Strade Nascoste – Racconti

Strade Nascoste - Racconti

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste

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Mucchio d'ossa

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Mucchio d'ossaMucchio d’ossa è un romanzo del 1998 di Stephen King ed è anche una definizione che viene usata più volte all’interno del testo: alcune volte in senso letterale, altre in senso più metaforico. Tutta la storia è narrata in prima persona, usando il punto di vista del protagonista, lo scrittore Mike Nooman. La narrazione è fluida, il ritmo coinvolgente, senza presentare momenti di stanca come in Insomnia o La torre nera (il romanzo, non l’intera serie); un buon romanzo, senza però arrivare al livello di quel capolavoro che è It.
King sa intrattenere il lettore con un libro che si basa su elementi ben conosciuti dell’horror e della realtà: i fantasmi e il razzismo. Se si volesse semplificare, Mucchio d’ossa è una tipica storia di fantasmi, di case infestate, di spiriti che comunicano con i vivi e che sono in cerca di vendetta. Definire così tale romanzo sarebbe però riduttivo perché, come è ormai noto, nelle sue storie King narra le miserie e le difficoltà del vivere quotidiano, con le sue piccole grandi tragedie.
C’è Mike Nooman, che, dopo la morte improvvisa della moglie incinta, deve affrontare il lutto, la solitudine, la paura di stringere di nuovo rapporti con l’altro sesso e soprattutto il blocco dello scrittore; questa probabilmente è la parte meglio riuscita di Mucchio d’ossa, con King che riesce ben a trasmettere le difficoltà dello scrivere, dove è inevitabile che i problemi della vita vadano a influenzare il lavoro dello scrittore.
C’è Mattie Devore, giovane donna che deve lottare strenuamente contro il padre del defunto marito per mantenere la custodia della figlia, la piccola Kyra.
Il custode Bill, che tiene dietro Sara Laughs, la casa sul lago dove Mike passa l’estate e che vi ritorna dopo diversi anni la morte della moglie, lacerato dall’affetto per lo scrittore e un oscuro passato che si vuole mantenere segreto. Un passato che riguarda l’intera comunità, con azioni che risalgono indietro nel tempo e hanno a che fare con il razzismo e l’odio verso il diverso.
A qualcuno potrà sembrare che Max Devore, uno degli antagonisti della storia, sia stereotipato (il classico uomo d’affari che si è fatto da sé, che ritiene di poter ottenere tutto quello che vuole, a qualsiasi costo, anche quando i soldi non ci riescono), ma se ci si pensa di personaggi così nella vita quotidiana li si incontra sempre, purtroppo.
In Mucchio d’ossa non ci si aspetta il colpo di scena, perché già s’intuisce cosa si nasconde dietro tutto: quello che interessa è il come ci si arriva, come vengono mostrati i dettagli che alla fine vanno a formare l’intero quadro che King ha creato. In questo lo scrittore non delude, dando al lettore una buona e godevole lettura.

Nostalgia e futuro

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Stiamo vivendo in un periodo pieno di nostalgia (oltre che di tante altre cose, ma il tema di questa riflessione è volto a un punto particolare), basta guardare i diversi programmi televisivi incentrati su quanto avvenuto nel passato: si vanno a rispolverare vecchie glorie, a rievocare trasmissioni di trenta/quarant’anni fa. Quando questo succede, è perché il presente che si sta vivendo non piace e allora nella mente scatta il meccanismo che fa pensare che il passato fosse meglio, dimenticandosi che anche quel periodo ha avuto i suoi problemi, le sue difficoltà.
Forse il passato appare così bello perché le difficoltà di allora sono state superate e con il senno di poi non erano così grandi e spiacevoli, anche se quando le si viveva non la si pensava così.
Forse la mente ha un qualche meccanismo particolare che fa dimenticare certe cose, un modo per proteggersi da elementi che la farebbero soffrire, mandandola in crash.
Ma ci può anche essere un’altra opzione. L’essere umano ritiene di essere arrivato al culmine del suo sviluppo e si ritrova davanti a un vuoto nato dal non avere più scoperte da fare; per sconfiggere lo sconforto che prova, volge lo sguardo al passato, quando ancora aveva obiettivi e sogni che lo facevano andare avanti.
Di tale avviso è anche Igor Sibaldi e ne parla in Il mondo dei desideri.

