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L'Arazzo di Fionavar

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L'Arazzo di FionavarDifficilmente possiedo due copie dello stesso libro; è capitato che mi sia stata regalata un’opera che già possedevo oppure che per salvare un libro che stava venendo buttato via lo abbia preso io (trovo sempre uno spreco che un libro finisca nella spazzatura), ma non compro praticamente mai ciò che ho già. Quindi, il fatto che abbia preso L’Arazzo di Fionavar nell’edizione Mondadori quando già avevo quella di Sperling & Kupfer è un evento più unico che raro.
Perché tale scelta?
Semplice: la trilogia di Guy Gavriel Kay mi è piaciuta e mi dispiaceva avere una sua copia rovinata. Anche se forse il termine rovinata non è appropriato: quello più giusto è logorata. Logorata dal tempo e dalle letture: purtroppo il rileggerlo più volte ha portato a far sì che le coste dei libri si rovinassero e che fosse necessario rincollare le pagine e le copertine. Specie nei libri in edizione economica, è cosa che può accadere, soprattutto dopo venti anni. Anche se venti anni (e passa) non è l’età dei libri di Fionavar pubblicati in Italia: è il lasso di tempo da cui sono in mio possesso, da quando li trovai nell’usato. La loro reale età è quasi di trenta anni, dato che sono stati pubblicati nel nostro paese tra il 1993 e il 1994.
Questo aspetto puramente pratico può sembrare sciocco, ma per me questa trilogia meritava un secondo acquisto, dato quanto ha saputo dare: trovare tanti anni fa l’intera trilogia in uno stato abbastanza buono fu una fortuna, perché quella scritta da Kay è una storia notevole, ricca e profonda (se si vuole, c’è questo approfondimento in proposito). In tre libri lo scrittore canadese è riuscito a fare quello che Jordan e Martin hanno realizzato in molti più romanzi; anzi, si può dire tranquillamente che la sua opera è diverse spanne superiore ai lavori degli altri scrittori citati. Perfino Sanderson, che è attualmente uno dei migliori scrittori di fantasy, fa fatica a raggiungere un tale livello, perché nelle opere di Kay c’è una poetica difficilmente riscontrabile in altri lavori.
Per questo non sono assolutamente d’accordo con Massimo Scorsone, autore dell’introduzione della nuova edizione Mondadori di L’Arazzo di Fionavar, quando parla di saga acerba. Anche il paragonare, seppure alla lontana, la saga di Kay a Le Cronache di Narnia di Lewis è una stonatura:
“I quattro fratelli Pevensie, re e regine dell’allegorico paracosmo lewisiano, possono ricordarci in modo molto approssimativo i cinque studenti dell’università di Toronto protagonisti loro malgrado della saga acerba e malinconica – acerba e malinconica come qualcosa che ci pare già di conoscere, o di cui non fatichiamo a intuire la natura profonda – intessuta sull’arazzo di Fionavar per destini individuali tragicamente divergenti.” (1)
Questi due lavori non hanno nulla in comune, a parte il fatto che dei ragazzi dal nostro mondo arrivano in un reame fantastico attraverso un passaggio magico (in Narnia avviene in modo casuale, in Fionavar è qualcosa di voluto): avendo letto entrambe le opere, posso dire tranquillamente che non possono essere fatti paragoni tra le due. Inoltre, usare l’aggettivo acerbo per descrivere la trilogia di Fionavar non solo è ingiusto, ma anche scorretto, visto che il lavoro di Kay è l’esatto opposto: è maturo, molto maturo, ha una profondità che ben pochi altri lavori hanno. Non solo perché Kay sa scrivere molto bene, ma perché l’autore possiede una conoscenza di quello che scrive davvero ampia. Non per niente, è stato scelto per completare Il Silmarillion di J.R.R.Tolkien.
Volendo trovare una nota dolente alla nuova e bella edizione di L’Arazzo di Fionavar (come in altri lavori, l’editore mostra grande cura ai dettagli e alla qualità della realizzazione, basti vedere le belle illustrazioni interne di L’Arazzo), proprio l’introduzione di Scorsone è la nota dolente: scritta in un linguaggio troppo ricercato e complesso, non solo non fa rendere conto a chi prende in mano per la prima volta l’opera di Kay che cosa ha davanti, ma non gli fa neanche venire voglia di proseguire nella lettura del volume. Un’introduzione del genere non rende giustizia alla magnifica storia di Fionavar, non dà niente, anzi, toglie qualcosa: la voglia di leggere. Quindi sarebbe meglio non mettere qualcosa del genere, che sembra quasi compiacersi di se stessa e della difficoltà che presenta nel farsi leggere, e lasciare che l’opera parli da sé, visto che sa farlo più che bene. Ma se proprio si vuole fare un’introduzione, che si faccia in maniera adeguata e la si faccia scrivere a chi ha davvero amato il mondo di Fionavar, la sua storia, i suoi personaggi, così da poter raggiungere coloro che ancora non conoscono questa piccola grande meraviglia.

