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Lavoro e lavoratori

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L’Italia è un paese fondato sul lavoro.
Così recita la Costituzione italiana nell’articolo 1 (è scritto anche che La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, ma pare che da diverso tempo di questo ci si sia dimenticato e la popolazione è in balia di chi siede su certe poltrone).
Come si sa, la forma tuttora vigente della Costituzione fu discussa a lungo. Inizialmente la parte fondata sul lavoro non venne messa perché si riteneva che non rappresentasse il carattere del nascente stato italiano; anche la successiva proposta L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori non fu messa, perché preoccupava che fosse troppo vicina al comunismo.
Fu nel 22 marzo 1947 che la formula attualmente conosciuta fu approvata dopo la proposta fatta da Fanfani; va ricordato che questa formula è solo un richiamo al principio del lavoro e non è una norma giuridica, dato che se lo fosse, lo stato sarebbe obbligato ad applicarlo nel dettaglio.
Da qui una riflessione, perché si è perso di vista qualcosa di molto importante.
Le forze politiche non fanno che parlare da anni di creare lavoro, di avere occupazione senza che questo avvenga, senza però preoccuparsi di quali siano le condizioni del lavoro: quello che per loro conta è dare lavoro, non importa come sia, quale sia, quanti soldi vengano elargiti. L’importante è lavorare: questo è il diktat.
Tutele, diritti, che sono stati persi negli anni dopo essere stati conquistati, non contano.
Il lavoro è importante, alle dovute condizioni: dà dignità, permette di costruire qualcosa, raggiungere obiettivi. Ma come sempre più spesso succede, non dà di che mangiare, elargisce umiliazioni. A questo punto, vale la pena subire tutto ciò?
La risposta che viene data è sì, se si vuole sopravvivere, accettando di tutto.
Il lavoro serve per vivere, quindi l’uomo deve sottostare a qualsiasi cosa pur di averlo.
Ma se ci si pensa un attimo, se non ci fosse l’uomo, il lavoro non esisterebbe, dato che è una cosa che appartiene solo a lui e a nessuna altra razza esistente sulla terra. Senza l’uomo, il lavoro sarebbe niente.
E allora, che cosa è più importante? L’uomo o il lavoro?
L’uomo crea lavoro, ma il lavoro non può creare l’uomo. Il lavoro non è un dio con capacità di creazione: il lavoro è soltanto un costrutto dell’uomo che sottostà all’uomo.
Invece le varie società hanno fatto sì che il sottoposto divenisse il padrone e l’uomo non fosse altro che un servo o uno schiavo. Ma qui bisognerebbe discernere che non è il lavoro a fare tutto ciò, ma certi uomini che decidono per altri uomini: si tratta di una questione di dominio e supremazia di uomini su altri uomini. Allora ci sarebbe da chiedersi perché si permette tutto ciò, perché la maggioranza della popolazione permette a pochi della propria specie di comandare, di sopravanzare sugli altri.
Se si raggiungesse la risposta a questa domanda, forse la condizione di tanti migliorerebbe e si creerebbe un mondo migliore. Ma finché si permette a pochi di soddisfare il proprio ego e d’imporlo agli altri per quella cosa effimera che si chiama potere, le cose non potranno che peggiorare. Proprio come sta succedendo all’Ilva di Taranto.

