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Le violenze sulle donne

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In Italia, purtroppo sono tante le derive che stanno prendendo sempre più piede: razzismo, populismo, prepotenza, prevaricazione. Tutte dovute a una mentalità sbagliata, fatta di pregiudizi e ignoranza.
Una mentalità che si dimostra sempre più preoccupante quando si parla della violenza sulle donne.
E’ di qualche giorno fa il sondaggio che mostra cosa ne pensa parte della popolazione su tale questione. Le risposte avute e soprattutto le percentuali raggiunte sono allarmanti.
Per il 39,3% degli italiani una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Il 23,9% pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire. Il 15,1%, è dell’opinione che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Il 6,2% della popolazione è convinto che “le donne serie” non vengono violentate. Il 7,4% ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato o flirtato con un altro uomo; il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. Il 18% ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che un uomo controlli abitualmente il cellulare della propria moglie o compagna. L’1,9% della popolazione è convinto che non si tratti di violenza se un uomo obbliga la propria moglie o compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.
Simili risposte sono aberranti.
Molte persone hanno una mentalità distorta che fa molto preoccupare, per non dire che certi discorsi fanno accapponare la pelle. Sentire dire che una donna che porta i pantaloni non può essere violentata, mentre una che porta la gonna se la va cercando e che è proprio quella che vuole, è una cosa che fa ribrezzo, e non importa se a dirlo è un uomo, una donna, un giovane o un vecchio: è qualcosa di sbagliato sempre e comunque.
Siamo negli anni duemila ma sembra di essere indietro di secoli possedendo una simile mentalità. Le donne devono sottostare all’uomo, devono stare in casa a badare i figli, devono vestire in una certa maniera. Questa è una mentalità malata.
Le donne non sono proprietà di nessuno. Non sono oggetti. Non sono inferiori.
Eppure questi tre semplici concetti sono duri da concepire per una fetta della popolazione italiana.
La donna viene vista come appendice dell’uomo, un essere al suo servizio, un pezzo di carne che deve sollazzare l’uomo, non importa se vuole o non vuole, nient’altro che un mezzo di piacere personale. Non si tiene che prima di tutto la donna è un individuo con esigenze, sogni, aspettative.
Il corpo delle donne di Lorella ZanardoPurtroppo viviamo in una società dove le donne sono viste come una merce da esibire, da guardare, di cui godere; corpi da ammirare, da usare, come purtroppo i media mostrano da anni. Soprattutto la televisione e i social danno un messaggio sbagliato con donne che si mostrano in abiti succinti o seminudue (quando non nude) per avere un gran numero di fan (o followers, come si chiamano adesso). Un bisogno di apprezzamento per sapere di valere, di essere qualcuno; un avere bisogno di un potere che ha potere su gli altri. La donna che neccesita di essere guardata, ammirata è un messaggio sbagliato perché si ferma solo all’apparenza, al corpo. Ma una donna è molto più di questo: è un mondo di pensieri, di idee, di sentimenti che va rispettato. Ma per essere rispettato occorre prima avere rispetto per se stessi, non ci si deve vendere per far piacere gli altri, per ottenere successo. Occorre dignità, da tutte le parti. Bisogna cambiare assolutamente mentalità e perché questo avvenga occorre innanzitutto debellare l’ignoranza ed educare a essere più consapevoli di sè e degli altri.
In primis lo devono fare gli uomini, perché devono imparare a controllare i propri istinti, a capire che non possono fare tutto quello che vogliono. Occorre che imparino che le donne non sono oggetti di sua proprietà, che non debbono sentirsi superiori a loro. Devono imparare a gestire la propria rabbia e non usare le donne (ma anche i bambini) come mezzo per scarirare le proprie frustrazioni e i propri fallimenti (una violenza che non è solo fisica, ma anche verbale).
Non si devono più sentire certi ragionamenti dove le donne, dopo essere state vittime, passano anche per carnefici. “Aveva la minigonna, aveva una maglietta un po’ scollata, quindi è colpa sua se le è capitato di essere violentata.” E’ colpa sua se non ha incontrato un uomo ma una bestia che non riesce a trattenersi? E’ colpa sua se la natura le ha donato un bel corpo e il cosidetto uomo ha ben pensato di averlo per sè a tutti i costi, poco importa se con il suo gesto le rovinava per sempre la vita?
E’ tempo di finirla di scaricare la colpa sulle vittime, di prendersi le responsabilità e vedere le cose come stanno. Ignoranza, mancanza di consapevolezza, mancanza di dignità, violenza: sono tutti elementi correlati che portano solo rovina e sofferenza.
E’ tempo di vedere le donne per quello che sono realmente; non i falsi modelli imposti dalla tv, non le idee sbagliate che ci si tramanda da tempo, ma persone con diritti e dignità che vanno rispettati, sempre e comunque. Occorre rifiutare questi  esempi che vengono imposti, perché anche essi sono violenza, dato che sono uno stravolgere la natura personale. Per questo sarebbe bene cominciare a non essere più condizionati da certi copioni, come ben mostrato dal documentario realizzato da Lorella Zanardo; si suggerisce anche la lettura dell’omonimo libro, Il corpo delle donne, sempre realizzato da Lorella Zanardo per capire come funzionano certi meccanismi e cominciare a metterci un freno.

