“Essere umano, creatura straordinaria, chi sei?”: è l’interrogativo posto oggi al premio Nobel per la Letteratura 2025, László Krasznahorkai, in un passaggio nel suo discorso di accettazione del riconoscimento, a Stoccolma, che ha dedicato a una rilettura dell’evoluzione dell’uomo, dall’invenzione della ruota alla disillusione di oggi, alla fine dell’immaginazione.
“Hai inventato la ruota, hai inventato il fuoco, hai capito che la cooperazione era il tuo unico mezzo di sopravvivenza, hai inventato la necrofagia per poter essere il signore del mondo sotto il tuo comando, hai acquisito un intelletto sorprendentemente grande, e il tuo cervello è così grande, così solcato e così complesso che in realtà, per mezzo di questo cervello, hai acquisito potere, anche se in qualche modo limitato, su questo mondo che è stato anche nominato da te, portandoti a tali riconoscimenti che in seguito si sarebbero rivelati non veri, ma che ti hanno aiutato a progredire nel corso della tua evoluzione”, ha sottolineato lo scrittore 71enne nel discorso, pronunciato in ungherese, come si legge nella traduzione proposta sul sito ufficiale del Nobel.
“Il vostro sviluppo, avanzando apparentemente a passi da gigante, ha rafforzato la vostra specie sulla Terra e l’ha fatta crescere”, ha continuato. “Vi siete riuniti in orde, avete edificato società, avete creato civiltà, siete diventati capaci anche del miracolo di non estinguervi, sebbene anche questa possibilità esistesse, ma ancora una volta vi siete retti sulle vostre gambe. Poi, come homo habilis, avete creato strumenti di pietra e avete saputo anche usarli, poi come homo erectus, avete scoperto il fuoco, e poi grazie a un piccolo dettaglio – a differenza dello scimpanzé, la vostra laringe e il palato molle non si toccano – vi è diventato possibile dare vita al linguaggio, parallelamente allo sviluppo del centro del linguaggio nel cervello; vi siete seduti con il Signore dei Cieli, se possiamo credere all’Antico Testamento, vi siete seduti con Lui e avete dato nomi a tutte le cose create che vi ha mostrato, poi più tardi avete inventato la scrittura, ma ormai eravate già capaci di ragionamenti filosofici, prima avete collegato gli eventi, poi li avete separati dalle vostre credenze religiose”.
E ancora, rivolgendosi idealmente all’uomo, “hai inventato il tempo, hai costruito veicoli e barche, hai vagato per l’ignoto sulla Terra, saccheggiando tutto ciò che poteva essere saccheggiato, hai capito cosa significava concentrare le tue forze e il tuo potere, hai mappato pianeti ritenuti inavvicinabili, e ormai non consideravi più il Sole come un Dio e le stelle come determinanti del destino, hai inventato, o meglio hai modificato la sessualità, i ruoli degli uomini e delle donne, e molto tardi, anche se non è mai troppo tardi, hai scoperto l’amore per loro, hai inventato i sentimenti, l’empatia, le diverse gerarchie nell’acquisizione della conoscenza, e infine sei volato nello spazio, abbandonando gli uccelli, poi sei volato sulla Luna, e lì hai mosso i tuoi primi passi, hai inventato armi tali che potrebbero far saltare in aria l’intera Terra più volte, e poi hai inventato scienze in modo così flessibile grazie alle quali il domani ha la precedenza e mortifica ciò che può essere solo immaginato oggi, e hai creato l’arte dai disegni rupestri fino all’Ultima Cena di Leonardo, dal magico buio l’incanto del ritmo fino a Johann Sebastian Bach”.
“Infine, in conformità con il progresso storico, tu, con assoluta e assoluta immediatezza, hai cominciato a non credere più a nulla e, grazie ai dispositivi che tu stesso hai inventato, distruggendo l’immaginazione, ora ti rimane solo la memoria a breve termine, e così hai abbandonato il nobile e comune possesso della conoscenza, della bellezza e del bene morale, e ora sei pronto a trasferirti nelle pianure, dove le tue gambe affonderanno, non muoverti, stai andando su Marte? Invece – ha sottolineato ancora – non muoverti, perché questo fango ti inghiottirà, ti trascinerà nella palude, ma è stato bellissimo, il tuo percorso attraverso l’evoluzione è stato mozzafiato, solo, sfortunatamente: non può essere ripetuto”.
Questo è l’excursus dello scrittore Nobel per la Letteratura Krasznahorkai, dalla ruota alla disillusione di oggi; un discorso condivisibile, lungo e approfondito. In passato, ho fatto analisi del genere sulla natura dell’uomo, alcune su questo sito, altre messe nei miei lavori, altre solo pensate; ora, allo stato attuale dei fatti, vedendo come stanno le cose, vedendo il comportamento di tanti, specie di potenti e dei molti che li sostengono, la risposta che mi viene da dare è una, molto meno elaborata, più sintetica, e sicuramente molto poco gradevole. Una risposta che si riduce a due semplici parole.
Di John Gwynne avevo letto L’ombra degli dei (ambientazione che s’ispira alla mitologia vichinga) e sia la storia sia lo stile mi erano piaciuti, pertanto, quando ho letto di un’altra sua serie che trattava, in parole povere, della lotta tra angeli e demoni (figure che mi hanno sempre affascinato), approfittando di una promozione, ho deciso di leggere Venti di Guerra, primo di una trilogia che si pone come seguito di un’altra serie di questo autore, La fede e l’inganno.
Per buona parte della lettura Venti di Guerra mi ha coinvolto, pur non essendo nulla di originale o sorprendente, come si può capire leggendo la quarta di copertina. “I Ben-Elim, feroce stirpe di angeli guerrieri, hanno fatto irruzione nelle Terre dell’Esilio oltre centotrenta anni fa, sulle tracce dei loro eterni nemici, l’orda dei demoni di Kadoshim. Dopo averli sconfitti in una battaglia epocale, i Ben-Elim hanno fatto di questo mondo la loro casa, estendendone i confini e assoggettando antichi regni sotto il loro potere. Ma la pace nelle Terre dell’Esilio è fragile, e il loro indiscusso dominio è in pericolo. I Kadoshim sopravvissuti si stanno riunendo ai margini dell’impero”.