Derive pericolose

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Da tempo si sta dicendo che in Italia ci sono derive pericolose, ma fin troppe persone fanno finta di niente o minimizzano quello che accade.
Un caso è quello di Mario Balotelli, bersaglio di cori razzisti durante Verona-Brescia, con allenatore e presidente della squadra di calcio Verona e del sindaco di Verona che negano quanto avvenuto, nonostante i video che dimostrino quanto avvenuto. Non bastasse il negare la realtà e gli ulteriori insulti del capo ultrà di Verona che asserisce che Balotelli non sarà mai italiano per il colore della pelle, ecco che parte la denuncia del sindaco che questo è un attacco all’immagine della città di Verona, cui si aggiungono i quattro consiglieri comunali che hanno fatto richiesta di denunciare Balotelli per diffamazione. Va ricordato che già a settembre, sempre a Verona, successe la stessa cosa al giocatore del Milan Kessie e anche in quel caso la società negò tutto. A margine di questa vicenda, va ricordato come Salvini, in perenne campagna elettorale, non abbia perso occasione di strumentalizzare la vicenda per i suoi fini, asserendo che dieci Balotelli non valgono un operaio dell’Ilva.
Quest’anno ci sono già stati altri cori razzisti su cui si è soprasseduto, come nel caso di Lukaku e Dalbert. Come dice Lilian Thuram, ex giocatore di Juventus e Parma, campione del mondo con la Francia, “Non bisogna accettare come una cosa naturale il razzismo e bisogna denunciare” e “il discorso razzista storicamente è portato dai politici. Perché se tu ripeti ogni giorno una cosa, dopo ci sono tante persone che pensano che sia vera.”
Ma il calcio è solo una delle tante derive che ci sono in Italia.
Una è quella degli attacchi antisemiti a Liliana Segre. Dopo che la destra ha rifiutato di votare per la commissione contro l’odio e l’antisemitismo, una parte della classe politica non ha mancato di fare la sua parte. Di nuovo protagonista Salvini, che si lamenta di ricevere costantemente minacce di morte e di non piangere per aver ricevuto un proiettile; ma anche Giorgia Meloni, che, come ha spiegato a Segre, i 98 senatori e senatrici del centro-destra si sono astenuti dal votare la commissione perché loro difendono la famiglia (e come, ha risposto la Segre, ci si domanda cosa c’entri tutto questo con la commissione contro l’odio).
Continuiamo con le derive pericolose, con il sindaco di Predappio (terra di nascita di Benito Musolini e meta ogni anno di suoi nostalgici) che ha negato il contributo del comune al viaggio ad Auschwits perché non si danno soldi a chi ha una visione solo parziale della storia e perché il Treno della Memoria è di parte. Fa pensare come si sia presa posizione in questo caso, mentre si è lasciata correre una manifestazione illegale come il corteo che ha celebrato l’anniversario della marcia su Roma che portò nel 1922 il fascismo al potere; fa pensare come si chiudano gli occhi di fronte a tanti saluti fascisti e a inni al Duce quando dovrebbero essere invece perseguiti per legge. Troppe volte ormai si sta assistendo a come la giustizia italiana assolva questi casi, come successo a Imperia, a Milano per militanti di Lealtà Azione e di Casa Pound, solo per citarne alcuni.
Si sta tornando indietro di decine di anni, come successo ad Alessandria, con un’azione che ricorda quanto accadeva a metà degli anni ’50, quando in America le persone di colore venivano trattate come appestate: una donna ha impedito a una bambina di sedersi accanto a lei perché nera. Caso analogo era successo a Trento l’anno scorso.
Per non parlare di due locali dati alle fiamme a Roma, La Pecora Elettrica, libreria antifascista, e il Baraka Bistrot, che aveva espresso solidarietà al primo.
Questi sono solo alcuni esempi di ciò che sta accadendo in Italia (per non parlare di persone aggredite per il colore della loro pelle); esempi che vengono negati, cui non si vuole far caso, ma che sono un campanello d’allarme di un clima d’odio e intolleranza che sta portando derive sempre più gravi e deliranti.

