avrebbero letto i libri del genere che erano davvero validi, che era il trampolino di lancio per la sua diffusione. Ciechi guide di ciechi, che non hanno capito, che non hanno voluto vedere il madornale errore che si stava commettendo: si è dimostrata la fine del genere, almeno in Italia. Il mercato è stato bruciato, la fiducia dei lettori è stata persa, gli editori ora vedono il fantasy come la peste, un qualcosa su cui più non puntare.
C’era tanto ottimismo, ma questo ha permesso solo di non vedere (o non voler vedere) la realtà: chi ha cercato di farla vedere, di mostrare le cose che non andavano non è stato preso in considerazione o è stato criticato, tacciato di voler dare addosso all’editoria che stava ottenendo un buon risultato, dando lustro al fantasy (invece gli gettava solo fango addosso). Incapacità di vedere, disonestà, essere di parte con interessi da difendere, ignoranza, ma anche mancanza di oggettività, presenzialismo, protagonismo, hanno portato alla situazione che ora ben si conosce. Il tanto decantato ottimismo, che sarebbe meglio chiamare con il suo vero nome, illusione, è servito solo a far danno.
E continua a farlo.
La fabbrica dei suicidi
Avevo detto che sarei tornato alle origini, parlando di scrittura e come si crea un mondo fantastico, con la storia che si evolve in esso, i personaggi che vivono nelle sue terre, con credenze, miti, leggende: è un piacere parlare di certe cose.
Ma non si può non dare ascolto alla coscienza quando questa richiede attenzione: troppi fanno silenzio e rimangono nel mutismo.
Posto un articolo che m’è capitato sotto mano solo adesso, ma è di qualche mese fa, pubblicato su Gente.
«Conosco la Foxconn, non sfrutta i lavoratori. È una fabbrica, certo, ma è un bel posto, con ristoranti, cinema, piscine e un ospedale interno». Ha fatto scalpore la dichiarazione rilasciata da Steve Jobs, proprietario della Apple. Già, perché la Foxconn, azienda cinese specializzata nella produzione di componenti tecnologici, è da tempo al centro di una sconcertante vicenda: negli ultimi mesi, e a distanza ravvicinata, 11 dei suoi operai si sono tolti la vita.
Nei suoi stabilimenti di Longhua, vicino Shenzhen, le condizioni di lavoro sarebbero infatti proibitive: i dipendenti hanno turni di 12 ore consecutive, non possono parlarsi fra loro, sono soggetti a rimproveri pubblici da parte dei superiori e hanno uno stipendio da fame, 90 yuan al mese, circa 90 euro. Cosa c’entra Steve Jobs? Semplice, alla Foxconn si producono l’iPad e l’iPhone. E si sospetta che i turni più massacranti siano dovuti all’esigenza di star dietro alla grande richiesta sul mercato mondiale dei due prodotti di punta della Apple. A rendere ancora più inquietante la vicenda c’è poi l’incredibile provvedimento preso da Terry Gou, il presidente dell’azienda cinese, che impone un impegno scritto da parte degli operai a non suicidarsi.
«Siamo dispiaciutidi quando è accaduto. Per evitare altri casi drammatici d’ora in poi i lavoratori dovranno promettere formalmente di non farsi del male e di recarsi subito da uno psichiatra qualora soffrissero di problemi mentali», ha dichiarato l’alto dirigente. Resta un dubbio: chi dovrebbe andare a farsi vedere da un medico?
Marco Pagani
La notizia si trova anche in rete: Rainews24 , dallarete.blog.rainews24 , PSICOTERAPEUTICO.COM.
Il caso della Foxcomm non è l’unico: c’è anche quello della France Telecom . Il posto di lavoro diventa una prigione, in senso letterale; non basterebbe cambiare il modo di trattare il personale, invece di fare palazzi anti-suicidi?
Se si credeva che certe storie inventate fossero esagerate, allora non si conosce bene la realtà in cui si vive. Non occore inventare nulla: basta solo osservare. Non sono certi libri a essere dell’orrore: è la vita alle volte a essere il vero orrore.
Non Siete Intoccabili
Lo stile di vita e la vita che sono proposti e che con tanti sforzi si vogliono inculcare nelle persone è similare alla linea di pensiero che guida Candido di Voltaire. Ma questo non è il mondo migliore in cui si può vivere. E con mondo non intendo il bellissimo, e tanto angariato e rovinato, pianeta in cui viviamo, bensì il sistema di modi di fare e pensare creato dalla cosiddetta civiltà, che tanti credono l’apice dello sviluppo umano e che tanti hanno contribuito a far crescere.