I Ben-Elim sono angeli con le ali bianche, i Khadoshim sono demoni con ali simil pipistrello, sono nemici giurati… niente che non si sia già visto nell’iconografia classica. Quindi siamo di fronte ai buoni contro i cattivi? Non proprio: si può dire che siamo di fronte a due diversi tipi di male, di cui uno è preferibile all’altro perché l’altro, è davvero il peggio che possa esserci. I Ben-Elim non sono proprio buoni: impongono con la forza il proprio modo di vedere le cose, sono rigidi, intransigenti, trattano gli esseri umani come sottoposti ed esseri inferiori, insomma sono una sorta di dittatori. I Khadoshim dal canto loro sono feroci esseri dediti al massacro e alla distruzione e come i Ben-Elim considerano gli umani creature inferiori a loro (anche se sono un po’ più furbi dei loro nemici, dato non reprimono così tanto con le regole gli uomini).
La storia, in questo primo libro, viene mostrata attraverso quattro protagonisti: Bleda, Riv, Drem e Sig.
Sig è una gigantessa che appartiene all’Ordine Splendente, un esempio per i suoi compagni per i suoi saldi principi e la sua determinazione; è tormentata dal suo passato e dagli eventi della prima guerra tra Ben-Elim e Khadoshim, di cui ha fatto parte (i giganti hanno una lunga vita).
Bleda è figlio della capotribù dei Shirak, preso sotto la protezione dei Ben-Elim (tradotto: preso con la forza) assieme a Jin, figla del capotribù dei Cheren, per feramre la guerra che c’era tra le loro tribù: viene addestrato per combattere i Khadosim rimasti.
Riv vive nella stessa città di Bleda, è figlia di un’Ala Bianca, l’esercito di umani che i Ben-Elim addestrano, e il suo sogno è divenire a sua volta un’Ala Bianca; è una testa calda e perde facilmente il controllo.
Infine c’è Drem, che vive come cacciatore con il padre al nord, lontano dalla civiltà e dall’influsso dei Ben-Elim; la sua è stata una vita dura ma pacifica, anche se i due si sono sempre spostati da un luogo all’altro. C’è qualcosa nel passato di Olin, il padre di Bleda, che viene tenuto celato e che Drem non riesce a scoprire, che sente come un peso. La loro vita viene sconvolta quando ritrovano della pietrastella, il minerale con il quale si è creato il metallo che ha imprigionato Asroth, capo dei Khadoshim, assieme a Michael, capo dei Ben-Elim, e il padre decide di forgiare una spada per eliminare definitivamente la minaccia dei Khadoshim (come? Ma naturalmente tagliando la testa al loro capo imprigionato). Naturalmente le cose non andranno come previsto e tra un colpo di scena e l’altro si assisterà all’attuazione del piano dei Khadoshim di avere la loro rivincita. Venti di Guerra è un buon romanzo per buona parte della sua lunghezza; certi colpi di scena non sono stati colpi di scena per me (il fastidio che aveva Riv alla schiena mi aveva rivelato in realtà chi lei fosse davvero), ma tutto sommato questo non mi ha rovinato la lettura. Quello che ha rovinato la lettura nel finale è la virata verso lo young adult e la comparsa di pruriti amorosi (che purtroppo si accentueranno nei volumi successivi; sì, ho già letto i seguiti) che mi hanno fatto cascare un po’ le braccia (ma sarà peggio nei seguiti). Peccato per questa scelta, vista la storia avrei preferito tematiche più adulte. Comunque, anche in Venti di Guerra, come in L’ombra degli dei, la vendetta è un tema ricorrente, se non fondante, della storia.
Cosa dire di Vento e Verità, il quinto libro e ultimo libro del primo ciclo delle Cronache della Folgoluce?
Non è il miglior libro di questi primi cinque volumi ma è comunque un buon libro, superiore a molte produzioni attuali (ma anche del passato), con alti e bassi.
Partiamo dai bassi. Le prime cinquecento pagine non mi hanno preso, non sono riuscite a coinvolgermi, non dico che mi hanno annoiato ma hanno rallentato molto la lettura; era già successo con altri volumi della Folgoluce che la lettura procedesse a rilento, ma lì il rallentamento era stato voluto per non finire troppo presto il romanzo che stavo leggendo. Il problema con queste cinquecento pagine, per quel che mi riguarda, è che gli eventi sono troppo dilatati, si prendono tempo in preparazione di ciò che sta per arrivare (la sfida finale tra i campioni di Dalinar e di Odio); considerando che l’arco di tempo di Vento e Verità ricopre dieci giorni, la cosa risulta un poco eccessiva. Molti avrebbero abbandonato il volume già dopo cinquanta pagine (c’è gente che abbandona la lettura di un libro se non è coinvolta dopo aver letto le prime cinque righe), ma vuoi per fiducia verso Sanderson, vuoi perché quando inizio una cosa la voglio finire, sono andato avanti, venendo ripagato da una buona lettura, a tratti molto buona.
Com’è possibile allora, narrando gli eventi di dieci giorni, scrivere un tomo di millecinquecento pagine?
Perchè le vicende di alcuni personaggi (Navani, Dalinar, Shallan, Rlain e Renarin) si svolgono nel Reame Spirituale (dove dimorano gli dei), dove il tempo viene dilatato (quello che nel mondo di Roshar può essere qualche minuto o un’ora nel Reame Spirituale corrisponde a giorni). Una scelta che non mi è dispiaciuta, ma di cui non sono rimasto sorpreso per il semplice fatto che ho usato tale mezzo in Strade Nascoste, il primo volume che ho scritto di Storie di Asklivion. So che queste parole non piacieranno a diversi, che sembrerà un modo di volermi mettere al livello di Sanderson, ma non mi sto paragonando a lui e neppure voglio essere come lui: semplicemente sto enunciando un fatto. E prima che qualcuno asserisca che ho preso spunto dallo scrittore americano (o peggio, che abbia copiato), Strade Nascoste l’ho scritto prima delle Cronache della Folgoluce (tra il 2001 e il 2006) e la prima versione (tramite licenza Creative Coomon) l’ho pubblicata sul mio sito (quello su cui si sta leggendo) nel 2011 (è stata tolta dopo la pubblicazione in ebook ma sono rimasti sul sito alcuni brani). Quindi Reame Spirituale, personaggi che in un’altra dimensione condividono e rivedono esperienze personali, il mondo degli spren, non sono stati una novità: in Strade Nascoste ci sono il Mondo Spirituale e gli spiriti che sono interconnessi e interagiscono col mondo materiale, i protagonisti finiscono in una dimensione dove rivivono esperienze passate apprendendo da esse e superando traumi, hanno a che fare con luoghi dove il tempo scorre in maniera diversa. Per precisare, neanche la mia idea era originale, dato che tale idea faceva parte dell’ambientazione Mondo di Tenebra della White Wolf; anzi, posso dire tranquillamente che tale ambientazione mi ha molto ispirato, sia per quanto riguarda Asklivion, sia per quanto riguarda I Tempi della Caduta.
