Stando alle parole di Kouji Mori nelle ultime pagine di Berserk 43 (Collection) l’arco narrativo che sta venendo narrato per Kentaro Miura era molto importante perché (riportando le parole del compianto maestro) “Quando (Gatsu) perderà tutto, si dispererà”, “Questa disperazione è assolutamente indispensabile per Gatsu”; persa Caska rapita da Grifis, il suo scopo di vendicarsi in apparenza fallito per non essere riuscito a colpire quello che un tempo era stato un amico, le convinzioni e il mondo di Gatsu crollano, lasciandolo vuoto, senza più forze. Venendo meno tutto quello su cui aveva basato la sua vita (la spada che non è riuscita a fare nulla contro Grfis), la sua rabbia, il suo odio lo abbandonano lasciandolo senza nulla.
Con Gatsu in stato catatonico prima, poi catturato e imprigionato dai Kushan, tutta l’azione sulle spalle di Shilat, che si ritrova a combattere contro Laqushas, il Barkilaka reietto, ora Apostolo del Falco di Luce e suo assassino: i due si affrontano durante il consiglio militare dell’Impero Kushan, con il temibile nemico che apre i cancelli dell’altro mondo facendo giungere nella città Kushan una legione troll che cominciano a spargere morte per le strade. Con Shilke fuori gioco sarà Farnese a intervenire e usare la magia per indebolire il loro potere e permettere di contrattaccare. Lo scontro volgere a favore dei Kushan e degli alleati di Gatsu, ma ciò non significa che è tutto a posto: Gatsu è accusato da Daiba, essendo portatore del Marchio Maledetto, di essere la causa dell’attacco, avendo richiamato i demoni. Viene così deciso di rinchiuderlo in uno Stupa, un’antica sacra tomba dimenticata; questo, seconda una mia impressione, ha dei rimandi evangelici, a quando Gesù morto viene seppellito nel sepolcro e poi risorge; certo, Gatsu non è morto, ma ha desiderato la morte e senza il suo spirito è come se lo fosse, entrare nella Stupa è un modo per ritrovarsi e “risorgere” più forte di prima.
Il lavoro fatto dallo Stuio Gaga sotto la supervisione di Mori si mantiene su un buon livello, sebbene si possa percepire, in alcune tavole, che ci sono delle differenze con il tratto di Miura; tuttavia ho potuto notare in questo Berserk 43 delle scelte stilistiche che Miura non avrebbe fatto, come dimostrato le immagini qui sotto: Kentaro non avrebbe usato delle semplici sagome nere per i troll, ma avrebbe lavorato in altro modo. In altri manga questo non sarebbe sbagliato, ma in un’opera come Berserk tutto ciò stona.
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Occhi di gatto – La serie tv
In diversi della mia generazione (anni 80 o giù di lì) si ricorderanno dell’anime Occhi di gatto (era trasmesso quand’ero piccolo sulle reti Mediaset durante il programma Bim Bum Bam), tratto dal manga omonimo di Tsukasa Hōjō (lo stesso autore di City Hunter, opera successiva e in minima parte legata a Occhi di Gatto, dato che uno dei personaggi ha comprato il bar delle tre sorelle ladre); per chi non sapesse la storia, Sheila, Kelly e Tati gestiscono un bar che funge però da copertura per la loro reale attività, recuperare tutte le opere del padre, Michael Heinz, famoso artista degli anni ’40 scomparso e che sperano di ritrovare attraverso indizi ottenuti dalle opere che rubano. Sono passati tanti anni (troppi) da quando lo vedevo, ma da quel che ricordo, non c’era un finale, con ogni puntata dedicato a un furto e i tentativi vani della polizia (specie del detective Matthew Hisman, fidanzato di Sheila e completamente ignaro dell’identità della sua ragazza) di fermare le tre sorelle ladre.
Nel 2024 è stata realizzata una serie televisiva, adattata e ambientata in Francia. I nomi delle ragazze sono stati cambiati, così come quello del detective, ma si è rimasti sulla falsa riga dell’originale: le tre sorelle, dopo una separazione iniziale, si ritrovano e Sylia e Alexia devono costatare che Tamara aveva ragione, ovvero che il padre, collezionista d’arte, è stato ucciso, il rogo in cui è morto non è stato un incidente, ma un mezzo per coprire il furto delle opere che possedeva nella sua galleria. Attraverso il recupero di esse (in uno dei quadri è nascosta una scheda di memoria che il padre ha dato a Silya sospettando che stesse per succedergli qualcosa) si può fare luce su quanto accaduto.
