Sono passate alcune settimane dall’annuncio di Sony che dal primo gennaio 2028 cesserà la produzione di giochi fisici su disco per quanto riguarda i titoli pubblicati per PlayStation; non sono mancate contestazioni, proteste, ma ciò non ha fatto cambiare idea alla società. Senza girarci tanto intorno, il motivo di tale scelta è molto semplice: la Sony ha un guadagno molto più alto a vendere giochi solo in digitale, tagliando così i costi di produzione dei supporti fisici. Gira e rigira, è sempre e solo una questione di soldi. In questo modo si ottiene anche un’altra cosa: niente più mercato dell’usato. Se si vuole giocare si deve acquistare direttamente dalla società un videogioco, così solo lei avrà da guadagnarci (infatti, con i supporti fisici se uno voleva vendere un videogioco, la società produttrice non prendeva più un centesimo); non ci potrà neppure essere più il prestito di un gioco: se uno vuole giocarci, o lo acquista o va a casa di chi ce l’ha.
Un’altra notizia recente riguardante Playstation ma anche Xbox è la decisione di Microsoft di limitare il cloud gaming: il nuovo limite mensile imposto agli utenti di Game Pass Ultimate potrebbe avere una motivazione economica precisa: le 15 ore di streaming incluse nell’abbonamento rappresenterebbero infatti il punto oltre il quale Microsoft inizierebbe a sostenere costi superiori ai ricavi generati dal servizio (1) (non parliamo di cosa poi ha fatto Sony riguardo le proteste sorte:https://www.youtube.com/shorts/1zbFJp5y9X8).
Queste decisioni non mi toccano minimamente, dato che la mia “carriera” (se così vogliamo chiamarla) da videogiocatore è terminata anni fa (l’ultimo videogioco preso e giocato fu The Witcher 2- Assassins of Kings), ma non solo non mi piacciono, ma non le reputo proprio giuste perché vedo un concentrarsi solamente solo sul guadagno, dimenticandosi della passione per la creazione di giochi. Vero, le ditte devono pensare al guadagno altrimenti chiudono, ma un tempo c’era anche passione, c’era ingegno, voglia di creare storie che rimanessero nella mente di chi le giocava (e sì, si può dire che anche le si viveva); ora invece ci si siede a tavolino, si fanno analisi di mercato, e si creano gioco che possano vendere, avendo così storie che praticamente si somigliano, che non hanno guizzi, distinzioni; non si vuole più sperimentare, si vuole andare sul sicuro.
Non che le cose altrove vadano diversamente, vedere l’editoria che pubblica romanzi che spesso sembrano dei copia/incolla (riferimenti al romantasy non sono puramente casuali). A proposito dell’editoria, qui ho una malignità che mi è venuta in mente: quando è cominciata la diffusione dell’ebook, magari si era sperato che avvenisse la stessa cosa, ovvero eliminazione del cartaceo per non avere più costi di produzione e ottenere così solo guadagno (con conseguente eliminazione del prestito e dell’usato). Fortunatamente le cose non sono andate così e il cartaceo esiste ancora e di conseguenza esiste ancora il prestito e soprattutto i mercatini dell’usato (benedetti mercatini, dove si possono trovare delle chicche pagando il giusto).
Sarà un discorso da vecchio, ma questi nuovi tempi non mi piacciono; penso di aver vissuto l’epoca migliore dei videogiochi, dove bastava avere pc o console, comprare il gioco che piaceva e passarci sopra tutto il tempo che si voleva. Ora bisogna avere la connessione di rete per scaricarlo, attivarlo, aggiornarlo (una volta si comprava un gioco finito, ora si pagano fior di soldi per avere delle versioni beta) e giocarlo; occorre registrarsi, avere un account; poi ci sono le micro transazioni, gli acquisti in game (non basta più aver acquistato solo il gioco). Tutte cose che occorre pagare naturalmente (sarà per questo che mi sono fermato alla PS2, perché tale modo di fare non mi piaceva per niente?)
Pagare, pagare, pagare.
Vero che siamo nell’era dell’economia dove impera il dover guadagnare, ma tutto dovrebbe avere un limite, le società dovrebbero avere più criterio e rispetto per gli utenti. Tutto ciò però è un problema minimo, perché il problema grosso è che oramai è tutto così: occorre pagare sempre di più per avere sempre di meno. Questo almeno per quanto riguarda le persone comuni, perché questa regola non vale per multinazionali, milionari, miliardari, imprenditori e chi governa. Il che, se si permette, è uno schifo all’ennesima potenza (uno schifo che si va a sommare allo schifo di chi perché è al potere continua a perpetrare massacri e guerre).
Archivi categoria: Riflessioni
La scrittura oggi.