Tutta questa pappardella (i più maligni diranno autorefenziale e per farsi pubblicità) serve a spiegare perché, avendo già usato tutto ciò in mie opere, non sia rimasto sopreso da quello che ha scritto Sanderson; non essere sorpreso non significa essere deluso, anzi, la lettura di Vento e Verità è stata piacevole. Fra parentesi, uno dei motivi per cui ho letto praticamente tutto quello che è stato tradotto di Sanderson è che racconta tipi di storie e idee che ho anche io e per questo mi piacciono; si dice che si scrive quello che si piacerebbe leggere: è vero che in questo caso si legge ciò che piace scrivere 🙂 . Di nuovo (tocca ancora precisare perché siamo in un tempo in cui si riesce a fare polemica con tutto), non è un paragonarmi a Sanderson ma solo per dire che abbiamo un modo di vedere il fantasy molto simile ed è uno dei motivi per cui lo seguo.
Quindi non è stata la mancanza di sorpresa a penalizzare la lettura, ciò che l’ha penalizzata è stata soprattutto la mancanza di sintesi nel primo terzo del romanzo: c’erano dei capitoli che sarebbero bastate poche righe per raccontare gli eventi che li riguardavano. E qui si potrebbe parlare dello “Show don’t tell” perché non sempre mostrare tutto è un bene: alle volte è meglio raccontare per non perdere il lettore dilunagandosi troppo.
Superato lo scoglio delle prime cinquecento pagine (e si può dire che non è uno scoglio piccolo), Vento e Verità ingrana e la storia si fa sempre più appassionante: viene mostrato il passato degli Araldi, come è stato realizzato il Giuripatto, qual è stato il destino di Onore, perché Roshar è cambiato così tanto con l’arrivo degli umani, cosa ha portato alla guerra millenaria. Oltre al Reame Spirituale viene aggiunto Vento, una delle divinità esistenti su Roshar prima dell’arrivo di Odio e Onore, viene mostrato cosa è successo al paese in cui è nato Szeth ed è qui che si capisce come la guerra in corso non riguarda più solo Roshar ma anche tutti gli altri sistemi del Cosmoverso, dato che, da come si può intuire, nei prossimi volumi della serie molto probabilmente scenderanno in campo anche i Frammenti di altri sistemi planetari (al momento si sono visti Armonia, che unisce Preservazione e Distruzione, e Autonomia col mondo di Mistborn, ma ce ne sono altri menzionati in Vento e Verità).
Cosa dire dei personaggi? Dalinar e Khaladin hanno fatto scelte che mi aspettavo (e le ho trovate appropriate), così pure Shallan; Adolin ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, tutto il suo valore (e lo scontro con Adibi è tanta roba, non tanto per spettacolarità, ma per epicità e per come si realizza). Per quanto capisca il cammino fatto, Szeth è stato il personaggio di tutta la serie che meno mi ha preso: è stato vittima degli eventi, degli altri, per tutto il tempo e solo alla fine prende nelle sue mani il destino. Benché cresciuto, Szeth è sempre stato un bambino sfruttato da chiunque, usato per scopi non proprio dei migliori; la sua è una storia triste dall’inizio alla fine.
Qualcuno potrebb criticare (anzi, direi che in diversi l’hanno fatto) per come finisce Vento e Verità, dato che lascia la storia a un certo punto, ma è logico che sia così: siamo al romanzo cinque di dieci, ed è finita solo la prima parte (sarebbe la stessa cosa criticare come finisce un film avendo visto solo il primo tempo). Sanderson lascia la storia dopo che c’è stata una svolta e dopo tale svolta ci si sta assestando e preparando per quello che verrà; ora occorrerà aspettare per sapere come si svolgerà la seconda parte, dato che prima lo scrittore dovrà scrivere la terza era di Mistborn e, facendo congetture con quanto letto nel finale di Vento e Verità, sarà legata a quanto si verificherà su Roshar. E sarà un’attesa un po’ lunghina: se non ricordo male da quanto letto da qualche parte in rete, per il sesto libro si parla del 2031 e visto quanto hanno impiegato per uscire i primi cinque volumi (dal 2010 al 2024) (sempre che Sanderson non si lasci distrarre da tanti altri progetti), data la lunghezza dei tomi, ipotizzare una decina d’anni non è qualcosa di tanto lontano dalla realtà. Per i fan ciò può essere sconfortante, ma si provi a scrivere libri di mille e passa pagine l’uno (e pure di alta qualità) e si vedrà; ci sono scrittori che fanno molto peggio (chi ha citato George R.R. Martin?); è anche vero che ci sono scrittori che hanno fatto meglio, vedere Steven Erikson, che riusciva a pubblicare un romanzo l’anno della saga Malazan (però lavorava solo su essa). Per il momento ci si goda questo Vento e Verità, che non sarà un romanzo perfetto ma è sicuramente una buona lettura.
P.s.: il bello di Sanderson quando parla di divinità è che mostra, oltre il loro potere, anche il loro lato umano, perché una dività potrà anche essere un essere superiore ma parte sempre da una base umana.
Inevitabilmente, con l’uscita dell’ultimo film su Dracula (Dracula – L’amore perduto di Luc Besson) c’è stato un gran clamore e tanti ne hanno parlato e altrettanti sono andati a vederlo (personalmente, non sono così curioso di andare al cinema, anche se c’è un’attrice che apprezzo come Matilde De Angelis, uno perché non ho voglia di avere a che fare con platee disturbanti e alle volte maleducate, due perché mi ha dato l’impressione di avere dei punti in comune col Dracula di Coppola); altra conseguenza, in tv sono stati trasmessi diversi film su Dracula usciti in precedenza: Demeter – Il risveglio di Dracula è tra questi.
Questo film del 2023 si concentra su uno specifico capitolo del romanzo di Bram Stoker (il settimo), quello del viaggio della Demeter, la nave su cui viene caricata la cassa contenente Dracula e che arriva sulle rive inglesi inspiegabilmente priva di equipaggio; conoscendo la storia (in pochi ormai non sanno qual è quella di Dracula) si sa che il famoso conte ha eliminato tutti i membri a bordo cibandosene, ma nel romanzo non viene descritto come. Demeter – Il risveglio di Dracula fa proprio questo; se vogliamo, forzando un paragone, si è sulla falsa riga di Alien: una nave con un mostro a bordo (di cui all’inizio l’equipaggio è ignaro) che una alla volta elimina le persone che incontra. La trama è tutta qua: niente che non si conosca già. Tuttavia qualcosa di nuovo c’è: innanzitutto viene mostrata la ciurma, cui si aggiunge Clemens, un medico nero formatosi all’Università di Cambridge, poi viene aggiunta la figura di Anna, una nativa del villaggio da cui proviene Dracula che viene trovata quasi dissanguata all’interno di una delle casse che trasportano dopo che si è aperta cadendo (gli abitanti del villaggio l’hanno usata come sacrificio per il viaggio per Dracula). Anna viene salvata da Clemens con una trasfusione e avverte del pericolo che c’è a bordo, anche se è tardi, dato che Dracula ha già ammazzato tutti gli animali a bordo.
