Già in passato ho parlato della verità (qui, qui e qui) e ieri mi sono ritrovato a tornarci a riflettere guardando un video di Fabrizio Valenza dal titolo La FINE della VERITÀ? Da Pilato all’Intelligenza Artificiale (passando per la TV).
Riporto qui il commento che ho lasciato La verità è un argomento complesso, ma ritengo che sia più appropriato dire che esistono tante verità. Alcune sono realmente tali, a esempio che senza ossigeno noi moriamo, stessa sorte si subisce se non si beve, mangia o dorme per un determinato lasso di tempo; tutto ciò è difficilmente criticabile. Direi anche che tra queste verità c’è la gravità, le forze elettromagnetiche, ma di sicuro c’è chi le mette in discussione (c’è ancora chi dice che la Terra è piatta, quindi…); una verità sicura oggi è che si mette in discussione tutto e si fa fatica a distinguere il vero dall’invenzione, dal falso. Social, IA, ma anche giornalisti e soprattutto politici, fanno in modo che si dubiti di quello che si vede e si sente: o si è presenti e si è testimoni di quanto accade, oppure è difficile avere riscontri di quello che accade, vuoi per errori nel riportare quanto accaduto, vuoi perché si manipolano i fatti. Per scremare il vero dal falso occorrerebbe avere più fonti, fare controlli incrociati, ma anche così diventa difficile riuscire ad arrivare alla verità. Tutto questo non penso che porterà a nulla di buono: sempre più incertezza, sempre più diffidenza e pertanto sempre più isolamento perché non ci si potrà fidare di nessuno. La perdita di punti fermi un tempo esistenti (credi religiosi, politici) lascerà gli individui come dei naufraghi soli in mezzo all’oceano e questo porta alla paura e la paura non porta certo elementi positivi. Non che quei punti fermi fossero positivi: politica e religioni hanno manipolato, raccontato mezze verità per il proprio tornaconto, per legare a sé le persone, perché più persone si avevano al seguito, più si aveva potere (i numeri sono potere e più sono grandi più grande è il potere); hanno controllato le persone, limitando o annullando la loro libertà. Il problema è che tolti quei punti fermi si è commesso l’errore di dare libertà alle persone non capendo che questa non è libertà, ma soltanto caos. Forse allora la verità è consapevolezza e la prima consapevolezza da scoprire è che si è allo sbando: riconoscere questo è il primo passo che per avviarsi verso la scoperta di cosa essa sia. Ma prima di partire verso questa scoperta è meglio prima ricercare la verità su se stessi.
Da tempo ormai la fiducia degli individui verso le istituzioni è calata, e continua a farlo anno dopo anno; se questo è avvenuto, è perché è stato cercato: ogni corda ha un proprio punto di rottura. E di corde tirate troppo ce ne sono state molte.
Le istituzioni non hanno fatto altro che usare parole per modificare o nascondere la realtà, per non far vedere quello che non hanno fatto o che hanno fatto male, per celare le loro mancanze; tante parole per ammansire la gente, per illuderle, per brandirle con promesse a cui non seguono mai fatti.
Le persone credono che non si possa fare nulla contro di esse perché troppo grandi, con troppo potere tra le mani per essere contrastate. Questo in parte è vero: le istituzioni sono potenti, possono schiacciare con facilità un singolo individuo. Tuttavia, si provi a pensare da dove arriva questo potere e per farlo si prendano come esempio i vampiri: esseri oscuri che tramano alle spalle degli uomini, che se ne stanno nell’oscurità, che possiedono terrificanti poteri, disprezzanti dei comuni mortali per la loro debolezza, per la loro impotenza. Ma proprio coloro che disprezzano, sono ciò che gli permette di esistere; senza, sparirebbero.
Le istituzioni sono come queste figure del folclore che si cibano delle energie della popolazione: la sfruttano, la disprezzano, ma se non ci fosse, anche loro perderebbero la facoltà d’esistere. Come queste creature, le istituzioni lavorano all’insaputa delle persone, chiuse nelle loro aule a fare leggi, prendere decisioni, che tanto di aiuto per le persone non sono.
