Shining è una tra le opere più famose di Stephen King e probabilmente (almeno questa è la mia opinione) la sua fama è dovuta al film realizzato da Kubrick, pellicola che il romanziere non ha proprio apprezzato (anzi, l’ha criticato di brutto). Sinceramente, l’ho trovato un buon libro, ben fatto, con un approfondimento dei personaggi pregevole, specie in quello di Jack Torrence, ma non un capolavoro e devo ammettere che mi ha colpito di più il film, almeno per quanto riguarda l’horror (sì, l’opera di Kubrick fa più paura): l’elemento orrorifico è presente, ben incarnato dalla nefasta figura dell’hotel e delle presenze che lo infestano, ma non è così dominante come nel film.
Tuttavia, non posso negare che il personaggio di Jack, padre del piccolo Danny che si rincontrerà in Doctor Sleep, è davvero ben caratterizzato e King ha ben mostrato come alla fine sia caduto nelle mani dell’hotel e delle sue presenze: Jack ha avuto un padre alcolizzato e violento, che picchiava lui, la madre e i fratelli, e benché abbia provato a non essere come lui, causa insuccessi, sconfitte dalla vita, col tempo lo è diventato. Jack ha provato a vivere di scrittura, è stato insegnante (in questo si rivede una parte di King), ha avuto anche dei piccoli successi, ma non è riuscito a sfondare, e questo non ha fatto che acuire quei moti rabbia che alle volte vanno oltre il suo controllo, facendogli fare delle cose di cui si è poi pentito (come l’aver rotto un braccio al figlio solo perché aver sporcato delle pagine di un suo manoscritto). Il dramma di Jack è che è un brav’uomo, che vuole bene alla sua famiglia e s’impegna per sostentarla, ma i suoi problemi alla fine hanno avuto la meglio, facendolo scivolare sempre più in basso e l’andare all’Overlook Hotel è stato per lui il colpo di grazia, perché questo è un luogo maledetto, dove sono stati commessi omicidi, dove sono stati condotti affari sporchi, malavitosi, dove ci si è dati a bagordi e vizi di ogni genere. L’hotel e le sue presenze prendono di mira Jack perché hanno capito che lui è il punto debole per arrivare al loro vero obiettivo, che altro non è che il figlio Danny, dato che è un forte possessore di aura (o luccicanza, a seconda di come viene tradotto), un potere di telepatia e preveggenza da cui le presenze dell’hotel sono attratte.
Sempre più indebolito, Jack viene posseduto sempre più dalle cose nell’albergo, divenendo una loro estensione, dando così la caccia alla moglie e al figlio. Le sue paure di tornare a essere alcolizzato, di vedere la moglie divorziare da lui e perdere il figlio, tutto viene dimenticato, l’unica cosa che conta è scatenare la violenza che l’hotel vuole da lui. Non dico nulla del finale, anche se, dopo più di quarant’anni non sarebbe più spoiler; quello che posso tranquillamente dire è che finale del libro e finale della pellicola sono diversi.
Di Shining più che la parte horror ho apprezzato come sono state affrontate le paure, i timori, le angosce, della famiglia Torrence. Di Jack ho già parlato, ma sono ben mostrati anche il rapportarsi di Danny con le visioni che vengono dal suo potere, gli incubi ricorrenti che ha di violenza e morte, il suo essere molto legato al padre e vederlo divenire quel mostro che non è mai stato; per non parlare di Wendy, in apparenza debole e sottomessa al marito, che mai è riuscita a imporsi ed è sempre sminuita da una madre che le addossa colpe che non ha, ma che riesce a trovare una forza che non credeva di avere nel momento del bisogno. Shining si può definire un dramma familiare, fatto di problemi come violenza domestica, alcolismo, consapevolezza di star distruggendo tutto quello che si è creato, paura del divorzio e dell’abbandono, di affrontare mondi che ancora non si comprendono perché troppo piccoli per certe cose; certo l’ombra dell’hotel maledetto fa la sua parte, ma non è così protagonista, a mio avviso, come da certi è stato fatto passare.
