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Fascismo russo

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Svjatlana Aleksievič e il fascismo russo“La Russia sta facendo quello che i nazisti facevano sul suo territorio: ora abbiamo a che fare col fascismo russo” Queste sono le parole della scrittrice premio Nobel Svetlana Aleksievic rilasciate durane un’intervista. Un’intervista dura, molto critica riguardo non solo il governo, ma anche il popolo russo.
Del governo, specie di Putin, dice che si ha il mito della Grande Russia e si sa come finisce nella Storia l’inseguimento di questo sogno di grandezza, la Grande Serbia, la Grande Germania.
Del popolo dice che è ugualmente colpevole perché, anche se spaventato, anche se condizionato, deve porsi delle domande sulla guerra che sta distruggendo un paese.
Questa situazione ha delle analogie con il recente passato del nostro paese e si può dire la stessa cosa dell’Italia, riferendosi al ventennio berlusconiano (non è una coincidenza che Berlusconi sostenesse Putin).
Berlusconi è colpevole di aver rovinato l’Italia, ma lo è anche la popolazione che l’ha sostenuto. La domanda è: in che percentuale si dividono le colpe?
Perché è vero che il popolo ha seguito, ma è stato condizionato. E chi ha condizionato è stato Berlusconi con i suoi media (come ha fatto poi Putin).
La linea è sottile. Perché è vero che un capo può condizionare o provare a condizionare il suo popolo, ma al popolo sta anche non farsi condizionare. Se questo accade, ci si domanda perché. Più comodo? Più facile? Non si ha più l’intelligenza di capire certi meccanismi?
Su queste cose bisogna riflettere.

Ridere

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Il rispetto per gli altri è un elemento importante se si vuole crescere e vivere in un mondo civile. Ma il rispetto per gli altri non deve essere confuso con l’ipocrisia, la bigotteria, il seguire certe regole per una morale distorta che porta solo danni, come sta succedendo con il politicamente corretto attuale. Sotto un certo punto di vista siamo un po’ come ne Il nome della rosa di Umberto Eco, dove si vuole distruggere un’opera sulla commedia e sul riso, considerata pericolosa perché il ridere avrebbe tolto all’uomo il timor di Dio, agevolando così il suo peccare. La società attuale, con il suo politicamente corretto, è simile: non si possono fare certe battute, non si possono fare certe affermazioni per non essere offensivi verso certe minoranze, ecc ecc. Al giorno d’oggi sarebbe difficile girare certe scene e si perderebbero delle piccole perle di cinema come quella di Lino Banfi in Fracchia la belva umana (vedere minuto 2 e 18 secondi).

Se fosse stata girata recentemente una scena del genere, si sarebbe scatenato un putiferio grazie al politicamente corretto, con gli lgtb che sarebbero insorti a gran voce: è importante il rispetto, ma alle volte occorre pure saper ridere, visto che, se si toglie la possibilità di ridere, il mondo diventa un luogo davvero triste. Perché se è vero che occorre prendere sul serio le cose, farlo troppo porta a qualcosa di poco piacevole, come ossessioni, patologie, soprattutto se non si sa alle volte ridere di se stessi e delle cose cui si è legati; a questo proposito si potrebbe fare l’esempio di Putin e di quelli legati a lui che lo sostengono, sempre così inquadrati, inespressivi, che se per caso ridono lo fanno per schernire e disprezzare i nemici e chi non la pensa come loro: questo non è ridere. ridereSe potessero ridere per davvero, saprebbero gustarsi di più la vita e di conseguenza rispettarla di più.
Si è fatto questo esempio, ma se ne potrebbero fare altri, tipo Renzi, Berlusconi, Salvini che utilizzavano il riso per prendere in giro gli altri e cercare di metterli in ridicolo per sminuire le loro affermazioni. A dirla tutta, sarebbe meglio non guardare ai politici per parlare del vero ridere (anche se, se non ci fosse da piangere per le continue cavolate e figuracce che fanno, ci sarebbe davvero da riderci copra); neppure a certi imprenditori che ridono delle disgrazie altrui (vedere il terremoto in Abruzzo) o certi giornali che fanno ironia sulla morte di tante persone (vedere Charlie Hebbo). E neppure guardare al Joker, perché se si scherza in un certo modo si finisce nella follia.

