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Senso di responsabilità e dignità

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Di questi tempi si sente spesso appellarsi al senso di responsabilità delle persone per contenere il diffondersi del virus Covid-19; non sempre tali appelli vanno a buon fine, come purtroppo dimostra la cronaca giornaliera. I cinesi hanno detto che loro sono riusciti a contenere il virus perché rispettano le regole, mentre noi, abituati alla libertà, non siamo capaci di farlo (o non vogliamo farlo).
Qui però occorrere fare una precisazione: in Cina non si seguono le regole perché si è responsabili, ma perché si ha paura delle azioni del governo, visto che vige la dittatura. Seguire le regole perché se non lo si fa ci si ritrova con i militari che puntano addosso le armi e poi sbattono in prigione (basta solo pensarla diversamente perché si prendano provvedimenti) non è affatto senso di responsabilità, ma semplicemente timore del potere e dell’agire di chi comanda.
La responsabilità è altra cosa. La responsabilità è essere consapevoli senza costrizioni che comportarsi in un certo modo porta ad avere benefici, a non andare incontro a conseguenze poco piacevoli: significa avere una visione delle cose più ampia che fa avere non solo un tornaconto personale ma anche un non procurare danno agli altri. Purtroppo una simile mentalità latita in molti italiani, che non riescono a pensare e vedere al di là del proprio giardino; si tratta di una questione culturale e di come si è stati abituati, oltre ad avere esempi da seguire.
La diffusione della tecnologia ha portata una sovraesposizione di informazioni, di notizie e di elementi che se non si sta attenti condizionano non poco. Si sa che l’uomo è portato (soprattutto se inconsapevole e non abituato a pensare) a imitare, ed essere bombardati ininterrottamente da immagini che riportano comportamenti altrui influisce in maniera importante.
Per questo motivo, chi è in certi ruoli dovrebbe essere consapevole del ruolo che ha da esempio per gli altri. Purtroppo, il narcisismo, l’egoismo, la voglia di potere e il livore di aver perso il potere, portano a far perdere questo senso di responsabilità. Ne è triste esempio Matteo Renzi, che in un periodo drammatico come quello che si sta vivendo, instabile e pieno d’incertezza, è andato a creare ulteriore instabilità in un paese che già aveva poca stabilità: creare una crisi di governo in un periodo simile è un comportamento totalmente privo di responsabilità, oltre a dimostrare di quanto si è privi di dignità e di come si è disposti a tutto per ottenere voti e potere. Per non parlare di chi pensa di andare alle elezioni in un periodo dove gli assembramenti sono da evitare, che dimostra come buon senso e intelligenza sono optional.
Altra figura disposta a qualsiasi cosa per voti e potere (a proposito di cosa gira attorno a chi vuole arrivare al potere, vedere tale servizio), pronto calpestare la dignità, è Matteo Salvini. Ormai tale figura è tristemente famosa per essere pronta a compiere tutte le azioni possibili se queste porteranno acqua al proprio mulino. L’utilizzo e l’ostentazione di simboli religiosi per trovare consensi nell’elettorato cattolico, indossare mascherine che inneggiano a Trump e alla sua politica (in un periodo teso come quello attuale, inneggiare a una figura che ha fomentato odio e incitato alla violenza è peggio che da irresponsabili), indossare mascherine con il volto di Borsellino per condizionare i giudici che lo dovranno processare, dimostrano non solo irresponsabilità e mancanza di dignità ma anche la vera natura di un nuovo pronto a tutto per ottenere numeri sempre maggiori nei consensi, che non riesce a capire quando ha superato i limiti della decenza (a costo di ripetersi, davvero brutta e pessima la scelta di usare la maschera con sopra il volto di Borsellino per andare a processo). Non bastassero questi esempi, vanno aggiunti i continui proclami sulle forze dell’ordine viste come eroi, ma poi quando ci sono casi come quello di Piacenza, dove i carabinieri hanno abusato della loro posizione per commettere reati su reati, non ci si espone a condannare ed etichettare queste persone per quello che realmente sono. Tacere su simili questioni e non condannare fa passare un messaggio molto allarmante.
Un paese che ha bisogno di risollevarsi da una condizione che perdura oramai da decenni non ha bisogno di figure come Renzi, Salvini, Berlusconi e compagnia varia (ma il brutto è che ci sono tanti che pensano e agiscono come loto), ma ha bisogno che sia ritrovato quel senso di responsibilità e dignità perduto da troppe generazioni.

