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Disobbedienza civile

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Disobbedienza civileDisobbedienza civile è una delle opere più famose di Henry David Thoreau, autore che è stato guida e fonte d’ispirazione per tante persone (per fare un esempio, basti pensare alla vita di Christopher McCandless, il protagonista delle vicende narrate nel libro Into the wild di Jon Karkauer, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da Sean Penn).
Disobbedienza civile, a discapito del nome che porta, non è un inno all’anarchia, ma un modo per spingere le persone ad avere governi e sistemi migliori; governi e sistemi che quando si spingono oltre certi limiti vanno contestati e a cui occorre rifiutarsi di seguirli, perché disobbedire a una legge ingiusta è l’unica scelta possibile quando essa va contro la coscienza e i diritti dell’uomo. Nessun uso della violenza, ma semplicemente rifiutarsi d’obbedire a certe regole, di fare parte del sistema che le ha create. Thoureau in Disobbedienza civile ragiona sulla la scelta dell’individuo che va contro quella della maggioranza, perché non sempre chi la guida fa le scelte migliori. E non sempre la maggioranza ha ragione.

«È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d’uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. Altri – come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche – servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo.»

Con queste parole Thoreau critica aspramente la massa, considerandola addirittura non formata da esseri umani; Thoreau non propone certo che un singolo individuo ribellandosi possa sconfiggere il male o chi fa il male, ma con le sue scelte può evitare di esserne collaboratore. Le sue scelte devono essere quelle di persona che vive la sua vita senza danneggiare gli altri, usando la sua testa per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ciò che fa l’interesse solo di chi è al potere da ciò che è veramente valido.
E questo pensiero di disobbedienza civile ci porta ai fatti che stanno accadendo di recente in Iran e in Russia.
In Iran, la popolazione ha preso a manifestare (venendo arrestata e ammazzata dalle forze dell’ordine) in seguito all’uccisione da parte della polizia morale di Mahsa Amini perché non indossava il velo in modo corretto. Manifestazioni, indignazioni e rabbia sono giuste, ma forse sarebbe stato il caso di ribellarsi molto prima a un regime che impone leggi che vanno contro ogni morale, giustizia e buon senso (l’Iran è anche il paese che vuole rendere reato il possedere un cane come animale domestico).
Stessa cosa vale per la Russia, dove migliaia di persone stanno scappando dalla leva e altre stanno manifestando e venendo arrestate contro questa decisione del governo. Ma invece di reagire adesso, sarebbe stato il caso di agire prima che la guerra in Ucraina scoppiasse (anzi, ancora prima), rifiutandosi di far parte di uno spargimento di sangue voluto da persone che anelano ad avere maggiore potere e vivono all’ombra di un passato che non esiste più (Stalin). Per non parlare dei referendum farsa sull’annessione di territori ucraini a quelli russi: persino un bambino capirebbe che il 99% di voti favorevoli all’annessione sono falsi, dato che anche quando c’è una maggioranza schiacciante non si raggiunge una simile percentuale (e poi, che credibilità può avere un referendum dove la gente viene fatta votare puntandole addosso le armi?). Meglio lasciar perdere poi un certo tipo di religione che è tornata indietro di mille anni, ai tempi delle crociate (leggere le dichiarazioni di Kirill).
Ora più che mai sarebbero da prendere in considerazione le parole scritte da Thoureau.

Terminator - Destino oscuro

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Terminator – Destino oscuroTerminator – Destino Oscuro: perché?
Naturalmente la domanda è perché è stato realizzato, dato che non aggiunge nulla alla saga dei Terminator ed è soltanto la brutta copia di Terminator 2, il più bel film della serie, una delle poche pellicole che è migliore della prima che è uscita. Ecco, la serie poteva dirsi conclusa con i primi due film: tutto era stato detto, la storia si era aperta e chiusa e conclusa alla grande. Ma si sa che la gallina delle uova d’oro va sfruttata finché rende e quindi si sono continuati a fare seguiti e questo dà la risposta alla domanda che ci si è posti.
Tale domanda però non riguarda solo Terminator – Destino Oscuro, ma tutti i seguiti che sono stati girati dopo Terminator 2: ognuno a modo suo contraddiceva quello che era stato detto in precedenza. In Terminator 3 – Le macchine ribelli (2003) il concetto che il futuro non è scritto viene accantonato a favore del concetto che invece è ineluttabile e che quindi l’avvento delle macchine è inevitabile. Terminator Salvation (2009) prova a fare qualcosa di differente e non ci sono viaggi nel tempo, ma l’azione è ambientata nel futuro dove le macchine ormai dominano, con Skynet che cerca di eliminare i capi della resistenza e Kyle Reese, colui che mandato nel passato sarà il padre di John Connor; il film funzionerebbe abbastanza bene, se non fosse il cyborg costruito nel passato per essere cavallo di troia nella resistenza. Terminator Genisys riscrive tutto e riprende da Kyle Reese che viene mandato nel passato ma lì tutto è cambiato a causa di Skynet che con un attacco a sorpresa ha posseduto John Connor facendolo divenire uno dei suoi: Sarah non è più una cameriera indifesa ma una combattente cazzuta con Terminator “Papà” Schwarzenegger che l’aiuta a eliminare i robot mandati nel passato. La cosa sarebbe anche interessante se non fosse che non si sa chi ha mandato Terminator Schwarzy a salvare Sarah da bambina: nessuno sa chi è la misteriosa figura che li aiuta. Altro elemento affrontato in modo che lascia perplessi sono le diverse linee di futuro che si sovrappongono, rendendo il quadro poco chiaro.
In realtà, una domanda ce la si pone: perché si mandano Terminator in epoche differenti? Se si conosce il futuro, perché Skynet dopo che il primo Terminator ha fallito, non ne rimanda altro nello stesso punto sapendo questa volta come agire?
Tale domanda però vale solo se il futuro non può essere modificato, perché se può essere modificato, allora con la fine di Terminator 2 tutto si conclude: Skynet viene distrutto e non c’è più una IA che manda indietro nel tempo dei robot.
Ma si sa che i viaggi del tempo sono materia complessa e c’è da farsi venire il mal di testa (vedere quello che ha fatto la Marvel con Avengers: Endgame), quindi meglio non indagare troppo. E allora si arriva a Terminator- Destino Oscuro che lascia perdere i Terminator 3,4,5 e riprende i fatti dal 2. Skynet è sì stato distrutto, ma al suo posto c’è un’altra intelligenza artificiale, perché l’umanità non ha imparato dai suoi errori e ha creato (di nuovo) qualcosa capace di distruggerla; non si sa allora perché dopo la vittoria sui Terminator del 1995 si sono continuati a mandare nel passato dei T-800 fino a quando John Connor non è stato ucciso nel 1998 (e al diavolo il fatto che la sopravvivenza di John Connor fosse vitale). Nel 2020 praticamente si ripete la storia di Terminator 2: un Terminator viene mandato per uccidere la ragazza che sarà madre del capo della resistenza. La resistenza manda una soldatessa potenziata per proteggerla. Se non che alla trama si aggiunge una Sarah Connor invecchiata che viene avvisata da una fonte misteriosa quando e dove un Terminator sta per comparire. Le tre si troveranno a combattere contro un Terminator mutaforma (il Rev-9, che ha anche la capacità di sdoppiarsi), avendo come alleato il T-800 (Schwarzenegger) che terminata la sua missione omicida con John è rimasto nel passato e ha sviluppato una coscienza vivendo insieme agli esseri umani. I combattimenti si ripeteranno sulla falsa riga di Terminator 2, con lo scontro finale che vedrà il sacrificio del T-800 e della soldatessa venuta dal futuro per salvare la ragazza e fermare il Rev-9.
Terminator – Destino oscuro, prova a rinverdire la serie, ma fallisce nel suo obiettivo. Stancamente ripete cose già viste e non si avvicina lontanamente ai fasti di Terminator 2, anche se punta tutto sul girl power e ripropone la coppia Hamilton/Schwarzenegger. Neppure la presenza di Cameron alla produzione serve a qualcosa: la serie di Terminator, quella vera e fatta bene, è finita con i primi due film. Per il botteghino invece la storia non è finita dato che, salvo sorprese dell’ultim’ora, nel 2023 uscirà Terminator 7.