Nella società attuale spesso non si hanno mezze misure: o si cerca di mettere tutto sul ridicolo oppure si arriva al punto che non si può dire più niente su qualsiasi discorso senza finire in diatribe che non hanno fine (ci si è dimenticati della polemica sul ripieno dei tortellini?). Occorrerebbe essere in grado di riuscire a distinguere quando un modo di ridere è dispregiativo o quando è semplicemente è un modo per fare satira e con una risata fare riflettere su certe tematica, basta vedere quello che ha fatto Zalone.

Fate/Zero

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Fate/ZeroFate/Zero è il prequel di Fate/Stay Night ed è narrativamente collocato dieci anni prima degli eventi che hanno visto come protagonisti Emiya Shiro e Rin Tōsaka (che in questa serie fanno delle brevi apparizioni). Questa è la quarta guerra del Santo Graal, in cui sette maghi si affrontano aiutati da sette spiriti eroici (ognuno appartenente a una classe: Saber, Lancer, Rider, Caster, Archer, Berserker, Assassin) che hanno evocato per vincere la preziosa reliquia ed esaudire il proprio desiderio.
Ognuno dei maghi ha uno scopo da raggiungere e lo stesso si può dire per i loro servant, anche se non sempre i due obiettivi collimano.
Gli Einzbern vogliono conquistare il Graal dopo tre tentativi falliti e per questo assoldano Kiritsugu Emiya, un assassino di maghi, che s’innamora di Irisviel von Einzbern, un Homunculus creato dalla famiglia cui appartiene e che diverrà la coppa del Graal, con la quale ha una figlia Ilyasviel (una dei sette maghi della guerra successiva e che ha come servant il Berserker Eracle); al loro fianco c’è anche Maiya Hisau, un tempo bambina soldato presa sotto l’ala protettrice di Emiya, e ora combattente e killer. Come servant viene evocata Arturia, che altro non è che re Artù, il re dei Cavalieri.
Tokiomi Tōsaka incarna il tipico mago e partecipa alla guerra evocando Gilgamesh, il re degli Eroi. Il suo scopo non è chiaro, ma è ligio alle regole ed è disposto a tutto pur di vincere, anche a cedere Sakura, la figlia minore, ai Matō, altra famiglia rivale di maghi.
Kariya Matō, molto legato alla moglie di Tokiomi e alle sue due figlie, partecipa alla guerra per salvare Sakura dal trattamento cui la famiglia Matō la vuole sottoporre e così permettere che possa un giorno riabbracciare la madre e la sorella Rin. Ha come servant Berserker.
Kayneth El-Melloi Archibald e Sola-Ui Nuada-Re Sophia-Ri, una coppia di maghi inglesi che hanno evocato come spirito eroico Diarmuid Ua Duibhne.
Kirei Kotomine, prete della chiesa di Fuyuki, combattente, sicario, allievo e alleato di Tokiomi Tōsaka; è il master di Assassin.
Waver Velvet, allievo di Kayneth El-Melloi Archibald, ruba l’offerta del suo maestro per richiamare uno spirito eroico e così dimostrare di essere degno del titolo di mago. Il suo servant è Iskander, ovvero Alessandro Magno, il re dei Conquistatori.
Ryūnosuke Uryū non è un mago, ma un giovane serial killer che si diverte a uccidere bambini. Nonostante ciò, il Graal lo sceglie come partecipante alla guerra e ha come servant Gilles de Rais.
Per raggiungere la conquista del Graal ognuno dei partecipanti attuerà le proprie strategie e non risparmierà le forze, dando vita a battaglie epiche e mostrando la reale natura di ognuno di loro: la maggior parte dei maghi non ne uscirà bene, mostrando freddezza, brutalità e spietatezza alle volte senza limiti.
Rispetto al suo successore, Fate/Zero non ha quella spensieratezza adolescenziale presente in alcuni suoi episodi: è una storia drammatica, permeata di dolore, con personaggi in cerca di riscatto, di espiazione, di sogni non realizzati che attendono un adempimento. Sofferenza, rimpianto: in Fate/Zero nessuno viene risparmiato.
