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Perché Goldrake U non funziona.

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Goldrake UGoldrake U è uno dei tanti reboot realizzati in questi ultimi tempi; più che un’azione nostalgica (anche se non manca), pare essere stata un’operazione commerciale nata dalla proposta di una casa di produzione saudita, che ha commissionato e prodotto la serie attraverso le giapponesi Dynamic Planning, detentrici dei diritti, e dello studio Gaina, che si è occupato della realizzazione vera e propria (1); se sia stato un successo o meno dal lato economico, non ho i dati per dirlo.
Quello che posso dire è che questo Goldrake U non è proprio il massimo, né sotto l’aspetto grafico, né sotto l’aspetto di personaggi e trama; nel mio caso non si può dire che si tratta di un giudizio negativo condizionato dal ricordo della storica serie, perché mi ricordo davvero pochissimo di essa: ho in mente alcune scene, ma pochissimo altro, al punto che per fare un confronto e vedere le differenze col reboot sono dovuto andare a leggere su Wikipedia la storia della prima serie (no, non avevo voglia di vedere l’originale con le sue settanta e passa puntate dove il copione era quasi sempre quello: arriva il mostro settimanale, quasi sempre uno per volta, Goldrake lo affronta e dopo una breve difficoltà lo sconfigge). Quindi non si può dire che il giudizio è dovuto alla memoria che avevo riguardo questo cartone animato (quindi niente mitizzazioni o che altro), ma è dovuto semplicemente al fatto che Goldrake U non è scritto bene; di positivo è che la trama non è dispersiva, è concentrata in poche puntate (tredici), forse troppo concentrata: magari qualche puntata in più sarebbe servita per sviluppare meglio certi aspetti. Altra cosa positiva, ma questo non dipende dall’anime, è che la Rai dopo tanti anni ripropone una serie anime su uno dei suoi canali (se non ricordo male, l’ultima serie proposta in prima serata fu L’attaccato dei giganti su Rai4 nel 2015/16; mi sembra che sempre in quell’anno sia stato trasmesso anche Fairy Tail, ma non era in prima serata).
Per il resto, dopo le prime puntate che riescono anche a prendere lo spettatore, il destino del pianeta Terra passa in secondo piano per far diventare la serie un romantic drama tra il principe Duke (Actarus) e la principessa Rubina e sua sorella Teronna.
Che altro menzionare?
La rivalità e l’invidia che Cazador Zeola Whiter ha nei confronti di Actarus, al punto da uccidere i genitori di Duke e far ricadere su di lui la colpa, facendolo passare per traditore; il tutto per essere riconosciuto come migliore e poter guidare Goldrake. Personaggio che dopo essere stato alleato per un po’ con i terrestri, avendogli paventato la possibilità di pilotare Goldrake, sparisce senza lascaire traccia.
L’upgrade di Mazinga che diventa quasi forte come Goldrake (in Giappone non era stata digerito molto bene che Alcor fosse la spalla di Actarus e quindi in questa nuova serie gli è stato dato un ruolo più importante).
Goldrake più che un robot sembra una divinità (e in effetti, in alcuni casi ci si riferisce a lui così) e, a parte qualche momento di difficoltà, non subisce danni. Su certi aspetti ricorda l’Eva di Neon Genesis Evangelion, reagendo allo stato emotivo del pilota e andando in berserk.
Perché, nonostante qualche buona cosa, Goldrake U, nonostante alcune cose positive, non funziona?
Un po’ perché il tempo in cui i robottoni affascinavano è passato e le nuove generazioni guardano altro (e ci si domanda quanti giovani l’abbiano visto, dato che preferiscono affidarsi alla rete). Un po’ perché non ci sono innovazioni. Ma soprattutto per la piattezza della trama (che ha un sussulto solo in un punto nelle ultime puntate) e dei personaggi, specie in Actarus, lontanissimo dalla sua prima versione, che ricalca da una parte il personaggio ultra buono e disponibile verso tutti, anche i nemici, dall’altra ricorda il complessato Shinji Ikari di Neon Genesis Evangelion. Se in più ci si mette che il finale è aperto e fa capire che la storia ha ancora degli aspetti da sviluppare, e che non c’è mai pathos, mai la sensazione di minaccia e pericolo per i protagonisti, si capisce perché non si può essere soddisfatti da questa serie.
Goldarke U è un prodotto penasato per adolescenti e i loro problemi amorosi, che non può soddisfare gli spettatori della prima ora e neppure gli spettatori più giovani, dato che ci sono prodotti migliori su questo tema; non funziona neppure come anime sui robot perché anche qui ci sono prodotti migliori, basti pensare a Neon Genesis Evangelion (se si esclude il finale), Fortezza Superdimensionale Macros, la prima serie di Gundam (la migliore a mio avviso) e Sfondamento dei cieli Gurren Lagann.
Peccato, si poteva fare molto meglio.