1. L’Arazzo di Fionavar. Guy Gavriel Kay. Mondadori 2022, pag.8

I bambini che inseguono le stelle

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I bambini che inseguono le stelle, conosciuto anche come Viaggio verso Agartha, è un film d’animazione di Makoto Shinkai del 2011 ed è un puro omaggio alle opere di Hayao MiyazakiI bambini che inseguono le stelle: sia i temi, sia i disegni (vedere per esempio gli Isoq e i Quetzalcoatl) il regista si rifanno al collega. Non che questo sia un male, anzi: visivamente I bambini che inseguono le stelle è magnifico, con paesaggi che tolgono il fiato e fanno sognare. Il film sa trasportare gli spettatori, li sa ammaliare con le sue immagini, tuttavia non ha la stessa intensità di altre opere di Shinkai come Your name, Il giardino delle parole e su tutti 5 cm al secondo.
Asuna è una ragazzina orfana di padre, con la madre infermiera che ha poco tempo di occuparsi di lei e per questo è maturata in fretta; vive in un paesino di campagna e spesso si reca tra i boschi fino a un rifugio dove con una radio rudimentale capta una strana canzone. Un giorno viene attaccata da una creatura mostruosa e salvata da un ragazzo misterioso poco più grande di lei: è da lì che viene alla conoscenza de mondo di Agartha, un mondo sotterraneo che in qualche modo è legato all’aldilà.
Shun, il salvatore misterioso, poco dopo muore perché ha osato salire sul mondo di sopra e Asuna si ritrova coinvolta in una vicenda oscura, con Arch Angel, un’organizzazione segreta che vuole trovare il modo di entrare ad Agartha e il cristallo che ha Asuna sembra essere legato al loro obiettivo. Di tale organizzazione fa parte il professore di Asuna, Ryūji Morisaki, che sfrutta Arch Angel perché secondo le storie ad Agartha c’è il modo per far tornare indietro i morti, come succede nei miti di Orfeo ed Euridice e Izanagi e Izanami (a seguire SPOILER sulla storia.)
Asuna, Ryūji e Shin, fratello minore di Shun intervenuto per impedire che qualcuno entri ad Agartha, si ritrovano a viaggiare in un mondo in rovina a causa degli abitanti della superficie che per secoli l’hanno saccheggiato: gli abitanti di questa terra non li vedono di buon occhio e tentano in più occasioni di eliminarli.
Ryūji finalmente riesce a scoprire il segreto per far tornare in vita i morti e così realizzare il suo sogno: riavere la moglie scomparsa. Ma tutto ha un prezzo: occorre che l’anima della defunta si impossessi di un essere vivente. Il professore è disposto a tutto per riavere l’amata, anche a sacrificare Asuna e a perdere un occhio, ma l’intervento di Shin evita il sacrificio, perché, come dice urlando, i vivi sono più importanti dei morti.
Asuna, che scoprirà la verità su suo padre, tornerà in superficie, mentre Shin e Ryūji resteranno ad Agartha (fine SPOILER).
Il viaggio iniziatico che fa crescere il giovane, l’entrare nella grotta per scoprire un mondo nuovo e soprattutto nuove conoscenze che lo cambieranno, il rapporto tra amore e morte, il sapere quando rinunciare i propri sogni e andare avanti lasciando andare ciò che è passato: sono tutti temi presenti in I bambini che inseguono le stelle (titolo che indica l’inseguire qualcosa d’irraggiungibile), senza dimenticare l’amore per la natura e la denuncia verso quella mentalità dell’uomo che rovina sempre tutto perché per avidità vuole possedere tutto quello su cui mette gli occhi.
In definitiva, I bambini che inseguono le stelle è un buon film, senza essere originale, che comincia in maniera interessante e poetica, ma che poi vira verso qualcosa di già conosciuto e non poteva essere diversamente, dato che si tratta di un omaggio.

N.P.