Ciò che viene dal profondo

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Ero ritornato nella valle del Canto del Diavolo perché avevo sentito dire che in fondo a un pozzo, che conoscevo, c’erano delle grotte stupende da esplorare. Un tempo vi scorreva un fiume sotterraneo ma, dopo il terremoto di trenta anni fa, il suo corso era stato deviato, lasciando libero accesso a meraviglie inesplorate.
Non capivo come si potesse sapere che ci fossero meraviglie se non erano state esplorate. Non mi ricordavo nemmeno chi me lo disse; forse era stata una voce sentita per strada. Tutto quello che per me contava, appassionato di speleologia, era poter vedere quelle grotte.
Così, una domenica, raggiunsi il pozzo di quella casa nel bosco che da bambini spaventava i miei amici. Era soltanto un vecchio podere abbandonato da decenni, ma la sua aria decrepita faceva galoppare la fantasia. “Non aprite quella porta” sussurravano con voce roca i miei amici, ridendo e dandosi delle spinte per esorcizzare la paura che non volevano ammettere di avere. “Il poltergeist ci sta guardando” sghignazzavano lanciando veloci occhiate alle finestre dell’edificio da oltre lo steccato. Non ho mai capito perché non l’hanno mai superato; forse era perché erano suggestionati dalle pellicole di mostri e compagnia brutta che avevamo visto; forse perché non volevano che la casa andasse a perseguitarli dal profondo della notte nei loro incubi se si fossero avvicinati troppo. A me quel posto non faceva paura, forse perché ho sempre creduto che i mostri fossero altri.
Sorrisi ripensando al passato mentre sistemavo l’attrezzatura per scendere nel pozzo. La discesa fu semplice. Arrivato sul fondo, sganciai la corda dall’imbracatura, accesi la torcia e cominciai a esplorare i dintorni.
Seguii quello che era stato il letto del fiume per forse mezzo chilometro prima d’incontrare le grotte. Mossi la luce tutt’intorno, ma non c’era nulla di meraviglioso: tutto era di un grigio plumbeo e sembrava di essere all’interno di un gigantesco alveare.
Continuai la discesa nelle tenebre anche se c’era qualcosa che mi diceva di stare allerta.
E poi, all’improvviso, furono attorno a me.
L’istinto prese il sopravvento. Provai a scappare, ma scivolai e finii lungo disteso per terra.
Mi aspettai che decine di loro calassero su di me staccandomi la carne dalle ossa.
Invece rimasero fermi a fissarmi; uno di loro si diresse un paio di metri davanti a me, prendendo lo smartphone che era uscito dalle mie tasche. Lo vidi prendere contro il tasto d’accensione e la luce dello schermo riflettersi sul suo corpo; gli altri gli si fecero vicini.
Quando si rispense, presero a borbottare tra loro. Pensai che fosse finita, che non avrei più rivisto Annabelle e sarei incorso nello stesso destino di Chucky.
Poi, quello che teneva in mano lo smartphone si voltò verso di me, porgendomelo e facendo dei cenni; capii che voleva che lo facessi ripartire.
Tutti mi si assieparono attorno. Sentii il loro odore di terra bagnata, il loro fiato che sembrava il respiro del diavolo. Feci vedere tutti i video che avevo; feci ascoltare le canzoni scaricate. Sapevo di star posticipando la mia fine, ma una parte di me voleva aggrapparsi all’illusione che sarei riuscito a venirne fuori.
Poi la batteria si scaricò e lo schermo si fece buio. Il silenzio calò come se fossi in un cimitero vivente.
Una vocina nella mia mente prese a cantare “Riesci a sentire la paura? Riesci a sentire la paura?”. Ma in quel momento non provavo niente.
Nell’aria risuonò un gorgoglio che si faceva sempre più insistente. Poi uno di loro mi toccò.
“Ecco, è la fine” pensai.
Ma visto che la fine non giungeva, alzai lo sguardo. Quello che aveva raccolto lo smartphone lo indicava, poi indicava me, passando a fare cenni prima verso la direzione dalla quale ero arrivato e poi verso di loro. Non faceva che ripetere quei gesti.
Capii che voleva che portassi altri smartphone da loro.
