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Berserk 81

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Berserk 81Sono trascorsi più di tre anni dall’ultimo album pubblicato in Italia (Berserk 80 è del giugno 2019) e a novembre è arrivato sugli scaffali di edicole e fumetterie Berserk 81 che, assieme al numero 82, presenta gli ultimi capitoli disegnati dal compianto Kentaro Miura, venuto a mancare improvvisamente poco tempo fa.
Come nel volume precedente, in Berserk 81 non succede niente che faccia avanzare la storia. Nel primo capitolo I capitoli del mondo fantastico. L’isola degli elfi – L’alba dell’impero viene mostrato Grifis in riunione con i nobili su come gestire le terre conquistate e così dare il via al Secondo Impero dell’Umanità, dopo che il primo era stato creato dall’Imperatore Gaisselick. Discorsi politici e di gestione che rallentano molto il ritmo e non aggiungono molto; l’unica parte veramente interessante è nell’ultima tavola del capitolo, con Grifis seduto sul davanzale di una finestra che, al chiaro della luna piena, consapevolmente, vede i propri capelli da bianchi divenire neri prima di sparire. Il fatto può lasciare perplessi i lettori, ma quello che è successo sarà reso più chiaro nei capitoli disegnati da Kouji Mori, che mostreranno la piega degli eventi futuri e come sono collegati a quanto visto in passato.
Nei capitoli successivi (sempre appartenenti a I capitoli del mondo fantastico. L’isola degli elfi) Barriera, Il giardino dei ciliegi e Forra, l’attenzione viene riportata sul gruppo di Gatsu.
Caska, ritornata sana di mente, riprende a usare la spada, mostrando di non aver perso le proprie abilità, e asseconda le richieste di Isidoro di allenarlo; purtroppo, non solo non riesce ancora a guardare in faccia Gatsu senza avere un trauma, ma neppure a parlargli: infatti, appena ci prova, l’incubo dell’Eclissi torna a perseguitare i suoi ricordi, facendola cadere a terra urlante.
Lady Farnese e Shilke entrano a far parte del gruppo delle streghe dell’isola per addestrarsi e mostreranno le loro capacità, lasciando tutti allibiti; la prima sarà addestrata da Danan sull’apprendimento della cura dello spirito, alla seconda sarà proposto dal maestro delle streghe a entrare in contatto con i demoni, ovvero quegli spiriti che abitano un regno più profondo degli elementali (e tra questi c’è pure la sua vecchia maestra). Inoltre Morna, una strega più scapestrata delle altre, insegnerà a Shilke a volare sulla scopa.
Per quanto riguarda Gatsu, viene accompagnato da Gedfrin (il maestro stregone) e il Cavaliere del Teschio (che viene chiamato dal precedente personaggio “Maestà” prima che si corregga) da Hanarr, il fabbro nano che ha forgiato sia l’armatura del Cavaliere del Teschio sia quella del Berserk; quest’ultimo spiega a Gatsu che usare l’armatura che indossa non significa comandarla e a riprova delle sue parole, la colpisce col martello, facendola reagire e mandandola a coprire la testa del Guerriero Nero con il suo elmo/muso.
Come già detto all’inizio, questi capitoli di Berserk 81 aggiungono poco alla storia; forse un tempo ci si sarebbe lamentati, ma sapendo che sono gli ultimi disegnati da Kentato Miura, li si leggono con affetto, sapendo che non ci saranno più le sue magnifiche tavole.

