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Le manipolazioni del governo al Sì del Referendum sulla giustizia.

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La campagna del governo al Sì del Referndum sulla giustizia è stata ed è tuttora battente, dove ogni appiglio, ogni situazione è valida per tirare acqua al proprio mulino.
Fa specie che una premier di governo con tutti i gravi problemi che ci sono (anche se la guerra in Iran al momento non ci tocca direttamente, nel senso che non siamo stati colpiti militarmente, avrà un impatto pesante sull’economia e soprattutto sulle tasche degli italiani con tutti i rincari che ci saranno), parli del caso della famiglia del bosco per attaccare la magistratura (si può parlare se sia giusto o meno quanto avvenuto, ma va ricordato che non si è dinanzi a un caso unico, dato che ci sono migliaia di casi di minori che vivono lontano dalla famiglia originaria), facendo capire che col Sì situazioni del genere non avverrebbero.
Gli esponenti del governo non si fermano qui: la capa di gabinetto di Nordio asserisce che se vince il Sì i giovani che vanno via ritorneranno nel nostro Paese, perché così la magistratura riacquisirà credibilità e dunque le aziende si fideranno del nostro Paese e torneranno a investire, i giovani che vanno via perché non si fidano del nostro Paese ritorneranno a fidarsi. Più che una forzatura, questa è una sparata bella grossa, perché se i giovani sono andati all’estero a lavorare è perché hanno condizioni di lavoro migliori a partire da quelle economiche, per non parlare di prospettive di carriere che in Italia non ci sono. I giovani se ne sono andati perché l’Italia è un paese che non dà opportunità, ma che spesso sputa in faccia a chi lavora con merito e impegno e l’eventuale vittoria del Sì non li farebbe tornare, perché non cambierebbe la loro situazione. Va ricordato che la dottoressa Bartolozzi, la capa di gabinetto di Nordia, è sotto inchiesta per il caso Almasri, e forse è per questo che spinge tanto per il Sì: motivi personali, non pensieri altruistici rivolti ai giovani.
Del perché votare NO avevo già parlato in un precedente post e le continue manipolazioni del governo (si possono però anche chiamare col loro vero nome: prese in giro) non fanno che confermare tale scelta; se ci fosse bisogno di un altro punto di vista, se interessati, si può leggere anche questo articolo.

Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof - Vestiti prigionieri

Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof

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Hanno sollevato molte polemiche (giustamente) le parole della ministra Roccella quando ha detto che le gite scolastiche servono per dire che l’antisemitismo è solo antifascista. A parte l’ennesimo tentativo di minimizzare i crimini del fascismo e cercare di farlo passare per quello che non è (va ricordato che il fascismo è stato una cultura di violenza, odio e morte, ispiratore del nazismo e di quello che poi è venuto dopo), e già questo basterebbe per comprendere la portata dell’intervento della ministra e di cosa ha tentato di fare, non ci si può però non soffermare sull’ignoranza di quello che è stato detto (e con ignoranza si intende in questo caso mancanza di conoscenza); inevitabilmente viene da domandarsi se la ministra sia mai stata in visita a un campo di concentramento o si sia anche solo soffermata a guardare video, foto su di essi o ad ascoltare le testimonianze di chi è sopravvissuto a quegli orrori. Sinceramente non so se questo è avvenuto (anche se da come è intervenuta qualche dubbio che questo sia avvenuto c’è), posso parlare solo per me, dato che sono stato tra quelli che, come dice la ministra, sono stato in gita scolastica (seconda superiore) in un campo di concentramento e più precisamente in quello di Natzweiler-Struthof.

Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof - Entrata

Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof - Torretta

Di gite scolastiche ne ho fatte diverse nella mia carriera da studente e il viaggio a Natzweiler-Struthof non lo definirei una gita scolastica (di solito in gita ci si diverte anche, ma in quella non è stata così: non c’era niente per cui divertirsi perché non c’era niente di divertente) ma una presa di coscienza.

Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof - Paesaggio

Come si vede dalle foto, c’era neve dappertutto (il periodo era quello di febbraio) e nevicava praticamente ogni giorno. C’era bianco ovunque: sui tetti delle case, sul terreno, sulle foreste. Anche il cielo era bianco, vuoi per le nubi, vuoi per la nebbia. Di solito pensando a paesaggi innevati si pensa a tante cose, come la bellezza del paesaggio, il poter sciare; in quei luoghi ammantati di neve non c’era nulla di tutto ciò, solo un’atmosfera cupa e deprimente.
Mi ricordo il freddo che ho provato, un freddo pungente nonostante il vestiario pesante (sotto la giacca imbottita aveva una maglia di pile e sotto una maglietta dalle maniche lunghe di lana); e se io vestito in quella maniera provavo quel freddo, che cosa dovevano aver provato le persone imprigionate lì, vestite solomente con abiti che erano poco più di pigiami (vedere foto)?

Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof - Vestiti prigionieri

Persone non solo vestite poveramente, ma anche deperite per il poco cibo che veniva dato, per i lavori che dovevano fare, minate non solo nel fisico ma anche nello spirito per essere considerati inferiori, per essere trattati come animali.
Anche se non ho fatto le foto delle foto esposte, mi ricordo fin troppo bene delle immagini di corpi smembrati, di tronchi aperti e svuotati perché dovevano essere studiati.

Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof

Quella non fu una gita scolastica, ma un contatto con una delle parti peggiori dell’umanità, la parte più spietata, crudele, violenta e piena di odio di cui fascismo e nazismo sono stati portatori. Certe persone, prima di parlare di certe cose dovrebbero documentarsi. O forse si sono documentate, ma non gli importa: gli importa solo tirare acqua al proprio mulino, chiudendo gli occhi per portare avanti un’ideologia che hanno fatto propria ma di cui non voglio ammettere quanto sia stata bieca, distruttiva e omicida.

