Nessuno resta indietro

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Nessuno resta indietroNessuno resta indietro è il secondo racconto del Testimone della trilogia omonima di Steven Erikson. A G’danishan c’è aria di rivolta, con i Malazan che di nuovo devono vedersela con il culro dell’Apocalittico; al Gran Pugno Arenfall l’arduo compito di evitare che la situazione degeneri, ma oltre a dover fronteggiare i nemici davanti a sé deve guardarsi le spalle dalle macchinazioni interne con l’arrivo dell’Aggiunto Inkaras, venuto forse per aiutarlo, forse per farlo fuori. Assassini, divinità antiche, case Azath, fanti di marina che usano congegni esplosivi con facilità estrema, uniti all’inconfondibile stile Erikson creano una storia densa, dove buona parte della storia ruota attorno all’Inquisitore di Va’Shaik Bornu Blatt, uomo deforme dalla nascita ma proprio per il dolore che ha dovuto sopportare per tutta la vita dotato di grande intelligenza e compassione; proprio questi suoi aspetti, che non lo hanno mai portato ad adorare alcun dio, lo metteranno in contrasto con il volere della dea che lo ha scelto, un volere che si alimenta della rabbia nata dalle ingiustizie e che vuole bruciare e distruggere tutto quanto.
Devo dire che Nessuno resta indietro, insieme a I figli di Dune, è stato una boccata d’aria fresca in un periodo di letture un po’ troppo semplici (pare però che nel genere fantasy adesso sia questo che passa il convento): Erikson, almeno in Italia, non ha grandi giri di vendite (seppure bisogna notare siano buone, altrimenti non sarebbe pubblicato) e non ha tantissimi fan per la prosa e le tematiche non semplici che usa, ma per me in questo momento era quello che ci voleva perché è stato di stimolo, perché fa pensare, perché non dà la pappa pronta. Certo non è immediato (anche se devo dire che ho trovato più difficoltà in passato), certo essendo passati tanti anni dalla lettura dal Libro dei Caduti di Malazan molte cose non me le ricordo (in questo libro meno che nel precedente), ma Nessuno resta indietro è stata davvero un’ottima lettura e mi è dispiaciuto averla finita (in verità mi ha fatto venire voglia di rileggermi l’intera saga, anche se ho tanti libri non letti ancora da smaltire).