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La regina di fuoco
Se devo essere sincero, La regina di fuoco di Anthony Ryan non mi ha preso e non mi ha detto molto, mi aspettavo molto di più e invece ha dato meno dei precedenti; è stata una lettura che è proceduta per inerzia, con stanca, procedendo a rilento. Se è vero che mi piace l’azione e i combattimenti, è altrettanto vero che se questi compongono praticamente la quasi totalità della storia (lunga quasi novecento pagine nell’edizione in mio possesso), alla fine mi stancano, soprattutto se i personaggi sono piatti e non hanno nulla da dire. E qui si tocca un punto dolente: persino un personaggio come Vaelin che aveva dato il meglio di sé nel primo romanzo (Il canto del sangue) e se l’era cavata più che bene nel secondo, in La regina di fuoco, dopo aver perso il suo potere, è vuoto, praticamente uno spettatore che è sul campo dell’azione dove fa poco o niente.
In poche parole, la trama del romanzo è il Regno che, guidato dalla regina Lyrna in cerca di vendetta, muove guerra contro l’Impero Volariano, il nemico invasore che ha basato la sua forza sugli schiavi. Libertà contro schiavitù, giustizia contro ingiustizia; Ryan ci aveva abituato a storia più sfumate, niente bianco e nero. Le uniche parti che ho trovato interessanti sono quelle che riguardano Verniers, ma sono troppo poche per far salire la valutazione di la Regina di fuoco.
La locanda dei gatti e dei ricordi
La locanda dei gatti e dei ricordi è una raccolta di quattro racconti che ruota attorno alla perdita e alla sua accettazione/superamento. Non conosco il giapponese, ma stando al traduttore di Google “Chibinekotei No Omoidegohan: Kuroneko to Hatsukiu Sandwich” vuol dire “Pasti memorabili al Chibineko-tei: il gatto nero e il sandwich di Hatsuki”, secondo Deepl Translate significa “Il pasto dei ricordi di Chibinekotei: il panino con il gatto nero e il primo autunno”; sinceramente non so quale delle due versioni sia quella più esatta, ma entrambe concordano su una cosa: c’è solo un gatto, proprio com’è nel romanzo. Allora la domanda sorge spontanea: perché nella traduzione italiana viene usato il termine “i gatti” quando il rappresentante felino nella locanda di Yuta Takahashi è uno soltanto?
Tralasciando questo particolare, La locanda dei gatti e dei ricordi è un romanzo che si legge velocemente, affrontando le vicende di quattro protagonisti: una ragazza che ha perso il fratello, un bambino cui è venuta a mancare una compagna di studi di cui si era innamorato, un anziano che ha perso la moglie e un giovane uomo la cui madre è morta da poco. Anche se queste quattro figure avranno modo d’interagire tra loro, ciò che li accomuna è il kagezen, il vassoio d’ombra, il pasto tradizionale giapponese che si cucina per chi non c’è più; secondo alcune storie pare che, mentre il cibo è ancora caldo (il calore/vapore è ciò di cui si cibano gli spiriti), per una volta soltanto, è possibile entrare in contatto con un defunto di cui si sente maggiormente la mancanza. Per ogni defunto il pasto è diverso, dato che per ogni persona c’è un cibo diverso legato a un ricordo con una persona cui si teneva.
Yuta Takashashi con tono delicato affronta un tema non facile come quello della morte, dove la tristezza inevitabilmente non può mancare, ma non scade in sentimentalismo né si compiace nel far vedere la sofferenza dei protagonisti, semplicemente mostra un elemento della vita che inevitabilmente tutti incontrano, rendendo La locanda dei gatti e dei ricordi un libro che alla fine della lettura lascia qualcosa di buono.
Tempo di sangue, Tempo del coraggio
Ho terminato la lettura di Tempo di sangue e Tempo del coraggio, ma devo dire che dopo la lettura di Venti di Guerra, che non mi era dispiaciuto, sono rimasto deluso dalla conclusione di questa trilogia perché questi due volumi hanno confermato i timori sorti alla conclusione del primo libro: è quel tipo di young adult che non mi piace. Storia prevedibile, piena di luoghi comuni, stereotipata, con trama e personaggi già visti; riassumendo in poche parole, è la solita lotta tra demoni e angeli, con i primi malvagi che si compiacciono del male che fanno e i secondi che non sono così puri come sembrano. In mezzo ci sono uomini e giganti, nella maggior parte dei casi i buoni.