Fate/stay night: Heaven's Feel

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Quella che si sta per affrontare è la recensione dei tre film d’animazione dedicati alla terza route del videogioco Fate/stay night, Fate/stay night: Heaven’s Feel, che vede l’attenzione focalizzarsi sul rapporto tra Emiya Shirō, il protagonista della storia, e Sakura Matou, una delle tre protagoniste femminile con cui è possibile instaurare una relazione sentimentale.
Occorre subito fare una premessa: per avere una certa comprensione della storia occorre avere la conoscenza del contesto in cui sono calate le vicende, il che significa avere visto le altre due serie precedenti, Fate/stay night e Fate/stay night: Unlimited Blade Works, senza contare che aiuta molto aver guardato Fate/Zero, al momento la più bella serie realizzato del mondo Fate. Nonostante ciò, questo potrebbe non essere sufficiente per comprendere tutto quello che succede in Fate/stay night: Heaven’s Feel, visti i tagli che sono stati apportati alla storia (se per quelli effettuati all’inizio si può sopperire avendo visto le precedenti serie di Fate/stay night, per il finale, se non si è giocato alla visual novel, occorre andarsi a cercare in rete qualcosa che spieghiFate/Stay Night. Heaven's feel I. presage flower quello che è accaduto perché c’è un buco non indifferente che rende difficile la comprensione).
Tolti i punti più rognosi, andiamo a vedere le note positive. Innanzitutto il comparto grafico, sempre realizzato dallo studio Ufotable (che aveva già prodotto Fate/stay night: Unlimited Blade Works e Fate/Zero) di livello elevato: eccezionali le corografie e la gestione degli scontri, per non parlare delle musiche, sempre evocative e pertinenti al momento che si sta vedendo. Molto buona anche la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto quella di Sakura, rivelandosi un personaggio complesso; buono lo sviluppo rapporto che c’è tra lei e Rin e quello tra Rin e Illya. In Fate/stay night: Heaven’s Feel vengono alla luce quei dettagli che rendono più chiara tutta la storia che c’è in Fate/stay night.
Veniamo dunque alla storia. I tre film Fate/stay night: Heaven’s Feel – I. presage flower (2017), Fate/stay night: Heaven’s Feel – II. lost butterfly (2019) e Fate/stay night: Heaven’s Feel – III. spring song (2020), nonostante i tagli accennati riescono ben a mostrare quello che succede in questa terza route. La giovane Sakura Matou, sorella di Shinji, amico e compagno di club di Shiro, decide di andare a casa del senpai e aiutarlo nei lavori domestici dopo che lui ha avuto un incidente al lavoro part-time che svolge. Shiro dopo l’infortunio, anche se guarito, lascia il tiro con l’arco; nonostante la guarigione, Sakura continua ad andare a casa sua ad aiutarlo. Passano i mesi e Sakura entra nello stesso liceo del fratello e di Shiro; i rapporti tra i due ragazzi si fanno più tesi visto il rapporto che si è sviluppato tra Shiro e Sakura e la situazione non farà che peggiorare. Al momento però le cose procedono normalmente, con la ragazza che ha sviluppato un buon rapporto anche con Taiga, tutrice (e professoressa d’inglese) di Shiro dopo la morte del padre adottivo di questi, Emiya Kiritsugu, avvenuta poco tempo dopo che quest’ultimo aveva salvato il ragazzo dal tremendo incidente avvenuto dieci anni prima, di cui lui era l’unico sopravvissuto (evento che continua a perseguitare in sogno il ragazzo).
Fate/stay night: Heaven's Feel - II. lost butterflyLe cose cambiano radicalmente la notte in cui Shiro viene ferito mortalmente a scuola, ma incredibilmente si salva e si ritrova coinvolto nella guerra del Santo Graal, una guerra che si svolge ogni qualche decennio a Fuyuki tra sette maghi e i suoi servant, spiriti eroici invocati dai primi, il cui sacrificio serve per evocare il potente rituale. In realtà, il Santo Graal in questione non è quello che il pensiero comune crede: trecento anni fa, tre grandi famiglie di maghi, i Makiri, i Tōsaka e i Einzbern unirono le forze per creare un rituale che potesse permettere di compiere un miracolo ed eliminare la radice di ogni male; raggiungendo la radice della magia, apriranno la strada per arrivare a un piano d’esistenza superiore. Questo è il Graal, il Calice Celeste, l’Haven’s Feel per realizzare la vera eterna giovinezza, l’unico modo per materializzare l’anima.
Il problema è che esiste un ottavo elemento in questa Guerra: Avenger, ovvero Angra Mainyu, un giovane scelto in un villaggio dedito allo zoroastrismo cui fu fatto carico di tutti i mali del mondo, perché si riteneva che non si potesse condurre una vita retta senza prima liberarsi di ogni male. Tale figura fu evocata come Servant nella Terza Guerra per il Santo Graal e una volta sconfitto fu assorbito dal Graal, corrompendolo; questa ombra, questo Avenger, si è impossessato di Sakura, o meglio, è stato impiantato da Zouken, nonno di Sakura, nella ragazza così da renderla un Graal artificiale ed essere usata per i suoi scopi.
Shiro, Rin (erede dei Tōsaka) e Illya (erede dei Einzbern), si alleano per fermare questa ombra, sventando così i piani di Zouken e di Kirei, l’avversario contro cui Kiritsugu aveva lottato nello scontro finale della guerra per il Graal precedente.
Fate/stay night: Heaven's Feel - III. spring songFate/stay night: Heaven’s Feel è una storia cupa, violenta, la parte più oscura di Fate/stay night, soprattutto per quanto riguarda Sakura, che ha subito abusi di ogni genere dalla sua famiglia adottiva: violenza psicologica, esperimenti, stupri, il tutto per corromperla e farla divenire l’involucro per contenere l’ombra che avrebbe fatto raggiungere il suo scopo al cinico Zouken. Una bambina e poi una ragazza privata di un’esistenza normale, costretta a vivere lontana dalla sua vera famiglia, che trova affetto solo da Shiro.
Ben fatti gli approfondimenti su Illya e il legame che ha con Shiro, il legame che c’è tra Sakura e Rider, la sua Servant (il suo potere rivela che si tratta di Medusa). A parte Kirei, questa volta il nemico è differente, ma è ugualmente ostico da battere. Come sarebbe ostico capire il legame che c’è tra Shiro e Archer se non si è visto Fate/stay night: Unlimited Blade Works. Invece finalmente è chiara la natura del Santo Graal, perché nelle storie delle altre due route era qualcosa di un po’ nebuloso; peccato solo per il finale, troppo frettoloso e senza elementi per comprendere come Shiro possa tornare dopo lo scontro finale: senza una spiegazione lo spettatore rimane perplesso e (INIZIO SPOILER) bisogna avere una bella immaginazione per capire che l’anima di Shiro è stata materializzata all’interno di un contenitore, ritrovato da Rider e impiantato in un nuovo corpo donato da un famoso burattinaio (FINE SPOILER).
In conclusione, Fate/stay night: Heaven’s Feel è una buona storia, da vedere per chi ha apprezzato il mondo Fate oppure da chi è appassionato di mitologia e di figure eroiche conosciute nel folclore e nella storia; sicuramente non è al livello di Fate/Zero dove si approfondivano molto di più gli Spiriti Eroici e le loro vicende, ma comunque si è davanti a un prodotto di qualità notevole.

