Il falco

L’inizio della Caduta

 

Jonathan Livingston e il Vangelo

Jonathan Livingston e il Vangelo

L’Ultimo Demone

L'Ultimo Demone

L’Ultimo Potere

L'Ultimo Potere

Strade Nascoste – Racconti

Strade Nascoste - Racconti

Strade Nascoste

Strade Nascoste

Inferno e Paradiso (racconto)

Lontano dalla Terra (racconto)

365 storie d’amore

365 storie d'amore

L’Ultimo Baluardo (racconto)

365 Racconti di Natale

365 racconti di Natale

Il magazzino dei mondi 2

Il magazzino dei mondi 2

365 racconti d’estate

Il magazzino dei mondi 2
Dicembre: 2020
L M M G V S D
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Archivio

Strade Nascoste (romanzo)

Strade Nascoste ACQUISTA! E 1.99

L’Ultimo Potere (romanzo)

L'Ultimo Potere ACQUISTA! E 1.99

Promozione Primavera/Pasqua

No Gravatar

Fino al 30 aprile tutte le opere saranno in promzione a 0.99 E.

Il Dio del Limite

No Gravatar

La situazione è diversa, però quello che si sta vivendo adesso, con tutte le limitazioni poste per cercare di contenere la diffusione del virus che ha colpito praticamente tutto il mondo, ricorda un po’ una storia che fa parte di L’Ultimo Demone e che avevo già pubblicato sul sito; visto quanto sta succedendo, ripropongo la lettura di Il Dio del Limite. Con la speranza che le cose, dopo tanti limiti sorti, possano migliorare.

L'Ultimo Demone - Nave, virus, follia.