Writer's Dream chiude

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Writer’s Dream alla fine di gennaio chiuderà.
writer's dreamPer chi non lo conoscesse, il sito era stato creato nel 2008 da Linda Rando per essere d’aiuto gratuitamente per chiunque volesse addentrarsi o conoscere meglio il mondo dell’editoria. Grazie all’iniziativa di Linda, si era creato un grande database sulle case editrici dove si poteva conoscere il loro modus operandi, come inviare i propri lavori a esse, e soprattutto sapere quali erano a pagamento e quali no. Non solo: era una vetrina per sapere quali agenzie letterarie, editor e altri professionisti del settore c’erano. Ed era anche uno spazio per scrittori (conosciuti, esordienti e non) dove far parlare dei propri lavori e farsi conoscere.
Nel 2015 Writer’s Dream è stato acquistato da Boré per la cifra di 25000 E. Il 30 dicembre 2020, senza nessuna avvisaglia, la proprietà ha dato notizia che a partire dal primo febbraio il sito verrà disabilitato, dato che non è stato possibile renderlo economicamente autonomo; resterà attivo solo il forum come archivio da consultare.
La scelta non è stata di gradimento alla comunità che lo frequentava. In tanti si sono chiesti che cosa è servito fare un investimento del genere se non c’era un progetto che promulgasse iniziative cui la proprietà aveva pensato. Senza avere altre informazioni non è possibile formulare un giudizio attendibile su tale scelta, ma soltanto fare ipotesi (di sicuro c’è però che non si è capita la vera natura del Writer’s Dream, ovvero il supporto e la gratuità, non certo il guadagno, e ciò ha influito non poco) e queste non sono di alcun aiuto per fare un quadro preciso della realtà.
Ciò che è sicuro è che è un peccato che Writer’s Dream chiuda, perché era una gran fonte d’informazioni. Sarebbe riduttivo però limitarsi a questo, perché per chi scrive Writer’s Dream è stato un posto dove allenarsi, confrontarsi, imparare e migliorarsi. I vari contest che metteva a disposizione (a diversi ho partecipato) permettevano di sperimentare, mettersi in gioco e avere punti di vista differenti che potevano dare vita a nuove idee. Come scriveva John Donne, nessun uomo è un’isola, a indicare che non si può essere completi da soli, non si è detentori di tutta la conoscenza, ma che si può divenire più completi interagendo con gli altri, mettendo a confronto le proprie capacità e il proprio operato; è in questo modo che si può evolvere e divenire scrittori migliori (e non solo).
Fortunatamente, lo spirito e la comunità non andrà perduta, dato che Costruttori di mondi riprenderà dal punto in cui il Writer’s Dream si è interrotto. Senza contare che c’è Ultima pagina, il sito di Linda Rando creato dopo la sua uscita da Writer’s Dream. Come si dice, per una porta che si chiude ce n’è una che si apre.

La credibilità di una storia

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Quando si scrive un romanzo o un racconto, qualsiasi sia il genere di appartenenza, occorre sempre mantenere credibilità in quello che si fa e non creare qualcosa d’inverosimile (a meno che non si sia nel grottesco e sia una cosa voluta). Di questo fatto non deve fare eccezione la letteratura fantastica: non è perché si parla di qualcosa d’inventato, di pura fantasia, che non ha a che fare con la realtà (o ne ha poca), che si può scrivere tutto quello che passa per la testa. Soprattutto se si scrive per ragazzi, perché si rischia di far passare che vista l’età gli si può propinare di tutto e non è un bel messaggio.
Si prenda per esempio il terzo volume della serie più famosa della Rowling, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban: le vicende del libro si risolvono grazie a un oggetto, una Giratempo. Come già il nome lascia intuire, l’artefatto in questione permette di viaggiare nel tempo, come spiega Hermione a Harry, rivelando che l’ha usato per tutto l’anno per seguire due materie che avevano lezione nello stesso orario. Già aver dato a un adolescente, per quanto coscienziosa, un oggetto di tale potere lascia perplessi, come lascia perplesso il fatto che sia stata proprio una professoressa a farlo, ben sapendo che cose terribili accadono ai maghi che interferiscono con il tempo (altra domanda che ci si pone: ma gli altri professori non fanno riunioni accorgendosi dell’anomalia di avere una studentessa che frequenta due corsi che hanno lo stesso orario? Sono tutti d’accordo?) Tralasciando questi elementi, ciò che sorprende è come le Giratempo compaiano solo in questo romanzo; nei romanzi successivi, se non si ricorda male, si fa cenno che siano state distrutte. Ma vista la potenza di questi artefatti, perché non utilizzarli prima, per vicende molto più gravi? Per rispettare le regole imposte dal Ministero della Magia?
Fosse così, qui ci sarebbe una contraddizione con quanto visto fino a questo punto, perché spesso e volentieri, per non dire sempre, i personaggi infrangono non si sa quante regole, a partire dal preside stesso, che non le ha mai rispettate, né da giovane, né da anziano. Avendo a disposizione un simile artefatto perché, per esempio, con la conoscenza acquisita col viaggiare nel tempo non intervenire e rivelare l’identità di Peter Minus quando è ancora trasformato in topo? Perché non evitare la morte di Cedric nel libro successivo? E soprattutto, perché non fermare Voldemort prima che faccia quello che ha fatto, evitando non solo la morte dei genitori di Harry, ma anche di tante altre persone e scatenare un periodo oscuro? (Quest’ultima domanda porta altri quesiti: quando sono state inventate le Giratempo? C’era già ai tempi della nascita di Voldemort? Se sì, perché nessuno le ha usate per fermarlo? Perché non le ha usate Voldemort stesso? Domande che fanno scricchiolare la credibilità dell’opera).
Un autore dovrebbe evitare di immettere elementi del genere nelle sue storie se non è in grado di gestirli con coerenza ed efficacia, perché poi non possono essere liquidati tanto facilmente, lasciando i lettori non solo perplessi, ma che si sentono quasi presi in giro (piccola chicca: una Giratempo tornerà a saltare fuori nello sceneggiato teatrale Harry Potter e la maledizione dell’erede).
Una scena in Skyward mina un poco la credibilità dell'operaAltra storia che solleva delle perplessità è quella di Maze Runner – Il labirinto. I ragazzi, dopo aver scoperto che sono all’interno di un esperimento, vengono a sapere da chi li sta seguendo che il pianeta è stato distrutto da un incremento dell’attività solare, che ha causato miliardi di vittime. Già questo sarebbe sufficiente per distruggere tutti gli elementi della civiltà, ma in più ci si aggiunge la comparsa di un virus che decima ancora di più i sopravvissuti. Con queste basi, si ha uno scenario apocalittico di tutto rispetto, dove c’è rimasto poco o niente, e l’unica attività consentita è la sopravvivenza; con tutto in rovina, compresa l’economia, come hanno fatto gli scienziati a racimolare fondi e risorse per costruire edifici complessi come i tanti labirinti creati per portare avanti gli esperimenti sui ragazzi che paiono resistere al virus? Se possedevano così tanti mezzi, perché non utilizzarli diversamente invece di creare un esperimento così complesso? D’accordo che è per testare la resistenza dei ragazzi in un ambiente ostile e vedere se possono essere la cura per l’umanità, ma ciò rende la base su cui è costruita tutta la storia un po’ debole.
Non va a influire sulla trama, ma anche una scelta fatta da Brandon Sanderson in Skyward lascia perplessi: mandare gli allievi della scuola piloti in combattimento poche ore dopo essere entrati in essa, quando sanno a malapena far decollare un astrocaccia, è una decisione per niente azzeccata. Va bene che dovevano essere solamente un diversivo, ma non si manda allo sbaraglio gente inesperta che può fare più danno che altro.
Sono solo alcuni esempi ma dovrebbero essere sufficienti per capire l’attenzione che uno scrittore deve porre ai suoi lavori per rendere salda la loro credibilità e quanto lavoro deve esserci dietro la costruzione di una trama e del mondo in cui essa viene calata.