Nelle settimane passate ho visto un paio di video di Yasmina Pani riguardo com’è la scrittura adesso.
Poi ho visto quest’altro di Andrea Passador: https://www.youtube.com/watch?v=V3PmVUqjazw
Tutto ciò è sconsolante, ma non è una cosa nuova, l’involuzione della scrittura è un processo iniziato da tempo, ancor prima che iniziassi a fare delle collaborazioni online, cosa che risale ormai a una quindicina di anni fa; già allora venivano mosse delle critiche su come scrivevo, asserendo che non dovevo usare il punto e virgola, che dovevo usare frasi lunghe una, al massimo due righe, che dovevo limitare i termini da usare. Non sono mai stato d’accordo con questa modalità di lavoro, come già detto in un precedente articolo, e non mi sono adeguato per una questione di rispetto, verso me stesso, verso la lingua italiana e verso i lettori, perché (mi si scusi la franchezza) non li reputo dei deficienti; vero, sono abituati a cose (sempre più) semplici, quindi possono fare più fatica quando trovano un diverso livello di scrittura, ma sono convinto che con costanza e abitudine possono far salire il loro livello di conoscenza (sia per quanto riguarda la lingua, sia per quanto riguarda le modalità di scrittura).
Viene da porsi una domanda: il livello di scrittura attuale è tale perché ci si adegua al livello medio delle persone oppure perché si vuole usare un livello basilare per mantenere il livello delle persone nella media?
Senza andare nel complottismo, è risaputo che meno conoscenza si ha, più questa mancanza di conoscenza influisce sui processi mentali, facenso perdere capacità di analizzare situazioni, questioni, problemi. Ed è risaputo che una massa ignorante è maggiormente manipolabile da chi sta in alto (vedere cosa hanno fatto religioni e regimi). Come è risaputo che all’umo piace stare nel conosciuto, perché è confortante leggere, vedere, copioni che non si distaccano da ciò che piace, è confortante usare un linguaggio che usa sempre i soliti termini. La sicurezza è una buona cosa, ma lo è sempre? A questo quesito forse è bene rispondere con le parole usate da V nel film V per Vendetta.
Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità. E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c’era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere e sottomettervi.
Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole… non c’è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l’avete fatto: so che avevate paura, e chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie: c’era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, e il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all’attuale Alto Cancelliere: Adam Sutler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso obbediente consenso.
L’uso delle parole.
Anche nelle forze piú socializzanti, troverete sempre qualche moto sotterraneo che tende a conquistare e a mantenere il potere attraverso l’uso delle parole. Dagli stregoni ai sacerdoti, ai burocrati, è sempre la stessa cosa. II basso popolo, governato, dev’essere condizionato ad accettare queste parole-potere come qualcosa di vero, perché scambi questo sistema di simboli inconsistenti per la realtà tangibile dell’universo. Onde conservare una simile struttura di potere, certi simboli devono esser tenuti fuori portata della comune comprensione: simboli, ad esempio, che abbiano a che fare con le manipolazioni economiche, oppure quelli che definiscono localmente ciò che s’intende per equilibrio mentale. Una simile segretezza nei simboli porta allo sviluppo di sub-linguaggi parziali, e ognuno di essi è il segnale di riconoscimento per quelli che lo usano,, accrescendo ogni volta il proprio potere. (1)
Un libro sacro è un libro di potere; un potere che ha la capacità d’insegnare, a chi vuole ascoltare, il cambiamento comportante la crescita. È un libro vivo, sempre attuale, perché di vita parla: attraverso la parola (uno dei mezzi per dare forma a volontà e pensiero) mostra un cammino che ogni individuo, in qualsiasi epoca, può intraprendere. Da solo però non può fare tutto: se dopo averlo letto, o ascoltato, non seguono atteggiamenti concreti, tutto risulta vano. Il messaggio in esso contenuto, se non è sorretto dalla volontà dell’individuo di metterlo in atto, è solo lettere che si dissolvono, finché non rimane niente. Realtà che invece cambia se lo si mette in pratica: esso diviene una forza capace d’influenzare chiunque, di cambiare l’esistenza dei suoi simili. Una forza che però non avrebbe nessun potere sugli altri se questi non glielo permettono.
Comprendendo da questo ragionamento come agisce il potere della parola sulle persone, si capisce come si creano le maggioranze e da esse gli uomini che governano: tutto dipende da quanto gli individui sono disposti a concedere agli altri. Un modo di conferire potere con il quale i popoli hanno concentrato, incanalato, proiettato le proprie energie su pochi individui perché li guidassero e decidessero per loro, facendoli responsabili delle proprie azioni.