Siamo in pieno 1984

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1984In tanti avranno sentito le parole di Trump sulla questione Ucraina: Zelensky è un dittatore, non è stato eletto, l’Ucraina non doveva iniziare il conflitto, la Russia non è l’aggressore. Per una persona con un minimo di raziocinio, che non sia di parte, queste affermazioni appaiono come quelle di una persona in totale malafede o come i deliri di uno che non ci sta molto con la testa. Oppure di uno che semplicemente sta facendo il proprio interesse infischiandosene della realtà e della verità (sarà interessante vedere come se la caverà l’attuale governo italiano guidato dalla Meloni, dato che dall’inizio del conflitto ha sostenuto Ucraina e Zelensky ma che da quando è diventuo presidente ha ampiamente sposato la politica e le scelte di Trump). I più pragmatici (o magari cinici oppure quelli che semplicemente vogliono la vita tranquilla e non vogliono sentire di certe cose) asseriranno che il modo di fare di Trump è l’unico per fare finire il conflitto, che consiste nel dare a Putin quello che voleva (ovvero sacrificare l’Ucraina); una scelta questa sbagliata per due motivi: uno, sì dà ragione alla legge del più forte e tanti saluti alla civiltà e al diritto internazionale; due, si lascia strada libera a un individuo (Putin) con continue mire espansionistiche, che vive nell’ombra del ricordo di Stalin e vuole riesumare quel dinosauro che era l’URSS.
Quello che magari non in molti si accorgeranno è che con il modo di fare di Trump siamo in pieno 1984, il romanzo di George Orwell. Non si è convinti? In 1984, per ciò che conviene al governo in un determinato momento vengono modificati e riletti i fatti, quindi se ora conviene che quello che prima era un nemico ora sia un amico, allora si cambia atteggiamento e modo di fare. Proprio come sta facendo Trump.
Ma questo di 1984 non è l’unico aspetto che rispecchia la reltà: il mondo si sta dividendo in tre grandi blocchi, Stati Uniti, Europa, Russia/Cina (anche se la Cina se ne sta un po’ più defilata), e la stessa cosa avveniva nel romanzo di Orwell, con Oceania (che comprende le Americhe, le isole dell’Oceano Atlantico (fra cui le Isole britanniche), l’Africa meridionale, l’Australasia e presumibilmente l’Antartide), l’Eurasia (che comprende l’Europa continentale e l’Asia settentrionale nonché presumibilmente la Turchia e l’Asia centrale) e l’Estasia (che comprende la Cina interna, parte della Cina esterna (aree della Mongolia, della Manciuria e del Tibet), il Giappone, l’Indocina nonché presumibilmente la Corea). (1)
In 1984 nelle città sono appesi grandi manifesti di propaganda che ritraggono il Grande Fratello, con la didascalia «Il Grande Fratello ti guarda», e gli slogan del partito: «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L’ignoranza è forza»; proprio quest’ultimo è un motto di cui Trump fa ampiamente suo, visto il contenuto delle affermazioni che fa (una che tanti hanno dimenticato è fare iniezioni di varechina alle persone per sconfiggere il virus del Covid). Il che riporta al bipensiero, l’unica forma di pensiero ammissibile in Oceania, che consiste nel rigettare la logica, perdere e all’occorrenza recuperare la memoria di determinati avvenimenti, e credere simultaneamente a due affermazioni tra loro contrarie, in modo da non cogliere contraddizioni o falle logiche presenti nella propaganda del Partito. Così recitano alcuni slogan del partito come «La menzogna diventa verità e passa alla storia» e «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato» (1).
Questo fa arrivare a un altro elemento di 1984 dove i contenuti di libri, giornali, film e documenti vengono riscritti continuamente, rimuovendo tutto quanto non sia in linea con le idee del momento del Socing. Tutti i fatti che rivelino contraddizione o fallibilità del partito vengono periodicamente e sistematicamente cancellati e sostituiti. Il bispensiero permette ai cittadini di non notare la continua riscrittura della storia. In questo modo, per esempio, se si ribaltano i fronti e l’Eurasia diventa improvvisamente alleata dell’Oceania dopo essere stata in guerra con essa fino a un momento prima, tutta la popolazione dovrà comportarsi come se l’Eurasia fosse sempre stata alleata dell’Oceania e non vi fosse mai stata inimicizia tra i due Stati. Tutto viene descritto come una vittoria o un miglioramento: ad esempio, una riduzione di derrate alimentari viene riportata nei documenti come un aumento (1). E c’è da dire che non solo Russia e Stati Uniti fanno questo, ma lo fa per esempio anche l’Italia, dove il governo Meloni non fa che elencare e osannare i suoi successi, anche quando i successi non ci sono.
Si arriva così alla neolingua, un nuovo linguaggio in cui sono ammessi solo termini con un significato preciso e privo di possibili sfumature eterodosse, in modo che riducendone il significato ai concetti più elementari si renda impossibile concepire un pensiero critico individuale. Con la creazione della neolingua il partito censura quindi l’utilizzo di molte parole, convogliando tutti i termini ad esso sgraditi (ad esempio “democrazia”) nella parola “psicoreato” (thoughtcrime in lingua inglese, crimethink in neolingua): in questo modo diventa impossibile formulare e a lungo andare anche solo pensare a un argomento proibito, in quanto i concetti contrari all’operato del Partito diventano inesprimibili. La stessa parola “psicoreato” va ben oltre il divieto di esprimersi e si spinge appunto a vietare anche solo di concepire pensieri o provare emozioni non in linea con il Socing e il bispensiero (1). Il fine del Partito è di dare non solo un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Si riteneva che, una volta che la neolingua fosse stata adottata in tutto e per tutto, ogni pensiero eretico (vale a dire ogni pensiero che si discostasse dai principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Il lessico della neolingua