In Tempo di sangue le cose si metteranno al peggio per Drem, Riv e i guerrieri dell’Astro Splendente, con i cattivi e le loro schiere che prevarranno, portando morte e distruzione dovunque vanno. In Tempo del Coraggio c’è il riscatto dei buoni, che inanellano una vittoria dietro l’altra, con lo scontro finale che li vede trionfare; certo ci sono delle perdite perché ci vuole un tocco drammatico, ma è qualcosa che viene fatto perché deve essere fatto, perché fa parte del solito copione. La spiegazione che do perché Tempo di sangue e Tempo del coraggio siano a un livello che non mi ha soddisfatto è che la figlia dell’autore è stata gravemente malata nel periodo in cui doveva realizzare la loro stesura, portandolo a non scrivere per un pezzo nemmeno una parola; quando si è ripresa e con le scadenze con cui avere a che fare, l’autore ha fatto una maratona per finire il lavoro, creando qualcosa che non è all’altezza di quanto letto in precedenza. Vista la situazione in cui John Gwynne si è trovato, posso capire che non abbia realizzato qualcosa all’altezza; questa almeno è la giustificazione che mi sono dato per aver letto due libri che non mi hanno soddisfatto e che sconsiglio di leggere.
Joyland
Joyland è uno dei pochi romanzi che Stephen King ha scritto in prima persona (si parla di una decina di opere) e attraverso il punto di vista di un Devin Jones ormai più che sessantenne viene raccontata la sua estate del 1973 quando, unversitario, venne mollato dalla sua fidanzata e si ritrovò triste e sconsolato a lavorare per l’estate presso un parco giochi (il Joyland del titolo, situato a Heaven’s Bay nella Carolina del Nord) dove non si vendono mobili o auto, non si vendono terreni o case o fondi pensione, non si ha un programma politico, ma si vende divertimento, come piace dire a un personaggio secondario del romanzo. Grazie all’amicizia con Tom ed Erin, altri due ragazzi che lavorano con lui nel parco, le pene d’amore si alleviano leggermente, ma un’ombra grava su di lui come gli predice Rozzie, la chiromante del parco; profezia non sbagliata, dato che si fa coinvolgere dalla storia della ragazza uccisa anni fa nella Casa degli Orrori, il cui fantasma pare infestarlo, apparendo ad alcuni visitatori come in cerca d’aiuto. La storia sembra una delle tante che s’inventano in certe situazioni, ma Tom la vede per davvero, rimanendone scioccato, e questo colpisce Devin, che decide così di farsi assumere come lavoratore fisso e non solo stagionale nel parco per scoprire cosa è veramente successo. Nel mentre conosce una donna e suo figlio, Annie e Mike, che vivono in una grande villa sulla spiaggia dove lui spesso passa per andare e tornare dal lavoro; il ragazzino è malato di distrofia muscolare (sta quasi sempre sulla sedia a rotelle) è molto intelligente, oltre a possedere certe doti soprannaturali (tipo comunicare con la gente morta) e lega subito con Devin, mentre la madre all’inizio è molto diffidente e fredda nei suoi riguardi. Sarà proprio questo legame con loro due che porterà a risolvere il mistero legato a Joyland e alla ragazza uccisa (che però non è l’unica ad aver fatto una morte violenta).
Joyland è un thriller/horror (più del primo: sinceramente di horror c’è davvero poco) e devo dire che mi è piaciuto parecchio: è veloce, scorrevole, sintetico, non come altri romanzi di King dove vengono usate tante parole. La scrittura è essenziale, si arriva al punto senza dilungarsi; magari in certe occasioni è un po’ troppo veloce, così da sembrare sbrigativa, però ci teniamo su dei livelli davvero buoni. Ho qualche perplessità su come tutta la vicenda si risolve, ma nel complesso il libro l’ho apprezzato parecchio, soprattutto per quel che riguarda i temi affrontati, già visti in altri libri e tanto cari a Stephen King: questo mi ha fatto mettere in secondo piano come il mistero venga risolto, che, devo esser sincero, m’interesseva relativamente, dato che ero focalizzato molto di più sulle vicende umane e personali del protagonista.
Joyland è una lettura consigliata per chi non vuole avere a che fare con la versione prolissa di King e vuole leggere una storia che non si perde dietro tanti fronzoli.
