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A Quiet Place – Giorno 1

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A Quiet Place – Giorno 1Certi film si basano sulla sorpresa: quando essa viene a mancare, buona parte della loro efficacia viene a mancare. Questo vale anche per la serie A quiet Place: il primo film ha un’ottima riuscita, il secondo un po’ meno. Cosa dire allora del terzo, A Quiet Place – Giorno 1?
Personalmente, non mi ha fatto paura (trovare una pellicola che lo faccia ormai è arduo) e non mi ha sopreso affatto, dato che già si sapeva con cosa si aveva a che fare, bisognava solo vedere come veniva mostrata la comparsa delle creature e si può dire che non ci si è impegnati tanti: degli oggetti provenienti dallo spazio cadono sulla terra e gli alieni invasori cominciano a fare stragi. Allora perché ritengo A Quiet Place – Giorno 1 un film davvero ben fatto?
Perché ha voluto mostrare in mezzo all’orrore, al sangue, alla violenza, la ricerca di quello che si è perduta, una vita normale, una vita passata, e ci riesce ottimamente attraverso il personaggio di Samira (Sam), malata terminale di cancro che sta vivendo gli ultimi suoi giorni. Sam vive in una casa di cura alla periferia di New York, assieme al suo gatto Frodo cui è molto legata (si tratta di un animale di assistenza). Si ritrova coinvolta nell’attacco delle creature mentre assieme ad al pazienti sta assistendo a uno spettacolo di burattini; lì incontra uno studente inglese, Eric, che prende a seguirla ovunque va. Sempre attenti a non far rumore (ciò che attira le creauture) si muovono all’interno della città perché Sam, sapendo che ormai il suo tempo è alla fine, vuole ritornare nella sua casa di origie as Harlm; Eric, nonostante Sam cerchi di dissuaderlo ad andare con lei, l’aiuta a realizzare il suo desiderio.
Per me, le scene in cui Eric e Samira ballano insieme, condividono una pizza, Eric che si prende cura di Samira e va a cercare i medicinali per alleviare i suoi dolori, hanno dato un tocco particolare al film, sono il suo punto forte. Sinceramente non considero A Quiet Place – Giorno 1 un film horror, e neppure di fantascienza, ma è sicuramente un’ottima pellicola drammatica che merita di essere vista; sicuramente buona parte del merito è dovuta alla bella interpretazione data da Lupita Nyong’o di Sam, che riesce a dare quel tocco dolce e malinconico che accompagna praticamente tutta la pellicola.
A Quiet Place – Giorno 1 è la storia degli ultimi giorni di una persona che sta morendo e cerca in mezzo a un’invasione aliena di ritrovare quei luoghi, quelle cose quotidiane che l’avevano resa felice. Ed è una storia che merita di essere vista.

The Flash

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The FlashThe Flash è un film del 2023, il tredicesimo del mondo DC Comics e devo dire che è uno dei pochi film di questo mondo cui mi viene da dare un giudizio positivo. Sinceramente non posso dire se rimane fedele ai fumetti, dato che non ho letto praticamente nulla su questo personaggio; quello che conosco di Flash è legato alla prima serie televisiva degli anni 90 con una sola stagione (quella con John Wesley Shipp nella parte di Barry Allen), e alla seconda serie realizzata tra il 2014 e il 2023 (Grant Gustin interpreta Barry Allen mentre in ruoli differenti compare anche John Wesley Shipp; prime stagioni molto belle ma poi calate molto verso il finale), oltre a qualche cartone animato in cui compariva (ma più che altro si parlava di Justice League).
La storia di The Flash è cronologicamente datata dopo il film Justice League, ed è incentrata sul personaggio di Barry Allen, che ora è nella polizia scentifica, ancora alla ricerca di trovare un modo per scagionare suo padre dalla falsa accusa di aver ucciso sua madre. Piccola parentesi: non so nulla della storia canonica (quella dei fumetti), ma questa parte è uno dei fulcri della seconda serie televisiva.
Involontariamente, Barry mentre corre a supervelocità viaggia inavvertitamente per poco indietro nel tempo. Sconvolto dalla cosa, ne parla con Bruce Wayne, che lo sconsiglia dal viaggiare nel tempo perché non si sa cosa possono portare i cambiamenti, accettando che le esperienze vissute li hanno fatti divenire quello che ora sono.
Barry naturalmente non lo ascolta e viaggia indietro nel tempo, arrivando in una relatà alternativa del 2013 in cui la madre è ancora viva; lì incontra il sé stesso di quell’anno, venendo così costretto a confrontarsi con l’immaturità che aveva in quel periodo e come gli altri lo vedevano. Non so com’è il il supereroe dei fumetti, ma nella versione interpretata da Ezra Miller Flash è molto macchietta, diciamo che hanno voluto creare il personaggio spensierato del gruppo DC, essendoci già molto seri Superman, Batman e Wonderwoman; una figura spensierata, che prende tutto alla leggera, col sorriso, almeno fino a un certo punto di The Flash, ovvero l’incontro con se stesso: da questo momento in poi Barry comincia a cambiare, a capire il peso delle responsabilità, delle conseguenze delle scelte.
Per riuscire a venire a capo della situazione in cui si trova (lui ha perso i poteri mentre li faceva acquisire al sé più giovane e intanto c’è l’invasione del Generale Zodd) chiede aiuto a Bruce Wayne, ma si trova davanti a qualcosa di inaspettato: non è il Bruce Wayne che conosce, ma una versione più vecchia (interpretata da Michael Keaton, già in questo ruolo in altri due film sull’uomo pipistrello) che, ascoltata la sua storia, decide di aiutarlo. Insieme vanno alla ricerca di Superman (che reputano si trovi in Siberia), l’unico che può fermare Zodd; in realtà, al suo posto c’è Kara, sua cugina. Nonostante la sfiducia di Kara verso gli umani (l’hanno tenuta prigioniera facendo esperimenti su di lei), la Kriptoniana decide di affiancare i due Flash e Batman nella lotta contro Zodd, anche se ciò costerà la vita a lei a all’uomo pipistrello. I due Barry, potendo viaggiare nel tempo, decidono di cambiare gli eventi, ma si troveranno davanti al problema che la morte di Kara sia un evento che non può essere cambiato.
E qui mi fermo per non spoilerare il finale. Un finale che tutto sommato non mi è dispiaciuto, come non mi è dispiaciuto tutto The Flash, che, rispetto ad altri film DC, ha avuto il merito di non annoiarmi; certo non è perfetto, certo si possono sollevare obiezioni sui viaggi nel tempo (e quando questi non hanno fatto levare critiche), ma ha raggiunto il suo scopo intrattenitivo.

Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale

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Il Manuale del Mago Modesto per sopravvivere nell'Inghilterra medievaleIl Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale è uno dei progetti segreti di Brandon Sanderson che hanno visto la luce nel 2020 e 2021; una storia la cui idea originale Sanderson si era narrata a se stesso a letto verso il 2019 (abitudine che l’autore ha sempre). Il titolo, almeno una parte, invece risale al 2010, ma era stato accantonato perché ricordava un po’ troppo Harry Potter. Quando però lo scrittore americano ha cominciato a fare sul serio con questa storia, i vari pezzi sparsi negli anni si sono messi insieme ed ecco Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale, un volume che per lo più appartiene al genere fantascientifico ma che ha pure elementi classici del fantasy.
La storia è semplice: un uomo si ritrova catapultato in un mondo che sta attraversando un’era storica che è molto simile a quella dell’Inghilterra Medioevale e non ricorda assolutamente nulla di sé, né come ci è arrivato, né perché si trova lì. Ha solo dei fogli bruciacchiati di un libro che gli dovrebbero spiegare la situazione in cui si trova.
Tra equivoci, imbrogli, flashback sul proprio passato e peripezie varie che includono elementi medioevali come castelli, credenze di vario genere, vichinghi, il protagonista scoprirà molte cose, anche su se stesso.
Il via a Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale lo danno i viaggi interdimensionali e l’esistenza di mondi molto simili al nostro con epoche altrettanto simili che possono essere acquistate per viverci avventure e magari diventare gli eroi di quel pianeta; ci sono naniti, portali e fari dimensionali, spiriti, divinità, tutti elementi per creare una bella storia fantastica, che si legge agevolmente. La cosa che più ho apprezzato del romanzo è stato il protagonista, non certo il solito eroe, il suo essere un fallito ma non tanto per gli sbagli fatti (tutti ne fanno) quanto per arrivare a essere convinto di esserlo perché tutti lo avevano ritenuto tale, perché nessuno gli aveva mai dato fiducia: a furia di non avere fiducia dagli altri, era giunto a perderla in se stesso. Tuttavia, è bastato arrivare in un ambiente diverso, staccarsi da un’atmosfera negativa, avere qualcuno che crede in lui, che il protagonista cambia, trovando la possibilità di un nuovo inizio.
Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale è stato un buon libro, con un Sanderson che non scivola questa volta nello young adult e nemmeno in certe scene con protagoniste arie di vario tipo.

Mr. Nobody against Putin

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Pavel Talankin, autore di Mr. Nobody against PutinMr. Nobody against Putin è un documentario realizzato da Pavel Talankin, insegnante russo di scuola elementare, e candidato dalla Danimarca agli Oscar. Un documentario che denuncia come la propaganda russa abbia raggiunto tutto il paese, insinuandosi anche all’interno della scuola, divenendo da luogo di formazione, confronto e crescita a campo di reclutamento. Talankin aveva ricevuto la direttiva di documentare l’attuazione delle nuove direttive scolastiche del governo russo, ma è andato oltre questo perché aveva potuto costatare che c’era molto di più: dall’inizio della guerra con l’Ucraina, la propaganda russa, volgendo lo sguardo anche all’interno, ha voluto formare una generazione ultra nazionalista per prepararla all’arruolamento, investendo pesantemente nella sua preparazione. Un indottrinamento ideologico molto totalitaristico, che punta sulla forza, sul nazionalismo, con il pensiero critico che viene annullato. Bambini cui viene ordinato di marciare con la bandiera russa, leggere nuovi libri di storia rivisti e revisionati per difendere l’invasione russa dell’Ucraina, partecipare a tornei di lancio delle granate; veterani di guerra che visitano le scuole per predicare i valori nazionalistici russi.
Talankin, col suo ruolo di filmare le lezioni ai bambini, ha potuto mostrare come le scuole sono i principali luoghi in cui la propaganda si diffonde e fa presa, soprattutto nei bambini, fortemente influenzabili, dato che nel maestro vedo una figura da seguire, che racconta loro la verità. In questo modo l’ideologia del governo può attecchire con forza sulle nuove generazioni, come asserito dalla stesso Putin quando ha detto che le guerre si vincono con l’aiuto degli insegnanti. Nuove generazioni rovinate da una contorta, distorta ideologia.
Fuggito dalla Russia nel 2024 da solo, senza avvisare nessuno dato che era tenuto sotto controllo dal governo, con l’aiuto di un giornalista americano ha realizzato il documentario Mr. Nobody against Putin con il materiale che era riuscito a portare con sé, presentandolo poi, tra gli altri , alSundance Film Festival.
Mr. Nobody against Putin non sorprende, perché questo è il modus di fare dei regimi, di tutti i regimi: abbattere lo spirito critico, mentire, condizionare la mente della popolazione. Tutti elementi gravi, che sono ancora più gravi quando si vanno a toccare i bambini (c’è un passo del Vangelo che parla molto duramente di questo modo di fare: “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” Marco 9,42). La propaganda del regime russa non è certo nata con la guerra in Ucraina: esiste dai tempi di Stalin e anche prima. Ma non è una cosa solo russa: ogni regime usa la forza, usa il condizionamento, crea dei nemici su cui volgere l’attenzione per raggiungere i suoi fini e distoglierla da problemi che non si vuole siano visti o scoperti.
Non sorprende, ma Mr. Nobody against Putin è importante da vedere e far conoscere perché si deve sapere con che realtà si ha a che fare. E lo devono sapere soprattutto i nostrani sostenitori della propaganda russa (anche se c’è chi asserisce che è tutta una montatura per screditare Putin e la Russia, parte della propaganda occidentale: non c’è peggior cieco di chi vuole vedere, né peggior sordo di chi non vuol sentire): “Il regime russo non concentra solo armi e truppe sul campo di battaglia: investe risorse nel diffondere l’idea di un mondo in cui l’aggressività imperialista diventa difesa della patria, la censura difesa dell’unità nazionale e l’odio verso l’“altro” – che sia un Paese vicino come l’Ucraina o una comunità culturale diversa – parte del tessuto quotidiano. In classe e fuori, la propaganda plasma il modo in cui i bambini vedono il futuro e come tasselli di società concepiscono identità e conflitto.
La storia di Talankin ci ricorda che la propaganda non è solo disinformazione tecnica: è un’arma politica con effetti reali sulla formazione delle coscienze. E la presenza di narrative filo-russe nel nostro Paese oggi non è un dettaglio marginale: è un segnale che dobbiamo prendere sul serio. Non si tratta di demonizzare opinioni diverse, ma di riconoscere come le narrative di un regime nazionalista e liberticida stiano trovando terreno fertile in una parte dell’opinione pubblica italiana, creando confusione, legittimazione e persino simpatia verso un governo che reprime dissenso e plasma l’educazione statale per fini politici
.” (1)