era articolato in modo da fornire un’espressione precisa e spesso molto sottile per ogni significato che un membro del Partito volesse correttamente esprimere, escludendo al tempo stesso ogni altro significato, compresa la possibilità di giungervi in maniera indiretta. Ciò era garantito in parte dalla creazione di nuovi vocaboli, ma soprattutto dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi e, possibilmente, di tutti i significati secondari nelle parole superstiti. Tanto per fare un esempio, in neolingua esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo “Questo cane è libero da pulci”; o “Questo campo è libero da erbacce”. Non poteva invece essere usata nell’antico significato di “politicamente libero” o “intellettualmente libero”, dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più neanche come concetto e mancava pertanto una parola che la definisse. A prescindere dall’eliminazione di vocaboli decisamente eretici, la contrazione del lessico era vista come un qualcosa di fine a se stesso, e non era permessa l’esistenza di una parola che fosse possibile eliminare. La neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle, e un simile scopo veniva indirettamente raggiunto riducendo al minimo le possibilità di scelta (2).
Purtroppo, quello che sta accadendo non è qualcosa di recente, ma è un meccanismo che si è già messo in moto da anni; riporto un pezzo di un articolo che avevo scritto undici anni fa.
Che 1984 di George Orwell abbia molto da insegnare è fuori discussione. Nell’articolo precedente si è visto come attraverso la tecnologia l’individuo che vive nella società attuale non sia libero, ma continuamente studiato, monitorato, la sua sfera privata invasa. Già di per sé questa situazione è allarmante, ma ugualmente preoccupante è il fatto come la memoria sia labile, ci si dimentichi di quanto è stato, come se nulla fosse successo e quelli che un tempo erano nemici e rivali ora siano alleati. Come si sa, questo è il gioco della politica, attuato da chi è al potere per cercare il maggior numero di consensi e appoggi e consolidare la propria posizione, ma a tutto c’è un limite: un contesto assurdo se si pensa per esempio a quello italiano dove la sinistra, la destra e il centro non si differenziano più, non hanno più idee proprie, ma s’incrociano per fare alleanze traballanti ed equivoche pur restare al potere (si veda quanto ha fatto Renzi, che è andato a fare un accordo con Berlusconi, facendo rientrare dalla finestra chi è stato condannato per i suoi reati e che invece non dovrebbe più avere a che fare con il mondo politico).
In tutto questo è allarmante come la popolazione lasci fare, si adatti, si sottometta rassegnata a poteri che volendo potrebbe annullare: ci si dimentica che le persone che sono al potere sono state votate dalla popolazione e che come sono state messe in certi ruoli possono essere anche tolte. Ma l’appiattimento di pensiero impedisce il cercare di cambiare la situazione, in modo molto simile a quello che succede in 1984 dove l’unica forma di pensiero ammissibile è il Bipensiero, con i suoi famosi slogan “la menzogna diventa verità e passa alla storia”, “chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”: non è un caso che ci sia stato negli anni passati il tentativo dei governi di destra di revisionare e riscrivere i testi di storia, stravolgendone la realtà con menzogne atte a tirar acqua al proprio mulino e a modificare la realtà a proprio favore. Proprio come fatto in 1984 dove i testi vengono riscritti continuamente espellendo tutto quanto non sia in linea con le idee del momento del Socing: tutti i fatti che rivelino contraddizione o fallibilità del partito vengono periodicamente e sistematicamente cancellati e sostituiti, la storia non esiste più, se non per dare ragione al Partito (stessa cosa avviene in un’altra opera di Orwell, La fattoria degli animali, dove i comandamenti sulla parete del granaio cambiano in base al pensiero di chi le crea e tutti li accettano a causa della propria ignoranza e passività).
Va preso in considerazione anche l’appiattimento del linguaggio realizzato attraverso le trasmissioni televisive che culturalmente e intellettualmente sono sempre andate al ribasso, trattando temi sempre più poveri e superficiali; stessa cosa è accaduta con le produzioni di quotidiani, riviste e libri, dove in prevalenza le tematiche girano attorno a pettegolezzi, cotte, avventure amorose e sesso (libri di successo come quelle legati alle serie di Twilight e alle varie Sfumature ne sono la dimostrazione). Non è un caso che con un’ignoranza così dilagante chi è al potere si rafforzi sempre più, perché non si hanno i mezzi per ribellarsi al sistema: davvero, come inneggia il Grande Fratello, “l’ignoranza è forza”, perché permette di controllare una popolazione intera. Con l’impoverimento del linguaggio, dove non si hanno più tante sfumature dovute alle conoscenze di un gran numero di parole risulta difficile concepire un pensiero critico individuale.
Se poi si pensa alle attuali produzioni in campo letterario e musicale realizzate in Italia che sono tutte dello stesso stampo, non ci si meraviglia di trovare somiglianze con quello che veniva realizzato nel romanzo di Orwell, dove produrre letteratura, ossia la scrittura a mano, è stata di fatto abolita: poesie, canzoni e romanzi vengono realizzati automaticamente da complessi macchinari elettromeccanici detti versificatori, in base a schemi predefiniti.
Forse Orwell in 1984 aveva visto più avanti di quanto si voglia ammettere (non ci si dimentichi poi che in 1984 la  possibilità di produrre letteratura dettata dai propri pensieri, ossia la scrittura a mano, è stata abolita: poesie, canzoni e romanzi vengono realizzati automaticamente da complessi macchinari elettromeccanici detti versificatori, in base a schemi predefiniti (1); non si può non pensare all’intelligenza artificiale e a farle scrivere testi di ogni genere).