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N.P. di Banana YoshimotoBanana Yoshimoto con N.P. (che sta per North Point, il titolo di una canzone) realizza una storia dove Kazami, un giovane che lavora all’università e fa traduzioni, si trova a vivere un’estate particolare, coinvolta, non volendo, in una vicenda che sembra essere un racconto. E infatti, le cose non sono molto lontane dalla realtà.
Tutto nasce quando viene in possesso del novantottesimo racconto inedito dell’opera N.P. di Sarao Takase, scrittore giapponese che è vissuto per anni in America e che è morto suicida, proprio come Shoji, l’uomo con cui Kazami stava ai tempi della scuola e che stava lavorando alla traduzione del racconto. Una storia che parla dell’incesto tra padre e figlia e che ha un effetto turbante su chi ci ha a che fare, generando emozioni oscure, che arrivano a schiacciare, a distruggere. Kazami, rincontrando i due figli gemelli di Sarao Takase, Otohiko e Saki, scopre che il primo ha una relazione con Sui, che altro non è che l’altra figlia di Takase avuta con un’altra donna. Figlia con cui ha avuto una relazione, proprio come narrato nel racconto.
Invischiata in un intreccio che a tratti toglie il fiato e offusca la visione delle cose, Kazami si ritrova a sviluppare legami con questi tre personaggi, rimanendone affascinata, coinvolta, a tratti anche travolta, specialmente con Sui, dotata di una forza e una fragilità che incute non poco timore.
Con sempre più apprensione, Kazami si ritrova a temere che il legame che c’è tra Otohiko e Sui li porti a fare la stessa fine del padre e non va molto lontano dalla verità: solo qualcosa d’inaspettato eviterà il peggio, ma non potrà fare nulla con la rottura che ne seguirà. Non sempre però le rotture sono un male: anzi, alle volte hanno qualcosa di salvifico e di liberatorio.
Banana Yoshimoto in N.P., come in altri suoi lavori, parla della vita di tutti i giorni, che in apparenza può sembrare semplice, non avendo nulla di meritevole da ricordare, ma dimostrando come in realtà, dietro la facciata del quotidiano, si nascondono mondi interi di pensieri e sentimenti, rendendo la lettura densa e affascinante, portando il lettore a divorare una pagina dopo l’altra.

Dare il peggio di sé

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“Questa pandemia tirerà fuori il meglio delle persone” è stato il ritornello che tante volte è stato ripetuto da politici e forze di governo: non si sapeva se definirlo un motto nato dall’ignoranza o dal prendere in giro. I fatti, com’era logico prevedere, hanno smentito tali parole: infatti tante persone hanno dato e stanno dando il peggio di sé.
Perché si dice che era logico prevedere che si sarebbe mostrato il peggio e non il meglio?
Perché culturalmente gli italiani hanno avuto come esempio che si poteva fare tutto quello che passava per la testa, tanto non sarebbe successo nulla, tanto le cose sarebbero andate lisce. Quando si metteva in guardia che il modo di fare di Berlusconi non solo avrebbe causato danni nell’immediato, ma avrebbe avuto conseguenze anche a lunga scadenza, non si è voluto ascoltare, si tacciava chi faceva questi ammonimenti d’invidia, di accanimento. I fatti hanno dimostrato che il ventennio berlusconiano ha portato un peggioramento del mondo del lavoro con la legge Biagi, la perdita di credibilità dell’Italia a livello internazionale, scandali a non finire, soldi pubblici usati per fini privati, una classe politica sempre più becera e incompetente, ma non solo: sotto il martellamento costante dei media, molta gente ha assimilato i comportamenti portati a esempio da quelle forze di governo, perpetrandoli, e così ci si è ritrovati ad avere a che fare non più con un solo Berlusconi, ma con tanti Berlusconi che ritengono che sia lecito fare di tutto.
Il risultato è che sperare nella responsabilità delle persone italiane non ha dato i risultati sperati; questo appellarsi all’essere responsabili è stato sciocco e cieco, ma molto probabilmente è stato dovuto alla mancanza coraggio di fare delle scelte necessarie. Ne è esempio su tutti la questione vaccinale: dopo aver rifiutato per un anno di rendere obbligatoria la vaccinazione per evitare contestazioni, ma soprattutto per evitare di perdere voti (perché, non ci si dimentichi, che per i politici italiani si è sempre in campagna elettorale, dove tutto serve per portare consensi dalla propria parte), ora si è deciso di utilizzare l’obbligatorietà del vaccino. In tutto questo ci hanno sguazzato critici e virologi e sembra quasi grottesco che alcuni di quelli che auspicavano l’obbligatorietà ora dicano che l’obbligatorietà non serve a niente. In parte è vero: si è agito troppo tardi e adesso non si possono avere quei benefici che si avrebbero avuto se ci si fosse mossi per tempo. L’unica cosa che si è ottenuta è di aver logorato la pazienza degli italiani, di averli resi più insofferenti e meno tolleranti, perché davvero il tamtam fatto con le vaccinazioni è stato esasperante. Se a questo ci si aggiunge il continuo cambiamento delle regole a seconda dell’estro del momento o di quello che facevano altri paesi, si capisce perché il livello di esasperazione si è innalzato di molto.
Esempio di ciò lo è in questi giorni il mondo del calcio, con fatti che hanno dell’assurdo. Le varie Usl locali hanno fermato squadre come Torino, Udinese, Salernitana con alcuni casi di covid, non consentendo così di giocare le partite da disputare; l’Usl di Verona invece ha dato il via libera libera alla squadra della città (il Verona appunto), nonostante fosse il team con più contagiati (undici). Ora, è chiaro che c’è qualcosa che stride, perché ognuno non può fare come gli pare, serve un modo di agire uniforme; dinanzi a tutto ciò, le istituzioni sportive dimostrano la loro incapacità di guidare, proprio come fa il governo. Salvo poi mettersi a fare la voce grossa quando tutte le cose sono avvenute e non si può fare più nulla. Davvero assurdo quello capitato a Bologna: la Usl mette in quarantena il Bologna (otto positivi al Covid) che non può disputare la gara. L’Inter, nonostante sapesse già che non si sarebbe giocato, scende lo stesso in campo; l’arbitro dopo quarantacinque minuti dichiara la fine della gara con la probabile vittoria a tavolino dei nerazzurri. A questo punto o il Bologna farà ricorso e allora si deciderà quando rigiocare la gara oppure verrà deciso direttamente quando riguocare la gara. Ma visto che da giorni si sapeva qual era la situazione delle squadre, non si poteva rinviare la giornata di campionato da disputare per l’Epifania, come per esempio avevano già fatto nel basket senza tante polemiche e casini?

