Racconti delle strade dei mondi

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Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste – Racconti

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Strade Nascoste

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Inferno e Paradiso (racconto)

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L’Ultimo Baluardo (racconto)

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Il magazzino dei mondi 2

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L'uso delle parole.

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I figli di dune:l'uso delle paroleAnche nelle forze piú socializzanti, troverete sempre qualche moto sotterraneo che tende a conquistare e a mantenere il potere attraverso l’uso delle parole. Dagli stregoni ai sacerdoti, ai burocrati, è sempre la stessa cosa. II basso popolo, governato, dev’essere condizionato ad accettare queste parole-potere come qualcosa di vero, perché scambi questo sistema di simboli inconsistenti per la realtà tangibile dell’universo. Onde conservare una simile struttura di potere, certi simboli devono esser tenuti fuori portata della comune comprensione: simboli, ad esempio, che abbiano a che fare con le manipolazioni economiche, oppure quelli che definiscono localmente ciò che s’intende per equilibrio mentale. Una simile segretezza nei simboli porta allo sviluppo di sub-linguaggi parziali, e ognuno di essi è il segnale di riconoscimento per quelli che lo usano,, accrescendo ogni volta il proprio potere. (1)

 

Un libro sacro è un libro di potere; un potere che ha la capacità d’insegnare, a chi vuole ascoltare, il cambiamento comportante la crescita. È un libro vivo, sempre attuale, perché di vita parla: attraverso la parola (uno dei mezzi per dare forma a volontà e pensiero) mostra un cammino che ogni individuo, in qualsiasi epoca, può intraprendere. Da solo però non può fare tutto: se dopo averlo letto, o ascoltato, non seguono atteggiamenti concreti, tutto risulta vano. Il messaggio in esso contenuto, se non è sorretto dalla volontà dell’individuo di metterlo in atto, è solo lettere che si dissolvono, finché non rimane niente. Realtà che invece cambia se lo si mette in pratica: esso diviene una forza capace d’influenzare chiunque, di cambiare l’esistenza dei suoi simili. Una forza che però non avrebbe nessun potere sugli altri se questi non glielo permettono.
Comprendendo da questo ragionamento come agisce il potere della parola sulle persone, si capisce come si creano le maggioranze e da esse gli uomini che governano: tutto dipende da quanto gli individui sono disposti a concedere agli altri. Un modo di conferire potere con il quale i popoli hanno concentrato, incanalato, proiettato le proprie energie su pochi individui perché li guidassero e decidessero per loro, facendoli responsabili delle proprie azioni.
Un qualcosa da cui stare in guardia, perché vuol dire affidarsi e dipendere dagli altri, sottostare alla loro volontà e non essere più liberi, pagandone perciò un prezzo; ne parla la Bibbia nell’Antico Testamento e precisamente nel Primo Libro di Samuele (8, 5-22), quando il popolo ebraico chiese a Samuele di dargli un re perché lo governasse ed egli, seguendo la parola di Dio, lo concesse perché imparasse l’errore che stava commettendo (con tale scelta, il popolo ebraico non voleva più seguire Dio, che altro non è che il vero essere interiore dell’uomo, rinunciando alla libertà).
Un brano attuale adesso come allora perché serve agli individui a essere responsabili e consapevoli della vita che vivono e delle scelte che compiono. Consapevolezza che tanto spesso sfugge all’uomo: pochi riescono a comprendere questa lezione, i più sono impegnati nel cercare lontano e negli altri ciò che già possiedono. Una mancanza di comprensione che comporta delle conseguenze: nel piccolo, perché condiziona e limita la libertà personale, nel grande, perché può portare all’impoverimento d’intere nazioni, quando non addirittura la rovina.
(2)

 

 