1. https://www.linkiesta.it/2025/12/maestro-propaganda-russa-falso-patriottismo/

Essere umano

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“Essere umano, creatura straordinaria, chi sei?”: è l’interrogativo posto oggi al premio Nobel per la Letteratura 2025, László Krasznahorkai, in un passaggio nel suo discorso di accettazione del riconoscimento, a Stoccolma, che ha dedicato a una rilettura dell’evoluzione dell’uomo, dall’invenzione della ruota alla disillusione di oggi, alla fine dell’immaginazione.
“Hai inventato la ruota, hai inventato il fuoco, hai capito che la cooperazione era il tuo unico mezzo di sopravvivenza, hai inventato la necrofagia per poter essere il signore del mondo sotto il tuo comando, hai acquisito un intelletto sorprendentemente grande, e il tuo cervello è così grande, così solcato e così complesso che in realtà, per mezzo di questo cervello, hai acquisito potere, anche se in qualche modo limitato, su questo mondo che è stato anche nominato da te, portandoti a tali riconoscimenti che in seguito si sarebbero rivelati non veri, ma che ti hanno aiutato a progredire nel corso della tua evoluzione”, ha sottolineato lo scrittore 71enne nel discorso, pronunciato in ungherese, come si legge nella traduzione proposta sul sito ufficiale del Nobel.
“Il vostro sviluppo, avanzando apparentemente a passi da gigante, ha rafforzato la vostra specie sulla Terra e l’ha fatta crescere”, ha continuato. “Vi siete riuniti in orde, avete edificato società, avete creato civiltà, siete diventati capaci anche del miracolo di non estinguervi, sebbene anche questa possibilità esistesse, ma ancora una volta vi siete retti sulle vostre gambe. Poi, come homo habilis, avete creato strumenti di pietra e avete saputo anche usarli, poi come homo erectus, avete scoperto il fuoco, e poi grazie a un piccolo dettaglio – a differenza dello scimpanzé, la vostra laringe e il palato molle non si toccano – vi è diventato possibile dare vita al linguaggio, parallelamente allo sviluppo del centro del linguaggio nel cervello; vi siete seduti con il Signore dei Cieli, se possiamo credere all’Antico Testamento, vi siete seduti con Lui e avete dato nomi a tutte le cose create che vi ha mostrato, poi più tardi avete inventato la scrittura, ma ormai eravate già capaci di ragionamenti filosofici, prima avete collegato gli eventi, poi li avete separati dalle vostre credenze religiose”.
E ancora, rivolgendosi idealmente all’uomo, “hai inventato il tempo, hai costruito veicoli e barche, hai vagato per l’ignoto sulla Terra, saccheggiando tutto ciò che poteva essere saccheggiato, hai capito cosa significava concentrare le tue forze e il tuo potere, hai mappato pianeti ritenuti inavvicinabili, e ormai non consideravi più il Sole come un Dio e le stelle come determinanti del destino, hai inventato, o meglio hai modificato la sessualità, i ruoli degli uomini e delle donne, e molto tardi, anche se non è mai troppo tardi, hai scoperto l’amore per loro, hai inventato i sentimenti, l’empatia, le diverse gerarchie nell’acquisizione della conoscenza, e infine sei volato nello spazio, abbandonando gli uccelli, poi sei volato sulla Luna, e lì hai mosso i tuoi primi passi, hai inventato armi tali che potrebbero far saltare in aria l’intera Terra più volte, e poi hai inventato scienze in modo così flessibile grazie alle quali il domani ha la precedenza e mortifica ciò che può essere solo immaginato oggi, e hai creato l’arte dai disegni rupestri fino all’Ultima Cena di Leonardo, dal magico buio l’incanto del ritmo fino a Johann Sebastian Bach”.
“Infine, in conformità con il progresso storico, tu, con assoluta e assoluta immediatezza, hai cominciato a non credere più a nulla e, grazie ai dispositivi che tu stesso hai inventato, distruggendo l’immaginazione, ora ti rimane solo la memoria a breve termine, e così hai abbandonato il nobile e comune possesso della conoscenza, della bellezza e del bene morale, e ora sei pronto a trasferirti nelle pianure, dove le tue gambe affonderanno, non muoverti, stai andando su Marte? Invece – ha sottolineato ancora – non muoverti, perché questo fango ti inghiottirà, ti trascinerà nella palude, ma è stato bellissimo, il tuo percorso attraverso l’evoluzione è stato mozzafiato, solo, sfortunatamente: non può essere ripetuto”.

