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L'epoca del Covid-19

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Partiamo da questo brano per capire l’epoca in cui stiamo vivendo. Il libro delle epoche dà uno spunto per capire l' epoca del Covid-19L’unico principio etico condiviso da tutte le popolazioni della C.O. è, oggi, lo stesso che potrebbe avere un criminale angosciato: «Speriamo di tirare avanti ancora un po’, prima che me la facciano pagare». E al contempo, l’effetto degli impulsi distruttivi che quelle popolazioni nascondono a se stesse diventa sempre più evidente: proprio grazie allo sviluppo tecnologico voluto, diffuso e imposto ovunque dall’Occidente, l’umanità intera è costretta a sperare di tirare avanti ancora un po’, prima che gran parte del pianeta diventi inabitabile.

Nulla lascia sperare che tale situazione cambi in meglio, dentro la Bestia, nei prossimi due anni. Una distruttività ereditaria e tanto cronicizzata non si guarisce in un tempo breve.

Quel che la Bestia potrebbe fare per limitare il disastro delle sue popolazioni (se tale sarà il suo intento) sarebbe considerarle nel loro complesso il più grande dei suoi «errori storici», e immobilizzarle, ingessarle per una quindicina d’anni in regimi dittatoriali. (pag. 140-141)

Questo è quanto scrive Igor Sibaldi nel suo Libro delle Epoche riguardo il periodo di tempo compreso tra il 2012-2018, un’epoca che lui ha identificato come quella del Non si può più aiutare nessuno; un’epoca che, come scrive nel suo libro, si è già verificata altre volte (1796-1802, il periodo delle guerre napoleoniche; 1868-1874, il tempo della nascita dell’Italia e del sordido Criminal Tribes Act; 1940-1946, la Seconda Guerra Mondiale), segna la fine di tutto ciò che è invecchiato e del nuovo che non si è ancora imposto.

Adesso, nel 2020, siamo nell’epoca successiva, quella chiamata Apice della Tensione, quella in cui ci si accorge che i meccanismi avviati nella precedente possano non fermarsi più e allora sorge la paura e il bisogno di salvare quel che si può prima che gli impulsivi distruttivi portino via tutto. Nelle epoche analoghe a questa, in due casi su tre non ci si riuscì. Nel 1802-1808 ripresero le guerre che vedevano coinvolti Napoleone e i suoi avversari; nel 1874-1880 dilagò il colonialismo; il 1946-1952 fu invece il tempo della Guerra Fredda.

Vi fu, in tutto ciò, un evidente vantaggio generale. La psicosi della guerra fredda bloccava ogni impulso, permettendo a tutti di aspettare, immobili: e non tanto che accadesse qualcosa, ma che anno dopo anno si placassero, lentamente, le grandi energie distruttive dell’epoca precedente. Chissà quali conflitti sociali si sarebbero potuti scatenare, se non ci fossero state la paura del comunismo, da una parte, la paura del capitalismo, dall’altra, e la paura della bomba atomica a dominare su tutto. Ancora una volta, i «noi» della Bestia riuscirono a salvarsi convincendo ognuno che il nemico fosse altrove: all’Ovest, per chi era all’Est, e all’Est per chi era all’Ovest. E fu anche meglio dell’Imperialismo di settant’anni prima, che aveva richiesto guerre vere, spesso molto calde, in luoghi lontanissimi; adesso, bastava la guerra fredda – cioè il pensiero di una guerra – a ipnotizzare le menti, a obbligarle a obbedire. (pag.144-145)

