Strade Nascoste – Racconti

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La spada spezzata

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La spada spezzata è un romanzo fantasy del 1971 di Poul Anderson, autore conosciuto soprattutto per le sue opere di fantascienza, ed è basato sulle storie della mitologia scandinava.
Le vicende sono concentrate su Skafloc e Valgard, rispettivamente protagonista e antagonista della storia. Le loro vite sono esempio di come gli esseri mortali in quei tempi pieni di magia erano pedine nelle mani di forze più grandi di loro. Skafloc, appena nato, viene preso dal conte degli elfi Imric e sostituito con un bimbo, uguale in tutto e per tutto a lui, nato dall’accoppiamento con una troll (la figlia del re dei troll che tiene prigioniera da novecento anni) e dall’uso della magia; portato a Elfeugh, uno dei tanti castelli degli elfi del popolo di Faerie (presente nel mondo degli uomini, ma visibile soltanto a chi era capace di vederlo) , viene cresciuto con la sapienza e le arti elfiche, anche se su di lui incombe un cupo destino, visto l’oscuro dono portatogli dal messaggero degli Asi: la spada spezzata che dà il titolo all’opera di Anderson.
E mentre Skafloc ha un’esistenza gioiosa, attorniato da magia e meraviglie, quella di Valgard è un’esistenza rabbiosa, solitaria, odiato e temuto da tutti per via della sua indole violenta. Vittima di se stesso e della manipolazione altrui, si ritroverà a uccidere il padre e tutti i fratelli adottivi, tranne la sorella Freda, che verrà salvata da Skafloc dopo che Valgard l’ha rapita e portata nel regno dei troll per aver scoperto quali sono le sue origini.
Skafloc e Freda si metteranno insieme, senza sapere che sono fratello e sorella. Quando la scoperta avverrà, sarà una tragedia e i due si separeranno. La ragazza tornerà tra gli uomini, mentre a Skafloc non resterà altro che perseguire la via della vendetta e andare alla ricerca di chi forgerà nuovamente la spada spezzata per riconquistare le terre degli elfi cadute sotto il dominio dei troll, anche se questo significherà incorrere in un tremendo destino.
Poul Anderson con La spada spezzata crea una storia a tratti poetica, specie nella prima parte, per poi virare verso un intreccio più cupo, dove i personaggi risultano praticamente maledetti, indirizzati verso un destino drammatico e senza speranza. Se per Skafloc ci sono sprazzi di felicità, anche se di breve durata, per Valgard non c’è alcuna speranza: nato per essere l’ombra di un altro, mai amato, per tutta la vita deve fare i conti con il non avere un suo posto nel mondo, di non essere stato voluto, di essere stato sempre la pedina di qualcun altro. Un personaggio drammatico, che non ha conosciuto che tradimenti e sotterfugi.
Sullo sfondo di tutto ciò ci sono gli dei (specie Odino) che si muovono nell’ombra, usando gli uomini per piani nebulosi.
La spada spezzata è un romanzo tragico ed epico, dove anche quelli che dovrebbero essere buoni hanno lati oscuri. Violenza, incesti, spargimenti di sangue, intrighi. Anderson ha anticipato di parecchi anni un filone fantasy che ha dato rinomanza ad autori come Martin e Abercrombie.

Grazie, Stan Lee

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Spider-man, X-men, Fantastici quattro: alcuni dei tanti personaggi creati da Stan Lee

Per i mondi che hai creato, per i personaggi a cui hai dato vita e per le avventure che hai raccontato. Grazie soprattutto per aver dato a tante generazioni la possibilità di sognare e ispirarsi alle tue storie.

