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Mad Max Furiosa

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Charlize Theron è Furiosa in Mad Max: Fury RoadGeorge Miller sta per apprestarsi a girare Mad Max Furiosa, il prequel di Mad Max Fury Road, con la pellicola che racconterà la storia di Furiosa, la protagonista del film di successo del 2015. Questo è il quinto capitolo del mondo di Mad Max, iniziato nel 1979 con Interceptor, e sarà ambientato quindici anni prima i fatti avvenuti in Mad Max Fury Road, rivelando come Furiosa diverrà una delle Imperatrici dell’armata di Immortan Joe. Visto il lasso di tempo che intercorre tra la pellicola del 2015 e questa, l’attrice che interpreterà la protagonista non sarà più Charlize Theron, ma sarà Anya Taylor-Joy conosciuta soprattutto per il ruolo nella serie La regina degli scacchi.
Cosa dire di Mad Mad Furiosa che dovrà uscire nel 2024?
Anya Taylor JoyAncora si sa molto poco di questo film e quindi è praticamente impossibile dare giudizi; personalmente, preferisco non esprimermi, visto che quando fu dato l’annuncio di un nuovo capitolo della serie di Mad Max fui molto dubbioso, temendo che Mad Max Fury Road rovinasse quanto visto fino a quel momento, e invece dovetti ricredermi, ritrovandomi a vedere invece il miglior film ambientato nel mondo di Max.
Anche se il regista ha ammesso che ci saranno molte differenze rispetto a Fury Road e avrà un look allo stesso tempo diverso ma anche straordinariamente familiare, mi aspetto qualcosa comunque di adrenalinico, con inseguimenti e quella dose di crudezza e violenza che hanno reso caratteristica questa serie di film.
Visto che la storia sarà incentrata su Furiosa, non penso che ci sarà Max Rockatansky, che già nel film precedente era sì al centro delle vicende, ma con l’occhio che si capiva essere più puntato verso la protagonista femminile; qualcuno potrebbe storcere il naso visto che Max è sempre stato il nucleo delle storie di un mondo distopico e postapocalittico, ma la scelta avrebbe anche un senso, poiché di Max praticamente si sa quasi tutto.
Nell’attesa di saperne di più, rimando ad alcune strisce che Leo Ortolani fece quando uscì Mad Max Fury Road (davvero esilaranti) e ripropongo l’articolo che realizzai anni fa per Fantasy Magazine sulla prima trilogia.

 

Mad MaxLa mia vita si spegne e la vista si oscura. Mi restano soltanto alcuni ricordi di un caos immane: i sogni infranti delle terre perdute. E l’ossessione di un uomo sempre in lotta: Max.
Era figlio dei tempi in cui l’uomo viveva sotto il dominio dell’oro nero. E i deserti brillavano per le fiamme delle gigantesche torri che estraevano il petrolio.
Ora tutto è distrutto, scomparso; come e perché non lo ricorda più nessuno, ma è certo che un immane conflitto annientò due grandi potenze. Senza il petrolio l’uomo tornò alle sue origini primitive e tutte le sue macchine favolose andarono in rovina. Tutti i popoli tentarono di raggiungere un accordo, ma nessuno riuscì a fermare la valanga del caos. Nel terrore dei saccheggi e nelle fiamme della violenza il mondo scoppiò. E tutte le sue città crollarono una dopo l’altra.
L’uomo si nutrì di carni umane per sopravvivere.
Su tutte le strade vincevano coloro che avevano la forza e i mezzi per piombare sulle vittime e depredarle, anche dell’ultimo respiro; niente aveva più valore di una piccola tanica di benzina.
I deboli scomparivano senza nemmeno lasciare il segno di una croce su delle misere pietre.
Nel ruggito di un motore, quelli come Max si difendevano dai demoni del passato e dalle inutili speranze di un futuro svuotati di ogni sentimento umano, condannati a inseguire ogni piccola traccia di vita nelle Terre Perdute.
E alla luce di quei giorni desolati, Max imparò a dominare il suo destino.

