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Talenti

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Molti ritengono che il Vangelo sia un elemento legato esclusivamente all’istituzione Chiesa. Vedendola in questo modo, pensano che sia un mezzo per inculcare il punto di vista della religione cristiana, e pertanto se ne tengono lontani per evitare condizionamenti di una mentalità che ritengono antica e sorpassata. Facendo questo, si precludono una saggezza universale, a disposizione di chiunque desideri trovarla, a prescindere che si appartenga a una determinata fede oppure no.
Per dimostrare ciò, si prende come esempio la parabola dei talenti.

La parabola dei talentiIn quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». «Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». «Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». (Mt 25,14-30)

In diversi hanno interpretato tale parabola in senso di efficienza, di beni da guadagnare, di fiducia riposta da Dio all’uomo (mostrando sia l’obbedienza sia il tradimento), ma tale brano è rivolto alle doti personali di ogni individuo e alla capacità o meno di sfruttarle. Il cercare di metterle a frutto, di utilizzarle, può riuscire perfettamente o solo in parte, ma in ogni caso porta sempre a un arricchimento (e quando si parla di arricchimento, non va inteso in senso materiale, anche se può avvenire come conseguenza dell’utilizzo delle proprie capacità): la propria persona si sviluppa ed evolve, si ottengono aperture verso nuove strade che portano conoscenze e contatti sociali utili a maturare e migliorare sempre più.
I benefici di mettere a frutto i propri talenti sono sotto gli occhi di tutti: una vita più piena, con più soddisfazioni, meritevole di essere vissuta. Pure se non si arriva alla fama e alla gloria (elementi che la società attuale li ritiene importanti, quasi primari, perché una persona possa essere considerata realizzata), la pace che si ha nei riguardi di se stessi è qualcosa che non ha prezzo e che difficilmente può essere raggiunta in altri modi.
Allo stesso modo, è evidente ciò che succede a chi tiene da parte le proprie doti, le “nasconde”, non le utilizza: una vita più grigia, dove si è più scontenti, dove si rischia di andare incontro alla depressione e a stati psicologici per nulla piacevoli (a volte deleteri). L’insoddisfazione che si prova nei propri riguardi si rispecchia su chi si ha attorno e ha influenza sulla loro vita, arrivando a scaricare il proprio malumore sugli altri e rendendo la loro esistenza poco piacevole.
Sembra una cosa strana, ma meno si usano le proprie capacità e più si perde, fino a quando, alle volte, non si finisce col fare sempre meno, arrivando a bloccarsi e a rimanere con niente; a questo punto, si è persa la capacità di assaporare la vita e tutto diventa un patema e una sofferenza.

Il falco – Il buon samaritano

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Il falco, incarnazione del buon SamaritanoIl falco è una storia di animali, di crescita e che parla anche di genitori, ma può anche essere vista sotto la luce del Vangelo e in special modo la parabola del buon Samaritano.

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?».
Costui rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso».
E Gesù: «Hai risposto bene; fa questo e vivrai».
Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?».
Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».
(Lc 10, 25-37).

Il messaggio della parabola del buon Samaritano è chiaro, anche se magari certi dettagli è sempre meglio chiarirli. I sacerdoti erano gli individui che officiavano nel tempio a Gerusalemme e i leviti erano persone che frequentavano assiduamente il tempio collaborando alla sua vita con varie mansioni; chi apparteneva a queste categorie era ritenuto molto religioso, una persona che seguiva la legge. Ma, come dimostra la parabola, c’è differenza tra teoria e pratica: infatti nessuno dei due aiuta la persona in difficoltà. Viene soccorsa invece sorprendentemente da un Samaritano; sorprendentemente perché tra Giudei e Samaritani c’erano attriti di lunga data dovuti a divergenze di credo religioso.
L’aiuto viene da chi meno ce lo si aspetta, da chi non si ritiene possibile ricevere soccorso; nella parabola del Vangelo colui che viene considerato praticamente un nemico, nella storia che ho scritto un falco, un predatore, un volatile che caccia e si ciba anche di suoi simili. Fosse stata una colomba o una chioccia a prendersi cura delle uova abbandonate non ci sarebbe stato nulla di eclatante, trattandosi invece di un rapace le cose cambiano; il suo istinto predatorio, il suo aspetto che può ispirare diverse cose ma non tenerezza, simpatia, compassione, la sua figura tagliente, fanno immaginare a un animale che incarna perfettamente la caccia, il predare gli altri, non certo qualcuno che si prende cura di chi è indifeso e in difficoltà. E invece con una premura che genera meraviglia, il falco dimostra che non bisogna soffermarsi alle apparenze, ma occorre giudicare dalle azioni che mostrano realmente ciò che si è. E il falco, come il buon Samaritano, dimostra di avere buon cuore, compassione, che è uno degli elementi che non dovrebbero mai mancare in nessuna società e civiltà.

