In molti conoscono Conan il Barbaro, personaggio realizzato da Robert Ervin Howard, protagonista di tanti racconti e romanzi. Un numero che è cresciuto quando dal 1970 comincià a uscire per la Marvel il fumetto ideato da Roy Thomas con i bellissimi disegni (almeno nei primi volumi) di Barry Windsor-Smith. Ma sicuramente la sua fama, almeno a livello di pubblico, è esplosa nel 1982 quando uscì il film di John Milius con Arnold Schwarzenegger nella parte del Cimmero; Schwarzenegger ha di certo saputo dare un’ottima immagine di Conan, ma se la pellicola è divenuta un pilastro del cinema fantastico è anche grazie a una regia attenta, a una sceneggiatura che faceva respirare l’epica dell’Era Hyboriana, una bella fotografia e a un cast che annoverava tra le sue fila attori come James Earl Jones e Max von Sydow. Bastò il film su Conan il Barbaro per far entrare di forza nell’immaginario collettivo e a decratere il successo di questo personaggio.
Il seguito, realizzato due anni più tardi, benchè vedesse sempre Arnold Schwarzenegger nei panni di Conan, non aveva la stessa forza: si decise di puntare meno sulla violenza del per avere più successo, ma tale scelta non ripagò come sperato. Non avere John Milius alla regia aveva fatto perdere epica e cercare di fare una storia più divertente non riuscì a compensare questa mancanza, facendo anzi scadere la pellicola con dei personaggi che altro non erano che delle macchiette. Conan il Distruttore non è stato un gran film, imparagonabile al precedente, tuttavia aveva ancora un poco dell’atmosfera del suo predecesore e forse per questo viene visto e ricordato con un poco di affetto dagli estimatori del personaggio e del genere.
Nel 2011 c’è stato un remake di Conan il Barbaro con Jason Momoa nei panni del cimmero, ma è stato un flop.
Da qualche giorno è uscita la notizia che Arnold Schwarzenegger tornerà a interpretare il famoso barbaro in King Conan, con eventi che si verificheranno dopo che Conan è stato re per quarant’anni; molti saranno felici di questa cosa, personalmente quando sento queste cose ci vado con i piedi di piombo, dato che spesso i risutlato non sono all’altezza della aspettative (è successo di essere stato smentito, vedere Mad Max Fury Road). Speriamo in bene, anche se di questi tempi non sono un gran sostenitore di remake e seguiti visti i risultati ottenuti non proprio esaltanti.
La campagna del governo al Sì del Referndum sulla giustizia è stata ed è tuttora battente, dove ogni appiglio, ogni situazione è valida per tirare acqua al proprio mulino.
Fa specie che una premier di governo con tutti i gravi problemi che ci sono (anche se la guerra in Iran al momento non ci tocca direttamente, nel senso che non siamo stati colpiti militarmente, avrà un impatto pesante sull’economia e soprattutto sulle tasche degli italiani con tutti i rincari che ci saranno), parli del caso della famiglia del bosco per attaccare la magistratura (si può parlare se sia giusto o meno quanto avvenuto, ma va ricordato che non si è dinanzi a un caso unico, dato che ci sono migliaia di casi di minori che vivono lontano dalla famiglia originaria), facendo capire che col Sì situazioni del genere non avverrebbero.
Gli esponenti del governo non si fermano qui: la capa di gabinetto di Nordio asserisce che se vince il Sì i giovani che vanno via ritorneranno nel nostro Paese, perché così la magistratura riacquisirà credibilità e dunque le aziende si fideranno del nostro Paese e torneranno a investire, i giovani che vanno via perché non si fidano del nostro Paese ritorneranno a fidarsi. Più che una forzatura, questa è una sparata bella grossa, perché se i giovani sono andati all’estero a lavorare è perché hanno condizioni di lavoro migliori a partire da quelle economiche, per non parlare di prospettive di carriere che in Italia non ci sono. I giovani se ne sono andati perché l’Italia è un paese che non dà opportunità, ma che spesso sputa in faccia a chi lavora con merito e impegno e l’eventuale vittoria del Sì non li farebbe tornare, perché non cambierebbe la loro situazione. Va ricordato che la dottoressa Bartolozzi, la capa di gabinetto di Nordia, è sotto inchiesta per il caso Almasri, e forse è per questo che spinge tanto per il Sì: motivi personali, non pensieri altruistici rivolti ai giovani.
Del perché votare NO avevo già parlato in un precedente post e le continue manipolazioni del governo (si possono però anche chiamare col loro vero nome: prese in giro) non fanno che confermare tale scelta; se ci fosse bisogno di un altro punto di vista, se interessati, si può leggere anche questo articolo.