Se questo è un mondiale di calcio (Qatar 2022)

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Mondiali di calcio QatarSe per un mondiale di calcio migliaia di lavoratori debbono perdere la vita,
lontano da casa, stroncati dalla fatica e dal caldo,
senza tutele, senza un grazie, senza che nessuno si ricordi di loro.

Se si accetta di partecipare a un mondiale di calcio in un paese in cui le donne
Hanno meno diritti di un uomo
E sono soggiogate al suo volere.

Se per vedere le partite di un mondiale di calcio
Si accetta che persone lgbt vengano arrestate
E i loro diritti e la loro identità siano calpestate senza ritegno.

Se per guardare ventidue giocatori che corrono dietro un pallone
Si accetta che l’essere omosessuale sia considerato una malattia
E che chi è tale possa essere perseguito penalmente.

Se per dare lustro a un mondiale di calcio e far credere che tutto è bello e perfetto
Si accetta che decine di cani e gatti, già traditi una volta dall’uomo,
vengono brutalizzati e uccisi senza pietà.

Se per stare seduto su un divano a sollazzarsi con le gare di un mondiale di calcio
Si accetta di volgere lo sguardo da un’altra parte
E assecondare le parole dei potenti.

Se per seguire lo spettacolo di un mondiale di calcio
Si chiudono gli occhi per non vedere la corruzione
che ha portato alla loro assegnazione.

Se per te, per giocare un mondiale di calcio tutto questo è ammissibile e accettabile,
allora continua a guardarlo,
ma non ti lamentare più del torbido e del fango che c’è nel mondo, perchè anche tu ne sei responsabile.

Ma se per te, tutto questo non è più sport, ma solo una questione di soldi
E deciderai che questo spettacolo è meglio non seguirlo
Allora, tu, sarai un uomo.