Premesso che ho visto solo le prime due puntate trasmesse su Rai2, devo dire che la serie non mi è dispiaciuta (sinceramente, pensavo peggio): niente biglietti da visita usati come stelle ninjia, scarpe da tennis al posto di stivaletti coi tacchi a spillo (molto più adatte se si deve correre sui tetti e arrampicarsi o scedere dai palazzi), la serie tv ha una trama più precisa rispetto all’anime e soprattutto ha un unico nemico con cui aver a che fare. Certo non tutto è perfetto (i personaggi che scimmiottano altri personaggi non è proprio il massimo), ma Occhi di gatto è una visione godibile (almeno per il momento).
Duranki
Duranki è l’ultima opera realizzata da Kentaro Miura e purtroppo resterà incompiuta, come comunicato dalla redazione di Young Animal dopo averne parlato con i membri dello Studio Gaga. Una decisione comprensibile, ma di cui mi dispiace, dato che ho apprezzato l’unico volume realizzato sia per i disegni, sia per l’ambientazione, sia per i personaggi, sia per la storia; sicuramente ha influito la passione che ho verso i miti degli eroi e degli dei dell’Antica Grecia, dato che Duranki proprio su di essi si basa, ma c’è da dire che Miura per i sei capitoli realizzati ha fatto un buon lavoro, sicuramente migliore dell’idea originale da cui si è preso spunto: all’inizio, infatti, l’opera si doveva chiamare Amazones, con un ragazzo dei giorni d’oggi dai tratti molto femminili che veniva catapultato nel mondo dell’Antica Grecia (precisamente ai tempi della Guerra di Troia) e finiva in mezzo alla Amazzoni, finendo scambiato per una ragazza. Leggendo la sceneggiatura pubblicata assiema ai sei capitoli di Duranki, il protagonista viene portato nella città delle Amazzoni (chiamata Amazon) e deve cercare di non far scoprire che in realtà è un uomo (pena il venire decapitato) e con la conoscenza che ha delle tattiche di guerra, delle armi moderne e della storia, aiuta le Amazzoni contro i greci invasori che attaccano Troia, cambiando il corso degli eventi. In sostanza, Amazones sarebbe stato un isekai (il protagonista viene trasportato, reincarnato o evocato in un universo parallelo, spesso di stampo magico o fantastico); l’idea fu poi accantonata perché col passare del tempo gli isekai divennero uno standard, putando perciò più sull’aspetto mitologico. E questo, a mio avviso è stato un bene: con Amazon si voleva mostrare un gruppo di donne (le Amazzoni) che si ribella a una cultura maschilista, e questa l’ho trovata un’idea interessante, valida, peccato non realizzata a dovere, dato che aveva un approccio troppo adolescenziale, in alcuni casi da macchietta. Senza contare che i greci venivano stereotipati, presentati come un gruppo di bruti imbeccilli; sinceramente, non mi sarebbe piaciuto vedere realizzate tavole dove un esercito esperto come quello spartano viene sbaragliato da un gruppo di ragazzine; va bene l’aiuto avuto dai mezzi realizzati dalla conoscenza del protagonista, ma un popolo come quello di Sparta, che viveva di addestramento militare e guerra, non poteva essere sconfitto e umiliato così facilmente. Anche le battute che venivano fatte contro i greci (Menelao etichettato come “cornuto” e “re della pena”) erano un po’ troppo da macchietta e da anime comico, così come certe scene rovinavano l’epicità che è stata l’opera di Omero (Menalao che se ne va con una freccia nel sedere, Achille che dopo essere stato ferito dal protagonista con un’arma da fuoco s’innamora di lui e ci prova quando casualmente si ritrovano nelle stesse terme, venendo scacciato come un maniaco dalle altre giovani Amazzoni). Insomma, mostrare gli eroi greci come cattivi rimbecilliti e basta non sarebbe stato nelle mie corde.
Fortunatamente, la storia ha preso un’altra piega, facendo arrivare a Duranki. Due antichi dei della saggezza si ribellano al sistema mitico dando vita a un essere che non è né uomo né dio, né maschio né femmina, donandogli il nome di Usumgal che significa “Drago”; affidano la loro creatura a Hermes, dio greco protettore dei ladri, perché lo porti sul suolo sacro della Vetta dell’Arca, dove verrà trovato da una coppia anziana di pastori. Qui crescerà libero insieme a loro e alla compagnia del grosso cane Huwawa e del dio degli armenti Pan; grazie al suo intelletto, realizza delle invenzioni che semplificano la sua vita e quella degli anziani che l’hanno adottato, che fin da quando l’hanno trovato in fasce ai piedi della gigantesca arca del diluvio hanno compreso che è opera degli dei.