Le Bizzarre Avventure di JoJo: Stardust Crusaders

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Le Bizzarre Avventure di JoJo: Stardust Crusaders sono due serie OAV (la prima di sei puntate realizzata nel 1993, la seconda di sette realizzata nel 2003) che si rifanno all’omonimo manga, il terzo capitolo della saga Le Bizzarre Avventure di JoJo di Hirohiko Araki, scritto e disegnato tra il 1989 e 1992.
Come mostrato nella sigla iniziale, Dio Brando (l’antagonista della prima serie, Phantom Blood) è ancora vivo. Nello scontro finale con Jonathan Joestar, la testa staccata dal corpo di Dio Brando si è appropriata del corpo del rivale, per poi rinchiudersi in una bara prima dell’esplosione della nave su cui viaggiavano e di sprofondare nelle profondità marittime. Più di cento anni dopo, la bara viene recuperata e portata in superficie e il regno di terrore di Dio Brando ricomincia. Toccherà di nuovo alla famiglia Joestar occuparsi di lui, nei cui membri si sono risvegliati i poteri stand (capacità di percezione extrasensoriale che si concretizza in un corpo spirituale diverso da individuo a individuo) per via del ritorno del pericoloso nemico. Per opporsi al tremendo Dio Brando, il solo Joseph Joestar (protagonista della seconda serie, Battle Tendency) non basta; per questo, con l’appoggio di Mohammed Abdul (il primo del gruppo che si creerà che ha incontrato Dio Brando e a cui è sfuggito prima di essere schiavizzato), aiuta il nipote Jotaro a conoscere il suo potere perché si unisca a lui nella lotta contro il vampiro (divenuto tale grazie alla Maschera di Pietra, un potente artefatto azteco); ma per convincerlo definitivamente occorre che la madre di Jotaro perda il controllo sul suo stand e rischi di morire, a meno che il nemico che ha risvegliato tale potere non sia eliminato.
I tre fanno per partire alla volta del covo del vampiro, ma non prima che uno dei suoi schiavi, Noriaki Kakyoin, scagli un attacco contro di loro. Sconfitto da Jotaro e liberato dall’influsso del mostro, Noriaki si unirà al gruppo nella crociata, dando il via a un lungo viaggio dal Giappone all’Egitto. Un viaggio per nulla facile, con nemici sempre più pericolosi. Dopo aver sconfitto Jean Pierre Polnareff e averlo liberato dalla morsa di Dio Brando (anche lui si unirà al gruppo per trovare colui che ha ucciso la sorella, un altro sgherro del vampiro), avranno la meglio su un orango il cui stand è una nave prima di subire l’attacco di Hol Horse (il cui stand è una pistola capace di controllare la traiettoria delle pallottole) e J. Geil (possessore di due mani destre e assassino della sorella di Polnareff, il cui stand vive nel riflesso di ogni superficie riflettente).
Ma aver eliminato J.Geil attirerà l’ira della madre, Enya Geil, altra serva di Dio Brando che con il suo stand a forma di nebbia può controllare le persone ferite e anche i morti. Uno scontro difficile come lo sarà quello contro N’Dour (capace di manipolare l’acqua) e il subdolo Daniel J. D’Arby (che metterà in grave difficoltà il gruppo con il suo gioco d’azzardo scorretto e la capacità di trasformare le anime degli avversari in fiche) prima di arrivare finalmente al covo di Dio Brando in Egitto. La situazione si fa subito drammatica: nella bara dove pensano di trovare Dio Brando, scoprono invece un sorpreso e ferito Abdul, il quale sta per rivelare il segreto dello stand di Dio ma viene ucciso da Vanilla Ice, altro seguace del vampiro. Il nuovo nemico verrà sconfitto da Polnareff, ma richiederà il sacrificio di Iggy, un cagnolino con poteri stand inviato dalla fondazione Speedwagon come rinforzo alla missione.
Joseph e Jotaro, rimasti soli ad affrontare Dio, sono in grande difficoltà non riuscendo a colpire il nemico che evita i loro colpi con estrema facilità; solo l’intervento improvviso di Kakyoin, ritornato dall’ospedale per una ferita agli occhi, impedisce al vampiro di vincere, demolendo parte del covo e facendo entrare la luce del sole al tramonto.
Le Bizzarre Avventure di JoJo: Stardust Crusaders: Star Platinum vs The WorldLa caccia inizia. Dio insegue Kakyoin e Joseph per ottenere il sangue di quest’ultimo che gli permetterebbe di avere il controllo definitivo del corpo del suo antenato. In una battaglia senza esclusione di colpi, Kakyoin mette in difficoltà Dio ma alla fine soccombe dinanzi al suo spaventoso potere, non prima però di aver lasciato un indizio per gli altri per capire il segreto dello stand nemico, The world.
Lo scontro finale tra Dio e Jotaro è eccezionale, con colpi di scena che si susseguono uno dopo l’altro in un crescendo adrenalinico, con Jotaro che dimostra non solo tutto il suo potere ma anche un sangue freddo fuori dal comune. Star Platinum, lo stand di Jotaro, arriva ad avere la stessa forza di The World (una cosa naturale, dato che derivano dallo stesso sangue) e anzi a superarlo, decretando la fine del vampiro.

