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Maze Runner - Il labirinto

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Maze Runner - Il labirintoIn Maze Runner – Il labirinto, di James Dashner, siamo in un vicino futuro di cui si sa poco o nulla, proprio come succede al protagonista della storia, Thomas, che si risveglia in un ascensore che sta salendo e si ritrova in una radura assieme ad altri suoi coetanei; a parte il suo nome, non ricorda nulla del suo passato. Spaesato, cerca di inserirsi nel gruppo e di trovare il suo posto, perché ognuno dei ragazzi deve avere un compito per guadagnarsi il cibo: c’è chi coltiva la terra, chi macella gli animali, chi cucina. E poi ci sono i velocisti, che ogni mattina entrano nelle grandi porte delle mura che circondano la radura per trovare una via di uscita al labirinto al di là di esse. Thomas è subito affascinato da questo compito, ma gli viene precluso sia perché nuovo, sia perché c’è qualcuno tra i ragazzi che si ricorda di lui e non si fida.
Le cose però cambiano quando, con ormai le porte che si stanno chiudendo per la sera, accorre in aiuto di Minho a Alby che non riescono a uscire in tempo dal labirinto. Da tutti viene considerato un suicidio, perché nessuno è mai riuscito a sopravvivere una notte nel labirintom eppure Thomas riesce, assieme agli altri due, non solo a sopravvivere, ma a sconfiggere i Dolenti, le spaventose creature che vivono nel labirinto e la cui puntura è tanto temuta.
Questa però non è l’unica stranezza avvenuta nella radura con l’arrivo di Thomas: dall’ascensore giunge una ragazza (l’unica mai arrivata) e sarà l’ultima che salirà dal luogo da dove tutti sono venuti. Teresa dimostrerà di avere dei poteri telepatici che usa per comunicare con Thomas e insieme i due cercheranno di fare luce sul perché sono lì e su chi sono i Creatori. Una memoria alla volta scopriranno che tutti loro sono frutto di un esperimento: si stanno avvicinando alla verità, ma devono fare in fretta perché le porte del labirinto rimangono sempre aperte e i Dolenti si riversano nella radura per ucciderli uno alla volta.
Maze Runner – Il labirinto ha un’idea interessante, ma ha uno sviluppo che manca di pathos (quel pathos che invece è riuscito abbastanza bene nell’omonimo film) e uno stile non dei migliori che non fa immergere veramente nella storia, complice anche una scelta di termini che stridono con l’atmosfera (d’accordo che è un romanzo per young adult, ma usare termini come fagio, splof, novellino e cose varie fa storcere un po’ il naso). Una lettura d’intrattenimento, scorrevole, ma Maze Runner – Il labirinto non è il meglio che si può trovare della narrativa per young adult o post-apocalittica.

Fare qualunque cosa

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La regina degli elfi di Shannara«Lascia che ti dica qualcosa che non hai ancora imparato, qualcosa che s’impara solo dopo avere vissuto un po’. Quando si diventa vecchi, ci si accorge che la vita comincia a consumarci. Non importa chi sei o cosa fai, succede. L’esperienza, il tempo, gli avvenimenti – tutto cospira contro di te per sottrarti le tue energie, per erodere la tua fiducia, per farti mettere in discussione cose alle quali non avresti pensato due volte quando eri giovane. Succede gradualmente, una sbavatura di cui all’inizio non ti accorgi neppure, e poi un bel giorno è fatta. Ti svegli e ti accorgi che non hai più l’entusiasmo di una volta.»
Fece un vago sorriso. «A quel punto hai davanti a te due scelte. Puoi arrenderti a quello che provi, e metterti l’animo in pace, oppure puoi lottare. Puoi accettare di essere costretto ogni giorno a far buon viso a cattiva sorte, a ripeterti che non ti importa quello che provi, che non ti importa quello che ti può accadere perché prima o poi comunque deve accadere, che farai ciò che devi perché altrimenti sei sconfitto e la vita non ha più alcun senso davvero. Quando riesci a fare così, piccola Wren, quando riesci ad accettare il senso di stanchezza e di incertezza, allora puoi fare qualunque cosa.