Derive nel calcio

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Lo sport, specie il calcio, ha imboccato strade che di sportivo hanno ben poco. Una di queste derive riguarda la gran quantità di soldi che circola al suo interno, partendo dagli stipendi spropositati da calciatori, allenatori e dirigenti, fino ad arrivare agli investimenti che fanno i vari sponsor sulle squadre e ai diritti tv.
Non bastasse questo, si sta vedendo da tempo come altre pericolose derive si sono insinuate in seno a esso: come si è visto, quest’anno in Italia ci sono stati cori razzisti contro Lukaku, Dalbert, Balotelli, ma non è solo il nostro paese a esserne colpito. Ci sono stati sempre contro Lukaku in Slavia Praga – Inter (fatti negati poi dalla società straniera), in Bulgaria – Inghilterra, per non parlare dei saluti militari della nazionale turca.
Questo però non riguarda solo le serie maggiori, ma anche quelle minori: non si risparmia nessuno. A Siracusa ci sono stati cori razzisti contro 11enne del Congo. Il portiere Omar Daffe dell’Agazzanese è stato espulso perché ha abbandonato il campo dopo essere stato insultato più volte in maniera razzista; in segno di solidarietà, tutti i suoi compagni sono usciti dal campo. Purtroppo, invece d’intervenire contro il razzismo, come avrebbe già dovuto fare (e non ha fatto) la terna arbitrale sul campo, il giudice sportivo ha pensato bene di applicare il regolamento, squalificando per un turno il portiere, facendo perdere a tavolino la partita alla sua squadra e infliggendogli un punto di penalizzazione in classifica; oltre al danno la beffa, anzi, un messaggio che sembra stare dalla parte di chi insulta e contro chi si ribella.
Purtoppo i fatti negatici non finiscono qui.
La giocatrice anglo-nigeriana Eni Aluko della Juventus lascia la squadra e Torino per le continue discriminazioni subite.
L’ad della Lega serie A De Siervo ha chiesto di spegnere i microfoni per non far sentire i cori razzisti allo stadio; l’ad si è poi giustificato che è stato fatto per evitare l’emulazione di tali gesti, di non trasformare in eroi chi compie gesti razzisti.
Non è negando questi fatti, non facendoli sentire, che si risolve il problema: il razzismo esiste e non è che ignorandolo lo si elimina. Fare finta in niente, lasciar correre, serve a dare più forza a quelle persone che ritengo loro diritto offendere gli altri: tanti ultras reputano che insultare gli altri faccia parte del gioco, faccia parte della libertà d’espressione e che condannare il loro modo di fare sia una repressione di un loro sacrosanto diritto. Queste persone si ritengono padroni dello stadio, di decidere anche per gli altri, come successo a Roma quando i capi ultras della Lazio decisero che le donne non potevano stare nelle prime dieci fila della curva, di condizionare le decisioni societarie (come successo nel caso Malcom allo Zenit).
Tutte queste sono derive pericolose cui ci si deve opporre, cui si deve reagire, non lasciar correre o far passare sotto silenzio o negare con teorie stravanganti (quanto fatto dalla curva nord interista).