 

1- https://it.wikipedia.org/wiki/1984_(romanzo)
2- 1984. George Orwell. Oscar Mondadori 2011. Pag.307-308

Incapacità di amare

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La riflessione è partita dopo aver visto questo video (e averlo commentato), anche se già in altre occasioni avevo discusso della cosa. Partiamo subito da una premessa: l’incapacità di amare o di prendersi responsabilità nel creare un rapporto stabile con un’altra persona non penso dipenda solamente dalle mancanze dei giovani. Anzi, penso che la questione non riguardi solamente loro, ma che ormai sia una faccenda inerente l’intera società; è complesso trattare in breve la situazione, tuttavia ci sono degli elementi che possono aiutare a comprenderla un poco di più.
Sicuramente le esperienze personali possono influire nel non volersi impegnare in relazioni serie: la paura di soffrire, l’andare incontro a una nuova delusione, possono frenare o addirittura bloccare una persona, facendola arrivare a pensare che l’amore non esiste oppure non è qualcosa riservata a lei. Questo però non può riguardare la totalità dei casi: non tutti possono avere avuto esperienze così negative da far perdere fiducia negli altri e nei rapporti di coppia. Non si può però non notare che ci sono sempre più casi in cui non ci si vuole impegnare e questo può dipendere dall’assenza di responsabilità, di volersi prendere degli impegni. Un’assenza dovuta a un’educazione e una cultura mancanti; in tutto ciò, rispetto a generazioni passate, i media hanno avuto una forte influenza e un forte condizionamento sulle persone, dando modelli e messaggi non proprio edificanti ed educativi: film, serie tv, social, reality ma anche un certo tipo di politici che hanno fatto passare il disimpegno, la mancanza di valori, l’oggettivazione della persona, l’apparire e il fare quello che si vuole se si hanno soldi e potere come modelli di vita da seguire e attuare. Per molto tempo si è sottovalutato il potere del condizionamento che hanno avuto e hanno i media e adesso si sta cominciando a capire quanto dannoso possa essere stato.
Il condizionamento dei comportamenti però non è sufficiente per spiegare questo non volersi impegnare in relazioni serie dei giovani (e non solo loro): sempre certi politici, facendo leggi a proprio favore, hanno rovinato il mondo del lavoro, rendendolo sempre più precario, il che ha portato a una maggiore incertezza per il futuro, quando non si parla di mancanza di futuro: private di prospettive, le persone non fanno progetti a lunga scadenza, ma si concentrano sulla sopravvivenza e sul presente, vivendo il momento in cui sono e cercando di trarne le maggiori soddisfazioni permesse. Brutto da dire, ma senza basi solide, ovvero senza soldi, diventa molto difficile poter progettare qualcosa e questo include anche relazioni stabili che portano al formare una famiglia. I problemi ci sono sempre stati, solamente che in passato si avevano meno difficoltà anche se le cose non erano facili: al giorno d’oggi diventa difficile pensare che una famiglia possa essere mantenuta solo da una persona avente come impiego quello di operaio o impiegato. Pagare affitto o mutuo, bollette, assicurazioni, è difficile, ancora di più se non si ha un lavoro stabile; e le difficoltà aumentano se si pensa di avere un figlio, che ha costi non da poco: vestiario, alimentazione, scuole, sempre che non sopraggiungano spese mediche. Tutto questo porta i giovani (ma non solo loro) a pensarci bene prima di fare certi passi. Si parla d’incapacità d’amare, e si può dire che in parte è anche così per via di un’educazione che ha saputo dare cose materiali ma non valori (soprattutto non ha saputo dare valore alla vita), ma si deve anche parlare di paura per un futuro che non dà rassicurazioni e certezze. Forse non ce ne sono state in nessun tempo, ma questo, ancor più di altri, non sembra dare prospettive e senza di esse non ci si muove o ci si impegna.
C’è infine un altro fattore da tenere presente: anche se connessi alla rete, anche se si è social, si deve fare i conti con una solitudine dilagante, e non importa se si è sempre in mezzo alla gente, se si hanno contatti con tante persone, perché manca la comunicazione (e con comunicazione non si tratta di parlare del più e del meno, di chattare, ma qualcosa di più serio, profondo, strutturato). Potrà sembrare essere poco pertinente al discorso che si sta facendo, ma trovo interessante il discorso che fa Igor Sibaldi tra il minuto 29 e 55 e il minuto 36 e 48: qui si parla di liberalizzazione sessuale, ma è importante il discorso che viene fatto al riguardo, perché tale elemento, secondo quanto riporta Igor (ma non è il solo a dirlo), ha portato ad allontanare le persone da legami stabili (amori ma anche amicizie), a essere sempre più sole e pertanto a essere più sotto il potere e il controllo di grossi enti come a esempio lo stato. Senza contare i danni che la pornografia ha fatto sui giovani (ma di nuovo, non solo a loro) a più livelli.
In conclusione, dire che è solo colpa dei giovani se non sono capaci di amare e d’impegnarsi, non solo non è giusto, ma è limitativo; certo, anche loro hanno di che guardarsi e analizzarsi (il dire “tutto il futuro dipende dai giovani”, “i giovani sono la nostra unica sepranza per il futuro” e altre frasi simili oltre a essere una presa in giro (il futuro dipende da tutti, non solo da alcuni) sono un modo per sfruttare i giovani e nient’altro), ma una responsabilità per niente ignorabile va alla società e al sistema vigente perché non premia l’impegno: se una persona fa sacrifici, spende tempo ed energie per raggiungere traguardi, è giusto che venga ricompensata, che ottenga ciò per cui si è impegnata. Se questo non avviene, se gli sforzi non sono ripagati, se si fa tanto per ottenere poco o nulla, è logico che alla lunga le persone smettono di darsi da fare. Chi dà il massimo di sè per un lavoro sottopagato e della durata di poche settimane, sapendo che il suo contratto non verrà rinnovato? Chi s’impegnerà a ottenere conoscenze e professionalità sapendo che tanto non otterrà mai dei buoni posti di lavoro perché essi sono riservati a raccomandati? Dinanzi a ciò, senza prospettive salde per il futuro, è logico che in pochi si arrischieranno a cercare di creare qualcosa che duri nel tempo, badando per lo più a cercare di sbarcare il lunario e a navigare a vista e a sopravvivere; con simili basi è logico che le relazioni personali sono le prime a risentirne. E a queste cose dovrebbe pensare in primis chi ha voluto questo sistema e chi avrebbe dovuto educare i giovani e invece non l’ha fatto.

Azioni di governo

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Un fatto riguardante il ministro Sangiuliano ricora una scena del film Fuga per la vittoriaAlle volte si vorrebbe scrivere altro, ma ci sono cose che vanno mostrate e di cui occorre parlare. Tante sono le polemiche nei confronti del governo e le reti televisive pubbliche, per molti divenute fonte di propaganda del governo, al punto da soprannominarle Tele Meloni; tutto questo non è certo nuovo, dato che una cosa simile accadeva già al tempo dei governi Berlusconi. Tuttavia, succede che certi fatti sono così grotteschi da non meravigliarsi se ci sono contestazioni. Ormai delle uscite infelici di Lollobrigida e Sangiuliano si è perso il conto (tra quelle del ministro della cultura vanno annoverate quella di essere giudice del premio Strega e il suo non aver letto “approfonditamente” (aggiunta dove aver fatto intendere di non aver letto i libri) i testi in concorso, di aver asserito che Dante era fondatore del pensiero di destra e che Colombo si era ispirato a Galileo Galilei (nato decine d’anni dopo la scoperta dell’America) per i suoi viaggi), però l’ultimo fatto avvenuto è sia grave sia ridicolo: Sangiuliano va al Taobuk e viene fischiato. Ma i fischi nel video trasmesso dalla Rai sono spariti e al suo posto ci sono applausi. La Rai interviene per dire che non è stata lei (responsabilità appartente, secondo la Rai, agli organizzatori di Taobuk). Questa cosa, oltre a falsare gli eventi, può che essere presa come propaganda per il ministro e il governo; ricorda un vecchio film, Fuga per la vittoria, dove, durante la partita tra nazisti e Alleati, il commentatore nazista metteva applausi finti per far credere che il pubblico incitasse il bel gioco della squadra tedesca, quando invece il pubblico se ne stava in silenzio.
Quello che fa sorridere, ma è un sorriso amaro, è che solo un giorno prima Salvini aveva parlato di ditttura delle minoranza: secondo il ministro, “C’è la minoranza che spesso e volentieri si comporta da maggioranza, pretendendo di imporre alla maggioranza politica e culturale del paese il suo modo di vivere e ragionare. Semmai quindi qua c’è il problema della dittatura delle minoranze, non il contrario”. Il suo intervento è nato in risposta alle parole di Mattarella: “Non trasformare il diritto della maggioranza a governare in un assolutismo della maggioranza; bisogna rimanere coscienti dei propri limiti nell’esercizio del potere: il “dovere di governare” non può mai significare una restrizione dei diritti da parte della maggioranza nei confronti della minoranza.”
E visto che per qualcuno le minoranze sono un problema, ci si domanda se, sempre per quel qualcuno, la soluzione sia come quella del film It – Capitolo 2, dove un omosessuale viene pestato a sangue e poi buttato da un ponte.

