Strade Nascoste – Racconti

Strade Nascoste - Racconti

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Sixth of the Dusk

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Sixth of the DuskSixth of the Dusk è una novella scritta da Brandon Sanderson ambientata nel Cosmoverso ma non legata a nessuna della ambientazioni conosciute nei suoi romanzi. La magia non è presente con forza come accade in Mistborn o nelle Cronache della Folgoluce; niente di così potente da far compiere gesta mirabolanti. Ci sono delle persone, come i Cacciatori, che hanno delle particolari abilità, ma non sono innate, bensì vengono trasmesse da particolari specie di uccelli. Sixth, il protagonista della vicenda, ne ha due: Kokerlii offre una schermatura mentale a chi sta vicino, rendendolo invisibile alle altre creature, Sak avvisa del pericolo inviando delle visioni in cui mostra il modo in cui si può morire se si fa una certa azione.
Simili uccelli sono molto ricercati e solo i Cacciatori sanno dove trovarli e come addestrarli. Il loro è un segreto che custodiscono gelosamente, visto i grandi pericoli che corrono nel loro mestiere.
Il mondo descritto da Sanderson è un mondo fatto di isole, alcune civilizzate, altre ancora selvagge, dove la morte può avvenire a ogni passo a causa di animali, piante, insetti o il terreno stesso. Gli oceani non sono da meno, abitati da creature gigantesche chiamate ombre. Un mondo per certi versi arcaico, praticamente incontaminato, ma che sta per finire perché gli uomini per far andare avanti la loro società vogliono civilizzare ogni terra che conoscono. Ammaliati dai doni concessi da esseri giunti dal cielo su astronavi, non si sono resi conto che stanno venendo usati e che il loro progresso tecnologico ha un prezzo da pagare. Solo Sixth si rende conto del grande pericolo cui tutti loro stanno andando incontro, mettendo da parte la sua ritrosia a interagire con gli altri uomini, che vede come invasori di territori che ritiene riservati per pochi, e decidendo di metterli in guardia di quello cui stanno dando incontro grazie anche all’aiuto di Vathi, una studiosa giunta sull’isola di Patji assieme alla compagnia colonizzatrice.
Sixth of the Dusk è una storia avvincente, adrenalinica, dal ritmo serrato. Sanderson è bravo a far percepire il pericolo presente a ogni passo, le minacce cui i protagonisti sono costantemente sottoposti. Apprezzata la scelta di far superare gli ostacoli ai protagonisti grazie alla loro intelligenza ed esperienza, piuttosto che a poteri eccezionali. Lettura consigliata, con un finale aperto che può far presagire a possibili sviluppi futuri, anche se per ora non ci sono le avvisaglie di un continuo della storia.