Queste sono le parole che introducono Interceptor – Il Guerriero della Strada, secondo film della trilogia ideata e diretta da George Miller che vede come protagonista Mad Max, il personaggio interpretato da Mel Gibson. Un’introduzione che chiarisce la condizione in cui si trova il mondo quando vengono narrate le vicende di Interceptor,  il primo capitolo della serie cinematografica: un mondo post-apocalittico arido, senza vita, senza speranza, ben rappresentato dal deserto australiano scelto come ambientazione per la saga. Della civiltà rimangono poche strade asfaltate, il resto è solo polvere e roccia: simboli perfetti per rappresentare un ipotetico futuro generato dal sistema economico vigente e dalla fame dei potenti di avere sempre maggiore potere, sfruttando ogni risorsa e che alla fine non lascia niente.
Decadimento, caduta e rovina.
Con questi semplici termini si può descrivere l’atmosfera che permea le due pellicole.
In Interceptor c’è ancora una parvenza di civiltà, c’è ancora qualcuno che cerca di preservare l’ordine, ma già la follia, la violenza selvaggia che sta per scatenarsi, serpeggia in chi dovrebbe cercare di mantenere le fondamenta della società. Il degrado prende sempre più piede e gli ultimi tutori della legge stanno venendo meno al codice che dovrebbero difendere, pian piano divenendo simili agli psicopatici cui danno la caccia: una sorta di cavalieri in sella a potenti V8 Interceptor che hanno perso la dignità dell’essere umano, lasciata andare per far posto alla rabbia, alla forza bruta che reagisce a quanto si subisce, un rispondere colpo su colpo con uguale ferocia e crudeltà.
È in un mondo che scivola sempre più nel caos, dopo essere stato privato di tutto, che sorge Il Guerriero della Strada: crudele, violento, distruttivo, che pensa solo a sopravvivere, indifferente di quelli che incontra sul suo cammino. Un’arma affilata, preparata a qualsiasi scontro. Ma qualsiasi arma, per quanto dura, arriva a un punto di rottura e conosce la caduta e la rovina.
Questo è quanto succede a Max, ma riguarda anche tutta l’umanità, imbarbarita come nel periodo più cupo del medioevo, dove vige la legge del più forte, del prepotente, del crudele, dove la vita umana non ha più alcun valore.
Una rappresentazione, quella realizzata in questi due film, che mostra i momenti più cupi della razza umana, i punti più bassi della sua storia: momenti che ciclicamente si ripetono perché l’uomo non riesce a imparare dai propri errori, dai propri vizi, non riesce a conoscere l’oscurità, l’odio che si cela nel proprio animo; e non riconoscendoli è capace solo di portare distruttività. Su queste basi non può che vigere un’epoca di sfacelo, in cui non si può più aiutare nessuno, come mostra Igor Ribaldi in Il Libro delle Epoche (1), dove tutto ciò che non è più in grado di crescere e cambiare va incontro irrimediabilmente alla caduta. E’ accaduto nel periodo 1796-1802 quando una dopo l’altra le coalizioni delle potenze europee furono sbaragliate da quella forza che è stato Napoleone Bonaparte. Si è verificato tra il 1868 e il 1874: la caduta del millenario Stato della Chiesa, la sconfitta della Francia con la Prussia, la divulgazione del sordido Criminal Tribes Act con il quale il governo britannico dichiarava le etnie indiane (i nativi americani) portatori d’incurabili impulsi criminali ereditari. Ma l’esempio più eclatante è il lasso di tempo tra il 1940 e il 1946 con il più spaventoso disastro abbattutosi sulla Terra a opera della Germania, causa di decine di milioni di morti. Sono solo alcuni esempi di periodi che con costanza si ripresentano e che l’uomo si ritrova costretto a subire perché non è riuscito a imparare i segni dei tempi, non ha compreso le leggi che regolano l’esistenza, le energie che la pervadono.
Dopo la distruzione tuttavia c’è la rinascita, perché il cambiamento è sempre in atto.
Speranza è il termine che si può usare per l’ultimo capitolo, Mad Max – Oltre la sfera del tuono.  Senza volerlo Max si ritrova a incarnare le vesti di guida di un gruppo di bambini vissuti lontano dalla crudeltà, dallo sfruttamento degli adulti e pertanto incontaminati dalla loro mentalità, dalla violenza che ha portato il mondo alla rovina. Anche non riconoscendosi in esso e rigettandolo con forza, grazie alle capacità di sopravvivere e combattere, sarà il fautore della rinascita di una società basata su fondamenta diverse da quelle conosciute, forse più equa. Una figura la sua che incarna in pieno l’archetipo del Guerriero.
Dopo avere vinto la propria Ombra (crudeltà, violenza, distruttività) e combattuto prima per vendetta e poi solo per se stesso, scopre che l’unico combattimento che vale la pena intraprendere e’ quello per ciò che realmente conta, un lottare per una causa meritevole senza cedere alle reazioni e alle provocazioni, un combattere solo quando necessario, senza ricercare la lotta a ogni costo per dimostrare qualcosa a sé stessi. E’ grazie al suo coraggio e alle sue abilità, alle proprie armi, alla disciplina, ma soprattutto alle strategie con cui pianifica le proprie azioni che riesce a guarire dalle sue ferite (il fallimento, la sconfitta, il non riuscire a proteggere le persone care nonostante la propria forza), ciò che lo blocca dal suo compito di sconfiggere il Drago (ovvero quella parte di sé che ancora non si è riusciti a scoprire o a comprendere, che con l’accettazione porta a venire a patti con i propri lati oscuri, riuscendo così ad andare avanti).
Ken il GuerrieroUna raffigurazione veramente ben riuscita, al punto che ha avuto forte influenza in varie altre opere (tra i più conosciuti, il famoso manga  Ken il Guerriero di Tetsuo Hara e Buronson).
Chi ha ideato il personaggio di Max e la saga che vi sta attorno è riuscito a raffigurare lo spirito del Guerriero, a mettere in mostra ogni aspetto, positivo e negativo, della sua natura: è stata questa la forza che lo ha reso il successo che è stato.
Certo non è una storia nuova, che non si sia già vista: il secondo film, Interceptor – Il Guerriero della Strada, forse il migliore delle serie (sicuramente quello più d’impatto) ricalca nella sua ossatura principale l’Iliade, dove la Tribù del Nord assediata dagli Humungus rappresenta Troia attaccata dai greci. Agamennone qui ha le spoglie di Lord Humungus, Achille e Patroclo sono i due punk che all’inizio del film inseguono Max, Ettore è il Capitano Valiant, capo della Tribù del Nord. Anche qui viene riproposto il famoso stratagemma del Cavallo, pur se con qualche piccola modifica che ne cambia leggermente la struttura.
Miti che cambiano veste, ma che rimangono sempre vivi, con la stessa potenza d’insegnamento che i secoli non riescono a logorare; un insegnamento che raggiunge l’inconscio e vi pianta il suo seme, aspettando che spunti e dia il proprio frutto. E’ in periodi bui, duri, dove l’Innocente viene calpestato, l’Orfano viene abbandonato e i Distruttori imperversano come locuste, che sorge il Guerriero per frapporsi contro minacce e aggressioni. In maniera epica ed evocativa Guy Gavriel Kay nel ciclo di Fionavar mostra il suo ritorno per combattere contro Rakoth Maugrim, colui che vuole distruggere la Tela: Jennifer, divenuta la Veggente di Brennin, sogna il nome con cui evocarlo. E’ nel nostro pianeta, a Glastonbury Tor, che avviene il risveglio di Arthur Pendragon, chiamato a combattere in ogni epoca e mondo e a essere d’ispirazione e guida per opporsi a quanto c’è di sbagliato.
Un simbolo che ritorna sempre, che si tramanda di generazione in generazione perché non vada perduto e possa continuare a insegnare. Ma benché sia la figura centrale e di spicco della serie cinematografica citata, altri sono gli Archetipi in scena nel soggetto creato da George Miller.
L’Orfano è la gente che si lascia andare, che pensa solo alla sopravvivenza senza avere speranza per il futuro, ritenendo che la triste condizione in cui si trova non possa cambiare.
Gli Humungus, le bande di Bikers, sono il Distruttore, così tremendo eppure indispensabile per il cambiamento: è il mezzo per la metamorfosi. La società giunta al collasso, al punto del non ritorno, fa sorgere questi gruppi violenti per accelerare la sua caduta e autodistruggersi, in modo che possa rinascere.
I bambini del terzo film sono l’Innocente, colui a cui verrà data la Terra Promessa, che riconquisterà il Paradiso Perduto, rappresentazione di un mondo nuovo che potrà sorgere solo se gli sbagli del vecchio saranno lasciati indietro; non è un caso che siano cresciuti senza adulti, sviluppando una propria etica non condizionata dalla mentalità decaduta e traviata di chi li ha preceduti: è proprio il sogno in cui credono, che hanno continuato a raccontarsi per non dimenticare, quello che permetterà all’umanità di cominciare una nuova era.
Il pilota dell’elicottero è il Folle, libero da doveri e impegni, che gira ed esplora il mondo, che scopre da sé cosa vuole e cosa non vuole, ciò che gli piace e cosa no, che dà liberamente espressione di tutte le sue potenzialità.
Master è il Saggio, colui che ha la conoscenza, il sapere per far progredire e rendere le cose migliori, necessario per la ricostruzione di una nuova vita, per cominciare una nuova storia.