In tutto ciò non c’è giustizia. Ed è proprio la mancanza di giustizia che ha allontanato le persone dalle istituzioni, perché sanno che la legge verrà piegata in favore dei potenti, di chi ha denaro, perché vedono che i problemi non vengono risolti, alle parole non seguono fatti: solo discorsi vuoti atti a imbonire le masse che fanno perdere credibilità.
E la credibilità una volta persa è difficile da recuperare.
Tra i film che ho visto di M. Night Shyamalan, Old è quello che mi ha lasciato meno di tutti (si può dire che praticamente non mi detto o lasciato nulla): tutto troppo veloce per lasciare dentro qualcosa, per creare pathos, atmosfera, per far affezionare ai personaggi.
La trama è piuttosto semplice: una famiglia con due figli va in un resort tropicale e, su consiglio del direttore, visita una spiaggia isolata vicino a una riserva naturale, un posto esclusivo, riservato a pochi. Lì incontreranno altre persone già presenti. Un luogo paradisiaco per una vacanza fantastica, ma le cose cambiano di colpo quando in acqua vicino alla spiaggia viene ritrovato il cadavere di una ragazza; già di per sé la cosa è inquietante, ma lo diventa ancora di più quando dopo poco del cadavere non rimangono che le ossa: il corpo si è decomposto a velocità impressionante.
Come è impressionante il modo in cui i bambini crescono: in breve si ritrovano adolescenti. Ben presto si capisce che in quella spiaggia il tempo scorre diversamente: una mezz’ora corrisponde a un anno. Il problema è che non si può lasciare quel luogo, se ci si prova si perdono i sensi e ci si ritrova sulla spiaggia.
Le cose precipitano: chi muore tentando si scappare, chi per le patologie che ha, chi impazzisce e uccide. Rimangono soltanto i due figli della coppia, diventanti ormai adulti, che, grazie a un aiuto esterno, riescono a trovare il modo di lasciare la spiaggia, tornando al resort e facendo scoprire che si tratta di una copertura per un laboratorio dove si conducono esperimenti su ospiti ammalati: la spiaggia, visto come il tempo scorre velocemente, serve per testare su queste cavie inconsapevoli dei nuovi farmaci, così da non dover attendere anni per vedere dei risultati.
Shyamalan in un’intervista disse che il film «Riguarda sicuramente il nostro rapporto con il tempo e, secondo me, il nostro rapporto disfunzionale con il tempo che tutti noi abbiamo. Fino a quando non saremo costretti a esaminarlo, che si tratti di una pandemia o dei fattori che si trovano in questa situazione, questi personaggi sono intrappolati su questa spiaggia e devono riflettere sulla loro relazione nel tempo. Vedi alcuni personaggi incapaci di affrontare questo problema, e poi alcuni personaggi trovano pace. Perché hanno trovato la pace e come hanno trovato la pace in mezzo a tutto questo caos? Quindi c’è questa conversazione al riguardo, quella che sto avendo di me stesso con il tempo». Ma devo essere sincero, a me Old non ha fatto pensare a tutto ciò, nel film non ho trovato nulla di quanto il regista afferma: avviene tutto troppo in fretta perché le cose possano colpire lo spettatore. Anche i drammi che vivono i personaggi, appaiono, scompaiono e vengono elaborati in pochi istanti, come se niente fosse. Tutto è così frettoloso che non rimane nulla; nel giro di una giornata gli unici due sopravvissuti passano da bambi a cinquantenni e la battuta che riescono a dire è “andrà tutto bene”: la cosa mi lascia alquanto perplesso, dato che ci si è persi le esperienze di una buona metà della vita.
Old è stato candidato nel 2022 come miglior film thriller ai Saturn Award ma o non c’era niente di meglio oppure io e la critica abbiamo punti di vista differenti.
The whale è stato, si può dire, il riscatto per Brendan Fraser, attore conosciuto per film di cassetta come La Mummia, dopo essere rimasto ai margini della scena cinematografica a seguito dell’aver denunciato di essere stato molestato da Philip Berk, l’allora presidente della Hollywood Foreign Press Association, evento che ha condizionato sia la sfera lavorativa, sia quella privata, al punto da ritirarsi dalla scena pubblica. Non è una pellicola semplice, soprattutto è una pellicola scomoda per i temi trattati. Ciò che colpisce subito è la condizione di Charlie, il personaggio interpretato da Fraser, una forte obesità che limita pesantemente i suoi movimenti e che ha minato gravemente la sua salute: non si tratta di una condizione dovuta a una patologia di origine genetica, ma di uno stato in cui Charlie si è ridotto, una sorta di autodistruzione dopo il suicidio del compagno che amava. Charlie cerca di soffocare il dolore con il cibo, ben sapendo che questo lo porterà verso una fine inevitabile (anzi, forse la sta cercando), ma non gli importa, dato che non riesce ad accettare la perdita della persona amata e cerca di colmare il vuoto che ha dentro mangiando.