Un qualcosa da cui stare in guardia, perché vuol dire affidarsi e dipendere dagli altri, sottostare alla loro volontà e non essere più liberi, pagandone perciò un prezzo; ne parla la Bibbia nell’Antico Testamento e precisamente nel Primo Libro di Samuele (8, 5-22), quando il popolo ebraico chiese a Samuele di dargli un re perché lo governasse ed egli, seguendo la parola di Dio, lo concesse perché imparasse l’errore che stava commettendo (con tale scelta, il popolo ebraico non voleva più seguire Dio, che altro non è che il vero essere interiore dell’uomo, rinunciando alla libertà).
Un brano attuale adesso come allora perché serve agli individui a essere responsabili e consapevoli della vita che vivono e delle scelte che compiono. Consapevolezza che tanto spesso sfugge all’uomo: pochi riescono a comprendere questa lezione, i più sono impegnati nel cercare lontano e negli altri ciò che già possiedono. Una mancanza di comprensione che comporta delle conseguenze: nel piccolo, perché condiziona e limita la libertà personale, nel grande, perché può portare all’impoverimento d’intere nazioni, quando non addirittura la rovina. (2)
1. I figli di Dune. Frank Herbert. Editrice Nord 1977, pag.203
2. Jonathan Livingston e il Vangelo.
Un paio di riflessioni sullo scrivere e sul leggere
Nei giorni passati mi sono imbattuto in due video, uno inerente allo scrivere l’altro al leggere, dandomi spunti di riflessione.
https://www.youtube.com/watch?v=mO7qMVXGsl8
Per quanto riguarda il primo, l’argomento era il fantasy, genere di cui sono appassionato sia da lettore sia da scrittore; l’inizio e la fine del video riguardavano la sponsorizzazione di iniziative e servizi del canale, ma la parte che m’interessava era quella centrale, dove si affrontava la realizzazione di un romanzo fantasy. Non era niente di cui già non sapessi e non mi fossi informato, quindi non sono rimasto sorpreso di quanto trattato, anche se speravo di apprendere qualcosa di nuovo. Quello che ho sentito mi ha fatto realizzare di nuovo una riflessione sulla strada che uno scrittore decide di percorrere, ovvero se seguire quello che piace o se adattarsi al mercato.
Il punto da cui partire è che occorre essere consapevoli di cosa il mercato offre e cosa richiede: avere le idee chiare serve in primis per essere sicuri della direzione che si vuole seguire e non avere delusioni. Se l’obiettivo è quello di vendere il più possibile, allora occorre studiare il mercato e realizzare prodotti che vanno per la maggiore: l’adeguarsi è qualcosa di necessario, se non indispensabile. E qui mi fermo sulle parole dette nel video: bisogna dare ai lettori quello che vogliono. Sul serio? Vero, i tempi sono cambiati, non si è più nel periodo in cui scrivevano i vari Tolkien, Lewis, Moorcock, quindi è forse giusto adattarsi perché altrimenti anche opere valide come Il Signore degli Anelli oggi non verrebbero pubblicate.
Ma le cose sono davvero giuste così? Davvero uno scrittore deve scrivere quello che vuole un lettore? In più di un’occasione non si tratta solo di adeguarsi, ma di abbassarsi di livello, perché è un dato di fatto che per raggiungere la maggior parte dei lettori bisogna usare un linguaggio semplice, realizzare farsi corte e avere trame non complesse perché il livello di attenzione è basso (per non dire precipitato).
Se devo essere sincero, sul fatto che uno scrittore si debba adeguare ai lettori non sono particolarmente d’accordo, anzi, direi che non lo sono per niente. Capisco che si debba scrivere in maniera comprensibile, che non si debba volere la ricercatezza a tutti i costi perché risulterebbe uno sterile esercizio narcisistico dove ci si può compiacere di se stessi, ma l’abbassarsi di livello proprio no, perché è qualcosa di sbagliato di principio: l’essere umano è fatto per migliorarsi, per evolvere, quindi è il lettore che deve cercare di seguire lo scrittore e se c’è qualcosa che al momento non sa, come un termine, un modo di costruire una frase, una trama, si deve impegnare per comprenderla, fare quel passo in avanti che lo faccia arrivare allo stesso punto in cui è lo scrittore. E invece, ci si trova a dire, anzi, peggio, a insegnare allo scrittore che deve impegnarsi di meno perché i lettori arrivano fino a un certo livello, oltre non bisgona andare.