Crescendo, Usum ha il permesso di scendere dalla montagna, dove incontrerà un gruppo di ragazzi provenienti dal villaggio Tase, con il quale legherà fin da subito. Il nonno però lo mette in guardia, sia per il fatto che potrebbe incontrare difficoltà a farsi accettare per via della sua natura androgina, sia per il risentimento che cova negli abitanti di Tase, spogliati e derubati da una guerra e costretti a fuggire e rifugiarsi sulle montagne.
Nonostante queste ombre, la vita di Usum continua tranquilla, venendo ben accettato a Tase, grazie anche a ciò che realizza. Tutto va per il meglio fino a quando non incontra e deve combattere contro un mostro mitologico, una manticora. Purtroppo. Duranki finisce qui, nel bel mezzo dello scontro e non si saprà mai come finirà lo scontro (probabilmente bene), né come continuerà la storia e come si sarebbe evoluta. Davvero un peccato, perché c’erano tutte le premesse per realizzare qualcosa di valido e interessante.
Japan
Nonostante la sceneggiatura di Buronson (autore di Ken il guerriero) e i disegni di Kentaro Miura (Berserk), Japan non è nulla di che. Personaggi, trama, sono qualcosa che non lascia traccia: tutto accade troppo in fretta, non c’è spazio per l’approfondimento, per la creazione di una storia memorabile. L’unica cosa che si salva sono i disegni di Kentaro Miura, il cui tratto è quello dei primi volumi di Berserk (la storia venne pubblica in Giappone sulla rivista Young Animale nel 1992, quando il tratto del mangaka non era evoluto a quello attuale).
Tema e ambiantazione sono qualcosa di molto caro a Buronson: uno scenario postapocalittico dove vengono catapultati i protagonisti. E mai termine (catapultati) è più appropriato. Katsuji Yashima (che ricorda un po’ Gatsu, un po’ Nosferatu Zodd), un bestione membro della Yakuza (mafia giapponese) segue dovunque va la giornalista Yuka, di cui è innamorato. Mentre sta facendo un’intervista a quattro viziati ragazzi giapponesi sull’aggressivo modo di espandersi e di aggredire i mercati per arricchirsi sempre di più del Giappone, facendo un paragone con l’antica Cartagine, distrutta da Roma per lo stesso modo di fare, un terremoto li fa precipitare in una grotta dove ci sono i resti dell’antico esercito cartaginese; lì incontrano un vecchio che li mette in guardia sul destino del loro paese se continueranno a fare come i fenici, facendogli fare un salto avanti nel tempo e mostrandogli cosa succederà nel futuro.
Yashima, il suo amico Akira, Yuka e i quattro ragazzi si ritroveranno in un mondo desertico, barbarico, dove i giapponesi sono un popolo nomade, senza più una patria e senza più orgoglio, schiavizzato e costretto a subire i soprusi delle altre popolazioni. Yashima naturalmente non ci sta e con la sua forza e la sua testardaggine si ribella a questo mondo, diventando leader di un gruppo sempre più grande per far rivivere l’orgoglio giapponese e creare un paese dove gli uomini di tutte le razze possano vivere liberi e rispettati: quel paese si chiamerà Japan.
La storia si conclude così, e non si sa se il gruppo tornerà nel suo tempo o continuerà a vivere in questo futuro perseguendo l’obiettivo che il suo leader ha dato: Buronson e Miura non sono più tornati sulla storia e quindi si rimane con il punto interrogativo. Benchè alcune tematiche siano ancora attuali e i mondi apocalittici alla Interceptor affascinino sempre, Japan non ha una gran forza, è qualcosa di già visto e mostrato in una maniera non all’altezza: ribellarsi all’ingiustizia, il decantare l’orgoglioso giappone, sono elementi troppo sbattuti in faccia, troppo “inneggiati” per essere davvero convincenti. Peccato, Japan poteva esere qualcosa di più di quello che è stato.
Berserk 42
Con Berserk 42 (edizione Collection, che unisce i numeri 83 e 84 dell’edizione regolare) riprende la narrazione delle vicende di Gatsu e compagni dopo la morte di Kentaro Miura. Basandosi su quanto lasciato dal creatore del manga, con i disegni realizzato dalla Studio Gaga e la supervisione di Kouji Mori, la storia continua dalla rivelazione che il bambino della Luna altri non era che Grifis, risvegliatosi da quello che era stato una sorta di sogno in cui lui, in una notte di plenilunio, diveniva un bambino e assaporava il calore di una famiglia. Per chi non ha seguito tutta la storia di Berserk, la cosa può sembrare complicata. Gatsu e Caska stavano aspettando un bambino prima dell’avvento dell’Eclissi; sarebbe stato solamente loro se non fosse stato per lo stupro perpetrato ai danni di Caska da Grifis rinato come Phemt, il quale contaminò il feto con il male derivante dalla sua nuova condizione. Sopravissuti alla strage, Gatsu e Caska videro nascere prematuramente il feto/bambino, deforme ma con poteri derivanti dal Grifis. Al tempo dei Capitoli della Condanna, ormai in fin di vita, il feto fu accolto da una strana creatura che utilizzando un Bejelit fece rinascere Grifis come uomo, dando il via a una nuova era. Il Grifis rinato era sì Grifis, ma aveva anche una parte del bambino di Gatsu e Caska e questa giustifica il suo voler passare del tempo con loro e assaporare quell’affetto cui un bambino anela.