Segnalazioni di dicembre

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La recensione di Strade Nascoste - Racconti è una delle due segnalazioni del mese di dicembre.
Per il mese di dicembre ci sono due segnalazioni da fare relativi ai lavori da me realizzati.
La prima riguarda la recensione su Strade Nascoste – Racconti pubblicata su Infiniti Mondi: ringrazio Andrea Zanotti per lo spazio dedicato sul suo dito e Dada Montarolo per la recensione dell’opera e l’apprezzamento per Le Strade dei Mondi.
La seconda riguarda la promozione natalizia delle mie opere, che saranno disponibili 1.99 E anziché 2.99 E fino al 6 gennaio 2020.

Una risposta alle derive italiane?

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In Italia si stanno presentendo derive sempre più pericolose e la situazione non accenna a migliorare, anzi, se può sta peggiorando sempre più.
Ne è esempio  di tali derive un professore delle superiori che ha minacciato, insultandoli anche, i suoi studenti di rendere la loro vita un inferno e di renderli insufficienti nella sua materia se parteciperanno alla manifestazione delle Sardine.
Oltre a manifestare le sue preferenze (“La retorica fascistoide di Salvini e Meloni e pure di Casapound a me piacciono”), minaccia anche tutti quelli del movimento delle Sardine, asserendo di volergli dare in testa accette, falci e motoseghe. Minacce molto gravi, dato che con un’accetta in testa non ci vuole molta immaginazione a capire che si muore.
Altre minacce gravi sono quelle ricevute dalla sorella di Cucchi, con un sostenitore di Salvini che la insulta, intimando che prima o poi qualcuno le pianterà una palla (pallottola) in testa. Alla domanda fatta da Ilaria Cucchi a Salvini su cosa ne pensa si questo fatto, l’ex ministro ha risposto nuovamente che la droga fa male sempre e comunque, come aveva detto per la sentenza riguardo alla morte del fratello. Il non rispondere dell’ex-ministro può essere visto come uno svicolare per non perdere consensi dei suoi sostenitori, ma anche come un silenzio consenso a quello che essi fanno e dicono: una scelta pericolosa per qualsiasi politico, perché crea cattiva pubblicità e può far perdere consensi invece che farli guadagnare.
Inoltre fa pensare la risposta data da Salvini alla sentenza Cucchi. Che la droga sia un male non ci siano dubbi, ma il processo non era sull’uso della droga, ma sul fatto che dei carabinieri abbiano ucciso di botte Stefano Cucchi. Il “la droga fa male sempre e comunque” può avere varie interpretazioni. Uno, è stata la droga a uccidere Cucchi, non i carabinieri. Due, Cucchi era un drogato quindi si meritava di morire. In entrambi i casi si è di fronte a una dichiarazione molto grave, che cerca di distogliere l’attenzione dalla verità: a commettere un reato sono stati dei membri delle forze dell’ordine, proprio quelli che dovrebbe per prima seguire e attuare la legge.
Questi solo alcuni dei casi che sono più sotto i riflettori dell’attenzione pubblica, ma adesso in Italia c’è un clima di disprezzo, odio e violenza che cerca capri espiatori su cui scatenarsi.
Un clima a cui però ci si sta cominciando a ribellare, come sta dimostrando il movimento delle Sardine nato a Bologna. Potrà essere come accusano alcuni che sia un movimento acefalo, privo di idee, sprovvisto di un programma preciso, destinato a essere una meteora, incapace di rispondere a semplici domande. Eppure è una scossa, un segnale contro le derive di odio, di violenza che stanno dilagando nel paese, un dire basta a certi personaggi e al messaggio che stanno predicando. Ed è un segnale anche contro la politica tutta, dato che le Sardine non vogliono essere associate a nessun partito; questo vuol dire che la gente si è stancata di una politica che si occupa solo di campagne elettorali e di poltrone da ottenere, dimentica che è lei a dover essere al servizio della gente e non la gente al suo servizio. Un messaggio che vuol dire anche basta allo sfruttamento e al considerare le persone come numeri da utilizzare per l’ottenimento di potere da usare a scopo personale.