Zack Snider’s Justice League

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Zack Snider’s Justice LeagueChe cosa dire di Zack Snider’s Justice League?
Innanzitutto occorre parlare della durata che è raddoppiata rispetto a Justice League, passando da 120 minuti a 242 minuti. Già da questo dato viene da chiedersi che cosa abbiano combinato quando hanno fatto uscire la versione cinematografica del 2017: manca praticamente metà film e si vede, perché la pellicola creata da Joss Whedom, succeduto all’abbandono di Zack Snyder per motivi familiari, è stato un taglia e incolla fatto male. Si percepisce che mancano delle parti per rendere chiaro il quadro generale e quando si vede Zack Snider’s Justice League si capisce perché: sono state eliminate tutte le sottotrame dei vari supereroi e se lo spettatore non conosce il mondo DC Comics e i suoi personaggi, si ritrova davanti delle figure con dei superpoteri senza un background, che hanno poco da dire.
Proprio questa è la grande differenza tra il lavoro di Wedom e quello di Snyder: la chiarezza, la comprensione della storia. Con Snyder si capisce quello che sta succedendo, si hanno le informazioni per seguire in modo adeguato gli eventi. Ma soprattutto si ha un approfondimento dei personaggi, che hanno uno spessore (e non sono solo figure messe sullo schermo per fare il ruolo da supereroe) e si ha un avversario credibile, non una macchietta che viene ridicolizzata appena i protagonisti cominciano a fare sul serio.
Steppenwolf non ha solo avuto una rielaborazione del suo background (da avversario assetato di potere si passa a una figura in cerca di riscatto verso il suo padrone, Darkseid), ma anche dell’aspetto fisico, assolutamente migliore rispetto alla versione del 2017.
A grandi linee, la trama principale rimane la stessa (fermare Steppenwolf che vuole riattivare le Scatole Madri), ma i vari dettagli rendono tutto diverso, soprattutto i toni: con Whedom si aveva una versione più leggera, più divertente, con gag tra i supereroi (a esempio, nello scontro finale Flash salva una famiglia spingendo il mezzo su cui erano a bordo e quando si volta vede Superman portare in volo un intero palazzo pieno di persone; e non si dimentica la gara tra i due nel finale per decidere chi è il più veloce. Queste scene sono state eliminate dalla versione di Snyder, visto che la zona dove Steppenwolf sta riunendo le Scatole Madri è disabitata). Con Snyder però i toni sono più drammatici e cupi e non lo si capisce solo dall’uso della luce e dell’oscurità o dal costume nero di Superman, ma dai dettagli, da come si sviluppano le vicende. Per dirne una, si prenda il ritorno di Superman. Con Snyder si hanno dei frammenti di futuro che fanno capire che la resurrezione di Superman avrà delle ripercussioni nefaste, facendo dubitare della bontà della scelta presa da Batman (cosa che si sarebbe vista se fosse stato permesso a Snyder di fare gli altri due film sulla Justice League). Lo scontro che il criptoniano ha con gli altri supereroi in questa edizione è molto più drammatico, perché se nella versione di Whedom Bruce Wayne aveva previsto come fermare Superman (se non ci si ricorda mala, è sintomatica la battuta “Alfred, porta l’artiglieria pesante”, con il conseguente arrivo del maggiordomo con Lois Lane), in quella di Snyder l’arrivo di Lois (non casuale, ma di certo non voluto) è più che provvidenziale, per non dire salvifico.
Il confronto finale poi è di un’altra categoria, per fortuna, passando da uno Steppenwolf ridicolizzato da Superman e steso con qualche pugno, che scappa via teletrasportandosi quando viene attaccato dai propri parademoni che percepiscono la sua paura, a uno Steppenwolf che sta per raggiungere il suo obiettivo (e solo un Flash che corre così veloce da far tornare indietro il tempo evita il peggio) ma che viene ucciso e il suo corpo decapitato rispedito nel portale che avrebbe fatto tornare sulla Terra Darkseid per impossessarsi dell’Equazione Anti-Vita.
Proprio la presenza di Darkseid, il tiranno di Apokolips, mai menzionato nella versione di Whedom, dà un altro aspetto alla pellicola: chi conosce un po’ il mondo DC, sa che si tratta di uno degli avversari peggiori che i supereroi possono affrontare ed è una minaccia per tutto l’universo, un’ombra che si stende sul futuro della Terra e dei Supereroi (vedere anche la comparsa di Martian Manhunter, che nel finale fa capire a cosa si potrà andare incontro, per non parlare del sogno che fa Bruce Wayne su un futuro apocalittico dove lui, gli eroi sopravvissuti e alcuni villain, tra cui Joker, lottano contro un Superman al servizio di Darkseid dopo che Lois è morta).
Zack Snider’s Justice League è sicuramente meglio del suo predecessore: più cupo, meno divertente, ma sicuramente più chiaro, con personaggi di spessore e che hanno finalmente una parte importante nella storia (Flash e Cyborg hanno un ruolo nella trama e non fungono solo da comparse), ritrovando lo spirito della Justice League (è insieme che gli eroi vincono le minaccia, mettendo le proprie capacità a supporto di quelle degli altri), cosa che si era persa nella versione di Whedom (alla fine è Superman che risolve tutto).
Tuttavia, benché la storia sia di senso compiuto, ci si trova dinanzi al problema che caratterizza tutti i film legati al mondo DC: non riesce a prendere, almeno non completamente. Quello che non si riesce a capire è come mai quando si fanno dei film su personaggi dei fumetti DC si ha sempre una cappa di pesantezza, alle volte di noia. Certo, con Zack Snider’s Justice League siamo molto lontani da quella cosa mediocre (per essere gentili) che è stata Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn. A parte i primi due film di Nolan su Batman (il terzo non è allo stesso livello), che però in diversi non considerano pellicole che ripropongono lo spirito dei fumetti, tutte le altre pellicole su questo mondo supereroistico hanno il problema di non riuscire a coinvolgere appieno, lasciando un senso di stanchezza, cosa che non avviene con i film Marvel, anche se si hanno di fronte delle storie che non sono il massimo. E qua ci sarebbe da capire perché alla Marvel si sanno fare storie che prendono mentre questo non succede con la DC (e non si tratta solo dei film, vale anche per i fumetti).
Forse si tratta di organizzazione: infatti, prima che si formassero i Vendicatori e giungere allo scontro con Thanos, sono stati fatti diversi film sui singoli personaggi, in modo che gli spettatori potessero conoscerli e appassionarsi delle loro storie. Alla DC invece, a parte il film su Superman, sul successivo con il confronto con Batman e quello su Wonder Woman, ci si è subito buttati sulla grande minaccia che va affrontata tutti insieme; purtroppo, di Cyborg, Flash e Aquaman, cinematograficamente parlando, non si sa nulla.
Ma c’è anche un’altra questione da tenere conto: a livello di storie, la DC ha perso terreno negli ultimi decenni. L’ultimo grande evento è stata la morte di Superman ed è stata realizzato nel 1992, la Marvel invece non ha fatto che sfornare grandi eventi; è vero che alcuni possono non essere riusciti, ma ce ne sono altri che hanno fatto la storia della Marvel come Guerre Segrete, House of M e Civil War. Eventi che non vedevano solo grandi minacce e nemici da affrontare, ma affrontavano tematiche che andavano sul sociale, come visto per esempio con Civil War.
Forse queste riflessioni dipendono dal gusto personale e da quello cui si è più legati, ma la sensazione che ai film DC manchi qualcosa di davvero vincente permane.