Elantris

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Elantris è il romanzo d’esordio di Brandon Sanderson, avvenuto nel 2005.
Elantris è una città stupenda, la città degli dei: un luogo di potere, radiosità e magia, dove le pietre stesse brillano con una luce interiore. Di notte Elantris splende come un enorme fuoco argenteo, visibile perfino da grandi distanze.
Ancora più straordinari però sono i suoi abitanti. Bellissimi, immortali, capaci di qualsiasi cosa, di curare malattie, creare dal nulla tutto ciò di cui hanno bisogno. Chiunque abiti a Teod o Arelon può divenire uno di loro: solitamente la Trasformazione (o Shaod) arriva di notte, cambiando completamente l’esistenza di chi viene scelto.
Ma poi, un giorno, tutto questo è finito. Quando è giunto il Reod, le persone toccate dallo Shaod non si sono più trasformate in bellissimi dei, ma in creature che sono parodie della vita: senza capelli, la pelle piene di macchie. Il loro cuore si è fermato, ma hanno continuato a esistere; soprattutto hanno sempre fame, ma sono costretti a vivere di stenti e rubare il cibo dai nuovi arrivati a Elantris perché sono stati emarginati, come in un ghetto, proprio nella città in cui tanti giungevano per ricevere aiuto o guardare ammirati le sue meraviglie.
La bellissima Elantris è divenuta un luogo di miseria e abbandono, piena di fango, dove l’umanità viene perduta. Per essa e i suoi abitanti pare non esserci speranza, fino a quando non vi giunge il principe Raoden, anch’egli colpito dallo Shaod. Ma come è nella sua natura, non accetta una realtà ingiusta e comincia a darsi da fare per ridare un senso alla vita a quelli come lui, fargli riscoprire la dignità umana.
E mentre Raoden sta ricostruendo una società all’interno di Elantris, ad Arelon è giunta Sarene, la sua promessa sposa, che si ritrova vedova pochi giorni prima delle nozze, vincolata da un contratto matrimoniale che le impone di rimanere. Sarene, che aveva acconsentito di sposare Raoden per creare un’alleanza con il suo paese natale, Teon, per opporsi all’impero di Fjorden che tutto vuole conquistare, non si lascia andare e adempie al suo ruolo di principessa: aiuta Arelon a non soccombere al sistema ingiusto creato e portato avanti da re Iadon, oltre che opporsi al gyorn derethi Hrathen, giunto da Fjorden per convertire Arelon alla religione dell’impero.
Le vicende di Elantris ruotano attorno alle azioni dei tre personaggi principali appena descritti: ognuno ha i suoi fini, ma tutti sono per la salvezza di Arelon, costretti a confrontarsi con le difficoltà che ostacolano il loro cammino. Per tutti loro però c’è un punto in comune: conquistare la fiducia degli altri per ottenere quello che vogliono, perché da soli non possono fare nulla.
Brandon Sanderson, come nelle altre opere successive a questa, dimostra di sapersela cavare con la creazione del sistema magico: in Elantris punta su poteri che si basano sugli Aon (una sorta di rune), il fondamento sia della lingua che della magia in Arelon e nelle sue regioni circostanti. Attraverso di essi si manifesta l’Aondor. Perché un Aon funzioni, deve essere disegnato con assoluta precisione e bisogna volerlo disegnare (occorre l’intenzione, non può essere qualcosa di accidentale); inoltre, l’uso e il potere di un Aon dipendono da quanto si è vicini a Elantris, rivelando che il potere è legato alla terra.
La nascita di un Elantriano appare, a una prima vista, come qualcosa voluto dalla volontà divina, ma c’è chi ritiene che tutto ciò sia inverosimile, dato che gli dei di questa parte di Cosmoverso sono morti e chi utilizza il Dor sta canalizzano i cadaveri di questi dei (non è una novità per Sanderson utilizzare i corpi degli dei per avere potere, come ha fatto vedere nella prima trilogia di Mistborn); non rimane che ritenere che tale nascita eccezionale sia qualcosa di casuale, a meno che non ci sia qualche schema nascosto di cui al momento si ignora l’esistenza.
Non vanno poi dimenticati gli Sheon, sfere di luce fluttuanti e senzienti, con al loro interno disegnato un Aon, che sono legati ad alcuni individui (Radoen e Sarene ne hanno uno). Triste è il fato in cui essi incorrono quando il loro compagno umano è colpito dalla Shaod: impazziscono e non sono più se stessi, vagando per Elantris senza una meta.
I punti interessanti di Elantris però non si limitano a questo: ciò che rende affascinante la lettura sono le azioni e le motivazioni dei personaggi.
Raoden che dal nulla comincia a crearsi un seguito, dando uno scopo alle persone che si aggregano a lui, perché così la loro attenzione si discosti dall’autocommiserazione e dal dolore che sempre li accompagna (gli Elantriano non muoiono per le ferite subite, ma non guariscono mai e la sofferenza dovuta a esse non se ne va, ma si accumula ogni volta che si fanno male, finché non impazziscono). Il suo impegno è volto a costruire una società che sia autosufficiente, dove ognuno ha un compito, vivendo dignitosamente, lontano dalle barbarie che prima del suo arrivo imperversavano, oltre a cercare di scoprire perché lo Shaod è cambiato e il Dor ora agisce in maniera differente.
Sarene che cerca di salvare un regno dall’incompetenza di un re che ha costruito un sistema basato sulla ricchezza, dove si ottengono titoli nobiliari in base a quanto si guadagna, spingendo le persone in una spietata competizione, dove chi non è ricco è praticamente uno schiavo. Non solo: Sarene cerca di far emancipare le donne della corte, visto come sono considerate. Per lei non è solo una questione di giustizia, ma anche un nuovo inizio, la ricerca di un’accettazione e un essere amata che nella sua patria no è riuscita a trovare.
Hrathen che è giunto ad Arelon per convertire la popolazione alla sua fede e così salvarla, letteralmente, perché se entro tre mesi non ci riuscirà, il paese subirà un’invasione militare dell’impero Fjorden, portando migliaia di morti. Una strage che vuole evitare, per non rivivere quanto avvenuto in un altro paese convertito. Hrathen non solo si dovrà confrontare con i fantasmi del suo passato e i dubbi sorti riguardo la sua fede, ma anche con l’integralismo di Dilaf, che vuole distruggere a tutti i costi Elantris (ben mostrato come nasce l’odio verso qualcuno o qualcosa).
Sanderson è bravo nella pianificazione e nello sviluppo degli eventi che occupano buona parte del romanzo; un avanzare lento, che però risulta piacevole. Forse è proprio per questo che quando tira le redini di tutte le sue trame lo fa troppo in fretta, rompendo il ritmo narrativo creato e facendo accadere troppe cose in poche pagine, lasciando il lettore perplesso, come se l’autore avesse avuto fretta di finire la sua storia. Perplessità che sorgono anche per come certe situazioni vengono risolte, risultando poco credibili.
Piccola nota: anche qui, come in altri romanzi dell’autore, Hoid fa la sua comparsa.
Elantris è un buon libro di esordio, ma non è perfetto; tuttavia ha permesso a Sanderson di farsi conoscere e apprezzare: con il tempo e l’esperienza è sicuramente maturato e migliorato, ma questa sua opera risulta comunque godibile e apprezzabile.