Yumi e il Pittore di Incubi

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Yumi e il Pittore di IncubiYumi e il Pittore di Incubi di Brandon Sanderson è bello. Davvero bello. E dire che ero partito un po’ prevenuto trattandosi di uno young adult romantico, oltre al fatto che alcune delle ultime letture di Sanderson (gli ultimi due volumi dell’Era Due di Mistborn e Vento e Verità) non mi avevano completamente soddisfatto. Poi ho letto la postfazione dell’autore e le cose sono cambiate, perché sapere che cosa aveva ispirato la storia ha cambiato l’approccio al romanzo. Possono due paginette far cambiare idea? In questo caso per me è stato così: sapere che Sanderson si era ispirato al videogioco di Final Fantasy X e a storie del tipo di Your Name di Makoto Shinkai (che ho apprezzato molto) ha cambiato la predisposizione verso Yumi e il Pittore di Incubi.
Le storie di Makoto Shinkai mi piacciono (reputo Your Name una delle migliori; il primo posto spetta a 5 cm per second) e la serie di Final Fantasy è tra le mie preferite, con Final Fantasy X che è per me è l’ultimo vero Final Fantasy (dopo a mio avviso lo spirito che ha animato i capitoli fino a questo punto si è smarrito). Proprio per capire quanto è forte l’influenza che essi hanno avuto su Yumi e il Pittore di Incubi, occorre conoscere un poco le storie appena citate.
Your Name racconta le vicende di un ragazzo e una ragazza che vivono uno la vita dell’altra: involontariamente finiscono con la mente nel corpo dell’altro e devono rapportarsi con una realtà, con persone diverse da quelle che conoscono. Non s’incontrano mai, ma si conoscono comunicando fra loro lasciandosi messaggi scritti su carta e promemoria sul cellulare, arrivando a innamorarsi. Sanderson è partito da questo, ma ha voluto che Yumi e Pittore interagissero di più tra loro, facendo sì che i due fossero sempre vicini, sia che si trovassero nel mondo di Yumi sia in quello di Pittore, con uno dei due sempre in forma di spirito (si possono vedere solo tra loro).
Final Fantasy X ha un’impronta ancora più forte sul romanzo di Sanderson. Tidus è un atleta acclamato e famoso del blitzball (una specie di rugby/pallanuoto che si gioca sott’acqua) che vive a Zanarkand fino a quando la sua città non viene attaccata e distrutta da una gigantesca creatura (Sin) e lui viene catapultato in un altro mondo, dove conosce Yuna, una giovane invocatrice che inizia un pellegrinaggio per ottenere l’Invocazione Suprema per fermare (almeno per un poco) la calamità che distrugge regolarmente il suo mondo (Sin appunto); i due, praticamente coetanei, s’innamorano ed entrambi scopriranno una scioccante verità: i mondi di Yuna e Tidus non sono diversi, ma sono gli stessi, solamente di epoche differenti. La Zanarkand di Tidus è la città che mille anni prima fu sconfitta da Bevelle, una città rivale, i cui superstiti divennero Intercessori, in modo da poter ricreare la loro distrutta città a partire dai loro ricordi: Tidus altro non è che un sogno, un’entità illusoria ricreata dagli Intercessori che, stanchi di sognare, hanno ricercato un aiuto per morire ed essere finalmente liberi.
Parlando di queste due storie forse ho rivelato tanto di quanto c’è in Yumi e il Pittore degli Incubi, ma nonostante questo, sapendo tutto ciò, la lettura non viene rovinata, anzi, acquisce ancora maggiore valore. E poi Sanderson riesce comunque a sorprendere (lo dice uno che conosce abbastanza bene Your Name e FFX).
Yumi (notare la somiglianza con Yuna) è una delle quattordici yoki-hijo che con la loro capacità d’impilare rocce possono invocare gli Spiriti e ottenere favori. Il suo è un mondo dalle sfumature rosse, una terra molto calda, dove l’acqua è poca, le città sorgono attorno a geyser e gli alberi galleggiano nell’aria; la sua è una vita fatta di rituali, meditazione e devozione, un’esistenza austera, cui desidererebbe evadere, almeno per un poco. Cosa che si verifica quando uno spirito appare chiedendo il suo aiuto.
Pittore (il cui vero nome è Nikaro) vive in un mondo avvolto da una notte perenne, dove in cielo si vede solo una stella; la cittadina in cui vive è illuminata da linee hion (la fonte di energia alla base della sua civiltà) dai colori ciano e magenta e attorno a essa c’è il sudario, una massa oscura da cui emergono gli incubi. Il suo lavoro è quello di “esorcizzarli” dipingendoli: nel suo mondo capire la natura di un incubo e renderlo un dipinto è capace d’impedire che diventi stabile e così portare morte e distruzione, come successo in passato. Proprio l’incontro con un incubo quasi stabile cambierò la sua vita; quello e qualcosa che lo colpisce cadendo dal cielo mentre guarda la stella.
Yumi e il Pittore di Incubi vede come già successo con Tress del Mare Smeraldo Hoid tra i personaggi del romanzo, ma se in quel libro aveva perso i suoi ricordi, qui si ritrova bloccato nello stato di attaccapanni, con sommo divertimento della sua Spren Scarabocchia, che in questo mondo ha assunto le fattezze di un’avvenente donna che gestisce un ristorante. Come tante storie romantiche young adult già viste, Yumi e Nikaro all’inizio non si comprenderanno, ci saranno scontri, attriti, incomprensioni, ma comincieranno pian piano ad avvicinarsi, a sostenersi l’uno con l’altro, facendo fronte comune con le minaccie che incombono sui loro mondi.
Per chi ha amato Your Name e Final Fantasy X, Yumi e il Pittore di Incubi è un romanzo da leggere. E se lo dice uno che non è un fan della maggior parte degli young adult, tantomeno dei romance, allora questa storia merita davvero di essere conosciuta.