Ghost in the Shell (film 2017)

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Ghost in the shell- film 2017Ghost in the shell, interpretato da Scarlett Johansson, è un film del 2017 tratto dal manga di Masamune Shirow e che in parte s’ispira al capolavoro realizzato da Mamoru Oshii; ispirazione che è legata solo al rifare alcune scene del film d’animazione di Oshii, perdendone invece la complessità e la profondità.
Sia ben chiaro: Ghost in the shell che vede all’opera la Johansson nei panni del Maggiore Motoko Kusanagi non è male, ma non raggiunge il lavoro realizzato da Oshii. Il problema è che si è voluta semplificare una storia complessa, cercando di renderla fruibile anche a chi non conosceva il manga o le opere di animazione.
In un futuro prossimo, dove gli essere umani possono interconnettere la mente alla rete dati e avere dei miglioramenti al corpo con innesti cibernetici, è stata istituita la Sezione 9, un’organizzazione anti terrorismo cibernetico gestita dal governo, manipolata però dall’azienda Hanka Robotics che gli dà i mezzi tecnologici per i suoi agenti. Il Maggiore Mira Killian è il loro fiore all’occhiello, un cyborg a cui è stata impiantato un cervello umano, unica parte sopravvissuta di un terribile incidente che ha visto coinvolto la donna, nel quale ha perso anche i genitori. Mossa da esso, Mira combatte strenuamente il terrorismo, fino a quando comincia ad avere dei dubbi dopo l’incontro con un misterioso individuo (Kuze) che elimina ricercatori e scienziati che hanno lavorato per la Hanka Robitics. La verità, quando verrà a galla, rivelerà una realtà ben diversa da quella conosciuta: il Maggiore Mira non è il primo cyborg realizzato, ma soltanto il primo riuscito dopo decine di esperimenti falliti su esseri umani. I suoi sono ricordi impiantati e lei è in realtà Motoko Kusanagi, una donna che viveva assieme ad altre persone che contestavano l’uso della tecnologia: presi con la forza, furono usati per gli esperimenti di cui è frutto.
Il finale è scontato: il vero cattivo andrà incontro alla giustizia e il Maggiore continuerà il suo lavoro nella Sezione 9 con la sua vera identità ritrovata.
Il tema della multinazionale che sfrutta gli individui per i suoi fini è qualcosa di già visto, come già visto è il tema della mente umana messa in una macchina (vedere il primo Robocop realizzato da Paul Verhoeven) e quello che ne segue: un peccato che ci si sia limitati a creare qualcosa di facile comprensione, perdendo quella profondità che si aveva con l’intelligenza artificiale chiamata il Marionettista.
In Ghost in the shell oltre alla già citata Scarlett Johansson (la cui scelta era stata criticata perché si era puntato su un’attrice non asiatica), va menzionata anche la presenza di Takeshi Kitano (Battle Royale). Il film cerca di risollevarsi dalla trama abbastanza semplice riproponendo scene dell’iconica pellicola di Mamoru Oshii, tra tutte vanno menzionate l’inseguimento effettuato da Motoko all’uomo a cui è stato fatto un ghost hacking e che si conclude con un combattimento sull’acqua, Motoko che fa immersione e il combattimento finale con il robot ragno corazzato.
Ghost in the shell in definitiva non è da buttare, ma con il materiale che si aveva a disposizione si poteva fare qualcosa di più.