Another

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AnotherAnother è una serie animata horror interessante, cui si mescolano elementi alla Final Destination e Battle Royale. Tratta dalla light novel ideata da Yukito Ayatsuji e pubblicata nel 2009, vede le vicende incentrate sulla terza classe della sezione C della Yomiyama Nord, scuola media della cittadina di Yomiyama, attorno alla quale c’è una strana atmosfera e accadono eventi a dir poco oscuri (da qui in poi SPOILER). Se ne accorge quasi subito Kōichi Sakakibara, da poco trasferitosi da Tokyo per via del lavoro di suo padre (che si svolge in India), vivendo con i nonni materni e la zia. Subito ricoverato in ospedale per un pneumotorace, riceve la visita dei due rappresentanti della classe che dovrà frequentare e dell’addetta alla contromisure; contromisure di non si sa cosa, ma non gli viene spiegato e nemmeno lo chiede. Mentre è in ospedale fa l’incontro in ascensore con una ragazza taciturna che porta una benda sull’occhio: si tratta di Mei Misaki, che sta andando all’obitorio per portare qualcosa a una persona che si trova lì. La incontrerà di nuovo a scuola, essendo compagni di classe, ma è come se lui fosse il solo a vederla, dato che nessun altro, né gli studenti della 3 C nè i suoi professori, interagiscono con lei. Misaki è restia ad avere a che fare con lui, se ne sta sempre isolata, e quando Sakakibara fa per avvicinarsi a lei i compagni cominciano ad avere atteggiamenti strani, al punto che viene avvisato di non avere a che fare con ciò che non esiste.
Sakakibara viene a sapere una strana storia cui è legata la sua classe: ventisei anni prima, uno studente modello, ben voluto da tutti, muore in un incidente con la sua famiglia. Lo shock è così forte che sia gli alunni sia i professori continuano a far finta che esista, al punto che alla consegna del diploma anche il preside fa mettere una sedia per lo studente morto. La cosa strana è che nella foto di gruppo della consegna compare anche il ragazzo deceduto, benché appaia molto pallido.
Quello che era sembrato un gesto di buon cuore, in un qualche modo apre un passaggio per la morte e dà il via a una maledizione sulla classe che si ripete anno dopo anno: alcuni studenti della classe, dei loro parenti e anche dei professori cominciano a morire in circostanze tragiche. Il tutto perché nella classe c’è una persona in più: una persona che è morta. Nessuno sa chi è (nemmeno il morto sa di essere tale) e tutti hanno degli strani vuoti di memoria che fanno dimenticare eventi del passato. Ed è proprio questa mancanza di memoria che rende difficile spezzare la maledizione. Per farlo, si fanno dei tentativi e ciò che finora pare dare i maggiori risultati è quello, per far essere la classe senza una persona in più, d’ignorare uno studente come se non esistesse.
La contromisura però comincia a non funzionare dal momento in cui Sakakibara, non informato dei fatti, continua a parlare con Misaki, facendo sì che lei sia riconosciuta come persona esistente. Almeno, così ritengono i compagni di classe.
Per diverse puntate lo spettatore si fa l’idea che Misaki sia una sorta di fantasma, dato che pare che solo Sakakibara interloquisca con lei; anche Sakakibara ne ha il sospetto quando va a vedere una sorta di museo delle bambole e là la incontra, ricordandosi che l’anziana all’ingresso l’aveva avvertito che era l’unico avventore presente. Ma seppure strana, Misaki è una persona come lui e ha una particolarità: da piccola ha perso un occhio e la madre (la creatrice delle bambole del museo che ha visitato) per sostituirglielo gliene ha fatto uno di vetro, il quale le permette di vedere cose invisibili, che lei chiama il colore della morte (nella cultura giapponese, e non solo, chi perde un occhio può vedere cose che sono celate agli altri).
L’atmosfera surreale, quasi di sospensione, che si ha nelle prime puntate viene bruscamente interrotta quando Yukari Sakuragi, la rappresentante femminile della classe, esce dall’aula dopo essere stata chiamata da un professore e vedendo insieme Sakakibara e Misaki si spaventa e correndo giù dalle scale inciampa e muore cadendo sull’ombrello, la cui punta le trapassa il collo. E qui Another mostra i punti in comune con la famosa serie di Final Destination, con la morte che comincia a perseguitare i personaggi, facendogli fare le morti più assurde e violente.
Poco dopo Sakuragi, tocca all’infermiera che è stata gentile con Sakakibara in ospedale (e che è sorella di uno dei suoi compagni di classe), e che cerca di aiutarlo a scoprire cosa si cela dietro la 3 C: morirà nella caduta dell’ascensore che stava usando, sfracellandosi quando esso raggiungerà il suolo. Sarà poi la volta di Ikuo Takabayashi, compagno di Sakakibara malato di cuore, che nel momento in cui cerca di dirgli la verità, muore d’infarto. Poi toccherà a un loro professore che si suicida davanti a loro.
Il meccanismo della maledizione pare essersi messo in moto e sembra non esserci più nulla da fare, ma si scopre che il fenomeno quindici anni prima era stato fermato; Reiko Mikami, zia di Sakakibara, aveva frequentato la 3 C in quell’anno (e il fatto che la frequentasse colpì sua sorella, madre di Sakakibara, che morì dando alla luce il figlio) e quindi fa avere un incontro con chi era riuscito ad arrestare la maledizione. Lei, assieme al nipote, Mei e qualche altro compagno di classe vanno all’hotel sul mare dove Katsumi Matsunaga lavora; ma Katsumi non si ricorda come fece, solo che aveva lasciato un indizio nella vecchia scuola. Seppure lontani dalla cittadina, la morte sembra averli raggiunti fin lì e Junta Nakao, uno dei ragazzi che ha seguito Sakakibara, muore tranciato dalle eliche di una barca (ma si rivelerà che le cause della sua morte sono in realtà dovute a un trauma cranico avvenuto mentre scendeva le scale di casa: se fosse andato subito in ospedale, non avrebbe perso conoscenza in acqua e non sarebbe stato investito dalla barca).
Sakakibara, assieme a Naoya Teshigawara e Yūya Mochizuki, trovano nella vecchia scuola l’indizio prezioso: in un nastro, Matsunaga ha registrato cosa è successo quindici anni prima. Andati in gita in un vecchio tempio (dove anche l’attuale 3 C andrà) con la speranza di spezzare la maledizione, sono stati colti da un temporale (che manco a dirlo ha mietuto vittime); mentre erano lì, Matsunaga ha litigato con un altro compagno, uccidendolo accidentalmente. Ne rimane sconvolto, ma nessuno dei compagni restanti si ricordava dell’ucciso; tornato dove aveva lasciato il compagno, non trova più il suo corpo e allora capisce che quello che ha assassinato era il morto che quell’anno faceva parte della classe, la persona in più. A quel punto comprende come fermare la maledizione: restituire il morto alla morte.
Con questa consapevolezza, Sakakibara e i due amici si apprestano a fermare la calamità (nel mentre ci sono state altre morti alla Final Destination), ma le cose giunti all’hotel degenerano all’improvviso. La cassetta è stata scoperta e il segreto divulgato: in molti credono che il morto sia Mei e comincia una caccia sfrenata in stile Battle Royale. La follia degenera tra i ragazzi e non solo: la proprietaria dell’hotel uccide il marito (erano parenti di un ragazzo della 3 C) e comincia a braccare i ragazzi. L’hotel va a fuoco. C’è chi muore cadendo dalle finestre, chi schiacciato da un pilastro o un lampadario, chi impiccato a cavi elettrici, chi trafitto da schegge di vetro, chi pugnalato o colpito in testa da una spranga di ferro. Il morto verrà trovato e si rivelerà essere qualcuno d’inaspettato, anche se di indizi ne erano stati dati.
La maledizione è stata fermata per il momento, ma tornerà a colpire le classi 3 C del futuro, per questo chi è sopravvissuto, prima che la memoria svanisca, lascia un indizio per chi verrà per fare sì che la tragedia sia arrestata per tempo.
Another è, come già detto, una serie interessante; non un capolavoro, ma sa il fatto suo. Inquietante, a tratti angosciante, in alcuni momenti pure splatter: di certo non annoia. Magari all’inizio è un po’ lento, e ha delle accelerate improvvise che colpiscono (anche se alcune ce le si aspetta una volta capito il meccanismo alla Final Destination), però il senso di mistero iniziale funziona e riesce a protrarsi fin verso il crescendo finale.
Qualcuno potrà obiettare che la decisione in Another di far sparire la memoria quando il morto torna in vita sia una forzatura, ma bisogna calarsi anche un poco nella cultura giapponese e al modo in cui le maledizioni delle loro storie funzionano. Per chi è abituato agli horror all’”occidentale”, Another potrà risultare strano, come strani lo sono tutti gli horror giapponesi per chi ha questo tipo di sguardo, ma se si cerca di calarsi in una cultura diversa dalla nostra, allora questa storia prende e coinvolge. Consigliato.