Colline boscose

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Colline boscose

Letto di fiume

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Letto di fiume

Soldati

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Il Soldato Invasore saliva agile come un ragno sulle mura, spostandosi da un appiglio all’altro, rimanendo sempre nella parte in ombra della torre di guardia. Raggiunta la sua sommità, si sporse di un poco oltre i merli, cercando il soldato posto a sua difesa: era dalla parte opposta del punto in cui lui si trovava. Gli dava le spalle. Non pareva essersi accorto della sua presenza.
Il Soldato Invasore scavalcò i merli senza far rumore. Si concesse qualche istante per riprendersi dalla scalata. Non poteva fallire: doveva eliminare la guardia e conquistare la torre, l’unico punto dello stretto valico tra le montagne in cui si poteva passare. A quel punto, la via per la conquista della nazione nemica sarebbe stata libera.
Estrasse lentamente il pugnale dal fodero, attento a non emettere neppure il suono più sottile, poi prese ad avvicinarsi al soldato nemico con passo felpato, tenendo sotto controllo ogni suo movimento. Gli sarebbe bastato un colpo alla schiena: il nemico sarebbe morto prima di accorgersi di cosa stesse succedendo.
La distanza diminuiva e il Soldato di Guardia non si voltava: se ne stava sempre fermo, guardando fisso davanti a sé.
Il Soldato Invasore si fece più guardingo. Che si fosse accorto della sua presenza e stesse aspettando che si avvicinasse abbastanza per colpirlo? La spada del Soldato di Guardia era nel suo fodero ma questo poteva essere un inganno per fargli abbassare la guardia: poteva tenere in mano un pugnale, proprio come stava facendo lui.
Si tenne pronto a balzare in avanti e a colpire il più velocemente possibile. Sentì i muscoli del corpo tendersi come la corda di un arco. Fu allora che si accorse di una cosa che non riteneva possibile: il Soldato di Guardia era rilassato. La posizione della schiena, le membra: tutto nel nemico rivelava lo stato di calma in cui si trovava.
Il tramonto che colpisce il soldato invasoreNessun buon soldato commetteva un simile errore: essere sempre allerta era la prima regola che veniva insegnata. Non potevano aver messo un incompetente a ricoprire un ruolo così importante.
Il Soldato Invasore arrivò a poche spanne dal nemico, così vicino da vedere le cuciture della sua giubba di cuoio. Un solo gesto e tutto sarebbe finito. Eppure non riusciva ad agire. Perché l’altro non si muoveva?
Distolse gli occhi dalla schiena del Soldato di Guardia, posandoli sul suo capo: lo sguardo era rivolto verso l’alto. Cosa c’era da vedere da far dimenticare il suo dovere?
Levò gli occhi oltre le spalle del soldato nemico.
Il sole al tramonto infiammava le nubi d’intense sfumature dorate. Sospinte da una lieve brezza, si muovevano in una danza che le rendeva un attimo montagne gigantesche e quello successivo possenti draghi maestosi.
Senza rendersene conto, il Soldato Invasore si avvicinò ai merli, rapito dalle movenze delle nuvole e dal gioco di colori che si stava susseguendo nel cielo. Dall’oro si passava all’arancione, poi al rosso, al rosa, al viola. I ghiacciai delle montagne aumentavano la luce del tramonto, spargendo il suo riflesso su tutto il paesaggio come una soffice coperta. I boschi, già ammantati dei colori dell’autunno, parevano farsi più caldi e accoglienti.
Il Soldato Invasore trattenne il respiro dinanzi a quello spettacolo: non aveva mai visto i boschi in quel modo. Per lui finora erano stati solamente un rifugio o un modo per muoversi senza essere visto dai nemici e spiarli. Dinanzi a quella bellezza, si sentì invaso da un soffuso tepore; non gli sembrava possibile di essere sull’orlo di una guerra.
In quel momento si ricordò della sua missione e di dove si trovava. Si riscosse e si voltò verso il nemico: il Soldato di Guardia lo stava fissando. In mano teneva una forma di pane. Senza dire una parola gliela porse.