Halloween - La serie cinematografica

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Michael Myers, protagonista della saga di Halloween

Immagine presa da https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=7714020

Halloween è una lunga serie di film iniziata nel lontano 1978 da John Carpenter che ha reso famosa l’attrice Jamie Lee Curtis nel ruolo di Laurie Strode, ma che ha soprattutto reso iconica la figura di Michael Myers, l’assassino protagonista di questa saga al momento arrivata al tredicesimo film (di cui uno però, Halloween III – Il signore della notte, che non ha nulla a che vedere con questo personaggio). Michael mostra la sua natura fin dalla più tenera età, uccidendo sua sorella maggiore; rimane la sorella minore, che perseguiterà per i tanti film che verranno dopo il primo, Halloween – La notte delle streghe. Questa fu una pellicola a basso budget, 300000 dollari, che fruttò 70 milioni di dollari d’incassi, risultando uno dei film indipendenti di maggior successo nella storia del cinema e che fu il capostipite del genere slasher. La particolarità di tale film è che per la maggior parte del tempo è girato in soggettiva, con la macchina da presa che mostra quello che vede lo sguardo dell’assassino, in modo quasi che lo spettatore possa immedesimarsi in lui; un horror urbano dove le scene di violenza e sangue non sono molte, cosa cui si rimedierà nei film successivi facendo però perdere quell’atmosfera che ha fatto avere successo al primo film. Qualcuno ha voluto vedere in Halloween una critica contro la mancanza di morale dei giovani americani negli anni settanta, ma questa è una spiegazione forzata, che poco spiega la ragione delle storie della serie: Michael Myers uccide senza ragione, è una macchina di morte che avanza ammazzando chi si trova sulla sua strada. Per anni viene rinchiuso in manicomio, ma nessuno ha mai capito cosa gli passasse per la testa, sempre che qualcosa gli passasse: Michael è un vuoto con l’istinto omicida, nient’altro. La cosa inquietante, e a tratti assurda, è che non importa quante volte e in che modo Michael venga colpito, lui si rialzerà sempre, progenitore di quel Terminator che diversi anni dopo acquisirà altrettanta notorietà, con la differenza che quest’ultimo è una macchina, mentre Myers è un semplice (si fa per dire) essere umano; alcuni teorizzano che sia la sua furia omicida a farlo tornare sempre dalla morte, ma nel sesto capitolo della serie viene data una spiegazione soprannaturale di questa sua condizione.
Interpretato negli anni da diversi attori, facendo così variare la sua corporatura, ha la particolarità d’indossare (quasi) sempre una tuta da meccanico e di portare (quasi) altrettanto spesso una maschera che non fa mai vedere il suo volto, oltre naturalmente ad avere una forza sovrumana e un istinto predatorio infallibile. Altra particolarità iconica, è la musica, con l’Halloween Theme divenuto un marchio di fabbrica della saga.

La serie regolare, se così vogliamo chiamarla, termina nel 2002 con Halloween – La Resurrezione, con Rob Zombie che nel 2007 realizza un remale\rebooth; lo stesso regista sarà alla guida del film successivo nel 2009, terminando qui la sua parte con la saga, che verrà ripresa nel 2018, e che è un sequel diretto di Halloween – La notte delle streghe del 1978, ignorando tutto quello che è stato detto nei film precedenti, facendo tornare Jamie Lee Curtis e Nick Castle (il primo Michael Myers) e che resteranno per i due film successivi, Halloween Kills e Halloween Ends, ultimo capitolo della serie (per ora) uscito nelle cinematografiche americane nell’ottobre di quest’anno.
Tra alti e bassi (quando la storia è sempre quella (con Michael che perseguita i parenti, uccide chi ha la sfortuna d’incontrarlo, viene eliminato ma tanto si sa che non è morto) e l’unica cosa che cambia è il numero di persone che ucciderà di film in film, non c’è da aspettarsi molto), non si può negare che Halloween non abbia segnato la storia dell’horror, creando un personaggio che è divenuto uno dei serial killer più famosi del cinema e della cultura pop.

Il peggioramento dello Shopville Gran Reno

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A qualcuno potrà sembrare il solito discorso di chi è rimasto legato al passato, di chi pensa che un tempo le cose erano migliori, ma non importa: benché rifatto a nuovo, il centro commerciale Shopville Gran Reno è peggiorato, a dimostrazione che non sempre nuovo è sinonimo di migliore.