Nostalgia e mancanza di futuro

Da qualche tempo l’Occidente è bloccato da un vuoto di futuro, come da una barriera invisibile ma molto solida.

Me ne sono accorto per la prima volta tre o quattro anni fa: durante una conferenza, tutt’a un tratto mi venne in mente di domandare al pubblico: «Ma, secondo voi, dopo i telefonini superaccessoriati, dopo internet, cosa ci sarà?»
«Cioè, in che senso?» borbottò qualcuno, che sentendo parlare di telefonini si sentì toccato sul vivo. In quel periodo si parlava molto di Steve Jobs come di una specie di profeta venerabile, le cui profezie erano appunto nuovi modelli di telefonini.
«Cioè» provai a spiegare «a un certo punto inventarono il telegrafo, e dopo un po’ arrivò il telefono. Poi il fax, e subito dopo i telefoni cellulari. Solo dieci anni prima, telefonare in auto sembrava una cosa da agenti segreti: e tutt’a un tratto potevi avere il telefono sempre in tasca. Poi arrivò il Web. E poi gli smartphone. A questo punto» dissi «dobbiamo aver capito come progredisce la tecnologia: si supera di continuo. Perciò, appena si ha un nuovo progresso viene spontaneo chiedersi cos’altro ci riserva il futuro. La nostra mente è portata ad anticipare sempre il futuro. Dunque voi cosa immaginate che ci si inventi, tra qualche anno? Immaginare si può, no?»
Questa era stata la mia domanda. Il mio intento era di analizzare i risultati a cui può portare l’immaginazione quando viene sollecitata all’improvviso. Ma non fu possibile: lì per lì la totalità di quel mio pubblico si trovò d’accordo nel dire che dopo gli smartphone non si sarebbe inventato più nulla, ma si sarebbero solo perfezionati i dispositivi già esistenti. Uno aggiunse: «A meno che l’essere umano non cambi completamente e sviluppi doti straordinarie».
«La telepatia!» esclamò un altro.
«Quella c’era già prima» segnalai io. «Ah, infatti. Allora niente».
«Insomma» domandai «secondo voi siamo già a punto più alto?»
E qui alcuni capirono, e assunsero un’espressione suggestiva: sorriso appena accennato e sguardo triste. La maggioranza invece disse: «Be’, sì. E con ciò?»
In seguito ho posto la stessa domanda in altre conferenze, e quelle risposte e quei sorrisi si sono ripetuti ovunque.
(1)

Al momento le cose stanno così: siamo in un periodo di stagnazione, ma, se l’umanità non si autodistruggerà, ci saranno altre scoperte da fare in campo tecnologico, anche se non è dato sapere precisamente quando. C’è però una scoperta, o meglio, una riscoperta, che andrebbe fatta subito: quella della dignità personale. Gli individui con i social, il lavoro, si sono troppo adattati a una società sempre meno umana e sempre più volta al denaro, all’apparire, all’inchinarsi ai grandi e al potere. Individui che si odiano, che si sentono superiori gli uni agli altri, dove tutti vogliono prevaricare. Per poter tornare a sognare il futuro occorre prima ritrovare la propria dignità individuale; se così non sarà non si andrà avanti, ma si tornerà indietro, a periodi dove la brutalità e le barbarie la facevano da padrone.

1. Il mondo dei desideri. Igor Sibaldi. Edizioni Tlon, pag. 13-14

Sui troppi libri in libreria

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Ecco un articolo (anche se di un po’ di tempo fa) che affronta l’elevato numero di libri pubblicati in Italia e mostra come funzionano le cose nell’ambito della distribuzione libraria. Un meccanismo che dà da pensare, ma che fa un po’ di chiarezza su certi aspetti dell’editoria.