Si dirà che se si vuole raggiungere il più gran numero possibile di persone così bisogna fare, ma a furia di fare di meno, ci si ritrova in situazioni come quelle che ogni giorno si stanno vivendo (ovvero l’involuzione degli individui). Autori come Tolkien non si sono preoccupati del numero di lettori che potevano raggiungere, ma si sono concentrati sullo scrivere delle buone storie, delle storie valide, e facendo così è stato quasi automatico che hanno poi avuto un seguito. Come già detto all’inizio, si potrà obiettare che i tempi in cui scrivevano autori come Tolkien erano diversi, ma una buona storia rimane una buona storia, che può avere più o meno successo, ma uno scrittore per me deve fare solo una cosa: essere fedele al fare il miglior lavoro possibile con le capacità che ha nel realizzare una storia che sente davvero sua, che sente avere qualcosa da dare. Adeguarsi alla commercialità e cercare di ottenere il maggior guadagno possibile che le sue abilità scrittorie gli consentono, anche se ciò che scrive non gli piace, è essere venditori, non scrittori. Si deve scegliere tra questi ue punti: fedeltà a se stessi o adeguamento al mercato, consapevoli che solo nel primo caso si è scrittori veri. Questo per me è il punto principale che una persona che vuole scrivere deve tenere in considerazione. Studiare il mercato, le sue preferenze, le sue movenze e poi solo dopo averlo conosciuto scrivere di conseguenza non è essere scrittori. Qualcuno dirà che agire così è intelligente, è pragmatico, fa andare avanti, che è progettando che si ottengono risultati; la progettazione sicuramente serve quando si deve sviluppare un’idea, ma un’idea, per essere davvero tale, non deve essere sviluppata a tavolino secondo richieste esterne. Può essere così in altre situazioni, ma per quanto riguarda lo scrivere, inteso come atto di creazione, l’unica cosa di cui uno scrittore deve preoccuparsi è dare vita a una buona storia che nasce da qualcosa di sentito, perché un libro dovrebbe essere di più di un semplice prodotto commerciale.
Il secondo spunto di riflessione riguarda la lettura e se già il precedente spunto mi lasciava dei dubbi su certe strade che si seguono, il fenomeno del Booktok è ancora più assurdo, assoggettato com’è ai dettami dell’algoritmo, dei ritmi veloci e fagotatrici della rete, del modo in cui si bruciano le cose. Il lettore non è più una persona che trova piacere nel leggere, diventa un brand, la lettura è uno status da mostrare: arrivati a questo punto si è perso il senso della misura e il senso di che cosa significa davvero leggere. Vero, tutto è diventato consumistico, tutto è puntato al guadagno e all’averlo in fretta, ma forse questa non è la strada migliore da seguire e proprio il leggere dovrebbe insegnarlo, dato che il leggere è un’attività che richiede tempo, calma, riflessione, assimilazione e sì, anche contemplazione, perché alle volte è anche giusto fermarsi dopo aver letto un brano e pensarci sopra, godere del momento che ha fatto vivere.
Trovo assurda questa cosa di leggere decine di libri in un solo mese e per cosa? Per essere sempre sul pezzo? Per stare al passo dell’algoritmo?
Ci si è dimenticati che la rete è un mezzo che è stato creato per essere d’aiuto alle persone, ma come sta venendo usata non aiuta proprio nessuno, anzi, fa più danno che altro, dato che crea dipendenza, fa diventare dei servi di un sistema che si dovrebbe padroneggiare; invece di usare il sistema si viene usati dal sistema. Purtroppo, si è perso il senso della lettura, soprattutto si è perso il piacere di leggere, conoscere, comprendere e sì, anche vivere le storie. Ora, più che mai, è diventato tutto consumistico, tutto accumulo e apparenza, qualsiasi cosa è sacrificabile per la mediaticità e l’esteriorità. E questo non è positivo, ma proprio per niente.
La verità esiste ancora?
Già in passato ho parlato della verità (qui, qui e qui) e ieri mi sono ritrovato a tornarci a riflettere guardando un video di Fabrizio Valenza dal titolo La FINE della VERITÀ? Da Pilato all’Intelligenza Artificiale (passando per la TV).