Seppur rispetto al manga non abbia lo stesso numero di avventure e avversari, le due serie di Le Bizzarre Avventure di JoJo: Stardust Crusaders sono perfettamente comprensibili e possiedono un ritmo che coinvolge sempre lo spettatore, non annoiandolo mai. Bella l’idea di far corrispondere a ogni stand una carta dei tarocchi, ottime le ambientazioni e la varietà di poteri mostrata. Il punto di forza di Stardust Crusaders non è solo mantenere sempre alta l’attenzione e la tensione nello spettatore, ma fare sì che gli scontri non si risolvano in una semplice scazzottata come succede in Dragonball: per sconfiggere il nemico la forza bruta non è sufficiente, ma occorre arrivare a conoscere tutto del suo potere, da come agisce, a quali sono i suoi punti deboli. Per questo è solo grazie all’astuzia di Jotaro che sfrutta il potere di Iggy in maniera non convenzionale che si riesce ad avere la meglio su N’Dour, capace di colpire a grande distanza gli avversari grazie al suo sviluppatissimo udito; è sempre grazie a Jotaro che, senza l’uso del suo stand, si riesce a sconfiggere Daniel J. D’Arby; per non parlare di come Kakyoin e Polnareff hanno la meglio su J.Geil.
Nel 2014 è stato fatto un nuovo adattamento anime di Le Bizzarre Avventure di JoJo: Stardust Crusaders di 46 episodi, rendendolo più completo rispetto a quanto appena visto; tuttavia le due serie precedenti sono un’opera tutt’ora godibile e se ne consiglia la visione, specie per chi non sopporta le serie troppo lunghe.

Kenshin - Memorie del passato

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Kenshin - Memorie del passatoKenshin – Memorie del passato è una serie oav di quattro episodi che mostra il passato del personaggio creato dalla matita di Noboru Watsuki. Gli autori di questi episodi si distaccano dalle gag e dai toni scherzosi del manga e della prima serie anime, creando un’atmosfera malinconica e nostalgica. Tutto inizia con il piccolo Shinta, il vero nome del protagonista, in viaggio con una carovana assieme a tre sorelle che l’hanno adottato dopo la morte per malattia dei genitori contadini. Siamo alla fine del periodo Tokugawa, un tempo cruento caratterizzato dalla guerra civile che portò la fine dello shogunato. Assaliti dai briganti, tutti i membri della carovana vengono uccisi e le tre sorelle si sacrificano per salvare la vita di Shinta; un sacrificio che si sarebbe rivelato inutile se non fosse stato per l’arrivo di Hiko Seijiro, maestro della scuola Hiten Mitsurugi, che elimina tutti i banditi.
Il maestro, dopo aver salvato il bambino, se ne va per la sua strada, lasciandolo al suo destino; ma quando ripassa per la stessa strada dove ha combattuto, rimane sorpreso che il piccolo non solo ha seppellito le donne che si prendevano cura di lui, ma anche tutti i membri della carovana e i banditi. Colpito dalla determinazione del giovane, decide di prenderlo come suo allievo e d’insegnargli la tecnica di spada che conosce. Prima di fare ciò, decide di cambiargli nome, perché Shinta è un nome troppo tenero per un guerriero: da quel momento in avanti si chiamerà Kenshin.
Il bambino cresce e impara in fretta, ma presto si trova a scontrarsi con il suo maestro perché, mosso dall’idealismo della sua giovane età, vuole usare la spada per fare del bene. Ne scaturisce un dialogo (uno dei tanti) profondo, che mostra il disincanto di Seijiro.
“La tecnica Mitsurugi non va forse utilizzata per proteggere gli altri proprio in momenti come questi?”
“Stupido, non hai imparato niente. Cosa credi di ottenere andando a sfidare da solo il caos? Mirando a cambiare questo mondo in tempesta finiresti per affiliarti a qualche fazione, ma ciò significherebbe lasciarti sfruttare da un potere. E non è certo per questo che ti ho insegnato la tecnica Mitsurugi. Non badare a quello che accade all’esterno: impegnati negli allenamenti e basta.”
“Ma davanti ai miei occhi io vedo solo gente che soffre, tanta gente implorante dallo sguardo afflitto: come posso ignorarla?”
“Quella di Hiten Mitsurugi è una tecnica di combattimento senza pari, una nave nera calata sulla terraferma.”
“Appunto per questo è ora di usare la sua forza per difendere i deboli oppressi da quest’epoca di guerra, la scuola Mitzorughi esiste…”
“Quella di Mitsurugi è un’arte mortifera e omicida: puoi nasconderla con belle parole, ma è questa la verità. Salvi una persona e ne sventri un’altra, perché uno viva un altro viene ucciso. Questo è il principio dell’arte della spada. Quando ti ho salvato non ho forse sterminato a colpi di spada decine di banditi? Eppure anche loro erano persone; cercavano solo di vivere in questo mondo dissoluto. Fuori da questa montagna ti aspetta solo un infinito spargimento di sangue, dove ognuno dei contendenti crede di essere nel giusto, ma se ti lasci imprigionare da questa logica, la scuola di Mitsurugi farà di te soltanto un massacratore.”