Una possibilità neanche tanto immaginaria, dato che in parlamento, forze della maggioranza hanno aggredito in branco il deputato Donno, prendendolo a calci e pugni (un fatto che ha ricordato lo squadrismo); un’aggressione che poi semplicemente è stata fatta passare dalle forze di governo come disordini.
Quale sia la direzione presa da questo governo italiano è chiaro; occorre vedere se la maggioranza delle persone che lo hanno votato capisca l’errore che ha commesso.

Foibe

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Foiba di Pisino, una delle tante foibe esistenti.In una recente dichiarazione, la premier Meloni asserisce di aver spezzato la congiura del silenzio sulle foibe, che per decenni ha ignorato le vicende del confine orientale italiano. Sarebbe stato meglio precisare chi ha voluto passare sotto silenzio il fatto, perché di tale eccidio se n’è parlato, lo si insegna a scuola. O si è trattato di un qualcosa per enfatizzare la presenza all’evento oppure si sta cercando di far passare le cose per quelle che non sono. Si vuole rivisitare in qualche modo la storia per tirare acqua al proprio mulino, cosa che non accadrebbe per la prima volta, visto che da tempo la destra sta cercando di effettuare modifiche sui libri in questo senso.
Proprio per questo modo di fare, occorre sottolineare come le dichiarazioni fatte non corrispondono a realtà, che la storia è diversa; adesso si vuole far credere che gli italiani e i fascisti uccisi nelle foibe furono tutti vittime e martiri. Per alcuni di loro fu effittivamente così, ma per avere il quadro reale occorre conoscere tutto il contesto e come andarono le cose.
Quello che successe al confine orientale italiano si può dire che è lo stesso di quanto è successo e sta succedendo tra israeliani e palestinesi: per anni gli israeliani hanno commessi sopruso e ingiustizie ai danni dei palestinesi e a un certo punto questi ultimi li hanno ripagati con la stessa moneta. Discorso molto riduttivo e magari superficiale perché non prende in considerazione tutti i dettagli, visto che la situazione è molto più complessa di quanto mostrato da un riassunto di poche righe, ma serve per fare da preambolo all’analisi che si vedrà a seguire. Sottolineatura importante prima di andare avanti: non ci sono innocenti, sono tutti colpevoli, tranne i bambini che pagano per le colpe degli adulti.
L’occupazione italiana dell’allora Iugoslavia durante la seconda guerra mondiale scatenò le forze di opposizione; in tale area la lotta dei fascisti contro i partigiani fu durissima, con spietate ritorsioni nei confronti di civili sloveni, tra i quali villaggi incendiati ed esecuzioni sommarie. I vescovi di città come Trieste, Gorizia e Fiume denunciarono le violenze e le torture fasciste. A fronte di ciò, i partigiani iugoslavi risposero con rapresaglie, uccisioni di massa di fascisti e sospetti fascisti, ma anche gente comune, epurazioni e vendette private; i morti furono poi gettati nelle tristemente famose foibe.
Con la vittoria degli Alleati ci fu l’esodo verso l’Italia di famiglie compromesse con nazisti e fascisti.
Ora si vogliono far passare quegli italiani come vittime innocenti, ma ci si dimentica di quello che era stato fatto prima alle persone dei paesi occupati. Non ci si deve meravigliare di certe reazioni. Non si sta dicendo che erano giuste: è stato tutto sbagliato, da una parte e dall’altra. Questa è la guerra e in essa non c’è nulla di giusto.
Questa è una breve analisi di come sono andate le cose. Tuttavia, se si vuole approfondire, riporto il capitolo del libro di storia sul quale ho studiato alle superiori, a dimostrazione che i fatti avvenuti alle foibe non sono stati taciuti. (Non so se posso riportare un pezzo così ampio di un testo altrui, nel caso, se ci fosse un reclamo in merito, lo rimuoverò. Tuttavia, ritengo necessaria la scelta di pubblicare tale testo per dimostrare l’erronità di certe affermazioni e che idea distorta possa dare di come andarono le cose).

II confine orientale d’Italia: territorio conteso fra «snazionalizzazione» e violenza
da F. Molinari, Istria contesa, Mursia, Milano, 1996

Territorio tormentato, crocevia di due mondi, l’italiano e lo slavo, percorso da eserciti e lacerato da contrapposizioni nazionali, il confine orientale d’Italia era stato ridisegnato dopo la prima guerra mondiale: dalle ceneri dell’impero asburgico la penisola d’Istria era passata all’Italia (cap. II, par. 14) insieme a Trieste, col suo retroterra, e a parte della Dalmazia; ma queste zone, connotate, specie nelle campagne, da una forte presenza di Slavi, con l’annessione alla nazione italiana avevano dovuto pagare al regime fascista il tributo della «snazionalizzazione» forzata dell’elemento slavo. La politica fascista dell’assimilazione era passata attraverso la forte emarginazione degli Slavi, l’italianizzazione dei cognomi, l’obbligo di usare nei luoghi pubblici esclusivamente la lingua italiana, l’«italianizzazione dei territori occupati dai gruppi allogeni». Il movimento irredentistico filoiugoslavo era cosí venuto a legarsi, tra le due guerre, alle attività antifasciste clandestine, con tentativi di resistenza ai quali il fascismo rispose con estrema durezza, istituendo tribunali speciali che comminarono decine di condanne a morte, migliaia di anni di carcere e di «confino».
L’occupazione italiana della Iugoslavia, durante la seconda guerra mondiale, innescò l’immediata reazione di tutte le forze di opposizione che si trovarono naturalmente connesse ai gruppi antifascisti dell’Istria e di Trieste: in queste zone la lotta dei fascisti contro le organizzazioni partigiane divenne durissima; fra le spietate ritorsioni nei confronti dei civili sloveni non mancarono incendi di villaggi ed esecuzioni sommarie. I vescovi di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume intervennero denunciando le torture e le violenze fasciste e si rivolsero a Mussolini: «sia impedito che si brucino case e villaggi; non siano uccise persone. Si dimostri che solo chi delinque viene colpito con severa giustizia».
Dopo l’8 settembre la zona fu contesa dai nazisti dagli Ustasa, dai partigiani di Tito: mentre Trieste, Gorizia, Pola e Fiume furono controllate dai Tedeschi, l’Istria fu occupata dai partigiani iugoslavi o filoiugoslavi. Per quaranta giorni, fra il settembre e l’ottobre 1943, i partigiani si abbandonarono a rappresaglie, uccisioni in massa di fascisti, «sospetti fascisti» e gente comune, epurazioni e vendette private, episodi di giustizia sommaria. Molti civili furono uccisi e i loro corpi gettati nelle foibe (profonde cavità scavate dall’acqua nel sottosuolo carsico); queste stragi provarono duramente il gruppo etnico italiano.
La riconquista tedesca dell’Istria, avvenuta nell’ottobre 1943, dopo il crollo italiano, apri una nuova va fase di soprusi e di repressione. La frontiera orientale, tutta in mano nazista, ribattezzata Litorale
Adriatico, venne considerata territorio del Reich: la risiera di San Sabba, a Trieste, venne trasformata in campo di sterminio per Ebrei e partigiani italiani, sloveni e croati. La violenza nazista raggiunse nel 1944 il parossismo, mentre fra i partigiani italiani e filoiugoslavi il problema dell’appartenenza nazionale nale veniva rimandato a guerra finita. Con il delinearsi della vittoria degli Alleati ebbe luogo il primo esodo verso l’Italia di famiglie compromesse con nazisti e fascisti: era l’«esodo nero» dei primi mesi del 1945, mentre si profilava, con l’ingresso delle armate iugoslave, la drammatica realtà descritta nella pagina qui riportata.
La vicenda dolorosa di queste terre di confine non vedrà rapidamente la fine; neppure il Trattato di
Parigi (par. 5), che sancí il passaggio dell’Istria e delle isole dalmate alla Iugoslavia, portò la pace: segnò soltanto l’inizio nelle zone ex italiane di una nuova «pulizia etnica», seguita dall’esodo verso l’Italia di circa 300.000 Istriani e Dalmati, «vittime di turno» dei contrapposti nazionalismi.