No Gravatar

Seduto all’imboccatura dello stretto passaggio, Naufrago osservava la calura che faceva ondeggiare l’aria sulla piana rocciosa. Pareva avere una consistenza quasi liquida, come l’increspare del mare mosso da una lieve brezza; quella distesa d’acqua che ora pareva così lontana e non a poche miglia di distanza.
“Quanto tempo è passato dalla vita che ho trascorso sul mare, lontano dalle ansie e dalle tribolazioni.”
Quel periodo sembrava appartenere a un altro tempo, troppo diverso dalle preoccupazioni del loro continuo spostarsi e arrabattarsi per avere da mangiare, del trovare un posto per dormire.
Sospirò. “Tutto allora era davvero più semplice.”
Nave, virus, folliaAllargò le narici, cogliendo una nota salmastra nella breve brezza giunta dalla piana. Si adagiò contro la roccia, chiudendo gli occhi. “Sì, quando vivevo sul mare la vita era diversa: più regolare, metodica, scandita dai compiti che ognuno aveva.” Non che ci fosse molto da fare: a parte la pesca e il cucinare, i lavori erano più che altro un modo per impedire alla noia e all’ozio che li incattivissero. Certo, alle volte sorgevano discussioni, contrasti (nella convivenza forzata era inevitabile), ma erano subito sedati e si risolvevano sempre in un nulla di fatto: le prospettive d’essere gettati in mare o fatti ritornare sulla terraferma erano un ottimo deterrente per raffreddare gli animi. Per quanto la vita a bordo alle volte potesse andare stretta, nessuno avrebbe rinunciato al senso di sicurezza e protezione che essa dava: erano lontani i ricordi delle barbarie, delle violenze di cui le città e le campagne erano ricche, delle razzie che gruppi di uomini impazziti e creature mutate effettuavano senza posa. Le urla strazianti, gli scricchiolii di ossa spezzate, il rumore della carne e dei muscoli che venivano stracciati: nessuno voleva più avere a che fare con simili orrori, nessuno voleva più provare la paura della preda sempre braccata, che da un momento all’altro poteva essere catturata e fatta a pezzi.
Non bastasse questo, nessuno sentiva la mancanza della terraferma, divenuta un luogo inospitale, senza più un equilibrio: terre aride fatte di sole rocce, deserti, lande spazzate da venti che sradicavano ogni forma di vegetazione. Trovare di che sfamarsi in esse era un’impresa al limite della sopravvivenza, costringendo inevitabilmente a cercare cibo, o almeno quel che restava dopo anni di razzie, all’interno delle città che ancora esistevano, divenute sacche dell’inferno. Rischi troppo grossi per ottenere gli scarti lasciati da chi era più forte e feroce. Niente in confronto alla ricchezza del mare e che con un minimo sforzo si poteva ottenere.
Del mare però ricordava soprattutto la calma delle ore che precedevano l’alba, quando piazzavano le reti, o i caldi pomeriggi sonnolenti, dove restavano in attesa che i pesci abboccassero per puro passatempo. “Già, i lunghi pomeriggi seduto sul ponte della nave con la canna da pesca in mano, osservando la grande distesa piatta del mare.” A quella vista il suo animo si placava, i cupi pensieri si dissipavano, come se un forte vento avesse spinto lontano i nuvoloni temporaleschi della sua esistenza, lasciandolo solamente con la pace dello sciacquio delle onde. Certo, non era una pace che durava a lungo, visto che spesso il ponte risuonava delle grida dei bambini.
Naufrago voltò lo sguardo all’interno del budello dove erano sistemati gli altri. I piccoli erano accucciati tra le rocce, mogi e silenziosi, lo sguardo perso nell’ombra che attenuava il calore cocente. Nella loro vita, a parte le storie di Bardo, non c’era nessun divertimento, nessuno svago; non avevano niente con cui giocare e anche se l’avessero avuto, non ne avrebbero avuto il tempo, dato che dovevano crescere alla svelta, perché non c’era spazio per chi era piccolo e debole: occorreva essere forti il più in fretta possibile per sopravvivere.
Lo sguardo non poté che cadere su Lettore: per quanto fosse il più grande tra i bambini, era quello che non sembrava maturare, chiuso in un mondo tutto suo. Per quanto non gli piacesse quel genere di pensieri, doveva accettare che Lettore non sarebbe durato ancora a lungo in quel mondo. Forse, se fosse stato con lui quando viveva sul mare, avrebbe potuto assaporare qualcosa di diverso dalla vita, ed era pronto a scommettere che gli sarebbe piaciuto. “Certo che gli sarebbe piaciuto: a tutti i bambini piace giocare.” Ricordava ancora lo stupore dei piccoli quando erano saliti a bordo della nave, trovandosi davanti dei ponti completamente adibiti al divertimento. Il gruppo di cui faceva parte era stato fortunato, dopo il lungo esodo, ad arrivare in quel porto e trovare ormeggiata una nave da crociera e non una petroliera o un grosso mercantile: con tutti quegli intrattenimenti, i bambini non avrebbero avuto tempo d’annoiarsi e questo avrebbe reso la situazione più facile da sostenere.
Un’improvvisa folata di vento sollevò un vortice di polvere a pochi metri di distanza.
Era difficile concepire che un tempo la gente avesse spazio per divertirsi; ancora più difficile scoprire che viaggiasse per divertirsi. Evidentemente non c’erano i pericoli con cui loro avevano a che fare ogni giorno; la loro quotidianità doveva essere diversa. Ben diversa, se avevano la possibilità di spendere così tante energie e risorse in qualcosa di mastodontico come una nave da crociera; senza contare il personale per la manutenzione dei macchinari e l’organizzazione di tutti i servizi dedicati ai viaggiatori. E da quel che aveva potuto capire dal computer centrale di bordo, quella non era l’unica nave dedicata al divertimento e al relax, ma faceva parte di una vera e propria flotta.