il peggio dei novax

raid vandalico dei novax all’hub di San Lazzaro di Savena

Ma si sa che al peggio non c’è limite e occorre assistere all’imbecillità dilagante di tante persone. O forse è qualcosa di peggio d’imbecillità: è delirio, è follia. Perché è folle minacciare di morte chi si occupa della salute dei malati, è folle aggradire infermieri e dottori che fanno il loro dovere. Semplicemente è pura follia presentarsi con gli avvocati ai pub vaccinali e tempestare di domande, prendendo nota delle risposte, in stile terzo grado gli operatori che vi lavorano; come è folle che i pazienti dicano ai dottori come debbono essere curati senza avere basi se non ciò che hanno sentito dire in rete.
Tutto quello che sta accadendo è fortemente sbagliato. Altro che tirare fuori il meglio delle persone.
Ma forse si tratta di una semplice omissione o di un qualcosa che è sfuggito ai più dato, dato che probabilmente si voleva dire che questa pandemia avrebbe tirato fuorio il meglio del peggio delle persone.

2021 che se ne va

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Il 2021, come il precedente, è stato un anno in cui la pandemia ha imperversato: i contagi sono sempre tanti, i morti sono stati di meno ma sono stati comunque troppi. Ancora non si vede la luce in fondo al tunnel e, con i chiari di luna che ci sono, si è ancora ben lontani dal vederla. Sono stati creati i vaccini e, anche se hanno aiutato e hanno rallentato un poco la forza del virus, non sono l’arma risolutiva che si sbandierava quando si è iniziato a vaccinare; di certo non si potranno fare ogni pochi mesi delle dosi aggiuntive, non è così che se ne esce.
Il governo non ha fatto altro, ancora una volta, di dimostrare di non sapere come agire, andando avanti per tentativi, cambiando le cose moltro frequentemente, non facendo altro che creare confusione e irritazione. Nonostante ciò, le forze politiche non hanno fatto altro che autocelebrarsi ed esaltarsi per una possibile ripresa economica nel 2022. Spesso però ci si è voluto dimenticare quanto è cresciuto il numero dei morti nel mondo del lavoro.
Non ci si è dimenticati tuttavia di sbandierare la vittoria agli Europei di calcio e le medaglie vinte alle olimpiadi.
Anche se si è cercato d’indorare la pillola, questa rimane amara, molto amara.
Di questo 2021 tuttavia c’è un’immagine che merita di essere salvata e ricordata: la gioia di Contrafatto, Sabatini, Caironi nella vittoria tutta italiana nei 100 metri femminili T63 ai Giochi Paralimpici di Tokyo. Una gioia che è simbolo di come le avversità possono essere superate e vinte, indipendentemente da quanto possano essere limitanti.Che questo possa essere di esempio per tutti, perché dalle difficoltà se ne esce con determinazione, impegno e anche rabbia. Quella rabbia che non fa arrendersi e spinge a superare quegli ostacoli che la vita e spesso anche gli altri mettono sul percorso, per fare sì che il 2022 possa essere finalmente un anno migliore.

La vittoria del 2021 di Contrafatto, Sabatini, Caironi alle Paraolimpiadi di Tokyo

Cristalli di ghiaccio

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Cristalli di ghiaccio

Cristalli di ghiaccio

It di Andrés Muschietti: fallimento o successo?