Le parole di Seijiro, purtroppo, risulteranno profetiche.
Kenshin lascia la montagna, dove ha vissuto e si è addestrato con il suo maestro, e torna nel mondo, finendo per schierarsi dalla parte dei filo-imperialisti del Chosu guidati da Kogoro Katsura che si oppongono allo shogun di Edo; colpiti dalla sua tecnica di combattimento, i capi decidono di usare la sua spada per eliminare le guide degli avversari. La sua efficacia nel combattimento gli porta ad aver il nome di Battousai, un assassino che non solo non permette alle sue vittime di ferirlo, ma non lascia nemmeno il tempo di gridare.
Tuttavia, un giorno, mentre sta eliminando un bersaglio, incontra un giovane, Akira Kyosato, capace di ferirlo; Kyosato non è un valente combattente, fa da guardia del corpo perché non si sente all’altezza della ragazza che vuole sposare e vuole fare qualcosa di degno per meritarla, e proprio mentre sta morendo, sapendo di perdere quanto più vuole, mosso da grande odio manda a segno un colpo che ferisce Kenshin alla guancia. Una ferita che, secondo una credenza, non guarirà mai e continuerà a sanguinare per via della potenza del rancore di chi ha inflitto il colpo.
Il destino vuole che Kenshin incontri proprio la promessa sposa di Kyosato, Tomoe Yukishiro, durante un attacco nemico; svenuta perché ubriaca, Kenshin la porterà nella locanda dove alloggia. La situazione diventa sempre più violenta in città, al punto che i leader devono lasciarla; anche Kenshin si deve allontanare e viene accompagnato da Tomoe perché c’è una spia nell’organizzazione. Vengono fatti passare per una coppia di contadini che vivono in campagna e vendono i prodotti della terra. Kenshin in una quotidianità tranquilla lontano da sommosse, violenza e omicidi, scopre una vita migliore, a cui è disposto adattarsi assieme a Tomoe, di cui si è innamorato. Un giorno però la sua vita viene sconvolta: Tomoe se n’è andata. Ignaro di tutto, non sa che la ragazza era con i nemici per vendicare il promesso sposo e trovare il punto debole di Battousai, il samurai più temuto del Giappone. Anche lei però è ignara di essere stata usata: infatti è lei il punto debole di Kenshin, visto che la ama. Sicuri che la andrà a cercare, i ninja ingaggiati per eliminarlo gli tendono una trappola.
In una battaglia epica e senza esclusione di colpi, al limite delle sue forze, Kenshin arriva da Tomoe. Lo scontro per lui volge al peggio e pare non ci sia niente da fare per evitare la fine. Ma pure Tomoe si è innamorata di lui: tormentata dal senso di colpa di essere la causa della morte di Kyosato (è per lei che lui ha deciso di fare la guardia del corpo) e di aver tradito il suo ricordo innamorandosi del nemico, straziata dal vedere Kenshin star per soccombere, si getta in mezzo allo scontro facendo da scudo con il proprio corpo al giovane e impedendo che il ninja lo pugnali mortalmente. Kenshin, stremato dagli scontri, non si accorge che lei si è intromessa e oltre a trapassare il nemico, trafigge anche la povera Tomoe. Dilaniato dal dolore, tiene l’amata tra le braccia mentre sta morendo, con lei che in un ultimo gesto fa un taglio sulla cicatrice che già aveva sulla guancia, andando a formare la ferita a forma di croce che tanto lo ha reso famoso. Una ferita fatta con amore che va ad annullare l’altra fatta con odio, così che lui non debba più sanguinare per quanto fatto in passato.
Kenshin combatterà ancora per la fazione imperialista, fino al sorgere della nuova era, ma poi si ritirerà, divenendo un samurai vagabondo in cerca di espiazione per tutte le persone che ha ucciso, che lotterà ancora, ma senza uccidere (infatti sarà famoso per brandire una spada dalla lama invertita, col taglio sul dorso).
Kenshin – Memorie del passato è un’opera grandiosa, drammatica, poetica, calata perfettamente in un contesto storico reale (a questo va aggiunto che il protagonista è ispirato alle vicende di un samurai realmente esistito, Kawakami Gensai, assassino imperialista vissuto sotto lo shogunato Tokugawa). Disegnata magnificamente, accompagnata da una musica evocativa, guidata da una regia sapiente, con una caratterizzazione dei personaggi di alto livello, risulta essere una serie matura, toccante, che va a elaborare temi come la caduta delle illusioni e dell’idealismo, la presa di coscienza degli errori commessi, il trovare il senso della vita. Assolutamente da vedere.