La più grande sconfitta di un individuo

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La più grande sconfitta di un individuo: estratto di Il mondo dei desideri di Igor SibaldiProva a pensare: La mia vita non vale niente, così come l’ho vissuta. Non ho fatto né quel che potevo né quel che dovevo. Sono in debito verso di me, il mio comportamento è stato ingiusto verso di me. Sono stato uno stronzo con me stesso. Scappo. Sono sempre scappato da me. Così non mi piaccio e decido che questo mio io è finito. Da oggi.
Penso che non ci sia sconfitta più grande di questa, per un individuo. Ma l’ignoranza si sconfigge solo così.
I meccanismi di difesa si sgretolano così, e tutta la prigione in cui ti hanno rinchiuso va in pezzi.
Le tue paure rimangono indietro, così, sempre più lontane…

Il mondo dei desideri. Igor Sibaldi. Edizioni Tlon 2016, pag. 131

Propaganda: pericoli e trappole insiti in essa

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Propaganda – Le regole d’oro del buon demagogo
1. La propaganda deve essere popolare
«A chi bisogna rivolgere la propaganda? Agli intellettuali o alle masse sensibilizzate? Secondo me essa deve rivolgersi solo alle masse… La propaganda deve essere popolare, svolta cioè a un livello di comprensione tale da essere recepita dai più umili tra quelli a cui si rivolge. Ne consegue che il suo livello spirituale sarà tanto più basso quanto più grande è la massa che si vuole coinvolgere ».

2. Trovare la via del cuore delle grandi masse
«L’arte della propaganda si basa su una tecnica fondamentale: trovare la via del cuore delle grandi masse; capire ed esprimere il loro mondo, rappresentare i loro sentimenti… Il modo di sentire del popolo non è tortuoso ma semplice ed elementare. Mancano in esso sfumature sottili o articolazioni composite; lo schema di interpretazione del mondo ha solo due poli: positivo o negativo, vero o falso, giusto o ingiusto, bene o male.»

3. Esercitare la violenza del padrone
«La massa è come le donne: la loro sensibilità non è influenzata da argomenti di natura astratta, ma piuttosto da una vaga e sentimentale nostalgia per qualcosa di forte che le completi, cosicché sono molto più disposte a subire la violenza del forte piuttosto che a esercitarla sul debole. Così la massa si piega più facilmente davanti alla violenza del padrone piuttosto che alle preghiere dell’imbonitore.»

4. Calcolare con precisione le debolezze umane
«È necessario conquistare con astuzia e con prudenza una posizione dopo l’altra. Tutti i mezzi sono buoni, dai ricatti segreti ai furti veri e propri… Si tratta di saper calcolare con precisione le debolezze umane : questa tattica porterà sempre alla vittoria, finché anche l’avversario non sia in grado di rispondere con le stesse armi venefiche.»