Berserk 43

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Stando alle parole di Kouji Mori nelle ultime pagine di Berserk 43 (Collection) l’arco narrativo che sta venendo narrato per Kentaro Miura era molto importante perché (riportando le parole del compianto maestro) “Quando (Gatsu) perderà tutto, si dispererà”, “Questa disperazione è assolutamente indispensabile per Gatsu”; persa Caska rapita da Grifis, il suo scopo di vendicarsi in apparenza fallito per non essere riuscito a colpire quello che un tempo era stato un amico, le convinzioni e il mondo di Gatsu crollano, lasciandolo vuoto, senza più forze. Venendo meno tutto quello su cui aveva basato la sua vita (la spada che non è riuscita a fare nulla contro Grfis), la sua rabbia, il suo odio lo abbandonano lasciandolo senza nulla.
Con Gatsu in stato catatonico prima, poi catturato e imprigionato dai Kushan, tutta l’azione sulle spalle di Shilat, che si ritrova a combattere contro Laqushas, il Barkilaka reietto, ora Apostolo del Falco di Luce e suo assassino: i due si affrontano durante il consiglio militare dell’Impero Kushan, con il temibile nemico che apre i cancelli dell’altro mondo facendo giungere nella città Kushan una legione troll che cominciano a spargere morte per le strade. Con Shilke fuori gioco sarà Farnese a intervenire e usare la magia per indebolire il loro potere e permettere di contrattaccare. Lo scontro volgere a favore dei Kushan e degli alleati di Gatsu, ma ciò non significa che è tutto a posto: Gatsu è accusato da Daiba, essendo portatore del Marchio Maledetto, di essere la causa dell’attacco, avendo richiamato i demoni. Viene così deciso di rinchiuderlo in uno Stupa, un’antica sacra tomba dimenticata; questo, seconda una mia impressione, ha dei rimandi evangelici, a quando Gesù morto viene seppellito nel sepolcro e poi risorge; certo, Gatsu non è morto, ma ha desiderato la morte e senza il suo spirito è come se lo fosse, entrare nella Stupa è un modo per ritrovarsi e “risorgere” più forte di prima.
Il lavoro fatto dallo Stuio Gaga sotto la supervisione di Mori si mantiene su un buon livello, sebbene si possa percepire, in alcune tavole, che ci sono delle differenze con il tratto di Miura; tuttavia ho potuto notare in questo Berserk 43 delle scelte stilistiche che Miura non avrebbe fatto, come dimostrato le immagini qui sotto: Kentaro non avrebbe usato delle semplici sagome nere per i troll, ma avrebbe lavorato in altro modo. In altri manga questo non sarebbe sbagliato, ma in un’opera come Berserk tutto ciò stona.

Berserk 43

Berserk 43

Berserk 43

Berserk 43

Berserk 43

La scrittura oggi.

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Nelle settimane passate ho visto un paio di video di Yasmina Pani riguardo com’è la scrittura adesso.

Poi ho visto quest’altro di Andrea Passador: https://www.youtube.com/watch?v=V3PmVUqjazw

Tutto ciò è sconsolante, ma non è una cosa nuova, l’involuzione della scrittura è un processo iniziato da tempo, ancor prima che iniziassi a fare delle collaborazioni online, cosa che risale ormai a una quindicina di anni fa; già allora venivano mosse delle critiche su come scrivevo, asserendo che non dovevo usare il punto e virgola, che dovevo usare frasi lunghe una, al massimo due righe, che dovevo limitare i termini da usare. Non sono mai stato d’accordo con questa modalità di lavoro, come già detto in un precedente articolo, e non mi sono adeguato per una questione di rispetto, verso me stesso, verso la lingua italiana e verso i lettori, perché (mi si scusi la franchezza) non li reputo dei deficienti; vero, sono abituati a cose (sempre più) semplici, quindi possono fare più fatica quando trovano un diverso livello di scrittura, ma sono convinto che con costanza e abitudine possono far salire il loro livello di conoscenza (sia per quanto riguarda la lingua, sia per quanto riguarda le modalità di scrittura).
Viene da porsi una domanda: il livello di scrittura attuale è tale perché ci si adegua al livello medio delle persone oppure perché si vuole usare un livello basilare per mantenere il livello delle persone nella media?
Senza andare nel complottismo, è risaputo che meno conoscenza si ha, più questa mancanza di conoscenza influisce sui processi mentali, facenso perdere capacità di analizzare situazioni, questioni, problemi. Ed è risaputo che una massa ignorante è maggiormente manipolabile da chi sta in alto (vedere cosa hanno fatto religioni e regimi). Come è risaputo che all’umo piace stare nel conosciuto, perché è confortante leggere, vedere, copioni che non si distaccano da ciò che piace, è confortante usare un linguaggio che usa sempre i soliti termini. La sicurezza è una buona cosa, ma lo è sempre? A questo quesito forse è bene rispondere con le parole usate da V nel film V per Vendetta.

Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità. E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c’era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere e sottomettervi.
Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole… non c’è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l’avete fatto: so che avevate paura, e chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie: c’era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, e il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all’attuale Alto Cancelliere: Adam Sutler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso obbediente consenso.

L’uso delle parole.

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I figli di dune:l'uso delle paroleAnche nelle forze piú socializzanti, troverete sempre qualche moto sotterraneo che tende a conquistare e a mantenere il potere attraverso l’uso delle parole. Dagli stregoni ai sacerdoti, ai burocrati, è sempre la stessa cosa. II basso popolo, governato, dev’essere condizionato ad accettare queste parole-potere come qualcosa di vero, perché scambi questo sistema di simboli inconsistenti per la realtà tangibile dell’universo. Onde conservare una simile struttura di potere, certi simboli devono esser tenuti fuori portata della comune comprensione: simboli, ad esempio, che abbiano a che fare con le manipolazioni economiche, oppure quelli che definiscono localmente ciò che s’intende per equilibrio mentale. Una simile segretezza nei simboli porta allo sviluppo di sub-linguaggi parziali, e ognuno di essi è il segnale di riconoscimento per quelli che lo usano,, accrescendo ogni volta il proprio potere. (1)

 

Un libro sacro è un libro di potere; un potere che ha la capacità d’insegnare, a chi vuole ascoltare, il cambiamento comportante la crescita. È un libro vivo, sempre attuale, perché di vita parla: attraverso la parola (uno dei mezzi per dare forma a volontà e pensiero) mostra un cammino che ogni individuo, in qualsiasi epoca, può intraprendere. Da solo però non può fare tutto: se dopo averlo letto, o ascoltato, non seguono atteggiamenti concreti, tutto risulta vano. Il messaggio in esso contenuto, se non è sorretto dalla volontà dell’individuo di metterlo in atto, è solo lettere che si dissolvono, finché non rimane niente. Realtà che invece cambia se lo si mette in pratica: esso diviene una forza capace d’influenzare chiunque, di cambiare l’esistenza dei suoi simili. Una forza che però non avrebbe nessun potere sugli altri se questi non glielo permettono.
Comprendendo da questo ragionamento come agisce il potere della parola sulle persone, si capisce come si creano le maggioranze e da esse gli uomini che governano: tutto dipende da quanto gli individui sono disposti a concedere agli altri. Un modo di conferire potere con il quale i popoli hanno concentrato, incanalato, proiettato le proprie energie su pochi individui perché li guidassero e decidessero per loro, facendoli responsabili delle proprie azioni.
Un qualcosa da cui stare in guardia, perché vuol dire affidarsi e dipendere dagli altri, sottostare alla loro volontà e non essere più liberi, pagandone perciò un prezzo; ne parla la Bibbia nell’Antico Testamento e precisamente nel Primo Libro di Samuele (8, 5-22), quando il popolo ebraico chiese a Samuele di dargli un re perché lo governasse ed egli, seguendo la parola di Dio, lo concesse perché imparasse l’errore che stava commettendo (con tale scelta, il popolo ebraico non voleva più seguire Dio, che altro non è che il vero essere interiore dell’uomo, rinunciando alla libertà).
Un brano attuale adesso come allora perché serve agli individui a essere responsabili e consapevoli della vita che vivono e delle scelte che compiono. Consapevolezza che tanto spesso sfugge all’uomo: pochi riescono a comprendere questa lezione, i più sono impegnati nel cercare lontano e negli altri ciò che già possiedono. Una mancanza di comprensione che comporta delle conseguenze: nel piccolo, perché condiziona e limita la libertà personale, nel grande, perché può portare all’impoverimento d’intere nazioni, quando non addirittura la rovina.
(2)