Prima persona singolare

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Recensire Prima persona singolare, una raccolta di racconti di Haruki Murakami, potrebbe risultare un lavoro di analisi schematico e magari noioso; otto brani che alternano momenti autobiografici ad altri che scivolano nel fantastico, tutti scritti in prima persona, dove la musica fa sempre da contorno alle vicende. Preferisco invece soffermarmi su due estratti che mi hanno colpito e che trovo molto reali e vicini.

Quel che trovo strano, avanzando negli anni, non è tanto il fatto che sia invecchiato io; che abbia raggiunto l’età che ho senza neanche rendermene conto, io che fino a ieri ero un ragazzo. A sorprendermi è piuttosto constatare come i miei coetanei – soprattutto tante belle ragazze piene di vita che vedevo intorno a me quando eravamo giovani – siano ormai in età da avere due o tre nipotini. Ogni volta che ci penso provo un senso di indefinibile meraviglia, ma a volte anche di tristezza. Benché non mi rattristi affatto il pensiero di essere io, anche io, anziano.
Se veder invecchiare quelle che un tempo erano delle adolescenti mi deprime, forse è perché mi obbliga ad ammettere che i miei sogni di ragazzo si sono spenti. E quando i sogni muoiono, in un certo senso per una persona è ancora più triste che non morire realmente.