Anche se l’equipaggio dà la caccia al non morto, il mostro miete una vittima a notte, così da mantenersi in forze fino all’arrivo in Inghilterra. All fine rimarranno solo Clemens e Anna a combattere Dracula, riuscendo a schiacciarlo con una parte dell’albero maestro mentre la nave sta affondando (il loro scopo era eliminarlo facendolo finire in mare). Purtroppo il loro piano fallisce e la nave s’incaglia sulle coste inglesi, permettendo a Dracula di liberarsi e raggiungere Londra.
Alla deriva, Clemens non può fare altro che assistere Anna che si lascia consumare dal sole prima di diventare una vampira (le trasfusioni avevano solo rallentato la trasformazione). Arrivato a Londra, Clemens incontrerà di nuovo Dracula, giurando di eliminarlo. Demeter – Il risveglio di Dracula non sorprende, ma tutto sommato non è un brutto film, anzi, il giudizio è positivo, tranne che per l’aspetto di Dracula, mostrato come un pipistrello gigante con sembianze umanoidi (un po’ mi ha ricordato la creatura di Jeepers Creepers): sinceramente si poteva fare di meglio.
Da anni la sanità in Italia non versa in buone condizioni con i continui tagli e le risorse sempre più scarse; le cose sono destinate a non migliorare, visto il modo di fare vigente (uno dei problemi attuali è che ci sono meno medici, il che fa pensare, dato che fino a qualche anno fa c’erano fin troppi laureati in medicina). Per quanto riguarda la provincia di Bologna, una delle cose che aveva fatto più discutere era l’idea di chiudere o ridurre l’operato degli ospedali di provincia e concentrare tutto all’Ospedale Maggiore di Bologna; un’idea sbagliata fin dall’inizio e si dimostrerà il perché, dalla logistica al deterioramento del servizio. Solitamente non mi piace parlare di cose che mi riguardano, ma in questo caso è necessario farlo per fare un esempio di quello di cui sto parlando.
Ho dovuto accompagnare una parente (mia madre) a fare controllo (obbligatorio) il giorno dopo l’intervento di cataratta all’ospedale Maggiore causa mancanza imprevista di dottori nell’ospedale dove aveva effettuato l’operazione all’occhio; già questo ha comportato il dover percorrere una distanza più lunga, che oltre al chilometraggio maggiore ha portato un maggiore stress, dovuto al maggior numero di semafori photored e autovelox, oltre a code dovute a incidenti e lavori stradali (cose che non succedono di rado su asse attrezzato e tangenziale) nonché ai classici automobilisti che per guadagnare anche solo un paio di metri (credendo così di fare prima) zigzagano da una corsia all’altra (senza mettere per giunta la freccia) col rischio di causare (altri) incidenti). Niente di sorprendente, dato che questa è diventata un’abitudine, e perciò si è partiti un’ora e mezza prima per arrivare in orario (questo per fare un percorso che, rispettando i limiti di velocità (tenendo una velocità di crociera di cinquanta chilometri orari), richiederebbe venticinque minuti).
Arrivati all’ospedale Maggiore, ci si è trovati davanti al primo problema: trovare parcheggio (e non si parla di parcheggio libero, dato che sono tutti a pagamento). Venticinque minuti a girare per trovare un buco dove mettere l’auto (qualcuno potrebbe obiettare che si potevano usare i mezzi pubblici, ma non si considera che le corse che dai comuni di provincia a Bologna non sono molte, senza contare i cambi di autobus necessari da fare, perché le corriere che assistono l’area in cui si abita non passano dal Maggiore, e il trovare posti a sedere, necessari se si ha un persona anziana con qualche problema a camminare), riuscendolo a trovare a più di mezzo chilometro di distanza (diciamo pure che era più vicino al chilometro). E qui c’è il primo problema nell’aver voluto ampliare il già grande ospedale Maggiore: all’ampiamento degli edifici medici (che hanno portato maggiore affluenza di persone) non è stato seguito l’ampiamento dei parcheggi, che sono rimasti gli stessi di tanti anni fa. Ma se tanti anni fa si riusciva a trovare da posteggiare, ora diventa difficile trovarlo un posteggio; e se fare una percorerrenza di più di mezzo chilometro per chi non ha problemi è cosa da niente, non lo è per chi ha delle difficoltà nel camminare che, oltre a doverci mettere più tempo di una persone in condizioni fisiche nella media, deve farlo convivendo poi col dolore di questo sforzo. Se si vuole ingrandire una struttura ospedialiera, si deve anche pensare al modo in cui può essere raggiunta e dare servizi adeguati, in questo caso parcheggi più grandi (sì, perché se si fa una struttura che riceve più pazienti, si deve pensare che servirà anche più spazio per coloro che li accompagnano e devono posteggiare).
I problemi non finiscono qui e si deve avere a che fare con la poca chiarezza della segnaletica: arrivati dove un tempo c’era l’ingresso principale (l’unico), ci si trova davanti a due ingressi: uno con scritto ingresso pedonale, l’altro con ingresso disabili. Seguendo la logica, si prende l’nigresso pedonale, ma dopo qualche metro si capisce che non è quello giusto, dato che ci si trova nel pronto soccorso. Chieste indicazioni a un’infermiera per il reparto oculistico (che risponde in maniera molto seccata e scocciata), viene detto di uscire e prendere l’ingresso subito a fianco, quello con le scale mobili; scale mobili che non ci sono e andando per esclusione (non difficile, dato che ci sono solo due ingressi in quello che una volta era solo uno), si prende l’ingresso per disabili, che si rivela essere quello giusto, dove si prende l’ascensore per raggiungere il reparto interessato. Giunti lì, si capisce che l’infermiera scocciata e seccata incontrata poco prima non è l’unica, anzi: si scusi il termine, ma il livello dello scoglionamento è esteso a tutto il personale incontrato.