Raccontata in questo modo, può passare la voglia di vedere questa serie, tuttavia la caratterizzazione e l’approfondimento dei personaggi sono di prima categoria e questo tiene incollati allo schermo, volendo vedere l’evolversi delle loro vicende, di come si rapportano tra di loro.
Certo, gli scontri sono tanta roba e risuonano di epicità (non si rimane certo indifferenti davanti a uno scontro tra Artù e Lancillotto, tra Gilgamesh e Iskander; come non si può non provare un brivido nel sentire le parole Cthulhu Fhtagn), ma il punto di forza di Fate/Zero è scoprire a quale destino vanno incontro i vari partecipanti alla guerra.
Sicuramente avere dei personaggi che hanno fatto la storia e sono entrati nel mito fa guadagnare dei punti alla serie, anche se alcuni non sono conosciuti come gli altri, come succede per Diarmuid Ua Duibhne (guerriero dei Fianna del Ciclo feniano conosciuto per essere stato l’amante di Gráinne, promessa sposa di Fionn mac Cumhaill, e che ricorda in molte parti il più famoso Tristano del ciclo arturiano) e Gilles de Rais (nobile, compagno d’armi di Giovanna d’Arco, nonché coinvolto, secondo le accuse, in pratiche alchemiche e occulte dove torturò, stuprò e uccise bambini e adolescenti, e per cui fu condannato a morte); tuttavia, se non fosse stato fatto un egregio lavoro sulla loro storia personale, si avrebbe avuta una trama che sapeva di videogioco con eroi dai grandi poteri che si prendono a mazzate. Invece lo studio Ufotable ha fatto un ottimo approfondimento psicologico. Il desiderio di Diarmuid di riscattare il proprio onore di cavaliere, la voglia di Iskander di andare sempre avanti che si scontra con la perdita di chi e cosa si lascia alle spalle per inseguire un sogno, la ricerca di Arturia di poter cambiare il proprio passato e il peso di aver seguito un alto ideale, la determinazione di Emiya di trovare un modo per salvare tutti, sono il vero punto di forza di Fate/Zero, rendendola una serie superiore a Fate/ Stay Night: niente buchi di trama, niente punti irrisolti (anzi, aiuterà a capire diverse parti di Fate/Stay Night: Unlimited Blade Works), niente comportamenti che fanno alzare le sopracciglia, ma una solidità di trama notevole dove i personaggi non cercano di piacere allo spettatore, ma vanno avanti per la propria strada a qualunque prezzo, anche a costo di sembrare dei mostri.
Sotto questo aspetto, praticamente nessun mago ne esce bene (tranne Waver, ma questo dipende molto dalla sua giovane età e dal non aver subito le stesse ferite che gli altri hanno accumulato nella vita), facendo sembrare un assassino come Gilles de Rais in alcune occasioni quasi umano (nonostante tutto l’orrore che ha portato, non si può non provare un poco di empatia verso di lui quando, ormai giunta la sua fine, s’immagina per l’ultima volta l’amata Giovanna d’Arco). E seppure Emiya possa spaventare per la determinazione con la quale persegue il suo obiettivo, peggio di lui sono sicuramente il capofamiglia dei Matō, Tokiomi Tōsaka e Kirei Kotomine.
A parte Gilgamesh, Assassin e Gilles de Rais, è molto difficile non provare empatia per i vari servant. Il rapporto tra Waver e Iskander è tra i più belli della serie, così come il confronto tra Artù è Lancillotto è tra i momenti più evocativi, senza contare la bellezza dei dialoghi (su tutti quello che avviene nell’episodio Il banchetto proibito).
Psicologico, cupo, epico, maestoso nelle scene d’azione: Fate/Zero è un anime di classe superiore, tra le migliori realizzate, senza ombra di dubbio.