Forse, se avessi letto qualcosa del genere diversi anni fa, non avrei sentito le stesse cose; ma con l’avanzare dello scorrere del tempo, del lasciarsi alle spalle la giovinezza, le cose cambiano. Qualcuno potrebbe ritenere l’affermazione esagerata visto che si è da poco superati da poco i quaranta, e in una società che vuole essere eternamente giovane può risultare stridente, ma la realtà è che, lo vogliamo o no, il tempo passa e fa lasciare indietro molte cose. Spesso risulta difficile accorgersene guardando se stessi, perché non ci si sente tanto cambiati, ci si sente quelli di sempre, anche se i cambiamenti ci sono stati; solo che i cambiamenti, se non sono drastici, avvengono poco per volta e si depositano in un modo che non fa rendere conto che sono avvenuti, perché non ci si è fatto caso dall’essere portati avanti dal condurre la quotidianità. Però, se ci si ferma a osservare, si vede che le cose sono cambiate e anche noi stessi siamo cambiati: non proviamo più piacere nel fare delle cose che un tempo invece ci entusiasmavano, non abbiamo più quel modo di vedere che prima ci sembrava così unico e insostituibile. A ciò alle volte ci si arriva da soli, ma spesso avviene quando s’incontrano delle persone che non si vedono da tempo e allora si è costretti a vedere che il tempo ha lasciato il suo segno, che ha cambiato quelle persone che avevamo visto in un certo modo; a quel punto si è costretti ad accettare la realtà, che gli anni passano e reclamano un tributo da pagare. E questo tributo sono i sogni e le aspettative che si avevano e che ora sono solo ombre e ceneri; come dice Murakami, tutto ciò è molto triste, forse perché è una forma di morte che sta preparando a quella definitiva; forse è proprio vero quel detto che da quando nasciamo non facciamo altro che muovere dei passi verso la cessazione dell’esistenza, anche se in mezzo ci sono tante cose da incontrare, perché, se non fosse così, il cammino umano sarebbe davvero amaro.

Tutti noi, chi più chi meno, viviamo con una maschera sul viso. Perché senza maschera, non saremmo in grado di far fronte a questo mondo violento. Dietro la maschera di un demone si cela il volto di un angelo, e dietro la maschera di un angelo quello di un demone. Non si può essere solo l’una o l’altra cosa. Siamo fatti così.
Questo pezzo invece fa pensare che forse non siamo mai veramente noi stessi, che indossiamo delle maschere per non mostrare agli altri il nostro vero io; alle volte le si usano anche per nascondersi a se stessi. Forse viviamo in un unico immenso carnevale dove ognuno mette la maschera che preferisce per mostrare quello che vuole ma che non è quello che si è realmente. Qualcuno lo potrà fare per divertimento, ma i più attuano questa mascherata per protezione, per difendersi dal giudizio altrui, per timore della non accettazione; la parola che ricorre spesso è paura, ma può essere davvero questo il solo motivo per cui si agisce in una certa maniera, per cui non si fa vedere tutto quello che si è davvero? Perché si sceglie di mostrare alcune cose di sé e altre le si tengono nascoste? Vergogna? Alle volte, sì. Ma anche perché, a differenza di una società social che vuole condividere tutto e mettere in mostra qualsiasi elemento, fisico o emozionale, ci sono delle cose che devono rimanere segrete, che solo l’individuo che le possiede può conoscere.

1. Prima persona singolare. I libri del Corriere della Sera, 2022. Pag. 43
2. Prima persona singolare. I libri del Corriere della Sera, 2022. Pag. 101

elezioni del 25 settembre

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elezioni del 25 settembreSulle elezioni del 25 settembre, dopo la caduta del governo, c’è poco da dire: siamo al grottesco. Si va di male in peggio e se tutto va bene siamo rovinati; luoghi comuni che vengono usati appositamente perché si è di fronte a una classe politica formata da gente affamata di potere e basta, dei cani rabbiosi che si azzannano l’un l’altro dimenticandosi della posta in gioco, ovvero l’interesse dei cittadini (bisognerebbe chiedere scusa ai cani per l’accostamento fatto, perché meritano molto più rispetto di queste figure che starebbero bene nel Bagaglino; anzi, starebbero male pure lì. E ci si domanda se vale la pena davvero andare a votare). Ma così è se vi pare e questa è la realtà in cui siamo immersi, che siamo costretti a vivere; purtroppo non siamo in Matrix (e se fosse una simulazione, sarebbe di quelle davvero scadenti, fatta con scarso budget, tanto per fare qualcosa perché lo richiede il mercato). Pertanto, visto che non fanno altro che perculare, meritano di essere perculati.

Ma se qualcuno volesse un video che analizza un po’ di più quanto la politica italiana è caduta in basso, e quanto queste elezioni del 25 settembre facciano schifo, ecco il seguente.