Ci sono molti punti in comune con il periodo in cui ci troviamo: molte parti (sia in Italia sia all’estero) vedono il nemico come qualcosa che viene dall’esterno (per una parte degli italiani sono gli immigrati, per gli americani sono i cinesi e viceversa), ma è soprattutto la paura di una minaccia invisibile ma ben presente a costringere tutti a bloccarsi, a venire ingessati. Come si è ben capito, si sta parlando del Covid-19; forse è una forzatura vedere le cose in questo modo, forse quanto espresso da Sibaldi nel libro è soltanto una delle tante teorie che sorgono create dalla mente dell’uomo, eppure non si può non tenere presente che ci sono periodi che ciclicamente si ripetono e che la nostra epoca sia una di esse. Come non si può non tenere conto che il sistema creato è arrivato al limite ed è giunto il momento di fermarsi; di questo stop ne ha giovato per un poco senza dubbio la natura, ma ne avrebbero dovuto giovare anche le persone che avrebbero avuto modo di riflettere su quanto di sbagliato c’è nel modo di vivere attuale e su cosa fare per cambiare. Al momento però pare che la lezione che sta impartendo il virus non sia stata recepita, dato che tanti vogliono tornare a fare tutto come prima. Ma non si può tornare come prima. E non si possono più ignorare i tanti problemi che ci sono; soprattutto non si possono ignorare mentalità traviate e fallimentari come stanno purtroppo dimostrando tanti parti della politica in primis, ma che apaprtengono anche a milioni d’individui che stanno continuando a confermare di non avere capito niente (consigli la lettura di questo articolo scritto da Andrea D’Angelo).

(Nota per chi non conosce l’opera Il libro delle epoche. C.O. sta per Civiltà Occidentale. La Bestia non va intesa come una figura mitologica del libro dell’Apocalisse, ma come un qualcosa che non ha un corpo fisico come l’hanno le persone ma che ha un oragnismo fatto di tempo; essa rappresenta il Soggetto Collettivo, qualcosa di più grande di un io, un qualcosa in cui convergono le idee e le mentalità dei gruppi che tentano di condizionare e soggiogare i singoli).

Il falco - Una storia di crescita

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Il falcoIl falco, come scritto nella quarta di copertina, narra la piccola grande avventura che è il crescere e vede come protagonista un falco adulto che si prende cura di sette piccoli non suoi e neppure appartenenti alla sua specie. Se si vuole, può essere interpretata anche come una storia d’integrazione, dove essere diversi non è qualcosa da vedere con pregiudizi e diffidenza, ma qualcosa che serve per arricchirsi, da cui c’è da imparare.
Il falco non è nato per fare una critica a una società che diventa sempre più chiusa e aggressiva verso chi non è di una stessa etnia, eppure, se ci si pensa, fa anche questo. In altri lavori ero partito da un messaggio da dare (penso a Jonathan Livingston e il Vangelo e alla serie di I Tempi della Caduta), Il falco invece è stato qualcosa di spontaneo, che si è sviluppato da solo; pensandoci in seguito mi sono accorto che aveva qualcosa da dire su certi temi, anche se non sono partito con tale intenzione. Qualcuno potrebbe dire che, in un modo o nell’altro, si vuole fare la morale.
Ma che cos’è la morale?
Per rispondere a questo, riporto un brano tratto da Agenda degli Angeli di Igor Sibaldi.

«Morale» viene dal latino mores, «abitudini», e indica i comportamenti che non contrastano con ciò che una grande maggioranza è abituata a ritenere giusto. Un’abitudine poggia soprattutto sulla memoria (parola strettamente apparentata a mores): morale è innanzitutto ciò che ci si ricorda dei giudizi di persone nate prima di noi. E dunque una persona molto morale è chi, dovendo scegliere tra diverse possibilità di azione, invece di guardare verso il futuro preferisce voltarsi indietro, e basarsi sulle certezze della generazione precedente.
Se vi va stretta questa ipoteca del passato sulle vostre decisioni, potete rientrare in due categorie che godono entrambe di brutta fama: gli immorali, cioè coloro che tengono conte delle certezze passate, ma solo per prendersi la soddisfazione di disprezzarle; e gli amorali, a cui quel modo di ricordare non importa affatto.
LeLeHe’eL è l’Angelo di questi ultimi…
Alla maggioranza, ovviamente, i leleliani appaiono un po’ allarmanti, anche quando non fanno nulla di dannoso. Eppure sono più etici dei moralisti, dato che etica significa «essere veramente se stessi». Come può essere se stesso uno che si sforzi di comportarsi non solo come la maggioranza, ma addirittura come la maggioranza che vi era trenta o quarant’anni prima? E d’altra parte, come essere se stessi senza commettere ciò che la maggioranza chiama «peccato»? «Peccato» infatti significa, nelle nostre lingue, infrazione delle regole, dei mores stabiliti da una civiltà, da una società, da una cultura.
(1)

Sembra che questo pezzo descriva perfettamente il protagonista della storia che ho scritto; non per niente il falco sarebbe un simbolo perfetto per questa figura descritta da Igor Sibaldi, data la sua natura rapace, il voler volare e superare confini, perché in esso c’è un desiderio di crescita. Sibaldi aveva già ben scritto tale figura in un altro suo libro, Il libro degli angeli.