Com’era stata la vita delle persone di un tempo, se potevano concentrare molte delle loro energie in simili cose? Oppure era qualcosa di limitato solo a qualcuno, mentre la maggior parte degli individui era nelle loro stesse condizioni, senza cibo, senza un tetto? Di certo, chiunque fosse salito su quella nave non doveva essersi preoccupato su come sopravvivere. Per tanti o per pochi, l’esistenza passata là sopra doveva essere stata fatta di agi e lussi: tutto era confort, tutto era piacevolezza. Nulla a che vedere con la vita di strada, dormire sull’asfalto o in buchi umidi e puzzolenti per non farsi trovare dai predatori, il sonno sempre leggero per essere pronto a scappare al minimo cenno di pericolo.
Già, era stato un bel periodo quello sulla nave, almeno fino a quando era durato. E che sarebbe terminato l’avevano capito quando l’energia che alimentava la propulsione dell’imbarcazione era venuta meno. Nessuno conosceva la sua tecnologia, i suoi meccanismi, era già stato tanto se erano riusciti a capire come farla partire e manovrarla: ripararla era qualcosa che andava oltre le loro capacità. Tutti avevano capito che le cose non si sarebbero messe per il verso giusto; l’atmosfera sulla nave era cambiata, infettata da una strisciante sensazione d’ineluttabilità. Eppure, rispetto a prima, l’unica cosa che era cambiata era stata la velocità di navigazione: la vita a bordo era sempre la stessa e non avevano mai penuria di cibo, la pesca sempre sufficiente per sfamare tutti quanti.
Ma quella sorta di stagnazione aveva cominciato ad avere effetto anche sui pensieri delle persone, che avevano cominciato a ripetersi in maniera ossessiva; una stagnazione che aveva portato un altro tipo di stagnazione. Le persone erano diventate tante piccole paludi che avevano cominciato a puzzare ogni giorno di più; cosa ancora peggiore, si erano rammollite, atrofizzate, perché divenute dipendenti dalla tecnologia della nave. Perdita d’iniziativa, disattenzione, apatia: quasi tutti a bordo si erano lasciati andare, abbassando il livello di guardia, come se tutto il mondo esistente fosse solo quello della nave, dimentichi di quello più grande che li circondava. Non erano altro che tante, piccole isole alla deriva, chiuse in se stesse e nella loro incapacità di comunicare: l’irritabilità si era fatta maggiore, la fatica a sopportarsi a vicenda era aumentata. Il fatto di restare limitati sempre nei soliti luoghi non faceva che accumulare tensioni. Essere impotenti, impossibilitati a fare qualsiasi cosa a causa della loro ignoranza quando, avendo tutto a portata di mano, sarebbe bastato un semplice gesto per rimettere le cose a posto, li rendeva delle tigri in gabbia: avevano a disposizione tutta l’energia che volevano e non potevano utilizzarla. Se ne stavano delle ore a fissare le gigantesche batterie solari, come se questo potesse far venire un’idea, un’illuminazione, che li tirasse fuori da quel guaio; ore in cui non accadeva nulla, dove restavano sempre in balia delle correnti, andando alla deriva in mezzo allo sconfinato blu. Ormai tutti pensavano che la fortuna li avesse abbandonati. E i cattivi pensieri spesso si materializzavano per davvero.
Alzò lo sguardo verso la direzione dalla quale erano venuti, le nubi nere ormai ridotte a una striscia sottile sopra l’orizzonte. “Anche quando ero sulla nave siamo stati colti da una tempesta.” Era giunta all’improvviso, sviluppando tutta la sua potenza in poche ore. Fulmini che cadevano in acqua a pochi metri da loro, ondate che non facevano che ingrossarsi si erano abbattute sulle fiancate della nave come se volessero sfondarle; per un giorno e una notte erano stati in balia delle forze della natura. Quando il sole era tornato a far capolino, avevano perso l’uso del timone, bloccato nell’ultima rotta impostata: erano in balia di quanto il destino aveva in serbo per loro.
Nel giro di un mese la terraferma era tornata a far capolino nel loro campo visivo. Con apprensione l’avevano vista ingrandirsi, divenendo più di una semplice linea. I timori un tempo dimenticati, e poi a lungo ignorati, erano tornati a galla come corpi di annegati; l’ansia e la paura si erano gonfiate a dismisura, impregnando le menti degli uomini, mutandone il carattere, il comportamento. Se prima i loro pensieri arrivavano appena a farsi sentire portando a galla un poco della loro puzza, ora spandevano tutta la loro putrefazione ed era divenuto impossibile stare vicino l’uno all’altro per più di qualche istante: gli adulti scattavano per un nonnulla, sempre tesi e nervosi, i bambini si erano fatti più mogi e fastidiosi, le loro risate e urla trasformate in snervanti piagnucolii.
L’impietoso scenario di coste rocciose piene di relitti di navi, baracche fatiscenti e auto arrugginite, era tornato ad aprirsi davanti ai loro occhi con la sua fauna ributtante: creature pelose e squamate, umani sporchi vestiti di stracci, strisciavano alla ricerca di cibo, arrancando senza una meta verso una precaria sopravvivenza, mescolandosi fino a che diveniva difficile distinguere gli uni dagli altri. Il fetore dei loro corpi e dei rifiuti dei quali si cibavano e nei quali vivevano arrivava fino a loro, facendoli ritrarre disgustati dalle paratie. Fortunatamente la nave era passata a una certa distanza dalle coste, tenendoli al sicuro. Solo il ricordo degli sguardi visti attraverso i binocoli li aveva perseguitati facendoli restare svegli la notte, sconvolti da quello che sarebbe potuto accadere se la nave si fosse avvicinata di più o se si fosse incagliata su un fondale basso: la fame che avevano visto in quelle creature prometteva solamente sangue e dolore.