Mentre ci si sta avviando all’ambulatorio indicato nel promemoria dell’appuntamento, si viene fermati dall’addetta all’accettazione, che in modo sgarbato se ne esce con un bel “Cosa vuole? Cosa ci fa qui?”. Spiegando il motivo (alle volte si rimpiange di non avere la prontezza di certe persone nel dare certe risposte), si riceve come risposta un “Impossibile”; al che si mostra il foglio dell’appuntamento e non credendo a quello che vi è scritto sopra, richiede di vedere la cartella clinica; fatto perdere un paio di minuti inutilmente, dice di andare nell’ambuatorio indicato nell’appuntamento (ma guarda un po’) e di chiedere all’addetta che esce da esso.
Se si pensa che l’odissea sia finita qui, ci si sbaglia: arrivati davanti all’ambulatorio, e seguendo quanto detto dall’addetto all’accettazione, si fa per chiedere all’addetta che esce dall’ambulatorio. Non si è finito di dire “Mi scusi” che si riceve uno sgarbato “Non ho tempo, siamo impegnati, aspetti la mia collega”.
Ci si mette in attesa ed esce quella che risulterà essere l’infermiera che deve raccogliere le cartelle cliniche (risulterà che dovevano avere la lista degli appuntamenti ma non la seguivano, chiamando come piaceva a loro); il tempo passa e si fanno diversi tentativi per cercare di spiegare che si ha l’appuntamento (era per le nove e cinquantacinque), ma l’addetta non sta a sentire, dicendo che c’è stata un’urgenza, che lei non ce la fa, è stressata, la si assilla, si sente soffocare e scappa sempre via. Trascorre mezz’ora, trequarti d’ora, un’ora, un’ora un quarto, un’ora e mezzo e l’infermiera rifiuta sempre di prendere la cartella clinica necessaria per la visita ogni volta che si fa per parlare, scegliendo quelle da prendere senza un ordine; scoperto che erano state fatte passare tutte le persone con l’appuntamento dopo quello che riguarda la persona che accompagnavo, con la pazienza che ormai era scivolata via quasi del tutto, decido che essere gentili va bene ma essere fatti passare per coglioni no, per l’ennesima mi ripresento dall’infermiera quando esce che, senza farmi finire di parlare, m’interrompe e se ne esce con un bel “Ma lei chi l’ha mandata qua? Che cosa vuole?”. A quel punto la pazienza finisce del tutto e spiego duramente come stanno le cose, stavolta impedendole d’interrompermi o di tirar fuori le solite scuse: che ho l’appuntamento per la visita post operatoria per cataratta, che sono due ore che ci ha ignorato e che ha fatto passare davanti tutti gli appuntamenti dopo quello di mia madre. Davanti a tutte le altre persone in attesa (molti di loro trattati sempre in modo sgarbato da altri addetti dell’ospedale) che hanno sentito il mio discorso, l’infermiera si trova costretta a darmi ragione e a far poi entrare qualche minuto dopo per la visita. Una visita superficiale e frettolosa perché la dotteressa che sovrintendeva l’ambulatorio voleva recuperare il tempo perso con l’urgenza avuta e voleva staccare perché stressata: due minuti (letteralmente, non un modo di dire) per dare una rapida occhiata all’occhio (e mentre lo fa, ha una bellissima uscita rivolgendosi a mia madre: “Signora, riesce a capirmi? Capisce quello che dico?”, trattandola come una straniera, un handicappata o una mentecatta; devo ammettere che ho dovuto stringere i denti per non aprire bocca e rispondere malamente, perché il suo atteggiamento era molto offensivo, più che scortese: ho fatto fatica a non farmi uscire un “mia madre capisce molto più di lei e soprattutto parla l’italiano meglio di lei”), dire di fare quello che era stato detto dai colleghi dell’operazione e dare un frettoloso arrivederci, spedendoci all’accettazione per prendere l’appuntamento per il secondo controllo.
Di nuovo si ha a che fare con la scocciata addetta dell’accettazione che di malavoglia dà l’appuntamento e lì ci si accorge che i dati nell’intestazione non sono corretti, ma si viene liquidati con un “non è affar mio, non è cosa che riguarda quello che facciamo qui, vada al cup”; quindi si scende, si va al cup, si riperde altro tempo in fila ma qui fortunatamente si trova un’addetta (una ragazza giovane), molto cordiale, disponibile e preparata che in pochissimo risolve la questione. Per una visita che avrebbe richiesto (tempo d’attesa compreso) un quarto d’ora, si sono perse più di due ore (senza contare il tempo del tragitto di andata e ritorno: una mattinata persa completamente).
Questo è capitato a me, ma è ciò che capita spesso a tante altre persone: chi decide, chi pensa di accentrare tutto in grandi strutture eliminando quelle più piccole per questioni di praticità (ma spesso per questioni di soldi), dovrebbe pensare in primis alla qualità del servizio che si dà. E se si dà un servizio pessimo come quello avuto, allora non va bene, ma proprio per niente; a chi ha certe idee, progetti, gli si dovrebbe far fare le stesse esperienze negative avute da altri: forse ragionerebbe in maniera differente e agirebbe di conseguenza in maniera differente (da ricordare che avere strutture più grandi non è sinonimo di miglioramento, anzi, spesso si ha un peggioramento).
Da diverse settimane non si fa che parlare del 12 novembre. Ma che cosa accade di così importante il 12 novembre?
Da questa data per entrare nei siti porno bisognerà dimostrare di essere maggiorenni, così scatterà l’obbligo d’identificazione per l’accesso a tali siti al fine di dimostrare la maggiore età; una legge, questa, nata per impedire d’entrare ai minorenni nei siti che pubblicano video e immagini hard, dato il largo uso che i giovani ne fanno, con le conseguenze che ne conseguono (avevo parlato già in un articolo dei danni che si hanno in questa giovane età, ma non solo). Una premessa va fatta: questa non è una legge per combattere la pornografia, ma per limitarla a individui di una certa fascia di età, dato che in Italia l’uso di materiale pronografico non è illegale (legale non significa però che faccia bene, come non fanno bene altre cose legali come il fumo e l’alcol; qualcuno ptrebbe dire che quello che non va bene è l’abuso, ma le opinioni sono tante e diverse; certo è che tutto ciò che crea dipendenza non va bene). Di per sé, ciò non è un male, anzi (bisognerà vedere come verrà attuata, dato che non si ha ben chiaro quale delle terze parti dovrà dare l’ok per l’accesso dopo aver ricevuto i dati personali dell’utente per dimostrare la maggiore età), però non si possono non fare delle riflessioni.