Riporto qui il commento che ho lasciato
La verità è un argomento complesso, ma ritengo che sia più appropriato dire che esistono tante verità. Alcune sono realmente tali, a esempio che senza ossigeno noi moriamo, stessa sorte si subisce se non si beve, mangia o dorme per un determinato lasso di tempo; tutto ciò è difficilmente criticabile. Direi anche che tra queste verità c’è la gravità, le forze elettromagnetiche, ma di sicuro c’è chi le mette in discussione (c’è ancora chi dice che la Terra è piatta, quindi…); una verità sicura oggi è che si mette in discussione tutto e si fa fatica a distinguere il vero dall’invenzione, dal falso. Social, IA, ma anche giornalisti e soprattutto politici, fanno in modo che si dubiti di quello che si vede e si sente: o si è presenti e si è testimoni di quanto accade, oppure è difficile avere riscontri di quello che accade, vuoi per errori nel riportare quanto accaduto, vuoi perché si manipolano i fatti. Per scremare il vero dal falso occorrerebbe avere più fonti, fare controlli incrociati, ma anche così diventa difficile riuscire ad arrivare alla verità. Tutto questo non penso che porterà a nulla di buono: sempre più incertezza, sempre più diffidenza e pertanto sempre più isolamento perché non ci si potrà fidare di nessuno. La perdita di punti fermi un tempo esistenti (credi religiosi, politici) lascerà gli individui come dei naufraghi soli in mezzo all’oceano e questo porta alla paura e la paura non porta certo elementi positivi. Non che quei punti fermi fossero positivi: politica e religioni hanno manipolato, raccontato mezze verità per il proprio tornaconto, per legare a sé le persone, perché più persone si avevano al seguito, più si aveva potere (i numeri sono potere e più sono grandi più grande è il potere); hanno controllato le persone, limitando o annullando la loro libertà. Il problema è che tolti quei punti fermi si è commesso l’errore di dare libertà alle persone non capendo che questa non è libertà, ma soltanto caos. Forse allora la verità è consapevolezza e la prima consapevolezza da scoprire è che si è allo sbando: riconoscere questo è il primo passo che per avviarsi verso la scoperta di cosa essa sia. Ma prima di partire verso questa scoperta è meglio prima ricercare la verità su se stessi.
La pace non piace.
Agli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
Nell’ultimo caso, la risposta sarebbe stata facile da trovare: la gente comune non avrebbe ottenuto nulla dal partecipare a un conflitto in prima persona, se non subire ferite, menomazioni, perdere affetti e, in tanti casi, anche la vita. Alla fine di tutto, qualora fosse riuscita a sopravvivere, avrebbe avuto l’esistenza segnata dagli orrori vissuti.
Negli altri casi invece si può parlare di condizionamento nell’aver voluto credere a parole e ideali che li hanno illusi, il che è riconducibile all’ignoranza e alla pigrizia mentale di non farsi domande su quello che si stava facendo. Con un poco di riflessione, si sarebbe giunti a comprendere tale realtà e a evitarla, dato che senza il consenso della popolazione i governanti non avrebbero potuto dare il via a nessuna guerra. Se questo non è avvenuto, è perché, anche se non piace ammetterlo, nell’essere umano c’è una forte dose di aggressività e violenza. L’uomo sempre cerca il conflitto con gli altri e questo si verifica perché è sempre in conflitto con se stesso. Qualcuno ricondurrebbe la cosa al peccato originale, qualcun altro al fatto che fa parte della sua natura, dato che in fondo l’uomo rimane pur sempre un animale, anche se sa parlare e ha creato costrutti come l’arte, la scrittura, le società. Tuttavia, le cosiddette società, spesso considerate civili, non hanno eliminato la violenza e neppure hanno aiutato a comprenderla e rendere l’essere umano davvero consapevole di essa, ma si sono limitate a reprimerla; il che, come ben si sa quando si cerca di reprimere qualcosa, non è un bene, perché non fa che aumentare la pressione, con il rischio che poi esploda incontrollata. Se a questo ci si aggiunge che le società, con il modo di vivere che hanno instaurato, con i loro diktat, con tutto il loro sfruttamento e risucchiare energia, non fanno altro che generare insoddisfazione, tensione, intolleranza e malcontento che alimentano la violenza tenuta a bada, allora si può comprendere il verificarsi di certi eventi lesivi e distruttivi che continuano a perpetrarsi generazione dopo generazione.
E tutto ciò porta a un’altra questione: l’influenza che gli adulti hanno sui bambini proprio riguardo la violenza, dato che sono responsabili del farla entrare nel loro mondo, generando esempi negativi che vengono poi perpetrati dai piccoli quando crescono. Benché sia sempre stato così, a partire dall’ambito familiare, con lo sviluppo della tecnologia e di tutti i suoi mezzi d’informazione, i bambini sono bombardati da input di violenza: serie tv, telegiornali, film, reality show, social, non fanno che proporre modelli che presentano violenza fisica e verbale. Per capire la serietà del problema che si ha davanti, occorre ricordare che i bambini, a differenza degli altri cuccioli del mondo animale, non hanno un istinto che dice loro cosa fare, ma, per sopravvivere, devono imitare quanto vedono fare da altri per apprendere qualcosa. Questo fa comprendere quanto è importante il tipo di educazione che si riceve da piccoli per il corretto sviluppo perché, se questo non avviene, si possono avere delle conseguenze che non solo danneggiano quello che sarà il futuro adulto, ma anche la società in cui vive.