Gone di Michael Grant è il tipico salto nel buio, ovvero un libro che si prende senza sapere nulla di esso, basandosi solo sulla quarta di copertina e sul sottotitolo della copertina “Un mondo senza adulti. Le prime 299 ore.”; la prima impressione avuta è stata di essere davanti a una versione recente di Il signore delle mosche di William Golding. Impressione direi un pochino sbagliata, come ho avuto modo poi di costatare leggengolo: visto che si trattava di un book crossing, non ho avuto modo di documentarmi prima (cosa che faccio per gli acquisti) e ho deciso di “tentare la fortuna”. Poteva andare peggio, ma poteva andare anche meglio, dato che si tratta di uno young adult e come tale è scritto (come tanti ya moderni), con uno stile semplice, immediato, forse troppo semplice e immediato per i miei gusti; capisco che si ricerchi questo modo di scrivere per essere vicini ai giovani, ma qui mi sembra che si ricerchi troppo la semplicità. Che i ragazzi d’oggi abbiano bisogno che si scriva così?
A me verrebbe da dire di no, ma probabilmente il mio errore è basarmi sulla mia esperienza (alle medie leggevo Hemingway, ed ero arrivato lì leggendo prima Dumas, London, Verne, Kipling) e visti i livelli d’attenzione e di conoscenze dei giovanissimi, forse la scelta di stile e lessico fatta è quella giusta, che non si adatta molto ormai a quanto mi aspetto da un romanzo. Penso però che si sarebbe potuto osare un pochino di più, così da spingere i ragazzi a fare dei passettini in avanti.
Cosa dire del romanzo oltre a questo? A parte un mondo (o una parte di mondo) senza adulti, dove i ragazzi si governano da sé, i punti di contatto con Il signore delle mosche finiscono qui; Gone, in poche parole, è quando gli X-men incontrano The Dome di Stephen King.
Gone può essere definito un romanzo di fantascienza: tutte le persone sopra i quindici anni spariscono e i ragazzi che rimangono sviluppano dei superpoteri. C’è chi può teletrasportarsi, chi diventa tipo la Cosa dei Fantastici Quattro, chi può spostare gli oggetti con poteri telecinetici, chi è superveloce, chi guarisce col tocco delle mani. Si creano due fazioni, chi cerca di mantenere una sorta di ordine e chi vuole comandare sugli altri; c’è chi cerca di scoprire il mistero della sparizione degli adulti (mistero risolto), chi svelare cosa c’è dietro la sparizione improvvisa di quando si compiono quindici anni. E poi c’è l’Oscurità.
Il finale di Gone è aperto, com’è logico che sia, dato che si è dinanzi al primo volume di una serie di cinque. Merita di proseguire la lettura? Per un adolescente probabilmente sì, personalmente ricerco qualcosa di più complesso, specie per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi che in questo caso è abbastanza piatta.
Tigana è il quarto romanzo scritto da Guy Gavriel Kay dopo i tre realizzati sul mondo di Fionavar (La strada dei re, La via del Fuoco, Il sentiero della notte) pubblicati per la prima volta in Italia negli anni 90 da Sperling & Kupfer (ripubblicati di recente in un unico volume da Mondadori, L’arazzo di Fionavar, con titoli differenti); sempre negli anni 90 Sperling & Kupfer pubblicò Il paese delle due lune, che altro non è proprio che Tigana (fu cambiato titolo per evitare che si facesse confusione con un calciatore francese Jean Tigana, che aveva giocato fino al 1991, e non fuorviasse i lettori dando l’idea che il contenuto fosse altro).
Sia Fionavar, sia Il paese delle due lune non li ho letti appena usciti, sia perché ero poco più che adolescente e non avevo una conoscenza come quella attuale del fantasy (mancavano quei trent’anni di letture, che si vuole che sia 😛 ), sia perché le librerie non lo avevano esposte e le biblioteche comunali non lo avevano, sia perché allora non c’era internet e non si potevano fare ricerche e compere come si fa addesso: li ho recuperati qualche anno dopo nelle bancherelle dell’usato ed è stata una bella scoperta.
Fionavar l’ho adorato (unico caso in cui ho comprato la nuova edizione di un romanzo), al punto da rileggerlo, Tigana (chiamerò così d’ora in poi Il paese delle due lune) l’ho letto solo una volta e non mi ha coinvolto alla stessa maniera (a favore di Fionavar ha giocato che prendeva spunto molto dalla mitologia, tra cui quelli arturiani, e dato che apprezzo molto miti di dei ed eroi, è stata inevitabile conseguenza che mi piacesse), ma rimane il fatto che si è davanti a un ottimo romanzo, ben scritto e con personaggi ben caratterizzati.
Dopo tanti anni non mi ricordo tutti gli eventi, ma le sensazioni che mi ha dato permangono, forse perché quando ho letto Tigana ero in un periodo che era in sintonia con elementi che caratterizzano le opere di Kay, ovvero una tristezza più o meno marcatamente sempre presente e la morte: che piaccia o no, la morte è un elemento che sempre compare nei lavori dello scrittore canadese; anche quando non è presente, non se ne parla, la sua ombra c’è sempre, si riesce a percepirla.