La regina degli elfi di Shannara. Terry Brooks. Edizione CDE 1992, pag. 210

La Canzone di Shannara

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La canzone di ShannaraLa Canzone di Shannara conclude la prima trilogia scritta da Terry Brooks. Realizzata nel 1985, in realtà dovrebbe essere stato il secondo romanzo scritto dall’autore statunitense e avere il titolo Il canto di Lorelei, con protagonisti una giovane donna capace d’intessere magie con il canto e Rone Leah, suo protettore; l’opera, come scrive Terry in A volte la magia funziona (1), fu considerata dal suo editore Lester Del Rey una schifezza e Brooks la lasciò perdere per realizzare Le pietre magiche di Shannara. Di quel lavoro, da cui imparò molto per le note lasciategli da Lester, Brooks usò alcuni personaggi e idee per dare vita a quello che è tutt’oggi La canzone di Shannara, che vede come protagonisti Brin e Jair Ohmsford, figli di Will Ohmsford (uno degli eroi di Le pietre magiche di Shannara) ed Eretria.
I lettori più navigati del fantasy potrebbero storcere il naso leggendo l’inizio: ancora una volta Allanon giunge dagli Ohmsford asserendo che Brin è l’unica che può aiutarlo nella lotta contro le Mortombre per distruggere l’Illdatch, il libro della magia nera che è stato la fonte delle forze oscure dall’alba dei tempi. Di nuovo si ripete un copione talmente usato da essere un cliché: un giovane dotato di un grande potere, l’unico che può salvare la situazione. Brooks tuttavia è bravo nel giocare le sue carte: la magia è un grande potere e può corrompere anche gli animi più puri e buoni, trasformando eroi in esseri distruttori.
Brin parte con Allanon per seguirlo nella sua missione e adempiere al suo compito, ma il Druido non ha previsto tutto e il suo agire è volto al fallimento se non ci sarà un aiuto, come dice il Re del Fiume Argento, apparso a Jair dopo che è stato lasciato indietro e liberato dagli gnomi dal prodigo intervento di Garet Jax, il Maestro d’Armi; è a questo punto che il romanzo decolla e acquista spessore. Da una parte c’è il viaggio di Brin assieme ad Allanon e a Rone Leah, prima al Perno dell’Ade e a Paranor poi a Garymark, la fortezza delle Mortombre. Dall’altra quello di Jair che deve raggiungere la sorella prima che entri nel Maelmord, dove è custodito il pericoloso libro, e usare le magie che gli ha concesso il Re del Fiume Argento per salvarla; un compito all’apparenza impossibile per lui che ha il potere con la Canzone di creare solo illusioni, a differenza della sorella che con essa può praticamente fare di tutto. Ma non sarà solo nell’impresa e verrà accompagnato da un gruppo variegato unito come una sola persona: Garet Jax, il suo protettore; Slanter, uno gnomo battitore riluttante a seguirlo ma che gli si è affezionato; il nano Elb Foraker; il principe elfo Edain, figlio del re Ander Elessedil; Helt, un coriaceo uomo della Frontiera.
Un gruppo che rappresenta un’unione di razze che lottano contro il dilagare di un male che sta lentamente uccidendo la terra (e di conseguenza poi anche i popoli che la abitano) e che è la parte più epica del romanzo, con grandi atti di eroismo e combattimenti al limite dell’impossibile, su tutti lo scontro con il gigantesco Kraken, evocato dalle Mortombre per far cadere Capall, con un Garet Jax che sembra capace di affrontare e superare qualsiasi avversario gli si pari davanti.
La parte di Brin è invece più oscura, non solo per i dubbi della ragazza e per ritrovarsi sempre più sola nella lotta contro il male, ma anche per un Allanon che vede il suo tempo giungere al termine e non poter essere partecipe nella distruzione del male per cui suo padre Bremen si è tanto prodigato. Allanon, protettore delle razze, che vede un’epoca di cui è stato protagonista finire, iniziata con la scomparsa dalle Quattro Terre di Paranor e che dovrà finire con la distruzione dell’Illdatch.
La canzone di Shannara getta i semi per il ciclo successivo, Gli Eredi di Shannara, con un Allanon divenuto spirito a guidare i discendenti di Brin e Jair nella lotta contro gli Ombrati e un Cogline, druido mancato, che ritorna come suo portavoce rinsavito e non più come vecchietto fuori di testa che litiga sempre con il gatto di palude Baffo e deve essere accudito dalla nipote adottiva Kimber Boh. Un ottimo romanzo, avvincente, con una caratterizzazione dei personaggi davvero ben riuscita e anche qualche spunto di riflessione sugli effetti del potere e di come corrompe gli animi e rovina la terra.