Una storia che non è la storia di un gruppo, ma è la storia di tutti noi. E voi dovete ascoltare e ricordare perché oggi voi ascoltate e domani voi racconterete ai nuovi nati. Io ora guardo dietro di noi, nella nostra storia passata: vedo noi cominciare il viaggio verso casa e ricordo come arrivammo qui e quanto fummo felici perché vedemmo com’era una volta. Abbiamo guardato, abbiamo capito d’avere ragione: quelli del passato avevano il sapere, cose al di là dell’immaginazione, anche al di là dei nostri sogni. Il tempo passa e continua a passare e ora sappiamo che ritrovare il segreto di quello che s’è perso sarà difficile, ma questa è la nostra strada e noi dobbiamo seguirla e nessuno sa dove porterà. Comunque ogni notte racconteremo la nostra storia per ricordare chi eravamo e da dove siamo venuti, ma soprattutto noi ricorderemo l’uomo che ci trovò, quello che venne per salvarci. E noi illumineremo la città, non solo per lui, ma per tutti quelli che non sono ancora qui, perché sappiamo che verrà una notte in cui loro vedranno una luce lontana e torneranno a casa. (2)

Questa è la storia dell’Uomo e del suo Viaggio.
Quel Viaggio che egli sempre continua a intraprendere e che anch’esso è un Archetipo, la strada che porterà alla scoperta del senso dell’esistenza e del proprio essere, del Tesoro che va ritrovato e conquistato.
Quel Viaggio che è una realtà che mai smette d’essere perché tutto è ricerca, perché tutti si è Cercatori e quando si trova ciò che è veramente importante (lo Spirito), si diventa dei Creatori; quando ciò avviene, si è sulla via del Ritorno, in fondo alla quale c’è la Casa che ha visto ogni individuo partire da essa e che ora è pronta ad accogliere in tutta la sua pienezza, perché l’Uomo ha messo insieme i suoi pezzi e si è finalmente ritrovato.

 

 

(1) Libro delle Epoche, Igor Ribaldi – 2010 Sperling & Kupfer Editori

 

Interceptor (Mad Max) – 1979 Australia, fantascienza/avventura. Regia di George Miller. Soggetto: George Miller, Byron Kennedy. Sceneggiatura: James McCausland, George Miller. Attori: Mel Gibson, Joanne Samuel, Hugh Keays-Byrne, Steve Bisley, Tim Burns, Roger Ward, Steve Millichamp.

 

Interceptor – Il Guerriero della strada (Mad Max 2: The Road Warrior) – 1981 Australia, fantascienza/avventura. Regia e soggetto: George Miller. Sceneggiatura: Terry Hayes, George Miller, Brian Hannant. Attori: Mel Gibson, Mike Preston, Bruce Spence, Virginia Hey, Emil Minty, Kjell Nilsson, Max Phipps, Vernon Wells, William Zappa, Arkie Whiteley.

 

(2) Mad Max – Oltre la sfera del tuono (Mad Max Beyond Thunderdome) – 1985 Australia/ Usa, fantascienza/avventura. Regia: George Miller e George Ogilvie. Soggetto e sceneggiatura: Terry Hayes, George Miller. Attori: Mel Gibson, Tina Turner, Angry Anderson, Frank Thring, Angelo Rossitto, Paul Larsson, Bruce Spence, Adam Cockburn

 

Fonti sugli Archetipi: http://www.archetipi.org/ ; L’uomo e i suoi simboli, Carl Gustav Jung – 2010 Tea; Tipi psicologici, Carl Gustav Jung – 2007 Newton Compton.

informazione

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il telegiornale è uno dei mezzi per diffondere informazioneL’informazione si basa sulla parola. E dall’uso che se ne fa si possono avere risultati positivi o negativi. Se l’infromazione è accurata, si può avere conoscenza. Se non lo è o si basa su menzogne, può portare a storture non da poco: un esempio è il caso di certe notizie senza fondamento che vengono sparse in rete, un altro è certa propaganda politica che tira acqua al suo mulino e condiziona intere nazioni.
Per questo è molto importante sorvegliare l’informazione, perché l’informazione è una forma di potere non indifferente. Anzi, si può dire che è uno dei poteri più forti attualmente a disposizione e proprio per questo bisogna superlo usare, altrimenti i danni possono essere davvero notevoli.
Per far capire quanto può essere influente l’informazione, riporto una riflessione fatta per Jonathan Livingstone e il Vangelo proprio su quanto può essere grande il potere della parola.