(In passato, come si può vedere da questo mio vecchio articolo, non ho recensito Elantris all’uscita perché decisi di non acquistarlo per via del prezzo alto. Che cosa è cambiato da allora? Semplice: alle volte nei mercati dell’usato si possono trovare libri a prezzi davvero bassi e alle volte ci sono conoscenti che passano il libro, avendo così la possibilità di leggere ciò che interessa. Le mie idee riguardo la questione che sollevai allora sono rimaste le stesse).

L'uomo mascherato da clown

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«Ehi tu!»
Il ragazzo si voltò, trovandosi a fissare un volto torvo oltre la recinzione del giardino.
«Qui non devi più passare» gli intimò l’uomo.
«Prego?» domandò sorpreso il ragazzo.
«Non devi più passare davanti a casa mia» ordinò l’uomo.
«Non capisco…»
«Non prendermi per il culo!» l’uomo alzò la voce. «Tutti i giorni passi di qua! Tu spii me e la mia famiglia!»
Il ragazzo sbarrò esterrefatto gli occhi. «Porto solamente a passeggio il cane…»
«Tu e quel coso di merda non dovete passare più di qui!» sbraitò l’uomo. «Se ti rivedo da questi parti, chiamo i carabinieri, spione!»
«Io non la spio…»
«Non dire cazzate! Ti vedo tutti i giorni guardare verso casa mia!» l’uomo sventolò i pugni oltre la recinzione, costringendo il ragazzo a indietreggiare.
«Signor Santorelli, si calmi» un anziano uscì dalla casa antistante.
«Fatti i cazzi tuoi!» urlò l’uomo. «Anche tu sempre a rompere i coglioni!»
«Cerchi di tranquillizzarsi…» tentò di dire l’anziano, ma il tono di voce dell’altro lo sovrastò.
«Io ci starei tranquillo, se non fosse per dei rompicoglioni come voi!»
Alle finestre delle villette vicine si affacciarono diverse teste, ma subito si ritrassero vedendo di chi si trattava.
Il ragazzo si allontanò con il cane, che aveva preso ad abbaiare in risposta alle urla dell’uomo.
«Quel cane è cattivo! Se lo rivedo, lo faccio sopprimere!» strepitò ancora l’uomo, passando subito a squadrare furioso l’anziano che si stava ritirando in casa sua. Poi si girò e tornò sotto il portico dove erano seduti i tre figli e la moglie. «Ho dato allo stronzetto quello che si merita. Vero, Monica?»
«Certo, Marco» convenne orgogliosa la moglie.
«E se ritorna, gli spezziamo i denti con questa» disse il figlio più grande carezzando la mazza da baseball.
«Oppure la usiamo per sfondargli il culo» aggiunse ammiccante la sorella.
Il fratello più piccolo rise sguaiatamente. «E col suo cane ci facciamo un bell’arrosto.»
«A proposito» cambiò discorso la figlia. «Questa sera Vanessa e Giulia mi hanno invitato per la serata Halloween giù al pub.»
Il padre si voltò accigliato verso di lei. «Ci andrai col vestito che ho visto l’altro giorno sul letto?»
«Sì.»
«Scordatelo!» scattò il padre. «Tu con quello non esci!»
«Ma caro, è soltanto per una sera» disse la moglie.
«Non ho tirato su una puttana! Lei questa sera non esce! Anzi, nessuno esce!» ordinò imperioso l’uomo. «Halloween… la notte delle streghe… quante minchiate! Ora, a cena! E vedete di non farmi incazzare ancora di più.»