Questo è l’excursus dello scrittore Nobel per la Letteratura Krasznahorkai, dalla ruota alla disillusione di oggi; un discorso condivisibile, lungo e approfondito. In passato, ho fatto analisi del genere sulla natura dell’uomo, alcune su questo sito, altre messe nei miei lavori, altre solo pensate; ora, allo stato attuale dei fatti, vedendo come stanno le cose, vedendo il comportamento di tanti, specie di potenti e dei molti che li sostengono, la risposta che mi viene da dare è una, molto meno elaborata, più sintetica, e sicuramente molto poco gradevole. Una risposta che si riduce a due semplici parole.

Venti di guerra

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Venti di guerraDi John Gwynne avevo letto L’ombra degli dei (ambientazione che s’ispira alla mitologia vichinga) e sia la storia sia lo stile mi erano piaciuti, pertanto, quando ho letto di un’altra sua serie che trattava, in parole povere, della lotta tra angeli e demoni (figure che mi hanno sempre affascinato), approfittando di una promozione, ho deciso di leggere Venti di Guerra, primo di una trilogia che si pone come seguito di un’altra serie di questo autore, La fede e l’inganno.
Per buona parte della lettura Venti di Guerra mi ha coinvolto, pur non essendo nulla di originale o sorprendente, come si può capire leggendo la quarta di copertina. “I Ben-Elim, feroce stirpe di angeli guerrieri, hanno fatto irruzione nelle Terre dell’Esilio oltre centotrenta anni fa, sulle tracce dei loro eterni nemici, l’orda dei demoni di Kadoshim. Dopo averli sconfitti in una battaglia epocale, i Ben-Elim hanno fatto di questo mondo la loro casa, estendendone i confini e assoggettando antichi regni sotto il loro potere. Ma la pace nelle Terre dell’Esilio è fragile, e il loro indiscusso dominio è in pericolo. I Kadoshim sopravvissuti si stanno riunendo ai margini dell’impero”.
I Ben-Elim sono angeli con le ali bianche, i Khadoshim sono demoni con ali simil pipistrello, sono nemici giurati… niente che non si sia già visto nell’iconografia classica. Quindi siamo di fronte ai buoni contro i cattivi? Non proprio: si può dire che siamo di fronte a due diversi tipi di male, di cui uno è preferibile all’altro perché l’altro, è davvero il peggio che possa esserci. I Ben-Elim non sono proprio buoni: impongono con la forza il proprio modo di vedere le cose, sono rigidi, intransigenti, trattano gli esseri umani come sottoposti ed esseri inferiori, insomma sono una sorta di dittatori. I Khadoshim dal canto loro sono feroci esseri dediti al massacro e alla distruzione e come i Ben-Elim considerano gli umani creature inferiori a loro (anche se sono un po’ più furbi dei loro nemici, dato non reprimono così tanto con le regole gli uomini).
La storia, in questo primo libro, viene mostrata attraverso quattro protagonisti: Bleda, Riv, Drem e Sig.
Sig è una gigantessa che appartiene all’Ordine Splendente, un esempio per i suoi compagni per i suoi saldi principi e la sua determinazione; è tormentata dal suo passato e dagli eventi della prima guerra tra Ben-Elim e Khadoshim, di cui ha fatto parte (i giganti hanno una lunga vita).
Bleda è figlio della capotribù dei Shirak, preso sotto la protezione dei Ben-Elim (tradotto: preso con la forza) assieme a Jin, figla del capotribù dei Cheren, per feramre la guerra che c’era tra le loro tribù: viene addestrato per combattere i Khadosim rimasti.
Riv vive nella stessa città di Bleda, è figlia di un’Ala Bianca, l’esercito di umani che i Ben-Elim addestrano, e il suo sogno è divenire a sua volta un’Ala Bianca; è una testa calda e perde facilmente il controllo.
Infine c’è Drem, che vive come cacciatore con il padre al nord, lontano dalla civiltà e dall’influsso dei Ben-Elim; la sua è stata una vita dura ma pacifica, anche se i due si sono sempre spostati da un luogo all’altro. C’è qualcosa nel passato di Olin, il padre di Bleda, che viene tenuto celato e che Drem non riesce a scoprire, che sente come un peso. La loro vita viene sconvolta quando ritrovano della pietrastella, il minerale con il quale si è creato il metallo che ha imprigionato Asroth, capo dei Khadoshim, assieme a Michael, capo dei Ben-Elim, e il padre decide di forgiare una spada per eliminare definitivamente la minaccia dei Khadoshim (come? Ma naturalmente tagliando la testa al loro capo imprigionato). Naturalmente le cose non andranno come previsto e tra un colpo di scena e l’altro si assisterà all’attuazione del piano dei Khadoshim di avere la loro rivincita.
Venti di Guerra è un buon romanzo per buona parte della sua lunghezza; certi colpi di scena non sono stati colpi di scena per me (il fastidio che aveva Riv alla schiena mi aveva rivelato in realtà chi lei fosse davvero), ma tutto sommato questo non mi ha rovinato la lettura. Quello che ha rovinato la lettura nel finale è la virata verso lo young adult e la comparsa di pruriti amorosi (che purtroppo si accentueranno nei volumi successivi; sì, ho già letto i seguiti) che mi hanno fatto cascare un po’ le braccia (ma sarà peggio nei seguiti). Peccato per questa scelta, vista la storia avrei preferito tematiche più adulte. Comunque, anche in Venti di Guerra, come in L’ombra degli dei, la vendetta è un tema ricorrente, se non fondante, della storia.