 

 

1. I figli di Dune. Frank Herbert. Editrice Nord 1977, pag.203
2. Jonathan Livingston e il Vangelo.

La martire

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La martireCon La martire Anthony Ryan continua la storia dil Alwyn lo Scrivano. Nel primo volume si era vista la crescita del protagonista da orfano a fuorilegge a prigioniero nelle miniere a fuggitivo fino a divenire membro sempre più importante all’interno dell’Alleanza. La sua non è solo una crescita a livello di abilità e capacità, ma anche a livello di conoscenza e consapevolezza di un mondo dove la verità è qualcosa di nebuloso, specie per quanto riguarda la religione, che non è quella cosa pura che si crede, ma è legata a quelle che per molti sono soltanto credenze pagane. In tutto ciò si posso vedere dei punti di contatto con la nostra realtà: non è cosa inusuale che una religione prenda elementi di un credo che ha soppiantato (vedere quanto fatto dalla religione cristiana con quelle pagane, dato che non si è appropriata soltanto degli edifici).
Come non si possono non vedere le somiglianze tra Evadine, la Martire Risorta, e Giovanna d’Arco: entrambe hanno una connessione con qualcosa di superiore (nel mondo di Ryan, Evadine pensa che siano i Serafili a mandarle visioni sul futuro e sulla strada da seguire, nel nostro Giovanna d’Arco ode delle voci celestiali), entrambe acquisiscono una notorietà e un seguito sempre maggiore, come sempre maggiore è il carisma e l’aura di cui si ammantano. Le loro figure diventano quasi mitologiche, come se fossero dotate di poteri ultraterreni; questo però comporta invidie, sospetti sia tra i nobili sia tra il clero che le vedono come fastidi, quando non vere e proprie minacce da eliminare.
Tra assedi, complotti, tradimenti, rivelazioni e quel poco di elementi magici che permettono di far rientrare il romanzo nel genere fantasy, La martire mantiene buono il livello della scrittura e della storia di Anthony Ryan in questa sua saga.

Perché Indiana Jones e il quadrante del destino non funziona.

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Indiana Jones e il quadrante del destinoIndiana Jones e il quadrante del destino è sicuramente meglio del film della serie che lo precede, Indiana Jones e i teschi di cristallo, ma non è al livello delle prime pellicole; questo è quello che succede quando si ricerca di donare nuova linfa a una serie di film che in un determinato periodo hanno avuto successo, non capendo che quello che è stato buono in un certo tempo può non esserlo. I tempi cambiano, così i gusti del pubblico e occorre capire che alcune cose appartengono al passato; soprattutto occorre capire che non ci si può sempre appoggiare a idee già usate perché non si ha il coraggio o la capacità di trovarne delle nuove. I primi tre film di Indiana Jones sapevano unire mistero e ironia, avevano fascino perché le sue storie si basavano su elementi del soprananturale legati alle religiosi, a oggetti sacri che sono entrati nell’immaginario collettivo come l’Arca dell’Alleanza, Il Sacro Graal, perché collegati a qualcosa di più grande, di superiore all’uomo. Che si sia credenti oppure no, tali oggetti hanno un’aura di sacralità che non si può ignorare, sono dotati di un fascino, anche di una magia, che attira e colpisce la mente umana: attingere a poteri dell’aldilà, avere la possibilità di vincere la morte e poter vivere in eterno, è qualcosa che fa presa sulla mente umana, da sempre.
Personalmente, i film di Indiana Jones avevano detto quello che avevano da dire con i primi tre film. Purtroppo non è stato dello stesso avviso chi ha voluto farne dei seguiti, puntando sull’effetto nostaglia, sul fatto che tanti fa anelavano vedere nuove storie del famoso archeologo. Ma gli anni passano per tutti, anche per l’attore che interpreta il protagonista e non si può non notare che manca, inevitabilmente, la verve iniziale, non ci si può non accorgere la stanchezza di portare avanti un progetto che ormai è a corto di idee.
Così, dopo il soprannaturale, si passa agli alieni dei teschi di cristallo per poi giungere ai viaggi nel tempo dell’ultima avventura di Indiana Jones e il quadrante del destino. Qualcuno avrà trovato interessante mostrare un’altra peripezia del dottor Jones, ma non si è considerato che veder un proprio “beniamino”, un proprio “eroe” invecchiato, che non fa più le cose di un tempo, può non far piacere. Invecchiare è normale, è qualcosa di naturale che va accettato e compreso nella realtà ed è proprio questo il punto: in questi film non si sta parlando si realtà, ma di finzione, una finzione che fa leva sulla sospensione dell’incredulità (meccanismo, in parte conscio e in parte inconscio, che permette di mettere da parte il pensiero critico e godersi una storia di fantasia). Se questa sospensione viene a mancare, tutto il castello crolla. O si punta su un approccio diverso cercando di percorrere stade nuove o cercare di riproporre canovacci che un tempo hanno fatto centro non porterà da nessuna parte; occorre alle volte fermarsi e lasciare il passato dov’è, così com’è.
Ultima nota. Sinceramente, la Disney sta stancando di rovinare prodotti che hanno lasciato un segno nel mondo del cinema. Oltre a Indiana Jones vedere quello che ha fatto con Guerre Stellari e i live action di film d’animazione da lei stessa prodotti in un tempo in cui sapeva fare le cose in modo decente.