La Biblioteca

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Il ragazzo pareva essersi calmato: ora si aggirava tra gli scaffali, lanciando ogni tanto occhiate fuori dalla vetrata, ma senza più l’apprensione di quando era entrato in biblioteca, quasi vi fosse stato catapultato.
“Un altro Bastiano Baldassarre Bucci” costatò Matteo prima di volgere lo sguardo ai quattro che si aggiravano oltre la recinzione del piccolo parco: non si erano ancora dati per vinti che il ragazzo uscisse. “Il mondo è pieno di Bastiani, come è pieno di oppressori e persecutori, di persone che si sentono in diritto di sopraffare gli altri.”
Fissò gli spostamenti dei quattro: stavano diventando impazienti. Presto si sarebbero stancati e sarebbero andati in cerca di un’altra preda su cui volgere le loro attenzioni. Scosse il capo. “ I soliti vigliacchi che se la fanno con chi non è capace di reagire, ma che si defilano appena uno mostra di avere un po’di carattere.”
Tornò a guardare il ragazzo. “Ma questo lui non l’ha ancora capito: per farlo, prima deve trovare fiducia in se stesso. Oppure incontrare qualcuno che gliela faccia scoprire.”
Si sistemò gli occhiali che gli erano scivolati un poco sul naso, cercando d’inquadrare il carattere del giovane.
“Introverso. Dotato d’intelligenza e curiosità.” Osservò i suoi occhi che guizzavano da una corsia all’altra, soffermandosi ogni tanto su un volume che aveva attirato la sua attenzione. “E anche una certa ansia.” Studiò le spalle irrigidite: sembrava pronto a scattare da un momento all’altro.
Prese a tamburellare con le dita della mano destra il piano della scrivania. “Sì, penso proprio che quel libro faccia al caso suo.”
Si diresse verso il ragazzo con calma, sfoggiando un sorriso quando si volse verso di lui. «Trovato qualcosa d’interessante?»
«Ehm…» fece il ragazzo impacciato.
Il sorriso di Matteo si allargò. «Ti capisco: c’è un’ampia scelta e non si sa cosa prendere. Meglio saggistica o narrativa? Filosofia o psicologia? Qualcosa di contemporaneo o del passato?»
«Ehm…» ripeté il ragazzo.
«Potrei sbagliarmi, ma per me sei uno da narrativa» Matteo fece un cenno d’assenso col capo. «Occorre però individuare il genere» si portò l’indice alla tempia guardando gli scaffali. Prese un grosso tomo e lo rimirò per qualche secondo. «It è un capolavoro, ma forse non è quello giusto da cui partire.»
Il ragazzo si schiarì la voce. «Non leggo molto.»
«È così per tutti all’inizio» Matteo rimise il volume a posto. «Ma una volta che si parte con il piede giusto, non ci si ferma più.» Avanzò di qualche passo, facendo scorrere l’indice sulle coste dei libri. «1984 te lo consiglio fra un paio d’anni… idem La casa del tempo sospesoNorwegian Wood per quando sarai all’università… eccolo qua» prese un libro con copertina rigida, sulla cui superficie color porpora c’erano due serpenti che si mordevano la coda; lo porse al ragazzo, che prese a sfogliarlo con titubanza, osservando i paragrafi scritti con inchiostro rosso e verde e le figure che c’erano all’inizio di ogni capitolo. Solo dopo aver scorso qualche decina di pagine, diede un occhio al titolo.
«La Storia Infinita» mormorò.
«Non potrebbe esserci inizio migliore» assicurò Matteo.
«Quanto tempo ho per riconsegnarlo?» domandò il ragazzo.
«Un mese, ma penso che sarai qui a cercarne un altro prima della scadenza.»
Il ragazzo fissò per qualche istante il libro e poi guardò fuori dalla vetrata: oltre la recinzione del parchetto i quattro non si scorgevano più.
«Beh… allora a presto» disse il ragazzo avviandosi verso l’uscita.
«A presto!» rispose con brio Matteo.
Lo tenne d’occhio mentre si allontanava sul marciapiede, ma per quel giorno era al sicuro: aveva visto i quattro allontanarsi in direzione opposta alla sua.
Passò l’ora successiva a spazzare il pavimento, spolverare scaffali e sistemare i libri che un gruppo di universitari aveva lasciato sui tavoli dopo averli consultati. Giunto l’orario di chiusura, spense il pc e le luci e si avviò verso la porta d’ingresso ma non uscì: la chiuse a chiave e tornò sui suoi passi. Accompagnato dalla luce del tramonto che colorava d’arancio le pareti bianche, scese le scale che portavano al seminterrato, raggiungendo la porta del ripostiglio. Girò la chiave al contrario e l’aprì. Davanti a lui, invece del solito spazio angusto per scope e stracci, larghe scale scendevano verso un massiccio portone di quercia che si aprì al suo avvicinarsi.
La bibliotecaAnche se la vedeva ogni giorno, rimaneva ammaliato dalla sua grandezza. Quella di sopra non era che una sua misera ombra, un barlume d’idea di quella che era la conoscenza nella sua totalità: davanti a lui migliaia di librerie scorrevano parallele fin dove i suoi occhi potevano vedere, ergendosi verso un soffitto fatto di stelle e galassie.
La Biblioteca non finiva mai di stupirlo: antica quanto l’uomo, eppure sempre nuova, in costante espansione.
Andò a sistemarsi nella sua postazione, dando una veloce occhiata ai titoli che doveva visionare quel giorno: giornali, diari di adolescenti, blog, romanzi e saggi pubblicati da case editrici, ma anche testi che sarebbero stati letti solo dai loro autori, tenuti nascosti nel cassetto della scrivania.
Sbuffò. Anche grazie al Tocco, il dono della Biblioteca che gli permetteva, sfiorandolo, di conoscere in un istante quanto contenuto in un testo, il lavoro di catalogazione sarebbe stato lungo.
Il portone si aprì, facendo entrare il collega belga e quello indiano, che lo salutarono mentre raggiungevano la loro postazione.
“Per fortuna devo occuparmi solo della sezione italiana: altrimenti ci sarebbe da impazzire.”
Aveva cominciato il lavoro partendo dai quotidiani, quando si bloccò di colpo. Non era che un misero trafiletto di poche righe in una delle ultime pagine della cronaca cittadina, ma apprendere della morte di quell’uomo fu un fulmine a ciel sereno che lo lasciò sconvolto. Il senso di colpa che lo accompagnava da quando l’aveva conosciuto, ma che in qualche modo era riuscito a tenere sotto controllo, esplose in tutta la sua forza.
“È colpa mia” continuò a ripetersi per tutta sera, non riuscendo più a portare avanti il suo lavoro.