La comparsa di Grifis sull’isola degli elfi ha un effetto sconvolgente: Caska rivive il trauma provato durante l’Eclisse, Gatsu va in berserk attaccando Grifis, l’isola viene attaccata da una sorta di marea/blob oscura. Nonostante tutto il suo impegno, Gatsu non riesce a colpire una sola volta il nemico, che rapisce Caska e vola via sulla schiena di Zodd arrivato sull’isola in volo. Il Guerriero Nero rimane sconvolto per non essere riuscito a infliggere un solo colpo; lui che non aveva mai creduto in niente, ma solo sulla sua spada, si vede venire meno l’unica convinzione che aveva. Sentendosi tradito, crolla. Salvato ancora una volta (lui e gli altri compagni) dal Cavaliere del Teschio, Gatsu viene messo al sicuro sulla nave con il quale sono arrivati mentre l’isola degli Elfi collassa e le creature fantastiche si dissolvono lasciando il mondo reale; così, uno sconvolto Isidoro vede svanire davanti a sé Isma (in parte sirena), tenendo tra le mani l’unica cosa che resta di lei, i vestiti.
Altrove, nella città di Falconia, Caska viene servita e trattata come una principessa, ma si capisce da subito che non è se stessa, è come se fosse in trance, vittima di un’ipnosi; riesce a uscire da questo stato e tenta di ribellarsi e scappare, ma viene ripresa e riportata nello stato in cui era costretta.
Sulla nave, le streghe e i maghi fuggiti dall’isola ormai scomparsa stanno perdendo i loro poteri, dato che non c’è più l’albero di ciliegio da cui traevano la magia, e così tutto quanto riguarda ciò che viene dal mondo spirituale dipende da Farnese e da Shilke. E mentre la piccola maga si appresta a dare il via a un rito per mettersi sulle tracce di Caska, e Gatsu deve fare i conti con lo spirito della sua armatura, la nave viene assalita dai Kushan.
Cosa dire del primo volume realizzato senza Kentaro Miura?
Per quanto riguarda la storia, è ancora presto per dare un giudizio, dato che non ci si è allontanati molto dalle ultime vicende narrate da Miura; l’unica cosa che ci può notare (non si sta dando una connotazione negativa alla cosa, è solo una costatazione) è che ci sono meno dialoghi rispetto a certi volumi realizzati dal Kentaro (questo però non vuol dire molto, dato che anche per certi capitoli l’autore di Berserk non ne ha usati molti, basta vedere il volume 80 dell’edizione regolare).
Per quanto riguarda i disegni invece, il livello rimane alto e non delude; certo, Miura era Miura, ma i membri dello Studio Gaga hanno reso onore al compianto mangaka dimostrando grande impegno e perizia.
Mori e Studio Gaga in questo Berserk 42 sono stati convincenti: ci si augura che continuino così (e anche meglio se possibile, così da dare una degna conclusione a questa lunga storia.)
The first Slam Dunk re: source
The first Slam Dunk re: source di Takehiko Inoue è adatto a chi è un fan di Slam Dunk e vuole approfondire il processo di creazione del film; chi cercasse del materiale che aggiunga qualcosa alle vicende lette sul manga o viste nelle serie tv o nel film uscito di recente, potrebbe rimanerne deluso. Buona parte del volume è focalizzato sul mostrare gli storyboar del mangaka (qui in veste di tuttofare, dato che è intervenuto in ogni parte della realizzazione della pellicola) e le modifiche fatte ai disegni prima di arrivare alal fase finale. Occorre fare notare che il lavoro fatto da Inoue è stato qualcosa di enorme: praticamente si è andati a intervenire su ogni frame del film.