1. A volte la magia funziona, Terry Brooks. Mondadori 2003, pag.41

Le pietre magiche di Shannara

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Le pietre magiche di ShannaraLe pietre magiche di Shannara è il miglior volume della serie di Shannara realizzato da Terry Brooks. Secondo romanzo realizzato dallo scrittore americano nel 1982, presenta una decisa maturazione sia a livello stilistico che di trama che di caratterizzazione dei personaggi rispetto alla sua opera d’esordio, La spada di Shannara, che praticamente è una brutta copia di Il Signore degli Anelli. La storia non presenta nulla di trascendentale a livello di originalità: le Quattro Terre sono in pericolo, minacciate dall’invasione delle legioni dei Demoni che stanno per tornare ora che il Divieto sta venendo meno con la morte sempre più vicina dell’Etera, l’albero millenario custodito con tanta cura dagli elfi. Allanon, l’unico druido rimasto, accorre in aiuto dei popoli, portando la sua conoscenza e la sua magia, oltre ai suoi segreti; ma perché la salvezza possa avvenire occorre l’aiuto di Wil Ohmsford nella ricerca del Fuoco di Sangue in cui Amberle, l’ultima degli Eletti, dovrà immergere il seme datole dall’Eterea per farla rinascere.
La trama non sembra nulla di eccezionale, anzi, pare qualcosa di già visto, che non aggiunge nulla di nuovo al genere fantasy, andando ad annoverarsi tra le tante storie che vedono il giovane eroe avventurarsi in un pericoloso viaggio per salvare il mondo. Ma qui entra in gioco la bravura di Brooks, capace di creare un racconto avvincente, in grado di tenere incollati alle pagine, il tutto grazie a una caratterizzazione dei personaggi davvero ben riuscita.
Wil Ohmsford non è il tipico eroe senza paura e dai grandi poteri, ma un giovane che cerca di fare la cosa giusta, di vincere le sue paure di non riuscire a proteggere chi gli è stato affidato, avendo a che fare con un potere come quello delle pietre magiche che non sempre risponde alla sua volontà a causa del suo sangue solo in parte elfo; se a questo si aggiunge che ha a che fare con il Mietore, uno degli antagonisti più coriacei creati da Brooks, si riesce a capire la fragilità e la grandezza di un personaggio che il lettore sente vicino.
Allanon non è più la copia di Gandalf vista in La spada di Shannara, ma un individuo reso più profondo e cupo, pieno di misteri, costretto a portare da solo il peso di decisioni non facili e a vivere con il sospetto che gli altri provano nei suoi riguardi per quello che non dice; una figura solitaria, tormentata dal senso di responsabilità e dal non poter condividere con nessuno il fardello che deve portare, una sorta di cavaliere oscuro (la sua figura ricorda il Batman mostrato sul grande schermo dal regista Nolan) che fa quello che deve anche a costo d’essere incompreso e odiato, anche a costo di perdere la fiducia degli altri.
Ander Elessedil, uno dei figli di re Eventine, che si ritrova a succedere al padre ferito nella lotta contro i Demoni e a essere quella guida che sarebbe dovuta spettare al fratello Arion, l’erede designato e il preferito dal genitore.
Stee Jans, l’Uomo di Ferro, il comandante del Libero Battaglione della Frontiera mandato da Tirsys in supporto alla lotta contro l’invasione demoniaca. Un uomo le cui imprese lo hanno avvolto di una reputazione che lo riteneva capace di sopravvivere a qualsiasi battaglia, un essere invincibile che la morte non riusciva mai ad abbattere. Una figura granitica, capace con la sua sola presenza d’infondere coraggio in chi gli sta accanto, anche nei momenti più drastici.
Amberle, la giovane Eletta che rifugge la propria responsabilità ma che arriverà ad accettare la sua natura e il legame che ha con l’Eterea per salvare il proprio popolo e la terra, affrontando quanto necessario con il ritrovamento del Fuoco di Sangue.
L’affascinante e seducente Eretria.
Le streghe sorelle Mallerroh e Morag, esseri del mondo di fiaba dotati di grande bellezza fisica, ma con uno spirito così arido da far credere d’esserne prive, visto come trattano le creature viventi che hanno la sfortuna di vivere o entrare nella Fossa, il territorio della Malaterra che gli appartiene.
Il Dagda Mor, il più potente dei demoni, detentore del Bastone del Comando, l’incarnazione del male. Il Camaleonte maestro d’inganno e mascheramento, capace di assumere le sembianze di chiunque voglia. Il Mietitore, l’incarnazione dell’assassinio, una macchina inarrestabile che vive solo per portare morte.