Un paio di riflessioni sullo scrivere e sul leggere

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Nei giorni passati mi sono imbattuto in due video, uno inerente allo scrivere l’altro al leggere, dandomi spunti di riflessione.

https://www.youtube.com/watch?v=mO7qMVXGsl8

Il Signore degli Anelli, uno dei tanti romanzi da leggerePer quanto riguarda il primo, l’argomento era il fantasy, genere di cui sono appassionato sia da lettore sia da scrittore; l’inizio e la fine del video riguardavano la sponsorizzazione di iniziative e servizi del canale, ma la parte che m’interessava era quella centrale, dove si affrontava la realizzazione di un romanzo fantasy. Non era niente di cui già non sapessi e non mi fossi informato, quindi non sono rimasto sorpreso di quanto trattato, anche se speravo di apprendere qualcosa di nuovo. Quello che ho sentito mi ha fatto realizzare di nuovo una riflessione sulla strada che uno scrittore decide di percorrere, ovvero se seguire quello che piace o se adattarsi al mercato.
Il punto da cui partire è che occorre essere consapevoli di cosa il mercato offre e cosa richiede: avere le idee chiare serve in primis per essere sicuri della direzione che si vuole seguire e non avere delusioni. Se l’obiettivo è quello di vendere il più possibile, allora occorre studiare il mercato e realizzare prodotti che vanno per la maggiore: l’adeguarsi è qualcosa di necessario, se non indispensabile. E qui mi fermo sulle parole dette nel video: bisogna dare ai lettori quello che vogliono. Sul serio? Vero, i tempi sono cambiati, non si è più nel periodo in cui scrivevano i vari Tolkien, Lewis, Moorcock, quindi è forse giusto adattarsi perché altrimenti anche opere valide come Il Signore degli Anelli oggi non verrebbero pubblicate.
Ma le cose sono davvero giuste così? Davvero uno scrittore deve scrivere quello che vuole un lettore? In più di un’occasione non si tratta solo di adeguarsi, ma di abbassarsi di livello, perché è un dato di fatto che per raggiungere la maggior parte dei lettori bisogna usare un linguaggio semplice, realizzare farsi corte e avere trame non complesse perché il livello di attenzione è basso (per non dire precipitato).
Se devo essere sincero, sul fatto che uno scrittore si debba adeguare ai lettori non sono particolarmente d’accordo, anzi, direi che non lo sono per niente. Capisco che si debba scrivere in maniera comprensibile, che non si debba volere la ricercatezza a tutti i costi perché risulterebbe uno sterile esercizio narcisistico dove ci si può compiacere di se stessi, ma l’abbassarsi di livello proprio no, perché è qualcosa di sbagliato di principio: l’essere umano è fatto per migliorarsi, per evolvere, quindi è il lettore che deve cercare di seguire lo scrittore e se c’è qualcosa che al momento non sa, come un termine, un modo di costruire una frase, una trama, si deve impegnare per comprenderla, fare quel passo in avanti che lo faccia arrivare allo stesso punto in cui è lo scrittore. E invece, ci si trova a dire, anzi, peggio, a insegnare allo scrittore che deve impegnarsi di meno perché i lettori arrivano fino a un certo livello, oltre non bisgona andare.
Si dirà che se si vuole raggiungere il più gran numero possibile di persone così bisogna fare, ma a furia di fare di meno, ci si ritrova in situazioni come quelle che ogni giorno si stanno vivendo (ovvero l’involuzione degli individui). Autori come Tolkien non si sono preoccupati del numero di lettori che potevano raggiungere, ma si sono concentrati sullo scrivere delle buone storie, delle storie valide, e facendo così è stato quasi automatico che hanno poi avuto un seguito. Come già detto all’inizio, si potrà obiettare che i tempi in cui scrivevano autori come Tolkien erano diversi, ma una buona storia rimane una buona storia, che può avere più o meno successo, ma uno scrittore per me deve fare solo una cosa: essere fedele al fare il miglior lavoro possibile con le capacità che ha nel realizzare una storia che sente davvero sua, che sente avere qualcosa da dare. Adeguarsi alla commercialità e cercare di ottenere il maggior guadagno possibile che le sue abilità scrittorie gli consentono, anche se ciò che scrive non gli piace, è essere venditori, non scrittori. Si deve scegliere tra questi ue punti: fedeltà a se stessi o adeguamento al mercato, consapevoli che solo nel primo caso si è scrittori veri. Questo per me è il punto principale che una persona che vuole scrivere deve tenere in considerazione. Studiare il mercato, le sue preferenze, le sue movenze e poi solo dopo averlo conosciuto scrivere di conseguenza non è essere scrittori. Qualcuno dirà che agire così è intelligente, è pragmatico, fa andare avanti, che è progettando che si ottengono risultati; la progettazione sicuramente serve quando si deve sviluppare un’idea, ma un’idea, per essere davvero tale, non deve essere sviluppata a tavolino secondo richieste esterne. Può essere così in altre situazioni, ma per quanto riguarda lo scrivere, inteso come atto di creazione, l’unica cosa di cui uno scrittore deve preoccuparsi è dare vita a una buona storia che nasce da qualcosa di sentito, perché un libro dovrebbe essere di più di un semplice prodotto commerciale.