Marco si svegliò lentamente. Alzò la testa. Tutto intorno era tenebra, a parte un paio di candele poste negli angoli opposti della stanza.
Scosse il capo, cercando di scacciare la nebbia che gli offuscava la vista e di far ordine nei suoi pensieri.
Ricordava che dopo cena si era sdraiato sul divano nella speranza che il mal di testa scatenatosi dopo la lite in famiglia passasse; tutti gli avevano dato addosso perché non voleva che festeggiassero Halloween; persino Monica lo aveva contestato ferocemente, facendolo incazzare ancora di più. Poi, sfinito, si doveva essere addormentato.
Ora eccolo lì, in un ambiente che non riconosceva.
Si guardò intorno. Riusciva appena a scorgere le sagome delle cose che lo circondavano: sembravano sacchi e scatoloni ammucchiati lungo le pareti.
Cominciò a sentire un rumore strano.
No, non era rumore, ma una cantilena. C’era qualcuno lì con lui.
Malocchio e gatti neri
Malefici misteri
Il grido di un bambino
Bruciato nel camino
Nell’occhio di una strega
Il diavolo s’annega

«Chi c’è?»
Alla sua destra qualcosa si mosse. «Ti sei svegliato.»
Marco sussultò: aveva già sentito quella voce. «Chi sei?»
«Non ti ricordi di me?»
«Perché dovrei?» Marco strinse gli occhi cercando di vedere chi stava nascosto nel buio.
«Perché mi hai visto tante volte.»
La voce aveva qualcosa di famigliare. Si concentrò, cercando di ricordare. Poi ebbe un’illuminazione. «Sei quello spione che passa tutti i giorni davanti a casa mia con quel coso di merda.»
«Uhuhuh» ricevette in risposta un basso risolino di derisione.
No, non poteva essere quel ragazzo: la voce aveva una tonalità troppo bassa. «Sei quel rincoglionito del mio vicino che non si fa mai i cazzi suoi.»
«Uhuhuh» la stessa risposta di prima.
Marco sentì il mal di testa tornare. «Chi sei?» sbottò.
«Ti darò un indizio» sussurrò la voce. «Sono uno a cui non piace sentirsi minacciato, che odia che gli altri interferiscano con la sua vita.»
«Non ti conosco.»
«Davvero? Allora vieni qua e guardami» rise la voce.
Marco si alzò e prese una candela, avvicinandosi alla voce con cautela. Un volto mascherato da clown cominciò a prendere forma dalle tenebre. «Non aver paura, da me non devi temere nulla. A differenza della tua famiglia.»
«Che cosa le hai fatto?» spaventato, Marco si voltò di scatto per dirigersi verso la porta in fondo alla stanza, ma scivolò e sbatté la testa contro qualcosa di duro. Divenne tutto buio.
Quando rinvenne, tutto quello che sentì fu la tempia destra pulsare con violenza. Poi aprì gli occhi e vide la candela che bruciava a pochi centimetri da lui, incredibilmente ancora accesa dopo la caduta. Allora si ricordò dell’altro e si alzò di scatto: un’ondata di nausea lo aggredì, ma resistette, ricacciandola indietro. Raccolse la candela e s’aggirò per la stanza. Era solo.
Sotto i suoi piedi qualcosa scricchiolò. Abbassò lo sguardo: sembravano pezzi di vetro e alluminio. Li dimenticò subito: doveva raggiungere Monica e i ragazzi.
Rischiando di far spegnere la candela, corse alla porta e salì le scale oltre di essa. Con sorpresa, si ritrovò nel suo salotto.
Lo shock lo bloccò. Era sempre stato in casa sua.
Tu da me non devi temere nulla. A differenza della tua famiglia.
Le parole dell’altro lo riscossero, spingendolo a cercare i suoi cari.
Mattia era nudo, con braccia e gambe legate insieme con una catena dietro la schiena. Un grosso gancio lo teneva sospeso sopra il fuoco acceso nel camino. Il bianco della schiena strideva con la pelle abbrustolita dell’addome. Il capo era chino, ma da dove si trovava, poteva vedere la mela che gli era stata ficcata in bocca.
Marco fece per precipitarsi a slegarlo, quando vide Giuseppe steso sul divano, la testa reclinata in modo innaturale contro lo schienale: dalla bocca spalancata spuntava il manico della mazza da baseball. Pezzi di denti insanguinati risaltavano sulla camicia nera.
«Nonononono» Marco corse sulle scale che conducevano al primo piano.
It, uno dei clown più famosi della letteratura e del cinema«Carla… Monica…» chiamò con voce strozzata.
Trovò la figlia in camera sua, gambe e braccia divaricate e legate alle sponde del letto con le calze e i lunghi guanti del vestito con cui voleva uscire quella sera. Da sotto la corta gonna nera spuntava un’estremità del bilanciere che Giuseppe usava per i suoi pesi; l’altra sporgeva sanguinante dalla bocca aperta, facendo risaltare i suoi occhi chiari, quasi schizzati fuori dalle orbite.
Muovendosi come uno zombie, Marco seguì la pozza d’acqua che si espandeva nel corridoio, conducendolo al bagno. Oltre la porta socchiusa, Monica galleggiava nella vasca da bagno, il tubo della doccia stretto attorno al collo. La lingua violacea pendeva innaturalmente lunga fuori dalle labbra. Una gamba scivolò oltre il bordo.
Il cozzo del piede sul pavimento fece scattare Marco lungo le scale, superare di volata il salotto e uscire nel giardino mentre stava arrivando una pattuglia dei carabinieri.
«I miei cari… tutti morti» disse rantolando, caracollando verso i carabinieri che si avvicinavano impugnando le pistole. «È stato l’uomo mascherato da clown…»
Sentì le braccia che gli venivano torte con forza dietro la schiena. Poi avvertì il freddo delle manette sui polsi. Cercò di liberarsi dalla stretta dai carabinieri, ma i due lo trascinarono spietatamente verso l’auto. «Il clown! Dovete prendere il clown!»
Una mano premette con forza sulla sua testa e lo costrinse a piegarsi in avanti. Fu allora che sul cristallo della portiera vide il volto del clown distorto in un ghigno rabbioso.
L’urlo di Marco esplose nella notte.