Ma l’obesità non è solo la conseguenza dell’anestetizzare il dolore con il cibo, è anche una condizione che la società non accetta, per cui prova avversione, disgusto, che fa vedere chi è obeso come un mostro, un qualcosa che spaventa; il grasso fa provare avversione, come se fosse una malattia contagiosa, una peste da cui stare lontani. La gente non riesce a vedere oltre la massa, non riesce a vedere cosa c’è dietro, non riesce a vedere la persona che vive una condizione che la fa soffrire, fisicamente, ma anche emotivamente, perché la sofferenza di Charlie è grande, non solo per la perdita dell’amato, ma anche per la famiglia che ha sacrificato per vivere il proprio amore, e di questo ne ha sofferto particolarmente la figlia, che, sentendosi abbandonata, si è incattivita, provando disprezzo e odio per tutti. Salvo Liz, l’unica amica che ha e sorella adottiva del suo compagno defunto, la gente non vede in lui che una balena e qui i parallelismi con Moby Dick, romanzo citato più volte nel film, non possono mancare: non si può non notare come Charlie sia una sorta di Capitano Achab vittima delll’impulso autodistruttivo che lo consuma, solo che questo impulso non è rivolto verso una figura esterna come succede con Achab, ma verso se stesso: Charlie è allo stesso tempo Achab e Moby dick, è se stesso la balena che vuole sconfiggere e uccidere perché Charlie odia se stesso, per come è diventato, per non essere riuscito a salvare il proprio compagno, per aver sacrificato la sua famiglia, soprattutto la figlia. Charlie si è dannato e non vuole essere salvato, anche se nel poco tempo che gli rimane da vivere cerca di rimediare in parte a quello che ha fatto aiutando la figlia. The whale sicuramente mostra la sofferenza, i dilemmi, i rimpianti di un uomo, mettendo in primo piano la sua angoscia; ma allo stesso tempo Charlie tenta anche di dare speranza, di aiutare gli altri a trovare il meglio della vita andando oltre gli stereotipi, i ruoli, le facciate; è toccante quel voler dare speranza agli altri quando non la si ha per se stessi. Toccante e straziante, ma anche spietato, perché è spietata la critica che fa verso la società per il suo basarsi sull’apparire, sul ricercare il successo, la carriera come mezzo di realizzazione, ma anche verso l’ipocrisia delle organizzazioni religiose che additano l’omessessualità come peccato e non come una forma differente di amore; un amore che viene giudicato, condannato. Una mancanza di comprensione che fa solo danni, che allontana le persone e le spinge verso la morte, proprio come succede al compagno di Charlie che, roso dai sensi di colpa fatti nascere dal padre, capo pastore della New Life (una setta religiosa), arriva al suicidio. Una mancanza di comprensione che rende ciechi, ottusi, come ben mostrato dal personaggio di Thomas.
Ci sarebbe molto da dire sul finale, ma non vado oltre per non fare spoiler. The whale è un film meritevole d’essere visto.
Agli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
Nell’ultimo caso, la risposta sarebbe stata facile da trovare: la gente comune non avrebbe ottenuto nulla dal partecipare a un conflitto in prima persona, se non subire ferite, menomazioni, perdere affetti e, in tanti casi, anche la vita. Alla fine di tutto, qualora fosse riuscita a sopravvivere, avrebbe avuto l’esistenza segnata dagli orrori vissuti.