Tigana
Tigana è il quarto romanzo scritto da Guy Gavriel Kay dopo i tre realizzati sul mondo di Fionavar (La strada dei re, La via del Fuoco, Il sentiero della notte) pubblicati per la prima volta in Italia negli anni 90 da Sperling & Kupfer (ripubblicati di recente in un unico volume da Mondadori, L’arazzo di Fionavar, con titoli differenti); sempre negli anni 90 Sperling & Kupfer pubblicò Il paese delle due lune, che altro non è proprio che Tigana (fu cambiato titolo per evitare che si facesse confusione con un calciatore francese Jean Tigana, che aveva giocato fino al 1991, e non fuorviasse i lettori dando l’idea che il contenuto fosse altro).
Sia Fionavar, sia Il paese delle due lune non li ho letti appena usciti, sia perché ero poco più che adolescente e non avevo una conoscenza come quella attuale del fantasy (mancavano quei trent’anni di letture, che si vuole che sia 😛 ), sia perché le librerie non lo avevano esposte e le biblioteche comunali non lo avevano, sia perché allora non c’era internet e non si potevano fare ricerche e compere come si fa addesso: li ho recuperati qualche anno dopo nelle bancherelle dell’usato ed è stata una bella scoperta.
Fionavar l’ho adorato (unico caso in cui ho comprato la nuova edizione di un romanzo), al punto da rileggerlo, Tigana (chiamerò così d’ora in poi Il paese delle due lune) l’ho letto solo una volta e non mi ha coinvolto alla stessa maniera (a favore di Fionavar ha giocato che prendeva spunto molto dalla mitologia, tra cui quelli arturiani, e dato che apprezzo molto miti di dei ed eroi, è stata inevitabile conseguenza che mi piacesse), ma rimane il fatto che si è davanti a un ottimo romanzo, ben scritto e con personaggi ben caratterizzati.
Dopo tanti anni non mi ricordo tutti gli eventi, ma le sensazioni che mi ha dato permangono, forse perché quando ho letto Tigana ero in un periodo che era in sintonia con elementi che caratterizzano le opere di Kay, ovvero una tristezza più o meno marcatamente sempre presente e la morte: che piaccia o no, la morte è un elemento che sempre compare nei lavori dello scrittore canadese; anche quando non è presente, non se ne parla, la sua ombra c’è sempre, si riesce a percepirla.
Se ci si aspetta una recensione su Tigana, che io racconti la trama (in parole povere si può dire che in un qualche modo ricorda l’Italia del tempo dei Comuni, con le sue divisioni interne e l’essere terra di conquista di paesi stranieri) o i personaggi, temo che se ne rimarrà delusi; quello che invece volevo fare era parlare della nuova edizione uscita nel 2026 realizzata da Ne/oN con una nuova traduzione effettuata da Stefano Andrea Cresti, mentre la precedente era stata fatta da Riccardo Valla. In particolar modo m’interessa fare un confronto tra le due, non per decidere quale dei due è la migliore, ma pensare se il cambiamento dei tempi (sono trascorsi più di trent’anni tra la prima e la seconda) abbia influito sul modo di lavorare. Personalmente, dato che non ho grandi basi di conoscenza di lingua inglese, non posso dare un giudizio tecnico preciso, pertanto lascio a chi leggerà l’articolo decidere di testa sua quale preferisce o quale reputa migliore, mettendo a seguire la prima pagina del romanzo pubblicato in Italia nel 1992 (dato che non esiste l’ebook di questa edizione), il link per leggere l’estratto dell’edizione del 2026 e il link di quello del testo originale. Tuttavia, volendo esprimere un giudizio soggettivo, in entrambi i casi è stato fatto un buon lavoro, ma personalmente preferisco la prima edizione italiana, la trovo più letteraria, più evocativa (uno che conosce meglio l’inglese mi smentirà, ma questa è l’opinione che ho maturato).
Le DUE lune splendevano alte e il loro chiarore offuscava quello delle stelle. Su tutt’e due le rive del fiume ardevano i fuochi dei bivacchi, che si stendevano su un’area vastissima, fino a perdersi lontano nella notte. Tra l’uno e l’altro campo, la Deisa scorreva pigramente; l’argento della luce lunare e il rosso dei fuochi creavano sulla sua superficie lunghe strisce serpeggianti. E tutte quelle scie parevano convergere negli occhi di Saevar, che, seduto sulla riva, con le mani sulle ginocchia, pensava alla morte imminente e alla vita da lui vissuta.