1. I figli di Dune. Frank Herbert. Editrice Nord 1977, pag.203
2. Jonathan Livingston e il Vangelo.

La martire

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La martireCon La martire Anthony Ryan continua la storia dil Alwyn lo Scrivano. Nel primo volume si era vista la crescita del protagonista da orfano a fuorilegge a prigioniero nelle miniere a fuggitivo fino a divenire membro sempre più importante all’interno dell’Alleanza. La sua non è solo una crescita a livello di abilità e capacità, ma anche a livello di conoscenza e consapevolezza di un mondo dove la verità è qualcosa di nebuloso, specie per quanto riguarda la religione, che non è quella cosa pura che si crede, ma è legata a quelle che per molti sono soltanto credenze pagane. In tutto ciò si posso vedere dei punti di contatto con la nostra realtà: non è cosa inusuale che una religione prenda elementi di un credo che ha soppiantato (vedere quanto fatto dalla religione cristiana con quelle pagane, dato che non si è appropriata soltanto degli edifici).
Come non si possono non vedere le somiglianze tra Evadine, la Martire Risorta, e Giovanna d’Arco: entrambe hanno una connessione con qualcosa di superiore (nel mondo di Ryan, Evadine pensa che siano i Serafili a mandarle visioni sul futuro e sulla strada da seguire, nel nostro Giovanna d’Arco ode delle voci celestiali), entrambe acquisiscono una notorietà e un seguito sempre maggiore, come sempre maggiore è il carisma e l’aura di cui si ammantano. Le loro figure diventano quasi mitologiche, come se fossero dotate di poteri ultraterreni; questo però comporta invidie, sospetti sia tra i nobili sia tra il clero che le vedono come fastidi, quando non vere e proprie minacce da eliminare.
Tra assedi, complotti, tradimenti, rivelazioni e quel poco di elementi magici che permettono di far rientrare il romanzo nel genere fantasy, La martire mantiene buono il livello della scrittura e della storia di Anthony Ryan in questa sua saga.

Indiana Jones e il quadrante del destino

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Indiana Jones e il quadrante del destinoIndiana Jones e il quadrante del destino è sicuramente meglio del film della serie che lo precede, Indiana Jones e i teschi di cristallo, ma non è al livello delle prime pellicole; questo è quello che succede quando si ricerca di donare nuova linfa a una serie di film che in un determinato periodo hanno avuto successo, non capendo che quello che è stato buono in un certo tempo può non esserlo. I tempi cambiano, così i gusti del pubblico e occorre capire che alcune cose appartengono al passato; soprattutto occorre capire che non ci si può sempre appoggiare a idee già usate perché non si ha il coraggio o la capacità di trovarne delle nuove. I primi tre film di Indiana Jones sapevano unire mistero e ironia, avevano fascino perché le sue storie si basavano su elementi del soprananturale legati alle religiosi, a oggetti sacri che sono entrati nell’immaginario collettivo come l’Arca dell’Alleanza, Il Sacro Graal, perché collegati a qualcosa di più grande, di superiore all’uomo. Che si sia credenti oppure no, tali oggetti hanno un’aura di sacralità che non si può ignorare, sono dotati di un fascino, anche di una magia, che attira e colpisce la mente umana: attingere a poteri dell’aldilà, avere la possibilità di vincere la morte e poter vivere in eterno, è qualcosa che fa presa sulla mente umana, da sempre.
Personalmente, i film di Indiana Jones avevano detto quello che avevano da dire con i primi tre film. Purtroppo non è stato dello stesso avviso chi ha voluto farne dei seguiti, puntando sull’effetto nostaglia, sul fatto che tanti fa anelavano vedere nuove storie del famoso archeologo. Ma gli anni passano per tutti, anche per l’attore che interpreta il protagonista e non si può non notare che manca, inevitabilmente, la verve iniziale, non ci si può non accorgere la stanchezza di portare avanti un progetto che ormai è a corto di idee.
Così, dopo il soprannaturale, si passa agli alieni dei teschi di cristallo per poi giungere ai viaggi nel tempo dell’ultima avventura di Indiana Jones e il quadrante del destino. Qualcuno avrà trovato interessante mostrare un’altra peripezia del dottor Jones, ma non si è considerato che veder un proprio “beniamino”, un proprio “eroe” invecchiato, che non fa più le cose di un tempo, può non far piacere. Invecchiare è normale, è qualcosa di naturale che va accettato e compreso nella realtà ed è proprio questo il punto: in questi film non si sta parlando si realtà, ma di finzione, una finzione che fa leva sulla sospensione dell’incredulità (meccanismo, in parte conscio e in parte inconscio, che permette di mettere da parte il pensiero critico e godersi una storia di fantasia). Se questa sospensione viene a mancare, tutto il castello crolla. O si punta su un approccio diverso cercando di percorrere stade nuove o cercare di riproporre canovacci che un tempo hanno fatto centro non porterà da nessuna parte; occorre alle volte fermarsi e lasciare il passato dov’è, così com’è.
Ultima nota. Sinceramente, la Disney sta stancando di rovinare prodotti che hanno lasciato un segno nel mondo del cinema. Oltre a Indiana Jones vedere quello che ha fatto con Guerre Stellari e i live action di film d’animazione da lei stessa prodotti in un tempo in cui sapeva fare le cose in modo decente.