5. Affidarsi alle grandi menzogne
«Può darsi che il popolo sia corrotto, fin nelle pieghe più nascoste del suo sentimento, ma esso non è mai consapevolmente malvagio. È dunque assai più facile coinvolgerlo in una grande piuttosto che in una piccola bugia, appunto per la semplicità del suo modo di sentire. Anche la massa, infatti, è spesso bugiarda nelle piccole cose, ma si vergognerebbe certo di esserlo in quelle importanti. Se la menzogna è di proporzioni iperboliche, alla gente non verrà neanche in mente che sia possibile architettare una così profonda falsificazione della verità…»

6. Limitarsi a pochissimi punti
«Le grandi masse hanno una capacità di ricezione assai limitata, un’intelligenza modesta, una memoria debole. Perché una propaganda sia efficace deve basarsi quindi su pochissimi punti, ripetuti incessantemente, finché anche l’uomo più rozzo sia indotto a ripeterli di continuo così da imprimerli nel profondo della sua coscienza innocente.»

7. Mostrare che il nemico è sempre lo stesso
«È compito del leader politico mostrare che anche i nemici più diversi appartengono a un’unica categoria: individuare più di un avversario può provocare infatti tra le masse insicure e perplesse discussioni e dubbi sulla giustezza del loro diritto… Non bisogna esitare a scatenare sull’avversario un fuoco continuo di menzogne e calunnie, fino a provocare uno stato di isterismo collettivo: a questo punto, per riottenere la pace, il popolo sarà disposto a sacrificare la vittima prescelta.»
(1)

Hitler, purtroppo, ha saputo effettuare una propaganda efficaceSe siete inorriditi, se avete provato un senso di allarme e preoccupazione leggendo questi brani, non preoccupatevi: è una reazione normale, perché essi sono tratti da Mein Kampf di Adolf Hitler. Quello che deve preoccupare è che le parole di questo genio del male sono state e sono tuttora seguite e attuate da molti: purtroppo hanno fatto scuola, e non solo a livello di propaganda. Ascoltate i discorsi di certe figure politiche, sia in Europa sia in Italia, e troverete molte analogie. Tutti i punti sono importanti e rivelano il modo di fare che certe figure politiche attuano, ma visto il periodo attuale, ci si soffermi sul punto 7; allora il nemico fu individuato negli ebrei (almeno in principio: poi lo divennero molti altri), oggi sono gli immigrati il nemico. Certo, una regolamentazione sull’immigrazione più chiara di quella attuale occorre perché mancano le risorse per accogliere un numero così elevato di persone e sostentarle in maniera dignitosa (e non ci si può arricchire con l’immigrazione come è stato fatto), ma il problema dello stato delle cose nel nostro paese non può essere additato agli immigrati: è una semplificazione troppo superficiale, ma è facile e immediatamente comprensibile dalla massa che non pensa, proprio come ha fatto notare Hitler, ed è su questo che si gioca. Risulta più semplice far credere che il problema è solo uno, dovuto a una sola categoria: quante volte si è sentito che se c’è delinquenza è colpa degli immigrati, se ci sono furti è colpa degli immigrati, se c’è spaccio di droga è colpa degli immigrati, se gli italiani non trovano lavoro è perché glielo fregano gli immigrati? Risulta più semplice far credere che una volta eliminati gli immigrati tutto andrà a posto, anche se è chiaro che le cose non stanno affatto così.
Molto più difficile invece far capire alla massa che i problemi sono molteplici, che sono dovuti a mentalità e atteggiamenti perpetrati da molti. I politici non ammetteranno mai che i problemi partono anche da loro, che sono loro i primi a commettere reati, ad attuare la corruzione, a creare leggi a proprio fare e a pensare che per loro le regole non valgono, a istigare odio, violenza e dare il cattivo esempio. Tanti rifiutano l’esistenza della mafia dato che vi sono legati e gli fa comodo che non venga portata alla luce perché hanno un tornaconto personale. Tantissimi non ammetteranno mai che se i figli commettono certe azioni, la colpa è dei genitori che non li hanno educati o gli hanno dato il cattivo esempio, reputando di poter fare tutto quello che gli passi per la testa, che il rispetto altrui è cosa inutile; certo, ci sono le eccezioni di figli che nonostante l’educazione ricevuta fanno poi quello che gli pare, ma la regola è che manca un’educazione di base, dove le varie parti si scaricano il barile l’uno con l’altro. Se tanti giovani commettono reati e violenze è perché, oltre a quanto appena scritto, vanno per imitazione: vedono quanto fatto sui social, in televisione, e lo mettono in atto perché questo dà notorietà, e avendo notorietà si sentono riconosciuti, quindi si sentono esistere. Questa società ha dato l’input che se non si appare, se non si è conosciuti, non si è nessuno, non si ha nessun valore; tanti ad attaccare i social, i media, additandoli come il male, ma questi sono soltanto dei mezzi: diventano il male perché sono le persone che gli trasmettono quello che hanno in sé in essi.
Si ritorna sempre sul fattore educazione: tutto dipende dalle persone, da come sono state educate e dal livello di consapevolezza raggiunto. Il problema si concentra allora su chi educa e si capisce quanto questo ruolo sia importante, nel bene come nel male. Gesù, nei Vangeli, metteva in guardia proprio da queste cose.