I LeLeHe’eL crescono e sicuramente fanno crescere: è questo il loro compito. (2)

Ed è quello che il protagonista fa: aiuta a crescere i piccoli che ha trovato, fregandosene delle convenzioni, delle tradizioni, seguendo solo quello in cui crede, solo quello che è giusto. Non gl’importa se viene deriso, se gli altri uccelli pensano che sia strano perché i falchi sono dei predatori che danno la caccia ai loro simili. Al protagonista del lavoro che ho realizzato questo non importa, perché ritiene tale fatto una cosa ingiusta, dato che tutti gli uccelli sono fratelli perché vivono e volano sotto lo stesso cielo. E non gli importa nemmeno se i piccoli sono di altre specie: hanno bisogno di aiuto per crescere ed è l’impegno che si prende.
Ma non è solo lui che fa crescere: anche i piccoli, con le loro domande, le loro esigenze, lo aiutano a crescere. In fondo è questo che succede tra genitori e figli: si cresce insieme, in uno scambio reciproco. E allargando la cosa al di là del cerchio della famiglia, è quello che succede quando s’interagisce con gli altri, grandi e piccoli, maschi e femmine, giovani e anziani, appartenenti di etnie e credi differenti.

1. Agenda degli Angeli. Igor Sibaldi. Frassinelli 2012.
2. Il libro degli angeli. Igor Sibaldi. Frassinelli 2007, pag.28

Nostalgia e futuro

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Stiamo vivendo in un periodo pieno di nostalgia (oltre che di tante altre cose, ma il tema di questa riflessione è volto a un punto particolare), basta guardare i diversi programmi televisivi incentrati su quanto avvenuto nel passato: si vanno a rispolverare vecchie glorie, a rievocare trasmissioni di trenta/quarant’anni fa. Quando questo succede, è perché il presente che si sta vivendo non piace e allora nella mente scatta il meccanismo che fa pensare che il passato fosse meglio, dimenticandosi che anche quel periodo ha avuto i suoi problemi, le sue difficoltà.
Forse il passato appare così bello perché le difficoltà di allora sono state superate e con il senno di poi non erano così grandi e spiacevoli, anche se quando le si viveva non la si pensava così.
Forse la mente ha un qualche meccanismo particolare che fa dimenticare certe cose, un modo per proteggersi da elementi che la farebbero soffrire, mandandola in crash.
Ma ci può anche essere un’altra opzione. L’essere umano ritiene di essere arrivato al culmine del suo sviluppo e si ritrova davanti a un vuoto nato dal non avere più scoperte da fare; per sconfiggere lo sconforto che prova, volge lo sguardo al passato, quando ancora aveva obiettivi e sogni che lo facevano andare avanti.
Di tale avviso è anche Igor Sibaldi e ne parla in Il mondo dei desideri.

Nostalgia e mancanza di futuro

Da qualche tempo l’Occidente è bloccato da un vuoto di futuro, come da una barriera invisibile ma molto solida.