Un paio di riflessioni sullo scrivere e sul leggere

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Nei giorni passati mi sono imbattuto in due video, uno inerente allo scrivere l’altro al leggere, dandomi spunti di riflessione.

Il Signore degli Anelli, uno dei tanti romanzi da leggerePer quanto riguarda il primo, l’argomento era il fantasy, genere di cui sono appassionato sia da lettore sia da scrittore; l’inizio e la fine del video riguardavano la sponsorizzazione di iniziative e servizi del canale, ma la parte che m’interessava era quella centrale, dove si affrontava la realizzazione di un romanzo fantasy. Non era niente di cui già non sapessi e non mi fossi informato, quindi non sono rimasto sorpreso di quanto trattato, anche se speravo di apprendere qualcosa di nuovo. Quello che ho sentito mi ha fatto realizzare di nuovo una riflessione sulla strada che uno scrittore decide di percorrere, ovvero se seguire quello che piace o se adattarsi al mercato.
Il punto da cui partire è che occorre essere consapevoli di cosa il mercato offre e cosa richiede: avere le idee chiare serve in primis per essere sicuri della direzione che si vuole seguire e non avere delusioni. Se l’obiettivo è quello di vendere il più possibile, allora occorre studiare il mercato e realizzare prodotti che vanno per la maggiore: l’adeguarsi è qualcosa di necessario, se non indispensabile. E qui mi fermo sulle parole dette nel video: bisogna dare ai lettori quello che vogliono. Sul serio? Vero, i tempi sono cambiati, non si è più nel periodo in cui scrivevano i vari Tolkien, Lewis, Moorcock, quindi è forse giusto adattarsi perché altrimenti anche opere valide come Il Signore degli Anelli oggi non verrebbero pubblicate.
Ma le cose sono davvero giuste così? Davvero uno scrittore deve scrivere quello che vuole un lettore? In più di un’occasione non si tratta solo di adeguarsi, ma di abbassarsi di livello, perché è un dato di fatto che per raggiungere la maggior parte dei lettori bisogna usare un linguaggio semplice, realizzare farsi corte e avere trame non complesse perché il livello di attenzione è basso (per non dire precipitato).
Se devo essere sincero, sul fatto che uno scrittore si debba adeguare ai lettori non sono particolarmente d’accordo, anzi, direi che non lo sono per niente. Capisco che si debba scrivere in maniera comprensibile, che non si debba volere la ricercatezza a tutti i costi perché risulterebbe uno sterile esercizio narcisistico dove ci si può compiacere di se stessi, ma l’abbassarsi di livello proprio no, perché è qualcosa di sbagliato di principio: l’essere umano è fatto per migliorarsi, per evolvere, quindi è il lettore che deve cercare di seguire lo scrittore e se c’è qualcosa che al momento non sa, come un termine, un modo di costruire una frase, una trama, si deve impegnare per comprenderla, fare quel passo in avanti che lo faccia arrivare allo stesso punto in cui è lo scrittore. E invece, ci si trova a dire, anzi, peggio, a insegnare allo scrittore che deve impegnarsi di meno perché i lettori arrivano fino a un certo livello, oltre non bisgona andare.
Si dirà che se si vuole raggiungere il più gran numero possibile di persone così bisogna fare, ma a furia di fare di meno, ci si ritrova in situazioni come quelle che ogni giorno si stanno vivendo (ovvero l’involuzione degli individui). Autori come Tolkien non si sono preoccupati del numero di lettori che potevano raggiungere, ma si sono concentrati sullo scrivere delle buone storie, delle storie valide, e facendo così è stato quasi automatico che hanno poi avuto un seguito. Come già detto all’inizio, si potrà obiettare che i tempi in cui scrivevano autori come Tolkien erano diversi, ma una buona storia rimane una buona storia, che può avere più o meno successo, ma uno scrittore per me deve fare solo una cosa: essere fedele al fare il miglior lavoro possibile con le capacità che ha nel realizzare una storia che sente davvero sua, che sente avere qualcosa da dare. Adeguarsi alla commercialità e cercare di ottenere il maggior guadagno possibile che le sue abilità scrittorie gli consentono, anche se ciò che scrive non gli piace, è essere venditori, non scrittori. Si deve scegliere tra questi ue punti: fedeltà a se stessi o adeguamento al mercato, consapevoli che solo nel primo caso si è scrittori veri. Questo per me è il punto principale che una persona che vuole scrivere deve tenere in considerazione. Studiare il mercato, le sue preferenze, le sue movenze e poi solo dopo averlo conosciuto scrivere di conseguenza non è essere scrittori. Qualcuno dirà che agire così è intelligente, è pragmatico, fa andare avanti, che è progettando che si ottengono risultati; la progettazione sicuramente serve quando si deve sviluppare un’idea, ma un’idea, per essere davvero tale, non deve essere sviluppata a tavolino secondo richieste esterne. Può essere così in altre situazioni, ma per quanto riguarda lo scrivere, inteso come atto di creazione, l’unica cosa di cui uno scrittore deve preoccuparsi è dare vita a una buona storia che nasce da qualcosa di sentito, perché un libro dovrebbe essere di più di un semplice prodotto commerciale.