La notte aveva una sua grandezza, pensò, nell’inspirare profondamente l’aria di quella tiepida estate, che sapeva d’acqua, di fiori e d’erba, e nell’osservare il riflesso argento e azzurro sull’acqua e nell’udire il mormorio del fiume e il cantò che veniva dai lontani bivacchi. Si cantava anche sull’altra sponda del fiume, notò, e tese l’orecchio per ascoltare i soldati nemici, accampati a nord. Era difficile attribuire un senso assoluto di malvagità a quelle voci armoniose, odiarle ciecamente come, a quanto pareva, era richiesto a un soldato. Ma lui non era realmente un soldato, né aveva molta esperienza nell’odiare.
Non riusciva a distinguere le figure che si muovevano sull’altra sponda del fiume, ma scorgeva i fuochi ed era facile capire che il numero delle persone accampate a nord della Deisa era molto superiore a quello delle persone che, dietro di lui, attendevano l’alba.
Quasi certamente, sarebbe stata l’ultima, per loro. Saevar non si faceva illusioni; e non se ne facevano neppure i suoi compagni, dopo la battaglia combattuta sullo stesso fiume, cinque giorni prima.
Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale
Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale è uno dei progetti segreti di Brandon Sanderson che hanno visto la luce nel 2020 e 2021; una storia la cui idea originale Sanderson si era narrata a se stesso a letto verso il 2019 (abitudine che l’autore ha sempre). Il titolo, almeno una parte, invece risale al 2010, ma era stato accantonato perché ricordava un po’ troppo Harry Potter. Quando però lo scrittore americano ha cominciato a fare sul serio con questa storia, i vari pezzi sparsi negli anni si sono messi insieme ed ecco Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale, un volume che per lo più appartiene al genere fantascientifico ma che ha pure elementi classici del fantasy.
La storia è semplice: un uomo si ritrova catapultato in un mondo che sta attraversando un’era storica che è molto simile a quella dell’Inghilterra Medioevale e non ricorda assolutamente nulla di sé, né come ci è arrivato, né perché si trova lì. Ha solo dei fogli bruciacchiati di un libro che gli dovrebbero spiegare la situazione in cui si trova.
Tra equivoci, imbrogli, flashback sul proprio passato e peripezie varie che includono elementi medioevali come castelli, credenze di vario genere, vichinghi, il protagonista scoprirà molte cose, anche su se stesso.
Il via a Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale lo danno i viaggi interdimensionali e l’esistenza di mondi molto simili al nostro con epoche altrettanto simili che possono essere acquistate per viverci avventure e magari diventare gli eroi di quel pianeta; ci sono naniti, portali e fari dimensionali, spiriti, divinità, tutti elementi per creare una bella storia fantastica, che si legge agevolmente. La cosa che più ho apprezzato del romanzo è stato il protagonista, non certo il solito eroe, il suo essere un fallito ma non tanto per gli sbagli fatti (tutti ne fanno) quanto per arrivare a essere convinto di esserlo perché tutti lo avevano ritenuto tale, perché nessuno gli aveva mai dato fiducia: a furia di non avere fiducia dagli altri, era giunto a perderla in se stesso. Tuttavia, è bastato arrivare in un ambiente diverso, staccarsi da un’atmosfera negativa, avere qualcuno che crede in lui, che il protagonista cambia, trovando la possibilità di un nuovo inizio.
Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale è stato un buon libro, con un Sanderson che non scivola questa volta nello young adult e nemmeno in certe scene con protagoniste arie di vario tipo.
Venti di guerra
Di John Gwynne avevo letto L’ombra degli dei (ambientazione che s’ispira alla mitologia vichinga) e sia la storia sia lo stile mi erano piaciuti, pertanto, quando ho letto di un’altra sua serie che trattava, in parole povere, della lotta tra angeli e demoni (figure che mi hanno sempre affascinato), approfittando di una promozione, ho deciso di leggere Venti di Guerra, primo di una trilogia che si pone come seguito di un’altra serie di questo autore, La fede e l’inganno.