Il Soldato Invasore la osservò a lungo, come se fosse la prima volta che ne vedeva una. La afferrò con titubanza, usando il coltello per tagliarla in due, restituendo poi una metà alla guardia. Dopo un istante di esitazione rinfoderò l’arma e prese a mangiare. Il pane era fragrante e morbido. Per un attimo pensò di non aver mai mangiato nulla di più buono.
Il Soldato di Guardia gli passò la borraccia.
Il Soldato Invasore la stappò e annusò, poi la portò alla bocca e bevve una lunga sorsata prima di restituirla. Il vino in essa contenuto era avvolgente e intenso. Eppure non era un vino ricercato e pregiato, di questo era sicuro: a nessun soldato veniva dato il meglio, quello spettava solo ai ricchi e ai nobili.
Allora perché quello che aveva mangiato e bevuto pareva avere un sapore migliore del solito?
Il Soldato di Guardia prese a mangiare il suo pezzo di pane dopo aver bevuto dalla borraccia.
Senza scambiarsi una parola, i due consumarono il semplice pasto, continuando a guardare il cielo che si scuriva e cominciava ad ammantarsi dei colori della notte.
Quando ebbero finito, il Soldato Invasore se ne andò com’era venuto.

Il ceppo crepitò nel camino. Seduto con la schiena rivolta verso il fuoco, Bardo osservò compiaciuto l’espressione rapita dei bambini seduti davanti a lui. Mise la mano davanti alla bocca per nascondere il sorriso che stava nascendo sulle sue labbra: era curioso di vedere chi sarebbe stato il primo a parlare.
«E poi?» chiese un bambino dai capelli neri in prima fila.
«E poi cosa?» fece Bardo.
«Come continua la storia?» lo incalzò il bambino.
«La storia finisce qui» disse Bardo.
«Non è possibile» protestò una bambina con al collo una sciarpa rossa.
«Invece è così» rispose tranquillamente Bardo.
«Che ne è stato della guerra che doveva scoppiare tra i due paesi?» chiese un bimbo con il volto spruzzato di lentiggini.
«Non iniziò mai.»
«E perché?» domandò una bambina dalla pelle color ebano.
«Il Soldato di Guardia aveva detto a quelli della sua nazione: “Se vedrete un razzo luminoso nel cielo, significa che il nemico che ci sta attaccando è troppo forte e io, che sono il migliore di noi, non sono riuscito a respingerlo. Questo sarà il segnale che dovremo invaderli per primi per coglierli di sorpresa: sarà la nostra unica possibilità di vittoria, perché le nostre difese non sono all’altezza delle loro capacità.”
Il Soldato Invasore aveva detto a quelli del suo paese: “Sono il soldato più abile che avete: se non vedrete sventolare una bandiera rossa sulla torre, significa che ho fallito perché il nemico è troppo forte per noi. Iniziare una guerra contro la nazione avversaria sarebbe una follia, perché non avremo possibilità di vittoria.”
I due paesi attesero a lungo d’avere risposta dai loro campioni. I giorni divennero settimane, poi mesi e infine anni. Stanchi di aspettare, i due popoli abbandonarono ogni proposito bellico» spiegò con calma Bardo.
«E cosa è stato dei due soldati?» volle sapere una bambina che portava i capelli raccolti in una lunga treccia.
«Da quel che si sa, ogni sera si trovano in cima alla torre a guardare il tramonto, mangiando quietamente, senza mai scambiarsi parola» disse Bardo.
Il pubblico di piccoli si fece di nuovo silenzioso.
«Stai dicendo che la guerra è stata evitata grazie a un tramonto? Basta guardarne uno e tutti i conflitti finiranno? Questa è la morale del racconto?» fece perplesso il primo bambino che aveva parlato.
«Io non ho morali da dare: solo storie da raccontare» disse con calma Bardo.
L’espressione del bambino si fece più corrucciata. «Un tramonto è solo un tramonto» borbottò tra sé. «Non ha il potere di fermare le guerre.»
«Come ti ho già detto, non ho né morali né risposte da dare. Puoi provare però uno di questi giorni a osservarne uno: potresti trovare quello che stai cercando» suggerì Bardo ammiccando. «Allora, volete che vi racconti un’altra storia?» Sorrise vedendo i bambini esplodere in un coro di assensi.