Nella notte fra il 30 aprile e il 1° maggio 1945, formazioni del IX Korpus partigiano iu­goslavo scendono in città a Trieste e a Fiume, occupano l’Istria e penetrano a Gorizia. «Con le truppe che hanno raggiunto Trieste non ci sono reparti italiani. Delle tre formazioni garibaldine, inserite organicamente nell’esercito partigiano iugoslavo, la prima e la terza concorrono alle operazioni di liberazione di Lubiana, che cadrà 1’11 maggio […] Il dirottamento mento dei partigiani italiani aveva un significato politico che fu ritenuto dagli stessi comandi partigiani italiani contrastante con lo spirito degli accordi del 1944 tra i due movimenti di Resistenza».
La strategia di Tito è di occupare la Venezia Giulia fino all’Isonzo, secondo la politica del fatto compiuto, in sintonia con le aspirazioni annessionistiche di Croati e Sloveni. Secondo questo piano, la prima preoccupazione dei comandi iugoslavi è quella di togliere dalla scena i partigiani italiani, cui viene dato l’ordine di sciogliersi o di sostituire il bracciale del CLN con quello iugoslavo che reca la stella rossa. A Trieste si verificano anche sporadiche sparatorie tra gruppi italiani e reparti del IX Korpus, finché i dirigenti del CLN, avendo coscienza delle conseguenze che l’impari confronto avrebbe comportato, anche sul piano politico, invitano i propri uomini a ritirarsi in attesa degli eventi.
Il 2 maggio arrivano a Trieste i reparti corazzati neozelandesi agli ordini del generale Freyberg i cui ufficiali, assieme a quelli iugoslavi, trattano la resa dei Tedeschi asserragliaà nel castello di San Giusto. Trieste resta, tuttavia, in mano alle truppe di Títo, che invitano il generale Freyberg ad entrare in città in veste di «ospite». Il contenzioso tra Tito e gli Alleati sull’occupazione militare della Venezia Giulia resta comunque aperto: per Trieste, Gorizia, Fiume, Pola e tutta l’Istria inizia una nuova stagione di violenza e di incertezze, caratterizzata dalla fase píú confusa del confronto per il possesso del territorio, mentre si acuiscono le contrapposizioni nazionali.
Gli uomini della IV armata iugoslava che si impossessano della Venezia Giulia recano evidenti i segni della lunga lotta sostenuta contro i Tedeschi: divise di varie fogge, spesso sporche, trasandate; armi di tutti i tipi, sottratte al nemico; berretti con la stella rossa che denunciano le varie zone di provenienza, le diverse etnie. Sono combattenti che hanno conosciuto i disagi, le sofferenze della lotta partigiana, nei boschi e in rifugi di fortuna, con poco cibo, scarsi sostegni logistici, inadeguata o del tutto inesistente assistenza medica […]. Ostentano mitra e cannoni con la fierezza di chi ha battuto un nemico piú forte, odiato e temuto. La disciplina militare è ferrea: gli ordini arrìvano direttamente da Belgrado. Gli ufficiali suggeriscono distacco e fredda cortesia verso la popolazione italiana.
Accanto ai reparti regolari figurano combattenti delle formazioni partigiane slovene e croate della zona, che fraternizzano con quella parte della popolazione che è in festa per la fine della guerra e la caduta del nazifascismo: bandiere iugoslave còn la stella rossa e bandiere rosse ai balconi degli edifici pubblici e dì molte case, e nelle strade, specie nei paesi dell’Istria, i ritmi che scandiscono il «kolo», il ballo in gìrotondo della tradizione contadina balcanica. E aperta la caccia ai soldati tedeschi e ai «repubblichini» che si nascondono, ma anche a carabinieri, guardie di finanza, poliziotti, appartenenti alla guardia civica, e soprattutto a quanti sono stati inserítí negli elenchi dei «fascisà» dai commissari politici delle formazioni clandestine, sulla base di indicazioni dei loro collaboratori nelle varie città e nei paesi. Si consumano anche vendette personali e si registrano veri e propri atti di delinquenza comune per appropriarsi dei beni delle persone che vengono arrestate. Ovunque, a Trieste, Fiume, Pola, in tutta l’Istria, si ripete il fenomeno degli infoibamenti. «Le violenze perpetrate dai comandi della Difesa Popolare, da ufficiali di polizia segreta, da “commissari” e da improvvisati tríbunali partigiani […], provocano severi giudizi e negative reazioni in gran parte della cittadinanza, e anche sconcerto fra chi inizialmente simpatizzava per la causa iugoslava».
Il nuovo regime sembra agire a due livellì. Le autorità militari hanno il mandato di ristabilire là legalità dopo le tumultuose giornate ínsurrezionali. Tendono ad assumere il carattere di esercito «regolare» di Stato, e a presentarsi agli Alleati con il volto ufficiale delle operazioni militari di occupazione, secondo le convenzioni înternazionali. Ma accanto all’ésercito entrano subito in funzione anche gli uomini dell’OZNA, la polizia segreta, che rispondono direttamente solo alle loro centrali di Belgrado, Zagabria e Lubiana. È 1’OZNA che effettua la maggior parte degli arresti ed esegue sentenze capitali con processi, quando si celebrano, soltanto sommari. […]