Estratto di Ritrovare la capacità di pensiero.
Un mondo sempre più diviso
Ripropongo parte del commento fatto su un articolo scritto da Bruno sul suo sito.
“Il 25 aprile è sempre stata una festa divisiva perché è nata sul compromesso, su quella cosa chiamata riconciliazione: mentre in Germania c’erano processi, in Italia praticamente l’hanno voluta far finire a tarallucci e vino. “Ma sì, abbiamo fatto qualche errorino, dimentichiamocene, facciamo che tutto è come prima”. Il problema è che il fascismo ha ispirato in nazismo, causando una delle catastrofi peggiori create dall’uomo: sessanta milioni di morti, orrori, odi senza fine, paesi devastasti, eccidi, campi di concentramento. Chi ha aiutato i carnefici ed è stato carnefice è rimasto a piede libero e la mentalità, la cultura di morte e distruzione di cui è stato portatore esiste ancora ed è andata al potere.
Caliamo un velo pietoso su Israele, che non ha imparato dalla storia e ora è carnefice come chi lo è stato in passato.”
Luca e Paolo nella loro copertina hanno fatto un quadro ancora più chiaro.
Si parla del 25 aprile e di come sia (forse lo è sempre stata) una festa divisiva, ma ormai le divisioni sono tantissime: si guardi a quello che fa Trump, Israele, la Russia, ma senza guardare a livello internazione, limitandoci all’Italia, con le divisioni interno del governo che spesso si fa opposizione da solo, ma non solo lì, basti vedere quello che sta succedendo con il caso degli arbitri del calcio. Più si va a guardare in piccolo, più si vede che le divisioni imperversano: nella scuola, tra i coetanei, non parliamo della famiglia che si sta disgregando, quando si arriva a non formarsi proprio (e va già bene così, meglio che finire in tragedia come spesso, purtroppo, si vede).
Siamo in un mondo sempre più diviso e divisivo, con le persone che si riducono a essere sempre più isole causa un sistema sempre più nocivo e opprimente.
IA nella scrittura
La settimana scorsa mi sono imbattuto in questo video dove si parlava del caso Shy girl, un romanzo che ha scatenato un polverone nel mondo dell’editoria.
Per chi non volesse vedere l’intero video, ecco un breve riassunto di quanto successo. Shy girl è un romanzo scritto da Mia Ballard e uscito in Inghilterra tramite autopubblicazione nel 2025; quest’anno doveva essere pubblicato dal Gruppo Hachette, casa editrice ben conosciuta, ma il tutto è saltato perché il libro sarebbe stato scritto dall’Intelligenza Artificiale, non da un autore in carne e ossa. L’autrice ha negato tutto ciò, asserendo che sì, l’IA era stata usata da una sua editor che vi aveva fatto ricorso lavorando su una prima versione del libro, ma che esso non era stato scritto tramite essa.
Come si è arrivati a tutto ciò? Alcuni lettori su Goodreads hanno cominciato a criticare Shy girl per l’uso di metafore confuse e frasi ripetitive, come se fossero state realizzate con l’IA; a questo punto la vicenda ha attirato l’attenzione del New York Times e l’inchiesta ha motivato la decisione di Hachette di ritirare il romanzo. (1) Oltre al testo, anche la copertina è finita al centro dell’attenzione: sembra una versione rivisitata dall’AI di un’altra copertina, operazione nella quale, ovviamente, all’autore dell’illustrazione originale non è stato chiesto nessun consenso né gli è stato dato alcun compenso (2).
Non è la prima volta che si parla dell’uso dell’IA in ambito letterario: autori, case editrici, hanno già utilizzato IA per realizzare copertine. Questione differente per quanto riguarda il testo, almeno per quanto è dato sapere. Tuttavia, le opinioni non sono unanimi: c’è chi dice che l’usa dell’IA nella scrittura sarà inevitabile, chi asserisce che questo è il futuro, che gli autori se devono adeguare perché questa sarà la realtà. E naturalmente c’è chi è contrario all’utilizzo dell’IA.