Che cosa è diventata la rete

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La rete, rispetto a quando è nata, è divenuta un luogo (non reale naturalmente) dove è possibile trovare qualsiasi tipo d’informazione. Ma è anche un posto dove c’è molta disinformazione e approssimazione, dove la gente riversa le proprie insoddisfazioni, le proprie frustrazioni, scaricandole sugli altri, dove provoca per scatenare reazioni, volendo dimostrare di essere meglio degli altri, di essere superiore e avere ragione.
Tutto ciò ha reso la rete un luogo sgradevole, spesso insopportabile, dal quale è meglio starne alla larga o addirittura starne fuori. Perché anche se si rimane buoni e tranquilli, anche se si limita la propria presenza all’indispensabile, c’è sempre quello che va a rinvangare cose passate per provare ad attirare l’attenzione e scatenare purtroppo i famosi flame. Esistono delle persone che vogliono imporre il proprio pensiero e se uno non la pensa alla sua maniera, se esprime il proprio punto di vista, rimanendo fermo nelle propri convinzioni e non facendosi condizionare o sottomettere, gli danno addosso, continuando a rinvangare cose passate, estrapolandole dal loro contesto per tirare acqua al proprio mulino, spesso senza citare le fonti e chi ha scritto certe frasi, ma facendo ben capire a chi ci si riferisce; un comportamento non solo scorretto, ma anche codardo.
Questa è diventata la rete: un luogo dove la gente, nascondendosi dietro a un monitor e a una tastiera, scrive cose che nella realtà non direbbe e non farebbe. La rete è divenuta una valvola di sfogo dove si dà vita alla parte meno bella e apprezzabile dell’essere umano. Purtroppo tanti non riescono a capire che quando non si sa cosa scrivere, è meglio stare fermi; riproporre in continuazione cose del passato non solo dimostra povertà di idee e contenuti, ma anche di una limitatezza che dimostra ciò che si è: persone che vogliono essere presenti per dimostrare che loro valgono, sono di valore. Presenzialisti che non si rendono conto che il loro cosiddetto contributo sta solo impoverendo la rete e le persone con cui entrano in contatto.
Purtroppo questo modo di fare fin troppo diffuso (e non solo questo) ha raggiunto un livello tale che è diventato un problema cui le istituzioni stanno cercando di trovare un rimedio. Già ci è stata messa una mano, ma questo non è servito a risolvere il problema, solo a creare più difficoltà. La rete, un territorio prima libero (e se si vuole anche selvaggio), ora sta incorrendo in sempre più limitazioni e controlli; questo in parte è giusto, perché non si verifichino più come i tanti casi (come quello di facebook) dove i dati degli utenti erano usati, a loro insaputa, da diverse ditte. Ma è anche un pericolo, perché l’informazione è un grande potere e a seconda di chi lo usa può essere utile o distruttivo, oltre che un mezzo per ottenere grandi guadagni e influenzare i mercati e le masse. Governi, multinazionali sono consapevoli di questo, come sono consapevoli che è un mezzo per condizionare le popolazioni; in parte ci sono già riusciti, ma fortunatamente non ancora del tutto, perché hanno trovato chi si è opposto ai loro tentativi.
Le possibilità per mantenere la rete un mezzo dove si può condividere, confrontare e arricchirsi, ci sono ancora, ma finché ci saranno tante persone che utilizzano la rete in modo banale, stupido, meschino, per alimentare il proprio ego e dare sfogo alle proprie insoddisfazioni, le cose non miglioreranno di certo.