 

Un libro sacro è un libro di potere; un potere che ha la capacità d’insegnare, a chi vuole ascoltare, il cambiamento comportante la crescita. È un libro vivo, sempre attuale, perché di vita parla: attraverso la parola (uno dei mezzi per dare forma a volontà e pensiero) mostra un cammino che ogni individuo, in qualsiasi epoca, può intraprendere. Da solo però non può fare tutto: se dopo averlo letto, o ascoltato, non seguono atteggiamenti concreti, tutto risulta vano. Il messaggio in esso contenuto, se non è sorretto dalla volontà dell’individuo di metterlo in atto, è solo lettere che si dissolvono, finché non rimane niente. Realtà che invece cambia se lo si mette in pratica: esso diviene una forza capace d’influenzare chiunque, di cambiare l’esistenza dei suoi simili. Una forza che però non avrebbe nessun potere sugli altri se questi non glielo permettono.
Comprendendo da questo ragionamento come agisce il potere della parola sulle persone, si capisce come si creano le maggioranze e da esse gli uomini che governano: tutto dipende da quanto gli individui sono disposti a concedere agli altri. Un modo di conferire potere con il quale i popoli hanno concentrato, incanalato, proiettato le proprie energie su pochi individui perché li guidassero e decidessero per loro, facendoli responsabili delle proprie azioni.
Un qualcosa da cui stare in guardia, perché vuol dire affidarsi e dipendere dagli altri, sottostare alla loro volontà e non essere più liberi, pagandone perciò un prezzo; ne parla la Bibbia nell’Antico Testamento e precisamente nel Primo Libro di Samuele (8, 5-22), quando il popolo ebraico chiese a Samuele di dargli un re perché lo governasse ed egli, seguendo la parola di Dio, lo concesse perché imparasse l’errore che stava commettendo (con tale scelta, il popolo ebraico non voleva più seguire Dio, che altro non è che il vero essere interiore dell’uomo, rinunciando alla libertà).
Un brano attuale adesso come allora perché serve agli individui a essere responsabili e consapevoli della vita che vivono e delle scelte che compiono. Consapevolezza che tanto spesso sfugge all’uomo: pochi riescono a comprendere questa lezione, i più sono impegnati nel cercare lontano e negli altri ciò che già possiedono. Una mancanza di comprensione che comporta delle conseguenze: nel piccolo, perché condiziona e limita la libertà personale, nel grande, perché può portare all’impoverimento d’intere nazioni, quando non addirittura la rovina.
Il pensiero va a Hitler, esempio eclatante cui è facile fare riferimento, capace d’aver infiammato con le sue parole gli animi di un’intera nazione (ancora oggi, dopo decenni dalla sua scomparsa, riescono a fare presa) e aver spinto a compiere ogni genere di efferatezze in nome di un ideale, cambiando il corso della storia.
Un esempio (uno dei tanti della storia, che è il ricordo e la comprensione dei fatti) da assimilare perché i suoi errori e orrori non siano più ripetuti, da tramandare perché la memoria umana ha la particolarità di dimenticare i fatti, specialmente quelli più gravi. C’è una sorta di volontà nel cancellare ogni traccia degli sbagli commessi, una volontà di cui occorre essere consci per evitare i danni che può causare, perché il suo agire è come una ferita ignorata: se non se ne è consapevoli e non la si cura, può fare infezione, divenendo più dolorosa di quando è stata causata.
Simili lezioni servono a comprendere l’importanza della parola, del potere che possiede, perché essa ha capacità di far presa sugli animi, d’attivare energie presenti nell’uomo in grado di spingerlo a compiere qualsiasi cosa, nel bene come nel male. Spesso non si dà peso a ciò, come non lo si fa con i semplici atteggiamenti quotidiani, perché si ritengono insignificanti le reazioni che possono avere sugli altri, dimenticandosi che un uomo nel mondo è come una cellula nel corpo: senza si può vivere tranquillamente, ce ne sono miliardi come lei, ma se la cellula diventa cancerosa, cosa succede? Si moltiplica, ne crea di simili e propaga il male di cui è portatrice, infettando il corpo, facendolo ammalare, alle volte uccidendolo.
Questa comprensione va riscoperta, perché da essa dipende il mondo che si vuole creare; soprattutto va riscoperto il modo di utilizzare la parola, dato che attualmente è usata a sproposito, quando non sciupata. Basti solamente pensare all’uso del termine eroe, ormai utilizzato per tutti, da sportivi a imprenditori, quando di eroe non hanno assolutamente nulla. Una realtà da non sottovalutare, perché l’uso inappropriato di tutto ciò che forma la lingua di un popolo porta a impoverire sia essa sia il popolo stesso; pochi si rendono conto dell’effetto scaturito da tale azione e ormai chi sa stimare la reale portata di quanto viene detto sono solo individui che utilizzano la parola per screditare, creare divisioni, odi, ottenere interessi personali.
Illuminante di ciò è quanto scritto da George Orwell in 1984 quando parla della neolingua, la lingua ufficiale dell’Oceania, fortemente voluta dal partito che la governa, il Socing.

Si riteneva che, una volta che la neolingua fosse stata adottata in tutto e per tutto e l’archelingua dimenticata, ogni pensiero eretico (vale a dire ogni pensiero che si discostasse dai principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Il lessico della neolingua era articolato in modo da fornire un’espressione precisa e spesso molto sottile per ogni significato che un membro del Partito volesse correttamente esprimere, escludendo al tempo stesso ogni altro significato, compresa la possibilità di giungervi in maniera indiretta. Ciò era garantito in parte dalla creazione di nuovi vocaboli, ma soprattutto dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi e, possibilmente, di tutti i significati secondari nelle parole superstiti.

La neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle, e un simile scopo veniva indirettamente raggiunto riducendo al minimo le possibilità di scelta.
(1)

L’opera di Orwell è un ottimo esempio di come attraverso il linguaggio si possa limitare la libertà delle persone; se si riflette, si possono trovare delle analogie con la realtà. Tanti regimi, come mostrato dalla storia, hanno adottato questo mezzo per condizionare e soggiogare la popolazione al suo volere: il nazismo, famoso, tra le altre cose, con il rogo dei libri che non corrispondevano all’ideologia nazista, e il fascismo, che mise al bando i romanzi stranieri e fece un’attività di censura e di controllo sistematico della comunicazione. Questi sono solo alcuni esempi del voler colpire ciò che è legato al linguaggio.

1. 1984. George Orwell. Oscar Mondadori 2011. Pag.307-308.

Berserk continua

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BerserkIn questi giorni è giunta la notizia che il manga Berserk verrà continuato. Per un anno dopo la morte del suo autore, Kentaro Miura, si è discusso se si sarebbe conosciuta la fine di questa lunga storia iniziata nel 1989, avendo la possibilità di fare solo delle illazioni, fino alla notizia rilasciata di recente dalla casa editrice Young Animal: le avventure di Gatsu, Caska e dei suoi compagni verranno riprese da Kouji Mori, mangaka e amico intimo di Miura, con cui il padre di Berserk avrebbe parlato spesso del suo lavoro, rivelando come si sarebbe concluso. Mori ha asserito che non aggiungerà nulla di suo, ma che racconterà solo quello che Miura gli ha raccontato, fiancheggiato dagli apprendisti dell’amico, che ormai hanno imparato a disegnare come il loro maestro. Con gli ultimi capitoli disegnati da Miura che dovrebbero essere pubblicati nei prossimi mesi (in Giappone avverrà a giugno, per gli altri paesi occorrerà un po’ di più com’è logico che sia), non resta ora che aspettare fiduciosi.
La notizia ha diviso i fan: c’era chi era a favore di ciò e chi asserviva che Berserk non poteva andare avanti dopo la scomparsa del suo autore. Personalmente, sono favorevole alla prosecuzione del manga, perché merita che sia data una conclusione a una storia complessa, che dura da decenni. Non è stato fatto così anche per La Ruota del Tempo di Robert Jordan, con Brandon Sanderson che ha realizzato gli ultimi tre romanzi della serie con il materiale lasciato? Anche se probabilmente non è stato completamente come Jordan l’avrebbe mostrato, c’è da dire che Sanderson ha fatto un lavoro buono, anzi molto buono, visto che ha saputo dare un’impronta nuova in quanto a stile e approccio che ha fatto guadagnare, senza ombra di dubbio, piacevolezza nella lettura (cosa che purtroppo era venuta a mancare in alcuni volumi realizzati da Jordan, soprattutto tra il sesto e il decimo volume).
Si spera che possa ripetersi lo stesso con Mori, magari avendo un’uscita di capitoli più regolare e veloce (e curiosità personale, chissà se il finale che avevo realizzato quando non si sapeva se si avrebbe avuta una conclusione, ha dei punti in comune con quello ideato da Miura).

Concorso Dantebus

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Dantebus Edizioni, la Prima Casa Editrice che nasce da un Social Network per Artisti indice la II edizione del Premio Nazionale di Racconti e Favole “Dantebus” , premio a votazione social (attraverso giuria popolare) e giuria di esperti, finalizzato alla promozione e valorizzazione dell’Arte Contemporanea attraverso testi scritti in prosa.
Per chi fosse interessato, qui c’è il bando del concorso. La partecipazione è gratuita.
Ho partecipato con il racconto Sfera, già pubblicata sul mio sito diversi anni fa.

La leggenda dei Drenai

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La leggenda dei DrenaiLa leggenda dei Drenai, scritto nel 1984, è il primo volume della Saga dei Drenai realizzata da David Gemmell. La trama è abbastanza semplice, nulla che non si sia già visto: il regno dei Drenai è soltanto un’ombra della potenza che era un tempo ed è ormai decadente. Di questo fatto ne vuole approfittare Urlic, signore della guerra che ha riunito tutte le tribù dei Nadir e che con un esercito di centinaia di migliaia di uomini si appresta a portare avanti la nuova conquista; l’unica cosa che lo separa dal successo è la fortezza di Dros Delnoch, difesa da sei cinta di mura, ognuna delle quali porta un nome. La difesa pare impossibile, ma i drenai non vogliono arrendersi e per tentare l’impresa disperata chiamano Druss, un eroe leggendario capace di gesta ritenute impossibili agli altri uomini. Ma Druss, anche se ancora un temibile guerriero, è oramai un vecchio cui la morte si sta apprestando a fare visita; senza più nulla che ormai lo lega alla vita, decide di accettare l’incarico disperato richiesto dal suo amico il Conte Delnar, sapendo che quella sarebbe stata la sua ultima lotta. Ma è così che ha deciso di andarsene.
Al suo fianco avrà, Orrin, gan di Dros Delnoch, Hogun, gan della legione, i Trenta, un ordine di monaci guerrieri dotati di poteri sovrannaturali, Bowman, capo dei fuorilegge, e Regnak, un baresark che ha sposato Virae, la figlia del Conte Delnar, incontrandola e salvandola mentre stava per tornare a Delnoch.
Lo scontro sarà epico e senza esclusione di colpi, e solo uno scherzo del destino potrà cambiare un destino che sembra già scritto.
La leggenda dei Drenai, tecnicamente parlando, non è niente di straordinario: è scorrevole, fa il suo dovere d’intrattenimento, ma nient’altro. Eppure riesce a prendere il lettore. Perché?
Perché David Gemmell è riuscito a mettere nel romanzo qualcosa di suo, qualcosa di vivo, anche se usare tale termine può sembrare una contraddizione, dato di quel che si tratta: Gemmell ne Le leggenda dei Drenai ha voluto riflettere la propria esperienza e per questo è riuscito così bene a trasmettere il rapporto che si ha con la morte e il venirne a patti.
La forza dei personaggi sta proprio in questo: non nella loro capacità di combattere, non nelle loro qualità, ma nel guardare in faccia la morte. Non ci sono buoni o cattivi, ma solamente uomini che cercano di fare quello che possono per vivere, e nel farlo riescono ad assaporare ancora di più l’esistenza. Anche la magia, poco presente per un fantasy, affronta il tema della morte, mettendo i personaggi faccia a faccia con essa, guardando quello che c’è oltre la propria dipartita. In un mondo editoriale dove spesso il fantasy è stato visto come qualcosa di adolescenziale e basta, non è poca cosa quello che ha Gemmell ha voluto affrontare e trasmettere con La leggenda dei Drenai.