Me ne sono accorto per la prima volta tre o quattro anni fa: durante una conferenza, tutt’a un tratto mi venne in mente di domandare al pubblico: «Ma, secondo voi, dopo i telefonini superaccessoriati, dopo internet, cosa ci sarà?»
«Cioè, in che senso?» borbottò qualcuno, che sentendo parlare di telefonini si sentì toccato sul vivo. In quel periodo si parlava molto di Steve Jobs come di una specie di profeta venerabile, le cui profezie erano appunto nuovi modelli di telefonini.
«Cioè» provai a spiegare «a un certo punto inventarono il telegrafo, e dopo un po’ arrivò il telefono. Poi il fax, e subito dopo i telefoni cellulari. Solo dieci anni prima, telefonare in auto sembrava una cosa da agenti segreti: e tutt’a un tratto potevi avere il telefono sempre in tasca. Poi arrivò il Web. E poi gli smartphone. A questo punto» dissi «dobbiamo aver capito come progredisce la tecnologia: si supera di continuo. Perciò, appena si ha un nuovo progresso viene spontaneo chiedersi cos’altro ci riserva il futuro. La nostra mente è portata ad anticipare sempre il futuro. Dunque voi cosa immaginate che ci si inventi, tra qualche anno? Immaginare si può, no?»
Questa era stata la mia domanda. Il mio intento era di analizzare i risultati a cui può portare l’immaginazione quando viene sollecitata all’improvviso. Ma non fu possibile: lì per lì la totalità di quel mio pubblico si trovò d’accordo nel dire che dopo gli smartphone non si sarebbe inventato più nulla, ma si sarebbero solo perfezionati i dispositivi già esistenti. Uno aggiunse: «A meno che l’essere umano non cambi completamente e sviluppi doti straordinarie».
«La telepatia!» esclamò un altro.
«Quella c’era già prima» segnalai io. «Ah, infatti. Allora niente».
«Insomma» domandai «secondo voi siamo già a punto più alto?»
E qui alcuni capirono, e assunsero un’espressione suggestiva: sorriso appena accennato e sguardo triste. La maggioranza invece disse: «Be’, sì. E con ciò?»
In seguito ho posto la stessa domanda in altre conferenze, e quelle risposte e quei sorrisi si sono ripetuti ovunque.
(1)

Al momento le cose stanno così: siamo in un periodo di stagnazione, ma, se l’umanità non si autodistruggerà, ci saranno altre scoperte da fare in campo tecnologico, anche se non è dato sapere precisamente quando. C’è però una scoperta, o meglio, una riscoperta, che andrebbe fatta subito: quella della dignità personale. Gli individui con i social, il lavoro, si sono troppo adattati a una società sempre meno umana e sempre più volta al denaro, all’apparire, all’inchinarsi ai grandi e al potere. Individui che si odiano, che si sentono superiori gli uni agli altri, dove tutti vogliono prevaricare. Per poter tornare a sognare il futuro occorre prima ritrovare la propria dignità individuale; se così non sarà non si andrà avanti, ma si tornerà indietro, a periodi dove la brutalità e le barbarie la facevano da padrone.

1. Il mondo dei desideri. Igor Sibaldi. Edizioni Tlon, pag. 13-14

La più grande sconfitta di un individuo

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La più grande sconfitta di un individuo: estratto di Il mondo dei desideri di Igor SibaldiProva a pensare: La mia vita non vale niente, così come l’ho vissuta. Non ho fatto né quel che potevo né quel che dovevo. Sono in debito verso di me, il mio comportamento è stato ingiusto verso di me. Sono stato uno stronzo con me stesso. Scappo. Sono sempre scappato da me. Così non mi piaccio e decido che questo mio io è finito. Da oggi.
Penso che non ci sia sconfitta più grande di questa, per un individuo. Ma l’ignoranza si sconfigge solo così.
I meccanismi di difesa si sgretolano così, e tutta la prigione in cui ti hanno rinchiuso va in pezzi.
Le tue paure rimangono indietro, così, sempre più lontane…