Terry dà il meglio di sé con Le pietre magiche di Shannara, costruendo un intreccio dal forte sentore epico. Elfi, nani, troll, Uomini della Frontiera, Cavalieri Alati si ritrovano a compiere gesta eroiche in una guerra di pura sopravvivenza per sé e per il pianeta. Gli scontri sui passi del Confine, le battaglie disperate per tenere le sette rampe dell’Elfitch, baluardo difensivo di Arborlon, la capitale degli elfi, dove né la forza dei troll, né l’ingegno dei nani o il coraggio del Libero Battaglione (una sorta di Legione Straniera, un esercito che dà un’opportunità a chiunque di ricominciare a prescindere dal passato avuto) possono dare la vittoria sulle schiere dei Demoni, sono esempio della grandezza che raggiunge questo libro, dove è la resistenza delle forze delle Razze a dare una speranza di salvezza al mondo, rallentando la marea oscura e permettendo a Wil e Amberle di portare a compimento la missione salvifica.
Una missione che mostrerà come ogni potere richiede qualcosa da sacrificare, un prezzo da pagare.
La rilettura di Le pietre magiche di Shannara non è stata soltanto piacevole, ma ha mostrato come Brooks sia stato coerente con il suo mondo e i libri successivi che ha scritto, in special modo con I figli di Armageddon, romanzo che ho molto apprezzato (la parte relativa al Cavaliere del Verbo e al gruppo dei bambini) e molto criticato per via del saltar fuori improvviso nel nostro mondo degli elfi, che sono sempre esistiti ma non si sono mai fatti vedere: Brooks aveva già spiegato questa realtà in Le pietre magiche di Shannara e pertanto non ha fatto altro che portare avanti quanto scritto in passato. Rimango dell’idea che tale scelta rovina quanto creato nella prima parte di I figli di Armageddon, risultante stridente con l’atmosfera instillata nel lettore, tuttavia mi fa apprezzare Brooks come professionista che rimane fedele con quanto realizzato.

L'occhio del male

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L’occhio del male è un’opera di Stephen King scritto con lo pseudonimo Richard Bachman e non è una delle sue opere migliori. Il problema del romanzo è che viene svelata fin da subito la vicenda che scatena l’orrore toL'occhio del malegliendo mistero e suspense alla storia. Billy Halleck, mentre guida l’auto, distratto dalla moglie che gli fa un servizietto, investe una zingara, ma al processo la passa liscia. Al padre della morta però la cosa non va tanto bene e lancia una maledizione su di lui e su quelli che l’hanno aiutato a evitare una condanna; Halleck comincia a dimagrire a vista d’occhio e né le grandi quantità di cibo che ingoia, né le cure mediche che riceve lo aiutano. Disperato, dopo aver provato a far rimuovere la maledizione con le buone, ricorre all’aiuto di un malavitoso per venire fuori da una situazione che lo porterà a morte certa.
L’occhio del male si riscatta nel finale, ma per il resto è una lettura che procede lineare, senza colpi di scena e scossoni. Il tema dei rapporti familiari che si logorano e che non sono sempre quello che sembrano, con l’amore che diventa disprezzo e poi odio, il soprannaturale che porta orrore sono temi già visti e su questo non c’è niente di male, ma King ha abituato a scritti di altri livelli per accontentarsi di storie come queste. Pure la caratterizzazione dei personaggi, spesso punto di forza dell’autore, lascia piuttosto indifferenti, non facendo provare empatia per nessuno di quelli che s’incontrano nell’avanzare delle pagine.
In definitiva L’occhio del male è un libro che si può anche non leggere: c’è di peggio, ma c’è pure di meglio. Se si vuole provare qualcosa di spessore di King, tanto per citare alcuni titoli di suoi romanzi, si punti su Il miglio Verde, Pet Semetary o It.