Per buona parte della lettura Venti di Guerra mi ha coinvolto, pur non essendo nulla di originale o sorprendente, come si può capire leggendo la quarta di copertina. “I Ben-Elim, feroce stirpe di angeli guerrieri, hanno fatto irruzione nelle Terre dell’Esilio oltre centotrenta anni fa, sulle tracce dei loro eterni nemici, l’orda dei demoni di Kadoshim. Dopo averli sconfitti in una battaglia epocale, i Ben-Elim hanno fatto di questo mondo la loro casa, estendendone i confini e assoggettando antichi regni sotto il loro potere. Ma la pace nelle Terre dell’Esilio è fragile, e il loro indiscusso dominio è in pericolo. I Kadoshim sopravvissuti si stanno riunendo ai margini dell’impero”.
I Ben-Elim sono angeli con le ali bianche, i Khadoshim sono demoni con ali simil pipistrello, sono nemici giurati… niente che non si sia già visto nell’iconografia classica. Quindi siamo di fronte ai buoni contro i cattivi? Non proprio: si può dire che siamo di fronte a due diversi tipi di male, di cui uno è preferibile all’altro perché l’altro, è davvero il peggio che possa esserci. I Ben-Elim non sono proprio buoni: impongono con la forza il proprio modo di vedere le cose, sono rigidi, intransigenti, trattano gli esseri umani come sottoposti ed esseri inferiori, insomma sono una sorta di dittatori. I Khadoshim dal canto loro sono feroci esseri dediti al massacro e alla distruzione e come i Ben-Elim considerano gli umani creature inferiori a loro (anche se sono un po’ più furbi dei loro nemici, dato non reprimono così tanto con le regole gli uomini).
La storia, in questo primo libro, viene mostrata attraverso quattro protagonisti: Bleda, Riv, Drem e Sig.
Sig è una gigantessa che appartiene all’Ordine Splendente, un esempio per i suoi compagni per i suoi saldi principi e la sua determinazione; è tormentata dal suo passato e dagli eventi della prima guerra tra Ben-Elim e Khadoshim, di cui ha fatto parte (i giganti hanno una lunga vita).
Bleda è figlio della capotribù dei Shirak, preso sotto la protezione dei Ben-Elim (tradotto: preso con la forza) assieme a Jin, figla del capotribù dei Cheren, per feramre la guerra che c’era tra le loro tribù: viene addestrato per combattere i Khadosim rimasti.
Riv vive nella stessa città di Bleda, è figlia di un’Ala Bianca, l’esercito di umani che i Ben-Elim addestrano, e il suo sogno è divenire a sua volta un’Ala Bianca; è una testa calda e perde facilmente il controllo.
Infine c’è Drem, che vive come cacciatore con il padre al nord, lontano dalla civiltà e dall’influsso dei Ben-Elim; la sua è stata una vita dura ma pacifica, anche se i due si sono sempre spostati da un luogo all’altro. C’è qualcosa nel passato di Olin, il padre di Bleda, che viene tenuto celato e che Drem non riesce a scoprire, che sente come un peso. La loro vita viene sconvolta quando ritrovano della pietrastella, il minerale con il quale si è creato il metallo che ha imprigionato Asroth, capo dei Khadoshim, assieme a Michael, capo dei Ben-Elim, e il padre decide di forgiare una spada per eliminare definitivamente la minaccia dei Khadoshim (come? Ma naturalmente tagliando la testa al loro capo imprigionato). Naturalmente le cose non andranno come previsto e tra un colpo di scena e l’altro si assisterà all’attuazione del piano dei Khadoshim di avere la loro rivincita.
Venti di Guerra è un buon romanzo per buona parte della sua lunghezza; certi colpi di scena non sono stati colpi di scena per me (il fastidio che aveva Riv alla schiena mi aveva rivelato in realtà chi lei fosse davvero), ma tutto sommato questo non mi ha rovinato la lettura. Quello che ha rovinato la lettura nel finale è la virata verso lo young adult e la comparsa di pruriti amorosi (che purtroppo si accentueranno nei volumi successivi; sì, ho già letto i seguiti) che mi hanno fatto cascare un po’ le braccia (ma sarà peggio nei seguiti). Peccato per questa scelta, vista la storia avrei preferito tematiche più adulte. Comunque, anche in Venti di Guerra, come in L’ombra degli dei, la vendetta è un tema ricorrente, se non fondante, della storia.