Il mondo dei desideri. Igor Sibaldi. Edizioni Tlon 2016, pag. 131

Lo sguardo rivolto al passato

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A tutti è capito di fermarsi e guardare con nostalgia o con un sorriso il passato. I ricordi, se piacevoli, possono essere una bella cosa. Il ricordare è una cosa importante, perché serve a capire gli errori fatti e a cercare di non ripeterli. Ma vivere con lo sguardo sempre rivolto al passato non è una buona cosa, perché non fa vivere il presente: questo è un atteggiamento che nella società attuale viene perpetrato, come se il passato fosse meglio del presente, aggrappandosi a esso con la speranza che torni.
Il passato però è passato e non può tornare: ciò che è stato non può essere riportato in vita.
Eppure, si continua ad agire cercando di farlo rivivere. Basta vedere le tante reunion di band o cast serie tv passate che si fanno, le trasmissioni tv dedicate agli anni trascorsi (es. 90 special), i remake di film di successo del passato. I risultati dimostrano che queste “resurrezioni” non sono ben riuscite, un po’ come avviene in Pet Semetary di Stephen King, dove i morti seppelliti nel cimitero indiano tornano a nuova vita, ma sono qualcosa di abbrutito, che sarebbe stato meglio non risvegliare perché non hanno più nulla dell’originale: sono solo una cosa distorta.
Perché tanti fanno così?
Perché si vive in un presente che non piace e si cerca rifugio in qualcosa che ha fatto stare bene, sperando di alleviare, se non far scomparire, la sofferenza. Ma questo non serve, perché prima o poi bisogna risvegliarsi dai sogni e avere a che fare con la realtà.
Non è solo questo però: si ha la percezione che oltre il presente ci sia un vuoto di futuro, ovvero che si sia arrivati al massimo dell’evoluzione e non ci sia più nulla da scoprire, avendo già tutto il possibile. Il futuro non serve: pare questa essere la convinzione che in molti hanno sviluppato, almeno stando a quanto fa notare Igor Sibaldi; ma di ciò se ne parlerà di più in futuro quando si approfondirà la conoscenza del libro Il mondo dei desideri.
Nell’attesa, consiglio la lettura del bel racconto scritto da Ghigo (utente di WD): rende perfettamente quanto scritto.

Non si può più aiutare nessuno

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Sul sito di Bruno Bacelli c’è un articolo inerente quello che sta succedendo in Spagna riguardo la Catalogna: le motivazioni di questi eventi che stanno colpendo il paese non sono proprio chiare, mentre chiare invece sono le conseguenze, ovvero per niente positive. Quello della Catalogna non è l’unico tentativo di staccarsi da un corpo più grande: c’è già stato per esempio quello della Gran Bretagna dall’Europa, per non parlare dei continui discorsi che da tempo si sentono in Italia. Tentativi di ribellione per l’autonomia e l’indipendenza che spesso finiscono in un fallimento.
Non si può più aiutare nessuno, capitolo tratto da Il libro delle epoche di Igor SibaldiSecondo quando scritto nel Libro delle Epoche di Igor Sibaldi, tali fallimenti sono annunciati. Secondo l’autore, la storia è divisa in periodi, ognuno di sei anni, contraddistinto da determinate caratteristiche; quella in cui si sta vivendo, che va dal 2012 al 2018, è denominato Non si può più aiutare nessuno, un periodo che determina la fine di tutto ciò che è invecchiato, che non è più in grado di cambiare, e anche per il nuovo che non è ancora riuscito a cambiare e avrebbe bisogno di aiuto (1).
Vengono riportati diversi esempi di periodi uguali che si sono già incontrati nella storia, perché essi sono qualcosa di ciclico che si ripete con regolarità.
Nel 1796-1802 le coalizioni delle potenze europee, ormai arcaiche, venivano sconfitte una dopo l’altra da un gruppo di giovanissimi generali, tra i quali Napoleone Bonaparte. Le ribellioni fallirono: la rivolta di Liegi, la Rivolta irlandese contro il dominio inglese, la lotta di Toussaint L’Overture per l’indipendenza di Haiti.
Nel 1868-1874 ci fu la caduta del millenario Stato della Chiesa mentre l’Italia si andava formando; stessa cosa accadeva in Prussia, che si ritrovò a sconfiggere la Francia di Napoleone III, nostalgica del suo recente e glorioso passato. Ci fu la repressione della Comune di Parigi, per non parlare del tremendo Criminal Tribes Act, secondo il quale il governo britannico dichiarava centosessanta etnie indiane portatrici di incurabili impulsi criminali ereditari e perciò candidate all’estinzione forzata.
Il periodo che va dal 1940 al 1946 non ha bisogno di tante presentazioni, con la Germania nazista che devastava l’Europa, colpendo soprattutto popoli legati al suo passato remoto (britannici ed ebrei). Si ebbe il trionfo di potenze innovatrici, come gli Stati Uniti. Con Auschwitz e Nagasaki l’uomo scoprì nuovi e più profondi abissi di odio, ferocia e brutalità, che ancora oggi non è riuscito a comprendere, ma che continua a perpetrare.
Che dire del 2012-2018?
Che sta ripetendo lo stesso copione, basti pensare ai capi attuali degli Stati Uniti e della Corea del Nord, con il loro modo di fare sprezzante e arrogante che istiga all’odio e alla violenza. Si può credere o meno alle teorie dell’autore (l’esistenza del Soggetto Collettivo, della Bestia, che possono sembrare qualcosa di fantasioso ma che invece rappresentano aspetti della realtà, sono solo chiamati in altro modo), ma dinanzi ai fatti non ci si può tirare indietro: periodicamente si ripetono gli stessi errori. Il motivo è semplice: l’uomo non impara dai propri sbagli, senza contare che l’esperienza personale non può essere trasmessa alle generazioni successive, che devono imparare in prima persona gli errori compresi da chi li ha preceduti. In questo periodo si deve fare i conti con un’aggressività e una violenza (verbale e fisica) crescente. I mezzi d’espressione attuali (media, ma soprattutto i social) aiutano questa diffusione, hanno abbattuto le barriere e i freni che c’erano prima, dove si crede di poter dire tutto quello che passa per la testa, anche se sarebbe penalmente perseguibile (pensate a quello che dicono i politici italiani ai propri avversari, per esempio “Ti bruceremo vivo”). Purtroppo, ormai ci si è fatta l’abitudine e simili atteggiamenti vengono fatti passare come normalità, quando invece sarebbero da condannare e punire con la galera; è diventato qualcosa di così radicato che è difficile da estirpare. Come scritto da Sibaldi, forse è proprio vero che non si può più aiutare nessuno.