Incredulo dall’inaspettata piega presa degli eventi, feci cenno di sì. Ritornai alla corda senza che nessuno mi seguisse; risalii il pozzo, felice di sfuggire a quel mondo di tenebre, promettendomi di non mettere più piede in una grotta.
Ventotto giorni dopo ero ancora intento ad accontentare i loro desideri, portandogli quanto volevano. Forse era stata riconoscenza per avermi risparmiato, forse perché li vedevo come una specie desiderosa di scoprire un mondo così diverso dal loro, privo di qualsiasi sfumatura e divertimento. Anche se gli artigli dei piedi e i pungiglioni che uscivano dalle mani facevano intendere che erano predatori temibili, non li avvertivo come una minaccia.
Solo una volta, quando uno di loro mi si avventò contro, provai paura; ma gli altri gli furono addosso prima che mi toccasse, facendolo a pezzi.
Da allora, furono ancora più gentili con me, specialmente quello che per difendermi aveva perso un occhio; da quel momento ebbi sempre una scorta che teneva lontano i membri della specie che non mi conoscevano. Anche se delle grotte avevo esplorato solo la parte iniziale, supposi che dovevano essercene decine, forse centinaia, di quelle creature dai corpi biancastri che potevano cambiare dimensione, adattandosi allo spazio che avevano a disposizione. Erano però i loro occhi a esercitare il fascino maggiore su di me: c’era un’intelligenza che si faceva umana ogni giorno di più. E poi in quelle pupille c’era una luccicanza che mi ricordava qualcosa, ma che non riuscivo a focalizzare: quando le fissavo, avvertivo una strana pace, non mi sentivo fuori posto come in quel villaggio dei dannati che era il paese in cui abitavo.
Fu proprio quella luccicanza che un giorno cambiò tutto.
Stavo camminando per andare al lavoro quando urtai un uomo. Subito mi scusai, ma l’altro mi fece l’occhiolino con l’occhio cieco, mentre la pupilla dell’altro luccicò in maniera inconfondibile. Poi sorrise e si allontanò, lasciandomi di sasso in mezzo al marciapiede.
Feci per seguirlo ma una fitta al braccio mi costrinse ad abbassare lo sguardo: sulla mano avevo un bozzo, segno di qualcosa di grosso che mi aveva punto. Un lieve capogiro mi fece ondeggiare; ci fu un lampo e mi rividi bambino in una grotta. Quando mi ripresi, era sparito nella folla.
Colto da angoscia, tornai a casa, presi auto, attrezzatura e andai al pozzo. Una volta sottoterra non potei che costatare la realtà: non c’era più nessuno. La scoperta più sconvolgente però fu che in una delle grotte più profonde c’era un gigantesco cumulo di corpi umani completamente scuoiati; un altro lampo mi fece vedere come si erano vestiti di quelle pelli.
Tutto mi fu chiaro: mi avevano usato per sapere come muoversi tra la gente, così da mescolarsi in mezzo a essa senza destare sospetti e colpirla quando meno se lo aspettava. Lupi travestiti da pecora che restavano in fremente attesa per ghermire la preda. Inconsapevolmente, avevo condannato la nostra razza a una fine brutale. Dovevano essere fermati, ma non sapevo come fare, né come avvertire le persone del pericolo che correvano.
Impotente, tornai a casa. La testa aveva ripreso a girare. Ebbi un altro lampo: vidi me stesso bimbo urlare mentre dita bianche mi afferravano. Guardai la mano: il bozzo era sparito. Mi diressi in bagno. Riempii il lavandino d’acqua e fissai lo specchio. Un baluginio familiare corse nelle mie pupille.
Allora ricordai tutto. Di come da cucciolo fui fatto vivere assieme a un piccolo umano perché imparassi a comportarmi come lui in tutto e per tutto; di come fu scuoiato perché potessi indossare la sua pelle e occupare il suo posto nella società umana. Di come i ricordi sulla mia natura fossero cancellati prima di essere mandato in mezzo agli uomini per apprendere i loro costumi, con l’ordine inconscio immesso nel mio cervello di ricordarmi delle grotte sotto il pozzo al mio trentacinquesimo anno di età, quando sarei dovuto ritornare per insegnare agli altri.
Alzai la mano e mi strappai la faccia, guardando per la prima volta il mio vero volto.
Sentii al pianterreno la porta dell’ingresso aprirsi. «Caro, sono tornata.» Uscii dal bagno e scesi di sotto.
Le urla cominciarono.