1.https://movieplayer.it/articoli/goldrake-u-finale-cronaca-fenomeno-mancato_34567/

The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes

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The Tunnel to Summer, the Exit of GoodbyesThe Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes è la storia di due adolescenti, Tono Kaoru e Hanashiro Anzu, che s’incontrano in un giorno di pioggia alla fermata del treno; non avendo l’ombrello, il ragazzo dà alla ragazza l’ombrello perché vede che lei è senza e tiene ben stretta una borsa per non farla bagnare, segno che per lei è importante.
Come scopriranno poco dopo, sono nella stessa classe a scuola; Hanashiro praticamente non lega con gli altri compagni (anzi, ci litiga e viene pure alle mani), tranne con Tono, con cui sembra essere entrata subito in sintonia, forse perché hanno entrambi problemi con i genitori: lei vive da sola perché i suoi l’hanno mandata lontano da casa perché vuole seguire le orme del nonno mangaka (che hanno sempre considerato un peso e un fallito), lui vive con un padre alcolizzato dopo che la madre se n’è andata causa la scomparsa della sorella minore. La morte della sorellina ha segnato profondamente Tono, cambiandone il carattere e lasciando in lui una profonda ferita; è convinto che se la sorella non se ne fosse andata, la famiglia non si sarebbe sfasciata.
Le cose sembra che possano cambiare quando una sera, scappando di casa dopo che il padre ubriaco l’ha aggredito, Tono finisce per caso per trovare il Tunnel di Urashima capace, secondo una leggenda metropolitana, d’esaudire qualsiasi desiderio. Mentre lo esplora, trova uno dei sandali di Karen, la sorella, e subito dopo il pappagallino che avevano da piccoli, vivo e vegeto, quando ormai invece nella realtàè morto da tempo. Altra cosa che scopre una volta uscito dal tunnel è che è trascorso una settimana di tempo, mentre per lui sono passati pochi minuti.
Deciso ad approfondire la cosa, decide di ritornarci e a sua insaputa, viene seguito da Hanashiro. I due decidono di collaborare per venire a capo del segreto del tunnel e scoprire se per davvero può esaudire i loro desideri. La ragazza, durante le loro prove, ritroverà le tavole di un manga che aveva disegnato, e vuole esprimere il desiderio di diventare una mangaka affermata, dato che le possibilità per farcela sono poco e ci vuole un talento particolare per avere successo, cosa che lei non ritiene di avere.
Tono, dopo aver letto il suo lavoro, la incoraggia e lei decide d’inviare la sua opera a una casa editrice; con sua sorpresa, viene accettata, ma lei ritiene di non avere ancora successo e per questo decide di andare assieme al ragazzo fino in fondo al tunnel, come si erano promessi di fare.
Tono però non mantiene la promessa perché ha capito due cose: uno, che Hanashiro non ha biosgno del tunnel perché possiede già talento per avere successo; due, che il tunnel non esaudisce tutti i desideri, ma fa rriavere ciò che si è perso. Da solo entra nel tunnel, deciso ad arrivare in fondo al tunnell per riavere la sorella, anche se per farlo nel mondo reale passeranno degli anni.
Hanashiro, anche se sconvolta e staziata dal dolore di non poter rivedere Tono di cui si è innamorata, segue le ultime parole dell’ultima mail inviata dal ragazzo, e diventata una mangaka apprezzata. Tono, dal canto suo, riesce a ritrovare la sorella e mentre è assieme a lei nella loro vecchia casa, ritrova il cellulare che aveva gettato e legge le mail che Hanashiro gli ha inviato aspettandolo per anni. Tono capisce che entrando nel tunnel ha perso qualcos’altro e, incoraggiato dalla sorella, torna indietro.
Hanshiro ormai è una donna, ma quando rivede Tono, è come se il tempo non fosse mai passato e i due si baciano.
Cosa dire di The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes? Un buon film, che come atmosfere ricorda quelle di Makoto Shinkai (vedere Your name): sognanti, un po’ tristi, che parlano di cose perdute, persone che si allontanano e a volte si ritrovano. Tomohisa Taguchi segue un po’ le tracce di Shinkai, discostandosi dalle atmosfere del manga (almeno questo è quello che si capisce leggendo altre recensioni) e prendendo un’altra direzione dalla versione cartcea (la storia si focalizza solo sui due ragazzi, che appaiono più chiusi e “cupi”). Lo sviluppo del tema amoroso e del capire cosa è importante e di come alle volte si perda di vista ciò che conta inseguendo sogni impossibili, non sarà dei più originali (si è visto tante volte in tante forme diverse), ma svolge il suo compito di creare una storia che prenda lo spettatore e lo porti fino alla fine; il finale può sembrare un po’ affrettato e scontato, ma serve per discostarsi da certe atmosfere tristi(certo, sarebbe stato più interessante mostrare una Hanshiro più adulta che si domanda se Tono sta ancora camminando nel tunnnel, mostarndo lui che ancora insegue il suo sogno e far finire così il film, ma queste sono solo disquisizioni inutili). The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes è un buon film, ma non sarà annoverato tra quelli memorabili.