Negli altri casi invece si può parlare di condizionamento nell’aver voluto credere a parole e ideali che li hanno illusi, il che è riconducibile all’ignoranza e alla pigrizia mentale di non farsi domande su quello che si stava facendo. Con un poco di riflessione, si sarebbe giunti a comprendere tale realtà e a evitarla, dato che senza il consenso della popolazione i governanti non avrebbero potuto dare il via a nessuna guerra. Se questo non è avvenuto, è perché, anche se non piace ammetterlo, nell’essere umano c’è una forte dose di aggressività e violenza. L’uomo sempre cerca il conflitto con gli altri e questo si verifica perché è sempre in conflitto con se stesso. Qualcuno ricondurrebbe la cosa al peccato originale, qualcun altro al fatto che fa parte della sua natura, dato che in fondo l’uomo rimane pur sempre un animale, anche se sa parlare e ha creato costrutti come l’arte, la scrittura, le società. Tuttavia, le cosiddette società, spesso considerate civili, non hanno eliminato la violenza e neppure hanno aiutato a comprenderla e rendere l’essere umano davvero consapevole di essa, ma si sono limitate a reprimerla; il che, come ben si sa quando si cerca di reprimere qualcosa, non è un bene, perché non fa che aumentare la pressione, con il rischio che poi esploda incontrollata. Se a questo ci si aggiunge che le società, con il modo di vivere che hanno instaurato, con i loro diktat, con tutto il loro sfruttamento e risucchiare energia, non fanno altro che generare insoddisfazione, tensione, intolleranza e malcontento che alimentano la violenza tenuta a bada, allora si può comprendere il verificarsi di certi eventi lesivi e distruttivi che continuano a perpetrarsi generazione dopo generazione.
E tutto ciò porta a un’altra questione: l’influenza che gli adulti hanno sui bambini proprio riguardo la violenza, dato che sono responsabili del farla entrare nel loro mondo, generando esempi negativi che vengono poi perpetrati dai piccoli quando crescono. Benché sia sempre stato così, a partire dall’ambito familiare, con lo sviluppo della tecnologia e di tutti i suoi mezzi d’informazione, i bambini sono bombardati da input di violenza: serie tv, telegiornali, film, reality show, social, non fanno che proporre modelli che presentano violenza fisica e verbale. Per capire la serietà del problema che si ha davanti, occorre ricordare che i bambini, a differenza degli altri cuccioli del mondo animale, non hanno un istinto che dice loro cosa fare, ma, per sopravvivere, devono imitare quanto vedono fare da altri per apprendere qualcosa. Questo fa comprendere quanto è importante il tipo di educazione che si riceve da piccoli per il corretto sviluppo perché, se questo non avviene, si possono avere delle conseguenze che non solo danneggiano quello che sarà il futuro adulto, ma anche la società in cui vive.
Ripropongo parte del commento fatto su un articolo scritto da Bruno sul suo sito.
“Il 25 aprile è sempre stata una festa divisiva perché è nata sul compromesso, su quella cosa chiamata riconciliazione: mentre in Germania c’erano processi, in Italia praticamente l’hanno voluta far finire a tarallucci e vino. “Ma sì, abbiamo fatto qualche errorino, dimentichiamocene, facciamo che tutto è come prima”. Il problema è che il fascismo ha ispirato in nazismo, causando una delle catastrofi peggiori create dall’uomo: sessanta milioni di morti, orrori, odi senza fine, paesi devastasti, eccidi, campi di concentramento. Chi ha aiutato i carnefici ed è stato carnefice è rimasto a piede libero e la mentalità, la cultura di morte e distruzione di cui è stato portatore esiste ancora ed è andata al potere.
Caliamo un velo pietoso su Israele, che non ha imparato dalla storia e ora è carnefice come chi lo è stato in passato.”
Luca e Paolo nella loro copertina hanno fatto un quadro ancora più chiaro.
Si parla del 25 aprile e di come sia (forse lo è sempre stata) una festa divisiva, ma ormai le divisioni sono tantissime: si guardi a quello che fa Trump, Israele, la Russia, ma senza guardare a livello internazione, limitandoci all’Italia, con le divisioni interno del governo che spesso si fa opposizione da solo, ma non solo lì, basti vedere quello che sta succedendo con il caso degli arbitri del calcio. Più si va a guardare in piccolo, più si vede che le divisioni imperversano: nella scuola, tra i coetanei, non parliamo della famiglia che si sta disgregando, quando si arriva a non formarsi proprio (e va già bene così, meglio che finire in tragedia come spesso, purtroppo, si vede).