Il corpo sa tutto

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Il corpo sa tuttoIl corpo sa tutto è un’antologia di racconti scritta da Banana Yoshimoto nel 2000 che vede come comune denominatore in tutte le storie il corpo, ma non inteso solo come unione di carne, ossa e muscoli, ma come elemento che unisce materia e spirito e che mostra come si reagisce di fronte alle prove, alle difficoltà, al dolore. Con uno stile leggero, delicato, Banana Yoshimoto accompagna il lettore in un viaggio nelle menti dei protagonisti: non ci sono eventi eclatanti, ma vengono affrontate tutte quelle esperienze che qualunque persona incontra nella vita quotidiana. Strani incontri, la perdita di persone care, i rapporti con le piante, segreti familiari; in Il Corpo sa tutto anche le cose più quotidiane mostrano quanto possono essere ricche e significative, a volte addirittura preziose: si potrebbe parlare della grandezza delle piccole cose.
Lettura piacevole, a tratti quasi sognante, Il corpo sa tutto è un’antologia che può aiutare a riconciliarsi col mondo.

Belle et Sebastien

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Belle et Sebastien è stato conosciuto da una generazione grazie all’anime realizzato negli anni 80 ed è stato conosciuto più di recente con i film realizzati dal 2013 in poi (va ricordato che una televisiva era già stata realizzata in Francia negli anni 60), ma entrambi si basano sui romanzi realizzati da Cécil Aubry (anche se si ispirano molto liberamente a esso). Belle et Sebastien – Il rifugio del Monte Baou racconta come tutto è iniziato.
La storia è abbastanza semplice, ma non per questo superficiale, visto che parla di pregiudizi e se si vuole anche di razzismo. Sebastien è un bambino gitano adottato da Cesar e da sua nipote Angelina dopo che la madre è morta dandolo alla luce nel rifugio del Mont Baou. Vive una vita libera tra le montagne ma non è stato accettato dagli abitanti del paese di Saint Martin, dove ci va malvolentieri perché vittima delle prese in giro degli altri ragazzi e del disprezzo degli adulti. Belle è un grande cane da montagna dei Pirenei che è passata da un padrone all’altro, perdendo fiducia col tempo negli esseri umani; scappata dal canile in cui era stata rinchiusa, vive libera nei boschi, ma viene braccata perché etichettata come pericolosa.
Quando si viene a sapere che girovaga nei pressi del paese, si scatena l’isteria e tutti sono decisi ad abbatterla. Tutti tranne Sebastien, che sente un’affinità con essa, suo nonno, profondo conoscitore della natura e degli animali, e il dottore, che capisce quanto è importante per Sebastiano, ragazzo sensibile e solitario.
Lentamente Belle riesce a riavere fiducia negli esseri umani grazie a Sebastiano e dopo avergli salvato la vita da una valanga farà cambiare idea agli abitanti di San Martin su di lei, che non la vedranno più come la Bestia ma come un buon animale, e su Sebastian, che non verrà più chiamato il Gitano e verrà rispettato perché l’unico a non aver avuto paura di un animale così grande.
Belle et Sebastien è un romanzo per ragazzi che affronta la paura del diverso e le reazioni che da essa insorgono, oltre al pregiudizio e all’ignoranza. Ben scritto, di veloce lettura, può sembrare stereotipato nella creazione dei personaggi, ma se ci si pensa un attimo, di persone come quelle descritte da Cécil Aubry ce ne sono nella realtà.