Ready Player One

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Ready Player OneReady Player One è un inno nerd: c’è poco da girarci attorno. Adattamento del romanzo del 2010 di Ernest Clive, il film del 2018 di Steven Spielberg è una godevole pellicola che si può apprezzare appieno se si è nerd e si ha una discreta conoscenza di tutto ciò che è retro di film, musica, giochi, fumetti, serie tv, cartoni animati; un lungo omaggio alla cultura che va dagli anni Settanta a quelli d’inizio Duemila. Di certo per Spielberg non è stata una passeggiata avere tutti i diritti per i tanti elementi da citare. Da Terminator a Shining, da Gundam a Il Gigante di Ferro, da Ritorno al futuro a Hellboy, da Guerre Stellari a Jurassic Park e King Kong, per non parlare dei tanti videogiochi partendo dai primi dell’Atari a Halo e Doom: i riferimenti alla cultura pop sono tantissimi, al punto che qualcuno può sfuggire.
Visivamente è uno spettacolo, il ritmo è buono e anche la trama non è male, seppur nulla che faccia gridare al capolavoro (per intenderci, non bisogna pensare che si sia davanti a qualcosa di livello come Blade Runner o i primi due Alien); ma Ready Player One è un film d’intrattenimento e il suo lavoro lo fa egregiamente, magari si sarebbe potuto avere qualcosina di più con una caratterizzazione migliore dei personaggi, che risultano stereotipati, specialmente il cattivo della situazione (ma non è colpa della produzione, visto che nemmeno il romanzo eccelleva per questo).
Nell’anno 2045 la situazione sulla Terra è drastica: sovrappopolazione, inquinamento, indebitamento che si arriva ad avere una nuova sorta di schiavitù. Ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli per risolvere i tanti problemi dell’umanità, ma sono davvero pochi quelli che si preoccupano di come far cambiare le cose: i più pensano di fuggire da una realtà da schifo immergendosi nella realtà virtuale di OASIS, un mondo creato dal genio di James Halliday, un individuo che non è mai riuscito a relazionarsi con gli altri e a trovare un suo posto nella vita, vivendo sempre in mondi di fantasia fin da quando era bambino. Alla sua morte, il suo avatar Anorak l’Onnisciente annuncia una gara per trovare un easter egg all’interno di OASIS, ma per arrivarci servono tre chiavi nascoste da conquistare in tre sfide sconosciute; chi lo otterrà avrà il controllo di OASIS e il suo intero patrimonio. Tanti si mettono alla caccia dell’easter egg, tra questi la multinazionale IOI, dello spietato e senza scrupoli Sorrento, un tempo dipendente di Halliday.
Le vicende si concentrano su Wade Watts, conosciuto in game come Parzival, grande estimatore di Halliday, di cui ha studiato e conosce tutta la vita. Assieme ai suoi amici di gioco Aech, Daito, Sho, cui si unirà poi Art3mis, riescono a trovare gli indizi per raggiungere le tre chiavi, ma la difficoltà non sarà soltanto questa, dato che Sorrento, dopo aver cercato di averli dalla sua parte, tenta di eliminarli. Si arriverà così alla sfida tra l’idealista e sognatore Wade e il cinico e affarista capo della IOI, cui non importa nulla di ciò che rappresenta OASIS, ma pensa solamente ai soldi su cui potrà mettere le mani. Quella che apparentemente è una gara tra “buoni” e “cattivi”, si rivelerà essere un ripercorrere la vita di Halliday, affrontando quei punti cruciali in cui lui ha commesso degli sbagli (non fare il salto con la ragazza che amava, scaricare l’unico amico che aveva, non riuscire a vivere la propria vita fuggendo in quella virtuale). Parzival e i suoi amici, che si faranno chiamare gli Altissimi Cinque per essere stati i primi a conquistare la prima chiave, guideranno una rivolta nerd contro la spietata multinazionale che possiede i Centri Fedeltà (dove chi ha debiti con l’IOI lavora fino a che non li estingue; gli orari disumani cui sono costretti a seguire possono portare alla morte, come successo al padre di Art3mis, la ragazza di cui Parzival s’innamora e che guida la resistenza), ottenendo la vittoria; diverranno proprietari di OASIS, Sorrento verrà arrestato e l’eroe Parzival starà con la sua amata. Il film ha anche una morale: va bene stare nei mondi virtuali, ma essi non potranno sostituire quella reale, quindi conviene viverla. Cosa giusta, peccato che ci si sia dimenticati come risolvere i problemi più grossi del pianeta, ma questo non era lo scopo della storia. Visto il cammino del protagonista e come supera la prova finale, il film sotto un certo aspetta ricorda un’altra pellicola, Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (1971).
Ready Player One fa il suo dovere d’intrattenimento, facendo passare due ore e passa piacevoli e divertenti; etichettato come appartenente alla fantascienza distopica, di distopia ha poco e si ha davanti a un gigantesco videogioco che racchiude tanti altri videogiochi e chicche di vario genere provenienti da ogni angolo della cultura popolare, musica compresa. I brani famosi che si sono aggiunti alla colonna sonora sono una goccia dell’oceano cui si poteva accedere (Springsteen, Bee Gees, Prince, per citarne alcuni), ma sono azzeccati; apprezzato che sia stato messo quel gran pezzo che è We’re Not Gonna Take It dei Twisted Sister.