Questo però non basta per mostrare quanto impegno, quanta passione abbia messo Inoue in questo progetto. Come rilasciato nell’intervista pubblicata nel volume, Inoue riteneva, alla conclusione del manga Slam Dunk avvenuta nel 1996, di aver ferito i lettori; aveva sì concluso il manga nella maniera che voleva, ma in qualche modo sentiva di averli delusi, dato che in tantissimi si aspettavano il prosequio delle vicende di Hanmichi e compagni, anche per via del fatto che Slam Dunk nella prima pubblicazione terminava con “fine del primo arco narrativo”. E non c’era da meravigliarsi delle richieste dei lettori: il finale di Slam Dunk era un finale aperto, che lasciava molte cose in sospeso, quali il recupero dall’infortunio di Hanamichi, l’affrontare quel personaggio fortissimo mostrato verso la fine del manga (ispirato a Shaquille O’neal), la cui squadra s’intuisce abbia sconvolto il basket liceale giapponese vincendo il campionato nazionale. C’erano tanti elementi che facevano presagire e sperare in un continuo del manga, che però non c’è mai stato; così per molti la storia è sembrata tronca, priva di una reale conclusione, forse perché si era abituati da altre produzioni su sport ad arrivare bene o male a una conclusione (Tommy la stella dei Giants, Rocky Joe, Capitan Tsubasa). Il finale di Slam Dunk invece sembrava frettoloso dopo la vittoria contro il Shannoh, arrivando a conclusione dopo poche tavole; sorte migliore non era toccata certo alla serie anime realizzata praticamente nello stesso periodo del manga, anzi, si era fermata prima di arrivare al campionato nazionale, dispuntando una partita amichevole (che nel fumetto non c’è) tra lo Shohoku e una squadra che annoverava tra le sue fila giocatori dello Shoyo e del Ryonan.
Per questo Inoue ha ritenuto un dovere fare qualcosa per i lettori che tanto calore ed energie gli avevano dato con le loro lettere mentre lavorava settimanalmente a Slam Dunk e già nel 2009 gli era stata fatta la proposta di realizzare un film; come ammesso da lui stesso nell’intervista presente in The first Slam Dunk re: Source, non riteneva la cosa fattibile: riteneva impossibile realizzare le scene di un incontro di basket come dovrebbero essere. E il video pilota avuto gliene diede conferma.
Ma non ci si arrese e nel 2014 ricevette una seconda proposta; la realizzazione del video pilota non lo convinse, tuttavia il volto di Hanamichi che si voltava verso lo spettatore lo colpì e così decise di partecipare alla lavorazione del film. Tuttavia a Inoue pareva scontato mostrare solo la storia già pubblicata, mentre lui voleva proporre qualcosa di più, di unico, di più sfaccettato. Di più profondo.
Quando realizzò Slam Dunk da giovane, era concentrato solo sulla vittoria e sulla sconfitta, ma c’erano tante altre cose da raccontare, come la consapevolezza del dolore e di come superarlo: questo divenne quindi il tema principale di The first Slam Dunk. E il protagonista doveva essere Ryota Miyagi, personaggio di cui non era riuscito ad approfondire la storia durante la serie manga, cosa che lo aveva rammaricato. Un rimpianto che aveva trovato sfogo nella storia autoconclusiva Pierce, pubblicata per la prima volta nel 1998 su Shonen Jump e riproposta anche in The first Slam Dunk re: source. Per chi non consoceva questa storia si è trattato di qualcosa d’inedito, anche se le basi di Ryota già esistevano all’inizio della pubblicazione settimanale, dato che Inoue era interessato al basket giocato a Okinawa, con giocatori bassi che si muovevano moltissimo e velocemente, proprio come faceva Miyagi (un cognome comune in tale prefettura); un basket fortemente influenzato dall’America, dato che ancora oggi a Okinawa si trovano diverse basi militari americane.
Con la sceneggiatura delineata, il lavoro di realizzazione poteva cominciare e per farlo è stato usato il motion capture per rendere i movimenti dei giocatori durante la partita i più relistici possibili, a cui poi è seguito tutto il lavoro di messa a punto che ha portato a quanto visto su schermo. Un lavoro lungo (c’è da considerare che c’è stata anche la pandemia che ha rallentato il tutto, costringendo a lavorare a distanza), apparentemente senza fine, con Inoue che ha dovuto imparare tante cose, perché era in una situazione e in un ambito che non aveva mai affrontati prima. Una fatica immane, mossa dal desiderio di Inoue di rendere felici i lettori che tanto lo avevano seguito. Conclusa la visione del film e letto The first Slam Dunk re: source, si può asserire tranquillamente che c’è riuscito appieno. E si può capire un po’ di più cosa c’è stato dietro The first Slam Dunk, anche il significato del titolo, soprattutto di quel “The first”. In verità, è un po’ una sorpresa, perché Inoue ha scelto un titolo senza un senso netto, perché i significati possono essere tanti; ognuno potrà vederci quelli che vorrà. Ma forse il più significativo è quello del primo passo dopo il dolore.
The first slam dunk
Cosa dire di The first slam dunk, il film che mostra l’atto conclusivo del manga Slam Dunk di Takehiko Inoue? Che è un buon prodotto, ma che allo stesso tempo è e non è Slam Dunk.