La figura appostata nei pressi del parchetto osservò l’auto dei carabinieri allontanarsi. Quando sparì oltre la curva, si diresse verso la fontanella tra gli alberi. Aprì il rubinetto e prese a lavarsi le mani e la faccia con cura; una volta finito, lo richiuse e si allontanò. Davanti alla fontanella, la pozza di acqua sporca di bianco cominciò a essere assorbita dal terreno.

The Eleventh Metal

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The Eleventh MetalThe Eleventh Metal è una novella scritta da Brandon Sanderson ed ambientata nel mondo dei Mistborn. Gli amanti della prima trilogia dei Mistborn saranno contenti di ritrovare uno dei migliori, se non il migliore, personaggi di questo mondo: Kelsier.
In The Eleventh Metal, Sanderson mostra un Kelsier che è appena diventato Mistborn e sta imparando a utilizzare i suoi poteri; per maestro ha Gemmel, un altro Mistborn, che, con i suoi metodi particolari non sa se vuole davvero aiutarlo o farlo fuori. Gemmel pare non avere tutte le rotelle a posto, ma è l’unico che può insegnare a Kelsier a essere un Mistborn. Imparare direttamente dalla pratica è un insegnamento valido, ma molto pericoloso, visto il modo di agire di Gemmel.
Mentre sono diretti alla Fortezza Shezler, Kelsier cerca di superare la perdita della sua amata, nonostante lei lo abbia tradito, sforzandosi di sorridere per superare l’insensibilità legata in un nodo dentro di lui e iniziare di nuovo a sentire emozioni. Allo stesso tempo però Kelsier vuole avere vendetta per quello che gli è stato fatto, ma uccidere non è sufficiente: vuole trovare qualcosa che faccia cambiare le cose, il modo in cui vivono le persone, succubi della nobiltà.
Kelsier è all’oscuro del motivo per cui Gemmel vuole che si rechino alla Fortezza del nobile, ma lo scoprirà quando saranno sul posto, come scoprirà degli esperimenti che vengono fatti sugli skaa tenuti prigionieri e di un libro che teorizza dell’esistenza di un undicesimo metallo (The Eleventh Metal).
The Eleventh Metal è un racconto pieno di ritmo, interessante se si vogliono scoprire elementi del passato di Kelsier e di cose che sono menzionate all’interno della trilogia. A differenza di altri racconti autoconclusivi di Sanderson, questa novella non è fine a se stessa, ma necessita della conoscenza del mondo dei Mistborn per essere apprezzata nella sua interezza. Per chi invece conosce già questo mondo, è una lettura oltremodo piacevole.

Le luci di settembre

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Le luci di settembre di Carlos Ruiz ZafonLe luci di settembre è un romanzo del 1996 di Carlos Ruiz Zafon. Opera pubblicata nella narrativa per ragazzi, la speranza dell’autore (come scrive nella prefazione) è di coinvolgere persone di età. Le luci di settembre è ambientato in Normandia (Francia) tra il 1936 e il 1937. La famiglia Sauvelle, dopo la morte del capofamiglia Armand, si trova in cattive acque a causa dei debiti lasciati da quest’ultimo; le cose migliorano quando monsieur Laconte trova un buon impiego per Simone (la moglie di Armand) in un piccolo paese sulla costa, Baia Azzurra, lontano dalla grigia nebbia di Parigi.
Per lei e i suoi due figli (Dorian e Irene) inizia una nuova vita. I tre fanno così la conoscenza del loro datore di lavoro, Lazarus Jann, inventore e fabbricante di giocattoli, e della sua favolosa casa, Cravenmoore; soprattutto l’introverso Dorian è affascinato dai meravigliosi costrutti meccanici (ma anche un po’ inquietanti) che animano la casa e dal suo proprietario, che accetta di mostrargli la sua arte. L’attenzione di Irene è invece rivolta a Ismael, cugino di Hanna, la domestica di Lazarus: i due presto entrano in sintonia e cominciano a frequentarsi, facendo passeggiate sulla spiaggia e gite in barca, dato che Ismael lavora con suo zio come pescatore.
La vita scorre piacevole e tranquilla, fino a quando il piccolo paese viene sconvolto dalla morte violenta di Hanna. Ismael e Irene, visto che la polizia liquida il caso con superficialità, decidono d’indagare e scoprire cosa è realmente accaduto la notte in cui la ragazza è deceduta; la loro indagine li porterà a svelare l’oscuro segreto che è celato a Cravenmoore, legato alla scomparsa di una donna presso il vecchio faro tanti anni prima, e legato al passato di Lazarus.
Le luci di settembre è un romanzo dal ritmo veloce e uno stile semplice ed essenziale, capace di tratteggiare però anche atmosfere poetiche ed evocative; i personaggi sono ben caratterizzati, anche se in questo romanzo non si deve cercare un’introspezione approfondita. Molto apprezzata la scelta di far iniziare e concludere il romanzo con uno scambio di lettere tra Ismael e Irene, che vanno a rievocare gli eventi passati dopo che la vita (e soprattutto la Seconda Guerra Mondiale) li hanno separati. Interessante l’uso del doppelganger e dell’ombra, archetipo che in Le luci di settembre prende forma, così com’è interessante e fiabesco il passato di Lazarus Jann e di com’è arrivato a essere quello che è.
Le luci di settembre è un’opera che parla di crescita, di perdita e di come alle volte ci si attacchi ai ricordi, vivendo con gli occhi incollati al passato. Una lettura veloce e valida.