Se ci si aspetta una recensione su Tigana, che io racconti la trama (in parole povere si può dire che in un qualche modo ricorda l’Italia del tempo dei Comuni, con le sue divisioni interne e l’essere terra di conquista di paesi stranieri) o i personaggi, temo che se ne rimarrà delusi; quello che invece volevo fare era parlare della nuova edizione uscita nel 2026 realizzata da Ne/oN con una nuova traduzione effettuata da Stefano Andrea Cresti, mentre la precedente era stata fatta da Riccardo Valla. In particolar modo m’interessa fare un confronto tra le due, non per decidere quale dei due è la migliore, ma pensare se il cambiamento dei tempi (sono trascorsi più di trent’anni tra la prima e la seconda) abbia influito sul modo di lavorare. Personalmente, dato che non ho grandi basi di conoscenza di lingua inglese, non posso dare un giudizio tecnico preciso, pertanto lascio a chi leggerà l’articolo decidere di testa sua quale preferisce o quale reputa migliore, mettendo a seguire la prima pagina del romanzo pubblicato in Italia nel 1992 (dato che non esiste l’ebook di questa edizione), il link per leggere l’estratto dell’edizione del 2026 e il link di quello del testo originale. Tuttavia, volendo esprimere un giudizio soggettivo, in entrambi i casi è stato fatto un buon lavoro, ma personalmente preferisco la prima edizione italiana, la trovo più letteraria, più evocativa (uno che conosce meglio l’inglese mi smentirà, ma questa è l’opinione che ho maturato).
Le DUE lune splendevano alte e il loro chiarore offuscava quello delle stelle. Su tutt’e due le rive del fiume ardevano i fuochi dei bivacchi, che si stendevano su un’area vastissima, fino a perdersi lontano nella notte. Tra l’uno e l’altro campo, la Deisa scorreva pigramente; l’argento della luce lunare e il rosso dei fuochi creavano sulla sua superficie lunghe strisce serpeggianti. E tutte quelle scie parevano convergere negli occhi di Saevar, che, seduto sulla riva, con le mani sulle ginocchia, pensava alla morte imminente e alla vita da lui vissuta.
La notte aveva una sua grandezza, pensò, nell’inspirare profondamente l’aria di quella tiepida estate, che sapeva d’acqua, di fiori e d’erba, e nell’osservare il riflesso argento e azzurro sull’acqua e nell’udire il mormorio del fiume e il cantò che veniva dai lontani bivacchi. Si cantava anche sull’altra sponda del fiume, notò, e tese l’orecchio per ascoltare i soldati nemici, accampati a nord. Era difficile attribuire un senso assoluto di malvagità a quelle voci armoniose, odiarle ciecamente come, a quanto pareva, era richiesto a un soldato. Ma lui non era realmente un soldato, né aveva molta esperienza nell’odiare.
Non riusciva a distinguere le figure che si muovevano sull’altra sponda del fiume, ma scorgeva i fuochi ed era facile capire che il numero delle persone accampate a nord della Deisa era molto superiore a quello delle persone che, dietro di lui, attendevano l’alba.
Quasi certamente, sarebbe stata l’ultima, per loro. Saevar non si faceva illusioni; e non se ne facevano neppure i suoi compagni, dopo la battaglia combattuta sullo stesso fiume, cinque giorni prima.
Per i fan di Brandon Sanderson è arrivata una notizia molto interessante: Apple Tv ha acquisito i diritti del Cosmoverso, l’universo che collega molti dei mondi e delle storie realizzati dallo scrittore americano. Al momento si parla di realizzare film per la saga di Mistborn e una serie tv per quanto riguarda la serie della Folgoluce. Come rivela The Hollywood Reporter, l’autore avrebbe valutato la maggior parte degli studi cinematografici e, secondo alcune fonti, avrebbe poi optato per un accordo interessante che conferirebbe all’autore un controllo importante nello sviluppo creativo dei progetti. “Sanderson sarà l’architetto dell’universo: scriverà, produrrà e farà da consulente e avrà le autorizzazioni necessarie. Un livello di coinvolgimento che nemmeno J.K. Rowling o George RR Martin hanno raggiunto”. (1)
Dunque, Sanderson avrà un ruolo molto importante all’interno della produzione, anzi si può dire che per quanto riguarda il potere decisionale su sceneggiatura e trama sarà praticamente totale, il che fa ben sperare che le storie dei suoi mondi non saranno stravolte o adattate in modo inadeguato o pessimo (chi ha parlato di Shannara Chronicles?)
Cosa penso di tutto ciò?
Sinceramente, non so come prenderla. In passato sarei stato ben felice della notizia, oggi sono più distaccato, questo anche per l’esperienza avuta con le varie trasposizioni visive delle storie cartacee.
Il Signore degli Anelli, con i tagli e adattamenti vari, si può dire che è riuscito, anche se ci sono fan che non l’hanno apprezzato; le cose sono andate peggio con Lo Hobbit, dove tre film sono stati troppi per una storia non a livello di quella prima menzionata, sia come lunghezza sia come spessore. Su Eragorn caliamo un velo pietoso, quelli su Percy Jackson così così, La bussola d’oro idem. Poi c’è Star Dust, uno dei rarissimi casi in cui il film è meglio del libro; stessa cosa si può dire per La zona morta. Questo per citare alcune pellicole cinematografiche tratte da romanzi appartenenti al genere fantasy/fantastico.