Skyward e Giuramento

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Per chi fosse interessato, su Letture Fantastiche è pubblicato un articolo che ho scritto che parla delle ultime due opere di Brandon Sanderson uscite quest’anno in Italia, Skyward e Giuramento.

Skywrad

Giuramento di Brandon Sanderson

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Giuramento di Brandon SandersonCi sono libri che, per quanto belli e coinvolgenti, vengono letti con calma, per assaporarli appieno, per durare il più a lungo possibile; Giuramento di Brandon Sanderson, terzo volume delle Cronache della Folgoluce, è tra questi. Questo almeno è stato l’approccio che ho voluto avere questa volta; vuoi perché passerà un po’ di tempo prima che esca il quarto volume (per quanto l’autore sia prolifico, un romanzo di mille e passa pagine richiede tempo per stesura e revisione), vuoi perché è un piacere immergersi nel mondo di Roshar.
Dalinar Kholin, alla guida degli Alethi, ha ritrovato Urithiru, la leggendaria città-torre sacra dei Cavalieri Radiosi, giungendovi attraverso un portale dopo essere scampato a una Tempesta Infinita e a un esercito di parshi totalmente cambiati da quelli conosciuti finora. Oltre a cercare di capire il funzionamento dei meccanismi di cui è dotata la città e di come la Folgoluce le faccia funzionare, a trovare un significato alle visioni che riceve dal Folgopadre, deve forgiare un’alleanza tra le varie nazioni per far fronte al nemico che sta minacciando tutta Roshar; un compito non facile, dato che pochi si fidano degli alethi, dediti alla conquista, e soprattutto di lui, lo Spinanera, conosciuto in passato come una forza della natura feroce e sanguinaria che tanto ha fatto parlare di sé sui campi di battaglia. Proprio l’aver a che fare con il suo passato sarà la sfida più dura e straziante, visto che l’uso della Folgoluce per essere divenuto un Cavaliere Radio risveglia memorie che erano state sopite per non farlo più soffrire.
Anche i suoi figli, Adolin e Renarin, sono alle prese con problemi. Adolin deve vincere i dubbi che il rapporto tra Shallan e Khaladin gli crea, dato che lui non è un Radioso come l’ex pontiere; senza contare che deve fare i conti con quanto gli sta costando tenere segreto l’aver ucciso Sadeas. Renarin deve fronteggiare il suo sentirsi ancora più fuori dal coro ora che è divenuto un Cavaliere Radioso; senza contare che ha legato a sé uno spren corrotto, con tutte le complicazioni che comportano.
Le cose non vanno meglio per gli altri Radiosi fin qui protagonisti.
Shallan sta scoprendo quali sono le capacità dei Tessiluce, dovendo avere a che fare con le varie figure a cui dà vita e interpreta; figure che rappresentano una parte di sé, come vorrebbe essere, perché si sente inadeguata per i compiti e i ruoli che ha. Questo però le crea conflitti e difficoltà con le altre persone. A tutto ciò si aggiungono il legame che ha con i Sanguispettri, il ritorno di Jasnah che credeva morta e dover affrontare e sconfiggere i Disfatti, altro nemico dei tempi andati tornato da un passato dimenticato.
Kaladin vuole tornare a casa per scoprire se i suoi genitori sono ancora vivi e per capire come si stanno muovendo e agendo i Parshendi. Questo lo porterà a infiltrarsi nelle loro fila, a conoscerli, arrivando ad aiutarli e a insegnarli come cavarsela; questo gli creerà non pochi conflitti nel sentirli come nemici, bloccandolo in un momento cruciale.