Demon Slayer

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Demon SlayerDemon Slayer da tanti è considerato un capolavoro e il successo che sta avendo, soprattutto grazie alla serie animata, sembra dare ragione a queste persone. Le cose stanno però veramente così?
Se lo si guarda con l’occhio di chi non ha mai visto altre serie anime, può essere così: se è il primo anime che si vede, la storia e soprattutto i disegni possono far dare un simile giudizio.
Se invece di serie se ne sono viste un po’ più di una, le cose cambiano. Premessa: Demon Slayer è ben realizzato, soprattutto per quanto riguarda il livello grafico e il comparto sonoro. I personaggi sono abbastanza ben delineati, anche se ce ne sono alcuni che con i loro comportamenti portati all’eccesso (Zen’itsu e Inosuke) possono far dare un poco di fastidio; un peccato, perché quando si comincia ad approfondire la loro storia personale, le cose si fanno interessanti, e lo sarebbero di più se non si fosse calcata troppo la mano sulle scenette comiche di cui si rendono protagonisti.
Questa scelta fa un po’ perdere mordente alla serie, che inizia davvero alla grande: siamo in Giappone durante l’era Taishō (periodo che va dal 30 luglio 1912 al 25 dicembre 1926) e il giovane Tanjiro, dopo la morte del padre, ha il ruolo di uomo di casa di una numerosa famiglia. La sua è una vita tranquilla, anche se dura; un giorno, scende dalla montagna su cui vivono per vendere il carbone; di ritorno la sera, un anziano signore lo fa fermare a casa sua perché è pericoloso viaggiare di notte. Le parole del vecchio sui demoni gli sembrano delle semplici storie, ma quando la mattina ritorna a casa, trova la sua famiglia sterminata: solo una sorella, Nezuko, è sopravvissuta. Tanjiro la porta di corsa al villaggio perché le curino le ferite, ma Nezuko si trasforma in demone e lo aggredisce. Sul posto arriva Giyu, ammazzademoni e uno dei Pilastri, e la ferma, apprestandosi a eliminarla; Tanjiro però gli si oppone, perché Nezuko è tutto ciò che rimane della sua famiglia. Per Giyu è un gioco da ragazzi mettere fuori combattimento il ragazzo ed è a questo punto che accade qualcosa d’imprevedibile: Nezuko si mette a difesa del fratello. Giyu rimane colpito, perché nessun demone ha mai difeso un essere umano, limitandosi sempre e solo a mangiarlo; capendo che Nezuko è un demone anomalo e che mantiene parte dei ricordi di quando era umana, decide di risparmiarla, dicendo a Tanjiro di cercare il vecchio Urokodaki Sakonji, un tempo suo maestro. Sotto la sua guida, Tanjiro diventerà un ammazzademoni e si metterà in cerca del responsabile di quanto è accaduto alla sorella, Muzan Kibutsuji, e di trovare un modo per farla tornare normale.
Da quel che si può vedere, Demon Slayer non è nulla di originale: non è la prima volta che si vedono guerrieri armati di spade (in questo caso katane) che danno la caccia ai demoni. Certo c’è il fascino del folclore giapponese, ma resta comunque il fatto che si è dinanzi a uno dei tanti battle shonen (una storia incentrata sui combattimenti); anche il mostrare che alla fine, quando muoiono, i demoni ritrovano una parte di umanità, che in fondo sono vittime dei loro fallimenti, dell’ambiente in cui sono vissuti, non danno quel tocco che lo rendono qualcosa di straordinario. Ci sono degli elementi interessanti (le katane costruite con un minerale particolare che rispecchiano l’animo di chi le impugna; le tecniche di spade basate sulla respirazione), ma non rendono Demon Slayer qualcosa di unico.
Tuttavia, si può tranquillamente definire capolavoro il lavoro svolto dallo studio di animazione giapponese Ufotable, che con la serie di Demon Slayer ha raggiunto un ottimo livello: il comparto tecnico ha davvero dato il meglio di sé (la cosa non sorprende, visto che ha realizzato opere come Fate/Zero e Fate/stay night: Unlimited Blade Works).
In definitiva, se si cerca dell’ottima animazione, con Demon Slayer si va sul sicuro; idem se si ricerca una buona storia. Tuttavia, se si vuole qualcosa di più, allora si potrebbe rimanere un poco delusi.

Dittatori

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E così ricopro la mia muta perfidia con antiche espressioni a me estranee rubate ai sacri testi e sembro un santo quando faccio la parte del diavolo!
Questa frase è una citazione di V per Vendetta, che ben può essere associata a Putin.
E visto che si è citato il film, riporto anche il discorso che V fa alla tv, giacchè Putin è molto simile al capo del partito che governa un’Inghilterra sotto dittatura. Visti i modi di fare del dittatore del film, si può pensare che sia ispirato a Hitler e forse è proprio così, ma in fondo, non ci sono poi così tante differenze, se ci si pensa, tra Hitler e Putin. Forse perchè tutti i dittatori in fondo sono uguali.