Mucchio d'ossa

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Mucchio d'ossaMucchio d’ossa è un romanzo del 1998 di Stephen King ed è anche una definizione che viene usata più volte all’interno del testo: alcune volte in senso letterale, altre in senso più metaforico. Tutta la storia è narrata in prima persona, usando il punto di vista del protagonista, lo scrittore Mike Nooman. La narrazione è fluida, il ritmo coinvolgente, senza presentare momenti di stanca come in Insomnia o La torre nera (il romanzo, non l’intera serie); un buon romanzo, senza però arrivare al livello di quel capolavoro che è It.
King sa intrattenere il lettore con un libro che si basa su elementi ben conosciuti dell’horror e della realtà: i fantasmi e il razzismo. Se si volesse semplificare, Mucchio d’ossa è una tipica storia di fantasmi, di case infestate, di spiriti che comunicano con i vivi e che sono in cerca di vendetta. Definire così tale romanzo sarebbe però riduttivo perché, come è ormai noto, nelle sue storie King narra le miserie e le difficoltà del vivere quotidiano, con le sue piccole grandi tragedie.
C’è Mike Nooman, che, dopo la morte improvvisa della moglie incinta, deve affrontare il lutto, la solitudine, la paura di stringere di nuovo rapporti con l’altro sesso e soprattutto il blocco dello scrittore; questa probabilmente è la parte meglio riuscita di Mucchio d’ossa, con King che riesce ben a trasmettere le difficoltà dello scrivere, dove è inevitabile che i problemi della vita vadano a influenzare il lavoro dello scrittore.
C’è Mattie Devore, giovane donna che deve lottare strenuamente contro il padre del defunto marito per mantenere la custodia della figlia, la piccola Kyra.
Il custode Bill, che tiene dietro Sara Laughs, la casa sul lago dove Mike passa l’estate e che vi ritorna dopo diversi anni la morte della moglie, lacerato dall’affetto per lo scrittore e un oscuro passato che si vuole mantenere segreto. Un passato che riguarda l’intera comunità, con azioni che risalgono indietro nel tempo e hanno a che fare con il razzismo e l’odio verso il diverso.
A qualcuno potrà sembrare che Max Devore, uno degli antagonisti della storia, sia stereotipato (il classico uomo d’affari che si è fatto da sé, che ritiene di poter ottenere tutto quello che vuole, a qualsiasi costo, anche quando i soldi non ci riescono), ma se ci si pensa di personaggi così nella vita quotidiana li si incontra sempre, purtroppo.
In Mucchio d’ossa non ci si aspetta il colpo di scena, perché già s’intuisce cosa si nasconde dietro tutto: quello che interessa è il come ci si arriva, come vengono mostrati i dettagli che alla fine vanno a formare l’intero quadro che King ha creato. In questo lo scrittore non delude, dando al lettore una buona e godevole lettura.

Nostalgia e futuro

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Stiamo vivendo in un periodo pieno di nostalgia (oltre che di tante altre cose, ma il tema di questa riflessione è volto a un punto particolare), basta guardare i diversi programmi televisivi incentrati su quanto avvenuto nel passato: si vanno a rispolverare vecchie glorie, a rievocare trasmissioni di trenta/quarant’anni fa. Quando questo succede, è perché il presente che si sta vivendo non piace e allora nella mente scatta il meccanismo che fa pensare che il passato fosse meglio, dimenticandosi che anche quel periodo ha avuto i suoi problemi, le sue difficoltà.
Forse il passato appare così bello perché le difficoltà di allora sono state superate e con il senno di poi non erano così grandi e spiacevoli, anche se quando le si viveva non la si pensava così.
Forse la mente ha un qualche meccanismo particolare che fa dimenticare certe cose, un modo per proteggersi da elementi che la farebbero soffrire, mandandola in crash.
Ma ci può anche essere un’altra opzione. L’essere umano ritiene di essere arrivato al culmine del suo sviluppo e si ritrova davanti a un vuoto nato dal non avere più scoperte da fare; per sconfiggere lo sconforto che prova, volge lo sguardo al passato, quando ancora aveva obiettivi e sogni che lo facevano andare avanti.
Di tale avviso è anche Igor Sibaldi e ne parla in Il mondo dei desideri.

Nostalgia e mancanza di futuro

Da qualche tempo l’Occidente è bloccato da un vuoto di futuro, come da una barriera invisibile ma molto solida.

Me ne sono accorto per la prima volta tre o quattro anni fa: durante una conferenza, tutt’a un tratto mi venne in mente di domandare al pubblico: «Ma, secondo voi, dopo i telefonini superaccessoriati, dopo internet, cosa ci sarà?»
«Cioè, in che senso?» borbottò qualcuno, che sentendo parlare di telefonini si sentì toccato sul vivo. In quel periodo si parlava molto di Steve Jobs come di una specie di profeta venerabile, le cui profezie erano appunto nuovi modelli di telefonini.
«Cioè» provai a spiegare «a un certo punto inventarono il telegrafo, e dopo un po’ arrivò il telefono. Poi il fax, e subito dopo i telefoni cellulari. Solo dieci anni prima, telefonare in auto sembrava una cosa da agenti segreti: e tutt’a un tratto potevi avere il telefono sempre in tasca. Poi arrivò il Web. E poi gli smartphone. A questo punto» dissi «dobbiamo aver capito come progredisce la tecnologia: si supera di continuo. Perciò, appena si ha un nuovo progresso viene spontaneo chiedersi cos’altro ci riserva il futuro. La nostra mente è portata ad anticipare sempre il futuro. Dunque voi cosa immaginate che ci si inventi, tra qualche anno? Immaginare si può, no?»
Questa era stata la mia domanda. Il mio intento era di analizzare i risultati a cui può portare l’immaginazione quando viene sollecitata all’improvviso. Ma non fu possibile: lì per lì la totalità di quel mio pubblico si trovò d’accordo nel dire che dopo gli smartphone non si sarebbe inventato più nulla, ma si sarebbero solo perfezionati i dispositivi già esistenti. Uno aggiunse: «A meno che l’essere umano non cambi completamente e sviluppi doti straordinarie».
«La telepatia!» esclamò un altro.
«Quella c’era già prima» segnalai io. «Ah, infatti. Allora niente».
«Insomma» domandai «secondo voi siamo già a punto più alto?»
E qui alcuni capirono, e assunsero un’espressione suggestiva: sorriso appena accennato e sguardo triste. La maggioranza invece disse: «Be’, sì. E con ciò?»
In seguito ho posto la stessa domanda in altre conferenze, e quelle risposte e quei sorrisi si sono ripetuti ovunque.
(1)