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It _ Capitolo dueQuando era stato annunciato un film su It di Stephen King, si erano espressi dei dubbi sulla bontà e la riuscita della pellicola: a visione effettuata, il lavoro di Andrés Muschietti li ha confermati o li ha dissolti?
Si può dire che in alcuni tratti, dove è rimasto fedele al romanzo, il film funziona e riesce bene nel suo intento. Alcune scene sono state mantenute rispettando lo spirito del libro, come quella l’attacco della statua del boscaiolo oppure, molto bella, come quella dove i cinque Perdenti sopravvissuti, usciti da sottoterra, si rispecchiano in una vetrina e si rivedono tutti e sette, compresi i due che sono morti; nel libro non è proprio così, dato che sono in quattro a uscire da sottoterra e a rispecchiarsi sono in sei, però il senso della scena viene mantenuto. Molto apprezzato che It – Capitolo due si sia concentrato sulla memoria, un tema molto importante del libro, e sull’affrontare un passato che si è preferito dimenticare. Molto somigliante al romanzo il ritorno alla vecchia casa di Bev, dove scopre, dall’anziana signora che vi vive, la morte del padre con cui aveva rotto i rapporti; una delle scene meglio riuscite del film, con la parte della vecchia che è in cucina che fa finire un poco di strizza (anche se ricorda moltissimo una scena di Il sesto senso). Stessa cosa vale per la scena che dà il via alla seconda parte dell’opera, che ricalca praticamente in tutto l’omosessuale pestato da un gruppo di giovani e buttato giù da un ponte, dove It sulla sponda del fiume lo azzanna sotto un’ascella.
La storia non è più ambientata nel 1957-58 e nel 1984-85, ma viene traslata nel 1988 e nel 2016, il che non è negativo, anche se questa sembra più una trovata per sfruttare l’effetto nostalgia degli anni 80 che tanto va di moda da qualche tempo e seguire l’onda del successo di opere come Stranger Things.
Questi sono solo alcuni esempi per far capire che ci sono delle cose buone nel lavoro di Muschietti.
Tuttavia, i due capitoli diretti dal regista hanno delle pecche non da poco, che vanno a tradire quanto letto nel libro. Se strizzare l’occhio agli anni 80 poteva essere una scelta furba per accaparrarsi più pubblico, far divenire Richie un omosessuale segretamente innamorato dell’amico Eddie è una paraculata per avere l’appoggio della comunità LGTB e adeguarsi a un politicamente corretto che va tanto di moda (ma che in fondo nasconde una certa ipocrisia, dato che i fatti non seguono le parole tanto ben pronunciate). Di per sé, la scelta di un amore non dichiarato verso un amico non è sbagliata, ed è anche fatta bene e ben riuscita, ma la si critica perché nel romanzo le cose non stanno così e certe furbate (strizzare l’occhio agli omosessuali per avere il loro consenso) non sono poi così furbe, dato che ci si accorge subito del loro fine. D’accordo che si tratta di un prodotto commerciale e deve raggiungere il maggior mercato possibile, ma occorre anche rispettare la storia su cui si basa il film.
In It – Capitolo due viene aggiunto un personaggio secondario, un bambino, che sta rivivendo quello che hanno passato i Perdenti da piccoli: Bill cerca di salvarlo, ma It lo uccide e lui parte da solo per sconfiggere il mostro e non mettere in pericolo gli amici. Una scelta un po’ forzata e anche un po’ patetica, dato che solo con l’unione si può sconfiggere la malefica creatura.