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato? (2)

Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso. (3)

Ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo (4)

Da duemila anni si viene messi in guardia (ma anche da prima, se si va a guardare anche in altre culture). La storia ha dato dei chiari esempi perché non si ripetano certi errori; eppure, pare che tutto questo ancora non basti, dato che si continua a perseverare. Oppure c’è un’altra ipotesi: queste cose le si è capite, ma vengono ignorate, perché si è disposti a tutto, anche a riproporre orrori, pur di ottenere il potere.

1. Pro e contro. Hitler. I dossier Mondadori. Arnoldo Mondadori Editore 1972, pag. 35,36,37.
2. Vangelo. Matteo 5,13.
3. Vangelo. Matteo 15, 14.
4. Vangelo. Matteo 15, 18-20.

Buona Pasqua

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Pasqua, per chi è credente cristiano, è la festa della Resurrezione di Gesù, un simbolo di rinascita. Una rinascita in questo caso fisica, ma che sta a rappresentare un rinnovamento dello spirito, che va tradotto in un diverso modo di vivere, di pensare.
Anche per chi non è credente la Pasqua può essere un simbolo di rinascita, dato che viene festeggiata sempre in primavera ed è proprio in primavera che la natura rinasce e ritorna alla vita. Come si dovrebbe sapere, si può imparare da chiunque e da tutto, anche e soprattutto dalla natura, se si sa osservare. Ogni anno il ciclo della vita si rinnova, è un nuovo e continuo sbocciare, anche nelle condizioni più difficili: così, se si vuole, dovrebbe essere per ogni individuo, che può cambiare e crescere a seconda di quanto desidera da se stesso.
Buona Pasqua.