Al momento le cose stanno così: siamo in un periodo di stagnazione, ma, se l’umanità non si autodistruggerà, ci saranno altre scoperte da fare in campo tecnologico, anche se non è dato sapere precisamente quando. C’è però una scoperta, o meglio, una riscoperta, che andrebbe fatta subito: quella della dignità personale. Gli individui con i social, il lavoro, si sono troppo adattati a una società sempre meno umana e sempre più volta al denaro, all’apparire, all’inchinarsi ai grandi e al potere. Individui che si odiano, che si sentono superiori gli uni agli altri, dove tutti vogliono prevaricare. Per poter tornare a sognare il futuro occorre prima ritrovare la propria dignità individuale; se così non sarà non si andrà avanti, ma si tornerà indietro, a periodi dove la brutalità e le barbarie la facevano da padrone.

1. Il mondo dei desideri. Igor Sibaldi. Edizioni Tlon, pag. 13-14

Sui troppi libri in libreria

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Ecco un articolo (anche se di un po’ di tempo fa) che affronta l’elevato numero di libri pubblicati in Italia e mostra come funzionano le cose nell’ambito della distribuzione libraria. Un meccanismo che dà da pensare, ma che fa un po’ di chiarezza su certi aspetti dell’editoria.

La Biblioteca

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Il ragazzo pareva essersi calmato: ora si aggirava tra gli scaffali, lanciando ogni tanto occhiate fuori dalla vetrata, ma senza più l’apprensione di quando era entrato in biblioteca, quasi vi fosse stato catapultato.
“Un altro Bastiano Baldassarre Bucci” costatò Matteo prima di volgere lo sguardo ai quattro che si aggiravano oltre la recinzione del piccolo parco: non si erano ancora dati per vinti che il ragazzo uscisse. “Il mondo è pieno di Bastiani, come è pieno di oppressori e persecutori, di persone che si sentono in diritto di sopraffare gli altri.”
Fissò gli spostamenti dei quattro: stavano diventando impazienti. Presto si sarebbero stancati e sarebbero andati in cerca di un’altra preda su cui volgere le loro attenzioni. Scosse il capo. “ I soliti vigliacchi che se la fanno con chi non è capace di reagire, ma che si defilano appena uno mostra di avere un po’di carattere.”
Tornò a guardare il ragazzo. “Ma questo lui non l’ha ancora capito: per farlo, prima deve trovare fiducia in se stesso. Oppure incontrare qualcuno che gliela faccia scoprire.”
Si sistemò gli occhiali che gli erano scivolati un poco sul naso, cercando d’inquadrare il carattere del giovane.
“Introverso. Dotato d’intelligenza e curiosità.” Osservò i suoi occhi che guizzavano da una corsia all’altra, soffermandosi ogni tanto su un volume che aveva attirato la sua attenzione. “E anche una certa ansia.” Studiò le spalle irrigidite: sembrava pronto a scattare da un momento all’altro.
Prese a tamburellare con le dita della mano destra il piano della scrivania. “Sì, penso proprio che quel libro faccia al caso suo.”
Si diresse verso il ragazzo con calma, sfoggiando un sorriso quando si volse verso di lui. «Trovato qualcosa d’interessante?»
«Ehm…» fece il ragazzo impacciato.
Il sorriso di Matteo si allargò. «Ti capisco: c’è un’ampia scelta e non si sa cosa prendere. Meglio saggistica o narrativa? Filosofia o psicologia? Qualcosa di contemporaneo o del passato?»
«Ehm…» ripeté il ragazzo.
«Potrei sbagliarmi, ma per me sei uno da narrativa» Matteo fece un cenno d’assenso col capo. «Occorre però individuare il genere» si portò l’indice alla tempia guardando gli scaffali. Prese un grosso tomo e lo rimirò per qualche secondo. «It è un capolavoro, ma forse non è quello giusto da cui partire.»
Il ragazzo si schiarì la voce. «Non leggo molto.»
«È così per tutti all’inizio» Matteo rimise il volume a posto. «Ma una volta che si parte con il piede giusto, non ci si ferma più.» Avanzò di qualche passo, facendo scorrere l’indice sulle coste dei libri. «1984 te lo consiglio fra un paio d’anni… idem La casa del tempo sospesoNorwegian Wood per quando sarai all’università… eccolo qua» prese un libro con copertina rigida, sulla cui superficie color porpora c’erano due serpenti che si mordevano la coda; lo porse al ragazzo, che prese a sfogliarlo con titubanza, osservando i paragrafi scritti con inchiostro rosso e verde e le figure che c’erano all’inizio di ogni capitolo. Solo dopo aver scorso qualche decina di pagine, diede un occhio al titolo.
«La Storia Infinita» mormorò.
«Non potrebbe esserci inizio migliore» assicurò Matteo.
«Quanto tempo ho per riconsegnarlo?» domandò il ragazzo.
«Un mese, ma penso che sarai qui a cercarne un altro prima della scadenza.»
Il ragazzo fissò per qualche istante il libro e poi guardò fuori dalla vetrata: oltre la recinzione del parchetto i quattro non si scorgevano più.
«Beh… allora a presto» disse il ragazzo avviandosi verso l’uscita.
«A presto!» rispose con brio Matteo.
Lo tenne d’occhio mentre si allontanava sul marciapiede, ma per quel giorno era al sicuro: aveva visto i quattro allontanarsi in direzione opposta alla sua.
Passò l’ora successiva a spazzare il pavimento, spolverare scaffali e sistemare i libri che un gruppo di universitari aveva lasciato sui tavoli dopo averli consultati. Giunto l’orario di chiusura, spense il pc e le luci e si avviò verso la porta d’ingresso ma non uscì: la chiuse a chiave e tornò sui suoi passi. Accompagnato dalla luce del tramonto che colorava d’arancio le pareti bianche, scese le scale che portavano al seminterrato, raggiungendo la porta del ripostiglio. Girò la chiave al contrario e l’aprì. Davanti a lui, invece del solito spazio angusto per scope e stracci, larghe scale scendevano verso un massiccio portone di quercia che si aprì al suo avvicinarsi.
La bibliotecaAnche se la vedeva ogni giorno, rimaneva ammaliato dalla sua grandezza. Quella di sopra non era che una sua misera ombra, un barlume d’idea di quella che era la conoscenza nella sua totalità: davanti a lui migliaia di librerie scorrevano parallele fin dove i suoi occhi potevano vedere, ergendosi verso un soffitto fatto di stelle e galassie.
La Biblioteca non finiva mai di stupirlo: antica quanto l’uomo, eppure sempre nuova, in costante espansione.
Andò a sistemarsi nella sua postazione, dando una veloce occhiata ai titoli che doveva visionare quel giorno: giornali, diari di adolescenti, blog, romanzi e saggi pubblicati da case editrici, ma anche testi che sarebbero stati letti solo dai loro autori, tenuti nascosti nel cassetto della scrivania.
Sbuffò. Anche grazie al Tocco, il dono della Biblioteca che gli permetteva, sfiorandolo, di conoscere in un istante quanto contenuto in un testo, il lavoro di catalogazione sarebbe stato lungo.
Il portone si aprì, facendo entrare il collega belga e quello indiano, che lo salutarono mentre raggiungevano la loro postazione.
“Per fortuna devo occuparmi solo della sezione italiana: altrimenti ci sarebbe da impazzire.”
Aveva cominciato il lavoro partendo dai quotidiani, quando si bloccò di colpo. Non era che un misero trafiletto di poche righe in una delle ultime pagine della cronaca cittadina, ma apprendere della morte di quell’uomo fu un fulmine a ciel sereno che lo lasciò sconvolto. Il senso di colpa che lo accompagnava da quando l’aveva conosciuto, ma che in qualche modo era riuscito a tenere sotto controllo, esplose in tutta la sua forza.
“È colpa mia” continuò a ripetersi per tutta sera, non riuscendo più a portare avanti il suo lavoro.