Fascismo russo

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Svjatlana Aleksievič e il fascismo russo“La Russia sta facendo quello che i nazisti facevano sul suo territorio: ora abbiamo a che fare col fascismo russo” Queste sono le parole della scrittrice premio Nobel Svetlana Aleksievic rilasciate durane un’intervista. Un’intervista dura, molto critica riguardo non solo il governo, ma anche il popolo russo.
Del governo, specie di Putin, dice che si ha il mito della Grande Russia e si sa come finisce nella Storia l’inseguimento di questo sogno di grandezza, la Grande Serbia, la Grande Germania.
Del popolo dice che è ugualmente colpevole perché, anche se spaventato, anche se condizionato, deve porsi delle domande sulla guerra che sta distruggendo un paese.
Questa situazione ha delle analogie con il recente passato del nostro paese e si può dire la stessa cosa dell’Italia, riferendosi al ventennio berlusconiano (non è una coincidenza che Berlusconi sostenesse Putin).
Berlusconi è colpevole di aver rovinato l’Italia, ma lo è anche la popolazione che l’ha sostenuto. La domanda è: in che percentuale si dividono le colpe?
Perché è vero che il popolo ha seguito, ma è stato condizionato. E chi ha condizionato è stato Berlusconi con i suoi media (come ha fatto poi Putin).
La linea è sottile. Perché è vero che un capo può condizionare o provare a condizionare il suo popolo, ma al popolo sta anche non farsi condizionare. Se questo accade, ci si domanda perché. Più comodo? Più facile? Non si ha più l’intelligenza di capire certi meccanismi?
Su queste cose bisogna riflettere.

Ridere

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Il rispetto per gli altri è un elemento importante se si vuole crescere e vivere in un mondo civile. Ma il rispetto per gli altri non deve essere confuso con l’ipocrisia, la bigotteria, il seguire certe regole per una morale distorta che porta solo danni, come sta succedendo con il politicamente corretto attuale. Sotto un certo punto di vista siamo un po’ come ne Il nome della rosa di Umberto Eco, dove si vuole distruggere un’opera sulla commedia e sul riso, considerata pericolosa perché il ridere avrebbe tolto all’uomo il timor di Dio, agevolando così il suo peccare. La società attuale, con il suo politicamente corretto, è simile: non si possono fare certe battute, non si possono fare certe affermazioni per non essere offensivi verso certe minoranze, ecc ecc. Al giorno d’oggi sarebbe difficile girare certe scene e si perderebbero delle piccole perle di cinema come quella di Lino Banfi in Fracchia la belva umana (vedere minuto 2 e 18 secondi).

Se fosse stata girata recentemente una scena del genere, si sarebbe scatenato un putiferio grazie al politicamente corretto, con gli lgtb che sarebbero insorti a gran voce: è importante il rispetto, ma alle volte occorre pure saper ridere, visto che, se si toglie la possibilità di ridere, il mondo diventa un luogo davvero triste. Perché se è vero che occorre prendere sul serio le cose, farlo troppo porta a qualcosa di poco piacevole, come ossessioni, patologie, soprattutto se non si sa alle volte ridere di se stessi e delle cose cui si è legati; a questo proposito si potrebbe fare l’esempio di Putin e di quelli legati a lui che lo sostengono, sempre così inquadrati, inespressivi, che se per caso ridono lo fanno per schernire e disprezzare i nemici e chi non la pensa come loro: questo non è ridere. ridereSe potessero ridere per davvero, saprebbero gustarsi di più la vita e di conseguenza rispettarla di più.
Si è fatto questo esempio, ma se ne potrebbero fare altri, tipo Renzi, Berlusconi, Salvini che utilizzavano il riso per prendere in giro gli altri e cercare di metterli in ridicolo per sminuire le loro affermazioni. A dirla tutta, sarebbe meglio non guardare ai politici per parlare del vero ridere (anche se, se non ci fosse da piangere per le continue cavolate e figuracce che fanno, ci sarebbe davvero da riderci copra); neppure a certi imprenditori che ridono delle disgrazie altrui (vedere il terremoto in Abruzzo) o certi giornali che fanno ironia sulla morte di tante persone (vedere Charlie Hebbo). E neppure guardare al Joker, perché se si scherza in un certo modo si finisce nella follia.

Nella società attuale spesso non si hanno mezze misure: o si cerca di mettere tutto sul ridicolo oppure si arriva al punto che non si può dire più niente su qualsiasi discorso senza finire in diatribe che non hanno fine (ci si è dimenticati della polemica sul ripieno dei tortellini?). Occorrerebbe essere in grado di riuscire a distinguere quando un modo di ridere è dispregiativo o quando è semplicemente è un modo per fare satira e con una risata fare riflettere su certe tematica, basta vedere quello che ha fatto Zalone.