Berserk - La seconda serie animata

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La seconda serie animata di BerserkA distanza di quasi venti anni dalla prima serie animata di Berserk (era il 1997), nel 2016 ne è stata realizzata una seconda che praticamente parte da dove l’altra era terminata, ovvero da dopo l’Eclissi, con Gatsu che è ormai diventato il Guerriero Nero ed è in caccia degli Apostoli e della Mano di Dio per vendicarsi; di quello che è avvenuto durante il sacrificio ci sono solo alcuni frammentari flashback che mostrano il fato in cui sono incorsi Gatsu, Caska e i suoi compagni. Per chi non avesse letto il manga di Berserk, anche in questo caso è difficile capire come il protagonista e la sua compagna sono riusciti a sopravvivere, dato che non viene mostrato il provvidenziale intervento del Cavaliere del Teschio che li salva da morte certa. Altra scelta che lascia perplessi è quella di narrare gli eventi partendo da quanto visto nel primo numero del manga: o si faceva una serie nuova, oppure, se si voleva partire da dove l’altra si era fermata, avrebbe avuto più senso cominciare con Gatsu portato dal Cavaliere del Teschio dal fabbro Godor, punto in cui viene in possesso dell’Ammazzadraghi e comincia il suo cammino di vendetta. Invece, la sceneggiatura di questa nuova serie animata inizia nella locanda dove incontra l’elfo Pak; al posto della ragazza che serve ai tavoli viene messo Isidoro, che, dopo aver visto all’opera Gatsu, decide di seguirlo. L’azione prosegue con l’incontro con Colette e suo padre, massacrati da un esercito di scheletri guerrieri, con Gatsu che fa strage di mostri. Finito il combattimento, si ha subito l’incontro con l’Ordine della Sacra Catena Ferrea, facendo così iniziare i Capitoli della Condanna; il punto negativo in tutto ciò è che vengono saltati completamente i capitoli Lost Children, una delle parti più belle del manga.
E visto che si parla di punti negativi, occorre parlare del comparto grafico, che è di basso livello. Viene utilizzata la computer grafica, ma non viene usata per niente bene: movimenti scattosi e legnosi, espressività facciale spesso davvero penosa (le cose peggiori si vedono soprattutto con Caska, personaggio davvero maltrattato da questo mezzo). Per non parlare del tratteggio onnipresente che vuole imitare quello del manga: assolutamente fuori luogo in una versione animata.
Altra cosa che lascia decisamente perplessi è la scelta d’inventarsi vicende e personaggi che non ci sono nel manga: ha poco senso la decisione di mettere un castello, dove i suoi abitanti sono stati sterminati dal custode dei cani divenuto Apostolo (le sembianze di questo mostro si rifanno a quello che ha attaccato Gatsu quando è ricoverato dal fabbro Godor: un incontro importante, dato che è lì che il guerriero trova per caso l’Ammazzadraghi e l’impugna per la prima volta), sul cammino di Gatsu dopo la sua fuga dall’accampamento dell’Ordine della Sacra Catena Ferrea e il rapimento di Farnese.
Viste le prime puntate, la nuova serie animata di Berserk non promette niente di buono e invece a un certo punto le cose cambiano (non dal punto di vista grafico, che migliora solo leggermente nella seconda parte): la sceneggiatura comincia a seguire i capitoli del manga e così pure i dialoghi. E allora lo spettatore si ritrova finalmente ad avere a che fare con quello che è Berserk, facendo diventare un prodotto mediocre un lavoro che coinvolge e che si vuole seguire. Il ritmo diventa incalzante e la storia assume un sentore epico, con combattimenti adrenalinici accompagnati da una musica evocativa (quella realizzata da Susumu Hirasawa; il resto del comparto sonoro è poca cosa, sentire le canzoni di apertura e chiusura della prima parte, quella relativa ai Capitoli della Condanna. Molto meglio quelle dedicate ai capitoli Il Falco del regno millenario).
Per chi non conoscesse nulla del mondo di Berserk, dopo aver fatto l’analisi dei pro e contro di questa seconda serie anime su Berserk, un breve riassunto sui fatti narrati. Mentre Gatsu è in cerca di vendetta, l’Ordine della Sacra Catena Ferrea (una sorte d’Inquisizione) è sulle sue tracce, ritenendolo responsabile degli oscuri eventi che si stanno verificando, dato che lo considera il Falco delle Tenebre; a causa delle ferite subite contro dei mostri, Gatsu non riesce a difendersi dell’attacco dell’Ordine e viene catturato, facendo la conoscenza con Lady Farnese (capo dell’Ordine) e del suo sottoposto Serpico (che si rivelerà essere poi suo fratellastro). Riuscito a fuggire, Gatsu decide di tornare da Caska, tenuta al sicuro da Godor, sua figlia adottiva Erika e Rickert, il terzo e ultimo membro della prima Squadra dei Falchi, sopravvissuto perché non presente sul luogo dell’Eclisse (è privo del marchio che hanno Gatsu e Caska). Ma lì scopre che lei è fuggita e le tracce lasciate la conducono ad Albione, ma deve muoversi, perché il Cavaliere del Teschio lo mette in guardia che là ci sarà una seconda Eclissi, con uno dei membri della Mano di Dio che si reincarnerà. Comincerà così una corsa contro il tempo: Caska, protetta da un gruppo di prostitute, finisce per essere associata a un culto orgiastico e accusata di essere una strega (viene salvata dal figlio di Gatsu che portava in grembo e che è nato anzitempo a causa dello stupro subito durante l’Eclissi da parte di Grifis; questa parte, ben mostrata nel manga, non può essere capita dall’anime). Mozgus e i suoi discepoli (i veri inquisitori dell’Ordine), vogliono bruciarla al rogo; Gatsu arriva in tempo, ma deve affrontare gli Inquisitori dotati dei poteri che l’Apostolo Bejelit gli ha conferito (un Apostolo il cui sacrificio permetterà la reincarnazione di un membro della Mano di Dio e l’inizio di una nuova era). Il Guerriero Nero riuscirà a vincere, ma a quel punto il male si scatenerà in tutta la sua forza, distruggendo la Torre della Condanna e uccidendo quasi tutte le persone presenti. La nuova Eclissi avrà luogo e lui e Caska assisteranno alla reincarnazione di Grifis, tornato sulla terra dopo essere divenuto Phemt per realizzare il sogno di avere un proprio regno.
Qui si conclude la prima parte dell’anime, con la seconda che tratta l’arco narrativo del manga I capitoli del falco del regno millenario. Farnese e Serpico hanno lasciato l’Ordine, mettendosi sulle tracce di Gatsu per unirsi a lui; sul loro cammino incrociano Isidoro (che ha cercato di rubargli le provviste), ritrovandosi per caso a incontrare Gatsu e Caska, di nuovo in viaggio dopo l’incontro con Grifis e Zodd e aver perso il rifugio sicuro della miniera di Godor (un tempo era un luogo degli elfi). Il male assortito gruppo arriva in una foresta dove viene attaccato da dei troll, ma è aiutato dall’apprendista strega Shilke; poco dopo incontrano un uomo ferito che dice di essere in viaggio per cercare l’aiuto della strega che vive nella foresta. Arrivano a un grande casa albero (un interstizio tra il mondo materiale e quello spirituale), il luogo dove vive la strega e la sua apprendista; lei, che conosce i due marchiati, decide di aiutarli purché siano di supporto a Shilke nella lotta contro le creature spirituali riversatesi nel mondo. La strega, oltre a dare loro equipaggiamento magico per la lotta che stanno per intraprendere, si rivelerà essere amica e un tempo compagna del Cavaliere del Teschio.
Il gruppo riuscirà a vincere, ma Gatsu rimane gravemente ferito dopo l’incontro con Slan, l’unico membro femminile della Mano di Dio, incarnatasi dalle viscere dei troll uccisi dal Guerriero Nero. E qui le cose si mettono davvero male, perché arrivano alla casa della strega mentre è attaccata dalla nuova Squadra dei Falchi creata da Grifis, venuti per prendere la testa dell’anziana donna. La situazione è disperata nonostante l’intervento del Cavaliere del Teschio; Gatsu, privo dell’armatura e allo stremo delle forze, non riesce a tenere testa a Gurnbeld, uno dei più potenti servitori di Grifis, con i suoi compagni prossimi a essere sopraffatti. L’intervento della strega ormai morente tra le fiamme guida la sua apprendista a dare al Guerriero Nero l’armatura del Berserk, un potente ma anche pericoloso artefatto. Con il nuovo equipaggiamento, Gatsu sbaraglia i nemici, rischiando però di perdere se stesso e distruggere il suo corpo, cosa che viene evitata dall’intervento di Shilke e dall’amuleto inciso all’interno dell’armatura.
Fuggito dalla casa della strega ormai distrutta, il gruppo si mette in cammino per raggiungere la patria degli elfi, un’isola dove pare che il suo re possa far ritrovare la ragione a Caska; impresa che non sarà facile, dato che si ritroverà coinvolto nella guerra tra l’esercito delle Midlands guidato dal Falco di Luce (Grifis) e quello dei Kushan.
La serie anime si conclude così, con Gatsu e compagni arrivati nella città di Vritanis, l’incontro tra Shilke e Sonia (veggente al seguito di Grifis) e lo scontro tra Isidoro, Myur (nobile che segue Grifis) e il capitano dei pirati (personaggio che si vedrà in I capitoli del mondo fantastico). Grossa pecca del finale della serie: è stato tolto il bambino della luna, personaggio che più avanti si rivelerà di un certo peso (e che peso) nella storia. Non compare neanche l’imperatore dei Kushan, ma al momento la sua presenza non era determinante nel proseguimento delle vicende.
Al netto dei tanti problemi elencati, questa seconda serie animata di Berserk si fa seguire, almeno quando rimane fedele al manga. Un peccato, perché se fosse stato fatto un lavoro grafico come quello realizzato con Fate/stay night: Unlimited Blade Works o L’attacco dei giganti, ci si sarebbe trovati davanti a un prodotto davvero di alta qualità.