Certo, la pellicola mostra abbastanza bene la partita tra lo Shohoku e il Sannoh, ma ha perso quella freschezza, quella dichiarazione d’amore per il basket che aveva fatto il mangaka attraverso le sue tavole verso tale sport. La bellezza di Slam Dunk era la leggerezza con la quale si narrava il sogno di ragazzi di partecipare al campionato nazionale e vincerlo; in The first slam dunk si ha in Takehiko Inoue ingrigito e incupito dai suoi lavori successivi (Vagabond su tutti). Per quanto si apprezzino certe tematiche mature, in questo caso ci stanno a dir poco con Slam Dunk, andando ad appensatire lo spirito che aveva pervaso il manga sportivo probabilmente più famoso al mondo. Dare a Miyaghi, nel film il protagonista attraverso il quale viene mostrata la partita, un passato simile, sinceramente stona, perché così non era nella storia originale, dove era un ragazzo come tanti con la passione per il basket, unitosi al club di pallacanestro della scuola anche perché innamorato della manager che segue la squadra. Un simile approccio avrebbe potuto andare bene per Real (altra opera sul basket di Inoue), ma non per Slam Dunk.
A questo va aggiunto che pure l’approccio alla partita così immediato, toglie attesa e trepidazione: non viene mostrato in alcun modo come il Sannoh sia la squadra più forte, quella che tutti vorrebbero battere. Il Sannoh è il best of del basket liceale giapponese, così forte da poter battere addirittura squadre unoversitarie. Per fare un buon lavoro Inoue si sarebbe dovuto limitare a quanto scritto nel manga: aveva già tutto pronto per fare un buon lavoro. The first slam dunk sarebbe dovuto partire subito dopo la prima vittoria nel campionato nazionale, mostrando i momenti della notte prima della sfida col Sannoh. L’ansia, la preoccupazione, la tensione di ogni membro dello Shohoku nel dover affrontare un avversario così forte: tutto avrebbe contribuito a creare l’aspettativa per affrontare LA partita. Perché questo è la sfida tra Shohuku e Sannoh: la partira delle partite, la gara più importante da giocare e da vincere.
Invece tutto questo pathos viene tolto. Inoue si è dimenticato che Slam Dunk è una storia che parla di sogni di adolescenti, non è una storia di adulti con dei rimpianti, con voglia di dimostrare qualcosa per qualcosa che si è perso. Non aiuta certo poi il fatto che della partita sono mostrati solo dei frammenti, mentre molto del tempo viene impiegato per mostrare il passato di Miyaghi, soprattutto il legame che ha avuto col fratello maggiore e dei contrasti nati in seguito con la madre per via di un evento che cambierà la loro vita e il modo di rapportarsi. Pure la scelta dei colori delle animazioni, così “smorti” rispetto a quelli della serie animata degli anni 7Nnovanta, non aiuta a entrare in sintonia con il film. E se ci si aggiunge che è stato cambiato il cast di doppiatori che aveva reso così caratteristico e carismatico l’anime, il giudizio non è dei più entusiasmanti.
Se con la recensione ci si fermasse qui, dopo aver visionato i primi venti minti, per The first slam dunk si andrebbe incontro alla bocciatura. Alla prima visione del film, proprio per un senso di delusione per come era stata approciata la parte finale di Slam Dunk, ho deciso di fermarmi e mettere per iscritto questa recensione. Poi ho ripreso la visione, perché non ritenevo possibile che Inoue potesse venire meno alla sua opera migliore, quella che a mio avviso aveva più amato, quella che aveva sentito più sua. E a ragione: i restanti minuti delle due ore della pellicola sono volati, coinvolgenti ed entusiasmanti. Alla fine The first slam dunk è un gran bel film. Un po’ diverso dall’originale (con un Inoue che ha scelto un approccio più maturo, perché le esperienze della vita cambiano tutti e da quando è finito il manga sono ormai passati trent’anni) ma un gran bel film. Dati i tempi di durata, nella pellicola sono state eliminate alcune scene (Haruko e Uozumy hanno veramente poco spazio), ma ciò non influisce sulla storia, rendendola veramente notevole.
Allora perché mantenere nella recensione la prima parte che sa di bocciatura se alla fine della visione The first slam dunk viene promosso a pieni voti? Perché se c’è chi ha amato il manga e all’inizio del film prova delusione per quanto si sta vedendo, si vuole dire che Inoue ha dato alla versione animata della sua storia la conclusione che merita e di non mollare. Perchè un film è fatto per far provare emozioni e non sempre sono quelle che ci si aspetta; soprattutto, alle volte non sono immediate. Spesso ci si ritrova a rinunciare per non aver avuto una prima impressione positiva: alle volte si ha ragione, alla volte no. Con The first slam dunk si sarebbe nel secondo caso e si perderebbe un’occasione.