Il lavoro fatto da Sanderson su Giuramento, come avvenuto per La Via dei Re e Parole di Luce, è meticoloso, articolato e straordinario.
Ancora una volta, il romanzo prende nome dal titolo di un libro presente all’interno dell’opera; sta al lettore scoprire di cosa tale volume tratta. Volendo dare un indizio, Giuramento è anche il nome della spada che Dalinar ha conquistato quando combatteva al fianco del fratello per unificare il regno. Una scoperta che è un lungo viaggio, proprio come il primo dei giuramenti dei Radiosi (Viaggio prima della destinazione).
Verranno approfonditi il legame che c’è tra Radiosi e Spren, il come si diventa Radiosi, l’importanza dei Giuramenti da cui scaturisce il tutto. Si scoprirà cosa ha causato la fine del Giuripatto. Chi sono i veri nemici da combattere.
Sanderson porta avanti le trame create in La Via dei Re e Parole di Luce, dando risposta all’omicidio di Re Gavilar, alla natura dei Nichiliferi, scuotendo convinzioni che si credevano assodate, come oramai è sua caratteristica. Spiega elementi già usati ma non approfonditi finora, come i fabrial e Shadesmar, dove alcuni personaggi finiranno dopo aver attivato una Giuriporta corrotta (le Giuriporte sono portali presenti in varie parti di Roshar e attivabili con la Folgoluce solo dai Radiosi); il Reame Cognitivo (dove vivono gli Spren) è affascinante e particolare, ma di non immediata comprensione, soprattutto per quanto concerne la parte riguardante le sfere che formano il suo mare.
Mostra personaggi fin qui accennati. Odio. La Guardiana della Notte. Gli scudieri dei Radiosi. I Rompicielo. I Disfatti. I Cantori. I Coalescenti. Taravangian. Azure.
Ci sarebbe tanto di cui parlare su Giuramento (il cambiamento di Szeth, l’assassino in bianco, la Passione, la Frenesia, il Diagramma), ma si rischierebbe di fare molti spoiler, rovinando il piacere della lettura. Ciò che si può dire è che non mancheranno momenti epici, scontri adrenalinici, tradimenti, perdite. Sicuramente Dalinar è il personaggio che ha ricevuto più spazio in questo romanzo, come Kaladin l’ha avuto in La Via dei Re. Questo non vuol dire che la caratterizzazione degli altri personaggi è stata minore, anzi: pur avendo meno spazio, Sanderson ha saputo ben delinearli, anche quelli che finora avevano avuto parti secondarie, come i membri del Ponte Quattro.
Le vicende dei personaggi coinvolgono, così come lo fanno la storia di Roshar e i suoi luoghi: tutto risuona di grandezza, anche nei gesti più semplici.
Sanderson ancora una volta dà dimostrazione delle sue capacità, non solo creando una serie di ampio respiro come quella della Folgoluce, ma sapendola collegare sapientemente con altre sue opere. In Giuramento si ha la conferma che la lama nera data a Szeth in Parole di Luce è Sanguinotte, creando così un legame con Il Conciliatore; ci sono altri punti in cui questo collegamento con altri mondi di Sanderson è mostrato, ma rivelarli sarebbe troppo grande, dato che sono legati a chi sono i Nichiliferi e parti della trama e personaggi accennati ma non approfonditi. Si può invece dire che c’è un legame anche con il mondo dei Mistborn: questa volta non dipende dalla presenza del nome di Hoid nel romanzo, ma di citare Scadrial, Allomanzia e Feruchimia nell’Ars Arcanum alla fine del romanzo.