La prima è questa: c’erano già strumenti per impedire l’uso dic erti siti ai giovani, come il parental control, quindi questo nuovo mezzo non sembra essere così necessario (sarebbe necessario invece che i genitori seguissero di più i figli, magari evitando di dar loro in mano uno smartphone fin da piccoli senza monitorarli)
La seconda è questa: si vuole combattere la pornografia per i minorenni, ma non si vuole fare educazione sessuale nelle scuole, la si blocca, la si ostacola, la si vieta: https://www.wired.it/article/educazione-sessuale-a-scuola-e-ferma-a-50-anni-fa-lega/ . Per molti parlare di sessualità è un tabù, quando invece, fatta nella maniera adeguata, sarebbe molto importante per i giovani e i giovanissimi: l’adolescenza è per antonomasia il periodo del cambiamento sia fisico sia mentale, della crescita, della scoperta, della maggiore curiosità e questo riguarda anche la sessualità. Se si vieta d’insegnarla nel modo corretto, soprattutto si vieta anche solo di parlarne, non è che i giovani non ci pensano, semplicemente trovano un altro modo per informarsi e lo fanno in modi che non sono proprio consoni, come lo è il volgersi alla pornografia, che va ribadito, è una finzione, uno spettacolo che non è proprio dei più educativi, dato che mostra solo la fisicità, ma non tiene per niente conto delle emozioni, dei sentimenti, perché l’atto sessuale non è un mero atto fisico, ma coinvolge altri aspetti della persona. E se non si tiene conto di questi elementi, non ci si meravigli che poi si abbiano giovani con difficoltà oppure poi che compiono scelte sbagliate per un’idea traviata che si sono fatti del sesso, del corpo e soprattutto dell’altro, visto poi solo come oggetto per soddisfare il proprio piacere personale. Quindi va bene tutelare i minori, ma occorre soprattutto educarli: si deve partire prima da questo punto e poi dopo mettere delle limitazioni perché altrimenti, se non si fa così, il problema non lo si risolve.
E infine la terza riflessione (ma non la meno importante) che stanno facendo in molti e che riguarda il modo in cui questa limitazione verrà fatta, come verranno trattati i dati, ma soprattutto si guarda il creare un precedente che potrà poi essere usato in altri campi. Già il caso Cambridge Analytica dovrebbe aver insegnato come dati personali possono essere usati nel modo sbagliato e quindi quello che sta per succedere fa temere a una schedatura che poi potrà essere espansa a tante altre cose, con gli utenti che saranno monitorati in tutto quello che fanno, proprio come succedeva nel Grande Fratello di Orwell. E questo non è per niente qualcosa di positivo, perché è davvero giusto che lo Stato possa decidere quali contenuti legali necessitino di un’identità digitale per essere visualizzati? Non è che così facendo si sta finendo in un sistema di controllo che decide sempre più della vita del singolo (non dimentichiamoci che in Italia, salvo rari casi, non si può decidere per il fine vita, ma è lo Stato che impone la sua volontà; va detto che qualcosa si sta cominciando a muovere ma non quanto e come si vorrebbe)? Davvero lo Stato può decidere tutto per quello che riguarda il singolo?
In certi paesi questo già succede e questi paesi si chiamano regimi.
In attesa di vedere cosa accadrà dopo il 12 novembre, vista la delicatezza dell’argomento e la necessità di avere una maggiore conoscenza di esso, sarebbe bene per molti informarsi, cominciando dalla lettura di Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff.
Hanno sollevato molte polemiche (giustamente) le parole della ministra Roccella quando ha detto che le gite scolastiche servono per dire che l’antisemitismo è solo antifascista. A parte l’ennesimo tentativo di minimizzare i crimini del fascismo e cercare di farlo passare per quello che non è (va ricordato che il fascismo è stato una cultura di violenza, odio e morte, ispiratore del nazismo e di quello che poi è venuto dopo), e già questo basterebbe per comprendere la portata dell’intervento della ministra e di cosa ha tentato di fare, non ci si può però non soffermare sull’ignoranza di quello che è stato detto (e con ignoranza si intende in questo caso mancanza di conoscenza); inevitabilmente viene da domandarsi se la ministra sia mai stata in visita a un campo di concentramento o si sia anche solo soffermata a guardare video, foto su di essi o ad ascoltare le testimonianze di chi è sopravvissuto a quegli orrori. Sinceramente non so se questo è avvenuto (anche se da come è intervenuta qualche dubbio che questo sia avvenuto c’è), posso parlare solo per me, dato che sono stato tra quelli che, come dice la ministra, sono stato in gita scolastica (seconda superiore) in un campo di concentramento e più precisamente in quello di Natzweiler-Struthof.
Di gite scolastiche ne ho fatte diverse nella mia carriera da studente e il viaggio a Natzweiler-Struthof non lo definirei una gita scolastica (di solito in gita ci si diverte anche, ma in quella non è stata così: non c’era niente per cui divertirsi perché non c’era niente di divertente) ma una presa di coscienza.
Come si vede dalle foto, c’era neve dappertutto (il periodo era quello di febbraio) e nevicava praticamente ogni giorno. C’era bianco ovunque: sui tetti delle case, sul terreno, sulle foreste. Anche il cielo era bianco, vuoi per le nubi, vuoi per la nebbia. Di solito pensando a paesaggi innevati si pensa a tante cose, come la bellezza del paesaggio, il poter sciare; in quei luoghi ammantati di neve non c’era nulla di tutto ciò, solo un’atmosfera cupa e deprimente.
Mi ricordo il freddo che ho provato, un freddo pungente nonostante il vestiario pesante (sotto la giacca imbottita aveva una maglia di pile e sotto una maglietta dalle maniche lunghe di lana); e se io vestito in quella maniera provavo quel freddo, che cosa dovevano aver provato le persone imprigionate lì, vestite solomente con abiti che erano poco più di pigiami (vedere foto)?
Persone non solo vestite poveramente, ma anche deperite per il poco cibo che veniva dato, per i lavori che dovevano fare, minate non solo nel fisico ma anche nello spirito per essere considerati inferiori, per essere trattati come animali.
Anche se non ho fatto le foto delle foto esposte, mi ricordo fin troppo bene delle immagini di corpi smembrati, di tronchi aperti e svuotati perché dovevano essere studiati.
Quella non fu una gita scolastica, ma un contatto con una delle parti peggiori dell’umanità, la parte più spietata, crudele, violenta e piena di odio di cui fascismo e nazismo sono stati portatori. Certe persone, prima di parlare di certe cose dovrebbero documentarsi. O forse si sono documentate, ma non gli importa: gli importa solo tirare acqua al proprio mulino, chiudendo gli occhi per portare avanti un’ideologia che hanno fatto propria ma di cui non voglio ammettere quanto sia stata bieca, distruttiva e omicida.