Patlabor

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Quando si parla di serie animate sui robottoni, non si pensa subito a Patlabor, bensì a Daitarn 3, Gundam, Evangelion, cartoni dove gli scontri la fanno da padrone e i combattimenti sono al centro dell’attenzione. Non è così per Polizia Mobile Patlabor; naturalmente i robot hanno un ruolo di primo piano nella serie e l’azione non è certo assente, ma il fulcro della storia non è certo affrontare nemici sempre più forti, quanto il vedere come queste gigantesche macchine abbiano influenzato la vita quotidiana delle persone. Proprio questa scelta dà spessore a Patlabor: il vedere come lo sviluppo tecnologico di labor (i robot) ha influito sulla società, il loro utilizzo nei lavori di tutti i giorni quali il costruire edifici o spegnere incendi, la competizione tra le varie compagnie per realizzare Labor sempre più evoluti e conquistare le fette di mercato maggiori, diversificano la serie da altre che l’hanno preceduta e mostrano i robot come macchine di utilizzo quotidiano, senza essere simboli di resistenza o baluardi contro invasori.
PatlaborSe da una parte l’avvento dei labor ha portato innovazione e aiutato l’uomo in certi lavori, dall’altra ha anche creato disoccupazione e una maggiore pericolosità della malavita e di teroristi che ora hanno mezzi più potenti per portare avanti i loro piani; dinanzi a questi scenari, anche le forze di polizia si sono attrezzate ed è sul Secondo Plotone della Seconda Sezione della Veicoli Speciali di Tokyo che s’incentrano le vicende di Patlabor.
Dopo una prima serie oav di sette episodi dove viene mostrata la nascita della Seconda Sezione e viene data un’idea di quale sarà l’impronta della storia che alterna eventi comici ad altri più drammatici per vedere la risposta del pubblico, arriva quella televisiva molto più ampia (47 episodi) e strutturata. Rispetto alla precedente sono rimasti solo alcuni spunti e la storia riparte praticamente da zero, con la Seconda Sezione già istituita e la storia che inizia con l’arrivo di un nuovo membro, Noa Izumi, una ragazza vivace con una gran predilizione per i labor, al punto che chiama Alphonse il suo Ingram, come gli animali domestici che ha avuto. Noa va così a creare il gruppo che accompagnerà per tutte le puntate e farà squadra con Asuma Shinohara, operatore di controllo dell’Ingram che la ragazza guida, figlio del capo dell’importante industria di robot Shinohara e dotato di diversi talenti, e Hiromi Yamazaki, addetto al vettore dell’Ingram e persona mite nonostante l’aspetto imponente. A completare il gruppo c’è l’altro pilota di Ingram, Isao Ota, un patito di armi impulsivo e volto sempre all’attacco, il secondo addetto al vettore Mikiyasu Shinshi, e l’operatrice di controllo Kanuka Clancy, donna di grande capacità che verrà sostituita da Takeo Kumagami dopo i suoi sei mesi d’istanza a Tokyo (tornerà nella polizia di New York). A guidarli c’è il capitano Kiichi Goto, in apparenza apatico e svogliato, ma in realtà molto capace e grande stratega, mentre di supporto alla manutenzione dei mezzi c’è il team di meccanici guidati dall’esperto Seitaroh Sakaki.
Lentamente vengono mostrati i vari aspetti del carattere dei vari personaggi e viene approfondito l’intreccio del mondo d’affari che ruota attorno ai labor, in special modo nella realizzazione del Progetto Babylon e soprattutto con l’arrivo del Griffon, un misterioso e potente labor con tecnologia avanzata che mette in difficoltà non solo le forze di polizia ma anche quelle dell’esercito, il tutto sempre restando nell’ambito del quotidiano, fatto di persone comuni che affrontano piccoli e grandi problemi della vita. Una narrazione che non vede eroi o superuomini ma che mostra gente con pregi e difetti, con le sue piccole ossessioni ma anche piena d’impegno e dedizione per il lavoro che fa.
Al termine della serie televisiva è seguita un’altra serie oav di sedici puntate che va a concludere le vicende viste in precedenza col Grifon, oltre a mostrare la vita quotidiana del plotone quando non è impegnata.
Si ritiene da molti che il successo di Patlabor sia dovuto ai film realizzati dai due film realizzati da Mamoru Oshii (Ghost in the Shell, The Sky Crawlers), ma occorre dare una possibilità anche alle varie serie perché sono una visione godibile, intelligente e capace di far ridere, e perciò da non sottovalutare.