Per quanto riguarda le serie tv non si può non menzionare Il Trono di Spade, partito bene finché ha seguito i libri di Martin, ma che quando è venuto a mancare il materiale originale perché l’autore non è andato avanti con la storia è calato parecchio. La spada della verità niente di eccezionale, ma la stessa cosa vale per i libri. Con La Ruota del Tempo hanno sbagliato fin da subito. Non parliamo dell’obbrobrio che han fatto con Shannara: il primo errore è stato che con Le Pietre Magiche doveva essere fatto un film, non una serie tv, per quella si doveva scegliere Il Ciclo degli Eredi, molto più adatto alla serializzazione; il secondo è che han voluto farne un prodotto adolescenziale stravolgendone il senso.
Insomma, nella maggior parte dei casi, quando si ha avuto a che fare con il fantasy non ci è comportati proprio bene. Il fatto che la scrittura sia totalmente in mano a Sanderson non mi rassicura, perché c’è differenza tra scrivere per lo schermo (grande e piccolo) e scrivere per romanzi; in questo c’è riuscito bene Makoto Shinkai, molto peggio ha fatto King che quando ha lavorato sulle sue opere per trasporle le cose non sono andate benissimo.
Forse è l’età che ormai ho, forse ho perso entusiasmo, spero però di sbagliarmi e che saltino fuori dei prodotti validi (in fondo l’ho fatto anche con Mad Max – Fury Road, partito scettico e arrivato entusiasta). Per chi fosse interessato, alcuni fan dei libri di Sanderson si sono divertiti a “scegliere” il cast per le storie da trasporre su schermo; se può interessare, qua sotto posto il video della live che hanno fatto.
Il 22 e il 23 marzo si voterà per il referendum sulla giustizia. Questo referendum, occorre subito dirlo, non avrà il quorum, quindi non conterà quanta gente andrà a votare, ma quanti voti avrà una parte in più rispetto all’altra per avere la vittoria.
Che cosa si va a votare? Si decide se confermare o respingere una modifica della Costituzione che mantiene l’autonomia della magistratura, ma ridisegna i meccanismi di autogoverno e consolida la distinzione dei percorsi professionali; uno dei punti più discussi della riforma riguarda il ricorso al sorteggio, che interviene su un sistema tradizionalmente fondato sul voto e sulla rappresentanza delle correnti nella magistratura.
Nel referendum giustizia 2026 gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su una revisione della Costituzione già approvata dal Parlamento, che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti. La riforma non incide sull’autonomia e indipendenza della magistratura, ma interviene sulla sua organizzazione interna e sui meccanismi di autogoverno.
In particolare, il testo approvato dal Parlamento prevede la creazione di due Consigli Superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Entrambi gli organi mantengono una composizione a prevalenza togata, analoga a quella attuale, ma operano separatamente, affidando ai pubblici ministeri un autonomo organo di autogoverno distinto da quello della magistratura giudicante.
La riforma introduce inoltre una Corte disciplinare di rango costituzionale, alla quale viene attribuita la competenza sui procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Anche questo organo è composto in prevalenza da magistrati, ma si distingue dagli attuali Consigli Superiori, che non svolgeranno più funzioni disciplinari, concentrandosi sul governo delle carriere.
Un ulteriore profilo rilevante riguarda le modalità di selezione dei componenti degli organi di autogoverno. La riforma prevede il ricorso al sorteggio, in luogo del tradizionale sistema fondato sul voto, con l’obiettivo dichiarato di incidere sulle dinamiche associative e sul ruolo delle correnti all’interno della magistratura.
Votare SÌ significa confermare questa riforma costituzionale e consentirne l’entrata in vigore; votare NO comporta il mantenimento dell assetto costituzionale vigente. (1)
Se si vuole approfondire meglio la questione, Travaglio nel video che segue ha ben spiegato in cosa consiste questo referendum.
Ora invece approfondiamo le ragioni del perché votare NO.
Innanzitutto la questione riservata al sorteggio. In un ambito così delicato come la giustizia appoggiarsi al caso non è qualcosa di auspicabile; che poi tanto caso non sarebbe dato che si può scegliere, e magari pilotare, chi mettere da sorteggiare.
In caso di vittoria del SI, quindi separazione delle carriere, entro un anno il governo dovrà decidere come disciplinarle con leggi ordinarie; ma se si vuole fare una riforma importante come quella della Giustizia, le cose vanno pensate prima, bisogna avere le idee chiare e presentarle per far vedere che tipo di progetto si vuole portare avanti. Così invece è qualcosa di nebuloso e raffazzonato (purtroppo, vien da dire, com’è tipicamente italiano). Inoltre, con questa riforma aumenteranno i costi, dato che aumenteranno i menbri del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), elemento non da poco.
Si dice che la giustizia resterebbe autonoma, ma cambiando il CSM attuale con quello proposto, non è proprio così: guardare il video di Travaglio dal minuto 8 e 10 secondi. Si rende chiaro quanto il potere politico entri all’interno della Giustizia, quando invece non dovrebbe entrarci per niente. Motivo? Troppo potere. Se si vuole che sia davvero una democrazia ci deve essere separazione dei poteri. Avere troppi poteri concentrati in pochi punti è dannoso e l’Italia ne è stata esempio con Berlusconi, che ha concentrato nelle proprie mani potere informativo, economico e politico (i danni del suo operato sono stati tanti, tra questi va ricordata la legge Biagi, che ha rovinato la vita di milioni di lavoratori e famiglie) ed è stato suo sogno poter mettere le mani sulla Giustizia, l’unico polo che non poteva controllare e che si opponeva a lui (ci si ricorderà dei suoi attacchi continui contro una magistratura politicizzata, persecutoria e schierata contro di lui). La destra italiana ha fatto suo questo sogno, portandolo avanti così non solo da indebolire il potere della giustizia, ma anche controllarlo internamente.