Il sole non si era ancora alzato sui tetti delle case quando Matteo uscì dalla Biblioteca, diretto al cimitero. C’erano il silenzio tra le tombe e la rugiada che bagnava l’erba. Si fermò davanti a una lapide senza nessuna foto e abbellimenti, ma solo il nome e le date di nascita e di morte. Nessun fiore era posato davanti a essa.
L’ultima volta che aveva visto l’uomo, era seduto su una panchina di un parco dove di solito dormiva.
“Se non mi fossi intromesso, ora non sarebbe sottoterra, ma avrebbe una bella vita” pensò amaramente.
Gli tornò in mente il pezzo di una canzone che aveva registrato nella Biblioteca appena il suo autore l’aveva scritta.
e dopo un piccolo volo
camminare monca e rapida
avrete anche voi visto
camminare le aquile.
“Ci sono persone che sono fatte per la grandezza, nel bene e nel male, per volare alto e lontano. La normalità non fa per loro. Se provano a seguirla, li porta inevitabilmente a una vita d’infelicità e patimenti, quando non la rovina.”
L’uomo, che sarebbe stato uno scrittore di successo se lui non fosse intervenuto, aveva ascoltato quello che lui gli aveva rivelato sulla Biblioteca, sul Tocco e su che cosa sarebbe accaduto se avesse pubblicato il suo libro; non si era meravigliato della rivelazione avuta.
«Mi aspettavo che una cosa del genere potesse esistere» aveva mormorato l’uomo, senza dare spiegazioni di come avesse avuto questo sospetto.
Matteo aveva creduto che sarebbe stato difficile da convincere, che avrebbe dovuto usare su di lui il Tocco per mostrargli il futuro, invece l’uomo si era subito convinto a non intraprendere il percorso che lo avrebbe portato al successo.
«Ci sono altre strade da percorrere» gli aveva risposto.
“Già, ma non sono adatte a tutti” pensò Matteo.
L’uomo aveva continuato la vita di sempre. Una vita in un mondo che non ringrazia gli altruisti e gli eroi. Aveva perso il lavoro, come tanti, e si era arrabattato come poteva con piccoli lavoretti e qualche saltuario contratto di lavoro somministrato. Per lui che aveva superato i quaranta e si avvicinava ai cinquanta, trovare un lavoro stabile era qualcosa di veramente difficile, se non impossibile: le ditte volevano solo giovani per pagare meno tasse e avere più sgravi fiscali. Per gente come lui non c’era più spazio nel mondo del lavoro. E se non si era utili e produttivi, se non si avevano soldi, si veniva abbandonati da parenti e amici. L’uomo era stato dimenticato quasi da tutti, a parte lui che lo andava a trovare e gli portava qualcosa per cercare di placare il senso di colpa che non gli dava pace; veniva disprezzato e deriso, considerato un fallito, un perdente. Eppure viveva serenamente, sempre con il sorriso sulle labbra.
“Come faceva ad affrontare la vita in questo modo? A non essere arrabbiato con una società che gli aveva solo dato calci in faccia?”
«In fondo, so che il mio sogno avrebbe avuto un successo. Come so che anche se distruggerò l’opera che ho scritto, non andrà perduta, ma sarà custodita nella Biblioteca per quando l’umanità sarà pronta per leggerla» gli diceva l’uomo tutte le volte che toccavano l’argomento. «Questo mi basta.»
Matteo sapeva di aver fatto la scelta giusta nel parlargli. Anche l’uomo era stato d’accordo con lui. E allora perché il senso di colpa non lo lasciava?
Forse perché in fondo sapeva che sarebbe andata a finire in quel modo, anche se il Tocco non glielo aveva mostrato: solo in casi eccezionali faceva qualcosa del genere.
“Perché proprio a me doveva toccare questo peso?”
Eppure, all’inizio la decisione gli era sembrata semplice. Solo dopo si era reso conto che di semplice non c’era nulla.
«È colpa mia se hai fatto questa fine» sussurrò alla lapide.
«Tranquillo, va tutto bene» lo rassicurò l’uomo. «Non ho nessun ripensamento.»
«Potevi fare una vita stupenda. Avere ricchezza, fama. Ogni tuo desiderio sarebbe stato esaudito. Saresti stato felice fino alla fine dei tuoi giorni» obiettò Matteo.
«Ma avrei vissuto con la consapevolezza di cosa sarei stato responsabile: non avrei potuto mai essere felice con una simile ombra nella mia mente.»
«Il tuo sogno…»
«Alle volte occorre rinunciare ai propri sogni per qualcosa di più importante. Mi è sufficiente sapere che quanto ho scritto sarebbe stato letto da tante persone. Peccato che i tempi non siano ancora maturi. L’umanità non ha ancora la consapevolezza necessaria perché gli sia rivelata la sua vera natura. La verità ha questa capacità: o ti fortifica o ti spezza. Gli uomini non sono ancora pronti per essere forti.»