Josée, la tigre e i pesci

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Josée, la tigre e i pesciJosée, la tigre e i pesci è un bel film d’animazione di Kotaro Tamura, magari non proprio il massimo dell’originalità, che in qualche modo può ricordare La forma della voce (si parla di disabilità), ma è una pellicola interessante, impegnata, con una buona regia, una bella fotografia, una trama ben sviluppata e personaggi approfonditi, specie in quello di Josée (si fa chiamare così per via della protagonista del suo libro preferito, ma in realtà il suo vero nome è Kumiko Yamamura).
Josée è giovane donna disabile (è su una carrozzina a rotelle) e vive con la nonna iperprotettiva (i genitori sono morti da tempo); sa ben poco del mondo esterno e crede che tutto fuori di casa sia pericoloso e pieno di bestie spaventose (una delle frasi che dice è “ci sono tigri ovunque” e si capisce così in parte la ragione del titolo). Un giorno viene involontariamente salvata da uno studente universitario,Tsuneo Suzukawa, appassionato d’immersioni, il cui sogno è andare a studiare in Messico per osservare un pesce raro. La nonna, per ringraziarlo, gli offre un lavoro: occuparsi delle esigenze della nipote.
All’inizio il rapporto tra i due è difficile: Josée gli assegna da fare le mansioni più strane e inutili, lo tiranneggia, al punto che Tsuneo pensa di rinunciare al lavoro. Ma lentamente i due cominciano a comprendersi; Tsuneo le fa conoscere il mondo esterno, nonostante il divieto della nonna di uscire di casa (un divieto che però è solo di facciata, perché la nonna è felice che la nipote cominci ad aprirsi e a crescere). E mentre Tsuneo le fa rivedere il mare così da rispondere alla domanda fattale dal padre su quale sapore avesse il mare e le fa conoscere altre persone, rimane colpito dalla bravura della ragazza nel disegnare e nella passione che mette in quello che fa. Josée, dal canto suo, grazie anche all’amicizia di Kana, la bibliotecaria che ha conosciuto con le uscite di Tsuneo, si apre agli altri e scopre di voler pubblicare un libro illustrato per bambini.
Tutto sembra procedere per il meglio, ma la morte della nonna cambia le cose: Josée, essendo disabile, subisce pressioni dai servizi sociali e si scontra con una realtà diversa dai sogni che ha. C’è una sorta di frattura con Tsuneo e i due si allontanano, almeno fino a quando lui ha un incidente e rischia di non riuscire più ad andare in Messico; scoraggiato, Tsuneo pensa di rinunciare, ma la forza d’animo di Josée gli fa ritrovare il coraggio di non mollare. Ognuno dei due alla fine riesce a trovare la propria strada e a dichiarare i sentimenti che prova per l’altro.
Certo, Josée, la tigre e i pesci non è un film perfetto, ci sono delle forzature e delle coincidenze che fanno alzare gli occhi al cielo, come se tutto fosse guidato per arrivare a un determinato punto, ma nel complesso è un film godibile, che mostra come affrontare e superare le difficoltà, come comprendere e conoscere meglio l’altro. Forse il finale è la parte debole del film, spinto verso l’happy end, ma la critica non è tanto per la scelta che viene fatta, ma per come viene realizzata; ciò non toglie validità a Josée, la tigre e i pesci, uno di quei film che ogni tanto occorre vedere per capire che nonostante le brutture che ci sono nel mondo, c’è qualcosa per cui vale la pena andare avanti.

The first Slam Dunk re: source

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The first Slam Dunk re: sourceThe first Slam Dunk re: source di Takehiko Inoue è adatto a chi è un fan di Slam Dunk e vuole approfondire il processo di creazione del film; chi cercasse del materiale che aggiunga qualcosa alle vicende lette sul manga o viste nelle serie tv o nel film uscito di recente, potrebbe rimanerne deluso. Buona parte del volume è focalizzato sul mostrare gli storyboar del mangaka (qui in veste di tuttofare, dato che è intervenuto in ogni parte della realizzazione della pellicola) e le modifiche fatte ai disegni prima di arrivare alal fase finale. Occorre fare notare che il lavoro fatto da Inoue è stato qualcosa di enorme: praticamente si è andati a intervenire su ogni frame del film.
Questo però non basta per mostrare quanto impegno, quanta passione abbia messo Inoue in questo progetto. Come rilasciato nell’intervista pubblicata nel volume, Inoue riteneva, alla conclusione del manga Slam Dunk avvenuta nel 1996, di aver ferito i lettori; aveva sì concluso il manga nella maniera che voleva, ma in qualche modo sentiva di averli delusi, dato che in tantissimi si aspettavano il prosequio delle vicende di Hanmichi e compagni, anche per via del fatto che Slam Dunk nella prima pubblicazione terminava con “fine del primo arco narrativo”. E non c’era da meravigliarsi delle richieste dei lettori: il finale di Slam Dunk era un finale aperto, che lasciava molte cose in sospeso, quali il recupero dall’infortunio di Hanamichi, l’affrontare quel personaggio fortissimo mostrato verso la fine del manga (ispirato a Shaquille O’neal), la cui squadra s’intuisce abbia sconvolto il basket liceale giapponese vincendo il campionato nazionale. C’erano tanti elementi che facevano presagire e sperare in un continuo del manga, che però non c’è mai stato; così per molti la storia è sembrata tronca, priva di una reale conclusione, forse perché si era abituati da altre produzioni su sport ad arrivare bene o male a una conclusione (Tommy la stella dei Giants, Rocky Joe, Capitan Tsubasa). Il finale di Slam Dunk invece sembrava frettoloso dopo la vittoria contro il Shannoh, arrivando a conclusione dopo poche tavole; sorte migliore non era toccata certo alla serie anime realizzata praticamente nello stesso periodo del manga, anzi, si era fermata prima di arrivare al campionato nazionale, dispuntando una partita amichevole (che nel fumetto non c’è) tra lo Shohoku e una squadra che annoverava tra le sue fila giocatori dello Shoyo e del Ryonan.
Per questo Inoue ha ritenuto un dovere fare qualcosa per i lettori che tanto calore ed energie gli avevano dato con le loro lettere mentre lavorava settimanalmente a Slam Dunk e già nel 2009 gli era stata fatta la proposta di realizzare un film; come ammesso da lui stesso nell’intervista presente in The first Slam Dunk re: Source, non riteneva la cosa fattibile: riteneva impossibile realizzare le scene di un incontro di basket come dovrebbero essere. E il video pilota avuto gliene diede conferma.
Ma non ci si arrese e nel 2014 ricevette una seconda proposta; la realizzazione del video pilota non lo convinse, tuttavia il volto di Hanamichi che si voltava verso lo spettatore lo colpì e così decise di partecipare alla lavorazione del film. Tuttavia a Inoue pareva scontato mostrare solo la storia già pubblicata, mentre lui voleva proporre qualcosa di più, di unico, di più sfaccettato. Di più profondo.
Quando realizzò Slam Dunk da giovane, era concentrato solo sulla vittoria e sulla sconfitta, ma c’erano tante altre cose da raccontare, come la consapevolezza del dolore e di come superarlo: questo divenne quindi il tema principale di The first Slam Dunk. E il protagonista doveva essere Ryota Miyagi, personaggio di cui non era riuscito ad approfondire la storia durante la serie manga, cosa che lo aveva rammaricato. Un rimpianto che aveva trovato sfogo nella storia autoconclusiva Pierce, pubblicata per la prima volta nel 1998 su Shonen Jump e riproposta anche in The first Slam Dunk re: source. Per chi non consoceva questa storia si è trattato di qualcosa d’inedito, anche se le basi di Ryota già esistevano all’inizio della pubblicazione settimanale, dato che Inoue era interessato al basket giocato a Okinawa, con giocatori bassi che si muovevano moltissimo e velocemente, proprio come faceva Miyagi (un cognome comune in tale prefettura); un basket fortemente influenzato dall’America, dato che ancora oggi a Okinawa si trovano diverse basi militari americane.
Con la sceneggiatura delineata, il lavoro di realizzazione poteva cominciare e per farlo è stato usato il motion capture per rendere i movimenti dei giocatori durante la partita i più relistici possibili, a cui poi è seguito tutto il lavoro di messa a punto che ha portato a quanto visto su schermo. Un lavoro lungo (c’è da considerare che c’è stata anche la pandemia che ha rallentato il tutto, costringendo a lavorare a distanza), apparentemente senza fine, con Inoue che ha dovuto imparare tante cose, perché era in una situazione e in un ambito che non aveva mai affrontati prima. Una fatica immane, mossa dal desiderio di Inoue di rendere felici i lettori che tanto lo avevano seguito. Conclusa la visione del film e letto The first Slam Dunk re: source, si può asserire tranquillamente che c’è riuscito appieno. E si può capire un po’ di più cosa c’è stato dietro The first Slam Dunk, anche il significato del titolo, soprattutto di quel “The first”. In verità, è un po’ una sorpresa, perché Inoue ha scelto un titolo senza un senso netto, perché i significati possono essere tanti; ognuno potrà vederci quelli che vorrà. Ma forse il più significativo è quello del primo passo dopo il dolore.