Berserk - La prima serie animata

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Quando si tratta dei prodotti d’animazione relativi a Berserk, occorre fare subito una precisazione: nessuno di quelli realizzati finora raggiunge il livello del manga. Sceneggiatura, dialoghi, disegni: l’opera cartacea realizzata da Kentaro Miura è superiore su tutto. Quindi, chi si approccia a vederli per la prima volta tenga bene in considerazione questo, sia che si sia letto il manga, sia che non lo si sia fatto.
BerserkFatta questa premessa, partiamo con l’analizzare la prima serie televisiva di Berserk, composta di venticinque episodi, trasmessa per la prima volta in Giappone nel 1997 (trasmessa in Italia tra il 2001 e il 2002 sulle reti Mediaset). Considerando che non si aveva un gran budget a disposizione e sapendo che si è di fronte a un prodotto low cost, il risultato dal punto di vista visivo non è malvagio; chi ha letto il manga si aspetta qualcosa di meglio, questo è sicuro, ma non è certo questa la pecca più grande della serie anime, che spetta di diritto ai tagli su storia, personaggi e adattamento di dialoghi.
Segnaliamo subito le cose che non vanno, a partire dai nomi, che vengono adattati quando non ce n’era bisogno (Gatsu diventa Guts, solo per dirne una). L’anime comincia quasi come il manga (anche se è stata eliminato il vero inizio, con Gatsu che uccide un Apostolo) con Guts che giunge in un paese per eliminare il signore locale, che è uno degli Apostoli della Mano di Dio, uccidendo alcuni suoi sgherri per far sapere del suo arrivo, e qui c’è il primo errore: Guts viene definito il cavaliere delle tenebre, quando in realtà è chiamato il guerriero nero. Un errore grosso, dato che Gatsu da quando è a caccia di chi l’ha marchiato non usa un cavallo e neppure porta tale titolo. Altra cosa che si vede subito dai primi minuti quando fa il massacro nella locanda, è che è stato eliminato l’elfo Pak, spalla di Gatsu fin dall’inizio del manga. La storia della prima puntata prosegue fino allo scontro con l’Apostolo (anche se nell’anime, al posto della cattura di Gatsu, viene mostrato il signore locale che massacra i suoi sudditi), ma poi salta completamente la parte dell’incontro con Colette e suo padre, per non parlare dello scontro con il conte lumacone, il che porta anche a non far vedere il primo scontro con i cinque della Mano di Dio (alcune delle parti più intense e drammatiche di Berserk); si arriva così al lungo flashback che mostra la storia di Gatsu prima che diventi il guerriero nero. E anche qui i tagli sono parecchi: è stato tolto che Gatsu è nato dal corpo morto di una donna impiccata, come è stato eliminato che Gambino, il mercenario che l’aveva adottato insieme alla sua compagna (morta di peste), l’ha venduto per una notte a un altro mercenario (un fatto importante, dato che Guts dopo questa vicenda odia essere toccato).
Altra eliminazione eccellente è quella della figura del Cavaliere del Teschio (un taglio non da poco e il motivo lo si vedrà più avanti); sono state tagliate anche quelle di Wiald e dei suoi Cani Infernali, di Shilat e dei Barkilaka.
Guts lavora come mercenario fino al giorno in cui incontra Griffith (nel manga è Grifis), comandante della Squadra dei Falchi: dopo aver perso un duello contro di lui, entra a far parte di questo gruppo di mercenari che battaglia dopo battaglia acquisisce sempre più valore per via delle sue continue vittorie. Guts è ben accettato dal gruppo, tranne che da Crocus (nel manga Kolcas) e da Caska, capitano e unica donna della Squadra. Le loro imprese attirano le attenzioni del re della Midlands, facendoli salire di rango, ma anche le invidie e l’odio di altri (la regina dà l’ordine di eliminare Griffith, ma la cosa le si ritorcerà contro). Il loro futuro sembra pieno di agi e riconoscimenti, se non fosse per l’ombra gettata dalle parole di Zodd l’Immortale, un mostro dalle apparenze umane contro cui Guts e Griffith si sono scontrati per conquistare una fortezza.
Ombre che si concretizzano quando Guts decide di lasciare la Squadra dei Falchi; per ottenere la libertà deve duellare di nuovo contro Griffith e questa volta vince. La sconfitta fa perdere lucidità al comandante dei Falchi, che commette un’imprudenza, andando a letto con la principessa Charlotte; scoperto, viene arrestato e rinchiuso nelle segrete, dove viene a lungo torturato. La squadra dei Falchi viene dichiarata fuorilegge e braccata senza posa. Guts, saputo del fatto, ritorna sui suoi passi, e aiuta ciò che rimane dei Falchi a salvare Griffith.
Ma ormai siamo prossimi alla fine. Distrutto nel corpo, senza più possibilità di coronare il suo sogno, Griffith colmo di dolore attiva il Beherit (Bejelit nel manga) rosso (comprato da una zingara indovina prima dell’arrivo di Guts) aprendo un varco nella dimensione dove vive la Mano di Dio e facendola giungere sulla terra; grazie a essa ha la possibilità di rinascere e divenire il quinto della Mano, ma per farlo deve sacrificare qualcuno di caro e lui immola tutta la Squadra dei Falchi, che per questo ottiene sul corpo un marchio sacrificale: è l’inizio dell’Eclissi. Guts vede tutti i suoi compagni massacrati e mangiati da mostri usciti dai peggiori incubi (l’anime rovina una delle scene più toccanti: Judo, per salvare Caska, viene ferito a morte ma mentre nel manga ci sono i suoi pensieri profondi per non essere mai riuscito a dichiarare il suo amore per la donna, nell’anime si rovina tutto con un semplice “ti ho sempre amato” in punto di morte). Combattendo per sopravvivere, vedendo massacrata quella che era arrivata a essere la famiglia che non aveva mai avuto, Guts diventa sempre più feroce, fino a quando non vede Griffith rinato violentare Caska, con cui sta insieme da dopo il suo ritorno: a quel punto va in berserk. Si trancia da solo il braccio sinistro dopo che un mostro gliel’ha addentato trattenendolo, perde l’occhio destro mentre il suo odio per quello che era il compagno e amico di un tempo cresce.
La prima serie anime di Berserk finisce qui; l’ultima scena è quella di Guts che esce dalla fucina del fabbro Godor con l’Ammazzadraghi, lo spadone che d’ora in poi l’accompagnerà nella crociata contro gli Apostoli e la Mano di Dio. Un finale tronco, che non mostra come lui (e anche Caska) sono riusciti a sopravvivere all’Eclissi (nel manga, solo l’intervento provvidenziale del Cavaliere del Teschio li salva da morte certa).
Questa prima serie di Berserk, che praticamente ricopre l’arco narrativo dell’Epoca d’Oro (ovvero quella della Squadra dei Falchi), è discreta, anche se con un ritmo che a tratti annoia, e si può dire che mantiene in buona parte lo spirito del manga, benché ci siano stati dei cambiamenti che non passano inosservati (i tagli già citati, ma anche la riscrittura di alcuni dialoghi) e che non rendono giustizia all’opera. Se si vogliono apprezzare davvero la storia, i personaggi e il mondo creati da Kentaro Miura, si legga il manga: non c’è proprio paragone.