Adam Sutler, uno dei tanti dittatori presentati al cinemaBuona sera, Londra. Prima di tutto vi prego di scusarmi per questa interruzione: come molti di voi, io apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione; ne godo quanto chiunque altro. Ma nello spirito della commemorazione, affinché gli eventi importanti del passato, generalmente associati alla morte di qualcuno o al termine di una lotta atroce e cruenta vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questo 5 novembre, un giorno, ahimè, sprofondato nell’oblio, sottraendo un po’ di tempo alla vita quotidiana, per sederci e fare due chiacchiere. Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità. E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c’era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere e sottomettervi. Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole… non c’è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l’avete fatto: so che avevate paura, e chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie: c’era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, e il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all’attuale Alto Cancelliere: Adam Sutler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso obbediente consenso. Ieri sera ho cercato di porre fine a questo silenzio. Ieri sera io ho distrutto il vecchio Bailey, per ricordare a questo paese quello che ha dimenticato. Più di quattrocento anni fa, un grande cittadino ha voluto imprimere per sempre nella nostra memoria il 5 novembre. La sua speranza, quella di ricordare al mondo che l’equità, la giustizia, la libertà sono più che parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi rimangono ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato il 5 novembre. Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, a un anno da questa notte, fuori dai cancelli del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 novembre che non verrà mai più dimenticato.

Anche un altro discorso di V per Vendetta ricorda quello che sta succedendo in Ucraina, perché è il risultato dell’operato dei dittatori.
…la guerra in America divorò quasi tutto e alla fine arrivò a Londra. A quel punto non ci furono più rose… per nessuno. Ricordo come cominciò a cambiare il significato delle parole. Parole poco comuni come “fiancheggiatore” e “risanamento” divennero spaventose, mentre cose come “Fuoco Norreno” e “Gli articoli della fedeltà” divennero potenti. Ricordo come “diverso” diventò “pericoloso”. Ancora non capisco perché ci odiano così tanto.

Bozza automatica

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Gli ultimi anni non sono stati dei migliori: la pandemia, il costo della vita aumentato, l’incertezza maggiore per il futuro. A tutto ciò negli ultimi mesi si è aggiunta una guerra che si aggrava sempre di più: non bastassero le atrocità che ogni conflitto porta, i capi di governo non fanno che gettare benzina sul fuoco. Vero che tutti stanno facendo la propria parte, ma Putin più di tutti sta cercando di inasprire lo scontro, cercando di coinvolgere ancora più attori in questo triste scenario. Minacce, intimidazioni per tentare d’imporre il proprio volere come succede in ogni dittatura, sono diventati il marchio di fabbrica di un uomo che ha fatto della violenza, della corruzione, della soppressione della libertà i suoi punti di forza.
Come se questo non bastasse, purtroppo in tanti sostengono il suo modo di agire, ritenendolo giusto; ormai è tristemente chiaro che una parte dell’umanità ha perso la bussola della ragione, andando completamente allo sbando. Con un modo di agire del genere, dove si pensa di andare? Si pensa che uccidendo e distruggendo si possano avere dei risultati positivi? Tutto ciò che si otterrà, sarà soltanto un peggioramento di situazioni già pessime.
L’umanità ha avuto tante occasioni per migliorare, ma incredibilmente (o forse no) le ha buttate via tutte. Purtroppo, nelle posizioni che contano ci sono sempre più uomini egocentrici, narcisisti, insensibili, ammalati di potere e sete di dominio sugli altri, un vero e proprio cancro per questo mondo che sempre più viene rovinato.
Bisognerebbe fare tanti passi indietro per tornare a essere centrati: basta con l’accumulo compulsivo, basta con il sopraffare gli altri per far star bene il proprio ego, basta con il voler dimostrare di essere superiori agli altri.
Occorre ritornare alla capacità di sapersi meravigliare delle piccole cose, farsi stupire da esse, riscoprire quella parte di sé che qualcuno chiama bambino interiore; quella parte che è ancora capace di sognare, di vedere cose che ancora non esistono. Occorre una rinascita che parte da ciascun individuo se si vuole sperare di avere un futuro per sé e per le generazioni a venire: di questo c’è veramente bisogno. E occorre dire basta a tiranni, prepotenti, a chiunque si sente superiore agli altri perché occupa posizioni di potere, ha dei soldi o perché appartiene a una certa razza o posizione sociale.
Buona Pasqua.
Buona Pasqua