The first slam dunk

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The first slam dunkCosa dire di The first slam dunk, il film che mostra l’atto conclusivo del manga Slam Dunk di Takehiko Inoue? Che è un buon prodotto, ma che allo stesso tempo è e non è Slam Dunk.
Certo, la pellicola mostra abbastanza bene la partita tra lo Shohoku e il Sannoh, ma ha perso quella freschezza, quella dichiarazione d’amore per il basket che aveva fatto il mangaka attraverso le sue tavole verso tale sport. La bellezza di Slam Dunk era la leggerezza con la quale si narrava il sogno di ragazzi di partecipare al campionato nazionale e vincerlo; in The first slam dunk si ha in Takehiko Inoue ingrigito e incupito dai suoi lavori successivi (Vagabond su tutti). Per quanto si apprezzino certe tematiche mature, in questo caso ci stanno a dir poco con Slam Dunk, andando ad appensatire lo spirito che aveva pervaso il manga sportivo probabilmente più famoso al mondo. Dare a Miyaghi, nel film il protagonista attraverso il quale viene mostrata la partita, un passato simile, sinceramente stona, perché così non era nella storia originale, dove era un ragazzo come tanti con la passione per il basket, unitosi al club di pallacanestro della scuola anche perché innamorato della manager che segue la squadra. Un simile approccio avrebbe potuto andare bene per Real (altra opera sul basket di Inoue), ma non per Slam Dunk.
A questo va aggiunto che pure l’approccio alla partita così immediato, toglie attesa e trepidazione: non viene mostrato in alcun modo come il Sannoh sia la squadra più forte, quella che tutti vorrebbero battere. Il Sannoh è il best of del basket liceale giapponese, così forte da poter battere addirittura squadre unoversitarie. Per fare un buon lavoro Inoue si sarebbe dovuto limitare a quanto scritto nel manga: aveva già tutto pronto per fare un buon lavoro. The first slam dunk sarebbe dovuto partire subito dopo la prima vittoria nel campionato nazionale, mostrando i momenti della notte prima della sfida col Sannoh. L’ansia, la preoccupazione, la tensione di ogni membro dello Shohoku nel dover affrontare un avversario così forte: tutto avrebbe contribuito a creare l’aspettativa per affrontare LA partita. Perché questo è la sfida tra Shohuku e Sannoh: la partira delle partite, la gara più importante da giocare e da vincere.
Invece tutto questo pathos viene tolto. Inoue si è dimenticato che Slam Dunk è una storia che parla di sogni di adolescenti, non è una storia di adulti con dei rimpianti, con voglia di dimostrare qualcosa per qualcosa che si è perso. Non aiuta certo poi il fatto che della partita sono mostrati solo dei frammenti, mentre molto del tempo viene impiegato per mostrare il passato di Miyaghi, soprattutto il legame che ha avuto col fratello maggiore e dei contrasti nati in seguito con la madre per via di un evento che cambierà la loro vita e il modo di rapportarsi. Pure la scelta dei colori delle animazioni, così “smorti” rispetto a quelli della serie animata degli anni 7Nnovanta, non aiuta a entrare in sintonia con il film. E se ci si aggiunge che è stato cambiato il cast di doppiatori che aveva reso così caratteristico e carismatico l’anime, il giudizio non è dei più entusiasmanti.
Se con la recensione ci si fermasse qui, dopo aver visionato i primi venti minti, per The first slam dunk si andrebbe incontro alla bocciatura. Alla prima visione del film, proprio per un senso di delusione per come era stata approciata la parte finale di Slam Dunk, ho deciso di fermarmi e mettere per iscritto questa recensione. Poi ho ripreso la visione, perché non ritenevo possibile che Inoue potesse venire meno alla sua opera migliore, quella che a mio avviso aveva più amato, quella che aveva sentito più sua. E a ragione: i restanti minuti delle due ore della pellicola sono volati, coinvolgenti ed entusiasmanti. Alla fine The first slam dunk è un gran bel film. Un po’ diverso dall’originale (con un Inoue che ha scelto un approccio più maturo, perché le esperienze della vita cambiano tutti e da quando è finito il manga sono ormai passati trent’anni) ma un gran bel film. Dati i tempi di durata, nella pellicola sono state eliminate alcune scene (Haruko e Uozumy hanno veramente poco spazio), ma ciò non influisce sulla storia, rendendola veramente notevole.
Allora perché mantenere nella recensione la prima parte che sa di bocciatura se alla fine della visione The first slam dunk viene promosso a pieni voti? Perché se c’è chi ha amato il manga e all’inizio del film prova delusione per quanto si sta vedendo, si vuole dire che Inoue ha dato alla versione animata della sua storia la conclusione che merita e di non mollare. Perchè un film è fatto per far provare emozioni e non sempre sono quelle che ci si aspetta; soprattutto, alle volte non sono immediate. Spesso ci si ritrova a rinunciare per non aver avuto una prima impressione positiva: alle volte si ha ragione, alla volte no. Con The first slam dunk si sarebbe nel secondo caso e si perderebbe un’occasione.
Naturalmente la visione la consiglio a chi già conosce il manga o ha seguito l’anime, perché altrimenti sarebbe difficile capire certe scene e passaggi, ma se si è stati fan di Slam dunk, la visione è fortemente consigliata.