Vento e Verità

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Vento e veritàCosa dire di Vento e Verità, il quinto libro e ultimo libro del primo ciclo delle Cronache della Folgoluce?
Non è il miglior libro di questi primi cinque volumi ma è comunque un buon libro, superiore a molte produzioni attuali (ma anche del passato), con alti e bassi.
Partiamo dai bassi. Le prime cinquecento pagine non mi hanno preso, non sono riuscite a coinvolgermi, non dico che mi hanno annoiato ma hanno rallentato molto la lettura; era già successo con altri volumi della Folgoluce che la lettura procedesse a rilento, ma lì il rallentamento era stato voluto per non finire troppo presto il romanzo che stavo leggendo. Il problema con queste cinquecento pagine, per quel che mi riguarda, è che gli eventi sono troppo dilatati, si prendono tempo in preparazione di ciò che sta per arrivare (la sfida finale tra i campioni di Dalinar e di Odio); considerando che l’arco di tempo di Vento e Verità ricopre dieci giorni, la cosa risulta un poco eccessiva. Molti avrebbero abbandonato il volume già dopo cinquanta pagine (c’è gente che abbandona la lettura di un libro se non è coinvolta dopo aver letto le prime cinque righe), ma vuoi per fiducia verso Sanderson, vuoi perché quando inizio una cosa la voglio finire, sono andato avanti, venendo ripagato da una buona lettura, a tratti molto buona.
Com’è possibile allora, narrando gli eventi di dieci giorni, scrivere un tomo di millecinquecento pagine?
Perchè le vicende di alcuni personaggi (Navani, Dalinar, Shallan, Rlain e Renarin) si svolgono nel Reame Spirituale (dove dimorano gli dei), dove il tempo viene dilatato (quello che nel mondo di Roshar può essere qualche minuto o un’ora nel Reame Spirituale corrisponde a giorni). Una scelta che non mi è dispiaciuta, ma di cui non sono rimasto sorpreso per il semplice fatto che ho usato tale mezzo in Strade Nascoste, il primo volume che ho scritto di Storie di Asklivion. So che queste parole non piacieranno a diversi, che sembrerà un modo di volermi mettere al livello di Sanderson, ma non mi sto paragonando a lui e neppure voglio essere come lui: semplicemente sto enunciando un fatto. E prima che qualcuno asserisca che ho preso spunto dallo scrittore americano (o peggio, che abbia copiato), Strade Nascoste l’ho scritto prima delle Cronache della Folgoluce (tra il 2001 e il 2006) e la prima versione (tramite licenza Creative Coomon) l’ho pubblicata sul mio sito (quello su cui si sta leggendo) nel 2011 (è stata tolta dopo la pubblicazione in ebook ma sono rimasti sul sito alcuni brani). Quindi Reame Spirituale, personaggi che in un’altra dimensione condividono e rivedono esperienze personali, il mondo degli spren, non sono stati una novità: in Strade Nascoste ci sono il Mondo Spirituale e gli spiriti che sono interconnessi e interagiscono col mondo materiale, i protagonisti finiscono in una dimensione dove rivivono esperienze passate apprendendo da esse e superando traumi, hanno a che fare con luoghi dove il tempo scorre in maniera diversa. Per precisare, neanche la mia idea era originale, dato che tale idea faceva parte dell’ambientazione Mondo di Tenebra della White Wolf; anzi, posso dire tranquillamente che tale ambientazione mi ha molto ispirato, sia per quanto riguarda Asklivion, sia per quanto riguarda I Tempi della Caduta.
Tutta questa pappardella (i più maligni diranno autorefenziale e per farsi pubblicità) serve a spiegare perché, avendo già usato tutto ciò in mie opere, non sia rimasto sopreso da quello che ha scritto Sanderson; non essere sorpreso non significa essere deluso, anzi, la lettura di Vento e Verità è stata piacevole. Fra parentesi, uno dei motivi per cui ho letto praticamente tutto quello che è stato tradotto di Sanderson è che racconta tipi di storie e idee che ho anche io e per questo mi piacciono; si dice che si scrive quello che si piacerebbe leggere: è vero che in questo caso si legge ciò che piace scrivere 🙂 . Di nuovo (tocca ancora precisare perché siamo in un tempo in cui si riesce a fare polemica con tutto), non è un paragonarmi a Sanderson ma solo per dire che abbiamo un modo di vedere il fantasy molto simile ed è uno dei motivi per cui lo seguo.
Quindi non è stata la mancanza di sorpresa a penalizzare la lettura, ciò che l’ha penalizzata è stata soprattutto la mancanza di sintesi nel primo terzo del romanzo: c’erano dei capitoli che sarebbero bastate poche righe per raccontare gli eventi che li riguardavano. E qui si potrebbe parlare dello “Show don’t tell” perché non sempre mostrare tutto è un bene: alle volte è meglio raccontare per non perdere il lettore dilunagandosi troppo.
Superato lo scoglio delle prime cinquecento pagine (e si può dire che non è uno scoglio piccolo), Vento e Verità ingrana e la storia si fa sempre più appassionante: viene mostrato il passato degli Araldi, come è stato realizzato il Giuripatto, qual è stato il destino di Onore, perché Roshar è cambiato così tanto con l’arrivo degli umani, cosa ha portato alla guerra millenaria. Oltre al Reame Spirituale viene aggiunto Vento, una delle divinità esistenti su Roshar prima dell’arrivo di Odio e Onore, viene mostrato cosa è successo al paese in cui è nato Szeth ed è qui che si capisce come la guerra in corso non riguarda più solo Roshar ma anche tutti gli altri sistemi del Cosmoverso, dato che, da come si può intuire, nei prossimi volumi della serie molto probabilmente scenderanno in campo anche i Frammenti di altri sistemi planetari (al momento si sono visti Armonia, che unisce Preservazione e Distruzione, e Autonomia col mondo di Mistborn, ma ce ne sono altri menzionati in Vento e Verità).
Cosa dire dei personaggi? Dalinar e Khaladin hanno fatto scelte che mi aspettavo (e le ho trovate appropriate), così pure Shallan; Adolin ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, tutto il suo valore (e lo scontro con Adibi è tanta roba, non tanto per spettacolarità, ma per epicità e per come si realizza). Per quanto capisca il cammino fatto, Szeth è stato il personaggio di tutta la serie che meno mi ha preso: è stato vittima degli eventi, degli altri, per tutto il tempo e solo alla fine prende nelle sue mani il destino. Benché cresciuto, Szeth è sempre stato un bambino sfruttato da chiunque, usato per scopi non proprio dei migliori; la sua è una storia triste dall’inizio alla fine.
Qualcuno potrebb criticare (anzi, direi che in diversi l’hanno fatto) per come finisce Vento e Verità, dato che lascia la storia a un certo punto, ma è logico che sia così: siamo al romanzo cinque di dieci, ed è finita solo la prima parte (sarebbe la stessa cosa criticare come finisce un film avendo visto solo il primo tempo). Sanderson lascia la storia dopo che c’è stata una svolta e dopo tale svolta ci si sta assestando e preparando per quello che verrà; ora occorrerà aspettare per sapere come si svolgerà la seconda parte, dato che prima lo scrittore dovrà scrivere la terza era di Mistborn e, facendo congetture con quanto letto nel finale di Vento e Verità, sarà legata a quanto si verificherà su Roshar. E sarà un’attesa un po’ lunghina: se non ricordo male da quanto letto da qualche parte in rete, per il sesto libro si parla del 2031 e visto quanto hanno impiegato per uscire i primi cinque volumi (dal 2010 al 2024) (sempre che Sanderson non si lasci distrarre da tanti altri progetti), data la lunghezza dei tomi, ipotizzare una decina d’anni non è qualcosa di tanto lontano dalla realtà. Per i fan ciò può essere sconfortante, ma si provi a scrivere libri di mille e passa pagine l’uno (e pure di alta qualità) e si vedrà; ci sono scrittori che fanno molto peggio (chi ha citato George R.R. Martin?); è anche vero che ci sono scrittori che hanno fatto meglio, vedere Steven Erikson, che riusciva a pubblicare un romanzo l’anno della saga Malazan (però lavorava solo su essa). Per il momento ci si goda questo Vento e Verità, che non sarà un romanzo perfetto ma è sicuramente una buona lettura.