Il secondo spunto di riflessione riguarda la lettura e se già il precedente spunto mi lasciava dei dubbi su certe strade che si seguono, il fenomeno del Booktok è ancora più assurdo, assoggettato com’è ai dettami dell’algoritmo, dei ritmi veloci e fagotatrici della rete, del modo in cui si bruciano le cose. Il lettore non è più una persona che trova piacere nel leggere, diventa un brand, la lettura è uno status da mostrare: arrivati a questo punto si è perso il senso della misura e il senso di che cosa significa davvero leggere. Vero, tutto è diventato consumistico, tutto è puntato al guadagno e all’averlo in fretta, ma forse questa non è la strada migliore da seguire e proprio il leggere dovrebbe insegnarlo, dato che il leggere è un’attività che richiede tempo, calma, riflessione, assimilazione e sì, anche contemplazione, perché alle volte è anche giusto fermarsi dopo aver letto un brano e pensarci sopra, godere del momento che ha fatto vivere.
Trovo assurda questa cosa di leggere decine di libri in un solo mese e per cosa? Per essere sempre sul pezzo? Per stare al passo dell’algoritmo?
Ci si è dimenticati che la rete è un mezzo che è stato creato per essere d’aiuto alle persone, ma come sta venendo usata non aiuta proprio nessuno, anzi, fa più danno che altro, dato che crea dipendenza, fa diventare dei servi di un sistema che si dovrebbe padroneggiare; invece di usare il sistema si viene usati dal sistema. Purtroppo, si è perso il senso della lettura, soprattutto si è perso il piacere di leggere, conoscere, comprendere e sì, anche vivere le storie. Ora, più che mai, è diventato tutto consumistico, tutto accumulo e apparenza, qualsiasi cosa è sacrificabile per la mediaticità e l’esteriorità. E questo non è positivo, ma proprio per niente.

Controllo

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I figli di dune: il controlloCiò che voi del direttorato della. CHOAM sembrate incapaci di capire è che, assai raramente il commercio può vantare vere fedeltà. Quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di un impiegato che ha dato la vita per la sua compagnia? II vostro errore fondamentale è la convinzione che sia possibile ordinare alla gente di pensare e di collaborare secondo la vostra volontà. Ciò ha sempre fallito, da quando esiste la storia, dalle religioni alle organizzazioni militari. Le organizzazioni militari hanno una lunga tradizione, tra coloro che hanno più contribuito a distruggere le proprie nazioni… E per quanto riguarda le religioni, vi raccomando una rilettura di Tommaso d’Aquino. In quanto a voi, della CHOAM, a che razza di sciocchezze credete! Gli uomini devono voler fare le cose spinti dai propri impulsi più profondi e autentici. È la gente, sono i singoli individui, e non le organizzazioni commerciali o le strutture gerarchiche, che fanno funzionare le grandi civiltà. Il destino di una civiltà dipende dalla qualità degli individui che produce.. Se voi super-organizzate gli uomini, se li seppellite sotto cumuli di regolamenti e di leggi, sopprimete il loro naturale impulso verso la grandezza… essi non sono piú in grado di operare, e la loro civiltà crolla. (1)