Le Bizzarre avventure di JoJo - Diamond is Umbreakable

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Le Bizzarre avventure di JoJo – Diamond is Umbreakable è ambientata nel 1999, undici anni dopo i fatti di Stardust Crusaders, e precisamente nell’immaginaria cittadina giapponese di Morio-cho: Jotaro Kujo vi giunge per mettere in guardia suo zio, Josuke Higashikata, da una minaccia che incombe sulla cittadina. I rapporti tra i due non cominciano bene, infatti i due praticamente si scontrano a causa del fatto che Josuke, solitamente tranquillo, diventa un attaccabrighe come Jotaro quando si parla male del suo taglio di capelli. Benché lo scontro volga a favore di Jotaro, è impressionato dalla forza del ragazzo, benché sia all’oscuro di possedere uno stand; tuttavia i rapporti tra i due migliorano e presto Jotaro rivela tutti i motivi per cui è giunto a fargli visita. Oltre a parlare al giovane Josuke del suo padre, che altri non è che Joseph Joestar, Jotaro rivela che sta investigando sulla proliferazione di portatori di stand nella cittadina; infatti, in circolazione ci sono degli artefatti posseduti un tempo da Dio Brando, l’Arco e la Freccia, capaci di risvegliare i poteri sopiti di chi viene colpito da essi. Al loro fianco ci saranno Koichi Hirose e Okuyasu Nijimura, dovendo affrontare avventure sempre più strane e giungere alla risoluzione non solo del ritrovamento degli artefatti, ma anche dei tanti assassinii che negli anni si sono verificati nella cittadina e che mai sono stati risolti, dietro i quali c’è Yoshikage Kira, un serial killer che ama la vita tranquilla e che ha una fascinazione per le mani, oltre a uno stand capace di creare bombe e manipolare il tempo.
La copertina del primo volume di Le Bizzarre avventure di JoJo - Diamond is Umbreakable Niente più viaggi per Le Bizzarre avventure di JoJo – Diamond is Umbreakable, dove tutte le vicende si svolgono all’interno della cittadina di Morio-cho, calata nella sua realtà quotidiana. Ci sono dei legami con la serie precedente (il padre di Okuyasu Nijimura era uno dei servi di Dio Brando, ma dopo la sua morte è diventato una sorta di mostro; la presenza di Jotaro e Joseph), ma la storia evolve per mostrare e aggiungere altri elementi sul mondo degli stand; alcune cose sono interessanti, altre ben poco (due topi che hanno sviluppato poteri stand sono assolutamente inutili ai fini della trama principale), e non servono a molto alla storia, allungando il brodo e risultando dispersivi. I disegni non sono il massimo e la scelta dei colori (acidi) non fa impazzire; tuttavia, ci sono degli elementi interessanti, come a esempio il mangaka Rohan Kishibe e il suo stand Heaven’s Door (che gli permette di leggere i ricordi di una qualsiasi persona come fossero un libro), il vicolo da cui non si riesce a uscire. Gli stand sono sempre bizzarri e affascinanti e si può dire che la serie si segue principalmente per scoprire quali poteri salteranno fuori e come riuscire a sconfiggerli; la storia non è forte come quella di Stardust Crusaders e comincia a divenire interessante quando entra in scena Yoshikage Kira.
Le Bizzarre avventure di JoJo – Diamond is Umbreakable svolge bene il suo scopo d’intrattenimento, ma non è niente d’epocale, anche se ha i suoi bei momenti; non particolarmente apprezzato come sono stati trattati certi personaggi (uno su tuti Joseph Joestar, qui mostrato come un vecchio rimbambito che serve poco o nulla alla storia), anche se ciò non toglie a Diamond is Umbreakable di raggiungere la sufficienza.