1. Libro delle Epoche. Igor Sibaldi. Frassinelli 2010 pag.136

Luce e ombra

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Michele sconfigge Satana: la luce sconfigge le tenebreLeggendo le presentazioni di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone, se viene fatta un’analisi veloce può sembrare che si tratti della guerra ben conosciuta tra bene e male, dato che viene narrata la lotta contro i Demoni per salvare l’umanità. Leggendo i due romanzi ci si accorge che le cose non sono così semplici e che non c’è poi una separazione così marcata tra luce e oscurità (specie in L’Ultimo Demone), ma ci sono tante sfaccettature: un fatto che non è niente di nuovo, dato che ben si sa che non esiste nel mondo materiale nulla di completamente buono o completamente cattivo (questi valori assoluti esistono solamente nel mondo del pensiero; Gesù non per niente dice “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo” (Marco 10, 18) che sta nei cieli).
Simbolo TaoNon è solo nella religione cristiana che si parla di questa realtà: Igor Sibaldi in Agenda degli Angeli ne dà esempio parlando di MiYKa’eL (uno dei settantadue angeli della tradizione ebraica) e ponendo a confronto il dipinto dell’angelo Michele che sconfigge un diavolo e il simbolo del Tao perché non puoi vedere la luce se non vedendo accanto a essa anche l’ombra (1). Le due immagini sono molto chiare nel mostrare questa realtà (che non è l’unica: essi rappresentano altre cose, ma in questo caso si prende in considerazione quella pertinente all’argomento), insegnando che  si deve evitare di voler vedere in qualcosa solamente il buio, il male, la negatività, oppure solo la luce, il bene, la giustizia (1).
Tutto ciò ha un semplice scopo: far accorgere di come stanno le cose e non essere limitati (o intralciati) da idealizzazioni o pregiudizi, perché la verità non è mai qualcosa di unico e assoluto. La verità è che la verità è tante verità.

 