La mania del controllo, o ipercontrollo, come spiega la psicologia, è una problematica che spinge gli individui a voler tenere tutto e tutti sotto controllo, tentando di prevenire ogni cosa, dalle varie situazioni al comportamento altrui; uno stato ansioso che non fa vivere bene non solo l’individuo che lo attua, ma anche chi gli sta accanto, dato che questa ansia viene avvertita dagli altri, e spesso arriva a condizionare pure la loro vita. Tutto ciò porta un malessere crescente, che diventa soffocante, che è invasione, dove non si è più protagonisti della propria vita poiché è l’altro a volerla gestire.
Questa patologia che colpisce le singole persone può essere trasposta dall’individuo alla società attuale, visto che viviamo in un mondo che controlla e vuole controllare sempre di più. Se si osserva, la libertà dell’individuo è sempre minore, con i suoi movimenti che vengono monitorati sempre di più. Un esempio lo sono i social, come se ne è parlato nel capitolo Sulla rete. Poi lo sono gli smartphone con le varie app che controllano gli spostamenti. Poi gli acquisti online e quelli con carte di credito. Poi l’uso della tessera sanitaria per gli acquisti in farmacia. Poi le telecamere che sorvegliano strutture, negozi, abitazioni. Autovelox, semafori photored. Tutti questi sono strumenti di controllo e sono solo alcuni dei tanti, creati, stando agli intenti, per migliorare la vita dell’uomo, renderla più tranquilla, più semplice, più sicura. Ma di fondo, questa società sempre più controllante e monopolizzante, con la sua ansia di tenere tutto monitorato, diventa soffocante e la qualità dell’individuo ne risente, divenendo peggiore col passare del tempo. Controllando in continuazione le persone si applica una pressione che diventa un disagio sempre maggiore; con tale modo di fare si prosciugano le energie, la voglia di fare, si blocca la creatività, aumenta l’aggressività.
La società non se ne rende conto, ma più controlla e più vuole controllare, divenendo ossessiva, prepotente e sopraffacente. Questa società è malata e andrebbe aiutata, ma vuole essere aiutata? Vuole davvero rinunciare al potere di gestire la vita di tutti? Di controllarla in ogni suo attimo?
I fatti, purtroppo, stanno dicendo di no.
(2)

1. I figli di Dune. Frank Herbert. Editrice Nord, 1977, pag.310
2. Ritrovare la capacità di pensiero.

The hawk – A story to tell

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The hawk - A story to tellThe hawk – A story to tell altro non è che la traduzione in inglese di Il falco, storia che ho scritto alcuni anni fa e con la quale ho voluto cimentarmi con un mercato estero; nonostante la storia non sia per niente lunga (supera di poco le diaciannovemila parole), il lavoro e il tempo che è occorso per realizzare questa traduzione lo è stato: la conoscenza che ho dell’inglese è basilare e questo ho richiesto che dovessi impiegare del tempo per tradurre ogni frase, benché Il falco sia il lavoro che ho realizzato con uno stile e un linguaggio più semplice tra quelli che ho usato.
Ci si domenderà perché, se le conoscenze di una lingua che non è la propria non sono eccelse, si è deciso di tradurre il testo personalmente e non ci si è rivolti a un traduttore professionista. Uno, ed è il motivo principale, è il costo: un traduttore costa e non poco, e dato che non si sguazza nell’oro e le priorità sono altre, allora è giocaforza fare una certa scelta. Due, è stato un mettersi in gioco e provare a fare qualcosa che prima non si era fatto; i mezzi oggi a disposizione sono di certo un aiuto che ha reso possibile fare questa scelta, mentre realizzare una traduzione anni fa sarebbe stato qualcosa di più ostico. Fare qualcosa che non avevo fatto prima ha spinto a ragionare in maniera diversa, ad adattare il testo alla versione inglese perché non tutto quello che ho scritto in italiano poteva essere tradotto. Un esempio. C’è una scena in cui il falco e la piccola rondine, uno dei piccoli che il falco ha cresciuto da solo dopo averli covati, hanno a che fare con un pipistrello; la rondine rivolgendosi al pipistrello si confonde (come possono fare i bambini) e lo chiama pistripello. Com’è logico, questa inversione di lettere non può funzionare in inglese, dato che pipistrello è tradotto con bat, quindi occorreva trovare un altro modo, ergo pistripello è diventato mouse with wings (poco prima la rondine, vedendolo per la prima volta, aveva chiamato il falco dicendo che c’era un topo appeso a testa in giù sopra di loro). Questo è forse l’esempio più grosso, ma di decisioni simili ce ne sono state altre.
Sicuramente un traduttore avrebbe saputo fare di meglio, ma ho cercato, con le mie conoscenze, di rendere il testo maggiormente fruibile a chi legge in inglese; spetterà a chi legge dire se il mio sofrzo è riuscito e The hawk – A story to tell è una traduzione decente.