L'importanza dell'esempio

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L’esempio, si sa, conta più delle parole. E più un esempio viene ripetuto, più diviene efficace, nel bene come nel male.
Proprio per questo sarebbe necessario porre grande attenzione a quello che si fa, a come ci si comporta; occorrerebbe grande responsabilità, perché non è vero che quello che si fa non ha nessuna influenza sugli altri, sulla realtà che sta attorno a ogni singolo individuo. Anche se banale, ogni piccola azione porta degli effetti: è qualcosa che chiunque dovrebbe esserne consapevole.
Purtroppo consapevolezza non c’è, mentre invece dilagano arroganza e menefreghismo. E i risultati si vedono.
Come si sa, molto spesso l’uomo agisce per imitazione, anzi il suo sviluppo parte proprio da qui.
essa è un mezzo necessario per apprendere il modello indispensabile alla sopravvivenza nei primi anni di vita, dato che l’uomo, tra tutti gli esseri viventi, è l’unico a non sapere cosa fare per stare al mondo (a differenza degli animali), bisognoso che ogni cosa gli venga insegnata. Solo con il tempo e il raggiungimento di una certa maturità, può acquisire la capacità d’essere indipendente e muoversi senza supporti.
È proprio basandosi però su di essa per tanto tempo, avendo avuto un ruolo determinante per il suo stare al mondo, che trova difficoltà a comprendere quando giunge il momento di mettere da parte questo supporto, dipendente dall’appoggiarsi e dal guardare gli altri, facendo così sorgere il problema. Impegnato nel seguire modelli che sono stati importanti per la sua sopravvivenza, l’essere umano può perdere la capacità di scegliere ciò che vuole; a questo punto cala un senso d’ottundimento sulla percettività e diviene difficile discernere quali siano le scelte giuste da fare per dare davvero compimento alla propria vita (spesso le scelte fatte non sono quelle ottimali per la propria persona: come si vedrà, gli altri condizionano le decisioni e non sempre per il meglio).
È evidente che copiare un modello prefabbricato di vita è più semplice del crearne uno nuovo, ma toglie piacere e soprattutto felicità nell’essere quello che veramente si è. Agendo in tale maniera, i figli ripetono gli errori dei padri, riproponendo comportamenti e atteggiamenti che magari hanno criticato, ma che senza accorgersene sono arrivati ad assorbire e a fare propri, divenendo ciò che avevano disprezzato.
Era così nel passato, è così nel presente. Con una variante: ora le persone non assorbono solo i copioni famigliari. Molte porte si sono aperte con l’avvento della tecnologia, permettendo alle persone di accedere senza sforzo a migliaia di modelli da copiare. Con l’avvento dei mass-media, dei social-network, i modelli da seguire si sono moltiplicati in maniera esponenziale, portando l’uomo a imitare quello che in un determinato momento è ritenuto il copione più appariscente, più affascinante, che dà maggiore notorietà. Non si capisce lo sbaglio che si commette, dato che il modello creato da una persona funziona al meglio solo per lei; tentare di applicarlo a un’altra è una forzatura, come cercare di mettere una forma triangolare in uno spazio quadrato: ci si può riuscire, ma non è il suo posto.

Non solo non è il suo posto, ma seguire certi modelli dominanti in un certo momento, può fare danni, perché, vedendo come si comportano persone che sono sotto i riflettori e hanno rinomanza, la gente ritiene che il modello che questi individui propongono sia giusto e si sentono in diritto di attuarlo anche loro, anche se poi i fatti dimostrano quanto ciò possa essere negativo e distruttivo. Di esempi ce ne sono tanti (basta volgere lo sguardo alla classe politica attualmente al governo in Italia, ma anche a quella precedente e quella prima ancora, arrivando ai primi anni ’90) e il brutto è che tanti non si sono resi conto dei danni che con il loro imitare hanno perpetrato. Oppure, cosa ancora peggiore, se ne sono resi conto, ma se ne sono fregati, indifferenti alle conseguenze del loro agire.
In questi giorni Bruno Bacelli ha scritto un articolo sul prendere posizione, sullo schierarsi. Sono d’accordo su non appartenere a gruppi, su non riconoscersi in essi, perché occorre saper pensare con la propria testa e non annullarsi per non sentirsi esclusi. E sono anche dell’idea che di fronte a certe realtà, una posizione occorre prenderla e schierarsi contro ciò che è sbagliato.