Naturalmente la visione la consiglio a chi già conosce il manga o ha seguito l’anime, perché altrimenti sarebbe difficile capire certe scene e passaggi, ma se si è stati fan di Slam dunk, la visione è fortemente consigliata.
Per chi volesse saperne di più sulla comparazione tra film e manga, consiglio la visione di questo video di Sommobuta (attenzione: ci sono spoiler sulla storia).
I volti dello sport
Lo sport in Italia sta vivendo una pagina luminosa, questo soprattutto grazie al tennis e alle vittorie conseguite negli ultimi tempi da Sinner. Cosa non per niente strana, tanti italiani si sono ritrovati improvvisamente appassionati ed esperti di tennis, alcuni addirittura sono diventati praticanti; il fatto non sorprende, dato che il successo di alcuni in uno sport (calcio, basket, nuoto) abbia entusiasmato molti, portandoli a emulare chi era al centro dell’attenzione, del successo, della fama. Altra cosa non per niente strana è che chi è vincente viene preso come modello; non che la cosa sia sbagliata, se il modello dà degli input positivi (Sinner rappresenta l’impegno, la costanza, ma fa anche affermazioni che dovrebbero fare riflettere: “I social non mi piacciono, non è quella la verità, vedi certe cose ma non sono quelle”, “Ai ragazzi dico di stare attenti… personalmente vivo meglio senza i social e continuerò a fare così” (1). Senza contare che fa scelte che dimostrano carattere, come aver educatamente declinato di partecipare a San Remo, perché l’apparire non è tutto, perché si vuole evitare la spettacolarizzazione, l’idolatria a tutti i costi, perché ci si vuole focalizzare su ciò che si vuole per davvero).
Molta di questa reazione è dovuta all’euforia del momento, che si dissolve poi col passare del tempo; in alcuni casi però lo spirito di emulazione fa voler percorrere la stessa strada, soprattuto se si è spinti dalla voglia di ottenere fama, successo e denaro. E ciò non è per niente sano, perché si sta mettendo in atto uno dei meccanismi della società che limita il valore di una persona all’apparire e nient’altro; e i risultati che questa cultura ha portato dimostrano quanto sia nociva.
Questo allora porta a fare una domanda: che valore ha lo sport?
E non si pensi minimamente all’aspetto economico: non è di questo di cui si vuole parlare. Ma di cosa porta lo sport a livello personale.
Divertimento? Salute fisica? Aiuto? Crescita personale?
Tutte queste cose.
Ma anche il loro opposto.
Prendiamo due manga sportivi che mostrano un percorso simile, ma con esito diverso.
In Slam Dunk di Takehiko Inoue, Hanamichi Sakuragi è un ragazzo che non ha obiettivi se non quello di correre dietro le ragazze (e ricevere due di picche uno dietro l’altro); è un attaccabrighe, un rissaiolo, in poche parole il classico teppista. La sua vita ha una svolta quando, arrivato al liceo, conosce Haruko Akagi, sua coetanea e appassionata di basket; innamoratosi di lei al primo colpo, decide, per compiacerla e così fare colpo su di lei, di giocare a basket nella squadra del loro liceo. Il motivo per fare questo sport non sarà tra i più nobili, ma col tempo Hanamichi si appassiona davvero al basket, arrivando ad amarlo profondamente; questo amore e l’impegno che ci mette per migliorare non lo fanno crescere solo come sportivo, ma anche come persona. Hanamichi ora non è più un perditempo, non è più coinvolto in scontri tra bande, ma ha un obiettivo, uno scopo da perseguire. Il basket è stata la sua redenzione, quindi lo sport nel suo caso è stato qualcosa di salvifico.
Questo non avviene invece in Rocky Joe di Asao Takamori e Tetsuya Chiba. Joe Yabuki è un giovane che vive nei bassifondi di Tokyo, fugito da un orfanotrofio senza aver mai saputo nulla dei genitori; conosce solo povertà e violenza. Un classico sbandato, senza prospettive. Fino a quando non incontra il vecchio Danpei Tange, ex pugile ed ex allenatore di boxe, che vede in lui il potenziale per farlo divenire un campione. Grazie alla boxe Joe si allontana dal mondo fatto di povertà e violenza in cui è cresciuto, cambia il suo modo di vivere, ma per perseguire l’obiettivo di diventare campione fa molti sacrifici e il suo fisico e la sua mente ne soffrono parecchio. Joe è talmente preso dalla boxe che è disposto a tutto, arrivando ad autodistruggersi, come succede nell’incontro finale quando combatte per il titolo di categoria contro il campione in carica. Emblematiche sono le ultime parole che proferisce prima di spirare nel proprio angolo alla fine dell’incontro: “Non c’è più niente da bruciare, solo le bianche ceneri.”