Il Tocco, quando aveva preso in mano il libro scritto dall’uomo, gli aveva rivelato proprio quello e a causa di quell’opera, l’umanità avrebbe portato, nel giro di un paio di generazioni, alla fine di ogni forma di vita del pianeta. Doveva agire, lo sapeva, ma il suo compito di Custode era semplicemente osservare e registrare, preservare la consapevolezza che nasceva da quanto veniva scritto, nient’altro; questo gli creava dei contrasti interiori. Non sapendo che cosa fare, aveva deciso di confrontarsi con il collega tedesco.
«Non ti è mai venuto il dubbio, quando hai letto il Mein Kampf, che sarebbe stato meglio fermare Hitler prima che desse il via a tutto quell’orrore? Il Tocco ti ha mostrato dove le idee scritte in quel libro avrebbero portato.»
«Mi stai facendo la domanda che milioni di persone si sono poste, ovvero se Hitler andava ucciso prima che salisse al potere.»
«Sì. Con la differenza che noi Custodi possediamo dei mezzi che ci permettono di sapere con certezza l’avverarsi di certi eventi.»
Il collega scosse il capo. «La lunga vita che ci conferisce il Tocco e la conoscenza che la Biblioteca ci mette a disposizione, non ci conferiscono una saggezza divina, capace di prevedere tutto. Uccidendo Hitler le cose potevano andare anche peggio. Il Tocco ci elargisce un certo tipo di potere, ma come ogni potere è limitato: non ci mostra tutto.» Si sistemò la cravatta. «Senza contare che, alle volte, gli uomini devono assistere all’orrore per divenire più consapevoli»
«Ed è servito?»
«Questo non ci è dato ancora saperlo. Ma ricorda: è nella natura dell’uomo autodistruggersi. Per quanto tenti di salvarlo, prima o poi l’inevitabile accadrà.»