  1. Agenda degli Angeli. Igor Sibaldi. Frassinelli 2012

Sesso: tra storia, spreco e vero significato

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Il sesso è una parte importante nell’esistenza: senza non potrebbe esserci la vita, è grazie a esso se può perpetrarsi.
Eppure ci sono state religioni che per secoli l’hanno perseguitato, l’hanno considerato un male, anche se necessario, condannando qualsiasi cosa vi fosse legata. Il sesso era visto come fonte di peccato, di tentazione, come elemento demoniaco, che poteva essere ammesso solo se fatto attraverso la sacralità del matrimonio e solo se volto al concepimento (il piacere era visto come un sinonimo della lussuria). I concetti qui esposti sono molto riassuntivi e limitativi di un argomento molto più lungo e complesso, ma rendono a grandi linee come il sesso molto spesso è stato visto nel passato da certe culture (esempio quelle cristiana ed ebraica). Un modo di vedere che si è protratto per secoli, facendo diventare il sesso un tabù (nel suo senso negativo, perché il tabù può avere anche una connotazione positiva, ed è legata al mistero, alla scoperta e alla comprensione a cui si arriva).
Per Sigmund Freud è stato uno dei punti più importanti dei suoi studi, dando una grossa impronta alla nascente psicologia.
Nella società attuale il sesso per molti è qualcosa di centrale, quasi ossessivoSeppur da sempre presente nella storia dell’uomo in uno dei lavori più antichi, negli ultimi decenni il sesso è diventato un vero e proprio business, creando un fatturato di milioni e milioni di euro (o di dollari, se si preferisce): il settore della pornografia ha trovato una grande ascesa con i suoi film, ma non solo con essi. Con la liberalizzazione sessuale si è creato un grande mercato che va dall’oggettistica alla creazione di nuove figure professionali (quali a esempio i sessuologi). In breve si è passati da un estremo all’altro: dal non poterne neanche parlare, allo sbandierarlo in continuazione in ogni luogo, facendolo diventare il centro di tutto. Tutto (dai libri, ai film, alla pubblicità, ai rapporti personali) punta al sesso, facendolo diventare un’ossessione, facendogli perdere il suo vero senso.
Il sesso, da elemento naturale, è diventato qualcosa di stravolto; seppure non si faccia che parlare di sesso (trasmissioni televisive, articoli su riviste) il significato del sesso viene smarrito, facendolo essere un semplice mezzo per il piacere fisico, quando invece potrebbe essere qualcosa di più. Ma più che di sesso si dovrebbe parlare di energia sessuale. Per questo, si prende a esempio l’angelologia della kabbalah e in particolar modo l’angelo (*) Pehaliyah.

Secondo l’angelologia, chi nasce in questi giorni (dalla sera del 27 giugno alla mattina del 2 luglio, n.d.M.T.) dispone di un’esuberanza sessuale talmente tenace, da non poterla soddisfare attraverso il sesso. E ne sarà ossessionato se non imparerà a sublimarla, cioè a trasformarla in un’altra forma di eros: nel desiderio di conquistare le menti e gli animi della gente.
Le prime lettere di PeHaliYah (PHL) ** mostrano la formula di tale trasformazione:

– Il tuo fascino (P)
– Diventa energia spirituale (H)
– Perché tu salga più in alto (L)

Bisogna dare atto al cristianesimo d’aver tenuto sempre in gran conto la formula pehaliana: insegnando a limitare il desiderio sessuale, il clero cristiano mirava proprio a un PHL, a una trasformazione dell’energia di quello che gli orientali chiamano «il secondo chakra». E tale drenaggio avveniva in vario modo, ma sempre con la garanzia di un vantaggio pratico: ai poveri, si prescriveva di far sesso il meno possibile, perché rimanessero loro sufficienti energie per il lavoro fisico; ai ricchi, si raccomandava la temperanza perché potessero dedicarsi meglio ad attività direttive, o intellettuali.
Attualmente, invece, nella CSC sta avvenendo per tutti il contrario: il fascino erotico viene imposto all’attenzione generale come il fascino per antonomasia. Si vedono rappresentati più corpi nudi, che non volti significativi: come se il linguaggio muto delle curve piacesse alla CSC, più del linguaggio parlato. È facile intuire perché. Ciò che in tal modo viene annullato è proprio il processo descritto dalla formula pehaliana: la possibilità cioè che una nostra energia porti più in là di dove si è arrivati ora (la CSC sa che più in là, per lei, c’è soltanto la fine: le istituzioni dell’Occidente possono dunque continuare a esistere solo se tutto rimane fermo).
Troppi ci cascano, per non sembrare diversi.
Alcuni si sono messi in mente che questa erotizzazione sia addirittura una liberazione da vecchi tabù. Anche voi la pensate così?
Purtroppo, i tabù sono rimasti, oggi, gli stessi di prima. Lo si vede anche soltanto dalle parole con cui, nella lingua corrente, si indicano gli atti sessuali e gli organi con cui li si compie. O sono espressioni triviali, o sono termini dotti. Nell’uno e nell’altro caso sono sintomi di un’insufficienza lessicale, di un disagio del linguaggio, dunque anche della mentalità della gente. E un disagio del genere si ha sempre, quando si parla di argomenti tabù.
L’unica cosa che tutto ciò ha tolto agli occidentali è bensì la sensibilità al tabù: li si è abituati a ignorare l’imbarazzo che causano le sue violazioni. È un danno considerevolissimo, dato che non ci si può abituare a non accorgersi di qualcosa, senza smettere di accorgersi di molto altro. E infatti quante cose che dovrebbero suscitare imbarazzo, nella CSC (in politica, in economia, nella vita culturale) sono diventate normali per tutti? (1)