Pasqua, come la primavera, è un simbolo di rinascita

Jonathan Livingston e il Vangelo

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Jonathan Livingston e il VangeloJonathan Livingston e il Vangelo, a differenza degli altri lavori che ho realizzato, non è un’opera di narrativa ma di saggistica. L’idea è nata diversi anni fa, quando ancora stavo lavorando a Strade Nascoste – Storie di Asklivion: rileggendo Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach è risultato evidente che proponeva lo stesso messaggio del Vangelo. Il messaggio originale intendo, quello di libertà, non quello che alle volte viene piegato per favorire il tornaconto di qualcuno  (non per niente Papa Francesco si sta impegnando perché la Chiesa ritrovi questo spirito, dato che troppe volte si è allontanata da un cammino che ha proposto cose ben diverse da quelle riportate nel Vangelo). Non è stata una cosa pensata o programmata: è qualcosa che è nato sul momento. In poco tempo è stato facile associare i brani di Il gabbiano Jonathan Livingston a quelli equivalenti del Vangelo e sviluppare un breve commento che mostrasse il significato insiti in quei pezzi. La stesura della struttura di come si presenta ora Jonathan Livingston e il Vangelo è stata realizzata in pochi giorni: si trattava di una bozza per sapere in che direzione far andare il progetto. Il progetto però non è stato sviluppato subito.
Perché?
Quello che si ha ora davanti non era stato pensato per essere un libro: doveva servire come spunti di riflessione. Inoltre, nel periodo in cui ho realizzato la bozza, come già scritto, stavo portando avanti altri lavori e quindi tempo ed energie erano impiegate altrove. La verità però è anche un’altra: i tempi non erano maturi per sviluppare approfonditamente Jonathan Livingston e il Vangelo. O forse è più appropriato dire che io non ero maturo a sufficienza per un’opera del genere. Nonostante ci fossero già delle basi, avvertivo che mancava ancora qualcosa per poter realizzare un lavoro soddisfacente e quel qualcosa era esperienza di vita, che avrebbe portato a far sviluppare la consapevolezza necessaria per scrivere un simile libro. Così, solo dopo qualche anno, quando stavo iniziando a dare il via al ciclo di I Tempi della Caduta, ho effettuato la prima stesura. Anche dopo le prime revisioni, mentre aspettavo risposte agli invii di sinossi e lettere di presentazioni, ho continuato ad approfondire e sviluppare certi argomenti trattati: le esperienze fatte, la crescita personale da esse conseguite, hanno portato ad ampliare il lavoro. In questo hanno contribuito anche le letture che ho fatto e quanto scritto sul sito che gestisco, Le Strade dei Mondi: come ho avuto modo di scrivere su Jonathan Livingston e il Vangelo, da tutto e da tutti si può imparare e si può crescere.
Anche se dal numero di pagine può non sembrare, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato un lavoro lungo, che ha dovuto saper attendere, perché per poter giungere a compimento era necessario che i tempi arrivassero a maturazione. Tutte le cose hanno i loro tempi, bisogna solo saper aspettare, anche se nella società di oggi, sempre di corsa, che vuole tutto e subito, questo modo di fare è inconcepibile: è uno dei mali della società. Una società sempre protesa al materialismo, che non ne vuole sapere di riflessione e meditazione, di calma, vedendole come cose inutili, delle perdite di tempo. Eppure, se non ci si ferma a riflettere e non si assimilano le lezioni che la vita ha da dare, dandogli il tempo di cui si necessitano, si ripetono errori già visti.
Jonathan Livingston e il Vangelo è questo: la condivisione di riflessioni fatte sulla vita e quello a cui è correlata partendo da due opere che hanno tanto da dare perché sono libri sacri. Sì, anche Il gabbiano Jonathan Livingston può essere considerato tale, dato che un libro è sacro perché ha la capacità d’insegnare e arricchire chi legge le sue pagine, a prescindere del riconoscimento dato da un’autorità religiosa. Un insegnamento valido indipendentemente dal tempo in cui è scritto e dalla nazionalità di chi lo realizza, che permette a una persona di migliorare la propria vita.
Ma l’opera scritta non prende spunto solo da essi: per il suo sviluppo hanno dato il loro contributo altri libri, per non parlare di film, ma anche opere teatrali, canzoni e fumetti. Stephen King, Guy Gavriel Kay, George Orwell, Patrick Suskind, sono alcuni degli autori le cui opere sono servite per mostrare certi aspetti della vita. Almeno, questi sono alcuni di quelli che sono serviti a me: con tutto quello che è stato scritto nel mondo, ce ne sono tanti altri da cui prendere ispirazione e imparare. Ma non bisogna fermarsi ai libri, perché c’è sempre da apprendere, da tutto: piante, fiori, bambini, animali, fiumi, monti. Tutto può aiutare a trovare se stessi. In fondo, Jonathan Livingston e il Vangelo è stato scritto per questo. E far capire che di maestri ce ne sono tanti, a partire da se stessi e che forse è il più importante, e il più difficile, da riconoscere.

(Alla pagina download è possibile scaricare un’anteprima gratuita dell’opera.)