Premessa importante per chi deve vedere per la prima volta Spider-Man: Across the Spider-Verse: è soltanto la prima parte della storia che racconta, quindi non si rimanga delusi per il finale tronco (o aperto, se si preferisce usare un termine più soft).
Le vicende riprendono dove sono state interrotte: Miles Morales (lo Spider-Man di Terra-1610), dopo aver scnfitto Kingping e aver fermato l’acceleratore di particelle della Alchemax che stava aprendo squarci nel Multiverso, si sta adattando al suo nuovo ruolo di supereroe. La vita prosegue come ogni Spider-Man che si rispetti: problemi quotidiani che si devono adeguare all’essere un supereroe (naturalmente la sua identità deve rimanere segreta), cui si aggiunge la mancanza che prova per Gwen Stacy, la Spider-Woman di Terra-65 che l’aveva aiutata a combattere Kingping insieme ad altri Spider-man provenienti da altrettanti universi, oltre a dover avere a che fare con un nuovo villain, a Macchia, uno scienziato che è stato mutato quando ha distrutto l’acceleratore di particelle (ora è capace di aprire dei portali, anzi, è megli dire che ci inciampa, dato che non ha un gran controllo sul suo potere) e che presto si dimostrerà essere più di quella macchietta che ora è.
Nel mentre, Gwen nel suo mondo ha problemi col padre, poliziotto, che crede che Spider-woman abbia ucciso nel suo mondo Peter Parker e ora vuole arrestarla; per tale motivo lascia il suo mondo ed entra a far parte della Spider Society guidata da Miguel O’hara, lo Spider-Man 2099 creato nel 1992 da Peter David e Rick Leonardi (è una versione futuristica dello Spider-Man di Peter Parker).
I loro destini s’incrociano di nuovo quando la Macchia comincia a interferire con altri mondi, cercando di assorbire l’energia dell’acceleratore di particelle appartenente a essi; Miles, giunto di nascosto su Terra-50101 seguendo Gwen, salva un poliziotto e sconvolge un evento canonico (esso è un evento fisso, che caratterizza ogni Spider-Man come può essere la perdita di una persona cara, tipo la morte dello zio Ben); avendo mutato tale evento, Terra-50101 comincia a collassare e per questo la Spider Society interviene per contenere l’anomalia.
Portato al quartier generale della Spider Society (dove ci sono centinaia di versioni di Spider-Man), Miles incontra Miguel O’hara che lo accusa di aver rischiato di distruggere l’intero Mulviverso sconvolgendo il Canone: tutti i mondi sono collegati e in ognuno di essi la storia dello Spider-Man che vi abita deve ripetersi sempre allo stesso modo. Alterarla come ha fatto lui è qualcosa che va assolutamente evitato: Miguel vuole scongiurare che questo avvenga, perché lui stesso, alterando un evento canonico, ha portato alla fine di un intero mondo; per questo dà ordine che Miles venga arrestato prima che cerchi di evitare un altro evento canonico (capisce che nel suo mondo suo padre morirà per mano della Macchia). Ma Miles riesce a scappare, sfuggendo e combattendo gli altri Spider-Man, con Miguel che praticamente diventa il villain della situazione combattendolo (emblematica la frase che viene detta quando viene visto come diventa Miguel per cercare di fermare Miles “Ma noi dovremmo essere i buoni”) e che rivela una verità sconvolgente: Miles è l’anomalia originaria, dato che non sarebbe mai dovuto divenire Spider-Man, visto che il ragno che l’ha morso proveniva da un altro mondo, un mondo che ora è l’unico privo di Spider-Man (senza contare che divenendo Spider-Man è stato la causa della morte di quello che già esisteva sulla sua Terra).
Miles riesce a fuggire dal quartier generale usando una macchina della Spider Society e a ritornare sul suo mondo; Miguel con altri Spider-Man si lancia alla sua caccia, ma Gwen e altri Spider-Man decidono di andare in aiuto di Miles, ma fanno una scoperta sconvolgente: lui non è nel suo mondo di origine, ma la macchina che ha usato l’ha mandato nel mondo di origine del ragno che l’ha morso, dove vieve catturato dallo zio di quel mondo (qui lui è ancora vivo, mentre è il padre a essere morto) e si trova faccia a faccia con il Miles di quella Terra (che pare essere cattivo). Spider-Man: Across the Spider-Verse finisce così e può lasciare spiazzati, magari con l’amaro in bocca per essere a metà della storia e dover aspettare di vedere Spider-Man: Beyond the Spider-Verse (che dovrebbe uscire nel 2027). Rimane il fatto che si è davanti a un buon film, magari con una prima parte non eccezionale (devo dire che mi ha un poco annoiato), ma una seconda parte davvero molto bella, che ripaga la visione di questa pellicola.
Non molti giornali e media (si può dire tranquillamente pochissimi) parlano del ddl di cui si sta discutendo in questi giorni in parlamento, ovvero quello di contrastare l’antisemitismo. Riporto il testo comparso sul sito del Senato.
Legislatura 19ª – Disegno di legge n. 1627
DISEGNO DI LEGGE
Art. 1.
(Adozione integrale della definizione operativa di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto)
1. La Repubblica italiana, in attuazione della risoluzione 2017/2692 (RSP) del Parlamento europeo, del 1° giugno 2017, sulla lotta contro l’antisemitismo, adotta l’integrale definizione operativa di antisemitismo approvata nell’Assemblea plenaria dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA), svoltasi a Bucarest il 26 maggio 2016.
2. Ai sensi della definizione di cui al comma 1 e ai fini della presente legge, per « antisemitismo » si intende una specifica percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree o non ebree, i loro beni, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto.
3. Le istituzioni della Repubblica, nel rispetto del principio di leale collaborazione, adottano misure per la prevenzione e la repressione delle manifestazioni di antisemitismo di cui al comma 2.
4. La Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, si riunisce con cadenza biennale per analizzare la situazione dell’antisemitismo in Italia e per condividere le migliori pratiche.
Art. 2.
(Iniziative di formazione)
1. I Ministeri della difesa, della giustizia, dell’interno, dell’istruzione e del merito e dell’università e della ricerca promuovono corsi di formazione iniziale e progetti di formazione continua destinati ai militari, ai magistrati, al personale della carriera prefettizia, alle Forze di polizia, ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado e ai docenti e ricercatori universitari. I corsi e i progetti di cui al presente comma sono specificamente dedicati allo studio della cultura ebraica e israeliana e all’analisi di casi di antisemitismo, nonché, con specifico riferimento alle Forze di polizia, alla formazione in materia di redazione dei verbali di denuncia di atti di antisemitismo. A tale scopo, il Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della giustizia, adotta, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con proprio decreto, una « Guida pratica di lotta contro l’antisemitismo », contenente informazioni sulla legislazione vigente, indicazioni operative, modelli di verbali di denuncia e criteri per la definizione degli elementi costitutivi dei reati e delle circostanze aggravanti connesse a motivi di antisemitismo.