Shopville Gran Reno prima della ristrutturazione

Shopville Gran Reno prima della ristrutturazione

I parcheggi chiusi, disposti su più piani, danno una sensazione quasi di soffocamento, a differenza di quelli di prima dove si potevano scorgere degli sprazzi di aperto. Sono stati messi sensori per avvisare se i posti auto sono liberi od occupati, ma non sempre funzionano, così ci si ritrova a immettersi in una sezione dove si avvisa che ci sono diversi posti liberi mentre invece sono tutti occupati. Senza contare le poche uscite, dove se c’è qualche problema si rischia di creare ingorghi e di rimanere bloccati.
L’area per i negozi è aumentata e ce ne sono molti di più, anzi, sono addirittura troppi, al punto che se non si conosce bene il centro commerciale, le prime volte che ci si va ci si può ritrovare smarriti.
Entrare nei bagni una volta era immediato, ora occorre fare un percorso arzigogolato che sembra di essere in un labirinto.
Ci sono più vetrate, più illuminazioni, ma questo rende il tutto più artificioso, mentre prima era qualcosa di accogliente, quasi famigliare: qui sembra di essere bombardati da tutte le parti dalle luci e alle volte risulta pure fastidioso. Nessuno spazio verde e all’aperto.
Ma soprattutto, Shopville Gran Reno è peggiorato per via delle persone. Una volta era spesso un piacere andare in questo centro commerciale anche solo per farci due passi perché dava un senso d’accoglienza; quando si andava a scuola (medie e superiori) e ci si recava allo Shopville Gran Reno (allora si chiamava solo Gran Reno o, come lo chiamavano in tanti per semplicità, Euromercato, visto che il grosso dello spazio era occupato da questo ipermercato, divenuto poi Carrefour quando cambiò proprietà dopo il 2000), si faceva un giro per vedere quali erano le novità della musica, dei videogiochi, dei libri (questi ultimi li cercavano in pochi tra quelli della mia età) oppure per vedere d’incontrare ragazze/i di altre scuole. Insomma, ci si andava per divertirsi.

Shopville Gran Reno

Shopville Gran Reno dopo la ristrutturazione

Adesso non è più così. Oppure è cambiato il tipo di divertimento, sempre che possa essere definito tale ritrovarsi lì per fare casino, per scontrarsi e picchiarsi. Qualcuno potrebbe dire che bisogna cercare di capire i giovani, bisogna comprendere le loro esigenze, il loro disagio, ma invece occorre chiamare le cose con il loro vero nome: noia, mancanza di obiettivi, violenza, puntare su valori sbagliati e su ciò che di distorto propone la rete.
Lo Shopville Gran Reno da quando è stato ristrutturato è diventato un ritrovo per baby gang dove fare maxi risse, rendo la situazione fuori controllo, specie nei fine settimana, dove si riversano un gran numero di giovani provenienti anche dal modenese. Ragazzi, ma anche ragazze, che si incitano a picchiarsi, a saltare sulle auto della polizia per farsi video da mettere in rete.
I disagi causati nel centro commerciale e sui treni per arrivarci stanno spingendo in diversi a non frequentare questo luogo e questi mezzi. Sì, perché non dà un gran senso di sicurezza andare in un luogo dove ci sono risse, scontri, furti al punto da costringere l’area a essere militarizzata: ci si sente spaventati e a ragione.
Come si è scritto all’inizio, forse si è malinconici a pensare che i tempi passati erano migliori, ma è molto meglio essere così che essere come questi giovani del presente.

Le paludi di Hesperia

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Le paludi di HesperiaLe paludi di Hesperia di Valerio Massimo Manfredi rielabora le storie dei poemi perduti del ciclo troiano, soffermandosi soprattutto sul ritorno dei re greci dalla lunga guerra di Troia. Tutte storie senza lieto fine, come ben caratterizzato dalle tragedie greche. In una Grecia cui è stata profetizzato il ritorno degli eraclei, i re greci hanno intrapreso la guerra contro Troia per conquistare il talismano che protegge la città per scongiurare la disgrazia che in futuro si abbatterà su di loro; il riavere Elena rapita dai Troiani è solo un pretesto per trovare un modo per salvare il proprio paese. Anzi, si scoprirà una verità inaspettata e che mostrerà la vicenda che la riguarda sotto una luce diversa.
Tuttavia, l’alto costo pagato per la sanguinosa guerra non sembra essere finito con il ritorno a casa degli eroi: le regine hanno ordito di assassinare i loro consorti e prendere il loro posto alla guida del regno. Agamennone muore per mano della moglie e del suo amante, macellato come una bestia. Diomede scampa dalla stessa fine ma deve scappare lontano dalla propria terra. Menelao, dopo aver viaggiato a lungo per trovare consiglio, torna a Sparta, dove Elena è una delle regine che non ha ordito contro il proprio re. Anche Penelope è rimasta fedele al proprio consorte, ma nessuno sa che fine ha fatto Ulisse.
Si seguiranno così le vicende di Diomede che giunge in quella terra che secoli dopo verrà chiamata Italia, dove tante traversie e vicissitudini lo colpiranno fino a quando avrà la possibilità di chiudere i conti con Enea. Nel mentre, Menelao aiuterà il nipote, il figlio di Agamennone, a riconquistare il proprio regno e avere la vendetta cercata.
Purtroppo, per nessuno ci sarà la pace tanto cercata, come viene raccontato da uno straniero senza nome, uno dei pochi sopravvissuti di quelle vicende.
Valerio Massimo Manfredi con Le paludi di Hesperia fa respirare l’atmosfera dei poemi e delle tragedie antiche, ricostruendo miti che tanta influenza hanno avuto nelle storie e nelle culture successive a quella greca.