E parlando di sconfiggere It, il modo in cui avviene fa scadere il film. D’accordo che non era facile mostrare il rituale di Chud (anche nel romanzo è difficile capire come quel “mordersi la lingua a vicenda” servisse a sconfiggere il mostro), però come avviene nel film è davvero ridicolo (anche eliminare la Tartaruga e mettere gli indiani per scoprire il rituale lo è). Come è ridicolo il modo in cui viene sconfitto dai Perdenti la prima volta.
Nel romanzo, la vittoria dipendeva in qualche modo dalla forza con cui credevano i Perdenti in qualcosa: in questo c’era un che di magico che era legato all’immaginazione di quando si è bambini. Nel libro, i Perdenti riescono a sconfiggere It da bambini perché quando è nella forma di lupo mannaro sono convinti che con l’argento (l’arma per sconfiggere i licantropi secondo la tradizione) lo si possa eliminare, e questa convinzione è l’arma che li aiuta a vincere (It è sottoposto alla regola che essendo licantropo può essere ferito e ucciso dall’argento: come le paure dei bambini sono la sua forza, così le loro convinzioni sono la sua debolezza).
Nel primo film invece, It da mostro davvero temibile viene ridotto a un essere che è sconfitto venendo preso a calci e bastonate.
Nel secondo film le cose vanno ancora peggio: It viene ridotto all’impotenza a suon di insulti, così gli si può strappare il cuore e farla finita una volta per tutte (peccato si siano dimenticati delle uova che aveva deposto…).
Altra cosa poco apprezzata è che la moglie di Bill e il marito di Bev facciano solo una comparsata nella pellicola, mentre invece hanno un ruolo più ampio nel romanzo. Anche la scelta di fare sì che Mike se la cavi con poco dall’attacco di Henry Bowers e possa unirsi allo scontro finale lascia un poco desiderare, togliendo non poco pathos (nel romanzo sono solo in cinque a scendere nelle fogne per affrontare It).
E poi, c’è il finale. Per due volte viene detto che i finali dei romanzi scritti da Bill non piacciono, specchio delle critiche ricevuto da King su alcuni suoi lavori. Il finale del libro, può essere triste, ma in un certo senso è anche giusto: i Perdenti vedono scomparire la cicatrice sulla mano con cui avevano giurato di tornare se It fosse ritornato, ma cominciano a dimenticare quello che è successo, scordandosi gli uni degli altri man mano che si allontanano. Non c’era bisogno di cambiarlo. Ma chissà perché, nel Capitolo due si è ritenuto di dare più spazio alla speranza e meno alla malinconia e pertanto i ricordi rimangono. Pure la lettera scritta da Stan prima di suicidarsi e spiegare il perché l’ha fatto è una forzatura che stride con la vera natura del gesto del Perdente mancate (Stan, il più razionale del gruppo, non riesce a reggere al pensiero di dover di nuovo affrontare qualcosa d’irrazionale come It, preferendo la morte al confrontarsi di nuovo con l’incubo tornato dal suo passato; altro che essere di aiuto al gruppo).
I due film di Muschietti hanno qualche buono spunto, ma per lo più si rivelano opere riuscite a metà, che scivolano su diverse parti importanti. Un peccato, perché It aveva (e ha) tanto da dire, anche se è davvero difficile mettere su schermo un’opera del genere.