2. Il Ministro dell’istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo.
3. All’attuazione del presente articolo si provvede nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente.
Art. 3.
(Prevenzione e segnalazione di atti razzisti o antisemiti in ambito scolastico e universitario e relative sanzioni)
1. Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Ministro dell’istruzione e del merito, di concerto con i Ministri dell’università e della ricerca, dell’interno e della giustizia, sono definite le misure volte alla prevenzione e alla tempestiva segnalazione di atti a carattere razzista o antisemita nell’ambito scolastico e universitario, anche attraverso il coordinamento tra le istituzioni e le amministrazioni interessate.
2. Nei casi di violazione dei doveri di prevenzione e segnalazione di cui al comma 1, si applicano:
a) nei confronti del personale scolastico, le sanzioni di cui all’articolo 492 del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado, di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297;
b) nei confronti dei docenti e ricercatori delle università, il procedimento disciplinare e le sanzioni di cui all’articolo 10 della legge 30 dicembre 2010, n. 240.
Art. 4.
(Modifica al codice penale e disposizioni in materia di giustizia riparativa)
1. All’articolo 604-bis del codice penale sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
« La stessa pena si applica qualora la propaganda, l’istigazione o l’incitamento si fondano, in tutto o in parte, sull’ostilità, sull’avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione.
Per i reati commessi ai sensi del quarto comma, se l’offesa è recata con l’uso, in qualsiasi forma, di segni, simboli, oggetti, immagini o riproduzioni che esprimano, direttamente o indirettamente, pregiudizio, odio, avversione, ostilità, lotta, discriminazione o violenza contro gli ebrei, la negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele, la pena è aumentata fino alla metà ».
2. Ai reati di cui all’articolo 604-bis del codice penale, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano le disposizioni di cui al capo II del titolo II del decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 150, in materia di giustizia riparativa.
A molti questo non dirà molto oppure semplicemente non ci si soffermerà a riflettere, ma non ci si rende conto della gravità di quanto sta succedendo, ovvero in nome della sicurezza limitare se non sopprimere il dire la verità, come stanno le cose. Solo per fare qualche esempio, criticare il governo israeliano per i crimini che ha fatto a Gaza asserendo che non ha imparato nulla dalla storia e da quanto successo agli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale da parte dei nazisti, ripetendo lo stesso errore, sarebbe antisemita e pertanto perseguibile penalmente. Criticare Netanyahu e il suo governo sarebbe antisemista. Qualsiasi critica alla distruzione, ai morti e alle azioni criminali commesse da Israele a Gaza sarebbe antisemita. Pretendere che il popolo palestesine sia tutelato e denunciare ciò che gli è stato fatto in questi mesi sarebbe antisemita. Criticare il sionismo sarebbe antisemitismo.
Qualcuno può asserire che queste sono solo illazioni, che nel dll non si fa riferimento a nulla di questo, ma non è un caso che sia stato presentato dopo le tante proteste contro governo e Israele e le manifestazioni a favore della Palestina: bisogna pensare al modo di agire del governo, un governo che ha accolto con tutti gli onori un assassino condannato all’ergastolo (Forti), ha scortato un altro assassino nel suo paese come se fosse un capo di stato (Almasri), ma che ha condannato come criminali chi portava aiuto a chi veniva massacrato (Flottilla) (tutto ciò ricorda un fatto famoso, ovvero ciò che hanno fatto sommi sacerdoti, farisei, scribi (tutta gente di una certa importanza nella società ebraica di un tempo) che hanno messo a morte un innocente solo perché diceva la verità, facendo liberare un delinquente (l’innocente è Gesù, il delinquente Barabba). Tanto per ricordare che dalla storia non s’impara nulla, facendola così ripetere). A pensar male si fa peccato però…però visto come stanno andando le cose non si può non capire la gravità del cercare di nascondere la verità, un difendere chi ha commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità; è un modo per travisare e stravolgere la storia (fra parentesi, secondo la ministra Roccella le gite scolastiche ad Auschwitz sono servite solo a fomentare l’antifascismo).
Se non fosse tragica la cosa, fa sorridere che in Italia si voglia perseguire chi critica un governo che ha commesso atrocità di ogni genere come successo nelle Seconda Guerra Mondiale da carnefici divenuti tristemente famosi, ma non si faccia nulla per chi fa manifestazione che inneggiano al fascismo e al suo regime, un regime che è stato causa di milioni di vittime con l’odio, la violenza e la cultura di morte di cui è stato portatore. Una grande contraddizione, ma non difficile da spiegare: non è difficile capire che un governo di destra sostenga un governo suo simile (è già successo per esempio nel caso Salis, col governo italiano schierato col governo ungherese; e pensare che fino a poco tempo prima il governo italiano diceva gli italiani prima di tutto (prima anche e soprattutto dell’Europa) ma evidentemente ci sono italiani più italiani di altri…). Come non è difficile capire che questo governo, in cui risiedono diverse linee di pensiero che hanno molto a che spartire col fascismo che ha causato la Seconda Guerra Mondiale e i suoi morti, stia cercando di lavarsi la coscienza stando dalla parte di Israele e degli ebrei (come se così facendo potesse cancellare quanto accaduto). Ma ci si dimentica una cosa: gli ebrei di allora non sono quelli di adesso. Gli ebrei della Seconda Guerra Mondiale erano vittime. Gli ebrei (o gli israeliani) di adesso, che hanno sostenuto Netanyahu e il masscacro perpretrato, sono carnefici. Non ci si dimentica del 7 ottobre e dell’attacco portato da Hamas (anche quello è stato un crimine), ma Israele è andato troppo oltre, sono stati massacrati volutamente civili innocenti ed è stato fatto con odio, il tutto mosso da ideologie estremiste e integraliste. Non si difende Hamas, perché anche lui è colpevole (un Hamas, va ricordato, sostenuto proprio da Netanyahu in passato), solo che c’è chi è più colpevole di altri e non ci sono innocenti tra Hamas e governo israeliano e chi l’ha sostenuto. Gli unici innocenti sono i bambini. Ma se si continua a voler nascondere la verità, a volerla cacciare, a volerla sopprimere, altri innocenti continueranno a essere uccisi.
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