Il sole non si era ancora alzato sui tetti delle case quando Matteo uscì dalla Biblioteca, diretto al cimitero. C’erano il silenzio tra le tombe e la rugiada che bagnava l’erba. Si fermò davanti a una lapide senza nessuna foto e abbellimenti, ma solo il nome e le date di nascita e di morte. Nessun fiore era posato davanti a essa.
L’ultima volta che aveva visto l’uomo, era seduto su una panchina di un parco dove di solito dormiva.
“Se non mi fossi intromesso, ora non sarebbe sottoterra, ma avrebbe una bella vita” pensò amaramente.
Gli tornò in mente il pezzo di una canzone che aveva registrato nella Biblioteca appena il suo autore l’aveva scritta.
e dopo un piccolo volo
camminare monca e rapida
avrete anche voi visto
camminare le aquile.
“Ci sono persone che sono fatte per la grandezza, nel bene e nel male, per volare alto e lontano. La normalità non fa per loro. Se provano a seguirla, li porta inevitabilmente a una vita d’infelicità e patimenti, quando non la rovina.”
L’uomo, che sarebbe stato uno scrittore di successo se lui non fosse intervenuto, aveva ascoltato quello che lui gli aveva rivelato sulla Biblioteca, sul Tocco e su che cosa sarebbe accaduto se avesse pubblicato il suo libro; non si era meravigliato della rivelazione avuta.
«Mi aspettavo che una cosa del genere potesse esistere» aveva mormorato l’uomo, senza dare spiegazioni di come avesse avuto questo sospetto.
Matteo aveva creduto che sarebbe stato difficile da convincere, che avrebbe dovuto usare su di lui il Tocco per mostrargli il futuro, invece l’uomo si era subito convinto a non intraprendere il percorso che lo avrebbe portato al successo.
«Ci sono altre strade da percorrere» gli aveva risposto.
“Già, ma non sono adatte a tutti” pensò Matteo.
L’uomo aveva continuato la vita di sempre. Una vita in un mondo che non ringrazia gli altruisti e gli eroi. Aveva perso il lavoro, come tanti, e si era arrabattato come poteva con piccoli lavoretti e qualche saltuario contratto di lavoro somministrato. Per lui che aveva superato i quaranta e si avvicinava ai cinquanta, trovare un lavoro stabile era qualcosa di veramente difficile, se non impossibile: le ditte volevano solo giovani per pagare meno tasse e avere più sgravi fiscali. Per gente come lui non c’era più spazio nel mondo del lavoro. E se non si era utili e produttivi, se non si avevano soldi, si veniva abbandonati da parenti e amici. L’uomo era stato dimenticato quasi da tutti, a parte lui che lo andava a trovare e gli portava qualcosa per cercare di placare il senso di colpa che non gli dava pace; veniva disprezzato e deriso, considerato un fallito, un perdente. Eppure viveva serenamente, sempre con il sorriso sulle labbra.
“Come faceva ad affrontare la vita in questo modo? A non essere arrabbiato con una società che gli aveva solo dato calci in faccia?”
«In fondo, so che il mio sogno avrebbe avuto un successo. Come so che anche se distruggerò l’opera che ho scritto, non andrà perduta, ma sarà custodita nella Biblioteca per quando l’umanità sarà pronta per leggerla» gli diceva l’uomo tutte le volte che toccavano l’argomento. «Questo mi basta.»
Matteo sapeva di aver fatto la scelta giusta nel parlargli. Anche l’uomo era stato d’accordo con lui. E allora perché il senso di colpa non lo lasciava?
Forse perché in fondo sapeva che sarebbe andata a finire in quel modo, anche se il Tocco non glielo aveva mostrato: solo in casi eccezionali faceva qualcosa del genere.
“Perché proprio a me doveva toccare questo peso?”
Eppure, all’inizio la decisione gli era sembrata semplice. Solo dopo si era reso conto che di semplice non c’era nulla.
«È colpa mia se hai fatto questa fine» sussurrò alla lapide.
«Tranquillo, va tutto bene» lo rassicurò l’uomo. «Non ho nessun ripensamento.»
«Potevi fare una vita stupenda. Avere ricchezza, fama. Ogni tuo desiderio sarebbe stato esaudito. Saresti stato felice fino alla fine dei tuoi giorni» obiettò Matteo.
«Ma avrei vissuto con la consapevolezza di cosa sarei stato responsabile: non avrei potuto mai essere felice con una simile ombra nella mia mente.»
«Il tuo sogno…»
«Alle volte occorre rinunciare ai propri sogni per qualcosa di più importante. Mi è sufficiente sapere che quanto ho scritto sarebbe stato letto da tante persone. Peccato che i tempi non siano ancora maturi. L’umanità non ha ancora la consapevolezza necessaria perché gli sia rivelata la sua vera natura. La verità ha questa capacità: o ti fortifica o ti spezza. Gli uomini non sono ancora pronti per essere forti.»

Il Tocco, quando aveva preso in mano il libro scritto dall’uomo, gli aveva rivelato proprio quello e a causa di quell’opera, l’umanità avrebbe portato, nel giro di un paio di generazioni, alla fine di ogni forma di vita del pianeta. Doveva agire, lo sapeva, ma il suo compito di Custode era semplicemente osservare e registrare, preservare la consapevolezza che nasceva da quanto veniva scritto, nient’altro; questo gli creava dei contrasti interiori. Non sapendo che cosa fare, aveva deciso di confrontarsi con il collega tedesco.
«Non ti è mai venuto il dubbio, quando hai letto il Mein Kampf, che sarebbe stato meglio fermare Hitler prima che desse il via a tutto quell’orrore? Il Tocco ti ha mostrato dove le idee scritte in quel libro avrebbero portato.»
«Mi stai facendo la domanda che milioni di persone si sono poste, ovvero se Hitler andava ucciso prima che salisse al potere.»
«Sì. Con la differenza che noi Custodi possediamo dei mezzi che ci permettono di sapere con certezza l’avverarsi di certi eventi.»
Il collega scosse il capo. «La lunga vita che ci conferisce il Tocco e la conoscenza che la Biblioteca ci mette a disposizione, non ci conferiscono una saggezza divina, capace di prevedere tutto. Uccidendo Hitler le cose potevano andare anche peggio. Il Tocco ci elargisce un certo tipo di potere, ma come ogni potere è limitato: non ci mostra tutto.» Si sistemò la cravatta. «Senza contare che, alle volte, gli uomini devono assistere all’orrore per divenire più consapevoli»
«Ed è servito?»
«Questo non ci è dato ancora saperlo. Ma ricorda: è nella natura dell’uomo autodistruggersi. Per quanto tenti di salvarlo, prima o poi l’inevitabile accadrà.»