Storture 2 - Iran contro gli animali domestici

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Secondo il Censis, il periodo di pandemia ha portato in Italia un’ondata d’irrazionalità (come se non ci fossero già abbastanza storture): per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile, il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, il 10% che l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna e il 19,9% ritiene che il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone. Si ritiene che la fuga nell’irrazionalità sia dovuta a una crescente insoddisfazione delle persone. Le ragioni di ciò possono essere motivate da radici socio-economiche profonde: l’erosione del patrimonio delle famiglie, il crollo dei consumi, la chiusura delle imprese, i fallimenti, i licenziamenti, la povertà diffusa, un mondo del lavoro che diventa sempre più precario.
In Italia si possono cercare di trovare le ragioni di questa irrazionalità crescente, ma si deve osservare che la cosa è mondiale e altri paesi non sono messi certo meglio: ne è esempio l’Iran, che sta valutando una legge contro cani e gatti perché “Portano malattie”, “causano danni psicologici”. E qui salta fuori l’integralismo religioso, che porta la società indietro di secoli, a dimostrazione che si sbaglia se si pensa che l’uomo con il passare del tempo è evoluto. L’orientamento verso una linea proibizionista contro gli animali domestici è un voler tornare agli anni bui del Medioevo: secondo tale linea, gli animali sono vettori di malattie, creano impurità, causano danni psicologici e stress, danneggiano lo spirito delle persone e sono pericolosi.
Hachico, protagonista del film omonimo, sarebbe tra gli animali perseguitati in IranA chi parteggia per tale linea occorrerebbe ricordare che anche l’uomo è un animale e come tale anche lui è vettore di malattie, crea impurità, causa danni psicologici e stress, danneggia lo spirito delle altre persone ed è pericoloso per sé, per tutte le altre creature e per il mondo intero, dato che è l’unica specie in grado di annientare l’intero pianeta, facendo estinguere ogni forma di vita esistente. Ma sarebbe inutile cercare di fare un ragionamento con tali persone, dato che all’ottusità e alla limitatezza mentale non ci sono rimedi, visto che sono tra le malattie non curabili del pianeta. L’affetto verso gli animali non è visto di buon occhio per diversi paesi dell’Islam dato che ricorda troppo l’odiato Occidente e che il contatto tra il fedele e un animale porta impurità che impedisce il compimento dei riti religiosi: secondo la guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, sudore (da quando i cani sudano?), saliva e pelo dei cani sporcano le persone e rendono la preghiera non valida.
Una credenza assurda, dove non c’è nessuna prova razionale che dimostri che qualcosa di materiale contami qualcosa di spirituale: già altri testi religiosi del passato hanno aborrito tale linea di pensiero, trovandola assurda (duemila anni fa nel Vangelo si scriveva che “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!” (1), a spiegazione che niente di esterno può contaminare lo spirito umano, ma che esso può essere contaminato solamente dalle parole nate da mentalità distorte).
Ma qui, come si sta scrivendo, siamo nell’irrazionale, non c’è nulla di logico, e si sa che quando ci si basa su credenze del genere non si finisce mai bene: la storia dovrebbe averlo insegnato dato che, quando la Chiesa per reprimere il paganesimo insegnò che gli animali considerati sacri erano in realtà dei demoni minori, ne vennero fuori dei bei guai. Nel Medioevo, infatti, per essa il gatto era un animale del demonio e pertanto meritevole di essere arso vivo assieme alle streghe. Guarda caso, nel Medioevo ci sono state le peggiori epidemie di peste: la gente di allora non capì che eliminando i gatti si privava dei maggiori predatori di topi che, non solo proteggevano le loro scorte alimentari, ma proteggevano anche la loro salute, visto che proprio i topi erano portatori delle pulci che trasmettevano all’uomo la peste. Come si dice, la stupidità non si paga mai abbastanza (e fa ridere che proprio delle persone che si reputano credenti dell’Islam perseguitino i gatti, quando proprio il gatto è sempre stato tenuto in grande considerazione dati tempi di Maometto, al punto che è l’unico animale libero che può stare nelle moschee e sono previste pene severissime nei confronti di chi commette gesti di violenza o maltrattamenti su di lui).
Purtroppo, la stupidità non è mai stata debellata e quei parlamentari dell’Iran che vogliono portare avanti questa legge lo stanno dimostrando. E stanno anche dimostrando tutta la crudeltà del loro animo, visto che se la stanno facendo con chi non è in grado di difendersi, abusando del loro potere e della loro forza. Questi esseri limitati non riescono a vedere quanto gli animali sono stati di aiuto per l’uomo per secoli e secoli, dando tanto e richiedendo poco in cambio. Hanno difeso il bestiame dagli assalti delle bestie selvatiche, hanno fatto la guardia alle case, hanno salvato vite umane sepolte sotto frane, palazzi crollati, hanno trovato bombe e mine, hanno aiutato nella lotta contro lo spaccio di droga. Senza contare del grande aiuto che danno alle persone cieche, ai disabili, a chi è solo: gli animali, in particolare cani e gatti, riducono lo stress, l’ansia e la depressione, alleviano la solitudine, favoriscono la socialità, la stabilità mentale e aiutano a ridurre il rischio di malattie cardiache.
Sordi a tutto questo, una parte dei parlamentari dell’Iran vuole perseguitare gli animali domestici per via di un estremismo religioso. La cosa però non è solo di adesso: dieci anni fa, erano stati piazzati agenti di polizia morale davanti agli uffici veterinari che confiscavano i cani delle persone, abbandonandoli nei deserti intorno a Teheran. C’è chi si sta ribellando a questo progetto di legge, ma c’è anche chi per paura di multe (si parla di cifre che si aggirano dal dieci alle trenta volte il salario minimo), di essere frstato o finire in galera sta già abbandonando i propri animali domestici.
Ci si indigna dinanzi a tutto questo, ma non ci si dovrebbe meravigliare di come si trattano gli animali quando per estremismo religioso e mentalità assurde si calpestano e annullano i diritti umani, specie quelli delle donne.