La voce del collega era stata ferma, ma nei suoi occhi aveva visto la pena che stava vivendo per quella scelta. Gli era servito per decidersi: non avrebbe fatto quella fine, non avrebbe portato il fardello di miliardi di vite sulle sue spalle.
Eppure eccolo lì, schiacciato dal peso che aveva voluto evitare. Aveva salvato il pianeta, ma questo non lo consolava. E come poteva, vedendo come l’umanità s’imbarbariva ogni giorno che passava, diventando sempre più brutale e distruttiva? La vita di un uomo era stata rovinata perché tutti gli altri vivessero; un uomo che avrebbe meritato molto di più di quei tanti che stavano rovinando il pianeta. Nessuno avrebbe saputo che il mondo continuava a esistere grazie alla sua scelta. Nessuno lo avrebbe ricordato o ringraziato. Anzi, era stato ripagato con miseria, ammazzato di botte da balordi istigati da politici estremisti che avevano lanciato una campagna d’odio contro immigrati e senzatetto.
“Visto come vanno le cose, sarebbe stato meglio che le avessi lasciate andare come dovevano andare senza che mi intromettessi” pensò amaramente. Ma a quel punto ci avrebbero rimesso anche gli animali e non era giusto che pagassero per le colpe degli uomini, anche se, in parte, questo stava già avvenendo. “Che senso ha tutto il lavoro che facciamo nella Biblioteca, se questi devono essere i frutti che raccogliamo? Se non c’è mai nessun cambiamento?”

Matteo vide il ragazzo avvicinarsi camminando normalmente lungo il viale, non come la prima volta, un po’ correndo e un po’ muovendosi di soppiatto dietro gli alberi. C’erano anche i quattro da cui allora era scappato, che lo guardavano dal lato opposto della strada; parlottarono un po’ tra loro, ma poi si allontanarono quando il ragazzo si fermò e si voltò a fissarli senza mai abbassare lo sguardo.
Erano trascorse due settimane da quando l’aveva incontrato la prima volta, le stesse della morte dell’uomo che non aveva voluto coronare il sogno di scrittore per salvare il mondo. Non aveva più pensato a lui. A dire la verità, non aveva più pensato a nulla salvo il suo senso di colpa; era andato avanti per inerzia, facendo le cose meccanicamente. Anche il lavoro che faceva alla Biblioteca, ritenuto fino a quel giorno così importante e affascinante, aveva perso sapore.
Il suo essere Custode del patrimonio delle conoscenze raggiunte nei secoli, gli pareva qualcosa di vuoto. Conservare la saggezza umana, ma anche le sue insensatezze, gli appariva così inutile.
Ma vedendo il ragazzo entrare nella biblioteca con passo sicuro, e non titubante come la prima volta, sentì il guscio in cui si era rinchiuso cominciare a incrinarsi e fargli rivedere il mondo attorno a lui. Lo osservò mentre si avvicinava alla sua scrivania: nei suoi occhi c’era una luce diversa.
«Mi ha detto che It non era il libro da cui partire» disse restituendo il libro prestato. «Così ho fatto. Ma ora sono partito e adesso sono curioso di leggerlo. Ho l’impressione che abbia molte cose da insegnarmi» aggiunse sorridendo.
Matteo si alzò in piedi. «Una giusta impressione» disse mentre si avviava a prendere il libro richiesto.
Com’era giusta la sua impressione che qualcosa era cambiato nel giovane, anche se ne era sorpreso. “Certo, ha ancora tanta strada da percorrere” pensò mentre si muoveva tra gli scaffali. “Eppure, anche se sapevo che il libro poteva aiutarlo, non mi aspettavo, anche se piccolo, che ci fosse già un cambiamento. Mi domando come….”
In quel momento Matteo trovò la risposta che aveva cercato in quelle due settimane, così semplice da essere stata dimenticata: i cambiamenti che avvenivano per piccoli passi erano quelli più duraturi e che portavano più lontano. La verità doveva venir scoperta per gradi perché potesse essere compresa appieno. Ecco l’insegnamento della consapevolezza custodito dalla Biblioteca e che lei dava a chi sapeva cercare.
Rimirò il grosso volume che stava tenendo tra le mani.
“Non è poi così scontato che sia della natura umana l’autodistruggersi. E forse un giorno l’umanità riuscirà a essere migliore di quello che era e che è, pronta a conoscere tutta la memoria custodita nella Biblioteca. Quel giorno però è ancora lontano.” Sospirò. Ma mentre tornava dal ragazzo, riprese a sorridere. “Per il momento, accontentiamoci dei piccoli passi, sognando che ci avvicinino a un futuro migliore.”