La voce del collega era stata ferma, ma nei suoi occhi aveva visto la pena che stava vivendo per quella scelta. Gli era servito per decidersi: non avrebbe fatto quella fine, non avrebbe portato il fardello di miliardi di vite sulle sue spalle.
Eppure eccolo lì, schiacciato dal peso che aveva voluto evitare. Aveva salvato il pianeta, ma questo non lo consolava. E come poteva, vedendo come l’umanità s’imbarbariva ogni giorno che passava, diventando sempre più brutale e distruttiva? La vita di un uomo era stata rovinata perché tutti gli altri vivessero; un uomo che avrebbe meritato molto di più di quei tanti che stavano rovinando il pianeta. Nessuno avrebbe saputo che il mondo continuava a esistere grazie alla sua scelta. Nessuno lo avrebbe ricordato o ringraziato. Anzi, era stato ripagato con miseria, ammazzato di botte da balordi istigati da politici estremisti che avevano lanciato una campagna d’odio contro immigrati e senzatetto.
“Visto come vanno le cose, sarebbe stato meglio che le avessi lasciate andare come dovevano andare senza che mi intromettessi” pensò amaramente. Ma a quel punto ci avrebbero rimesso anche gli animali e non era giusto che pagassero per le colpe degli uomini, anche se, in parte, questo stava già avvenendo. “Che senso ha tutto il lavoro che facciamo nella Biblioteca, se questi devono essere i frutti che raccogliamo? Se non c’è mai nessun cambiamento?”

Matteo vide il ragazzo avvicinarsi camminando normalmente lungo il viale, non come la prima volta, un po’ correndo e un po’ muovendosi di soppiatto dietro gli alberi. C’erano anche i quattro da cui allora era scappato, che lo guardavano dal lato opposto della strada; parlottarono un po’ tra loro, ma poi si allontanarono quando il ragazzo si fermò e si voltò a fissarli senza mai abbassare lo sguardo.
Erano trascorse due settimane da quando l’aveva incontrato la prima volta, le stesse della morte dell’uomo che non aveva voluto coronare il sogno di scrittore per salvare il mondo. Non aveva più pensato a lui. A dire la verità, non aveva più pensato a nulla salvo il suo senso di colpa; era andato avanti per inerzia, facendo le cose meccanicamente. Anche il lavoro che faceva alla Biblioteca, ritenuto fino a quel giorno così importante e affascinante, aveva perso sapore.
Il suo essere Custode del patrimonio delle conoscenze raggiunte nei secoli, gli pareva qualcosa di vuoto. Conservare la saggezza umana, ma anche le sue insensatezze, gli appariva così inutile.
Ma vedendo il ragazzo entrare nella biblioteca con passo sicuro, e non titubante come la prima volta, sentì il guscio in cui si era rinchiuso cominciare a incrinarsi e fargli rivedere il mondo attorno a lui. Lo osservò mentre si avvicinava alla sua scrivania: nei suoi occhi c’era una luce diversa.
«Mi ha detto che It non era il libro da cui partire» disse restituendo il libro prestato. «Così ho fatto. Ma ora sono partito e adesso sono curioso di leggerlo. Ho l’impressione che abbia molte cose da insegnarmi» aggiunse sorridendo.
Matteo si alzò in piedi. «Una giusta impressione» disse mentre si avviava a prendere il libro richiesto.
Com’era giusta la sua impressione che qualcosa era cambiato nel giovane, anche se ne era sorpreso. “Certo, ha ancora tanta strada da percorrere” pensò mentre si muoveva tra gli scaffali. “Eppure, anche se sapevo che il libro poteva aiutarlo, non mi aspettavo, anche se piccolo, che ci fosse già un cambiamento. Mi domando come….”
In quel momento Matteo trovò la risposta che aveva cercato in quelle due settimane, così semplice da essere stata dimenticata: i cambiamenti che avvenivano per piccoli passi erano quelli più duraturi e che portavano più lontano. La verità doveva venir scoperta per gradi perché potesse essere compresa appieno. Ecco l’insegnamento della consapevolezza custodito dalla Biblioteca e che lei dava a chi sapeva cercare.
Rimirò il grosso volume che stava tenendo tra le mani.
“Non è poi così scontato che sia della natura umana l’autodistruggersi. E forse un giorno l’umanità riuscirà a essere migliore di quello che era e che è, pronta a conoscere tutta la memoria custodita nella Biblioteca. Quel giorno però è ancora lontano.” Sospirò. Ma mentre tornava dal ragazzo, riprese a sorridere. “Per il momento, accontentiamoci dei piccoli passi, sognando che ci avvicinino a un futuro migliore.”