Mania di controllo

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Una telecamera di sorveglianza, mezzo per effettuare controllo
La mania del controllo, come spiega la psicologia, è una problematica che spinge gli individui a voler tenere tutto e tutti sotto controllo, tentando di prevenire l’imprevedibile e il comportamento altrui e delle situazioni; uno stato ansioso che non fa vivere bene non solo l’individuo, ma anche chi gli sta accanto, dato che questa ansia viene avvertita dagli altri, quasi come a voler essere trasmessa. Tale percezione può portare un malessere crescente, che diventa soffocante, che è quasi invasione, dato che non si è più protagonisti della propria vita poiché è l’altro a controllarla.
Quella che può diventare una patologia molto seria, può essere trasposta dall’individuo alla società attuale, visto che siamo in una società che controlla e vuole controllare sempre di più. Se si osserva, la libertà dell’individuo è sempre minore, mentre viene monitorato sempre di più.
Un esempio lo sono i social.
Poi lo sono gli smartphone con le varie app che controllano spostamenti.
Poi gli acquisti online e gli acquisti con carte di credito.
Poi l’uso della tessera sanitaria per gli acquisti in farmacia.
Poi le telecamere che sorvegliano strutture, negozi, abitazioni.
Autovelox, semafori photored.
Tutti questi sono strumenti di controllo e sono solo alcuni dei tanti. Certo, sono stati creati, stando agli intenti, per migliorare la vita dell’uomo, renderla più tranquilla, più semplice, più sicura. Ma di fondo, questa società sempre più controllante e monopolizzante, con la sua ansia diventa soffocante e la qualità dell’individuo ne risente, divenendo peggiore col passare del tempo. Limitando la libertà delle persone, controllandole in continuazione, si applica una pressione che diventa un disagio sempre maggiore. Questa mania del controllo prosciuga le energie, la voglia di fare, blocca la creatività, aumenta l’aggressività.
La società non se ne rende conto, ma più controlla e più vuole controllare, divenendo ossessiva, prepotente e sopraffacente. Questa società è malata e andrebbe aiutata, ma vuole essere aiutata? Vuole davvero rinunciare al potere di poter gestire la vita di tutti? Di controllarla in ogni suo attimo?
I fatti stanno dicendo di no.