 

P.s.: il bello di Sanderson quando parla di divinità è che mostra, oltre il loro potere, anche il loro lato umano, perché una dività potrà anche essere un essere superiore ma parte sempre da una base umana.

Demeter – Il risveglio di Dracula

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Demeter – Il risveglio di DraculaInevitabilmente, con l’uscita dell’ultimo film su Dracula (Dracula – L’amore perduto di Luc Besson) c’è stato un gran clamore e tanti ne hanno parlato e altrettanti sono andati a vederlo (personalmente, non sono così curioso di andare al cinema, anche se c’è un’attrice che apprezzo come Matilde De Angelis, uno perché non ho voglia di avere a che fare con platee disturbanti e alle volte maleducate, due perché mi ha dato l’impressione di avere dei punti in comune col Dracula di Coppola); altra conseguenza, in tv sono stati trasmessi diversi film su Dracula usciti in precedenza: Demeter – Il risveglio di Dracula è tra questi.
Questo film del 2023 si concentra su uno specifico capitolo del romanzo di Bram Stoker (il settimo), quello del viaggio della Demeter, la nave su cui viene caricata la cassa contenente Dracula e che arriva sulle rive inglesi inspiegabilmente priva di equipaggio; conoscendo la storia (in pochi ormai non sanno qual è quella di Dracula) si sa che il famoso conte ha eliminato tutti i membri a bordo cibandosene, ma nel romanzo non viene descritto come. Demeter – Il risveglio di Dracula fa proprio questo; se vogliamo, forzando un paragone, si è sulla falsa riga di Alien: una nave con un mostro a bordo (di cui all’inizio l’equipaggio è ignaro) che una alla volta elimina le persone che incontra. La trama è tutta qua: niente che non si conosca già. Tuttavia qualcosa di nuovo c’è: innanzitutto viene mostrata la ciurma, cui si aggiunge Clemens, un medico nero formatosi all’Università di Cambridge, poi viene aggiunta la figura di Anna, una nativa del villaggio da cui proviene Dracula che viene trovata quasi dissanguata all’interno di una delle casse che trasportano dopo che si è aperta cadendo (gli abitanti del villaggio l’hanno usata come sacrificio per il viaggio per Dracula). Anna viene salvata da Clemens con una trasfusione e avverte del pericolo che c’è a bordo, anche se è tardi, dato che Dracula ha già ammazzato tutti gli animali a bordo.
Anche se l’equipaggio dà la caccia al non morto, il mostro miete una vittima a notte, così da mantenersi in forze fino all’arrivo in Inghilterra. All fine rimarranno solo Clemens e Anna a combattere Dracula, riuscendo a schiacciarlo con una parte dell’albero maestro mentre la nave sta affondando (il loro scopo era eliminarlo facendolo finire in mare). Purtroppo il loro piano fallisce e la nave s’incaglia sulle coste inglesi, permettendo a Dracula di liberarsi e raggiungere Londra.
Alla deriva, Clemens non può fare altro che assistere Anna che si lascia consumare dal sole prima di diventare una vampira (le trasfusioni avevano solo rallentato la trasformazione). Arrivato a Londra, Clemens incontrerà di nuovo Dracula, giurando di eliminarlo.
Demeter – Il risveglio di Dracula non sorprende, ma tutto sommato non è un brutto film, anzi, il giudizio è positivo, tranne che per l’aspetto di Dracula, mostrato come un pipistrello gigante con sembianze umanoidi (un po’ mi ha ricordato la creatura di Jeepers Creepers): sinceramente si poteva fare di meglio.