Approfitto per dare un’altra news: sul canale youtube di Le strade dei mondi ho iniziato a pubblicare video dove parlo di scrittura e lettura, mostrando il percorso che ho fatto in questi ambiti dall’inizio fino ad adesso.

La verità esiste ancora?

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Già in passato ho parlato della verità (qui, qui e qui) e ieri mi sono ritrovato a tornarci a riflettere guardando un video di Fabrizio Valenza dal titolo La FINE della VERITÀ? Da Pilato all’Intelligenza Artificiale (passando per la TV).

Riporto qui il commento che ho lasciato
La verità è un argomento complesso, ma ritengo che sia più appropriato dire che esistono tante verità. Alcune sono realmente tali, a esempio che senza ossigeno noi moriamo, stessa sorte si subisce se non si beve, mangia o dorme per un determinato lasso di tempo; tutto ciò è difficilmente criticabile. Direi anche che tra queste verità c’è la gravità, le forze elettromagnetiche, ma di sicuro c’è chi le mette in discussione (c’è ancora chi dice che la Terra è piatta, quindi…); una verità sicura oggi è che si mette in discussione tutto e si fa fatica a distinguere il vero dall’invenzione, dal falso. Social, IA, ma anche giornalisti e soprattutto politici, fanno in modo che si dubiti di quello che si vede e si sente: o si è presenti e si è testimoni di quanto accade, oppure è difficile avere riscontri di quello che accade, vuoi per errori nel riportare quanto accaduto, vuoi perché si manipolano i fatti. Per scremare il vero dal falso occorrerebbe avere più fonti, fare controlli incrociati, ma anche così diventa difficile riuscire ad arrivare alla verità. Tutto questo non penso che porterà a nulla di buono: sempre più incertezza, sempre più diffidenza e pertanto sempre più isolamento perché non ci si potrà fidare di nessuno. La perdita di punti fermi un tempo esistenti (credi religiosi, politici) lascerà gli individui come dei naufraghi soli in mezzo all’oceano e questo porta alla paura e la paura non porta certo elementi positivi. Non che quei punti fermi fossero positivi: politica e religioni hanno manipolato, raccontato mezze verità per il proprio tornaconto, per legare a sé le persone, perché più persone si avevano al seguito, più si aveva potere (i numeri sono potere e più sono grandi più grande è il potere); hanno controllato le persone, limitando o annullando la loro libertà. Il problema è che tolti quei punti fermi si è commesso l’errore di dare libertà alle persone non capendo che questa non è libertà, ma soltanto caos. Forse allora la verità è consapevolezza e la prima consapevolezza da scoprire è che si è allo sbando: riconoscere questo è il primo passo che per avviarsi verso la scoperta di cosa essa sia. Ma prima di partire verso questa scoperta è meglio prima ricercare la verità su se stessi.

Credibilità

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Da tempo ormai la fiducia degli individui verso le istituzioni è calata, e continua a farlo anno dopo anno; se questo è avvenuto, è perché è stato cercato: ogni corda ha un proprio punto di rottura. E di corde tirate troppo ce ne sono state molte.
Le istituzioni non hanno fatto altro che usare parole per modificare o nascondere la realtà, per non far vedere quello che non hanno fatto o che hanno fatto male, per celare le loro mancanze; tante parole per ammansire la gente, per illuderle, per brandirle con promesse a cui non seguono mai fatti.
Le persone credono che non si possa fare nulla contro di esse perché troppo grandi, con troppo potere tra le mani per essere contrastate. Questo in parte è vero: le istituzioni sono potenti, possono schiacciare con facilità un singolo individuo. Tuttavia, si provi a pensare da dove arriva questo potere e per farlo si prendano come esempio i vampiri: esseri oscuri che tramano alle spalle degli uomini, che se ne stanno nell’oscurità, che possiedono terrificanti poteri, disprezzanti dei comuni mortali per la loro debolezza, per la loro impotenza. Ma proprio coloro che disprezzano, sono ciò che gli permette di esistere; senza, sparirebbero.
Le istituzioni sono come queste figure del folclore che si cibano delle energie della popolazione: la sfruttano, la disprezzano, ma se non ci fosse, anche loro perderebbero la facoltà d’esistere. Come queste creature, le istituzioni lavorano all’insaputa delle persone, chiuse nelle loro aule a fare leggi, prendere decisioni, che tanto di aiuto per le persone non sono.
In tutto ciò non c’è giustizia. Ed è proprio la mancanza di giustizia che ha allontanato le persone dalle istituzioni, perché sanno che la legge verrà piegata in favore dei potenti, di chi ha denaro, perché vedono che i problemi non vengono risolti, alle parole non seguono fatti: solo discorsi vuoti atti a imbonire le masse che fanno perdere credibilità.
E la credibilità una volta persa è difficile da recuperare.