Fate/Zero

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Fate/ZeroFate/Zero è il prequel di Fate/Stay Night ed è narrativamente collocato dieci anni prima degli eventi che hanno visto come protagonisti Emiya Shiro e Rin Tōsaka (che in questa serie fanno delle brevi apparizioni). Questa è la quarta guerra del Santo Graal, in cui sette maghi si affrontano aiutati da sette spiriti eroici (ognuno appartenente a una classe: Saber, Lancer, Rider, Caster, Archer, Berserker, Assassin) che hanno evocato per vincere la preziosa reliquia ed esaudire il proprio desiderio.
Ognuno dei maghi ha uno scopo da raggiungere e lo stesso si può dire per i loro servant, anche se non sempre i due obiettivi collimano.
Gli Einzbern vogliono conquistare il Graal dopo tre tentativi falliti e per questo assoldano Kiritsugu Emiya, un assassino di maghi, che s’innamora di Irisviel von Einzbern, un Homunculus creato dalla famiglia cui appartiene e che diverrà la coppa del Graal, con la quale ha una figlia Ilyasviel (una dei sette maghi della guerra successiva e che ha come servant il Berserker Eracle); al loro fianco c’è anche Maiya Hisau, un tempo bambina soldato presa sotto l’ala protettrice di Emiya, e ora combattente e killer. Come servant viene evocata Arturia, che altro non è che re Artù, il re dei Cavalieri.
Tokiomi Tōsaka incarna il tipico mago e partecipa alla guerra evocando Gilgamesh, il re degli Eroi. Il suo scopo non è chiaro, ma è ligio alle regole ed è disposto a tutto pur di vincere, anche a cedere Sakura, la figlia minore, ai Matō, altra famiglia rivale di maghi.
Kariya Matō, molto legato alla moglie di Tokiomi e alle sue due figlie, partecipa alla guerra per salvare Sakura dal trattamento cui la famiglia Matō la vuole sottoporre e così permettere che possa un giorno riabbracciare la madre e la sorella Rin. Ha come servant Berserker.
Kayneth El-Melloi Archibald e Sola-Ui Nuada-Re Sophia-Ri, una coppia di maghi inglesi che hanno evocato come spirito eroico Diarmuid Ua Duibhne.
Kirei Kotomine, prete della chiesa di Fuyuki, combattente, sicario, allievo e alleato di Tokiomi Tōsaka; è il master di Assassin.
Waver Velvet, allievo di Kayneth El-Melloi Archibald, ruba l’offerta del suo maestro per richiamare uno spirito eroico e così dimostrare di essere degno del titolo di mago. Il suo servant è Iskander, ovvero Alessandro Magno, il re dei Conquistatori.
Ryūnosuke Uryū non è un mago, ma un giovane serial killer che si diverte a uccidere bambini. Nonostante ciò, il Graal lo sceglie come partecipante alla guerra e ha come servant Gilles de Rais.
Per raggiungere la conquista del Graal ognuno dei partecipanti attuerà le proprie strategie e non risparmierà le forze, dando vita a battaglie epiche e mostrando la reale natura di ognuno di loro: la maggior parte dei maghi non ne uscirà bene, mostrando freddezza, brutalità e spietatezza alle volte senza limiti.
Rispetto al suo successore, Fate/Zero non ha quella spensieratezza adolescenziale presente in alcuni suoi episodi: è una storia drammatica, permeata di dolore, con personaggi in cerca di riscatto, di espiazione, di sogni non realizzati che attendono un adempimento. Sofferenza, rimpianto: in Fate/Zero nessuno viene risparmiato.
Raccontata in questo modo, può passare la voglia di vedere questa serie, tuttavia la caratterizzazione e l’approfondimento dei personaggi sono di prima categoria e questo tiene incollati allo schermo, volendo vedere l’evolversi delle loro vicende, di come si rapportano tra di loro.
Certo, gli scontri sono tanta roba e risuonano di epicità (non si rimane certo indifferenti davanti a uno scontro tra Artù e Lancillotto, tra Gilgamesh e Iskander; come non si può non provare un brivido nel sentire le parole Cthulhu Fhtagn), ma il punto di forza di Fate/Zero è scoprire a quale destino vanno incontro i vari partecipanti alla guerra.
Sicuramente avere dei personaggi che hanno fatto la storia e sono entrati nel mito fa guadagnare dei punti alla serie, anche se alcuni non sono conosciuti come gli altri, come succede per Diarmuid Ua Duibhne (guerriero dei Fianna del Ciclo feniano conosciuto per essere stato l’amante di Gráinne, promessa sposa di Fionn mac Cumhaill, e che ricorda in molte parti il più famoso Tristano del ciclo arturiano) e Gilles de Rais (nobile, compagno d’armi di Giovanna d’Arco, nonché coinvolto, secondo le accuse, in pratiche alchemiche e occulte dove torturò, stuprò e uccise bambini e adolescenti, e per cui fu condannato a morte); tuttavia, se non fosse stato fatto un egregio lavoro sulla loro storia personale, si avrebbe avuta una trama che sapeva di videogioco con eroi dai grandi poteri che si prendono a mazzate. Invece lo studio Ufotable ha fatto un ottimo approfondimento psicologico. Il desiderio di Diarmuid di riscattare il proprio onore di cavaliere, la voglia di Iskander di andare sempre avanti che si scontra con la perdita di chi e cosa si lascia alle spalle per inseguire un sogno, la ricerca di Arturia di poter cambiare il proprio passato e il peso di aver seguito un alto ideale, la determinazione di Emiya di trovare un modo per salvare tutti, sono il vero punto di forza di Fate/Zero, rendendola una serie superiore a Fate/ Stay Night: niente buchi di trama, niente punti irrisolti (anzi, aiuterà a capire diverse parti di Fate/Stay Night: Unlimited Blade Works), niente comportamenti che fanno alzare le sopracciglia, ma una solidità di trama notevole dove i personaggi non cercano di piacere allo spettatore, ma vanno avanti per la propria strada a qualunque prezzo, anche a costo di sembrare dei mostri.
Sotto questo aspetto, praticamente nessun mago ne esce bene (tranne Waver, ma questo dipende molto dalla sua giovane età e dal non aver subito le stesse ferite che gli altri hanno accumulato nella vita), facendo sembrare un assassino come Gilles de Rais in alcune occasioni quasi umano (nonostante tutto l’orrore che ha portato, non si può non provare un poco di empatia verso di lui quando, ormai giunta la sua fine, s’immagina per l’ultima volta l’amata Giovanna d’Arco). E seppure Emiya possa spaventare per la determinazione con la quale persegue il suo obiettivo, peggio di lui sono sicuramente il capofamiglia dei Matō, Tokiomi Tōsaka e Kirei Kotomine.
A parte Gilgamesh, Assassin e Gilles de Rais, è molto difficile non provare empatia per i vari servant. Il rapporto tra Waver e Iskander è tra i più belli della serie, così come il confronto tra Artù è Lancillotto è tra i momenti più evocativi, senza contare la bellezza dei dialoghi (su tutti quello che avviene nell’episodio Il banchetto proibito).
Psicologico, cupo, epico, maestoso nelle scene d’azione: Fate/Zero è un anime di classe superiore, tra le migliori realizzate, senza ombra di dubbio.