Eclissi lunare 27/07/2018

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Eclissi lunare 27/07/2018

Eclissi lunare 27/07/2018

Eclissi lunare 27/07/2018

La più grande sconfitta di un individuo

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La più grande sconfitta di un individuo: estratto di Il mondo dei desideri di Igor SibaldiProva a pensare: La mia vita non vale niente, così come l’ho vissuta. Non ho fatto né quel che potevo né quel che dovevo. Sono in debito verso di me, il mio comportamento è stato ingiusto verso di me. Sono stato uno stronzo con me stesso. Scappo. Sono sempre scappato da me. Così non mi piaccio e decido che questo mio io è finito. Da oggi.
Penso che non ci sia sconfitta più grande di questa, per un individuo. Ma l’ignoranza si sconfigge solo così.
I meccanismi di difesa si sgretolano così, e tutta la prigione in cui ti hanno rinchiuso va in pezzi.
Le tue paure rimangono indietro, così, sempre più lontane…

Il mondo dei desideri. Igor Sibaldi. Edizioni Tlon 2016, pag. 131

Sempre una questione di soldi

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Ormai lo si sa che tutto ruota attorno ai soldi, eppure non ci si finisce di stupirsi (o disgustarsi, a seconda dei gusti) di come non ci sia limite a che cosa ci si attacchi per tirare acqua al proprio mulino.
Ne sono esempio le proteste di chi in questi giorni sta protestando perché si vede decurtata la propria pensione d’oro dopo averne goduto per anni, senza propriamente meritarsela, dato che non sono stati versati contributi sufficienti per usufruire mensilmente di simili cifre.
Oppure gli attacchi feroci che sta subendo il decreto Dignità. Si può disquisire sulla giustezza del nome o su certi passi indietro che sono stati fatti dopo i proclami iniziali (rimettere i voucher dopo che erano stati eliminati non è una bella mossa); lo si giudicherà una volta che la sua versione definitiva sarà attua ed entrata in vigore. Ma se si ragiona obiettivamente, ci sono delle idee giuste.
Il divieto alla pubblicità del gioco d’azzardo, è una di queste, perché davvero il gioco sta diventando una patologia grave che sta distruggendo l’individuo e quanti sono legati a esso; è una contraddizione che si spinga a giocare (e così a spendere soldi per alimentare un mercato sempre più fiorente), facendo ammalare le persone creando dipendenza e poi dopo ci si metta la coscienza tranquilla con frasi dette velocemente a fine pubblicità di giocare con moderazione, che il gioco può causare dipendenza patologica, oppure facendo campagne che mettono in guardia da questa dipendenza. Una vera contraddizione creare la malattia e poi, sempre chi ha creato tutto questo, faccia sorgere centri che la curano. La cosa migliore sarebbe non fare ammalare, ma quello che contano sono i soldi: facendo come è stato fatto finora, i soldi che girano sono davvero tanti, visto che prima li si spendono per ammalarsi, poi li si spendono per farsi curare.
Come è giusto porre un freno alle delocalizzazioni selvagge (dopo aver avuto aiuti di stato), al limite dei rinnovi dei contratti a tempi determinato (anche se c’è già stato un cedimento su questo fronte con i rinnovi per i lavori stagionali) e ai licenziamenti selvaggi. Se le cose non cambieranno, il decreto Dignità pare essere volto a dare delle tutele ai lavoratori. E che sia dalla parte dei lavoratori lo si può capire dalle reazioni degli imprenditori che minacciano di scioperare e di non assumere più nessun lavoratore. Come se non bastasse, c’è l’intervento di Berlusconi che accusa che il decreto non solo è contro le imprese, ma anche contro i lavoratori, perché li penalizzerà, farà perdere posti di lavoro; dulcis in fundo, accusa Di Maio di non conoscere il mondo del lavoro. Probabilmente l’ultima affermazione è vera, ma non starebbe a Berlusconi fare certe affermazioni, dato che neppure lui conosce il mondo del lavoro: lui ha solo comandato, non ha mai lavorato, non è mai stato in fabbrica, non hai mai fatto otto o più ore di lavoro al giorno mal retribuito, facendo straordinari che non venivano pagati, lavorando in condizioni critiche, anche pericolose per portare a casa un misero stipendio per cercare di sopravvivere.
Non si sa come andrà a finire, ma si sta cercando di tornare a una vita che tutela un po’ più la persona, visto che si sta discutendo anche di tornare a far star chiusi i negozi la domenica. Una proposta che sta sollevando polemiche e isterie (chi vuole i negozi sempre aperti annuncia che se ci sarà chiusura si perderanno centinaia di migliaia di posti di lavoro), ma se si vanno a guardare i dati, l’apertura domenicale non ha assolutamente portato quei favolosi introiti che si annunciava quando la cosa cominciò.
La verità, se ancora non la si fosse capita, è che i gruppi che dirigono, vogliono guadagnare sempre di più, sfruttando sempre più le persone, cercando di pagarle sempre meno: il loro sogno è di avere gente che lavora e non deve essere pagata. Si ritengono innovativi, esseri che guardano al futuro, ma in realtà il loro sguardo è fisso al passato e a qualcosa che c’è già stato: la schiavitù.