Per chi volesse saperne di più sulla comparazione tra film e manga, consiglio la visione di questo video di Sommobuta (attenzione: ci sono spoiler sulla storia).

Maboroshi

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MaboroshiMaboroshi è un film del 2023 di Mari Okada incentrato sulle vicende di Masamune Kikuiri, Mutsumi Sagami e alcuni dei loro compagni di classe. Studente del terzo anno delle superiori, Masamune sta studiando con gli amici per gli esami di ammissione; sembra una giornata come le altre, quando un’esplosione all’acciaieria, attorno alla quale ruota l’esistenza della cittadina di Mifune, seguito da un crollo nella montagna a fianco, sconvolge tutto quanto. L’incidente appare subito grave, ma un’improvvisa luce verde squarcia la città.
Da quel momento in poi Mifune è isolata dal mondo, ma questo non è il fatto più strano: nel cielo compaiono delle crepe dello stesso colore della luce, che vengono tappate dal fumo che sale dalla acciaieria. Non è il solo cambiamento, anche le persone mutano atteggiamento: sono più apatiche, prive di stimoli. Le stagioni sono tutte uguali e gli adolescenti, come Masamune, guidano l’auto.
Un giorno, Masamune, viene invitato da Mutsumi a recarsi all’acciaieria perché vuole mostrargli una cosa di cui la maggior parte delle persone è all’oscuro: una ragazza più o meno della loro età che assomiglia molto a Mutsumi ma che si comporta come una bambina. Mutsumi chiede a Masamune di recarsi alcune volte a settimana all’acciaieria per aiutarla ad accudire la ragazzina, che Masamune chiamaerà Itsumi.
Col passare del tempo, Itsumi s’affeziona sempre più a Masamune, al punto da scatenare una reazione molto forte in Mutsumi; il ragazzo ne rimane sorpreso, e reagisce cercando di liberare Itsumi dalle mani di Mamoru Sagami, lavoratore dell’acciaieria e sacerdote del Santuario Mifushi della città, che non vuole farla uscire dall’impianto e vuole consacrarla, in modo che gli dei un giorno possano perdonarli: fuggiti da dove la ragazza è reclusa, raggiungono un treno abbandonato e mentre sono lì si formano nuovamente delle crepe, permettendo a Masamune di vedere cosa c’è attraverso.
La realtà lo sconvolge: vede la città in uno stato di degrado e rovina. Da lì comincia a capire perché il tempo sembra essersi bloccato, perché non cambiano mai fisicamente. E che non è stata raccontata tutta la verità sull’incidente.
Mamoru Sagami, scoperto, è costretto a raccontare in parte la verità. Così come Tokimune, zio di Masamune e fratello del padre di lui scomparso, rivela che Itsumi non appartiene a quel mondo: viene da fuori Mifune. A differenza di loro che fisicamente non cambiano ma maturano mentalmente, la ragazza cresce fisicamente ma non evolve a livello mentale.
Col passare dei giorni il fumo, che assume la forma di lupo, comincia a far sparire le persone della città che cominciano a creparsi come il cielo. Sempre più spesso si formano crepre nella realtà e in una di esse Masamune vede una persona che assomiglia a suo padre che sta assieme a una donna di nome Mutsumi Kikuiri; in quell’attimo capisce che la persona che ha visto è il se stesso adulto sposato con Mutsumi (Sagami non è il suo vero padre, ma solo quello adottivo) e che Saki, la bambina che hanno, altri non è che Itsumi.
Dopo questo fatto, dichiara i propri sentimenti a Mutsumi, che però è restia ad accettarli, dato che lui si è dichiarato solo dopo aver visto il futuro. I due tuttavia finiscono per baciarsi; Itsumi li vede e comincia a piangere, facendo aprire sempre più crepe nel loro mondo. Nello stesso momento il fumo dell’acciaieria cessa di esistere.
Il mondo in cui vivono sta per finire, ma si cerca ancora di salvarlo. Mentre Tokimune cerca di far ripartire l’altoforno, Masamune e i suoi amici vogliono far ritornare Itsumi al mondo reale, perché il loro mondo altro non è che una stasi, un mondo illusorio creato dagli dei della montagna per far continuare a vivere l’ultimo momento felice della città, data la sua inevitabile fine dopo l’incidente.
Inevitabilmente Masamune e gli altri scompariranno, ma cercheranno di vivere il più possibile quel momento, mentre Itsumi deve tornare a vivere la vita che ha interrotto.
Anni dopo, una Saki cresciuta e matura, torna a visitare la Mifune reale, abbandonata e in degrado, ricordando i momenti felici che vi ha trascorso, ma anche la prima ferita al cuore che ha avuto.
Cosa dire di Maboroshi? Si tratta di una love story con elemento fantastico annesso, ma è anche qualcosa di più: è il cercare di bloccare il tempo, di far rivivere momenti felici prima che il tempo vada oltre e se li porti via. Il non vedere finire mai certi attimi può sembrare un desiderio bellissimo da vedere esaudito, ma il ripetersi sempre delle stesse cose alla fine fa perdere sapore all’esistenza, ai sentimenti, alle emozioni. Per quanto alle volte poco piacevole, bisogna andare avanti.
Maboroshi è un buon film, ma non è proprio immediato; in alcune parti fa fatica a ingranare, rendendo difficoltosa la comprensione, specie quando si tratta di spiegare le meccaniche del mondo illusorio che fa continuare a vivere Mifune. Comunque, la sua visione è consigliata.