Tutti contro tutti

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Tutti contro tutti.
È quello che sta accadendo adesso nella nostra società.
Prendiamo a esempio l’Italia. Il governo è nel caos, i partiti di opposte fazioni si attaccano continuamente, si scagliano l’uno contro l’altro come tanti cani famelici. Ma anche all’interno dei vari partiti ci sono lotte tra le varie correnti in un continuo scambio di colpi. Inutile dirlo, tutto questo non fa per niente bene al paese, che è sempre più spaccato e va sempre più alla deriva; non bastasse questo, un simile modo di fare influenza la gente, facendole reputare che questo modo di fare sia normale e accettabile, e pertanto lo mette in pratica anche nella propria vita.
A livello mondiale è la stessa identica cosa. Trump attacca un po’ tutti e tutti attaccano poi Trump. L’Italia è contro la UE e l’UE va contro l’Italia. Non parliamo poi della Corea del Nord, della Turchia o dell’Iran. Una situazione che ricorda quello che avveniva prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Il caos sta dilagando. Se per caso c’è qualcuno che cerca di mettere ordine e porre fine a sprechi e a sistemi che hanno perso la loro vera natura, viene attaccato senza pietà, proprio com’è successo a Papa Francesco, che sta cercando di riportare la Chiesa al vero senso evangelico, smantellando gerarchie e colpendo chi si è arricchito materialmente invece di aiutare a evolvere spiritualmente.
battle royal, un incontro di wrestling: ottimo esempio di tutti contro tuttiQuesto tutti contro tutti, ricorda tanto un tipo d’incontro del wrestling professionistico, la Battle Royal (Koushun Takami ha usato un termine molto simile, Battle Royale, per titolo del suo unico e famoso romanzo, di cui parlerò in un altro articolo); pochi però si stanno rendendo conto del livello di esasperazione raggiunto con questo modo di fare e di come ci si stia apprestando ormai all’esplosione. Le cause sono evidenti, ma si sono volute ignorare; non ci si lamenti dopo però di quello che accadrà o ci si domandi del perché è avvenuto.

Religione e L’Ultimo Potere: punti d’ispirazione

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Negli articoli inerenti a L’Ultimo Potere, ho parlato dei diversi elementi cui mi sono ispirato: il cinema (la trilogia di Mad Max), la letteratura (La Divina Commedia, Orizzonte perduto), i fumetti (Devilman), la psicologia (le teorie di Lombroso, gli archetipi). C’è stato un altro elemento che ha avuto una parte importante nella storia di I Tempi della Caduta: la religione.
Un ruolo centrale l’hanno avuto i Vizi e le Virtù (intesi come Vizi Capitali e Virtù Cardinali), servite per spiegare e mostrare i poteri dei Demoni e degli Usufruitori. Non solo: i Vizi sono serviti per far vedere come gli uomini hanno perso la loro umanità e integrità e si sono fatti sopraffare da essi fino a causare il crollo di ogni società e civiltà, rendendoli qualcosa che portava ovunque rovina; le Virtù fanno da contraltare e sono quelle che permettono possa esserci ancora salvezza per l’uomo e il mondo. Una visione questa che è ben conosciuta nella religione cristiana. Religione cristiana (e i suoi testi sacri) da cui ho preso altri spunti.
“Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo” Questo brano tratto dal Nuovo Testamento (Apocalisse 13,1) (e presente all’inizio di L’Ultimo Potere) serve da introduzione per spiegare che cos’è la Bestia e quale legame c’è con i Demoni Superni e i Vizi, come essa abbia preso dominio sulla vita degli uomini, assoggettandoli al suo volere e traendone forza.
Non è l’unico brano preso dal Nuovo Testamento. Si fa riferimento al figliol prodigo parlando del ritornare alle proprie origini. Viene usata la famosa frase rivolta dal diavolo a Gesù quando lo tenta nel deserto (tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti mi adorerai Matteo 4,9), perché è molto efficace nel mostrare a cosa può essere sottoposto l’animo umano (e che cosa può perdere se cede alla richiesta).
Nel terzo capitolo “Credenze ipocrite e cieca follia” ho voluto mostrare come da certe persone, in certi ambienti e periodi, la religione viene vissuta in maniera distorta, il suo messaggio travisato e usato per estremismi che portano le società alla rovina: in ogni tempo (purtroppo anche il presente ne è tristemente ricco) si usano il nome di Dio e la religione come pretesto per dare sfogo a una mentalità e un modo di vivere che vuole prevaricare e sopraffare chi pensa e vive in maniera differente. Si tratta sempre di una questione di dominio, di potere, per condizionare e controllare gli altri.
La crocefissione di San Pietro è una vicenda importante nella religione cattolica, da cui ho preso spunto per un brano di L'Ultimo PotereIn altri capitoli (come La via della virtù) ho invece mostrato come a un certo punto le religioni abbiano perso la loro vera natura e siano diventati Culti dell’Ego che ricercano i grandi numeri, pretendendo obbedienza e riverenza, imponendo in ogni modo il loro potere, cercando di sopravanzare una sull’altra. In questo punto è stato affrontato il discorso di che cos’è la vera libertà (tema caro a molte religioni e filosofie), come essa dipenda dalla consapevolezza e dal liberarsi dei condizionamenti: messaggio insegnato da tanti santi e guide spirituali, spesso andato smarrito perché sfruttato dalle istituzioni religiose per attirare il maggior numero di persone al loro interno (ho usato una vicenda storica famosa della religione cristiana per dare monito di ciò).
Questi sono alcuni esempi di elementi delle religioni da cui ho tratto ispirazione; potrei andare ancora avanti, ma questo non servirebbe a chiarire ulteriormente che la vera natura delle religioni (di tutte) è quella di rendere consapevoli (e perciò liberi) gli uomini. Sono ben conscio che tante istituzioni di questo genere sono il più delle volte atte a creare dipendenze e modi per tenere assoggettate a sé le persone, ma la vera essenza delle religioni è un’altra ed è a essa che miro, sia in questo romanzo, sia nella vita.