Demon Slayer

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Demon SlayerDemon Slayer da tanti è considerato un capolavoro e il successo che sta avendo, soprattutto grazie alla serie animata, sembra dare ragione a queste persone. Le cose stanno però veramente così?
Se lo si guarda con l’occhio di chi non ha mai visto altre serie anime, può essere così: se è il primo anime che si vede, la storia e soprattutto i disegni possono far dare un simile giudizio.
Se invece di serie se ne sono viste un po’ più di una, le cose cambiano. Premessa: Demon Slayer è ben realizzato, soprattutto per quanto riguarda il livello grafico e il comparto sonoro. I personaggi sono abbastanza ben delineati, anche se ce ne sono alcuni che con i loro comportamenti portati all’eccesso (Zen’itsu e Inosuke) possono far dare un poco di fastidio; un peccato, perché quando si comincia ad approfondire la loro storia personale, le cose si fanno interessanti, e lo sarebbero di più se non si fosse calcata troppo la mano sulle scenette comiche di cui si rendono protagonisti.
Questa scelta fa un po’ perdere mordente alla serie, che inizia davvero alla grande: siamo in Giappone durante l’era Taishō (periodo che va dal 30 luglio 1912 al 25 dicembre 1926) e il giovane Tanjiro, dopo la morte del padre, ha il ruolo di uomo di casa di una numerosa famiglia. La sua è una vita tranquilla, anche se dura; un giorno, scende dalla montagna su cui vivono per vendere il carbone; di ritorno la sera, un anziano signore lo fa fermare a casa sua perché è pericoloso viaggiare di notte. Le parole del vecchio sui demoni gli sembrano delle semplici storie, ma quando la mattina ritorna a casa, trova la sua famiglia sterminata: solo una sorella, Nezuko, è sopravvissuta. Tanjiro la porta di corsa al villaggio perché le curino le ferite, ma Nezuko si trasforma in demone e lo aggredisce. Sul posto arriva Giyu, ammazzademoni e uno dei Pilastri, e la ferma, apprestandosi a eliminarla; Tanjiro però gli si oppone, perché Nezuko è tutto ciò che rimane della sua famiglia. Per Giyu è un gioco da ragazzi mettere fuori combattimento il ragazzo ed è a questo punto che accade qualcosa d’imprevedibile: Nezuko si mette a difesa del fratello. Giyu rimane colpito, perché nessun demone ha mai difeso un essere umano, limitandosi sempre e solo a mangiarlo; capendo che Nezuko è un demone anomalo e che mantiene parte dei ricordi di quando era umana, decide di risparmiarla, dicendo a Tanjiro di cercare il vecchio Urokodaki Sakonji, un tempo suo maestro. Sotto la sua guida, Tanjiro diventerà un ammazzademoni e si metterà in cerca del responsabile di quanto è accaduto alla sorella, Muzan Kibutsuji, e di trovare un modo per farla tornare normale.
Da quel che si può vedere, Demon Slayer non è nulla di originale: non è la prima volta che si vedono guerrieri armati di spade (in questo caso katane) che danno la caccia ai demoni. Certo c’è il fascino del folclore giapponese, ma resta comunque il fatto che si è dinanzi a uno dei tanti battle shonen (una storia incentrata sui combattimenti); anche il mostrare che alla fine, quando muoiono, i demoni ritrovano una parte di umanità, che in fondo sono vittime dei loro fallimenti, dell’ambiente in cui sono vissuti, non danno quel tocco che lo rendono qualcosa di straordinario. Ci sono degli elementi interessanti (le katane costruite con un minerale particolare che rispecchiano l’animo di chi le impugna; le tecniche di spade basate sulla respirazione), ma non rendono Demon Slayer qualcosa di unico.
Tuttavia, si può tranquillamente definire capolavoro il lavoro svolto dallo studio di animazione giapponese Ufotable, che con la serie di Demon Slayer ha raggiunto un ottimo livello: il comparto tecnico ha davvero dato il meglio di sé (la cosa non sorprende, visto che ha realizzato opere come Fate/Zero e Fate/stay night: Unlimited Blade Works).
In definitiva, se si cerca dell’ottima animazione, con Demon Slayer si va sul sicuro; idem se si ricerca una buona storia. Tuttavia, se si vuole qualcosa di più, allora si potrebbe rimanere un poco delusi.