Summer wars

Summer wars

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Summer warsSummer wars è probabilmente l’opera più “leggera” di Mamoru Hosoda, un misto tra vicende familiare e mondi informatici. Il giovane Kenji Koiso lavora per Oz, un mondo virtuale dove si può fare quasi di tutto; è anche un genio della matematica, con relativi problemi di socializzazione. Durante le vacanze estive gli capita di dover dare una mano a Natsuki Shinohara, la ragazza più popolare e carina della scuola. Il suo compito però non è solo quella di accompagnarla e aiutarla nei preparativi per il compleanno della nonna novantenne, ma anche spacciarsi per il suo fidanzato. Si ritroverà inevitabilmente coinvolto in una situazione imbarazzante, costretto a fingere per tutto il tempo davanti alla numerosa famiglia, dove sono tutti un po’ strani ma amichevoli, tranne uno zio, Wabisuke Jinnouchi, che non è in buoni rapporti con nessuno dei parenti, tranne Natsuki, visto che la ragazza ha per lui fin da piccola una cotta.
Tutto sembra procedere normalmente, fino a quando la notte Kenji risolve una missiva matematica inviata a quanto pare da Oz: la mattina si scopre che il mondo virtuale è stato violato e tutti i sistemi a esso legati sono saltati e lui pare essere il colpevole. La nonna di Natzuki si rivela però piena di risorse e contatta telefonicamente perone in punti strategici che aiutano ad arginare la situazione.
Si scopre che non è colpa di Kenji quanto avvenuto, ma di Love Machine, un’intelligenza artificiale in costante evoluzione che è stata creata da Wabisuke Jinnouchi. Grazie alle doti matematiche di Kanji, la falla nel sistema viene tamponata, ma Love Machine non è ancora sconfitta. Purtroppo, vista l’età e i problemi cardiaci, la nonna muore (dato l’attacco hacker il sistema che la monitorava era saltato); Kenji assieme alla famiglia di Natsuki decidono di distruggere Love Machine. I parenti di Natsuki sono pieni di risorse e mettono insieme un modo per sconfiggere l’intelligenza artificiale; purtroppo il piano fallisce perché uno dei parenti toglie i blocchi di ghiaccio dalla stanza dove è stato installato il server per attuare il piano per metterli nella stanza dove giace il corpo della nonna. Love Machine diventa ancora più forte e devia una sonda che sta per tornare sulla terra indirizzandola contro una centrale nucleare.
La situazione sembra disperata, ma c’è ancora una possibilità: Love Machine non resiste alle sfide e accetta di giocare a koi koi (gioco di carte giapponesi) contro Natzuki. Il piano di Kenji è di riprendersi i milioni di account rubati da Love Machine, tra i quali c’è anche quello dei gps che guidano la sonda; l’idea è un successo e l’intelligenza artificiale è sconfitta. Il satellite cade vicino casa loro, ma nessuno si fa male. Lo zio si ravvede, viene accolto di nuovo in famiglia, tutti festeggiano, Natzuchi bacia Kenji e tutto è bene quel che finisce bene.
Summer wars diverte, fa bene il suo dovere d’intrattenimento e fa porre alcune domande sulla possibile pericolosità delle intelligenze artificiali ma non va in profondità più di tanto. Un film per passare un paio d’ore circa divertenti.