Deve essere chiaro che quanto più potere si concentra nella mani di pochi quanto più pericolosa è la deriva che ne nasce e l’Italia dovrebbe ben saperlo, dato che ha già avuto il potere politico che controllava quello della giustizia ai tempi del regime fascista.
Il governo dichiara che fa questo referendum per aiutare i cittadini (e strumentalizza ogni scontro di piazza per tirare acqua al suo mulino, gettando benzina sul fuoco per fomentare lo scontro), ma in realtà è un attacco alla magistratura, per limitare i suoi poteri e avere rivalsa perché non ha permesso di fare tutto quello che voleva. E in un paese dove ci sono elementi di governo che anelano a dare più libertà d’azione alle forze dell’ordine e far sì che non vadano a processo (è sempre più chiaro che il governo vuole vuole seguire l’impronta di quello trumpiano e orbaniano), che non fa che rimarcare gli attacchi alle forze dell’ordine ma che volutamente dimentica gli omicidi commessi dalle stesse contro cittadini inermi come nel caso Cucchi (solo per citarne uno) o le torture commesse in carcere abusando del proprio potere, il fatto è molto grave e pericoloso; per questo sono d’accordo con quanto espresso da Barbero.
P.s. Non c’entra nulla con la questione Referendum, ma per capire, se ce ne fosse ancora bisogno, che il governo sta mentendo e prendendo in giro, si prenda a esempio quanto successo con il caso del dipinto simil Meloni: ecco com’era prima del restauro: https://www.instagram.com/p/DUVdBtUFn_m/
Sbugiardato così l’autore che asseriva di aver ricalcato il disegno che c’era prima (si aveva ragione a dubitare delle sue parole, subito apparse false). Autore che ha dovuto ammettere, dopo aver mentito per giorni, che l’immagine che aveva dipinto lui era quella della Meloni. Il Vaticano l’ha fatto rimuovere, ma è stata un’azione non bella da tutti i punti di vista, sia perché è stata stravolta un’opera d’arte, sia perché si è voluto “elogiare” la Meloni in un contesto dove non ci doveva entrare, sia perché si è mentito spudoratamente prendendo in giro i cittadini nonostante l’evidenza; è altamente improbabile che nessuno sapesse di quanto avvenuto, ma è chiaro che nonostante l’evidenza dei fatti il governo abbia cercato di mentire. Come è chiaro che sta mentendo sulle ragioni che vogliono la riforma della giustizia.
La violenza pare trovare sempre più piede negli ultimi tempi; c’è sempre stata fin da quando esiste l’umanità, ma ci sono periodi dove essa acuisce la sua presenza e purtroppo questo si sta verificando nel tempo in cui viviamo. Si è iniziato con l’attacco della Russia all’Ucraina, poi si è continuato con l’Iran che prima ha preso a massacrare delle donne per fanatismo religioso poi ha cominciato a reprimere nel sangue chi protestava contro il regime causando migliaia di morti, arrivando all’attuale presidente USA Trump, i cui discorsi traboccano di violenza e odio (lo dice apertamenente in discorsi pubblici che odia chi gli si oppone), dove le minacce sono continue; minacce cui seguono azioni, come l’attacco al Venezuela (e non importa se Maduro era un dittatore criminale che andava arrestato e destituito) e le azioni dell’ICE. Sta passando la legge del più forte, che chi ha potere e denaro può fare quello che vuole, calpestando chiunque, e questo purtroppo sta facendo adepti, sta portando un esempio distorto, come dimostrano le parole di Salvini che, sull’onda di quello che sta succedendo in America, sta chiedendo che le forze dell’ordine italiane “dovrebbero avere ancora più le mani libere per difendere la nostra e la loro sicurezza” e che “non devono essere a processo”.
Il presente non sta prendendo una bella piega: le persone, le istituzioni, i governi, stanno diventando sempre più violenti, come se la violenza sia l’unica via percorribile, l’unica risposta che si può dare. Inevitabile porsi delle domande. La violenza è insita nell’uomo? Perché l’uomo è così attratto dagli atti violenti, fin dai tempi più antichi? Cosa c’è nello scorrere del sangue che affascina tanto gli esseri umani? Perché la guerra attira più della pace?
Secondo la Bibbia, i lati negativi e malvagi dell’uomo (e la violenza è uno di questi) sono entrati nella sua vita con il peccato originale, ovvero la disobbedienza di Adamo ed Eva a Dio del non mangiare la mela, il frutto della conoscenza del bene e del male; sempre secondo tale testo sacro, fu uno dei loro figli, Caino, il primo uomo a perpetrare un atto violento, uccidendo il fratello Abele e divenendo così il primo assassino della storia umana.