Personalmente, ritengo che l’IA si possa usare come correttore ortografico (anche se tanti programmi per la scrittura hanno tale sistema integrato), al massimo la si può utilizzare per avere un punto di vista diverso se si hanno dei dubbi su come è scritto un brano. L’IA in questo modo può essere un mezzo di supporto utile; ma se si vuole essere scrittori, per me, la fase creativa, la realizzazione di un testo, deve appartenere all’essere umano; l’IA può servire per migliorare la forma, ma non si può demandare a essa la scrittura di un’opera. Stesura, revisione, spettano all’autore e a un editor, se si ha la possibilità economica di averlo; soprattutto, se uno vuole essere autore, ideazione e realizzazione devono essere totalmente a suo carico. Costa impegno, tempo, fatica, ma se si vuole creare qualcosa di valido, si deve attingere a qualcosa di più, quel qualcosa che viene dal vissuto: si pensi a Tolkien e a Il Signore degli Anelli e a quanto l’esperienza personale dell’autore ha influito ed è stata riversata nel testo (l’amore per i cavalli, per la natura, i traumi e gli orrori della guerra, il monito sull’industrializzazione feroce). Tutte cose che un IA non può avere perché non ha un vissuto: ha tante informazioni, tante nozioni, ma non ha vita, sa solo in teoria cosa significano certi eventi. L’assenza di questi elementi in un testo si avvertono e fanno tutta la differenza del mondo tra un testo creato da un essere umano e uno generato da un’IA.
1. https://www.repubblica.it/cultura/2026/03/21/news/caso_shy_girl_romanzo_scritto_con_ia_ritirato_dal_mercato-425235779/
2. https://www.rivistastudio.com/hachette-horror-ritirato-per-uso-ai-autrice/
Violenza dilagante
La violenza pare trovare sempre più piede negli ultimi tempi; c’è sempre stata fin da quando esiste l’umanità, ma ci sono periodi dove essa acuisce la sua presenza e purtroppo questo si sta verificando nel tempo in cui viviamo. Si è iniziato con l’attacco della Russia all’Ucraina, poi si è continuato con l’Iran che prima ha preso a massacrare delle donne per fanatismo religioso poi ha cominciato a reprimere nel sangue chi protestava contro il regime causando migliaia di morti, arrivando all’attuale presidente USA Trump, i cui discorsi traboccano di violenza e odio (lo dice apertamenente in discorsi pubblici che odia chi gli si oppone), dove le minacce sono continue; minacce cui seguono azioni, come l’attacco al Venezuela (e non importa se Maduro era un dittatore criminale che andava arrestato e destituito) e le azioni dell’ICE. Sta passando la legge del più forte, che chi ha potere e denaro può fare quello che vuole, calpestando chiunque, e questo purtroppo sta facendo adepti, sta portando un esempio distorto, come dimostrano le parole di Salvini che, sull’onda di quello che sta succedendo in America, sta chiedendo che le forze dell’ordine italiane “dovrebbero avere ancora più le mani libere per difendere la nostra e la loro sicurezza” e che “non devono essere a processo”.
Il presente non sta prendendo una bella piega: le persone, le istituzioni, i governi, stanno diventando sempre più violenti, come se la violenza sia l’unica via percorribile, l’unica risposta che si può dare. Inevitabile porsi delle domande. La violenza è insita nell’uomo? Perché l’uomo è così attratto dagli atti violenti, fin dai tempi più antichi? Cosa c’è nello scorrere del sangue che affascina tanto gli esseri umani? Perché la guerra attira più della pace?
Secondo la Bibbia, i lati negativi e malvagi dell’uomo (e la violenza è uno di questi) sono entrati nella sua vita con il peccato originale, ovvero la disobbedienza di Adamo ed Eva a Dio del non mangiare la mela, il frutto della conoscenza del bene e del male; sempre secondo tale testo sacro, fu uno dei loro figli, Caino, il primo uomo a perpetrare un atto violento, uccidendo il fratello Abele e divenendo così il primo assassino della storia umana.
Filosofia, psicologia, antropologia hanno cercato a loro volta di capire l’origine della violenza. Dipende forse dall’etnia cui si appartiene? Dall’eredità genetica ricevuta? Dall’ambiente in cui si è cresciuti? A queste domande la risposta trovata non è stata sempre delle migliori, basti pensare al Criminal Tribes Act del 1871 promulgato dal governo britannico che dichiarava decine di etnie indiane portatrici di impulsi criminali ereditari (il tutto per giustificare e supportare le azioni del suo colonialismo). Non è andata meglio con le teorie di Lombroso, secondo le quali si poteva capire se una persona era violenta e criminale dall’aspetto fisico: indicazioni di questa natura erano per esempio malformazioni o anomalie del corpo, del cranio, l’uso di tatuaggi. Persino l’epilessia era segnale di una natura violenta.
Le cose non sono poi migliorate con altri studi, secondo i quali le persone violente erano quelle che crescevano in ambienti poveri (studi cui sarebbe bastata la storia per smentirli, dato che le peggiori atrocità dell’uomo erano state commesse da ricchi e nobili).