Ospedale Maggiore di Bologna: un pessimo servizio.

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L'Ospedale Maggiore di BolognaDa anni la sanità in Italia non versa in buone condizioni con i continui tagli e le risorse sempre più scarse; le cose sono destinate a non migliorare, visto il modo di fare vigente (uno dei problemi attuali è che ci sono meno medici, il che fa pensare, dato che fino a qualche anno fa c’erano fin troppi laureati in medicina). Per quanto riguarda la provincia di Bologna, una delle cose che aveva fatto più discutere era l’idea di chiudere o ridurre l’operato degli ospedali di provincia e concentrare tutto all’Ospedale Maggiore di Bologna; un’idea sbagliata fin dall’inizio e si dimostrerà il perché, dalla logistica al deterioramento del servizio. Solitamente non mi piace parlare di cose che mi riguardano, ma in questo caso è necessario farlo per fare un esempio di quello di cui sto parlando.
Ho dovuto accompagnare una parente (mia madre) a fare controllo (obbligatorio) il giorno dopo l’intervento di cataratta all’ospedale Maggiore causa mancanza imprevista di dottori nell’ospedale dove aveva effettuato l’operazione all’occhio; già questo ha comportato il dover percorrere una distanza più lunga, che oltre al chilometraggio maggiore ha portato un maggiore stress, dovuto al maggior numero di semafori photored e autovelox, oltre a code dovute a incidenti e lavori stradali (cose che non succedono di rado su asse attrezzato e tangenziale) nonché ai classici automobilisti che per guadagnare anche solo un paio di metri (credendo così di fare prima) zigzagano da una corsia all’altra (senza mettere per giunta la freccia) col rischio di causare (altri) incidenti). Niente di sorprendente, dato che questa è diventata un’abitudine, e perciò si è partiti un’ora e mezza prima per arrivare in orario (questo per fare un percorso che, rispettando i limiti di velocità (tenendo una velocità di crociera di cinquanta chilometri orari), richiederebbe venticinque minuti).
Arrivati all’ospedale Maggiore, ci si è trovati davanti al primo problema: trovare parcheggio (e non si parla di parcheggio libero, dato che sono tutti a pagamento). Venticinque minuti a girare per trovare un buco dove mettere l’auto (qualcuno potrebbe obiettare che si potevano usare i mezzi pubblici, ma non si considera che le corse che dai comuni di provincia a Bologna non sono molte, senza contare i cambi di autobus necessari da fare, perché le corriere che assistono l’area in cui si abita non passano dal Maggiore, e il trovare posti a sedere, necessari se si ha un persona anziana con qualche problema a camminare), riuscendolo a trovare a più di mezzo chilometro di distanza (diciamo pure che era più vicino al chilometro). E qui c’è il primo problema nell’aver voluto ampliare il già grande ospedale Maggiore: all’ampiamento degli edifici medici (che hanno portato maggiore affluenza di persone) non è stato seguito l’ampiamento dei parcheggi, che sono rimasti gli stessi di tanti anni fa. Ma se tanti anni fa si riusciva a trovare da posteggiare, ora diventa difficile trovarlo un posteggio; e se fare una percorerrenza di più di mezzo chilometro per chi non ha problemi è cosa da niente, non lo è per chi ha delle difficoltà nel camminare che, oltre a doverci mettere più tempo di una persone in condizioni fisiche nella media, deve farlo convivendo poi col dolore di questo sforzo. Se si vuole ingrandire una struttura ospedialiera, si deve anche pensare al modo in cui può essere raggiunta e dare servizi adeguati, in questo caso parcheggi più grandi (sì, perché se si fa una struttura che riceve più pazienti, si deve pensare che servirà anche più spazio per coloro che li accompagnano e devono posteggiare).
I problemi non finiscono qui e si deve avere a che fare con la poca chiarezza della segnaletica: arrivati dove un tempo c’era l’ingresso principale (l’unico), ci si trova davanti a due ingressi: uno con scritto ingresso pedonale, l’altro con ingresso disabili. Seguendo la logica, si prende l’nigresso pedonale, ma dopo qualche metro si capisce che non è quello giusto, dato che ci si trova nel pronto soccorso. Chieste indicazioni a un’infermiera per il reparto oculistico (che risponde in maniera molto seccata e scocciata), viene detto di uscire e prendere l’ingresso subito a fianco, quello  con le scale mobili; scale mobili che non ci sono e andando per esclusione (non difficile, dato che ci sono solo due ingressi in quello che una volta era solo uno), si prende l’ingresso per disabili, che si rivela essere quello giusto, dove si prende l’ascensore per raggiungere il reparto interessato. Giunti lì, si capisce che l’infermiera scocciata e seccata incontrata poco prima non è l’unica, anzi: si scusi il termine, ma il livello dello scoglionamento è esteso a tutto il personale incontrato.