(Piccola nota a margine. Anche in Giuramento, come le precedenti due opere delle Cronache della Folgoluce, l’epilogo vede protagonista Arguzia).

Strade Nascoste - Seconda edizione

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Strade NascosteNegli store online è ora disponibile la seconda edizione di Strade Nascoste, la prima opera di Le Storie di Asklivion. Il lavoro di revisione non è andato a intaccare la trama, ma ha migliorato in diversi punti stile e scorrevolezza del testo. Diversi flash back sono stati eliminati, soprattutto nella parte iniziale, perché ridondanti con quanto scritto in Strade Nascoste – Racconti. Alcuni dialoghi, descrizioni e scene sono stati modificati perché pesanti per la lettura; senza contare la correzione di alcuni refusi purtroppo sfuggiti nella precedente edizione.
Tutto questo perché il lettore abbia tra le mani un prodotto migliore e la lettura possa essere un’esperienza ancora più piacevole. Sono passati quattro anni da quando Strade Nascoste è uscito e in questo lasso di tempo ho affinato le mie capacità di scrittura realizzando altri lavori, permettendo di dare a quest’opera la giusta forma che merita.

Logan - The Wolverine

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Logan – The Wolverine è al momento il miglior film realizzato sui mutanti di casa Marvel. Rispetto ai film precedenti riguardo questo personaggio (X-Men le origini – Wolverine e Wolverine – L’immortale), ci sono delle differenze che potrebbero lasciare perplesso lo spettatore: in X-Men le origini – Wolverine , si diceva che Logan poteva essere ucciso con proiettili d’adamantio, cosa che però non avviene (perde solo la memoria), mentre in Wolverin – L’Immortale, gli vengono tagliati gli artigli di adamantio, che però sono di nuovo intatti in Logan – The Wolverine.
Fatte queste precisazioni, il film si svolge in un futuro mondo alternativo, dove la razza mutante è praticamente estinta, sia a causa della caccia spietata che hanno subito, sia perché da venticinque anni non nasce più un bambino della loro specie. Logan è uno dei pochi rimasti, e fa l’autista per sbarcare il lunario e poter acquistare le medicine per Charles Xavier e tenere sotto controllo il suo potere telepatico ormai allo sbando per una malattia neurodegenerativo al cervello; viene aiutato in questo da Calibano, mutante reietto un tempo usato per dare la caccia ai suoi simili. La loro è una vita lontano dalla società, dato che l’un tempo capo degli X-men è uno dei più grandi ricercati del paese a causa delle morti che ha causato con una delle sue crisi. Charles e Logan sono due residui di un tempo che non c’è più, due sopravvissuti stanchi, anziani e malati, perché anche Wolverine, nonostante il suo fattore rigenerante, non più come un tempo, non riesce a fare fronte all’avvelenamento da adamantio che lentamente lo sta uccidendo.
La loro esistenza cambia quando viene contattato da Gabriela, un’ex infermiera della Transigen, che gli chiede di accompagnare lei e la piccola Laura in un posto nel Dakota del Nord. Inizialmente Logan rifiuta, ma quando trova la donna morta e un gruppo di uomini armati li attacca per riprendere la ragazzina, accetta, volendo andare a fondo nella vicenda; scoprirà così che la Transigen con campioni di DNA di diversi mutanti ha generato in vitro dei bambini mutanti da utilizzare come soldati speciali. Rivelandosi difficili da condizionare, ritenendosi esseri umani e non solo armi, dopo il successo del progetto X-24, la ditta ha deciso di sopprimerli tutti. Non solo: scoprirà che la piccola Laura non è altro che sua figlia, con il suo stesso fattore rigenerante, gli artigli ricoperti di adamantio, e l’aver ricevuto il suo stesso addestramento a uccidere.
Charles, Logan, Laura (Calibano è stato catturato durante l’attacco a dove vivevano) iniziano così un lungo viaggio per raggiungere il luogo indicato da Gabriela, dove dovrebbero trovarsi gli altri bambini riusciti a fuggire. Qui non solo si scoprirà come mai Logan è l’ultimo X-Men rimasto e che ne è stato dei mutanti, ma anche chi è il famoso progetto X-24, l’arma perfetta.

Logan – The Wolverine è un film cupo, violento, che narra la fine di un’epoca di personaggi/eroi; in tutta la pellicola si respira questa atmosfera, in ogni azione e dettaglio, proprio come quando Charles e Laura vedono insieme Il cavaliere della valle solitaria (film western del 1953, diretto da George Stevens e con Alan Ladd nella parte del protagonista) e che influenzerà la piccola non poco.
Charles non è che l’ombra del leader che è stato, un vecchio che ha bisogno di essere accudito, che ha perso il controllo dei suoi poteri e che vive praticamente da recluso per non essere trovato ma anche per non fare del male a nessuno. Una figura che si scontra spesso con Logan, accusandolo di essere un fallimento, con i due che si beccano di continuo. Charles lo accusa di nascondergli qualcosa, qualcosa che Logan ha fatto; questo in parte è vero, ma non è stato Logan a fare qualcosa: semplicemente vuole evitare che il vecchio mentore ricordi cosa è successo davvero. Allo stesso tempo, oltre a essere un vecchio rancoroso, Charles è anche una sorta di nonno amorevole e comprensivo verso Laura, asserendo che era lei la mutante che sentiva nella testa e che non erano solo i deliri dovuti alla sua malattia.
Logan fa fatica a sopportare tutto ciò: è lui che ricorda la scomparsa dei suoi compagni e amici, è lui che porta il peso di una verità che non può dire, ritrovandosi di nuovo a lottare quando tutto quello che voleva era starsene in pace. Inoltre si ritrova a essere padre all’improvviso di una ragazzina che gli ricorda fortemente ciò che è stato, ben mostrando quel difficile rapporto che c’è tra genitori e figli. Una bambina che per buona parte del film se ne sta muta, salvo scatenarsi come una belva feroce quando è attaccata, per poi rivelare che sa parlare e prendersi cura di lui quando è ferito.