Atatck on Titan

Attack on Titan – Escalation finale

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Atatck on TitanAnche la serie anime di Attack on Titan è giunta a conclusione; dopo quattro stagioni (di cui l’ultima divisa in quattro parti), la storia di Eren e dei suoi compagni del Corpo di Ricerca è arrivata alla fine della sua lunga corsa. Perché di lunga corsa proprio si tratta, dato che nel finale, per fermare Eren, i suoi amici si sono lanciati in un inseguimento disperato per evitare che eliminasse l’intera umanità, a parte gli abitanti dell’isola di Paris.
Ma per chi non conoscesse la storia tratta praticamente fedelmente dal manga di Hajime Isayama, un breve riassunto. Eren Jaeger è un ragazzino che vive all’interno di una città difesa da tre gigantesche cinte di mura, che la proteggono da ciò che vive all’esterno, i giganti; Eren non ha mai visto il mondo al di là delle mure e vuole arruolarsi nel Corpo di Ricerca (un gruppo dell’esercito al servizio della città) per scoprire se è vero quello di cui lui e il suo amico Armin Arelet hanno letto sui libri. La sua vita tranquilla viene squarciata quando due giganti mai visti prima sfondano la prima cinta di mura, facendo entrare tutti gli altri giganti; Eren vede la madre divorata da uno di essi e, sopravvissuto alla strage, giura che li sterminerà tutti.
Eren però è all’oscuro di tutto e non sa che pure lui è un gigante, il Gigante d’Attacco, un potere che ha ereditato dal padre, che lo era a sua volta prima di lui. Non solo: Eren dal padre ha anche ereditato il potere del Gigante Fondatore, un gigante capace di comandare tutti gli altri giganti (un potere troppo grande da gestire per un ragazzo; anzi, troppo grande da gestire per chiunque). Eren ha anche un fratello da parte di padre (che vive in un’altra nazione, Marley), che vuole insieme a lui cambiare il destino degli eldiani, il popolo cui appartengono, quello di Ymir, l’origine di tutti i giganti.
Eren scoprirà la verità sulle sue origini e sul perché la sua gente è stata tanto perseguitata; si troverà davanti a un tramandarsi di odio che non conosce fine, a cui si può rimediare solo con lo sterminio di tutti i nemici della città in cui è nato.
Verrà fermato dai suoi amici perché lui gli ha dato la possibilità di fare questa scelta e per un certo lasso di tempo il mondo vivrà nella pace, ma inevitabilmente l’umanità ricadrà nei suoi errori e la guerra di nuovo aprirà le sue ferite sulla terra, con la storia che farà il suo giro e ritornerà allo stesso punto.
Attack on Titan è un’ottima serie, molto ben realizzata (i disegni sono migliori di quelli del manga e in diversi casi rendono il tutto più comprensibile, dato che in alcuni casi nella versione cartacea non era facile distinguere certi personaggi) e si può dire tranquillamente che rende in alcuni punti più comprensibile l’opera di Isayama. Ma qui non si è tanto a parlare del lavoro dell’autore giapponese (ne ho già parlato altrove), quanto questa storia è attuale, soprattutto alla luce di quanto sta succedendo tra israeliani e palestinesi.
E qui occorre fare subito una premessa. Hamas è colpevole. Israele è colpevole. I capi di queste due parti sono colpevoli della carneficina che sta andando avanti da anni, che non solo sta portando morti sui territori dove impazza la guerra, ma sta diffondendo un odio che si sta espandendo in tutte le parti del mondo.
Arrivati a questo punto è difficile capire se ci sono degli innocenti, dove tutti sono colpevoli, tranne quella parte della popolazioni che vorrebbero vivere in pace e che si trovano a pagare per la cultura d’odio voluta e diffusa dai sui governanti, proprio come succede in Attack on Titan; è vero, il popolo di Ymir, il popolo dei giganti, con il suo potere ha per lungo tempo imperversato sulle altre popolazioni, portando soprusi, sangue e sofferenza, ma quando il suo dominio è finito, quello che è venuto dopo non è stato da meno, portando vendetta su chi aveva dominato: persecuzioni, ghettizzazioni, discriminazioni, abusi sono stati all’ordine del giorno. Un odio così radicato che si è diffuso di padre in figlio, che non ha fatto che rinsaldarsi e generare altro odio, in un’escalation che è giunta a causare il tremendo Boato della Terra (migliaia di giganti colossali che marciano sulla terra per sterminare chi è nemico degli eldiani, il popolo di Ymir).
Occore soffermarsi a questo punto sulle colpe dei padri che ricadono sulle spalle dei figli. I marleyani hanno per anni oppresso gli eldiani, dopo a loro volta essere stati oppressi a lungo da questi ultimi, non avendo appreso nulla dalla storia e dagli orrori di cui essa era pervasa, ma ripetendo lo stesso copione; copione che inevitabilmente ha finito per ritorcerglisi contro.
Se il soldato marleyano non avesse massacrato la sorella del padre di Eren, questi non si sarebbe unito alla resistenza per cambiare le cose e ribaltare il governo di Marley; non avrebbe indottrinato il fratello di Eren al punto che si sarebbe ribellato contro di lui, tradendolo e facendolo andare incontro a una una fine orrenda, evitata solo dall’intervento di una persona che gli ha trasmesso il potere del Gigante d’Attacco. Potere e ricordi che suo padre ha poi trasmesso, senza consenso, ad Eren, facendolo essere colui che ha quasi distrutto il mondo.
Quanto di quello che è successo è responsabilità di Eren? E quanta è invece la colpa di chi l’ha preceduto? Il più colpevole è il padre? Il soldato che ha ucciso in modo così brutale la sorella? Oppure è il sistema che ha generato la mentalità e l’odio con il quale è cresciuto il soldato?
Come si vede si è dinanzi a una spirale d’odio senza fine , di cui non si riesce a vederne l’inizio tanto la cosa è divenuta complessa e aggrovigliata.
Lo stesso sta avvenendo in Israele e Palestina. Ma questo conflitto è solo la punta dell’iceberg, perché l’odio ormai da tempo si sta facendo sempre più largo nel mondo, anche dove non ci sono conflitti, basti solo pensare ai tanti omicidi che avvengono in ogni paese. Un’escalation che potrà essere fermata solamente quanto si apriranno gli occhi e si inorridirà di fronte all’orrore che si è creato.
Che piaccia o no la conclusione data da Isayama ad Attack on Titan, questa è la lezione che si dive imparare dal finale di tale storia.