Lavoro e lavoratori

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L’Italia è un paese fondato sul lavoro.
Articolo 1 della Costituzione: L’Italia è un paese fondato sul lavoroCosì recita la Costituzione italiana nell’articolo 1 (è scritto anche che La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, ma pare che da diverso tempo di questo ci si sia dimenticato e la popolazione è in balia di chi siede su certe poltrone).
Come si sa, la forma tuttora vigente della Costituzione fu discussa a lungo. Inizialmente la parte fondata sul lavoro non venne messa perché si riteneva che non rappresentasse il carattere del nascente stato italiano; anche la successiva proposta L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori non fu messa, perché preoccupava che fosse troppo vicina al comunismo.
Fu nel 22 marzo 1947 che la formula attualmente conosciuta fu approvata dopo la proposta fatta da Fanfani; va ricordato che questa formula è solo un richiamo al principio del lavoro e non è una norma giuridica, dato che se lo fosse, lo stato sarebbe obbligato ad applicarlo nel dettaglio.
Da qui una riflessione, perché si è perso di vista qualcosa di molto importante.
Le forze politiche non fanno che parlare da anni di creare lavoro, di avere occupazione senza che questo avvenga, senza però preoccuparsi di quali siano le condizioni del lavoro: quello che per loro conta è dare lavoro, non importa come sia, quale sia, quanti soldi vengano elargiti. L’importante è lavorare: questo è il diktat.
Tutele, diritti, che sono stati persi negli anni dopo essere stati conquistati, non contano.
Il lavoro è importante, alle dovute condizioni: dà dignità, permette di costruire qualcosa, raggiungere obiettivi. Ma come sempre più spesso succede, non dà di che mangiare, elargisce umiliazioni. A questo punto, vale la pena subire tutto ciò?
La risposta che viene data è sì, se si vuole sopravvivere, accettando di tutto.
Il lavoro serve per vivere, quindi l’uomo deve sottostare a qualsiasi cosa pur di averlo.
Ma se ci si pensa un attimo, se non ci fosse l’uomo, esso non esisterebbe, dato che è una cosa che appartiene solo a lui e a nessuna altra razza esistente sulla terra. Senza l’uomo, il lavoro sarebbe niente.
E allora, che cosa è più importante? L’uomo o il lavoro?
L’uomo crea lavoro, ma il lavoro non può creare l’uomo. Il lavoro non è un dio con capacità di creazione: il lavoro è soltanto un costrutto dell’uomo che sottostà all’uomo.
Invece le varie società hanno fatto sì che il sottoposto divenisse il padrone e l’uomo non fosse altro che un servo o uno schiavo. Ma qui bisognerebbe discernere che non è il lavoro a fare tutto ciò, ma certi uomini che decidono per altri uomini: si tratta di una questione di dominio e supremazia di uomini su altri uomini. Allora ci sarebbe da chiedersi perché si permette tutto ciò, perché la maggioranza della popolazione permette a pochi della propria specie di comandare, di sopravanzare sugli altri.
Se si raggiungesse la risposta a questa domanda, forse la condizione di tanti migliorerebbe e si creerebbe un mondo migliore. Ma finché si permette a pochi di soddisfare il proprio ego e d’imporlo agli altri per quella cosa effimera che si chiama potere, le cose non potranno che peggiorare. Proprio come sta succedendo all’Ilva di Taranto.