Ma in uno dei passaggi vicino alla costa, le cose non andarono altrettanto bene. Da miglia di distanza avevano scorto il riflesso del sole che si abbatteva sulla cupola di vetro di un edificio slanciato che si elevava su un promontorio. Al loro avvicinarsi, come le altre volte, un folto gruppo si era radunato a osservarli. E come le altre volte erano donne e uomini scalcinati, sporchi, stracciati; in quest’occasione però non c’erano creature di nessun genere assieme a loro, ma bambini. Al vederli, quell’accozzaglia umana male in arnese aveva preso a saltare, urlare, sbracciarsi, cercando d’attirare l’attenzione. Sfilandogli davanti avevano scorto la frenesia, l’ansia che s’impossessava di loro mentre non ricevevano nessun cenno di risposta alle loro grida: anche se fossero stati in grado di fermare la nave, non lo avrebbero fatto. Quando i profughi se ne erano resi conto, erano corsi ai barconi ammarati sulla spiaggia e li avevano spinti in mare, saltandovi a bordo e cominciando a remare con foga per mettersi nella loro scia.
L’inseguimento era durato un paio d’ore, con grida che ogni tanto si levavano per invitarli ad aspettare, prima che li raggiungessero. Venivano dall’entroterra, avevano spiegato gli improvvisati marinai: erano fuggiti dalle regioni più interne perché era scoppiata una violenta epidemia che aveva fatto strage di uomini e bestie. Era successo tutto all’improvviso, la malattia si era sparsa sulla terra nel giro di poche ore: non si sapeva se era dovuto a un virus sconosciuto o a un veleno allo stato gassoso; qualcuno era convinto che tutto fosse cominciato con il passaggio di un uomo avvolto da una nebbia verde. Quello che contava, era che ben pochi erano riusciti a scampare al pericolo; loro erano stati tra i fortunati, ma non si sentivano al sicuro, anche se si erano allontanati dalle aree contaminate: temevano che l’epidemia potesse spostarsi e raggiungerli. Per quel motivo si erano spinti fino alla costa, decisi ad attraversare il mare nella convinzione che fosse una barriera sufficiente a fermare il pericolo lasciato alle spalle: giunti sulla spiaggia avevano trovato dei barconi in disuso e li avevano sistemati perché potessero prendere il largo, ma quando li avevano visti arrivare avevano cambiato idea, decidendo di unirsi a loro.
Il tono deciso che avevano usato non era piaciuto per niente, come se fosse una cosa scontata che sarebbero stati presi a bordo, soprattutto dopo aver sentito la storia dell’epidemia: potevano essere infetti e averli con loro poteva essere una fonte di contagio, anzi, forse si erano già esposti al pericolo avendo permesso che si avvicinassero. Sulla nave era sceso il silenzio, ma non c’era bisogno di parole per capire quale sarebbe stata la decisione: negli sguardi tesi e impauriti c’era lo stesso pensiero. Prendere a bordo quei profughi sarebbe stato troppo pericoloso, mettendo a repentaglio la loro vita: dovevano essere allontanati dalla nave e il più in fretta possibile.
Ma i profughi non avevano accettato la scelta. Avevano continuato imperterriti a seguirli, implorando, insultando, minacciando; rampini erano stati lanciati sui parapetti. Le espressioni degli uomini erano divenute ancora più torve: a quel punto non era rimasta che una cosa da fare.
I bambini erano stati mandati sottocoperta, mentre sul ponte gli altoparlanti venivano messi al massimo: la musica aveva cominciato a riecheggiare come un tuono, facendo vibrare le paratie e i tavoli di metallo. Dalle stive erano stati portati dei fusti.
Naufrago raccolse un sasso e lo lanciò lungo la china sotto il loro riparo, osservandolo saltellare finché non si posò sulla sabbia. A distanza di anni la scena non aveva perso i suoi dettagli.
Il fumo nero che si levava oltre le paratie. La melodia degli altoparlanti che copriva le urla. Potevano volgere lo sguardo lontano dalle fiamme umane, chiudere gli occhi di fronte ai corpi anneriti di adulti e bambini che galleggiavano nella scia della nave, ma non potevano nulla contro la puzza di carne che bruciava. Ancora adesso, in un deserto dove c’erano solo sabbia e rocce, gli sembrava di poterla sentire. Ancora adesso le vecchie bugie continuavano a vivere, non avendo intenzione di farsi seppellire.
Tutti a bordo si erano detti che l’avevano fatto per il bene collettivo, che era un’azione necessaria per sopravvivere. In verità, non era stato altro che un modo per sfogarsi: tutta l’aggressività accumulata da quando erano sulla nave era stata scaricata su degli estranei che avevano avuto la sfortuna d’incontrarli. Una catarsi che li aveva ammansiti, perché si erano resi conto con orrore di ciò che erano diventati.
“E io sono restato fermo a guardarli mentre si accanivano su quegli estranei, incapace d’agire, immobilizzato da quella follia.” Si era sentito smarrito in mezzo a quel un branco di bestie impazzite. Da allora non aveva visto i compagni di viaggio come prima: sarebbe scappato lontano da loro, se solo avesse potuto.
In un qualche modo la muta preghiera era stata ascoltata. O forse, più semplicemente, era stato il castigo per quello che avevano commesso. Pochi giorni dopo il fatto, si era scatenata un’altra tempesta, più violenta di quella che aveva messo fuori uso il timone: erano stati scagliati contro gli scogli, dove la nave era affondata. Metà di loro erano affogati, ma forse erano stati i più fortunati: chi era sopravvissuto, aveva raggiunto la riva. Lì era ricominciato l’inferno.