Mentre ci si sta avviando all’ambulatorio indicato nel promemoria dell’appuntamento, si viene fermati dall’addetta all’accettazione, che in modo sgarbato se ne esce con un bel “Cosa vuole? Cosa ci fa qui?”. Spiegando il motivo (alle volte si rimpiange di non avere la prontezza di certe persone nel dare certe risposte), si riceve come risposta un “Impossibile”; al che si mostra il foglio dell’appuntamento e non credendo a quello che vi è scritto sopra, richiede di vedere la cartella clinica; fatto perdere un paio di minuti inutilmente, dice di andare nell’ambuatorio indicato nell’appuntamento (ma guarda un po’) e di chiedere all’addetta che esce da esso.
Se si pensa che l’odissea sia finita qui, ci si sbaglia: arrivati davanti all’ambulatorio, e seguendo quanto detto dall’addetto all’accettazione, si fa per chiedere all’addetta che esce dall’ambulatorio. Non si è finito di dire “Mi scusi” che si riceve uno sgarbato “Non ho tempo, siamo impegnati, aspetti la mia collega”.
Ci si mette in attesa ed esce quella che risulterà essere l’infermiera che deve raccogliere le cartelle cliniche (risulterà che dovevano avere la lista degli appuntamenti ma non la seguivano, chiamando come piaceva a loro); il tempo passa e si fanno diversi tentativi per cercare di spiegare che si ha l’appuntamento (era per le nove e cinquantacinque), ma l’addetta non sta a sentire, dicendo che c’è stata un’urgenza, che lei non ce la fa, è stressata, la si assilla, si sente soffocare e scappa sempre via. Trascorre mezz’ora, trequarti d’ora, un’ora, un’ora un quarto, un’ora e mezzo e l’infermiera rifiuta sempre di prendere la cartella clinica necessaria per la visita ogni volta che si fa per parlare, scegliendo quelle da prendere senza un ordine; scoperto che erano state fatte passare tutte le persone con l’appuntamento dopo quello che riguarda la persona che accompagnavo, con la pazienza che ormai era scivolata via quasi del tutto, decido che essere gentili va bene ma essere fatti passare per coglioni no, per l’ennesima mi ripresento dall’infermiera quando esce che, senza farmi finire di parlare, m’interrompe e se ne esce con un bel “Ma lei chi l’ha mandata qua? Che cosa vuole?”. A quel punto la pazienza finisce del tutto e spiego duramente come stanno le cose, stavolta impedendole d’interrompermi o di tirar fuori le solite scuse: che ho l’appuntamento per la visita post operatoria per cataratta, che sono due ore che ci ha ignorato e che ha fatto passare davanti tutti gli appuntamenti dopo quello di mia madre. Davanti a tutte le altre persone in attesa (molti di loro trattati sempre in modo sgarbato da altri addetti dell’ospedale) che hanno sentito il mio discorso, l’infermiera si trova costretta a darmi ragione e a far poi entrare qualche minuto dopo per la visita. Una visita superficiale e frettolosa perché la dotteressa che sovrintendeva l’ambulatorio voleva recuperare il tempo perso con l’urgenza avuta e voleva staccare perché stressata: due minuti (letteralmente, non un modo di dire) per dare una rapida occhiata all’occhio (e mentre lo fa, ha una bellissima uscita rivolgendosi a mia madre: “Signora, riesce a capirmi? Capisce quello che dico?”, trattandola come una straniera, un handicappata o una mentecatta; devo ammettere che ho dovuto stringere i denti per non aprire bocca e rispondere malamente, perché il suo atteggiamento era molto offensivo, più che scortese: ho fatto fatica a non farmi uscire un “mia madre capisce molto più di lei e soprattutto parla l’italiano meglio di lei”), dire di fare quello che era stato detto dai colleghi dell’operazione e dare un frettoloso arrivederci, spedendoci all’accettazione per prendere l’appuntamento per il secondo controllo.
Di nuovo si ha a che fare con la scocciata addetta dell’accettazione che di malavoglia dà l’appuntamento e lì ci si accorge che i dati nell’intestazione non sono corretti, ma si viene liquidati con un “non è affar mio, non è cosa che riguarda quello che facciamo qui, vada al cup”; quindi si scende, si va al cup, si riperde altro tempo in fila ma qui fortunatamente si trova un’addetta (una ragazza giovane), molto cordiale, disponibile e preparata che in pochissimo risolve la questione. Per una visita che avrebbe richiesto (tempo d’attesa compreso) un quarto d’ora, si sono perse più di due ore (senza contare il tempo del tragitto di andata e ritorno: una mattinata persa completamente).
Questo è capitato a me, ma è ciò che capita spesso a tante altre persone: chi decide, chi pensa di accentrare tutto in grandi strutture eliminando quelle più piccole per questioni di praticità (ma spesso per questioni di soldi), dovrebbe pensare in primis alla qualità del servizio che si dà. E se si dà un servizio pessimo come quello avuto, allora non va bene, ma proprio per niente; a chi ha certe idee, progetti, gli si dovrebbe far fare le stesse esperienze negative avute da altri: forse ragionerebbe in maniera differente e agirebbe di conseguenza in maniera differente (da ricordare che avere strutture più grandi non è sinonimo di miglioramento, anzi, spesso si ha un peggioramento).