Negli anni più recenti pure la medicina ha cercato di dare la sua risposta: la violenza è qualcosa che dipende dal codice genetico, dato che ci sono dei geni che determinano il comportamento violento dell’individuo, influenzandone la vita.
Tante domande, tante teorie, ma poche risposte certe. Tuttavia, la violenza non è una questione né di sesso né di età. Non si tratta neppure di appartenenza a un determinato stato sociale, dato che sempre più spesso certi crimini avvengono in famiglie “bene”, cresciute in ambienti tranquilli, senza problemi economici, con la violenza che si riteneva appartenesse solo a persone cresciute in povertà. Invece, la cronaca mostra medici, avvocati, imprenditori, che uccidono mogli e figli all’improvviso, in apparenza senza un motivo, con i vicini che rimangono esterrefatti perché credevano di vedere una famiglia normale e serena, senza nessun problema, senza che ci fosse un pretesto per scatenare una violenza di tale portata.
Nella società attuale pare che non serva un pretesto per dare il via alla brutalità: si accoltella, si uccide, per un commento, un parcheggio, uno sguardo; non si può nemmeno non osservare che agli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
La storia non ha fatto che mostrare che nessuna società, civiltà o religione è stata ed è esente dalla violenza. A conferma di tali parole, basta analizzare la cultura in cui siamo cresciuti, dove anche la religione cristiana, il cui principio fondamentale è basato sull’amore e sulla comprensione, si è sviluppata ed è stata permeata di violenza e sopraffazione. Di esempi ce ne sono tanti, basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe o semplicemente il perseguitare chi pensava liberamente, come successo alla matematica, astrologa e filosofa Ipazia, brutalmente uccisa da fanatici cristiani; quanto fatto a tale persona non solo ha mostrato l’odio e il disprezzo verso la donna che per secoli ha accompagnato la religione cristiana, ma ha anche messo in risalto la sopraffazione e il desiderio di affermazione, di essere migliori e superiori; le cose non sono migliorate molto con il passare del tempo e neppure sono andate meglio in altri paesi e con altre religioni, basti vedere quello hanno fatto nazioni come India, Iran, Pakistan, Afghanistan.
Fino a quando l’umanità non ammetterà la sua parte violenta, non l’affronterà e soprattutto non accetterà la sua esistenza, continueranno a esserci guerre, a presentarsi episodi di violenza quotidiani che non hanno più neppure bisogno di un pretesto per scatenarsi. Uomini, donne, giovani, anziani, non sono più in grado di controllare le proprie emozioni, venendo dominati da esse. Un’educazione errata, il credere in valori sbagliati, esempi negativi portati dai media, il dilagare dell’ignoranza e della disinformazione, hanno contribuito ad alimentare questi impulsi violenti; a tutto ciò vanno aggiunte le insoddisfazioni, le delusioni, le sconfitte che s’incontrano nella vita e che, scontrandosi con falsi modelli di successo e riuscita, non hanno fatto che alimentare simili impulsi. Questa serie di elementi ha fatto perdere il proprio centro agli esseri umani, creando uno squilibrio che semina sempre più danni; basterebbe essere un po’ più consapevoli di sé e del mondo attorno per non farsi condizionare e tornare padroni di se stessi. Basterebbe fermarsi un poco, staccandosi da un mondo frenetico che fa vivere sempre di corsa e rende sempre più tesi e intolleranti, per essere meno aggressivi e non usare gli altri come parafulmini per scaricare l’energia violenta accumulata. Il rischio cui si va incontro, altrimenti, è un degenerare della persona e della società, proprio come ha mostrato William Golding in Il Signore delle Mosche (anche se magari in modo un po’ didascalico e semplificato).
Ma se è facile (in teoria dovrebbe esserlo) giudicare la violenza quando è immediata, è più complicato quando si tratta di qualcosa di meno diretto come lo sono le violenze verbali, psicologiche, (che però hanno lo stesso potere distruttivo di un atto fisico) i tentativi di condizionamento e repressione per vie traverse, come a esempio il tentativo di voler schedare professori che sono contro una certa linea politica, perché va ricordato che è così che è cominciato il fascismo, un movimento politico e una cultura di violenza e di morte, e così può ricominciare; ma forse non è corretto dire che può ricominciare, perché il fascismo non se n’è mai andato, ha continuato a esistere tentando sempre di rialzare la testa. Non serve che tutto ciò sia urlato, perché ci sono battute, asserzioni celate dietro sorrisi e toni pacati che possono colpire come un pugno. Per non parlare degli atteggiamenti, dato che pure il silenzio, il tenersi a distanza in un certo modo, può essere violenza, come nel caso del mobbing. (1)
1. Parte di quanto scritto è stato estrapolato del lavoro da me realizzato Ritrovare la capacità di peniero.