L'inizio della Caduta

No Gravatar

Terra. Era dell’Economia.
Il denaro domina incontrastato, incontrollato. Gli uomini sono considerati oggetti da usare, da sfruttare. Sempre più diritti sono persi, sacrificati in nome del guadagno, della produttività. I ricchi diventano sempre più ricchi. Imprenditori e politici hanno sempre più potere. Lavoratori e gente comune sono sempre più schiacciati.
Una storia che si ripete giorno dopo giorno.
Rassegnazione e costernazione sono i sentimenti che dominano il cuore delle persone; stati d’animo che sono divenuti regola, ritenuti inevitabili ma che non hanno più nulla di normale, perché quello che sta facendo l’economia è troppo distorto per poter appartenere solo all’uomo: è qualcosa che sa di soprannaturale, dove il denaro è diventato un dio. O qualcosa di molto peggio.
In un clima di morti bianche, perdita di lavoro, scioperi, lotte per mantenere diritti e dignità, iniziano i tempi della Caduta dell’uomo. Ma inizia anche la resistenza di chi vuole salvare l’umanità dalla follia e dalla sua distruzione.

Dedicato alle vittime sul lavoro, a chi subisce soprusi, a chi non si piega al volere dei soldi, a chi si sente sconfitto dagli eventi e dalla vita.

Questa è la presentazione di L’inizio della Caduta, terzo volume di I Tempi della Caduta. Faccio subito una precisazione: si tratta del terzo volume in ordine di pubblicazione, ma non lo è in ordine cronologico, come dovrebbe far intuire il titolo. I fatti narrati mostrano che cosa ha dato il via ai Tempi di cui ho narrato in L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone; quindi, niente scenari apocalittici, niente mondo futuro, ma quello presente. Non per questo il quadro è più roseo: la realtà spesso non lo è. Anche in L’inizio della Caduta si parlerà di sopravvivenza, ma in maniera differente: non sarà solo quella del corpo, ma anche quella della dignità. Una cosa per niente strana nell’Era dell’Economia, dato che si sacrifica tutto per il denaro.
Di quest’opera ne parlo da tempo , ma è uscita da poco: come mai?
Perché c’era qualcosa che non mi rendeva soddisfatto di quanto narrato, e non per lo stile, ma perché c’erano elementi cui non avevo pensato. L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone mi avevano permesso di capire perché la prima stesura realizzata nel 2008 non mi aveva soddisfatto del tutto; l’anno scorso invece, riflettendo se potevo ampliare il lavoro svolto, mi ha permesso di sviluppare parti della storia che rendono il quadro più approfondito e che meglio fa da introduzione alle vicende future già narrate. Quindi non solo sono andato più in profondità nei personaggi già presenti nelle altre stesure realizzate, ma ho avuto modo di farne comparire degli altri (a parte Masha, tutti gli altri sono già stati incontrati nelle opere che hanno preceduto L’inizio della Caduta).
Il quadro della serie I Tempi della Caduta è dunque concluso?
Ho ancora una storia da raccontare, ma questa è una faccenda che andrà affrontata in altre occasioni; adesso, è tempo di lasciare spazio all’inizio.

Cambiamento prezzo e-book

No Gravatar

In un precedente articolo, ho parlato del cambiamento delle royalties degli ebook su Amazon. Come scrivevo allora, Strade Nascoste, L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone, Jonathan Livingston e il Vangelo, seppur con un prezzo di 1.99 E non rientrano nel modello standard e mantengono le royalties al 60 % perché non sono coinvolti nei libri pubblicati dagli editori indipendenti indicati. Scrivevo anche: c’è questo “per il momento” che non è tanto piacevole e fa presagire che Amazon può decidere quando vuole di cambiare le condizioni.
Ecco, le cose sono cambiate e Amazon ha deciso che con 1.99 E anche i mie e-book riceveranno il 25% delle royalties. Per questo, ho deciso di cambiare il prezzo e portarlo a 2.99 E per mantenere le royalties al 60%, anche se sono consapevole che l’aumento dei prezzi può non piacere a lettori (a nessuno piacciono i rincari) e questo potrà influire sul numero di vendite.
Riporto quello che scrissi mesi fa.