Sesso: tra storia, spreco e vero significato

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Il sesso è una parte importante nell’esistenza: senza non potrebbe esserci la vita, è grazie a esso se può perpetrarsi.
Eppure ci sono state religioni che per secoli l’hanno perseguitato, l’hanno considerato un male, anche se necessario, condannando qualsiasi cosa vi fosse legata. Il sesso era visto come fonte di peccato, di tentazione, come elemento demoniaco, che poteva essere ammesso solo se fatto attraverso la sacralità del matrimonio e solo se volto al concepimento (il piacere era visto come un sinonimo della lussuria). I concetti qui esposti sono molto riassuntivi e limitativi di un argomento molto più lungo e complesso, ma rendono a grandi linee come il sesso molto spesso è stato visto nel passato da certe culture (esempio quelle cristiana ed ebraica). Un modo di vedere che si è protratto per secoli, facendo diventare il sesso un tabù (nel suo senso negativo, perché il tabù può avere anche una connotazione positiva, ed è legata al mistero, alla scoperta e alla comprensione a cui si arriva).
Per Sigmund Freud è stato uno dei punti più importanti dei suoi studi, dando una grossa impronta alla nascente psicologia.
Nella società attuale il sesso per molti è qualcosa di centrale, quasi ossessivoSeppur da sempre presente nella storia dell’uomo in uno dei lavori più antichi, negli ultimi decenni il sesso è diventato un vero e proprio business, creando un fatturato di milioni e milioni di euro (o di dollari, se si preferisce): il settore della pornografia ha trovato una grande ascesa con i suoi film, ma non solo con essi. Con la liberalizzazione sessuale si è creato un grande mercato che va dall’oggettistica alla creazione di nuove figure professionali (quali a esempio i sessuologi). In breve si è passati da un estremo all’altro: dal non poterne neanche parlare, allo sbandierarlo in continuazione in ogni luogo, facendolo diventare il centro di tutto. Tutto (dai libri, ai film, alla pubblicità, ai rapporti personali) punta al sesso, facendolo diventare un’ossessione, facendogli perdere il suo vero senso.
Il sesso, da elemento naturale, è diventato qualcosa di stravolto; seppure non si faccia che parlare di sesso (trasmissioni televisive, articoli su riviste) il significato del sesso viene smarrito, facendolo essere un semplice mezzo per il piacere fisico, quando invece potrebbe essere qualcosa di più. Ma più che di sesso si dovrebbe parlare di energia sessuale. Per questo, si prende a esempio l’angelologia della kabbalah e in particolar modo l’angelo (*) Pehaliyah.