Vento e Verità
Cosa dire di Vento e Verità, il quinto libro e ultimo libro del primo ciclo delle Cronache della Folgoluce?
Non è il miglior libro di questi primi cinque volumi ma è comunque un buon libro, superiore a molte produzioni attuali (ma anche del passato), con alti e bassi.
Partiamo dai bassi. Le prime cinquecento pagine non mi hanno preso, non sono riuscite a coinvolgermi, non dico che mi hanno annoiato ma hanno rallentato molto la lettura; era già successo con altri volumi della Folgoluce che la lettura procedesse a rilento, ma lì il rallentamento era stato voluto per non finire troppo presto il romanzo che stavo leggendo. Il problema con queste cinquecento pagine, per quel che mi riguarda, è che gli eventi sono troppo dilatati, si prendono tempo in preparazione di ciò che sta per arrivare (la sfida finale tra i campioni di Dalinar e di Odio); considerando che l’arco di tempo di Vento e Verità ricopre dieci giorni, la cosa risulta un poco eccessiva. Molti avrebbero abbandonato il volume già dopo cinquanta pagine (c’è gente che abbandona la lettura di un libro se non è coinvolta dopo aver letto le prime cinque righe), ma vuoi per fiducia verso Sanderson, vuoi perché quando inizio una cosa la voglio finire, sono andato avanti, venendo ripagato da una buona lettura, a tratti molto buona.
Com’è possibile allora, narrando gli eventi di dieci giorni, scrivere un tomo di millecinquecento pagine?
Perchè le vicende di alcuni personaggi (Navani, Dalinar, Shallan, Rlain e Renarin) si svolgono nel Reame Spirituale (dove dimorano gli dei), dove il tempo viene dilatato (quello che nel mondo di Roshar può essere qualche minuto o un’ora nel Reame Spirituale corrisponde a giorni). Una scelta che non mi è dispiaciuta, ma di cui non sono rimasto sorpreso per il semplice fatto che ho usato tale mezzo in Strade Nascoste, il primo volume che ho scritto di Storie di Asklivion. So che queste parole non piacieranno a diversi, che sembrerà un modo di volermi mettere al livello di Sanderson, ma non mi sto paragonando a lui e neppure voglio essere come lui: semplicemente sto enunciando un fatto. E prima che qualcuno asserisca che ho preso spunto dallo scrittore americano (o peggio, che abbia copiato), Strade Nascoste l’ho scritto prima delle Cronache della Folgoluce (tra il 2001 e il 2006) e la prima versione (tramite licenza Creative Coomon) l’ho pubblicata sul mio sito (quello su cui si sta leggendo) nel 2011 (è stata tolta dopo la pubblicazione in ebook ma sono rimasti sul sito alcuni brani). Quindi Reame Spirituale, personaggi che in un’altra dimensione condividono e rivedono esperienze personali, il mondo degli spren, non sono stati una novità: in Strade Nascoste ci sono il Mondo Spirituale e gli spiriti che sono interconnessi e interagiscono col mondo materiale, i protagonisti finiscono in una dimensione dove rivivono esperienze passate apprendendo da esse e superando traumi, hanno a che fare con luoghi dove il tempo scorre in maniera diversa. Per precisare, neanche la mia idea era originale, dato che tale idea faceva parte dell’ambientazione Mondo di Tenebra della White Wolf; anzi, posso dire tranquillamente che tale ambientazione mi ha molto ispirato, sia per quanto riguarda Asklivion, sia per quanto riguarda I Tempi della Caduta.
Tutta questa pappardella (i più maligni diranno autorefenziale e per farsi pubblicità) serve a spiegare perché, avendo già usato tutto ciò in mie opere, non sia rimasto sopreso da quello che ha scritto Sanderson; non essere sorpreso non significa essere deluso, anzi, la lettura di Vento e Verità è stata piacevole. Fra parentesi, uno dei motivi per cui ho letto praticamente tutto quello che è stato tradotto di Sanderson è che racconta tipi di storie e idee che ho anche io e per questo mi piacciono; si dice che si scrive quello che si piacerebbe leggere: è vero che in questo caso si legge ciò che piace scrivere 🙂 . Di nuovo (tocca ancora precisare perché siamo in un tempo in cui si riesce a fare polemica con tutto), non è un paragonarmi a Sanderson ma solo per dire che abbiamo un modo di vedere il fantasy molto simile ed è uno dei motivi per cui lo seguo.