Logan – The Wolverine si inspira in parte alla serie a fumetti Marvel Vecchio Logan di Mark Millar e Steve McNiven (per quanto riguarda ambientazione distopica e la figura solitaria dell’eroe che non vuole ricoprire questo ruolo), attingendo a piene mani da tante altre storie degli X-men. Ci sono i Reavers, un gruppo di cyborg capeggiati da Donald R. Pierce, membro del Club Infernale, che spesso ha affrontato gli X-men. C’è Calibano, membro dei Morlock, mutanti reietti che vivevano nelle fogne di New York City, e che sono stati importanti negli anni ’80 nelle storie scritte da Chris Claremont. C’è il riferimento alla serie Messiah Complex, che porta avanti gli eventi dopo House of M, con il tema della decimazione mutante e di nuove nascite mutanti che la fa da padrone. E poi c’è Laura, la figlia di Wolverine, la famosa X-23, fatta nascere per essere un’arma migliore di quella che doveva essere suo padre (Arma X di Barry Windsor-Smith).

Scott Frank, James Mangold e Michael Green hanno saputo mettere insieme tutti questi elementi creando una sceneggiatura solida, che tiene avvinti alla vicenda; niente costumi da supereroi, niente effetti speciali a tutto spiano, ma una storia intensa, solida, dove ben sono caratterizzati i personaggi, davvero di spessore e non delle semplici figure dei fumetti buttate su pellicola. Anche se si tratta di personaggi diversi, Nolan ha fatto lo stesso lavoro con Batman, creando una storia che è molto più di una semplice storia di supereroi. Per chi volesse riconciliarsi con il cinema supereroistico, Logan – The Wolverine è quello che fa per lui.

Cielo settembrino

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Gli Dei del Pozzo

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Gli Dei del Pozzo è il primo volume della Saga del Pozzo di Gianluca Turconi che unisce scienza a magia. La storia inizia con quella che pare essere la solita storia di contrabbando di armi e droga dal Messico alle Bahamas e alla Florida; ma questa volta, il viaggio commissionato da Lucious Morris nasconde qualcosa di diverso: si tratta di ripetere nel corso di un uragano un esperimento scientifico militare a cui aveva partecipato a suo tempo su una nave da guerra il padre di Scott Herby, il proprietario della nave Witchcraft su cui si è imbarcato il fisico, e che era finito in circostanze misteriose.
Sia a causa del tradimento di parte dell’equipaggio, sia a causa della tempesta, solo Scott e Astrid, sorella di Bengt Arnberg collega di lavoro del padre di Scott, riescono a sopravvivere, ritrovandosi sbalzati in un deserto sconosciuto sotto un cielo senza stelle. Mentre cercano si raggiungere le montagne, per caso, sotto la sabbia ritrovano la Antietam, la nave da guerra scomparsa; lì, esplorando il suo interno per trovare qualcosa che possa essere utile alla loro sopravvivenza, vengono attaccati da una creatura mai vista prima.
Attanagliati da un numero crescente di dubbi e misteri, i due arrivano a incontrare il mercante moro Khalil; presto comprendono di essere finiti in un’altra epoca e precisamente ai tempi di Carlo Magno, solo che la storia è diversa da quella che conoscono: Rollant (Orlando), non morto nella famosa imboscata e il regno di re Charles si trova nella morsa dei monaci Penitenziali guidati da Alcuinus. Contro la loro volontà si troveranno coinvolti in qualcosa di grande, che esula dalla loro mente razionale. Tra rune magiche, dei, battaglie epiche saranno agenti determinanti del destino della storia.
Gli Dei del Pozzo è un romanzo che nella prima parte alterna parti ambientate nel nostro presente e parti nel mondo medievale, prima di convogliarsi in un’unica vicenda. Lo stile è più diretto per il tempo presente, mentre si fa più ricercato per il tempo passato per rievocare l’atmosfera delle vicende cavalleresche. Trama ben strutturata e affascinante, non risparmia colpi di scena; interessante soprattutto la rivisitazione di certi eventi e il mostrare personaggi storici famosi sotto un aspetto più umano: re Charles è un uomo che commette sbagli e Rollant non è solo un cavaliere senza paura, ma anche un padre preoccupato per la sorte della propria bambina. Un po’ affrettato il finale, che fa capire come la storia non sia finita, ma abbia ancora diverse cose da dire; questo non toglie che Gli Dei del Pozzo è una lettura interessante, ricca di spunti.