Estratto da Ritrovare la capacità di pensiero.

Old

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OldTra i film che ho visto di M. Night Shyamalan, Old è quello che mi ha lasciato meno di tutti (si può dire che praticamente non mi detto o lasciato nulla): tutto troppo veloce per lasciare dentro qualcosa, per creare pathos, atmosfera, per far affezionare ai personaggi.
La trama è piuttosto semplice: una famiglia con due figli va in un resort tropicale e, su consiglio del direttore, visita una spiaggia isolata vicino a una riserva naturale, un posto esclusivo, riservato a pochi. Lì incontreranno altre persone già presenti. Un luogo paradisiaco per una vacanza fantastica, ma le cose cambiano di colpo quando in acqua vicino alla spiaggia viene ritrovato il cadavere di una ragazza; già di per sé la cosa è inquietante, ma lo diventa ancora di più quando dopo poco del cadavere non rimangono che le ossa: il corpo si è decomposto a velocità impressionante.
Come è impressionante il modo in cui i bambini crescono: in breve si ritrovano adolescenti. Ben presto si capisce che in quella spiaggia il tempo scorre diversamente: una mezz’ora corrisponde a un anno. Il problema è che non si può lasciare quel luogo, se ci si prova si perdono i sensi e ci si ritrova sulla spiaggia.
Le cose precipitano: chi muore tentando si scappare, chi per le patologie che ha, chi impazzisce e uccide. Rimangono soltanto i due figli della coppia, diventanti ormai adulti, che, grazie a un aiuto esterno, riescono a trovare il modo di lasciare la spiaggia, tornando al resort e facendo scoprire che si tratta di una copertura per un laboratorio dove si conducono esperimenti su ospiti ammalati: la spiaggia, visto come il tempo scorre velocemente, serve per testare su queste cavie inconsapevoli dei nuovi farmaci, così da non dover attendere anni per vedere dei risultati.
Shyamalan in un’intervista disse che il film «Riguarda sicuramente il nostro rapporto con il tempo e, secondo me, il nostro rapporto disfunzionale con il tempo che tutti noi abbiamo. Fino a quando non saremo costretti a esaminarlo, che si tratti di una pandemia o dei fattori che si trovano in questa situazione, questi personaggi sono intrappolati su questa spiaggia e devono riflettere sulla loro relazione nel tempo. Vedi alcuni personaggi incapaci di affrontare questo problema, e poi alcuni personaggi trovano pace. Perché hanno trovato la pace e come hanno trovato la pace in mezzo a tutto questo caos? Quindi c’è questa conversazione al riguardo, quella che sto avendo di me stesso con il tempo». Ma devo essere sincero, a me Old non ha fatto pensare a tutto ciò, nel film non ho trovato nulla di quanto il regista afferma: avviene tutto troppo in fretta perché le cose possano colpire lo spettatore. Anche i drammi che vivono i personaggi, appaiono, scompaiono e vengono elaborati in pochi istanti, come se niente fosse. Tutto è così frettoloso che non rimane nulla; nel giro di una giornata gli unici due sopravvissuti passano da bambi a cinquantenni e la battuta che riescono a dire è “andrà tutto bene”: la cosa mi lascia alquanto perplesso, dato che ci si è persi le esperienze di una buona metà della vita.
Old è stato candidato nel 2022 come miglior film thriller ai Saturn Award ma o non c’era niente di meglio oppure io e la critica abbiamo punti di vista differenti.