In questa fase torna in Istría l’incubo delle foibe già conosciuto nel 1943: vengono deportate 850 persone, delle quali 670 finiscono nelle cavità carsiche. «Un rapporto segreto stilato ìl 3 agosto 1945 dai servizi informativi del tredicesimo Corpo alleato e inviato al quartier generale delle forze alleate, sulla base di una serie di dati raccolti tramite la Croce Rossa e di denunce individuali, faceva ammontare a 31503650 il numero delle persone sicuramente arrestate e deportate da Gorizia, Trieste, Pola e Monfalcone. Sempre secondo questo rapporto, dei 3-4000 arrestati a Gorizia, 1500 erano stati rilasciati a metà del mese di giugno. Solo a Trieste risultavano arrestate, dal 1° maggio al 12 giugno, 17.000 persone, delle quali 8000 successivamente rilasciate, altre 6000 risultavano internate e ben 3000 uccise».
[…] Illustri antifascisti italiani scrìvono al governo italiano citando «arresti in massa di fascisti, ma anche di patrioti italiani che con il fascísmo non hanno nulla a che fare» […]. Le stesse autorità iugoslave devono intervenire per fermare alcuni eccessi. Il caso piú emblematico è quello della cosiddetta «squadra volante» di Trieste, composta da un gruppo di individuì autonominatisi «guardie del popolo». La «squadra volante» effettua perquisizioni, arresti, sequestra beni, esegue condanne a morte anche in massa [..,]. In genere le autorità iugoslave lasciano fare, ed anche gli Alleati, che dispongono di osservatori nelle principali città, si limitano a prendere nota di quanto avviene segnalandolo ai rispettivi comandi.
Non sono tuttavia le notizie di arresti e massacri a muovere gli Alleati, che iniziano un braccio di ferro con Tito per far ritirare il IX Korpus da Trieste, Gorizia e Pola. Il feldmaresciallo Alexander2 aveva già illustrato in precedenza allo stato maggiore iugoslavo la necessità, per gli Alleati, di avere il controllo dei due porti e dell’area di comunicazione con il confine austriaco «per mantenere le truppe di occupazione nell’Italia nord-orientale e in Austria». Tito dichiara di comprendere le necessità «logistiche» dell’esercito alleato, ma contrappone le sue ragioni di ordine politico; egli considera necessaria «la riconquista della Venezia Giulia ingiustamente annessa all’Italia con il trattato di pace dopo la prima guerra mondiale».
Negli Americani […] si fa strada la convinzione della necessità di far ripiegare le truppe iugoslave «anche a rischio di uno scontro armato». A metà maggio il capo di stato maggiore di Alexander si reca a Belgrado e tratta con i vertici iugoslavi la divisione della Venezia Giulia in due zone di occupazione, definite zona A e zona B, la prima affidata alla giurisdizione delle truppe alleate, la seconda a quella dell’Armata di liberazione iugoslava. La soluzione viene definita provvisoria «perché il destino di questa parte di mondo è affidato al tavolo della pace» (Churchill). La zona A comprende Trieste, Gorizia, la fascia confinaria orientale fino a Tarvisio, oltrè all’enclave di Pola; gli Alleati intendono inoltre disporre di «ancoraggi lungo la costa occidentale istriana». La zona B abbraccia Fiume, le isole settentrionali del Quarnaro e tutta l’Istria. Su questa proposta, che smembra la Venezia Giulia secondo quella che viene definita la «linea Morgan», le discussioni, anche aspre, continuano per una ventina di giorni, durante i quali gli Alleati mostrano i muscoli, ammassando truppe nel vicino Veneto e sorvolando l’intero territorio in discussione con incursioni di aerei da caccia e da bombardamento.
Il 9 giugno a Belgrado si tiene un non cordiale incontro fra Tito ed Alexander. Viene siglato un documento in sette punti che accettano consensualmente la «linea Morgan»: si definisce il carattere temporaneo delle rispettive occupazioni militari, si limita a duemila il numero dei soldati iugoslavi «di qualsiasi grado» destinati ad occupare la zona B. L’accordo prevede anche che il governo iugoslavo «dovrà restituire le persone residenti nella zona che esso ha arrestato o deportato, ad eccezione delle persone che avevano nazionalità iugoslava prima del 1939, e riconsegnare le proprietà confiscate o trasferite».
Il 12 giugno l’Armata iugoslava lascia Gorizia, Trieste e Pola e si prepara a sgomberare anche le cittadine costiere istriane. La popolazione italiana celebra la fine di un incubo; nelle tre città si improvvisano grandi manifestazioni nelle piazze, riappare il tricolore. […] In un colloquio al castello di Duino, presso Trieste, i plenipotenziari statunitense e iugoslavo convengono che gli «approdi istriani» non sono essenziali alla logistica degli Alleati, che rinunciano quindi ad occuparli e si riservano di farlo solo in caso di «inadempienze» iugoslave. Le inadempienze si verificano. Gli Iugoslavi restituiscono solo una parte dei prigionieri (piú della metà, soprattutto guardie di finanza e carabinieri, moriranno di stenti nei campi di concentramento), e l’Istria resta presidiata da oltre diecimila armati di Tito. Ma gli Alleati hanno altro a cui pensare, e da quel 12 di giugno la «soluzione provvisoria» si trasforma di fàtto in definitiva. Dopo ventisette anni di appartenenza allo Stato italiano l’Istria passerà sotto la sovranità iugoslava, al di là della «cortina di ferro». (1)