Steins;Gate: The Movie - Load Region of Déjà Vu

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Steins;Gate: The Movie - Load Region of Déjà VuSteins;Gate: The Movie – Load Region of Déjà Vu è un film di animazione del 2013 che prosegue la storia della serie Steins;Gate. Le vicende sono ambientate un anno dopo che Rintaro Okabe è riuscito a salvare tutte le persone cui tiene: i suoi viaggi nel tempo (grazie al microonde telefonico, un forno a microonde connesso alla rete cellulare e comandabile a distanza da un telefonino, creato da lui e dall’amico Daru, capace prima di inviare e-mail nel passato e poi con l’intervento di Kurisu di inviare i ricordi di una persona) sono stati un successo. Tuttavia, i ripetuti salti temporali hanno portato delle conseguenze: Okabe comincia ad avere dei capogiri, seguiti da delle visioni di eventi accaduti nelle varie linee temporali che ha visitato, non riuscendo più a capire cosa è reale e cosa è frutto solo della sua mente. La cosa però non finisce qui: Okabe comincia a scomparire per lassi di tempo sempre più lunghi e quando questo avviene, anche il suo ricordo negli altri inizia a svanire, fino a quando non scomparirà del tutto. Si viene a formare quindi un mondo senza il pazzo e geniale Rintaro Okabe, dove solo Kurisu si ricorda di lui; tutto questo però è stato accettato da Okabe, visto che ha ottenuto il suo scopo di salvare sia Kurisu sia Mayuri, rispettivamente la ragazza amata e la sua migliore amica. Tuttavia, Suzuha, la figlia di Daru venuta dal futuro, dice che c’è una possibilità per far tornare Okabe: Kurisu segue il suo consiglio e ritorna nel passato, solo per veder morire un giovane Okabe morire sotto i suoi occhi. Straziata dal dolore e capendo cosa ha provato Okabe tutte le volte che è tornato indietro nel tempo e ha fallito, Kurisu decide di non provare più. Fino a che scopre che c’è davvero un modo per far sì che Rintaro ritorni.
Steins;Gate: The Movie – Load Region of Déjà Vu è una piacevole visione, che però va vista solo dopo aver seguito la serie anime, altrimenti si rischia di rimanere spaesati e capirci poco. Bella la fotografia, qualità di animazioni e colori superiore alla serie tv, personaggi sempre ben caratterizzati, anche se alcuni sono solo di contorno e fungono da semplici comparse, storia ben congeniata che ben s’incastra con gli eventi che l’hanno preceduta: tutto funziona a puntino.
Per chi ha amato le vicende di Okabe e compagni, Steins;Gate: The Movie – Load Region of Déjà Vu è un film da vedere, per riabbracciare quei personaggi che hanno saputo divertire ed emozionare.

Alkalina numero 2

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“Alkalina è una rivista di fiction per autori esordienti. È la rivista per chi si è stancato delle case editrici a pagamento, dei concorsi più o meno truffaldini, di un mercato che ignora tutte le nuove proposte e dei soliti racconti stile “Marco ama Laura” (e lo dico con il massimo rispetto per Marco).
Vogliamo leggere e promuovere la narrativa di genere: science fiction, fantasy, horror, steampunk, thriller, action, noir, erotico, e tutti gli ibridi del caso. Se scrivi racconti che mettono alla prova l’immaginazione, forse fanno al caso nostro. Se non sai bene che genere sia: ottimo, non lo sappiamo neanche noi, ma ti leggiamo volentieri.
Ci interessano i racconti brevi: quelli che sono impossibili da pubblicare altrove, a meno di non essere uno dei soliti nomi della letteratura. Ci interessa spacciarli in giro agli angoli delle strade, e sì, se necessario anche direttamente fuori dalle scuole. Ci interessa perché sono un formato interessante, che ti costringe a essere breve e incisivo, e permette agli autori di allenare i muscoli e sperimentare.”