Questo sistema è sbagliato e va giudicato. Una nuova mentalità deve sorgere e spazzare via la vecchia, ormai cosa morta e causa di morte e rovina.
Su queste fondamenta si basa Non Siete Intoccabili, un romanzo che ho scritto tra gennaio 2008 e febbraio 2009. Non mi piace utilizzare etichette per definire le cose, ma alle volte si rendono necessarie per far comprendere ciò che si ha davanti; possono essere un aiuto, purché non ci si attacchi troppo perché ogni parte della vita (opere d’arte, libri, persone, natura) è molto più di quanto appare e si cerca di classificare.
Non Siete Intoccabili è sia un thriller, sia un horror, ma soprattutto è di carattere sociale, affronta lati e problematiche della società attuale, specialmente del mondo del lavoro: situazione economica, mobbing, morti bianchi. Non solo: è un’osservazione dello stato in cui devono vivere le persone in questa società. Uno stato che non appartiene solo a tale sistema, ma che è un ripetersi di passaggi e meccanismi già incontrati nella storia: è già successo nel periodo precedente la rivoluzione francese, con quella che si poteva definire la classe dirigente che si faceva sempre più ricca e il popolo sempre più povero, chiusa in se stessa e incentrata a guardare solo al proprio tornaconto. Un atteggiamento che alla fine ha condotto a una rottura e a una reazione sintomatica. E’ successo allora e può succedere anche adesso: i segnali, a saperli vedere, ci sono già.
Questo è quanto vuole essere il libro, è così che è diventato scrivendo, non certo come è stato progettato. Anzi non è stato progettato affatto: è sorto senza essere ricercato, ma lo ha fatto con insistenza e con insistenza ha reclamato che la storia venisse scritta, non dando tregua finché questo non è avvenuto. Difficile spiegare: è stata una forza che si è imposta, che ha reclamato spazio. Una forza che potrei definire oscura, perché sorta dalle profondità e che finché non è giunta al suo compimento non è stata chiara; come un viaggio attraverso l’oscurità.
Dico questo perché non sono partito con i presupposti di scrivere un libro del genere, né credevo di ritrovarmi ad affrontare tematiche simili dato che come scrittore nasco nel fantastico (ma questa è una storia di cui si parlerà un’altra volta); allora non comprendevo appieno il processo in cui mi ero avviato. Ora credo di aver raggiunto una consapevolezza che mi permetta di capire quella forza che mi spinto in questa direzione.
“Gli artisti usano le menzogne per dire la verità. Io ho creato una menzogna, ma grazie al fatto di averci creduto hai scoperto una verità su te stessa.” E’ una frase di V per Vendetta. Non Siete Intoccabili è una storia inventata, ma allo stesso tempo reale perché attraverso la finzione mostra verità dell’esistenza e dell’uomo; lo scrivere, così come il leggere, non è solo intrattenimento, ma anche fonte per comprendere meglio la realtà e per giudicarla, quando c’è qualcosa di sbagliato.
Così questo libro può essere considerato anche di denuncia.
Ora che ho cercato di rendere l’idea del romanzo, spiego ciò che mi ha spinto a pubblicarlo sul sito con licenza CC. Come ogni persona che scrive, oltre e innanzitutto per il piacere di creare mondi e storie, il fine è quello di arrivare alla pubblicazione (non a pagamento, verso la quale sono sempre stato contrario, perché è solo sfruttamento: l’impegno e il piacere di scrivere non possono essere svenduti solo per apparire e poter dire d’aver pubblicato), per poter essere letto da quante più persone possibili; come tanti ho inviato lettere di presentazione e sinossi alle case editrici.
C’è stata una cosa che mi ha fatto pensare: Non Siete Intaccabili non è il primo libro che scrivo e che sottopongo a valutazione, ma è stato quello che non ha ricevuto nessun tipo di risposta: le altre opere hanno ottenuto esiti negativi e positivi, in diversi casi sono stati e sono in lettura e valutazione. Questo no, se si esclude la partecipazione a un concorso thriller: qualunque opera rispondesse a tale requisito era accettata. Ma non ho avuto nessun riscontro, se non sapere che non è arrivato a premiazione.
Tolto questo caso, è stato il nulla. Perché? Non ho effettuato invii random, ma ho selezionato gli editori cercando di trovare corrispondenze tra le collane che producono e la mia opera; non posso dire perché l’opera è scritta male, dato che non è mai stata letta.