La grotta dei fiori

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Nelle profondità degli oceani, dove il buio è così fitto che nemmeno la luce può raggiungerle, esiste una grotta che solo poche creature marine conoscono. I fortunati che sono venuti a saper di questo segreto e hanno avuto il coraggio di addentrarsi in acque sconosciute abitate da pesci mai visti, dicono che sia un luogo di grande meraviglia.
Una volta imboccato il tunnel che conduce alla grotta, l’acqua si schiarisce, divenendo più chiara e limpida, come se possedesse una luce propria. Il blu intenso dei primi metri piano piano sfuma in un azzurro sempre più chiaro; il fondale dapprima composto di dura roccia lascia il posto a una sabbia argentea fina fina.
La vera meraviglia però sopraggiunge quando si emerge dall’acqua e si spunta nella grotta. Il soffitto è composto di cristalli bianchi e trasparenti che fanno risuonare l’aria di un suono dolce e rilassante. Accompagnati da essa, ci si ritrova, quasi spinti da una forza invisibile, a passeggiare all’interno della grotta, che è più grande di quel che appare, e a rimirarla: per centinaia di metri il terreno e le pareti sono ricoperti di lussureggiante vegetazione e di migliaia di fiori, come se qualcuno abbia voluto raccogliere tutte le specie esistenti in un unico posto.
E se si dà ascolto alla leggenda, è stato proprio così.
In un tempo in cui la specie umana era agli albori della civiltà, una principessa delle sirene un giorno fu portata da una tempesta lontano dalla sua casa. Quando si risvegliò sulla spiaggia di un’isola, la prima cosa che vide furono i fiori che screscevano ai margini della foresta: rimase colpita dalla loro bellezza, perché non aveva mai visto nulla di simile nei mari e negli oceani in cui aveva nuotato.
Rimase giorni a guardarli, facendosi triste perché avrebbe presto dovuto lasciarli, dato che non poteva vivere a lungo sulla terra; si sarebbe ammalata di tristezza se un vecchio delfino, passando nei suoi pressi e prendendo a cuore la sua sorte, non le avesse raccontato che esisteva un luogo negli oceani dove i fiori della terra potevano crescere. La principessa delle sirene sentì il cuore traboccare di felicità; chiese al vecchio delfino dov’era quel posto e come poteva fare a portarci i fiori. Il saggio animale le spiegò che bastava che avesse i semi di ogni fiori che voleva far crescere e li piantasse nel terreno della grotta di cui le aveva parlato.
Così la principessa partì per un lungo viaggio alla ricerca di tanti semi da piantare. Costeggiò spiagge, risalì fiumi per trovarli, e quando la terra fu un ostacolo troppo grande da superare, avvicinò gli uomini e cantò per loro perché la aiutassero e le portassero i fiori che non poteva raggiungere.
Quando ebbe completato la sua missione, ritornò a casa, desiderosa di poter condividere tanta bellezza con le amiche e le sorelle.
Lavorò a lungo e si prese cura dei fiorellini che sbocciavano e crescevano; la spoglia grotta si fece sempre più verde e colorata, riempiendosi di mille profumi, mentre nell’aria risuonava il dolce canto della principessa; era così dolche che i cristalli si permearono delle sue note, suonandole anche quando lei non c’era. Una volta finito, chiamò le altre sirene perché gioissero di tanta bellezza.
L’amore e la dedizione della principessa delle sirene e dei suoi discendenti per quel luogo ha fatto sì che esista ancora oggi, e tutti quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo assicurano che se si guarda con attenzione è possibile scorgere in ogni fiore lo spirito della principessa che sorride felice.

LA grotta dei fiori è un racconto che ho scritto per Piccoli Grandi Sognatori; alla seguente pagina è possibile vedere il video che è stato realizzato.