Siamo in un mondo sempre più diviso e divisivo, con le persone che si riducono a essere sempre più isole causa un sistema sempre più nocivo e opprimente.
La settimana scorsa mi sono imbattuto in questo video dove si parlava del caso Shy girl, un romanzo che ha scatenato un polverone nel mondo dell’editoria.
Per chi non volesse vedere l’intero video, ecco un breve riassunto di quanto successo. Shy girl è un romanzo scritto da Mia Ballard e uscito in Inghilterra tramite autopubblicazione nel 2025; quest’anno doveva essere pubblicato dal Gruppo Hachette, casa editrice ben conosciuta, ma il tutto è saltato perché il libro sarebbe stato scritto dall’Intelligenza Artificiale, non da un autore in carne e ossa. L’autrice ha negato tutto ciò, asserendo che sì, l’IA era stata usata da una sua editor che vi aveva fatto ricorso lavorando su una prima versione del libro, ma che esso non era stato scritto tramite essa.
Come si è arrivati a tutto ciò? Alcuni lettori su Goodreads hanno cominciato a criticare Shy girl per l’uso di metafore confuse e frasi ripetitive, come se fossero state realizzate con l’IA; a questo punto la vicenda ha attirato l’attenzione del New York Times e l’inchiesta ha motivato la decisione di Hachette di ritirare il romanzo. (1) Oltre al testo, anche la copertina è finita al centro dell’attenzione: sembra una versione rivisitata dall’AI di un’altra copertina, operazione nella quale, ovviamente, all’autore dell’illustrazione originale non è stato chiesto nessun consenso né gli è stato dato alcun compenso (2).
Non è la prima volta che si parla dell’uso dell’IA in ambito letterario: autori, case editrici, hanno già utilizzato IA per realizzare copertine. Questione differente per quanto riguarda il testo, almeno per quanto è dato sapere. Tuttavia, le opinioni non sono unanimi: c’è chi dice che l’usa dell’IA nella scrittura sarà inevitabile, chi asserisce che questo è il futuro, che gli autori se devono adeguare perché questa sarà la realtà. E naturalmente c’è chi è contrario all’utilizzo dell’IA.
Personalmente, ritengo che l’IA si possa usare come correttore ortografico (anche se tanti programmi per la scrittura hanno tale sistema integrato), al massimo la si può utilizzare per avere un punto di vista diverso se si hanno dei dubbi su come è scritto un brano. L’IA in questo modo può essere un mezzo di supporto utile; ma se si vuole essere scrittori, per me, la fase creativa, la realizzazione di un testo, deve appartenere all’essere umano; l’IA può servire per migliorare la forma, ma non si può demandare a essa la scrittura di un’opera. Stesura, revisione, spettano all’autore e a un editor, se si ha la possibilità economica di averlo; soprattutto, se uno vuole essere autore, ideazione e realizzazione devono essere totalmente a suo carico. Costa impegno, tempo, fatica, ma se si vuole creare qualcosa di valido, si deve attingere a qualcosa di più, quel qualcosa che viene dal vissuto: si pensi a Tolkien e a Il Signore degli Anelli e a quanto l’esperienza personale dell’autore ha influito ed è stata riversata nel testo (l’amore per i cavalli, per la natura, i traumi e gli orrori della guerra, il monito sull’industrializzazione feroce). Tutte cose che un IA non può avere perché non ha un vissuto: ha tante informazioni, tante nozioni, ma non ha vita, sa solo in teoria cosa significano certi eventi. L’assenza di questi elementi in un testo si avvertono e fanno tutta la differenza del mondo tra un testo creato da un essere umano e uno generato da un’IA.
Anthony Ryan con Il reietto, primo volume di L’Alleanza d’Acciaio, si mantiene su un buon livello, come altri suoi romanzi che ho letto. A differenza di Vaelin al Sorna, Alwyn lo Scrivano non ha capacità elevate che gli permettono di distinguersi e e di essere sopra la media; non è neppure un eroe cui tutti si rivolgono, bensì è il figlio abbandonato di una prostituta che viene allevato dal Re dei Fuorilegge e cresce come un delinquente; non è un assassino ma alle volte ha ucciso, se la cava con il coltello ma preferisce usare la testa per risolvere le situazioni. La sua vita è dura, ma gli piace il senso di libertà che gli dà vivere nella foresta; questo almeno fino a quando il Re dei Fuorilegge, figlio bastardo di un nobile, non si lascia prendere la mano dall’ambizione e fa cadere l’intera banda in un’imboscata, tradito da uno dei suoi. Alwyn riesce a salvarsi, ma viene catturato e spedito nelle Miniere, dove incontra l’Ascendente Shilva, che lo istruisce, insegnandogli a leggere e a scrivere prima di portare a compimento il piano di fuga dal luogo di prigionia; gli darà anche il suo testamento, rivelatore di una sconvolgente verità per il regno.