Secondo l’angelologia, chi nasce in questi giorni (dalla sera del 27 giugno alla mattina del 2 luglio, n.d.M.T.) dispone di un’esuberanza sessuale talmente tenace, da non poterla soddisfare attraverso il sesso. E ne sarà ossessionato se non imparerà a sublimarla, cioè a trasformarla in un’altra forma di eros: nel desiderio di conquistare le menti e gli animi della gente.
Le prime lettere di PeHaliYah (PHL) ** mostrano la formula di tale trasformazione:

– Il tuo fascino (P)
– Diventa energia spirituale (H)
– Perché tu salga più in alto (L)

Bisogna dare atto al cristianesimo d’aver tenuto sempre in gran conto la formula pehaliana: insegnando a limitare il desiderio sessuale, il clero cristiano mirava proprio a un PHL, a una trasformazione dell’energia di quello che gli orientali chiamano «il secondo chakra». E tale drenaggio avveniva in vario modo, ma sempre con la garanzia di un vantaggio pratico: ai poveri, si prescriveva di far sesso il meno possibile, perché rimanessero loro sufficienti energie per il lavoro fisico; ai ricchi, si raccomandava la temperanza perché potessero dedicarsi meglio ad attività direttive, o intellettuali.
Attualmente, invece, nella CSC sta avvenendo per tutti il contrario: il fascino erotico viene imposto all’attenzione generale come il fascino per antonomasia. Si vedono rappresentati più corpi nudi, che non volti significativi: come se il linguaggio muto delle curve piacesse alla CSC, più del linguaggio parlato. È facile intuire perché. Ciò che in tal modo viene annullato è proprio il processo descritto dalla formula pehaliana: la possibilità cioè che una nostra energia porti più in là di dove si è arrivati ora (la CSC sa che più in là, per lei, c’è soltanto la fine: le istituzioni dell’Occidente possono dunque continuare a esistere solo se tutto rimane fermo).
Troppi ci cascano, per non sembrare diversi.
Alcuni si sono messi in mente che questa erotizzazione sia addirittura una liberazione da vecchi tabù. Anche voi la pensate così?
Purtroppo, i tabù sono rimasti, oggi, gli stessi di prima. Lo si vede anche soltanto dalle parole con cui, nella lingua corrente, si indicano gli atti sessuali e gli organi con cui li si compie. O sono espressioni triviali, o sono termini dotti. Nell’uno e nell’altro caso sono sintomi di un’insufficienza lessicale, di un disagio del linguaggio, dunque anche della mentalità della gente. E un disagio del genere si ha sempre, quando si parla di argomenti tabù.
L’unica cosa che tutto ciò ha tolto agli occidentali è bensì la sensibilità al tabù: li si è abituati a ignorare l’imbarazzo che causano le sue violazioni. È un danno considerevolissimo, dato che non ci si può abituare a non accorgersi di qualcosa, senza smettere di accorgersi di molto altro. E infatti quante cose che dovrebbero suscitare imbarazzo, nella CSC (in politica, in economia, nella vita culturale) sono diventate normali per tutti? (1)

Come si può vedere, come in tutte le cose, avere una maggiore conoscenza e consapevolezza di cosa è sesso (e quanto legato a esso) non può che aiutare a vivere meglio, evitando che vada sprecato quanto di buono ha da dare.

*Precisazione su cosa s’intende per angeli: nell’antichità s’indicavano energie del nostro universo che agiscono in tutto – e che nella nostra psiche diventano anche energie psichiche (2).
**Per difficoltà nel mettere i caratteri ebraici, si è usato solo la lettera corrispondente in italiano: nel libro da cui è tratto il brano sono presenti.
1,2. Agenda degli angeli. Igor Sibaldi. Frassinelli