Derive pericolose

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Da tempo si sta dicendo che in Italia ci sono derive pericolose, ma fin troppe persone fanno finta di niente o minimizzano quello che accade.
Un caso è quello di Mario Balotelli, bersaglio di cori razzisti durante Verona-Brescia, con allenatore e presidente della squadra di calcio Verona e del sindaco di Verona che negano quanto avvenuto, nonostante i video che dimostrino quanto avvenuto. Non bastasse il negare la realtà e gli ulteriori insulti del capo ultrà di Verona che asserisce che Balotelli non sarà mai italiano per il colore della pelle, ecco che parte la denuncia del sindaco che questo è un attacco all’immagine della città di Verona, cui si aggiungono i quattro consiglieri comunali che hanno fatto richiesta di denunciare Balotelli per diffamazione. Va ricordato che già a settembre, sempre a Verona, successe la stessa cosa al giocatore del Milan Kessie e anche in quel caso la società negò tutto. A margine di questa vicenda, va ricordato come Salvini, in perenne campagna elettorale, non abbia perso occasione di strumentalizzare la vicenda per i suoi fini, asserendo che dieci Balotelli non valgono un operaio dell’Ilva.
Quest’anno ci sono già stati altri cori razzisti su cui si è soprasseduto, come nel caso di Lukaku e Dalbert. Come dice Lilian Thuram, ex giocatore di Juventus e Parma, campione del mondo con la Francia, “Non bisogna accettare come una cosa naturale il razzismo e bisogna denunciare” e “il discorso razzista storicamente è portato dai politici. Perché se tu ripeti ogni giorno una cosa, dopo ci sono tante persone che pensano che sia vera.”
Ma il calcio è solo una delle tante derive che ci sono in Italia.
Una è quella degli attacchi antisemiti a Liliana Segre. Dopo che la destra ha rifiutato di votare per la commissione contro l’odio e l’antisemitismo, una parte della classe politica non ha mancato di fare la sua parte. Di nuovo protagonista Salvini, che si lamenta di ricevere costantemente minacce di morte e di non piangere per aver ricevuto un proiettile; ma anche Giorgia Meloni, che, come ha spiegato a Segre, i 98 senatori e senatrici del centro-destra si sono astenuti dal votare la commissione perché loro difendono la famiglia (e come, ha risposto la Segre, ci si domanda cosa c’entri tutto questo con la commissione contro l’odio).
Continuiamo con le derive pericolose, con il sindaco di Predappio (terra di nascita di Benito Musolini e meta ogni anno di suoi nostalgici) che ha negato il contributo del comune al viaggio ad Auschwits perché non si danno soldi a chi ha una visione solo parziale della storia e perché il Treno della Memoria è di parte. Fa pensare come si sia presa posizione in questo caso, mentre si è lasciata correre una manifestazione illegale come il corteo che ha celebrato l’anniversario della marcia su Roma che portò nel 1922 il fascismo al potere; fa pensare come si chiudano gli occhi di fronte a tanti saluti fascisti e a inni al Duce quando dovrebbero essere invece perseguiti per legge. Troppe volte ormai si sta assistendo a come la giustizia italiana assolva questi casi, come successo a Imperia, a Milano per militanti di Lealtà Azione e di Casa Pound, solo per citarne alcuni.
Si sta tornando indietro di decine di anni, come successo ad Alessandria, con un’azione che ricorda quanto accadeva a metà degli anni ’50, quando in America le persone di colore venivano trattate come appestate: una donna ha impedito a una bambina di sedersi accanto a lei perché nera. Caso analogo era successo a Trento l’anno scorso.
Per non parlare di due locali dati alle fiamme a Roma, La Pecora Elettrica, libreria antifascista, e il Baraka Bistrot, che aveva espresso solidarietà al primo.
Questi sono solo alcuni esempi di ciò che sta accadendo in Italia (per non parlare di persone aggredite per il colore della loro pelle); esempi che vengono negati, cui non si vuole far caso, ma che sono un campanello d’allarme di un clima d’odio e intolleranza che sta portando derive sempre più gravi e deliranti.