Filosofia, psicologia, antropologia hanno cercato a loro volta di capire l’origine della violenza. Dipende forse dall’etnia cui si appartiene? Dall’eredità genetica ricevuta? Dall’ambiente in cui si è cresciuti? A queste domande la risposta trovata non è stata sempre delle migliori, basti pensare al Criminal Tribes Act del 1871 promulgato dal governo britannico che dichiarava decine di etnie indiane portatrici di impulsi criminali ereditari (il tutto per giustificare e supportare le azioni del suo colonialismo). Non è andata meglio con le teorie di Lombroso, secondo le quali si poteva capire se una persona era violenta e criminale dall’aspetto fisico: indicazioni di questa natura erano per esempio malformazioni o anomalie del corpo, del cranio, l’uso di tatuaggi. Persino l’epilessia era segnale di una natura violenta.
Le cose non sono poi migliorate con altri studi, secondo i quali le persone violente erano quelle che crescevano in ambienti poveri (studi cui sarebbe bastata la storia per smentirli, dato che le peggiori atrocità dell’uomo erano state commesse da ricchi e nobili).
Negli anni più recenti pure la medicina ha cercato di dare la sua risposta: la violenza è qualcosa che dipende dal codice genetico, dato che ci sono dei geni che determinano il comportamento violento dell’individuo, influenzandone la vita.
Tante domande, tante teorie, ma poche risposte certe. Tuttavia, la violenza non è una questione né di sesso né di età. Non si tratta neppure di appartenenza a un determinato stato sociale, dato che sempre più spesso certi crimini avvengono in famiglie “bene”, cresciute in ambienti tranquilli, senza problemi economici, con la violenza che si riteneva appartenesse solo a persone cresciute in povertà. Invece, la cronaca mostra medici, avvocati, imprenditori, che uccidono mogli e figli all’improvviso, in apparenza senza un motivo, con i vicini che rimangono esterrefatti perché credevano di vedere una famiglia normale e serena, senza nessun problema, senza che ci fosse un pretesto per scatenare una violenza di tale portata.
Nella società attuale pare che non serva un pretesto per dare il via alla brutalità: si accoltella, si uccide, per un commento, un parcheggio, uno sguardo; non si può nemmeno non osservare che agli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
La storia non ha fatto che mostrare che nessuna società, civiltà o religione è stata ed è esente dalla violenza. A conferma di tali parole, basta analizzare la cultura in cui siamo cresciuti, dove anche la religione cristiana, il cui principio fondamentale è basato sull’amore e sulla comprensione, si è sviluppata ed è stata permeata di violenza e sopraffazione. Di esempi ce ne sono tanti, basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe o semplicemente il perseguitare chi pensava liberamente, come successo alla matematica, astrologa e filosofa Ipazia, brutalmente uccisa da fanatici cristiani; quanto fatto a tale persona non solo ha mostrato l’odio e il disprezzo verso la donna che per secoli ha accompagnato la religione cristiana, ma ha anche messo in risalto la sopraffazione e il desiderio di affermazione, di essere migliori e superiori; le cose non sono migliorate molto con il passare del tempo e neppure sono andate meglio in altri paesi e con altre religioni, basti vedere quello hanno fatto nazioni come India, Iran, Pakistan, Afghanistan.
Fino a quando l’umanità non ammetterà la sua parte violenta, non l’affronterà e soprattutto non accetterà la sua esistenza, continueranno a esserci guerre, a presentarsi episodi di violenza quotidiani che non hanno più neppure bisogno di un pretesto per scatenarsi. Uomini, donne, giovani, anziani, non sono più in grado di controllare le proprie emozioni, venendo dominati da esse. Un’educazione errata, il credere in valori sbagliati, esempi negativi portati dai media, il dilagare dell’ignoranza e della disinformazione, hanno contribuito ad alimentare questi impulsi violenti; a tutto ciò vanno aggiunte le insoddisfazioni, le delusioni, le sconfitte che s’incontrano nella vita e che, scontrandosi con falsi modelli di successo e riuscita, non hanno fatto che alimentare simili impulsi. Questa serie di elementi ha fatto perdere il proprio centro agli esseri umani, creando uno squilibrio che semina sempre più danni; basterebbe essere un po’ più consapevoli di sé e del mondo attorno per non farsi condizionare e tornare padroni di se stessi. Basterebbe fermarsi un poco, staccandosi da un mondo frenetico che fa vivere sempre di corsa e rende sempre più tesi e intolleranti, per essere meno aggressivi e non usare gli altri come parafulmini per scaricare l’energia violenta accumulata. Il rischio cui si va incontro, altrimenti, è un degenerare della persona e della società, proprio come ha mostrato William Golding in Il Signore delle Mosche (anche se magari in modo un po’ didascalico e semplificato).