Qualcuno potrebbe obiettare che il 25% è un’ottima percentuale, che tanti autori che pubblicano con le ce tradizionali lo vorrebbero, ma ci sono dei punti che non vengono presi in considerazione. Qui si sta parlando di e-book, non di libri cartacei, quindi non ci sono costi di materiale e di produzione. Inoltre con una ce tradizionale ci sono pure i costi che lei si sobbarca per la distribuzione e la promozione, cosa che un autore autopubblicato non ha e per le quali si deve dare da fare personalmente. Senza contare che se si pubblica con una ce, in teoria si ha anche il servizio di editing (in pratica ci sono ce che questo servizio non lo fanno, ma vogliono avere il testo già editato, con l’autore che deve pagare personalmente un editor).
Guadagnare un quarto di due euro, dopo che si è fatto personalmente tutto il lavoro di stesura, revisione, correzione, realizzazione della copertina e dell’e-book, e ci si sobbarca la promozione, è poco; dato che lo store a parte mettere in vetrina non fa altro, tenersi una fetta così alta di guadagno è troppo.
Come ho già scritto, quella di Amazon è una scelta che non mi è piaciuta, perché uno dei punti di forza per gli autori autopubblicati per vendere è tenere prezzi bassi; 2.99 E rimane ancora un prezzo basso, vista anche la lunghezza delle opere che ho realizzato (si parla di diverse centinaia di pagine), ancora di più confrontandolo con quelle delle ce (spesso costano come minimo il doppio e hanno meno pagine) o con quelle di altri autori autopubblicati, che con lo stesso prezzo vendono opere di poche decine di pagine. Purtroppo però si deve avere a che fare con un mercato dove la gente legge sempre meno e si hanno dei pregiudizi verso le opere autopubblicate (a volte a ragione, ma bisognerebbe valutare caso per caso, non fare di tutta l’erba un fascio).

Ora non mi resta che restare a vedere come andranno le cose e se questo cambiamento piacerà o meno ai lettori.

L'Ultimo Potere - Seconda edizione

No Gravatar

L'Ultimo PotereOra è possibile trovare sugli store online la seconda edizione di L’Ultimo Potere.
Non ci sono stati cambiamenti a livello di storia o di trama. Non sono stati tolti o aggiunti dei brani.
Semplicemente è stata effettuata una revisione sul testo, eliminando alcuni refusi che purtroppo erano scappati. Come ho avuto modo di notare, quando si rilegge lo stesso testo sempre nello stesso formato, l’attenzione si atrofizza e certi errori sfuggono. Per questo, con le ultime opere (Jonathan Livingston e il Vangelo e Strade Nascoste – Racconti), ho imparato che l’ultima revisione su un’opera la devo effettuare dopo aver convertito il file di Word in file epub. Per questo avevo già apportato un’ulteriore revisione a L’Ultimo Demone dopo che era stato pubblicato; ora questo lavoro è stato fatto anche su L’Ultimo Potere. Oltre alla correzione dei refusi, in alcune parti è stata fatta qualche piccola modifica allo stile, perché è difficile resistere al poter rendere il testo migliore.

Una recensione su Strade Nascoste

No Gravatar

Strade NascosteSu Bostonian Library è possibile leggere una recensione su Strade Nascoste, il primo romanzo che ho realizzato.
Sono trascorsi più di dieci anni da quando ho concluso la prima stesura: che valutazioni fare del percorso inerente alla scrittura?
Continuare a scrivere (e soprattutto a leggere) ha portato ad acquisire una maggiore sintesi, ad avere uno stile più asciutto; ho scritto Strade Nascoste al meglio delle possibilità che avevo in quel periodo, mettendo tutti i mezzi e le risorse a mia disposizione nella realizzazione dell’opera. Se lo scrivessi adesso, lo stile sarebbe differente, ci sarebbero delle migliorie nei dettagli: questo è un fatto normale, una presa di coscienza che qualsiasi scrittore ha nei confronti dei suoi primi lavori. Non rimpiango (e neppure mi vergogno) di quello che ho fatto, perché ci ho messo tutto l’impegno che avevo e quanto fatto è servito per farmi migliorare e arrivare dove sono adesso. E così continuerà a essere continuando nel percorso scrittorio.
Sono rimasto praticamente sempre in ambito fantastico nei miei lavori, ma non sono mai stati semplicemente dei fantasy; Strade Nascoste (e così Strade Nascoste-Racconti) è sicuramente il romanzo che più è fantasy, seppure abbia diversi elementi dell’horror, ma lo stesso non si può dire per L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone. Questi due ultimi lavori hanno trovato in sé lo sviluppo di più generi: fantasy, horror, fantascienza, denuncia sociale, filosofia, spiritualità. Qualcuno potrà storcere il naso, ma a me interessa scrivere storie quanto più interessanti e profonde possibili; non sono un purista dei generi, perché per me è il genere al servizio della storia, non la storia al servizio del genere; qualsiasi elemento di qualsiasi genere può andare bene purché sia utile a scrivere qualcosa di buono.
Tutt’altro discorso per Jonathan Livingston e il Vangelo, che appartiene alla saggistica e che va a toccare argomenti molto diversi dal fantastico, anche se opere appartenenti a questo genere sono utilizzate per mostrare aspetti della vita, perché di essa si parla in quest’opera.
Ancora diverso è il discorso per altre due opere concluse ma al momento inedite: una è un thriller paranormale di denuncia sociale (legata sempre al ciclo della Caduta), l’altra una storia per bambini (ma anche per quelli un po’ più grandi) con protagonisti gli animali.
Finora ho parlato del passato e del presente: il futuro quale sarà? Certezze non se ne hanno: le idee saltano fuori in qualsiasi momento e qualcosa di nuovo può venire creato all’improvviso. Una cosa però è certa: c’è materiale per scrivere altre storie su Asklivion e la Caduta, anzi, ci sono già dei capitoli scritti e la struttura di futuri lavori già imbastita. Però sono ancora lontano dal poter dire che il lavoro è a buon punto: per questo ci vuole tempo. E io sono dell’avviso che per fare dei buoni lavori occorre tempo, perché le cose vanno fatte per bene, senza fretta (la cosa migliore quando la si ha, è andare con calma), altrimenti è meglio non farle.