Il secondo spunto di riflessione riguarda la lettura e se già il precedente spunto mi lasciava dei dubbi su certe strade che si seguono, il fenomeno del Booktok è ancora più assurdo, assoggettato com’è ai dettami dell’algoritmo, dei ritmi veloci e fagotatrici della rete, del modo in cui si bruciano le cose. Il lettore non è più una persona che trova piacere nel leggere, diventa un brand, la lettura è uno status da mostrare: arrivati a questo punto si è perso il senso della misura e il senso di che cosa significa davvero leggere. Vero, tutto è diventato consumistico, tutto è puntato al guadagno e all’averlo in fretta, ma forse questa non è la strada migliore da seguire e proprio il leggere dovrebbe insegnarlo, dato che il leggere è un’attività che richiede tempo, calma, riflessione, assimilazione e sì, anche contemplazione, perché alle volte è anche giusto fermarsi dopo aver letto un brano e pensarci sopra, godere del momento che ha fatto vivere.
Trovo assurda questa cosa di leggere decine di libri in un solo mese e per cosa? Per essere sempre sul pezzo? Per stare al passo dell’algoritmo?
Ci si è dimenticati che la rete è un mezzo che è stato creato per essere d’aiuto alle persone, ma come sta venendo usata non aiuta proprio nessuno, anzi, fa più danno che altro, dato che crea dipendenza, fa diventare dei servi di un sistema che si dovrebbe padroneggiare; invece di usare il sistema si viene usati dal sistema. Purtroppo, si è perso il senso della lettura, soprattutto si è perso il piacere di leggere, conoscere, comprendere e sì, anche vivere le storie. Ora, più che mai, è diventato tutto consumistico, tutto accumulo e apparenza, qualsiasi cosa è sacrificabile per la mediaticità e l’esteriorità. E questo non è positivo, ma proprio per niente.