Ma se è facile (in teoria dovrebbe esserlo) giudicare la violenza quando è immediata, è più complicato quando si tratta di qualcosa di meno diretto come lo sono le violenze verbali, psicologiche, (che però hanno lo stesso potere distruttivo di un atto fisico) i tentativi di condizionamento e repressione per vie traverse, come a esempio il tentativo di voler schedare professori che sono contro una certa linea politica, perché va ricordato che è così che è cominciato il fascismo, un movimento politico e una cultura di violenza e di morte, e così può ricominciare; ma forse non è corretto dire che può ricominciare, perché il fascismo non se n’è mai andato, ha continuato a esistere tentando sempre di rialzare la testa. Non serve che tutto ciò sia urlato, perché ci sono battute, asserzioni celate dietro sorrisi e toni pacati che possono colpire come un pugno. Per non parlare degli atteggiamenti, dato che pure il silenzio, il tenersi a distanza in un certo modo, può essere violenza, come nel caso del mobbing. (1)
1. Parte di quanto scritto è stato estrapolato del lavoro da me realizzato Ritrovare la capacità di peniero.
Ron – Un amico fuori programma è un film d’animazione del 2021 per bambini e ragazzi che, oltre a essere divertente, trovo anche intelligente per i temi che tratta e come li tratta.
In un futuro neanche tanto lontano dal nostro, vengono creati dei robottini, chiamati B-bot, per essere da compagnia ai ragazzini e aiutarli a fare amicizia attraverso i social; tutto è connesso, tutto è legato alla rete, dove si passano ore e ore a fare e vedere video, a cercare di avere più visualizzazioni possibili, perché più si è popolari, più si hanno amici.
L’unico a essere fuori da tutto questo è Barney Pudowski, dato che non possiede un B-bot; non ha mai avuto molti amici, ma i pochi che aveva lo hanno mollato perché presi, come tutti gli altri ragazzini, dal proprio B-bot. Almeno fino a quando il padre e la nonna non gliene prendono uno, che però risulta essere difettoso; il B-bot, che Barney chiama Ron, non è collegato alla rete e sviluppa un protocollo (o meglio, una personalità) propria, con tutti i guai, le gag e gli inconvenienti che si possono immaginare. La presenza di Ron mette in allarme la Bubble, la gigantesca industria che produce i B-bot, perché teme che la sua difettosità faccia una cattiva pubblicità all’azienda e danneggi i suoi affari; inizia così una caccia serrata al robottino, con Barney e Ron che fuggono nella foresta, dove non possono essere trovati dato che non ci sono telecamere per rintracciarli. Ma la notte all’aperto e al freddo hanno ripercussioni su Barney che soffre d’asma e Ron, con le batterie ormai scariche, lo salva, riportandolo verso la città e venendo così catturato.
Assieme alla famiglia, Barney andrà a salvarlo e facendo così aiuterà non solo il robottino, ma farà molto di più.
Solitudine nonostante un mondo che permette contatti illimitati, il pericolo delle tecnologia nella mani d’imprenditori senza scrupoli che pensano solo al profitto e usano i dati degli utenti per pubblicità mirate, dispositivi tecologici che controllano indiscriminatamente la vita di chi li possiede, sono alcuni degli elementi che spiccano in Ron – Un amico fuori programma, una pellicola nata per l’intrattenimento che critica anche il mondo della rete e dei social, dove visibilità e fama sono spesso fin troppo sopravvalutati, come dice una delle amiche ritrovate di Barney.
Consiglio caldamente di vedere Ron – Un amico fuori programma: non sarà un capolavoro, ma è qualcosa che fa pensare, cosa non molto frequente di questi tempi.
Dopo l’ubricatura di tecnologia avuta negli ultimi anni, dove pareva che oramai si dovesse fare tutto con essa, qualcuno sta cominciando a capire che forse è meglio fare un passo indietro, che tutto ciò che è nuovo non è necessariamente completamente buono. Sia chiaro, non si sta demonizzando in nessuna maniera la tecnologia, ma l’uso sbagliato che ne viene fatto, perché essa, se usata con consapevolezza, è un ottimo supporto. Ma se per esempio si usa la IA perché pensi e faccia le cose al posto nostro, ritrovandosi così a usare sempre meno la testa, allora non ci siamo; utilizzare l’IA per scrivere libri, per realizzare copertine, immagini, video e persino musica, con risultati come quello riportato in questo video, non è decisamente il massimo della vita, anzi, dimostra quanti passi indietro l’evoluzione umana sta facendo (qualcuno farà notare che fare idiozie è di tutti i tempi, ma ora stanno prendendo sempre più piede). E non è a questi passi indietro cui ci si riferisce, perché non ci si rivolge all’involuzione, ma al ritornare al bivio in cui ci si era trovati poco tempo fa e prendere una strada diversa; la cosa è rivolta a chiunque, ma in special modo ai giovani, i più colpiti da un uso errato della tecnologia, sia nel privato, sia nella scuola. Che i social siano stati usati male e abbiano fatto danno partendo dalle fake news è un dato di fatto, ma ci si sta accorgendo che anche il troppo uso della tecnologia nei luoghi di apprendimento sta arrecando problemi quali difficoltà a scrivere a mano, a capire frasi più lunghe di due righe, a prestare attenzione; già qualche anno fa in un intervento svoltosi presso l’Istituto di Biochimica dell’Università di Padova, Paolo Crepet denunciava che “Se apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto, una parte del cervello (quella della concentrazione) ti si è atrofizzata”. Il problema di molti giovani è che non ce la fanno più a leggere: non riescono a restare concentrati, non riescono ad affrontare testi lunghi, perché non più abituati a leggere, troppo abituati a scrollare, a guardare video brevi dove l’attenzione dura pochi istanti e non ne serve molta per i contenuti perché sono semplici e immediati. Chi fino a poco tempo fa proponeva qualcosa di più complesso, approfondito, ricercato, veniva additato come poco comunicativo, poco attento al “pubblico di lettori”: l’imperativo era che bisognava adeguarsi a chi leggeva, mettersi (abbassarsi) al suo livello, modificando punteggiatura, uso di termini, lunghezza della frasi (tutto ciò non è niente d’inventato, è qualcosa di cui ho avuto esperienza personalmente e con cui ho sempre combattuto, perché se è vero che occorre essere chiari a chi ci si rivolge, è anche vero che è chi legge che deve sforzarsi a evolvere se è qualche gradino indietro).