Il vero volto delle persone

No Gravatar

Il vero volto delle personeLa cacofonia raggiunse Sanjuro sul tetto del palazzo. Un ronzio fastidioso come uno sciame di calabroni. E ugualmente carico di minaccia.
Tutto quello che vedeva bastava per fargli prendere una decisione?
Mark Destin avrebbe detto che non c’era bisogno di tentennamenti, perché farlo significava arrivare troppo tardi.
Ma lui continuava a cercare altre soluzioni.
Mark lo avrebbe redarguito con quei suoi modi privi di emozioni. “La tua mente si sta chiudendo di fronte all’orrore della scelta, ma il tempo della comprensione è finito.” Lui però non c’era più; adesso era solo, con guida le ultime parole lasciate in eredità dall’altro. “Ti convincerai quando vedrai il vero volto delle persone.”
Le urla gli fecero abbassare lo sguardo. Osservò la fiumana di gente che si riversava verso il centro della città: una massa impazzita vestita di nero, risoluta nella sua frenetica possessione.
«Giustizia!»
«Libertà!»
Urlava il lato destro del corteo.
«Condanna per i nemici!»
«La sua innocenza deve essere riconosciuta!»
Strepitava il lato sinistro.
«Fate sentire la vostra voce! Fatevi ascoltare!» Li incitò il capo corteo con il megafono. «Il popolo lo vuole!»
«Il popolo lo vuole!» ruggì il corteo.
Senza più la forza dei soldi, il potere era divenuto quello delle masse: chi aveva il loro consenso dominava, imponendo la sua legge. Era stato normale che fossero i politici a far la parte dei leoni, visti gli appoggi che erano arrivati ad accumulare negli anni. In nazioni dominate dal caos era inevitabile che chi fosse abile con le parole s’innalzasse sopra gli altri. Con gente disperata, che non aveva più lavoro e mezzi con cui sostenersi, era stato facile ottenere consensi facendo leva sul ritorno dell’agiatezza passata. Alla massa non importava che chi li guidava fosse stato condannato per crimini d’ogni sorta contro l’umanità: avrebbe accettato qualunque cosa pur di rimanere negli schemi del conosciuto.
“È questo il vero volto degli uomini?”
Il corteo si espanse come una piovra che allungava i tentacoli. La folla entrò nei palazzi, tornando indietro con i suoi residenti: fatti avanzare a calci e schiaffi davanti al corteo, furono coperti di sputi e insulti.
I volti di quegli uomini erano maschere di violenza e rabbia; le parole che usavano una bestemmia al loro vero significato. Imponevano la legge dei numeri, che con la forza sopprimeva la volontà e uccideva la libertà. Per paura, le vittime si unirono a loro. Ogni compassione per esse svanì.
Ancora però non riusciva a decidersi. Perché farlo avrebbe significato perdere la propria anima. E se non poteva salvare quelle persone, almeno poteva salvare se stesso.
Le urla di protesta e di dolore si trasformarono in urla d’orrore.
Si erano formate delle sacche di resistenza al rastrellamento. Squadroni si erano staccati dal corteo prendendo d’assalto i palazzi. Poi coloro che si erano ribellati furono portati in strada, trascinati perché incapaci di camminare. Uomini, donne, bambini: non avevano fatto distinzione nello spaccare le gambe.
«Loro rifiutano l’innocenza del nostro leader: credono a chi l’ha giudicato colpevole di truffa, sfruttamento della prostituzione, corruzione!» Tuonò l’uomo con il megafono. «Ritengono che sia la causa della rovina del nostro paese, che abbia pensato solo al suo interesse, promulgando leggi a proprio favore!»
La folla protestò inferocita.
«L’offesa merita il castigo!»
Sanjuro vide le teste degli uomini fatte appoggiare sul marciapiede e colpite con mazze di ferro fino a quando il cervello non schizzò fuori. Le donne furono prese e crocefisse lungo le ringhiere dei giardini, i loro ventri squarciati, mentre con gli ultimi scampoli di vita vedevano i bambini venire sgozzati come maiali strillanti.
«Gli abbiamo dato una possibilità!» Tuonò l’uomo con il megafono. «Non l’hanno colta! Andate e uccidete chiunque non è di noi! Perché chi non è con noi, è contro di noi!»
La folla sciamò tra le vie come scorpioni, cacciando, stanando. Le scene di mattanza si ripeterono centinaia di volte.
“E io non sto facendo nulla per fermarli. Ho la forza per impedirlo e me ne sto a guardare.”
“Avresti dovuto ucciderlo quando ne avevi l’occasione.” L’eco della voce di Mark diede corpo al senso di colpa d’aver avuto pietà di chi pietà non meritava.
“Se l’avessi ammazzato, nulla di ciò sarebbe successo.” La barriera che finora aveva bloccato la sua decisione prese a sgretolarsi. “Tutto questo sta accadendo a causa di un misero uomo e di chi non ha avuto il coraggio di fare quello che andava fatto.”
Ma anche se aveva il Potere, non poteva salvare tutti: erano troppi i massacri. Doveva scegliere dove intervenire, ma come poteva decidere chi era più meritevole d’essere salvato?
Allibito, osservava teste infilate sopra pali, neonati presi per le gambe e sbattuti contro i muri, uomini cui venivano amputati gli arti e fatti sventolare come trofei.
Un urlo acuto sotto di lui lo riscosse. Una donna con un bambino in braccio correva disperata tenendone un’altra per mano. La folla li inseguiva scagliando pietre. Una centrò la donna alla spalla, facendola barcollare e inciampare, fino a che non rovinò al suolo trascinando con sé la piccola. La folla le fu subito addosso. La bambina fu sollevata in piedi, la testa strattonata all’indietro. Un coltello si levò nell’aria.
Sanjuro si lasciò cadere dal tetto del palazzo, sfondando con un pugno la testa della donna che impugnava l’arma. La folla gli si lanciò contro. Sprigionò il Potere, riducendo gli assalitori a una nebbiolina rossa.
Si voltò verso la donna. «Puoi camminare?»
Tremante, lei assentì.
«Seguitemi.»
Scelse vicoli stretti, ma anche lì i tentacoli della folla li raggiunsero. E con meticolosa freddezza vennero tranciati.
Superato l’angolo di un quartiere, la pianura si stagliò davanti a loro.
«Dirigetevi verso le montagne.»
La donna gli strinse la mano. «Tu non vieni?» domandò con apprensione.
«Altri sono da salvare.»
A malincuore lei lo lasciò. «Grazie.»
«Grazie» ripeté la bambina mentre si allontanavano.
Stava per tornare in città quando udì lo strillo della bambina. Si voltò, vedendo due uomini vestiti di nero saltarle addosso e pugnalarla alla schiena. Pochi metri più in là altri tre stavano finendo la madre e il fratello allo stesso modo.
“Ero sicuro che fossero al sicuro…”sentì un’altra parte di sé sgretolarsi. “Avrei dovuto controllare che non ci fossero di quei folli qua fuori…”
I cinque corsero verso di lui con le lame insanguinate. Furono ridotti in una nebbiolina rossa.
La periferia della città ora era silenziosa. I vicoli erano bagnati e resi scivolosi dal sangue, i corpi delle vittime abbandonati come rifiuti. Nelle vie principali c’erano file di teste impalate e crocefissioni. Le superò tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, puntando al palazzo più alto della città e salendo sulla sua cima, dove troneggiava un’insegna di cui restavano solo le cifre VIII.
Non c’era più nessuno scontro. La gente faceva bivacchi negli incroci, scherzando rilassata, come se non fosse successo nulla.
“Adesso ho visto il vero volto delle persone.” Scese dal palazzo e si allontanò dalla periferia, raggiungendo la donna e i suoi figli per seppellirli. Lanciò un ultimo sguardo ai tre cumuli prima di voltarsi verso la città.
“Uguale a Sodoma e a Gomorra: non c’è più un solo giusto in questo luogo.”
Levò la mano destra al cielo, sentendo i muscoli del volto tendersi mentre serrava la mascella. Le nubi nere del cielo furono percorse da scie luminose.
“Che io sia maledetto per non essere riuscito a impedire tutto ciò.”
La coltre plumbea si aprì in un gigantesco vortice, squarciata da una luce sfolgorante che si allargava sempre più.
“E per non aver avuto prima il coraggio di fare quello che andava fatto.”
La mano si abbassò e la gigantesca lama bianca si abbatté sulla città.
Quando la Spada dell’Apocalisse ebbe purificato tutto, lasciando solamente blocchi di sale, si mise in cammino verso la città successiva.
“Ti troverò figlio di puttana, dovessi ridurre tutto a un mucchio di sale.”