Carotino e l'arcobaleno

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Carotino era un piccolo unicorno che era nato con il corno arancione anziché bianco avorio e, vista la somiglianza di colore con il cibo preferito dagli unicorni, le carote appunto, i genitori avevano deciso di dargli quel nome. Lo avevano fatto con affetto e tutte le buone intenzioni del mondo, ma purtroppo non avevano tenuto conto che i piccoli unicorni potevano essere dispettosi alle volte: infatti, gli amici di Carotino lo prendevano in giro sia per il nome sia per il corno di colore diverso, facendo battutine che non erano degne della nobiltà d’animo di cui gli unicorni erano così famosi. Crescendo Carotino diede meno peso alle frecciatine degli amici, anche se alle volte desiderava essere come tutti gli altri.
Un giorno se ne stava a pascolare tranquillamente quando sentì gli amici nitrire divertiti.
«Cos’avete?» domandò confuso.
«Carotino è diventato rosellino» dissero gli amici che ormai si stavano rotolando per terra dal ridere come cinghiali nel fango.
Carotino si guardò addosso e vide che avevano ragione: era diventato tutto rosa. Anzi, era diventata rosa anche l’erba su cui posava gli zoccoli.
Alzò gli occhi e vide che quanto gli era successo era merito di un arcobaleno che passava da quelle parti dopo che c’era stato il temporale.
Carotino tirò un sospiro di sollievo, pensando che una volta allontanatosi l’arcobaleno il suo manto sarebbe tornato come prima. Le cose però non andarono così: Carotino rimase rosa anche dopo che l’arcobaleno si era mosso.
«Ehi, aspetta!» chiamò con forza Carotino. «Hai perso un po’ di colore, riprenditelo!»
Ma l’arcobaleno, che già di natura era un po’ distratto, si era appisolato mentre si spostava e non poteva sentirlo.
Carotino lo inseguì, ma per quanto galoppasse veloce non riuscì a raggiungerlo e lo perse di vista quando sparì dietro una montagna; quando riuscì ad aggirarla, dell’arcobaleno non c’era nessuna traccia.
«E adesso come faccio a ritrovarlo?» esclamò Carotino.
«Devi solo aspettare il prossimo temporale» disse un gufo che se ne stava appollaiato sul ramo di una quercia. «Una volta passato, quando ricomparirà il sole, vedrai l’arcobaleno tornare.»
«Dove vado a trovare un temporale? Possono passare giorni prima che arrivi» disse sconsolato Carotino.
Il gufo sollevò un’ala. «Non questa volta: là ce n’è uno in arrivo.» Indicò verso sud. «Se ti sbrighi, riuscirai a incontrare di nuovo il tuo arcobaleno.»
«Grazie!» disse Carotino partendo al galoppo. Veloce come il vento raggiunse il temporale proprio mentre stava per far cominciare a piovere; si rifugiò in una grotta per non bagnarsi, attendendo con trepidazione lo spuntare di nuovo del sole.
Poco dopo fu raggiunto da un’unicorna che aveva la sua stessa età, anche lei venuta alla grotta per proteggersi dalla pioggia. “Quant’è carina” pensò.
«Ciao» disse lei.
«Ciao» rispose Carotino, sentendosi sempre più a disagio mentre lei lo guardava.
«Sai, non ho mai visto un unicorno come te.»
Carotino si sentì sprofondare. “Ecco che comincia a prendermi in giro.”
«Il colore del tuo mantello è davvero bello, piacerebbe anche a me averlo così» continuò l’unicorna.
«Davvero?» chiese stupito Carotino.
«Sì» disse sincera lei. «E anche il tuo corno è uno spettacolo: è bello vedere qualcosa di diverso, tutto quel bianco stanca.»
Mentre stavano parlando, il temporale passò e il sole ritornò a splendere in cielo; come aveva detto il gufo, l’arcobaleno ricomparve e stava ancora sonnecchiando.
Sentendo le parole dell’unicorna a Carotino era passata l’idea di chiedere all’arcobaleno di riprendere il colore che aveva perduto.
«Beh, il corno ce l’ho così fin dalla nascita, ma il manto mi si è colorato poco fa grazie a quell’arcobaleno: è passato su di me e sono diventato come vedi.»
L’unicorna sorrise estasiata. «E pensi che farebbe lo stesso anche con me?»
«Con me non se n’è neanche accorto: ha tanti di quei colori che non farà caso di perderne un altro po’» disse Carotino.
«Allora lo faccio!» disse l’unicorna partendo al galoppo.
Quando quella sera Carotino tornò alla sua radura, gli amici lo stavano aspettando per prenderlo in giro, ma vedendolo in compagnia dell’unicorna più carina che avessero visto, e per giunta con il manto di colore azzurro, ogni battutina gli si smorzò in gola.
Da allora Carotino non fu più preso in giro e ogni volta che gli amici vedevano un arcobaleno gli correvano dietro per diventare come lui.

Carotino e l’arcobaleno è un racconto che ho scritto per Piccoli Grandi Sognatori; alla seguente pagina è possibile vedere il video che è stato realizzato.