La Casa del Tempo Sospeso

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La Casa del Tempo Sospeso«In questo bellissimo romanzo c’è la magia. Non le pozioni allucinogene e i draghi volanti, ma la magia delle parole che spinge a rileggerlo subito dopo averlo finito…». E’ il commento di Ksenija Rozdestvenskaja presente sulla copertina di La Casa del Tempo Sospeso , il romanzo scritto da Mariam Petrosjan.
Sostanzialmente tendo a diffidare di simili frasi, ma terminata la lettura del libro, mi trovo d’accordo con quanto scritto. L’autrice riesce a suscitare con il suo stile un’atmosfera di sospensione della realtà (anche se di realtà parla) che trasporta all’interno della Casa, avvolgendo il lettore e coinvolgendolo nelle vicende dei ragazzi che vi abitano, facendolo immedesimare ogni volta nel punto di vista di chi sta parlando. La magia è presente, non è solo una parola per attirare lettori con la propensione per il fantastico, ma è qualcosa di sottile e sfuggente, un elemento invisibile di cui s’avverte impercettibilmente la presenza, che è sempre dietro l’angolo, ma non si riesce mai a cogliere fino a quando non è lei a decidere di rivelarsi. Una magia che appartiene alla Casa, la vera protagonista delle vicende del romanzo, dove i ragazzi che vi vivono sono il mezzo per mostrarla al lettore.
La Casa, il vero mondo per quei ragazzi non voluti dalle famiglie, tenuti lontano dai loro occhi perché un fastidio, perché diversi (come piace ai più dire “diversamente abili”) da quella che è considerata la normalità. Quella normalità così alienante che i ragazzi sono terrorizzati a tornarci, che vedono come un incubo, perché è questo per loro l’Esteriorità, il cosiddetto mondo degli adulti, della maturità.
Forse è come dice l’autrice: «I miei protagonisti hanno il mio stesso complesso, non vogliono staccarsi dalla loro infanzia. In fondo il libro parla di questo,; in buona parte, se non del tutto, la loro è la paura di crescere.». Ma c’è anche dell’altro: il rigetto di un mondo brutale dove per crescere si deve sacrificare una parte importante di sé: l’innocenza, la capacità di sognare, di sentirsi vicini ai propri simili. Un mondo fatto di chiusura ed egoismo, dove non c’è comprensione.
Perché nella Casa, anche se ci sono divisioni, lotte, scontri fra gruppi e divergenze di opinioni, ci si aiuta, ci si supporta l’un con l’altro, non si viene lasciati soli, non si è dimenticati; ragazzi che fungono da guida ad altri ragazzi (a dimostrazione di come troppo spesso i giovani sono abbandonati a se stessi), dove gli adulti hanno solo il ruolo di comparse e macchiette che si potrebbero definire comiche se non fossero desolatamente grottesche nel mostrare tutte le mancanze del crescere in una società dura e vuota, tutta la loro assenza di comprensione e conoscenza del mondo dei giovani che gli fa perdere per sempre la loro fiducia (l’unico capace di avvicinarsi a una parvenza di empatia con loro, arrivando a essere considerato quasi un dio, subisce il caro prezzo che comporta la rottura dell’idealizzazione). Un mondo imperfetto, questo è certo, come imperfetti lo sono i ragazzi protagonisti, anche duro e crudele, ma reale, non certo ammantato d’ipocrisia e illusione come lo è l’Esteriorità; un sistema con regole diverse da quelle conosciute, dove niente è casuale, nemmeno i nomi dati nella Casa ai ragazzi (un altro segno di distinzione e distacco dall’Esteriorità): ognuno di essi indica la parte più caratterizzante dei suoi abitanti. Con Sfinge ci si riferisce all’intensità dello sguardo, capace di andare nel profondo dell’animo, quasi di trafiggere; con Lupo al possedere una brama quasi predatoria, spietata, che ottiene quello che vuole senza curarsi degli altri e delle conseguenze; con Strega si indica una ragazza con un equilibrio, una comprensione del prossimo, un discernimento fuori dal comune che molti lo ritengono quasi magico. Questi sono alcuni esempi per capire l’importanza che hanno i nomi di persone e luoghi in questo libro.
Luoghi quelli della Casa, come il Bosco, il Sepolcreto, il Solaio, il Tetto, Il Crocicchio che vedono Lord, Fumatore, Sciacallo, Cieco, Rosso, Macedone e tanti altri intraprendere un viaggio dall’infanzia fino all’età adulta, facendogli scoprire l’amicizia, la fiducia, l’odio, il sesso, la morte; un percorso che proprio in momenti come la Notte delle Storie, la Notte Più Lunga vede rivelata l’essenza della Casa; momenti in cui ogni ragazzo si troverà a fare la propria scelta. Scelte su cui ogni persona s’è soffermata a rifletterci sopra almeno una volta nella vita.
Chi non ha immaginato, o desiderato, che il tempo si soffermasse in un certo momento della propria esistenza e che questo momento durasse per sempre, facendo rimanere immutate le cose.
Chi non ha sognato di partire alla scoperta del mondo, un viaggio dove tutto è solo avventura, dove non si hanno né legami né pensieri, non si deve niente a nessuno: un vivere il momento presente senza preoccuparsi del futuro, di quello che verrà, un cercare una strada senza sapere quale essa sia, ma che farà costruire qualcosa di nuovo.
Pensieri che difficilmente s’ammettono per timore d’essere tacciati d’immaturità o anche di vigliaccheria, ma si è davvero certi che se da giovani si avesse la possibilità di vedere se stessi adulti, si avrebbe un’immagine di sé piacente? La si accetterebbe o la si rigetterebbe con raccapriccio?
Troppo spesso quello che si era viene perduto, ci si allontana in una maniera che si diventa irriconoscibili, persino ai propri occhi. E quei legami che si ritenevano così forti, capaci di durare in eterno, non sono che vecchie foto che spesso non si vuol più vedere perché ricordano troppo ciò che si è lasciato andare.
In fondo, è così sbagliato non voler perdere una parte di sé che si ritiene importante, preziosa? Voler restare, o tornare, in quel posto che si chiama casa? Quel posto dove ci si sente accettati, dove si avverte un calore sempre presente, un calore che nessun tempo potrà raffreddare perché è senza tempo. Sottile, difficile da scovare, quasi inesistente se non per chi sa cercare; un po’ come la magia che scivola nelle pagine di La Casa del Tempo Sospeso: un soffio leggero che si può quasi afferrare, ma che è elusivo e non si fa mai scoprire del tutto per non perdere quel potere di cui è impregnato.

(questa recensione su La Casa del Tempo Sopseso era stata scritta e pubblicata anni fa per Fantasy Magazine, ma ho deciso di riproporla perché si tratta di un libro che merita di essere letto).

Somali e lo spirito della foresta

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Somali e lo spirito della foresta volume 1Somali e lo spirito della foresta è un manga di Yako Gureishi iniziato nel 2015 e attualmente in corso con sei volumi pubblicati (di cui cinque tradotti in italiano). Il genere è fantasy e la storia risulta abbastanza semplice: un golem, che è protettore di una foresta sacra, trova una piccola umana incatenata e la libera, prendendola sotto la sua ala protettrice. La fa vestire con un cappuccio con delle finte corna, per farla spacciare come cucciolo di minotauro, in modo che gli Altraforma (animali strani e parlanti) non riconoscano la sua vera natura. Il motivo è molto semplice: in passato umani e Altraforma vivevano in pace ma poi scoppiò un conflitto, pare scatenato dagli umani, che vide questi ultimi sconfitti. In seguito a ciò, gli umani vennero cacciati e braccati, il più delle volte per essere mangiati.
Il golem, ormai al termine dei suoi mille anni di esistenza, parte con lei in un lungo viaggio per riportarla dai membri della sua specie. Un viaggio difficile perché non solo dovrà proteggerla da insidie e nemici, ma perché dovrà farle anche da padre e dovrà imparare un ruolo di cui non sa nulla, trovandosi costretto a sviluppare un’individualità lui che, come i suoi simili, non possiede. Nel loro lungo peregrinare incontreranno (ci si riferisce ai quattro volumi letti per la recensione) un vecchio che vive nella foresta in compagnia solo di uccellini per non essere preso dagli Altraforma, un demone che fa il medico e l’assistente che si occupa di lui, un villaggio di streghSomali e lo spirito della foresta volume 2e bibliotecarie dove trovare indizi per trovare gli esseri umani, una simpatica famigliola di ristoratori, un essere umano che si accompagna a una piccola arpia, una tribù che vive in una foresta bruciata.
Somali e lo spirito della foresta è una storia di crescita, un percorso iniziatico che vedrà maturare non solo la piccola Somali ma anche il golem attraverso le conoscenze che fanno nel loro viaggio, le storie che apprendono dagli altri personaggi; storie raccontate con leggerezza ma permeate spesso di solitudine, sofferenza, perdita, paura. Un manga che affronta la paura del diverso, che spinge alla comprensione e alla conoscenza come unici mezzi per vincere i conflitti con chi non è della stessa specie; niente che non sia già stato visto. La narrazione è lenta ma piacevole, delicata, ma non si deve pensare che sia una storia per bambini, visti i temi trattati e la cruenza di certe scene mostrate; benché ben narrato, al manga manca quel qualcosa in più per fare presa sul lettore, per colpirlo e coinvolgerlo completamente.
Sotto l’aspetto visivo Somali e lo spirito della foresta è qualcosa di notevole: ogni tavola è curata e piena di dettagli ai massimi livelli, il tratto preciso e ricco, curato nei minimi dettagli (siamo ai livelli degli ultimi numeri di Berserk di Kentaro Miura), facendo della grafica il punto di forza del manga.