Ciò che viene dal profondo

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Ero ritornato nella valle del Canto del Diavolo perché avevo sentito dire che in fondo a un pozzo, che conoscevo, c’erano delle grotte stupende da esplorare. Un tempo vi scorreva un fiume sotterraneo ma, dopo il terremoto di trenta anni fa, il suo corso era stato deviato, lasciando libero accesso a meraviglie inesplorate.
Non capivo come si potesse sapere che ci fossero meraviglie se non erano state esplorate. Non mi ricordavo nemmeno chi me lo disse; forse era stata una voce sentita per strada. Tutto quello che per me contava, appassionato di speleologia, era poter vedere quelle grotte.
Così, una domenica, raggiunsi il pozzo di quella casa nel bosco che da bambini spaventava i miei amici. Era soltanto un vecchio podere abbandonato da decenni, ma la sua aria decrepita faceva galoppare la fantasia. “Non aprite quella porta” sussurravano con voce roca i miei amici, ridendo e dandosi delle spinte per esorcizzare la paura che non volevano ammettere di avere. “Il poltergeist ci sta guardando” sghignazzavano lanciando veloci occhiate alle finestre dell’edificio da oltre lo steccato. Non ho mai capito perché non l’hanno mai superato; forse era perché erano suggestionati dalle pellicole di mostri e compagnia brutta che avevamo visto; forse perché non volevano che la casa andasse a perseguitarli dal profondo della notte nei loro incubi se si fossero avvicinati troppo. A me quel posto non faceva paura, forse perché ho sempre creduto che i mostri fossero altri.
Sorrisi ripensando al passato mentre sistemavo l’attrezzatura per scendere nel pozzo. La discesa fu semplice. Arrivato sul fondo, sganciai la corda dall’imbracatura, accesi la torcia e cominciai a esplorare i dintorni.
Seguii quello che era stato il letto del fiume per forse mezzo chilometro prima d’incontrare le grotte. Mossi la luce tutt’intorno, ma non c’era nulla di meraviglioso: tutto era di un grigio plumbeo e sembrava di essere all’interno di un gigantesco alveare.
Continuai la discesa nelle tenebre anche se c’era qualcosa che mi diceva di stare allerta.
E poi, all’improvviso, furono attorno a me.
L’istinto prese il sopravvento. Provai a scappare, ma scivolai e finii lungo disteso per terra.
Mi aspettai che decine di loro calassero su di me staccandomi la carne dalle ossa.
Invece rimasero fermi a fissarmi; uno di loro si diresse un paio di metri davanti a me, prendendo lo smartphone che era uscito dalle mie tasche. Lo vidi prendere contro il tasto d’accensione e la luce dello schermo riflettersi sul suo corpo; gli altri gli si fecero vicini.
Quando si rispense, presero a borbottare tra loro. Pensai che fosse finita, che non avrei più rivisto Annabelle e sarei incorso nello stesso destino di Chucky.
Poi, quello che teneva in mano lo smartphone si voltò verso di me, porgendomelo e facendo dei cenni; capii che voleva che lo facessi ripartire.
Tutti mi si assieparono attorno. Sentii il loro odore di terra bagnata, il loro fiato che sembrava il respiro del diavolo. Feci vedere tutti i video che avevo; feci ascoltare le canzoni scaricate. Sapevo di star posticipando la mia fine, ma una parte di me voleva aggrapparsi all’illusione che sarei riuscito a venirne fuori.
Poi la batteria si scaricò e lo schermo si fece buio. Il silenzio calò come se fossi in un cimitero vivente.
Una vocina nella mia mente prese a cantare “Riesci a sentire la paura? Riesci a sentire la paura?”. Ma in quel momento non provavo niente.
Nell’aria risuonò un gorgoglio che si faceva sempre più insistente. Poi uno di loro mi toccò.
“Ecco, è la fine” pensai.
Ma visto che la fine non giungeva, alzai lo sguardo. Quello che aveva raccolto lo smartphone lo indicava, poi indicava me, passando a fare cenni prima verso la direzione dalla quale ero arrivato e poi verso di loro. Non faceva che ripetere quei gesti.
Capii che voleva che portassi altri smartphone da loro.
Incredulo dall’inaspettata piega presa degli eventi, feci cenno di sì. Ritornai alla corda senza che nessuno mi seguisse; risalii il pozzo, felice di sfuggire a quel mondo di tenebre, promettendomi di non mettere più piede in una grotta.