1. Vangelo. Matteo 15, 11

Storture

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Nel mondo le cose non sono mai andate tutte dritte, ma adesso ci si sta impegnando per far sì che più possibili vadano storte. Anzi, più che di cose che vanno storte, è meglio parlare di storture, visto quanti pensano di poter fare quello che vogliono (perché tanto, ritengono, la faranno franca) e quanti per non affrontare davvero i problemi si nascondono dietro ripieghi che sono davvero ridicoli.
Due anni di pandemia non hanno insegnato niente: ancora c’è gente che si ostina a non capire la gravità della situazione. I no vax su tutti, che continuano settimana dopo settimana a fare manifestazioni senza distanziamento e senza mascherina, causando il rialzo dei contagi. Non contenti di ciò, ai loro cortei aprono gli ombrelli perché temono che gli vengano spruzzati addosso i vaccini tramite elicotteri e idranti.
Greta Beccaglia, la giornalista molestata in diretta tv: una delle tante storture del mondoSempre parlando di persone che pensano di fare come gli pare, ecco il tifoso che pensa bene di palpeggiare in diretta tv una giornalista, Greta Beccaglia, che faceva il suo dovere fuori dalla stadio dopo la partita Empoli – Fiorentina. Un simile comportamento è a dir poco sconcertante. Come dice la giornalista, non si possono fare queste cose: non si può andare in giro a mettere le mani addosso agli altri. Cosa gli è passato per la testa a questa persona? Non si sa, ma si sa che certe mamme sono sempre incinte. La mancanza di rispetto verso gli altri, in questo caso verso una donna, è allarmante, perché è sintomo di una società che non è stata educata alla dignità, al vedere l’altro come una persona. Ora a minimizzare l’accaduto “ma cosa volete che sia”, “è stata una goliardata”, “ma se ce la si prende per così poco”, ma si comincia sempre con piccoli gesti e poi inizia l’escalation: oggi un fischio o un apprezzamento sboccato, domani una palpata, dopodomani un insulto se non si apprezza la palpata, poi una spinta, un pugno e si finisce con lo stuprare e l’ammazzare, come purtroppo la cronaca non fa che riportare ogni giorno.
Comportamenti del genere vanno stroncati sul nascere, senza tentennamenti, senza pensarci su due volte. Bisogna fare sì che persone che pensano di agire come gli pare, imparino che si sbagliano di grosso, che niente viene più fatto passare, perché troppe volte in Italia si è lasciato correre, al punto che tanti ritengono di poterla fare franca anche se si è in diretta tv (e questo la dice lunga sul livello d’intelligenza di certe persone. Ma cosa ci si meraviglia a fare, visto quanti mettono in rete per stimarsi le cavolate, alle volte reati, che commettono).
Sessismo, discriminazioni religiosi, etniche: sono tanti i problemi che ci sono e che potrebbero essere risolti cominciando con una profonda educazione di base che poggia su una consapevolezza matura. Purtroppo, invece di risolvere i problemi per davvero, ci si va ad arrampicare sugli specchi.
Pochi giorni fa la commissione europea, per avere una maggiore comunicazione inclusiva, aveva pensato bene (anzi, ha pensato veramente male, per non dire da cani, con i cani che si offendono di brutto, e a ragione, per essere stati usati nel definire storture di questa portata) di suggerire dei cambiamenti.
Come scrive il Commissario per l’uguaglianza Helena Dalli «dobbiamo sempre offrire una comunicazione inclusiva, garantendo così che tutti siano apprezzati e riconosciuti in tutto il nostro materiale indipendentemente dal sesso, razza o origine etnica, religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale».
“Non usare nomi o pronomi che siano legati al genere del soggetto; mantenere un equilibrio tra generi nell’organizzazione di ogni panel; se si utilizza un contenuto audiovisivo o testimonianze, assicurarsi la diversità sia rappresentata in ogni suo aspetto; non rivolgersi alla platea con le parole ‘ladies’ o ‘gentleman’ ma utilizzare un generico ‘dear colleagues’; quando si parla di transessuali identificarli secondo la loro indicazione; non usare la parola ‘the elderly’ ma ‘older people’; parlare di persone con disabilità con riferimento prioritario alla persona”
Già il discorso di non usare il maschile e il femminile per non essere discriminatori è ridicolo, ma la cosa scivola ancora più nel grottesco quando si arriva alla questione religione, perché non tutti celebrano le vacanze natalizie e perciò bisogna essere sensibili al fatto che delle persone abbiano differenti tradizioni religiose. Pertanto in nome dell’inclusività si invita a non utilizzare il termine Natale e suoi derivati, ma dire solo festività. Non solo: si raccomanda di usare nomi generici negli esempi invece di nomi cristiani, quindi niente più Maria, Giacomo, Giovanni, Pietro, Paolo.
Questa non è inclusività: questo è non voler affrontare davvero i veri problemi e nascondersi dietro soluzioni che sono vere e proprie storture, per non dire vere e proprie prese in giro (ci dimentichiamo come l’Europa tratta gli immigrati, evitando di prendere vere decisione su tale questione?)
Da quando il termine “Natale” è offensivo? Forse è offensivo il nome Buddha o Allah per chi non è della religione cui appartengono?
Da quando riferirsi a un uomo con “signore” o a una donna con “signora” è offensivo?
Da quando è preferibile usare negli esempi nomi che non siano Maria o Giuseppe?
Questa non è inclusività, ma appiattimento, omologazione che si piega a un politically correct che è pieno d’ipocrisia (e che per questo va mandato a quel paese). L’essere non rispettosi non è usare certi termini o nomi, ma violare la dignità umana come fanno quegli uomini che pensano di poter fare alle donne quello che vogliono. Come fanno tante multinazionali che in nome del maggior guadagno lasciano a casa centinaia di lavoratori. Questo è offensivo. La Commissione europea avrà pure fatto una smentita dopo le proteste (e poi ritirato il documento) e l’indignazione che tanti hanno sollevato, ma ormai quel che fatto è fatto e dimostra che non si abbiano le idee molto chiare: la comunicazione inclusiva è altro, come è altro il rispetto.
Si deve lottare per sconfiggere queste cose. Se non si fa così, non si fanno che creare storture su storture che rendono il mondo storto più di quello che è.