Come si può vedere, come in tutte le cose, avere una maggiore conoscenza e consapevolezza di cosa è sesso (e quanto legato a esso) non può che aiutare a vivere meglio, evitando che vada sprecato quanto di buono ha da dare.

*Precisazione su cosa s’intende per angeli: nell’antichità s’indicavano energie del nostro universo che agiscono in tutto – e che nella nostra psiche diventano anche energie psichiche (2).
**Per difficoltà nel mettere i caratteri ebraici, si è usato solo la lettera corrispondente in italiano: nel libro da cui è tratto il brano sono presenti.
1,2. Agenda degli angeli. Igor Sibaldi. Frassinelli

Non dimenticare d'essere bambini

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«…Questa sera ho ricevuto una telefonata da un vecchio amico, un certo Mike Hanlon. Mi ero completamente dimenticato di lui, Ricky Lee, ma non è questo che mi ha spaventato. In fondo ero solo un ragazzo quando lo conoscevo e i ragazzi sono abbastanza smemorati. Non trovi? Ma sì. Puoi scommetterci la testa. No, quel che mi ha spaventato è stato che ero sceso per venire qui quando mi sono accorto che non mi ero solo dimenticato di Mike. Mi ero dimenticato di tutto quel che significa essere ragazzo.» (1)

Tanto tempo fa, quando eravamo bambini, il nostro universo andava prendendo una certa forma; ed eravamo certamente noi a dargliela (chi altro?); e anche se allora eravamo molto piccoli, quella forma era più grande di ciò che poi ci hanno obbligato a vedere, a capire, e a diventare. Lo era, sì; ed è facile dimostrarlo: i giorni e le notti, la luce e i colori, gli affetti e le sensazioni di allora, ci sconvolgerebbero per la loro intensità, se potessimo riviverli oggi. (2)

Quanto si guadagna e quanto si perde crescendo? Dipende da come si vive. Quello che però spesso accade è che si dimentica quello che è stato, che si è provato. Alle volte è una cosa naturale, altre volte è una cosa voluta. Restare ancorati al passato è sbagliato perché non fa vivere il presente, ma anche dimenticare il passato è qualcosa di sbagliato, perché fa dimenticare sia le cose belle e quanto di positivo hanno dato, sia gli errori e le lezioni che da essi c’è da apprendere.
Quello che spesso si perde è quel punto di vista che rendeva il mondo un posto pieno di opportunità e speranza, di scoperte e promesse. E lo si perde perché società, istituzioni, fanno credere che sia qualcosa d’immaturo, d’infantile, perché sognare è qualcosa da deboli, mentre nel mondo occorre essere duri, spietati, furbi e saper colpire e sfruttare i punti deboli degli altri. “Bisogna ragionare da adulti, occuparsi delle cose concrete”, è quello che tanti insegnano. Ma non si accorgono che così facendo ci s’impoverisce. Sognare però non significa stare con la testa fra le nuvole, infilare la testa nella sabbia per non vedere la realtà: significa semplicemente seguire le proprie ispirazioni e non quelle imposte dagli altri (che hanno sempre un tornaconto a far sì che ci si adegui, mentre l’individuo ha più che altro da perderci). Significa ritrovare se stessi e come si era, quell’essere bambini che rendeva le cose diverse, alle volte speciali e faceva essere più vicini e uniti agli altri.

1. It. Stephen King. Sperling&Kupfer Economica 2009 Pag.87
2. Agenda degli angeli (L’Angelo delle antiche promesse). Igor Sibaldi. Frassinelli. 2012