1. Jonathan Livingston e il Vangelo, un estratto del capitolo I, Il copione del mondo.

L'ultimo giorno di galera

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«Ehi, Giò.»
Il vecchio si voltò. Marco lo raggiunse e gli diede una pacca sulla spalla. «Ho sentito la grande notizia: domani lascerai questo buco schifoso» disse sorridendo.
«Eh, già» Giò abbozzò un sorriso in risposta.
«Beato te. A me tocca restarci ancora quattro anni, puttanaccia troia» Marco stava per cominciare le solite imprecazioni su come era finito in carcere, quando vide passare a poca distanza da loro Matteo ed Enrico. «Ragazzi, venite a salutare Giò: domani ci lascia.»
«Allora erano vere le voci che circolavano» disse Enrico. «Il gran giorno è giunto.»
«Eh, già» si schermì Giò.
«Non sembri molto felice» fece notare Matteo. «Se vuoi, possiamo fare cambio.»
«Smettila di fare l’asino» lo ammonì Marco. «Giò non vuole mostrare la sua felicità per non farci sentire peggio di come stiamo. Si sente in colpa perché sta per uscire mentre noi dobbiamo restare a marcire qua dentro.»
Sui quattro cadde un silenzio imbarazzato. Enrico fu il primo a riprendere a parlare. «Non devi farlo. Hai saldato il tuo conto: sei in pari con la giustizia.»
«E poi non saresti mai dovuto finire qui dentro: se lo meritava quel figlio di puttana» aggiunse Matteo.
Enrico gli piazzò una gomitata nelle costole.
«Ma che ho detto di sbagliato? È la verità» protestò Matteo risentito.
«Quel che è stato, è stato» disse Giò. «Non ci penso più da tempo.»
«Giusto, bisogna guardare al futuro» Matteo ne approfittò per uscire dalla situazione imbarazzante.
I tre, più giovani di lui di almeno una quarantina d’anni, dopo averlo salutato si recarono nell’area del cortile riservata allo sport. Giò invece andò a sedersi vicino all’angolo delle mura. Scaldandosi le ossa al sole della tiepida giornata autunnale, stette a osservare gli altri detenuti. C’era chi parlava, chi gironzolava senza una meta. Nei loro occhi, nei loro movimenti, vedeva sia noia, sia la tipica energia repressa di chi era rinchiuso in un posto in cui non voleva stare; un tempo era come loro. Ora in lui c’erano calma e accettazione, ma anche malinconia. Se qualcuno, quando era entrato in galera, gli avesse detto che quel posto gli sarebbe mancato il giorno in cui sarebbe uscito, lo avrebbe preso per matto. Anzi, probabilmente gli avrebbe sputato in faccia.
Ma il tempo cambiava le persone. Anche i luoghi in cui si viveva tanto a lungo potevano cambiarle.
Con i ragazzi non era stato sincero: non era vero che non pensava più a quello che era stato, solamente lo vedeva in modo diverso.
Quando era entrato in galera per aver ucciso suo padre, ragionava come Matteo: quell’uomo si meritava quello che gli aveva fatto. Era un ubriacone che costringeva la moglie e i figli a lavorare, restandosene tutto il giorno sul divano a smaltire i postumi di una sbornia in attesa di prenderne un’altra. Aveva accettato per anni quella vita perché altri ragazzi come lui vivevano allo stesso modo; la considerava la normalità. Ma il giorno in cui suo padre, dopo una sbornia più pesante delle altre, aveva cercato di violentare sua sorella, gli aveva piantato un coltello in mezzo alla schiena senza esitare.
Il giudice non aveva preso in considerazione che aveva evitato uno stupro, che erano anni che tutta la famiglia subiva le angherie di quel fallito. Per lui, Giò era solo un violento che andava punito e il fatto che abitasse in un quartiere malfamato di periferia non aveva giocato a suo favore.
A quei tempi aveva provato la rabbia del giusto che si vedeva punito ingiustamente. Ma col trascorrere del tempo, vedendo i suoi anni migliori passare e appassire, la rabbia aveva lasciato il posto al rimpianto.
“Mi sono rovinato la vita per un buono a nulla.” Non faceva che ripetersi. “Avrei dovuto agire diversamente: dovevo solamente stordirlo.”
“Se solo…”
“Se avessi…”
Poi era giunto il momento in cui aveva compreso che macerarsi in quella maniera serviva solo a sprecare ulteriormente la sua vita. Da quell’istante, il ricordo dell’omicidio del padre era servito per dare un senso alla sua esistenza, a non essere un buono a nulla come lui. In carcere aveva imparato a leggere e a scrivere, dato che non era mai potuto andare a scuola; si era fatto un’istruzione. Era diventato qualcuno di rispettato in galera, che aiutava ragazzi come era stato lui a rimettersi in sesto. Da quando era nato, aveva cominciato a sentirsi parte di qualcosa, ad avere un suo posto nel mondo.
E ora quel posto stava per perderlo.
L’indomani sarebbe giunta la fine della sua pena. Aveva smesso di pensarci da così tanto tempo che il suo arrivo era stato improvviso. Quando la guardia carceraria era venuta a riferirglielo, poco c’era mancato che non gli fosse venuto un colpo; per fortuna era seduto sulla branda, altrimenti sarebbe finito col culo per terra.
Tutti si erano felicitati con lui, anche le guardie.
“Ora sei libero” gli dicevano sorridendo. “Ora ricominci a vivere. Ora ti rifai una vita.”
Ma quale vita?
Ormai aveva superato i settant’anni, più di cinquanta trascorsi in galera: che vita poteva esserci per lui oltre le mura del carcere?
Del mondo esterno sapeva quello che leggeva sui giornali, ma come poteva muoversi in una realtà fatta di smartphone, pc, dove tutto era condiviso in rete? Come poteva un vecchio trovare un lavoro? Dove sarebbe andato a vivere?
I parenti che aveva erano morti e non c’era nessuno che potesse prenderlo con sé. Sarebbe vissuto come un barbone, dormendo sui marciapiedi, sulle panchine, al freddo, sotto la pioggia, campando d’elemosina. Isolato e schifato da tutti. Un numero tra i tanti, senza significato, senza una casa.