Questa è la presentazione che fa Alkalina sul proprio sito. Una presentazione divertente (e capace di strappare un sorriso: il “dei soliti racconti stile “Marco ama Laura” (e lo dico con il massimo rispetto per Marco)” è esilarante), ma che rivela anche una realtà: in Italia i racconti non trovano molto spazio nell’editoria tradizionale. Certo, ci sono delle eccezioni (si pensi ad autori come Dick, Matheson, che però sono mostri sacri) ma sono appunto eccezioni: esordienti o autori poco conosciuti hanno possibilità davvero scarse di vedere pubblicate storie brevi. Eppure, in una società frenetica come la nostra, i racconti dovrebbero essere preferiti ai romanzi, dato che richiedono un impegno minore, sia per quanto riguarda il tempo di lettura, sia per quanto riguarda l’attenzione, dato che le trame sono meno lunghe e complesse.
Nata nel 2019 dalla collaborazione di quattro amici, Alkalina raccoglie al suo interno racconti che spaziano dal fantasy alla fantascienza, con contaminazioni di genere che li rendono più vari, senza che siano legati a degli standard. La varietà è il punto di forza della rivista, dando ampio respiro alla lettura; chi è molto legato a un particolare genere, potrà non apprezzare del tutto questa scelta editoriale, ma se i racconti pubblicati riescono a trasmettere qualcosa, questo passa in secondo piano.
Alkalina numero 2In questo articolo si esaminerà il secondo numero della rivista. Partiamo dalla copertina: molto bella, che fa riferimento al terzo racconto presente al suo interno. Si sarebbe preferito che l’immagine non andasse a coprire il sottotitolo, ma nel complesso il giudizio è più che positivo.
Passiamo ai racconti.
Il primo è Amyllen, di Giorgia Scalise: siamo in una città dove dei bambini spariscono senza lasciare traccia. Si tratta di un losco traffico dietro al quale ci sono i nobili cittadini; a occuparsi e risolvere la questione penserà Vanya, assieme alla collaborazione di Calind. Un racconto dallo sviluppo semplice, che vede umani e le altre razze che convivono insieme, con i primi che non ne escono rappresentati molto bene, soprattutto i nobili; piacevole, con i dialoghi un po’ da rivedere perché non convincono appieno, dato che appaiono come qualcosa di già visto e in alcuni casi sono forzati.
Il secondo, di Pasquale Aversano, Kartful il ripetitivo, sembra la descrizione di un videogioco. O meglio, il game over di un videogioco. Kartful, barbaro conquistatore, dominatore di terre, flagellatore di demoni, entra nella tana di un drago rosso per ucciderlo e impossessarsi del suo tesoro, ma viene ogni volta ucciso, per poi tornare in vita e ritornare da dove è cominciato, avanzando ogni volta di più nella lotta col mostro, fino a quando l’ultima delle sue vite si consuma. Breve, ma efficace.
Un cielo rosso papavero di Axa Lidia Vallotto è il miglior brano della rivista: coinvolgente, ben scritto. A tratti ha fatto venire in mente The sky crawlers di Mamoru Oshii. Siamo in un futuro dove la Coalizione e l’Unione combattono l’una contro l’altra in una guerra che viene mostrata attraverso gli occhi di uno dei piloti di aeronavi dell’Unione. Perdite, tradimenti, il senso di vuoto che ci si porta dietro dopo certe esperienze: un racconto che mostra quello che porta la guerra. Molto attuale e soprattutto un testo molto bello.
Il battesimo del fuoco di Noemi Simoncini è probabilmente il brano più criptico. Una creatura alata, assieme alle altre, deve effettuare un rituale che la vede passare attraverso delle fiamme; è ossessionata dalle sue ali, le ali più belle. Dapprima è spaventata dal fuoco, poi non vede l’ora di trovarne dell’altro. Ben scritto, ma va riletto per poterlo apprezzare.
Sotto un cielo d’ametista di Federico de Manachino è ambientato in una Milano post apocalittica. La società è crollata e nella città imperversano bande che cercano d’accaparrarsi quello che è rimasto per sopravvivere. La civiltà è andata in rovina dopo che la generazione precedente a quella che vive ora decise di unirsi a Indra, quella che i governi mondiali definirono un’Intelligenza artificiale auto creatasi nelle profondità del web; il mondo era già in rovina e la maggior parte delle persone decise di rifugiarsi con la mente nel paradiso virtuale creato da Indra. Un paradiso che fa rivivere un passato dell’umanità in cui le cose vanno ancora bene. Enea decide di seguire le orme della sorella Atlanta e cercare di entrare tra i Seguaci di Indra per accedere al mondo virtuale e sfuggire alla desolazione della realtà; per farlo deve avere l’Alkaest, una sostanza che permette di accedere all’etere: la prima volta la si ottiene gratuitamente, ma dopo, in un modo o nell’altro, occorre pagare. Enea scopre così un mondo nuovo, che però è passato, e ne diverrà subito dipendente, pronto a tutto per esserci dentro. Un brano ben scritto, che mostra la dipendenza dai mondi virtuali, luogo dove fuggire per non affrontare la realtà, ma che denuncia anche che mondo le generazioni precedenti hanno lasciato a quelle attuali. Piccola nota a margine, sarebbe occorso un poco di attenzione in più per refusi e dialoghi (dopo le virgolette di chiusura del discorso diretto, i vari “disse”, “parlò”, “rispose” vanno messi in minuscolo), anche se questo non pregiudica la bontà dell’opera.
Il secondo volume di Alkalina è stata una buona lettura, capace di riservare piacevoli sorprese.