Crepet, riguardo la scrittura, dice una cosa interessante. “La scrittura è una forma di pensiero. Ma se non leggi, come fai a scrivere? E se non pensi, che cosa scrivi? Scrivere male è pensare male. Scrivere poco è pensare poco. E chi pensa poco, finisce per essere facilmente governato.” (1)
Purtroppo, tutto ciò è vero perché in molti non sono più capaci di distinguere una propaganda da un pensiero, non sono più in grado di argomentare una posizione avendo delegato tutto al consenso, alla rete, che ha dato voce a tanti senza che si avesse qualcosa da dire. Crepet dice che il pensiero critico non si eredita ma si costruisce, e richiede tempo, fatica, confronto. Purtroppo oggi la fatica è vista come un problema da evitare, non come una soglia da superare perché si è scambiato il benessere per anestesia, la libertà per comodità. (1)
Il problema è che tutto ciò non riguarda solo studenti, ma tutti quanti, imprenditori e governanti inclusi. E i risultati si vedono e non sono buoni. “Il cervello è come un muscolo” è una delle frasi conclusive dell’intervento di Crepet: una linea di pensiero che condivido, come ho già detto nella prefazione del mio ultimo lavoro “Ritrovare la capacità di pensiero”:
“Pensare è un’attività che si basa sullo stesso principio del saper risolvere problemi algebrici e dell’avere una muscolatura tonica: si sviluppa e si mantiene con un’attività costante. Non si tratta di un dono divino e neppure un privilegio riservato a pochi eletti, ma è un qualcosa che appartiene a tutti quanti. Il livello di pensiero che si può raggiungere dipende dall’abitudine, dalla frequenza e dalla diversità dei modi con cui lo si usa: risolvere problemi pratici, leggere libri dagli argomenti più diversi, ma soprattutto osservare la realtà in modo obiettivo e distaccato senza esserne coinvolti (che è forse la parte più difficile da mettere in atto).
Ma se capire come sviluppare la capacità di pensiero è importante, lo è ancora di più conoscere perché il pensare è qualcosa che occorre mantenere attivo e ben allenato: se non si hanno buone capacità di pensare, si finisce per essere manipolati, influenzati e sfruttati da ciò che accade attorno a noi. Eliminare del tutto tali manipolazioni, influenze e sfruttamenti è qualcosa di davvero difficile da attuare, ma sicuramente si può limitare il loro raggio d’azione e d’influenza.”
Per questo sono concorde con il fare un passo indietro che sta facendo nelle scuole la Danimarca, facendo tornare in classe libri, quaderni, penne, matite e gomme per cancellare, perché è necessario ritornare a saper pensare. Il sistema didattico che verrà seguito utilizzerà i computer soltanto sotto il controllo dei docenti e per compiti specifici, mentre —analogamente a quanto deciso dall’Australia— la fruizione dei social network sarà vietata ai minori di quindici anni, come sarà vietata la presenza in classe degli smartphone.
La scelta danese non è frutto di un luddismo di ritorno, ma è basata sull’esperienza sul campo condotta nell’ultimo decennio. Sommando il tempo trascorso a scuola davanti a un computer a quello richiesto dai compiti e poi a quello impiegato nel tempo libero non è difficile capire che per la maggior parte del tempo un adolescente ha come interlocutore uno schermo e non un essere umano. L’osservazione degli studenti da parte dei docenti ha accresciuto la preoccupazione per il troppo tempo trascorso dagli adolescenti davanti a uno schermo, cosa che è stata associata a isolamento, distrazione e bassi rendimenti scolastici. Per non parlare dell’impatto negativo dell’uso di piattaforme sulla salute mentale degli adolescenti, come rilevato di recente anche dal Joint Research Centre della Commissione Europea. Viene così meno uno dei luoghi comuni più diffusi nel mondo della scuola, e cioè che il “digitale” avrebbe rivoluzionato la didattica, consentendo di migliorare la qualità della formazione e offrendo opportunità di apprendimento che i sistemi tradizionali non potevano minimamente garantire. Il messaggio che arriva dalla Danimarca non è quello di demonizzare la tecnologia nella didattica e di esorcizzarla in nome dei “vecchi tempi”, quanto piuttosto, quello di utilizzare gli strumenti (informatici) invece di esserne utilizzati, rifiutando la logica binaria del “tutto o niente”.” (2)
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