I suoi occhi si posarono sulle mura, sulla cui sommità il filo spinato luccicava al sole. Poi scivolarono di nuovo sul cortile, per passare successivamente sulla parete dell’edificio alle sue spalle.
Il carcere era la sua casa. Qui sapeva come muoversi, cosa aspettarsi. Qui aveva degli amici.
Fuori non aveva nessuno.
Fuori non era nessuno.
L’ora d’aria finì e lentamente si unì agli altri per rientrare.
Quella sera a cena ci fu un brindisi in suo onore. Un brindisi povero, dato che avevano solo acqua, ma sincero. Ringraziò tutti con cenni del capo e delle mani, senza dire una parola, perché sapeva che se lo avesse fatto si sarebbe messo a piangere.
Venne il momento di tornare in cella. Le luci si spensero, le voci si acquietarono.
Giò si sedette sul letto. Carezzò le sbarre. Poi si alzò e passò la mano sulle pareti scrostate. Raggiunse la finestra inferriata e fissò la luna.
Le lacrime che era riuscito a trattenere fino allora presero a scorrere sulle guance.
«Questo è l’unico posto che conosco, Signore» singhiozzò. «Non farmi andare via: non ho dove altro stare. Qui ho un tetto sulla testa, un letto in cui dormire, una tavola cui sedermi a mangiare. Là fuori non c’è nulla per me. Ti prego, fammi restare, non voglio morire di stenti in un luogo sconosciuto, dove nessuno sa il mio nome.»
Quando la mattina le guardie vennero a prenderlo, lo trovarono disteso come sempre nel suo letto.
«Giò, il gran giorno è arrivato» disse la prima guardia aprendo la sua cella.
«La libertà ti aspetta, Giò: hai tutto il mondo davanti» aggiunse la seconda guardia con allegria.
Non avendo risposta, lo scossero, senza ottenere alcuna reazione.
La prima guardia posò due dita sul collo del vecchio. «Poveraccio» mormorò costatando che era morto.
«Almeno se n’è andato felice» disse la seconda guardia fissando il lieve sorriso disegnato sul suo volto.
Se quelle fredde labbra avessero potuto ancora muoversi, gli avrebbero dato ragione, ma non per i motivi che credeva.

L'Ultimo Potere - Seconda edizione

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L'Ultimo PotereOra è possibile trovare sugli store online la seconda edizione di L’Ultimo Potere.
Non ci sono stati cambiamenti a livello di storia o di trama. Non sono stati tolti o aggiunti dei brani.
Semplicemente è stata effettuata una revisione sul testo, eliminando alcuni refusi che purtroppo erano scappati. Come ho avuto modo di notare, quando si rilegge lo stesso testo sempre nello stesso formato, l’attenzione si atrofizza e certi errori sfuggono. Per questo, con le ultime opere (Jonathan Livingston e il Vangelo e Strade Nascoste – Racconti), ho imparato che l’ultima revisione su un’opera la devo effettuare dopo aver convertito il file di Word in file epub. Per questo avevo già apportato un’ulteriore revisione a L’Ultimo Demone dopo che era stato pubblicato; ora questo lavoro è stato fatto anche su L’Ultimo Potere. Oltre alla correzione dei refusi, in alcune parti è stata fatta qualche piccola modifica allo stile, perché è difficile resistere al poter rendere il testo migliore.