1. Storia e storiografia. Il Novecento: dall’età giolittiana ai nostri giorni 3. Terzo tomo. Nuovissima edizione. Casa editrice G. D’Anna Messina- Firenze. Antonio Desideri, Mario Themelly, con la collaborazione di Antonio Pantanelli e Margherita Platania. Pag. 1074, 1075, 1076. Gennaio 1997.

Contraddizioni 2

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Crozza parla di un mondo pieno di contraddizioniViviamo sempre più in un mondo di contraddizioni, dove i comici sono le persone più serie che mostrano la realtà e i politici diventano sempre più barzellette di se stessi e del ruolo che ricoprono, al punto che si pensa che forse sarebbe meglio che le due parti si scambiassero di posto.
Se non fosse tragico, farebbe sorridere che chi ha appoggiato il fascismo, responsabile di milioni di morti assieme al nazismo nella Seconda Guerra Mondiale (forse anche di più, dato che è stato il primo a ispirare il secondo e a causare quello che è stato; ora, non esiste la controprova che senza il fascismo non ci sarebbe stato il nazismo, ma i fatti mostrano ciò e dobbiamo fare i conti con esso, anche se molti hanno fatto e fanno finta di non vedere), per rifarsi la faccia asserisce di stare dalla parte degli ebrei, quando nel conflitto tra Israele e Palestina in questo caso ci sarebbe da condannare entrambi, dove da salvare ci sono solo le popolazioni che come sempre ci si rimettono sempre.
Non si fa che parlare della piaga dell’alcol tra i giovani, di come tanti di essi perdano la vita in incidenti stradali o ammazzano altre persone perché ubriachi, e poi c’è un ministro (Lollobrigida) che vuole che si aumenti il consumo dell’alcol legandolo agli eventi sportivi.
Ora si criticano tanto i calciatori perché c‘è lo scandalo scommesse, ma poi ci si dimentica come si è bombardato con la pubblicità su giocare online e fare scommesse (quello che fa sorridere è che dopo aver fatto l’illecito, si vuol far diventtare i calciatori colpevoli del fatto testimonial contro il gioco, per aiutare gli altri, perché così facendo “salveranno migliaia di vite”, stando ad alcune dichiarazioni di procuratori: in breve tempo li si fa passare da incriminati a eroi o martiri. La gente non è stata già presa in giro abbastanza?)
In un mondo dove le violenze sulle donne si fanno sempre più serrate, dove vengono ammazzate per i motivi più stupidi (Italia) o più fanatici (Iran), c’è ancora chi se ne salta fuori con discorsi del piffero (Gianbruno) sulle brutalità che subiscono.
Contraddizioni ovunque e si fa fatica, come dice Crozza (il video postao merita davvero di essere visto), a capirci qualcosa in tutta una confusione sempre più generalizzata, salvo che l’odio sta prendendo il sopravvento e sta aumentando a dismisura (basta vedere solo nel piccolo, dove i social, la rete, diventano un mezzo per scatenarsi nel modo peggiore).
Contraddizioni. Contraddizioni. Contraddizioni.

Festa della Liberazione

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Il 25 aprile è la festa della Liberazione. Liberazione dell’Italia dal nazifascismo: la fine dell’occupazione nazista e la caduta del regime fascista. La Liberazione chiuse il capitolo del ventennio della dittatura fascista e quello di cinque anni di guerra che tanto danno e sofferenza hanno portato all’Italia.
Non è la festa della libertà, anche se può sembrare la stessa cosa.
Non è neanche la festa di tutti gli italiani, ma è la festa di chi ha lottato contro i regimi, combattendo per ciò che è giusto, ribellandosi contro regimi oppressivi che tanto male hanno portato.
Queste affermazioni, per qualcuno, possono sembrare un modo per dividere, ma sono una precisazione necessaria, perché c’è una destra, composta anche da quella parte contro cui si è combattuto, che cerca di cambiare i fatti, di riscrivere la storia. Ma così non è e bisogna ricordare di chiamare le cose con il loro vero nome: il 25 aprile è la festa della Liberazione. La festa di chi è insorto contro i regimi fascisti e nazisti e ha combattuto per rovesciarli dal potere (ed è fuori luogo e non è accettabile che in manifestazioni di questo giorni ci siano rappresentanze degli eserciti fascisti e nazisti).
Questo è il 25 aprile. Questa è la Liberazione.

25 aprile - Manifestazione di partigiani per le strade di Milano subito dopo la liberazione

Disobbedienza civile

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Disobbedienza civileDisobbedienza civile è una delle opere più famose di Henry David Thoreau, autore che è stato guida e fonte d’ispirazione per tante persone (per fare un esempio, basti pensare alla vita di Christopher McCandless, il protagonista delle vicende narrate nel libro Into the wild di Jon Karkauer, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da Sean Penn).
Disobbedienza civile, a discapito del nome che porta, non è un inno all’anarchia, ma un modo per spingere le persone ad avere governi e sistemi migliori; governi e sistemi che quando si spingono oltre certi limiti vanno contestati e a cui occorre rifiutarsi di seguirli, perché disobbedire a una legge ingiusta è l’unica scelta possibile quando essa va contro la coscienza e i diritti dell’uomo. Nessun uso della violenza, ma semplicemente rifiutarsi d’obbedire a certe regole, di fare parte del sistema che le ha create. Thoureau in Disobbedienza civile ragiona sulla la scelta dell’individuo che va contro quella della maggioranza, perché non sempre chi la guida fa le scelte migliori. E non sempre la maggioranza ha ragione.

«È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d’uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. Altri – come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche – servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo.»

Con queste parole Thoreau critica aspramente la massa, considerandola addirittura non formata da esseri umani; Thoreau non propone certo che un singolo individuo ribellandosi possa sconfiggere il male o chi fa il male, ma con le sue scelte può evitare di esserne collaboratore. Le sue scelte devono essere quelle di persona che vive la sua vita senza danneggiare gli altri, usando la sua testa per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ciò che fa l’interesse solo di chi è al potere da ciò che è veramente valido.
E questo pensiero di disobbedienza civile ci porta ai fatti che stanno accadendo di recente in Iran e in Russia.
In Iran, la popolazione ha preso a manifestare (venendo arrestata e ammazzata dalle forze dell’ordine) in seguito all’uccisione da parte della polizia morale di Mahsa Amini perché non indossava il velo in modo corretto. Manifestazioni, indignazioni e rabbia sono giuste, ma forse sarebbe stato il caso di ribellarsi molto prima a un regime che impone leggi che vanno contro ogni morale, giustizia e buon senso (l’Iran è anche il paese che vuole rendere reato il possedere un cane come animale domestico).
Stessa cosa vale per la Russia, dove migliaia di persone stanno scappando dalla leva e altre stanno manifestando e venendo arrestate contro questa decisione del governo. Ma invece di reagire adesso, sarebbe stato il caso di agire prima che la guerra in Ucraina scoppiasse (anzi, ancora prima), rifiutandosi di far parte di uno spargimento di sangue voluto da persone che anelano ad avere maggiore potere e vivono all’ombra di un passato che non esiste più (Stalin). Per non parlare dei referendum farsa sull’annessione di territori ucraini a quelli russi: persino un bambino capirebbe che il 99% di voti favorevoli all’annessione sono falsi, dato che anche quando c’è una maggioranza schiacciante non si raggiunge una simile percentuale (e poi, che credibilità può avere un referendum dove la gente viene fatta votare puntandole addosso le armi?). Meglio lasciar perdere poi un certo tipo di religione che è tornata indietro di mille anni, ai tempi delle crociate (leggere le dichiarazioni di Kirill).
Ora più che mai sarebbero da prendere in considerazione le parole scritte da Thoureau.