L'acchiappasogni

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A Derry (città immaginaria del Maine tanto cara a Stephen King dove ha ambientato diverse storie, tra cui il famoso IT), quattro amici di lunga data si ritrovano per la consueta battuta di caccia nel cottage di famiglia di uno di loro. Beaver, Jonesy, Henri e Pete sono all’apparenza quattro normali adulti americani, ma ognuno ha un particolare potere esp (telepatia, trovare oggetti e persone smarrite) acquisite dopo aver aiutato da adolescenti un bambino down da un gruppo di bulli: Duddits è il loro acchiappasogni (da qui appunto il titolo del romanzo, L’acchiappasogni), il loro personale protettore da cose negative (per gli indiani del Nord America era un oggetto che serviva a proteggere da incubi ed energie oscure). Ed è per questo che Jonesy non riesce a capacitarsi come Duddits gli sia apparso un giorno dall’altra parte della strada causando l’incidente in cui è morto per qualche istante: sembra quasi che l’amico d’infanzia, che non vede da tanti anni, l’abbia spinto in quella traumatica esperienza, anche se non riesce a spiegarsene la ragione.
L'acchiappasogniLa ragione si paleserà dopo che avrà incontrato Mc Carthy, un cacciatore sperduto e in grandi difficoltà che gli chiede aiuto; ospitatolo nel cottage, nel quale è al momento assieme a Beaver (Pete e Henry sono andati a comprare provviste), lo soccorrono come possono, indecisi se preoccuparsi delle sue condizioni o se ridere delle spaventose flautolenze che emette. Ben presto la situazione precipita: Mc Carthy muore e dal suo intestino fuoriesce una strana creatura (definita una donnola di merda, ma in realtà è un byrum) che li attacca. Beaver la riesce a trattenere nel cesso sedendocisi sopra, mentre Jonesy corre al capanno per trovare qualcosa per tenerlo chiuso. Purtroppo, nel tentativo di recuperare gli stuzzicadenti che gli sono caduti (ha il vizio di tenerne sempre uno in bocca), Beaver si alza dal cesso e la creatura esce fuori e lo uccide. Jonesy rientra per vedere l’inevitabile e si ritrova ad avere a che fare con un altro strano essere, Mr Gray, che prende possesso del suo corpo.
Mentre stanno tornando al cottage, Pete e Henry per evitare una donna in mezzo alla strada hanno un incidente; anche lei come Mc Carthy ha all’interno del corpo un byrum, che quando esce attacca Pete (Henry è corso al cottage per andare in cerca di aiuto). L’uomo riesce a eliminarlo ma viene infettato dal byrus, un fungo usato da una razza aliena (chiamata dai militari Ripley, come la protagonista del film Alien) per riprodursi. Ma non è l’unico: nella zona dove sono atterrati gli alieni molte persone e animali sono stati infettati, e l’esercito, guidato dal colonnello Kurtz, è deciso a fermare in ogni modo l’infestazione (ovvero eliminando chiunque è entrato in contatto col byrus, anche se c’è chi ne è immune).
Pete viene raggiunto da Jonesy posseduto e usato per trovare un posto dove diffondere maggiormente l’infestazione prima di essere ucciso. Henry, che ha incrociato Jonesy mentre raggiungeva il cottage e l’ha evitato capendo con i suoi poteri che non era più lui, viene catturato dai militari, ma con l’aiuto di uno di loro lo insegue per sventare il piano di Mr Gray e fermare quello psicopatico di Kurtz. Ma perché questo avvenga ha bisogno di Duddits e dei suoi poteri esp, anche se per l’amico questo sarà l’ultimo viaggio, visto che è malato terminale di leucemia.
Lo scontro finale si verificherà nel bacino che alimenta l’acquedotto di Derry, dove l’alieno è diretto per  diffondere il virus.
L’acchiappasogni può essere definito un romanzo di fantascienza con elementi horror che si rifanno al famoso film Alien: ci sono inseguimenti, azione, sparatorie, ma sarebbe riduttivo etichettarlo solo così, perché buona parte delle vicende avvengono nella mente dei personaggi (specialmente in quella di Jonesy che, per resistere a Mr Gray, ha creato un particolare luogo mentale), che si ritrovano collegati tra loro grazie ai poteri esp (alcuni dovuti a Duddits, altri al virus). Questa però risulta essere ancora solo la superficie, perché in realtà L’acchiappasogni, come altre opere di King, è simbolo di ciò che si perde crescendo, di quelle parti di sé che si lasciano indietro, delle persone cui si era tanto legati da giovani ma che da cui ci si allonatana quando si arriva nell’età adulta. Alieni, infestazioni, sono in realtà un pretesto per un viaggio nella memoria: un viaggio per comprendere meglio se stessi, il percorso che ha portato a dove ci si trova. La tematica che il passaggio dall’adolescenza all’età adulta è dolore e che la consapevolezza si sviluppa attraverso di esso non è certo nuova a King, ma è sviluppata sempre molto bene, segno che questo è un elemento cui lo scrittore tiene molto e che non si stanca di ripetere. King però non mette solo questo di sé: si riesce a capire che c’è anche la sofferenza che ha provato nell’incidente che l’ha portato vicino alla morte (incidente avvenuto nel 1999 e che viene narrato anche nel romanzo conclusivo della serie della Torre Nera) ed è per questo che Jonesy appare più che un personaggio d’invenzione.
Nel 2003, due anni dopo l’uscita del romanzo, è stato girato anche il film: Lawrence Kasdan per buona parte della pellicola riesce a mettere su schermo ciò che King ha scritto su carta. Peccato solo che rovini il lavoro svolto con un finale che non c’entra nulla col libro. Non rivelo nulla, ma se possibile, prima si legga il libro e poi, se si è curiosi, si veda il film: bella fotografia, ma la fine è davvero una boiata. Soprattutto perché si perde il significato di quello che è l’acchiappasogni.