Girasoli

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Girasoli

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Non è più una questione di sport 4

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I Mondiali di calcio ormai sono conclusi e si può tranquillamente dire che non sono stati dei bei Mondiali: lo spettacolo in campo non è stato il massimo (fortunatamente non c’è stato un altro tipo di spettacolo fuori del campo di gioco e ci si riferisce a scontri tra tifosi o anche peggio; visto il periodo che si sta vivendo, questo può già essere considerato un successo). A parte alcune partite, non si è visto un bel gioco e i giocatori più attesi nella maggior parte dei casi hanno disatteso le aspettative.
Neymar, esempio di cosa non fare nello sportQuesto Mondiale verrà ricordato più che altro per le sceneggiate fatte in campo da tanti calciatori per i falli subiti, uno su tutti Neymar: è stato uno spettacolo ridicolo vedere gente allenata, che deve essere abituata al contatto fisico, rotolarsi a terra appena veniva toccata come se gli fosse stata rotta una gamba.
Non solo: anche se c’entra poco o nulla, più che per le sue partite, sarà ricordato per l’affare del secolo, ovvero il passaggio di Cristiano Ronaldo dal Real Madrid alla Juventus. A parte il battage pubblicitario mondiale esagerato (è stata una delle notizie più seguite, più di quelle che dovrebbero essere veramente importanti, dove c’è in ballo la vita di tante persone), quello che dovrebbe far pensare sono le cifre di questo affare. Negli ultimi anni si è vista una lievitazione dei prezzi del costo del cartellino dei calciatori e dei loro stipendi; il calcio non è certo l’unico sport che vede simili cifre: c’è la Formula 1, il basket e il football americano. Tuttavia, come anche per questi sport, sentire stipendi con così tanti zeri risulta davvero stridente considerando che tanti non hanno i soldi nemmeno per comprarsi un tozzo di pane e devono andare alle associazioni caritatevoli o cercare tra gli scarti della spazzatura per sfamarsi.
Nell’affare Ronaldo pare che sia intervenuta anche la Fiat (legata come si sa alla Juve per via della famiglia Agnelli): questo ha fatto indignare tanti, soprattutto lavoratori di questa ditta. Il che non sorprende, visto quello che negli ultimi anni hanno dovuto passare (mesi di cassa integrazione, rischio di perdere il posto, aumenti di salari che non avvengono da tempo). Naturalmente c’è stato chi ha cercato di difendere l’operato di Juve e Fiat, asserendo che sono due cose separate, che questo è il mondo degli affari e bisogna cogliere opportunità che danno risalto e possono portare altri soldi.
Soldi. Non si fa che pensare ai soldi. Ognuno può pensare quello che crede, ma rimane il fatto che simili cifre (quando ci sono migliaia, milioni di persone che, quando hanno uno stipendio, fanno fatica ad arrivare a fine del mese per avere il minimo indispensabile per sopravvivere) sono un insulto.
Questo non è più sport: questa è soltanto l’Era dell’Economia. Sarebbe ora di darci un taglio, ma purtroppo per molti vale la legge dello “show must go on”.