La figlia della spada

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La figlia della spadaCon La figlia della spada, Steve Bein realizza un ottimo romanzo. Primo libro della trilogia Le cronache delle spade di Inazuma (in Italia sono stati tradotti solamente i primi due volumi), mescola insieme elementi fantastici, polizieschi e storici. La detective Oshiro Mariko, unica donna che ricopre tale ruolo nel Dipartimento della polizia metropolitana di Tokyo, sta investigando sul narcotraffico della yakuza nonostante sia osteggiata dal suo capo e dai colleghi; costretta ad avere a che fare con un ambiente inviso alle donne, messa sempre in difficoltà, si ritrova tra le mani il caso di un furto nella casa di un anziano signore. Il crimine non è andato a buon fine e l’oggetto in questione, un’antica spada samurai, non è stato rubato; tutto sembra concludersi con un nulla di fatto, ma il destino per lei sembra avere altri progetti. Pratica e razionale, Mariko non è intenzionata a credere alle parole che il proprietario dell’arma, il professor Yamada Yosuo, le riferisce, ma presto dovrà ricredersi quando comincerà ad avere a che fare con forze più grandi di lei. Senza contare che un furto come tanti che succedono è collegato alla pista che sta seguendo sul traffico di droga: si sta preparando un grosso acquisto di droga che cambierebbe le cose nei ranghi della malavita e chi che sta portando avanti questo piano è lo stesso che ha tentato il furto della spada, un tempo allievo del professore. Fuchida Shuzo, associato alla yakuza, esperto di spada giapponese e spietato assassino, vuole rubare la spada del professore per rivenderla e acquistare dall’estero un gran quantitativo di droga; la spada, come si sarà ben capito, non è una spada normale: ha un grandissimo valore, dato che si tratta di una delle leggendarie lame create da Inazuma, un forgiatore vissuto molto prima di Muramasa e Masamune, di cui pochi credono nella sua esistenza. Tuttavia, l’obiettivo di Fuchida non è solo questo: vuole essere l’unico che, anche se per breve tempo, ha posseduto due spade di Inazuma, dato che ne possiede già una.
Secondo la leggenda, ogni spada di Inazuma era impregnata di un potere magico; quella in possesso di Fuchida, Bella Cantante, è una spada maledetta, che ha assorbito lo spirito di una donna tradita e uccisa, e che fa impazzire chi la possiede, portandolo alla rovina. Fuchida, grazie al suo grande autocontrollo, è l’unico che finora è riuscito a resistere a lungo agli impulsi che la spada crea in chi la possiede, ma è inevitabile che prima o poi anche lui soccomba al suo potere. Per questo Yamada addestra Mariko all’uso della spada, facendola addestrare con la Inazuma in suo possesso, Vittoria Gloriosa, per compiere quello che lui non è riuscito fare: distruggere Bella Cantante.
Una terza spada di Inazuma servirà per portare a compimento l’obiettivo: Tigre sulla Montagna.
La figlia della spada ha un buon ritmo, con l’azione che si divide tra presente (le vicende di Mariko e Fuchida) e passato (la storia delle tre spade, ognuna ambientata in un periodo storico differente), senza far mai calare l’attenzione del lettore, anzi, spingendolo a continuare la lettura per scoprire quale intreccio lega le tre spade di Inazuma e qual è il loro ruolo nelle vicende. Anche se si tratta di elementi fantastici, è interessante vedere come Bein li ha inseriti all’interno di fatti storici reali (ben congeniato come l’assenza di Tigre sulla Montagna abbia influito sulle sorti del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale). A questo va aggiunto una buona caratterizzazione dei personaggi, non solo quelli principali (Mariko, Fuchida e Yamada), ma anche quelli secondari.
La figlia della spada è stata in definitiva un’ottima lettura: davvero consigliata.