Ventotto giorni dopo ero ancora intento ad accontentare i loro desideri, portandogli quanto volevano. Forse era stata riconoscenza per avermi risparmiato, forse perché li vedevo come una specie desiderosa di scoprire un mondo così diverso dal loro, privo di qualsiasi sfumatura e divertimento. Anche se gli artigli dei piedi e i pungiglioni che uscivano dalle mani facevano intendere che erano predatori temibili, non li avvertivo come una minaccia.
Solo una volta, quando uno di loro mi si avventò contro, provai paura; ma gli altri gli furono addosso prima che mi toccasse, facendolo a pezzi.
Da allora, furono ancora più gentili con me, specialmente quello che per difendermi aveva perso un occhio; da quel momento ebbi sempre una scorta che teneva lontano i membri della specie che non mi conoscevano. Anche se delle grotte avevo esplorato solo la parte iniziale, supposi che dovevano essercene decine, forse centinaia, di quelle creature dai corpi biancastri che potevano cambiare dimensione, adattandosi allo spazio che avevano a disposizione. Erano però i loro occhi a esercitare il fascino maggiore su di me: c’era un’intelligenza che si faceva umana ogni giorno di più. E poi in quelle pupille c’era una luccicanza che mi ricordava qualcosa, ma che non riuscivo a focalizzare: quando le fissavo, avvertivo una strana pace, non mi sentivo fuori posto come in quel villaggio dei dannati che era il paese in cui abitavo.
Fu proprio quella luccicanza che un giorno cambiò tutto.
Stavo camminando per andare al lavoro quando urtai un uomo. Subito mi scusai, ma l’altro mi fece l’occhiolino con l’occhio cieco, mentre la pupilla dell’altro luccicò in maniera inconfondibile. Poi sorrise e si allontanò, lasciandomi di sasso in mezzo al marciapiede.
Feci per seguirlo ma una fitta al braccio mi costrinse ad abbassare lo sguardo: sulla mano avevo un bozzo, segno di qualcosa di grosso che mi aveva punto. Un lieve capogiro mi fece ondeggiare; ci fu un lampo e mi rividi bambino in una grotta. Quando mi ripresi, era sparito nella folla.
Colto da angoscia, tornai a casa, presi auto, attrezzatura e andai al pozzo. Una volta sottoterra non potei che costatare la realtà: non c’era più nessuno. La scoperta più sconvolgente però fu che in una delle grotte più profonde c’era un gigantesco cumulo di corpi umani completamente scuoiati; un altro lampo mi fece vedere come si erano vestiti di quelle pelli.
Tutto mi fu chiaro: mi avevano usato per sapere come muoversi tra la gente, così da mescolarsi in mezzo a essa senza destare sospetti e colpirla quando meno se lo aspettava. Lupi travestiti da pecora che restavano in fremente attesa per ghermire la preda. Inconsapevolmente, avevo condannato la nostra razza a una fine brutale. Dovevano essere fermati, ma non sapevo come fare, né come avvertire le persone del pericolo che correvano.
Impotente, tornai a casa. La testa aveva ripreso a girare. Ebbi un altro lampo: vidi me stesso bimbo urlare mentre dita bianche mi afferravano. Guardai la mano: il bozzo era sparito. Mi diressi in bagno. Riempii il lavandino d’acqua e fissai lo specchio. Un baluginio familiare corse nelle mie pupille.
Allora ricordai tutto. Di come da cucciolo fui fatto vivere assieme a un piccolo umano perché imparassi a comportarmi come lui in tutto e per tutto; di come fu scuoiato perché potessi indossare la sua pelle e occupare il suo posto nella società umana. Di come i ricordi sulla mia natura fossero cancellati prima di essere mandato in mezzo agli uomini per apprendere i loro costumi, con l’ordine inconscio immesso nel mio cervello di ricordarmi delle grotte sotto il pozzo al mio trentacinquesimo anno di età, quando sarei dovuto ritornare per insegnare agli altri.
Alzai la mano e mi strappai la faccia, guardando per la prima volta il mio vero volto.
Sentii al pianterreno la porta dell’ingresso aprirsi. «Caro, sono tornata.» Uscii dal bagno e scesi di sotto.
Le urla cominciarono.

Skyward e Giuramento

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Per chi fosse interessato, su Letture Fantastiche è pubblicato un articolo che ho scritto che parla delle ultime due opere di Brandon Sanderson uscite quest’anno in Italia, Skyward e Giuramento.

Skywrad