Un ringraziamento a Nerio di WD per la realizzazione della copertina.

Fiamme

No Gravatar

FiammeSanjuro osservava il fuoco a pochi passi da lui. Le fiamme si muovevano lente e sinuose; facevano pensare a qualcosa di vivo, anche se in esse non c’era vita.
Si può vivere senza luce, ma senza calore si è destinati a morire; non ricordava chi glielo aveva detto, ma doveva ignorare che anche una cosa buona come il fuoco, se portata all’eccesso, poteva uccidere. “Anche mal riporre la propria fiducia può portare allo stesso risultato.”
Nella danza delle lingue scarlatte ricordò fiamme che si levavano verso il cielo ruggendo e soffiando, stagliandosi alte contro la notte nera, sferzando le facciate dei palazzi, il calore così elevato che sbriciolava il cemento.
Sanjuro si guardò attorno, non nuovo a scenari di distruzione, ma non abituato a quanto aveva dinanzi.
Corpi carbonizzati pendevano dalle finestre nel disperato tentativo di sfuggire alle fiamme. Le auto si erano accartocciate su se stesse, le barre di metallo incandescente che continuavano a piegarsi.
“Questa città non doveva essere colpita.” Avanzò accumulando orrore su orrore. “C’era solo gente innocente che semplicemente cercava di sopravvivere, non era una base di Posseduti.”
Camminò nel crepitio dei vetri che esplodevano, tra i crolli di muri e pilastri.
Una massa fiammeggiante rotolò fuori da un palazzo, contorcendosi al suolo qualche secondo prima di giacere immobile. Dell’uomo che era stato, in pochi attimi erano rimaste soltanto ossa e fiamme che fuoriuscivano dal torace e dalle orbite degli occhi.
“L’Inferno è sceso sulla Terra” pensò stranito. “Ma chi tra noi è stato capace di fare una cosa del genere? Chi ha avuto questo coraggio? No, non coraggio” si corresse. “Follia.”
Avanzò sulle strade roventi, sperando ci fosse ancora qualcuno da aiutare. Ma sapeva che nessuno poteva sopravvivere a quelle fiamme. Nessuno che non fosse dotato di Potere.
Dal lato opposto della strada un uomo avanzava baldanzoso verso di lui.
«Spettacolo grandioso, vero Sanjuro?»
«Furia…»
«Controlli che il lavoro sia stato portato a termine?» Furia gli batté una mano sulla spalla. «Stai tranquillo: nessuno è rimasto in vita in questa città. A parte me e te, naturalmente.»
«Questa città non era da colpire…»
«Certo che lo era: lo sono tutte.»
«Questa città non era da colpire!» scattò Sanjuro.
Furia alzò le sopracciglia. «Perché?»
«Queste persone cercavano solo di sopravvivere! C’erano innocenti! C’erano bambini!» urlò Sanjuro.
«E allora?» domandò senza scomporsi Furia.
Sanjuro si avvicinò minaccioso. «Che colpa avevano i bambini?»
«Il sangue dei padri scorre nelle vene dei figli» rispose tranquillamente Furia.
«Che stai dicendo?» ringhiò Sanjuro.
«Un giorno i bambini cresceranno e saranno come gli uomini che li hanno procreati. Rifaranno gli stessi sbagli, gli stessi crimini, creeranno gli stessi orrori o anche peggio. Quindi meglio eliminarli quando sono una possibile minaccia, che non una minaccia che ha fatto danno.»
Sanjuro socchiuse gli occhi come una belva pronta ad attaccare. «Ma tu chi sei?»
«Uno che fa la tua stessa identica cosa» rispose l’altro.
«Io non uccido bambini!» sibilò Sanjuro sentendo la rabbia montargli dentro.
«Tu uccidi, esattamente come me. Spazzi vite via dalla faccia della terra come fa il vento con le foglie secche.»
«Io non provo piacere nell’uccidere.» Sanjuro strinse i denti. «Tu sì.»
«Solo perché le persone hanno quello che si meritano. Perché gli viene reso quanto hanno fatto. Accetta la realtà: tutti gli uomini sono colpevoli. Nessuno escluso.»
«Neppure tu.»
«Certo. Infatti, non mi reputo una vittima e neppure voglio esserlo. Preferisco essere il carnefice. E come carnefice, apprezzo il sangue che viene versato.» Furia prese a girargli attorno. «Anche tu lo sei e pure a te piace portare rovina, per quanto tu possa negarlo. Non c’è nulla di più sublime dell’avere tra le mani la vita degli altri e poterla spezzare. Abbiamo il potere più grande, quello di dare la morte e non c’è niente che faccia sentire così vivi.» Osservò con disgusto un corpo carbonizzato. «Provi pietà per il decesso di queste persone ma guarda in che modo vivevano, in cosa credevano, cosa inseguivano e capirai che meritavano questa fine.» Gli lanciò un’occhiata di feroce divertimento. «Sai che cos’ha di bello questo potere? È nei momenti in cui uccidiamo che la vita esprime e acquisisce la sua maggiore intensità, ci fa provare il desiderio di continuare a essere, cancellando ogni apatia, ogni non senso.»
«La morte è solo dolore.»
Furia scosse il capo. «La morte è liberazione dal dolore. Il dolore è vivere. Tu pensi di sapere cos’è la sofferenza, ma non hai mai provato quella vera, capace di mutare il tuo essere in ogni suo aspetto.»
Sanjuro sentì la rabbia crescere. «Hai perso il senso dell’essere Usufruitore.»
Furia scoppiò in una bassa risata. «Ho detto di esserlo?»
La frase raggelò Sanjuro, cominciando a comprendere. «Tu non sei un Usufruitore…»
«A costo di ripetermi, non l’ho mai detto. Il fatto che io abbia la vostra stessa forza, non fa me uno di voi.»
«Ma allora…» Sanjuro sentì il peso della rivelazione piombargli addosso di colpo.
Furia sollevò le mani con i palmi rivolti verso l’esterno in segno di discolpa. «La responsabilità non è mia se non sai osservare e distinguere le cose.»
Il respiro di Sanjuro accelerò. «Mi sono fidato di te.»
Furia scrollò le spalle. «Impara a non fidarti di nessuno.»
«Ci hai usato, utilizzando le nostre informazioni per i tuoi scopi.»
«Non ho usato nessuno: ho fatto quello che avrei fatto in tutti modi. Solo che in questa maniera le nostre strade si sono affiancate. Con o senza di voi continuerò sullo stesso percorso. Quindi, non farti il sangue amaro per questo: non puoi farci nulla.»
«Su questo ti sbagli, demone.» Il Potere colpì in pieno Furia e la strada esplose, scaraventando pezzi d’asfalto in tutte le direzioni.
Furia scagliò in avanti le fiamme in colonne ruggenti. I lampioni e le auto si fusero come ghiaccio nel deserto.
Sanjuro rotolò lontano, rialzandosi e scagliandogli contro il proprio Potere.
Il fuoco si erse a difesa formando un muro che disperse l’attacco.
«Dovrai fare di meglio» Furia sbeffeggiò Sanjuro. «Hai scoperto il Potere da poco tempo, mentre io sono antico di secoli e quindi ho più esperienza di te. E l’esperienza è tutto sul campo di battaglia.»
Il muro di fuoco fu perforato da catene che lo centrarono nel petto. Furia rotolò sull’asfalto, sentendo gli abiti inzupparsi di sangue.
“È riuscito a ferirmi” costatò stupito.
Le fiamme furono ricacciate indietro. Sanjuro avanzò deciso.
“Ma che…?”
Catene incandescenti gli salirono sulle gambe, intrecciandosi con altre dagli anelli rosso sangue fin sulle braccia e sul petto, dove divenivano nere.
“Che razza di Potere sta usando?” Furia riuscì a schivare l’attacco delle catene, scagliando in risposta una marea di fiamme.
Le catene crearono un vortice di anelli attorno a Sanjuro; il fuoco fu spinto verso l’alto, disperdendosi nel cielo in nuvole di scintille.
Furia lo incalzò, ma niente riusciva a passare la ferrea difesa. “Non sta usando nessun Potere, eppure quelle catene hanno forza: le mie fiamme non riescono nemmeno a scalfirle.” Prese ad arretrare, sentendo un tintinnio quando il suo calcagno pestò qualcosa di duro.
“Merda.” Tutto intorno a lui era uno strisciare di catene: non vedeva la fine del serpeggiare degli anelli fatti di rosso, nero, arancione. Il buio cominciò a calare, le fiamme soffocate dall’espandersi della misteriosa manifestazione di Sanjuro. Palazzi, strade: tutto era ricoperto di catene che sferragliavano.
“Si mette male.” Furia fece esplodere il potere in una gigantesca colonna di fuoco accecante e poi scattò all’indietro. Sentì il corpo perforato in decine di punti, le catene che cercavano di serrarsi attorno a braccia e gambe per trascinarlo al suolo e stritolarlo in uno spietato abbraccio. Lasciando lembi di carne tra gli anelli, riuscì a liberarsi, scappando nella notte.

La mente di Sanjuro ritornò al presente. Si alzò, risoluto. Era tempo di porre rimedio agli errori commessi.