Penso invece che sia stata l’idea a non farlo prendere in considerazione, perché viviamo in un periodo, e con un sistema, dove non si vuole parlare di certe cose, dove certe classi e figure non debbano venire toccate. Il sistema economico creato vuol venir fatto passare per perfetto, nonostante i riscontri che si hanno ogni giorno; le figure che lo dominano si considerano creatori di benessere, quando invece sono una delle cause dei mali di questa società (la vera imprenditoria, che è investire, fare ricerca e creare cose nuove è una minoranza: la maggioranza è sfruttamento e pensare ad arricchirsi sulle spalle altrui).
Questa è una motivazione, ma non è la sola. C’è stata un’altra spinta, molto più forte a farmi andare nelle direzione delle licenze CC e nella pubblicazione libera sulla rete: la piega sempre più pericolosa presa dal mondo del lavoro, dove si cerca togliere diritti ai lavoratori, sacrificarli in nome della produttività e del tornaconto degli industriali. Il caso più in vista è quello della Fiat e di Marchionne, con il referendum a Pomigliano, ma ce ne sono tanti: ogni giorno si sentono e si vedono attacchi di questo genere, nelle grandi e nelle piccole imprese.
Non mi piace lamentarmi, dato che non serve a nulla, preferisco darmi da fare, cercare di dare un contributo, di dare consapevolezza su una realtà che non vuole essere vista; voglio fare la mia parte. Sarà presunzione e illusione la mia, non so se servirà, ma non voglio restare con le mani in mano, perché chi non fa niente per opporsi a ciò che è sbagliato si rende responsabile alla stessa maniera di chi perpetra l’errore: il lasciar correre non porta mai a niente di buono. E ho la sensazione che questo sia il momento per opporsi a un sistema sbagliato, per ribellarsi e fermarlo.
Ripeto, il tentativo che faccio potrà essere pretestuoso, presuntuoso e illusorio, ma voglio e spero di dare una mano con questa iniziativa, anche se altri più in vista e con maggior capacità d’ascolto fanno già qualcosa (v. Zygmunt Bauman al Festival del Diritto 2010).
E a proposito di dare una mano, se non ne avessi avuta una, probabilmente ora non sarei a questo punto o ci sarei arrivato con in futuro. Conoscevo le licenze CC, ma non avevo mai preso seriamente in considerazione questa eventualità; il cambiamento è avvenuto attraverso il confronto con una persona. Ringrazio Andrea “Negróre” D’Angelo per questo e per il supporto tecnico e non che mi ha dato: non è facile trovare aiuto, specie in certi frangenti; questo a dimostrazione che il mondo non è fatto solo di ombre, ma anche di luci. Grazie Andrea 🙂
Ho scritto tanto, parlando forse troppo, perché l’autore deve restare nell’ombra e lasciare spazio all’opera che ha realizzato, perché è lei la protagonista, lei la portatrice del messaggio: è attraverso di lei che dialoga con le persone. Vi lascio con un estratto del libro, augurando bona lettura e ringraziando quanti vorranno leggerlo. (è possibile scaricarlo dalla sezione download). La tempesta inizia
«Cosa si prova quando il proprio mondo va in frantumi?» Si ritrovò a chiedere, dando voce al pensiero ancor prima che si fosse formato completamente. «Ho provato a riflettere, ma è accaduto tutto così in fretta che riesco a trovare solo vuoto. Non so cosa pensare. Non ho risposte, non so dove cercarle.»
«Si muore. E poi si rinasce. Solo che non si è più se stessi.» Mormorò Mark spegnendo una luce e lasciando accesa solamente l’abat-jour.
«Come si fa a morire e a rimanere in vita?» Masha si sollevò su un braccio guardandolo perplessa.
«Significa che una parte di te muore. Si perdono le proprie illusioni, tutte le falsità che si credevano vere nella propria vita. Ti vengono strappate via, lasciandoti solamente un guscio in un deserto sconfinato, senza direzione, senza identità: non sai più nemmeno chi sei. E allora, o ti perdi per sempre e sei un derelitto, un peso per te e per gli altri, o scocca quella scintilla particolare dalla quale ricomincia una nuova vita, una nuova esistenza. E tutto cambia: scopri cose che non credevi possibili, azioni e pensieri che pensavi non potessero mai appartenerti. E’ un percorso nuovo, sconosciuto. E si è soli. Maledettamente soli.»