Quindi non è stata la mancanza di sorpresa a penalizzare la lettura, ciò che l’ha penalizzata è stata soprattutto la mancanza di sintesi nel primo terzo del romanzo: c’erano dei capitoli che sarebbero bastate poche righe per raccontare gli eventi che li riguardavano. E qui si potrebbe parlare dello “Show don’t tell” perché non sempre mostrare tutto è un bene: alle volte è meglio raccontare per non perdere il lettore dilunagandosi troppo.
Superato lo scoglio delle prime cinquecento pagine (e si può dire che non è uno scoglio piccolo), Vento e Verità ingrana e la storia si fa sempre più appassionante: viene mostrato il passato degli Araldi, come è stato realizzato il Giuripatto, qual è stato il destino di Onore, perché Roshar è cambiato così tanto con l’arrivo degli umani, cosa ha portato alla guerra millenaria. Oltre al Reame Spirituale viene aggiunto Vento, una delle divinità esistenti su Roshar prima dell’arrivo di Odio e Onore, viene mostrato cosa è successo al paese in cui è nato Szeth ed è qui che si capisce come la guerra in corso non riguarda più solo Roshar ma anche tutti gli altri sistemi del Cosmoverso, dato che, da come si può intuire, nei prossimi volumi della serie molto probabilmente scenderanno in campo anche i Frammenti di altri sistemi planetari (al momento si sono visti Armonia, che unisce Preservazione e Distruzione, e Autonomia col mondo di Mistborn, ma ce ne sono altri menzionati in Vento e Verità).
Cosa dire dei personaggi? Dalinar e Khaladin hanno fatto scelte che mi aspettavo (e le ho trovate appropriate), così pure Shallan; Adolin ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, tutto il suo valore (e lo scontro con Adibi è tanta roba, non tanto per spettacolarità, ma per epicità e per come si realizza). Per quanto capisca il cammino fatto, Szeth è stato il personaggio di tutta la serie che meno mi ha preso: è stato vittima degli eventi, degli altri, per tutto il tempo e solo alla fine prende nelle sue mani il destino. Benché cresciuto, Szeth è sempre stato un bambino sfruttato da chiunque, usato per scopi non proprio dei migliori; la sua è una storia triste dall’inizio alla fine.
Qualcuno potrebb criticare (anzi, direi che in diversi l’hanno fatto) per come finisce Vento e Verità, dato che lascia la storia a un certo punto, ma è logico che sia così: siamo al romanzo cinque di dieci, ed è finita solo la prima parte (sarebbe la stessa cosa criticare come finisce un film avendo visto solo il primo tempo). Sanderson lascia la storia dopo che c’è stata una svolta e dopo tale svolta ci si sta assestando e preparando per quello che verrà; ora occorrerà aspettare per sapere come si svolgerà la seconda parte, dato che prima lo scrittore dovrà scrivere la terza era di Mistborn e, facendo congetture con quanto letto nel finale di Vento e Verità, sarà legata a quanto si verificherà su Roshar. E sarà un’attesa un po’ lunghina: se non ricordo male da quanto letto da qualche parte in rete, per il sesto libro si parla del 2031 e visto quanto hanno impiegato per uscire i primi cinque volumi (dal 2010 al 2024) (sempre che Sanderson non si lasci distrarre da tanti altri progetti), data la lunghezza dei tomi, ipotizzare una decina d’anni non è qualcosa di tanto lontano dalla realtà. Per i fan ciò può essere sconfortante, ma si provi a scrivere libri di mille e passa pagine l’uno (e pure di alta qualità) e si vedrà; ci sono scrittori che fanno molto peggio (chi ha citato George R.R. Martin?); è anche vero che ci sono scrittori che hanno fatto meglio, vedere Steven Erikson, che riusciva a pubblicare un romanzo l’anno della saga Malazan (però lavorava solo su essa). Per il momento ci si goda questo Vento e Verità, che non sarà un romanzo perfetto ma è sicuramente una buona lettura.
P.s.: il bello di Sanderson quando parla di divinità è che mostra, oltre il loro potere, anche il loro lato umano, perché una dività potrà anche essere un essere superiore ma parte sempre da una base umana.