Lo sport può essere salvezza (Slam Dunk) o distruzione (Rocky Joe), ma tutto dipende da come viene vissuto e attuato da chi lo pratica; propbabilmente lo sport è semplicemente un mezzo con cui si dimostra ciò che si è, come si affronta la vita.
Di esempi come questo ce ne sono tantissimi prendendo spunto dalla vita reale. Tanti sportivi sono stati salvati o aiutati dallo sport, trovando un senso alla loro esistenza, salvandosi da certe condizioni. Molti invece sono stati rovinati a causa di esso, vuoi per non aver saputo gestire il successo, la fama, la ricchezza giunti con esso, vuoi per essersi rovinati con l’uso di sostanze dopanti.
Cose che succedono ai campioni, ma anche alle persone comuni, che praticano sport solo per divertirsi o stare bene, oppure che lo praticano perché forzati da altri, come succede con certi genitori che impongono ai propri figli di fare un determinato sport con la speranza che possa sfondare e “diventare qualcuno”. Non parliamo poi di tutto quello che ruota attorno allo sport, con le purtroppo tristi cronache di scontri tra tifosi, insulti razzisti, o di certe trasmissioni dove più che discutere si litiga. O dei social dove in più di un’occasione si fomenta odio. O delle scommesse illegali. O di tutti i soldi che ruotano attorno alle competizioni sportive, con tutto quello che ne consegue, più o meno lecito e morale.
Si può dire che lo sport può tirare fuori il meglio o il peggio dalle persone. Ma ancora una volta bisognerebbe capire che tutto dipende sempre dal’individuo e da come decide di fare.
Contenuti: tra sensazionalismo e ricerca d’attenzione a tutti i costi.
In una società sempre di corsa, dove i valori che più contano sono l’apparire, il sensazionalismo e l’avere il maggior seguito possibile, quello che ne risente è la qualità, in tutti gli ambiti. Si approfondisce sempre meno perché per fare un buon lavoro occorre tempo e anche perché le persone, dovendo essere sempre di corsa e volendo fare tante cose, hanno meno tempo da dedicare a quello che fanno. Questo è stato uno dei successi dei social (basti pensare il boom che ha avuto negli ultimi anni Tik Tok), che si basava appunto sull’immediatezza e la velocità dei contenuti per cogliere l’attenzione di chi guarda.
Purtroppo, per avere dei seguiti numerosi si è disposti a tutto, a scadere nella banalità o peggio, con titoli che sono urlati e travisanti: succede sempre più spesso di articoli il cui titolo non corrisponde ai contenuti che propongono. Un esempio? Gli articoli che parlano di calcio, dove per esempio si parla di esonero o un grave infortunio in una grande squadra e si mette un’immagine che fa pensare che si parli del personaggio mostrato; quando si va per leggere la notizia, si scopre che si parla di tutta un’altra cosa e non è quello che il titolo faceva credere.
Si è dinanzi al classico specchio per le allodole. Almeno per quel che mi riguarda, dopo un paio di volte in cui sono andato a leggere la notizia e mi sono accorto di come stavano le cose, ho smesso di prestare attenzione a simili articoli, andando oltre senza perdere tempo in una lettura che ha un modo di fare se si vuole disonesto, perché inganna il lettore e lo fa volontariamente per essere il più seguito possibile.
Ormai ci si abbassa a tutto per avere un alto numero di visualizzazioni, sfruttando qualsiasi cosa. Uno degli ultimi casi che mi viene da citare è quello di cui ha parlato Sommobuta sul suo canale Youtube (canale che suggerisco di seguire anche se non si è amanti dei fumetti, perché Angelo Cavallaro, questo il vero nome di Sommobuta, è una persona intelligente, che fa degli ottimi lavori (mi viene sempre in mente il magnifico documentario che ha fatto su Slam Dunk) e da cui si dovrebbe prendere spunto per la passione e il suo modo di fare che mette nel trattare gli argomenti); quando ho saputo dell’accaduto di cui parla, l’articolo in questione era stato rimosso dal sito Anime Everyeye, postando al suo posto uno di scuse.
Suggerisco di guardare il video realizzato da Angelo perché spiega molto bene la questione:
Come dice Angelo, ormai il mondo è andato in una certa direzione, ma forse non è troppo tardi per fare inversione a U e tornare sui propri passi, cercando magari di sfornare meno articoli, ma realizzare contenuti più qualitativi, evitando di ricercare il sensazionalismo, lo strepitare e volere l’attenzione a tutti i costi.