Le Cronache di Corum

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Le Cronache di CorumRhalina, novantaseienne e bella, era morta. Corum aveva pianto per lei. Erano passati sette anni e ne sentiva la mancanza. Iniziano così Le Cronache di Corum, trilogia scritta da Michael Moorcock che va a concludere la storia del principe e ultimo superstite del popolo dei Vadhagh. Dopo aver sconfitto gli Dei del Caos e liberato la Terra dall’influenza delle divinità, Corum ha trascorso anni felici con la sua amata, la cui morte l’ha fatto estraniare da tutto quello che lo circonda; solamente il ritorno del suo amico Jhary-a-Conel, il Compagno degli Eroi, riesce a riscuoterlo e a spingerlo a rispondere all’invocazione d’aiuto che sente giungere nei suoi sogni. Si ritroverà in un futuro molto lontano del suo mondo, dove poco rimane di ciò che ha conosciuto: i Mabden (gli esseri umani) non credevano quasi alla sua esistenza dalle leggende che narravano le sue imprese, ma il disperato bisogno d’aiuto li ha fatti ricorrere all’uso della magia per essere salvati dai Fhoi Myore, giganti provenienti dal Limbo, che stanno distruggendo loro e il mondo in cui vivono. Queste strane e abominevoli creature non agiscono consapevolmente, ma le loro azioni per ritornare da dove sono venuti o trovare la morte, hanno risvolti nefasti sugli uomini.
I sette giganti portano un inverno perenne ovunque vadano, facendo presagire il loro arrivo col giungere della nebbia, guidando le loro legioni di cani mostruosi ed esseri vegetali alla rovina dei pochi superstiti umani. Corum si erge a difensore dei Mabden, trovandosi a scontrarsi ancora con Gaynor il Dannato, indossante le armi del Caos, e a intraprendere una serie di ricerche eroiche che lo porteranno a trovare oggetti di grande potere capaci di aiutare il popolo oppresso nella lotta contro le creature del Limbo.
I primi due libri di Le Cronache di Corum, Il Toro e la Lancia, La quercia e l’Ariete, prendono nome dagli oggetti che Corum deve trovare; nel terzo, la Spada e lo Stallone, ciò che viene citato nel titolo serve a scoprire ciò che porterà alla vittoria finale. Un finale epico ma drammatico, dove si compirà quanto profetizzato da un Oracolo sul destino di Corum: “Temi l’Arpa. Temi la bellezza. E temi il fratello.”
Le Cronache di Corum è una trilogia che affonda le sue radici nella mitologia celtica e irlandese: il calderone che guarisce e fa rinascere, i Sidhi che sono una deformazione del celtico Seidh (elfi), i Fhoi Myore che richiamano i Fomori Celtici, il Dagda, la lancia di Assal che non manca mai il bersaglio e ritorna al suo possessore, sono solo alcuni elementi che Moorcock usa per creare la sua opera. Un’opera lineare, senza grandi colpi di scena (tranne nel finale dove si compie la profezia dell’oracolo) che vede Corum compiere grandi imprese e affrontare nemici e tradimenti assieme a Jhary, al nano Goffanon (che tanto nano non è) e Ilbrec; il testo di Moorcock è godibile, ma il suo stile risente del passaggio degli anni e manca del mordente di certi autori moderni. Tuttavia, è innegabile che si respira un’atmosfera epica in tutte le pagine, con i temi tanti cari all’autore che si riconoscono fin da subito: le energie superiori che giocano con i mortali, il Fato che è sempre amaro per chiunque e non c’è consolazione per nessuno, l’eroe che non trova pace nemmeno dopo tutti i sacrifici che ha fatto. Corum, incarnazione del Campione Eterno, figura tanto usata dallo scrittore britannico, si erge a difensore degli oppressi e riportatore dell’equilibrio, ma i suoi sforzi non sono ripagati, vittima com’è di un fato che appare nefasto fin da quando giunge in un tempo che non è più il suo. Forse non l’opera migliore di Moorcock, eppure va dato merito a questo autore con le sue idee di aver ispirato autori come Martin (i suoi Estranei ricordano i Fhoi Myore, esseri venuti da un altro mondo e che portano l’inverno), Erikson (non è difficile capire da chi prende Anomander Rake), e di aver dato un contributo importante al mondo del fantasy.