Demon Slayer – Il treno Mugen

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Demon Slayer - Il teno MugenDemon Slayer – Il treno Mugen è il seguito della prima stagione di Demon Slayer ed è decisamente un passo avanti rispetto a essa, non tanto per l’aspetto visivo, dato che lo Studio Ufotable aveva già fatto un ottimo lavoro, quanto per ciò che riguarda il modo di far andare avanti la storia. Realizzato sia in versione cinematografica sia anime (a parte la prima puntata dell’anime, dove viene presentato il Pilastro delle Fiamme Rengoku Kyojuro, la storia è praticamente la stessa), Tanjiro, Zen’itsu e Inosuke, guidati da Rengoku stanno indagando su un demone che ha fatto scomparire quaranta persone sul treno Mugen. La situazione sembra risolversi subito per il meglio con la sconfitta di due demoni, ma la realtà è molto differente, visto che si tratta tutto di un sogno: i quattro sono tutti caduti sotto l’effetto del potere della prima Luna Calante, Enmu. L’abilità vampirica del demone permette di controllare i loro sogni: dapprima gli fa avere quello che più desiderano, poi li fa sprofondare negli incubi prima di ucciderli.
La scelta dell’abilità vampirica di questo demone è stata davvero azzeccata, perché è molto interessante mostrare l’inconscio dei vari personaggi e soprattutto non è il solito modo di combattere a colpi di spade e tecniche distruttive. Le parti migliori sono quelle di Rengoku e Tanjiro, con il primo che sogna il padre e il fratello, addestrando quest’ultimo, e il secondo che ritrova tutta la sua famiglia ancora viva; quelle relative a Zen’itsu e Inosuke, sono più leggerine, con lo spadaccino delle respirazione del fulmine che sogna di camminare insieme con Nezuko (la sorella di Tanjiro) e quello della respirazione della bestia che è un sogno macchietta dove lui si vede a capo degli altri animalizzati a combattere un mostro.
Enmu, grazie alla collaborazione di quattro giovani che si legano con delle corde agli spadaccini e addormentandosi cercano di trovare il loro nucleo spirituale e distruggerlo con un punteruolo, sembra avere la meglio, ma non ha tenuto conto dello spirito combattivo di Rengoku, né del fatto che Nezuko, essendo diventata una demone, è immune al suo potere e con i suoi tentativi di svegliare il fratello fa accorgere Tanjiro che sta sognando; lo spadaccino, per svegliarsi, si suicida nel sogno e dice alla sorella di bruciare le corde che tenevano legati gli altri. Nel mentre lei fa ciò, sale sul tetto e combatte contro Enmu, sfuggendo alla sua tecnica vampirica suicidandosi in sogno ogni volta che finisce addormentato; il demone viene decapitato, ma ciò non serve a sconfiggerlo, perché ormai il demone si è fuso con l’intero treno.
Lo scontro diventa improbo, ma l’intervento di Inozuke, risvegliatosi, e il lavoro di coppia dei due spadaccini porta la vittoria contro il demone. Il treno deraglia e tutto sembra finito, ma dalla foresta giunge Akaza, la Terza Luna Crescente, che dapprima cerca di uccidere Tanjiro, poi cerca di convincere Rengoku a divenire un demone. Il Pilastro del Fuoco rifiuta e tra i due nasce uno scontro epico, che però termina con la sconfitta dello spadaccino; tuttavia, Akaza deve scappare per il sorgere del sole, prima che la luce diurna lo consumi.
In punto di morte Rengoku rivede l’amata madre, orgogliosa di lui per aver usato la sua forza per difendere i più deboli. Tanjiro, Inozuke e Zen’itsu sono in lacrime davanti al corpo di Rengoku mentre i corvi portano agli altri Pilastri la notizia della fine di quello del fuoco. Il capofamiglia dei Pilastri loda l’operato di Rengoku, essendo riuscito a salvare la vita di tutti i duecento passeggeri del treno.
Demon Slayer – Il treno Mugen è un ottimo prodotto, che si concentra sulla storia e non si perde dietro tutte quelle scenette presenti nella prima serie che dovrebbero essere ilari. Scene di combattimento spettacolari (ma questa non è una novità per Ufotable), buon approfondimento dei personaggi di Regoku e Tanjiro, ottimo lo sviluppo dell’idea di ambientare buona parte dell’azione nel mondo dei sogni, il tutto accompagnato da una colonna sonora azzeccata, soprattutto per quanto riguarda l’epico scontro tra Akaza e Rengoku.
Per amanti di storie di spadaccini, katane e demoni, Demon Slayer – Il treno Mugen è una visione che non può sfuggire.