La sua strada inevitabilmente lo porterà nell’Alleanza e a legarsi in maniera forte al suo Capitano, lady Evadine Courlain, una nobile che visioni di un’apocalisse demoniaca e che crede le siano inviate dai Serafili. Perché dico inevitabilmente? Perché Alwyn è una sorta di predestinato, su di lui è stato scritto un antico libro che narra le gesta che ha compiuto e che deve ancora compiere.
Non rivelo altro della trama, ma Il Reietto è un’ottima lettura, a mio avviso si può mettere al livello come coinvolgimento di Il canto del sangue. Una narrazione veloce, con una buona caratterizzazione dei personaggi, ben scritto senza dilungarsi in descrizioni che appesentirebbero la storia. Soprattutto, Il Reietto non è uno young adult e questo non può che essere positivo (niente contro gli ya, ma si storce un po’ il naso quando delle storie potenzialmente buone perdono punti perché si dà spazio a paturnie amorose adolescenziali; e in questo romanzo di Ryan non ce n’è traccia).
Aquaman e il regno perduto si conferma nella media delle sensazioni datemi dai film del DC Universe: poche e noiose. Sceneggiatura senza scossoni, caratterizzazione dei personaggi praticamente assente, trama piatta e già vista: si capisce perché la critica ha dato giudizi negativi su questa pellicola. Belli gli effetti speciali, ma ormai di simili se ne vedono in tanti altri film di genere e non bastano di certo per far raggiungere la sufficienza. Vanno spezzate due lance per Aquaman e il regno perduto: sono stati fatti tanti film sui supereroi che ormai è difficile trovare qualcosa che colpisca e sorprenda. Aquaman, almeno per quel che mi riguarda, non ha mai avuto una gran attrattiva e sarà anche per questo che non ho mai letto niente che lo riguarda; non sapendo nulla (o quasi) del personaggio non posso dare giudizi in positivo o negativo su quanto il personaggio interpretato da Momoa è fedele alla versione cartace, però da quanto visto su schermo posso dire che mi lascia abbastanza freddo. Aquaman è il re di Atlantide ma vive anche sulla terra, è serio ma è anche un tamarro che fa quello che gli pare e non si confroma alle regole: non c’è altro da dire su di lui dopo la visione della pellicola (questa e la precedente, che è leggermente superiore).
La storia non è meglio: Aquaman si è sposato, ha avuto un figlio e deve avere a che fare con le beghe dell’essere re mentre lui preferirebbe fare come prima (fare risse e tafferugli). Deve avere a che fare col ritorno del villain del film precedente, Black Manta, che ha rinvenuto un antico artefatto atlantideo, il tridente nero, appartenuto a uno dei sette regni di Atlantide, dimenticato e perduto, ma anche causa di una quasi apocalisse dell’intero mondo. Naturalmente questo comporta l’arrivo di una grave minaccia che rischia di sconvolgere tutto. Aquaman per fermarlo ricorre all’aiuto del fratello che aveva fatto imprigionare: lo libera, i vecchi contrasti si risanano, tutto si risolve e insieme fermano il cattivo che è stato posseduto da qualcosa di ancora più cattivo.
Alla fine tutto si risolve, si inneggiano i valori della famiglia ma anche quelli della tamarraggine. Sinceramente i film di supereroi americani che parlano di famiglia, di quanto essa sia importante (il matrimonio, i figli), hanno un pochino stancato: avere qualcosa alla Watchmen, ai primi due Batman di Nolan o i primi due Spiderman di Raimi fa così schifo?
Se capita e non si ha niente da fare, Aquaman e il regno perduto si può anche guardare, ma per la verità non lo consiglio (come non consiglio il secondo di Suicide Squad e Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn).
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