L’inizio della Caduta

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Segnalazione recensione L'inizio della Caduta

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Per chi volesse farsi un’idea di L’inizio della Caduta, avendo un punto di vista diverso da quello dell’autore, segnalo la recensione di Bruno Bacelli (che ringrazio nuovamente).

Segnalazioni per L'inizio della Caduta

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Un ringraziamento a L’essenza dei libri e a Angela Catalini per aver segnalato L’inizio della Caduta.
Un ringraziamento anche per Letture Fantastiche e a tutto il suo staff, che sempre segnalano l’uscita delle mie opere, come avvenuto anche in questo caso.

L'inizio della Caduta su L'essenza dei libri

L'inizio della Caduta

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Terra. Era dell’Economia.
Il denaro domina incontrastato, incontrollato. Gli uomini sono considerati oggetti da usare, da sfruttare. Sempre più diritti sono persi, sacrificati in nome del guadagno, della produttività. I ricchi diventano sempre più ricchi. Imprenditori e politici hanno sempre più potere. Lavoratori e gente comune sono sempre più schiacciati.
Una storia che si ripete giorno dopo giorno.
Rassegnazione e costernazione sono i sentimenti che dominano il cuore delle persone; stati d’animo che sono divenuti regola, ritenuti inevitabili ma che non hanno più nulla di normale, perché quello che sta facendo l’economia è troppo distorto per poter appartenere solo all’uomo: è qualcosa che sa di soprannaturale, dove il denaro è diventato un dio. O qualcosa di molto peggio.
In un clima di morti bianche, perdita di lavoro, scioperi, lotte per mantenere diritti e dignità, iniziano i tempi della Caduta dell’uomo. Ma inizia anche la resistenza di chi vuole salvare l’umanità dalla follia e dalla sua distruzione.

Dedicato alle vittime sul lavoro, a chi subisce soprusi, a chi non si piega al volere dei soldi, a chi si sente sconfitto dagli eventi e dalla vita.

Questa è la presentazione di L’inizio della Caduta, terzo volume di I Tempi della Caduta. Faccio subito una precisazione: si tratta del terzo volume in ordine di pubblicazione, ma non lo è in ordine cronologico, come dovrebbe far intuire il titolo. I fatti narrati mostrano che cosa ha dato il via ai Tempi di cui ho narrato in L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone; quindi, niente scenari apocalittici, niente mondo futuro, ma quello presente. Non per questo il quadro è più roseo: la realtà spesso non lo è. Anche in L’inizio della Caduta si parlerà di sopravvivenza, ma in maniera differente: non sarà solo quella del corpo, ma anche quella della dignità. Una cosa per niente strana nell’Era dell’Economia, dato che si sacrifica tutto per il denaro.
Di quest’opera ne parlo da tempo , ma è uscita da poco: come mai?
Perché c’era qualcosa che non mi rendeva soddisfatto di quanto narrato, e non per lo stile, ma perché c’erano elementi cui non avevo pensato. L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone mi avevano permesso di capire perché la prima stesura realizzata nel 2008 non mi aveva soddisfatto del tutto; l’anno scorso invece, riflettendo se potevo ampliare il lavoro svolto, mi ha permesso di sviluppare parti della storia che rendono il quadro più approfondito e che meglio fa da introduzione alle vicende future già narrate. Quindi non solo sono andato più in profondità nei personaggi già presenti nelle altre stesure realizzate, ma ho avuto modo di farne comparire degli altri (a parte Masha, tutti gli altri sono già stati incontrati nelle opere che hanno preceduto L’inizio della Caduta).
Il quadro della serie I Tempi della Caduta è dunque concluso?
Ho ancora una storia da raccontare, ma questa è una faccenda che andrà affrontata in altre occasioni; adesso, è tempo di lasciare spazio all’inizio.

L'Ultimo Potere - Seconda edizione

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L'Ultimo PotereOra è possibile trovare sugli store online la seconda edizione di L’Ultimo Potere.
Non ci sono stati cambiamenti a livello di storia o di trama. Non sono stati tolti o aggiunti dei brani.
Semplicemente è stata effettuata una revisione sul testo, eliminando alcuni refusi che purtroppo erano scappati. Come ho avuto modo di notare, quando si rilegge lo stesso testo sempre nello stesso formato, l’attenzione si atrofizza e certi errori sfuggono. Per questo, con le ultime opere (Jonathan Livingston e il Vangelo e Strade Nascoste – Racconti), ho imparato che l’ultima revisione su un’opera la devo effettuare dopo aver convertito il file di Word in file epub. Per questo avevo già apportato un’ulteriore revisione a L’Ultimo Demone dopo che era stato pubblicato; ora questo lavoro è stato fatto anche su L’Ultimo Potere. Oltre alla correzione dei refusi, in alcune parti è stata fatta qualche piccola modifica allo stile, perché è difficile resistere al poter rendere il testo migliore.

Agguato nella città in mezzo al deserto

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“Quando incontri un Demone, non cercare di affrontarlo. Pensa solo a fuggire” erano state le parole di Vecchio.
Un consiglio saggio. Un consiglio per la sopravvivenza.
Una regola che aveva seguito come se fosse una bibbia.
Una regola che per la prima volta stava per trasgredire. Un azzardo fatale, probabilmente, ma c’era un limite a tutto.
L’impressione d’essere seguito non era stata errata: chi era alle sue spalle si era mostrato.
Guerriero non era rimasto sorpreso dalla sua natura. E nemmeno si era spaventato; solamente non riusciva a spiegarsi il motivo di tanta perseveranza.
Ma una cosa era certa: era stanco di scappare, di avere paura.
“È tempo di dire basta. È tempo di voltarsi a combattere. Probabilmente sarò ucciso, ma questa specie maledetta per una volta non avrà la soddisfazione di vedere qualcuno scappare al suo arrivo: guarderà invece negli occhi un uomo che non ha nessun timore di lei.”
In fondo, buona parte del potere dei Demoni risiedeva nella paura che facevano provare. Se non si aveva paura di loro, la loro forza si ridimensionava, l’aura d’intoccabilità svaniva.
“Forse non possono essere sconfitti, ma possono essere colpiti. Ed è mia intenzione farlo il più duramente possibile.”
Dal riparo dell’androne buio osservò l’avanzata del Demone nel turbinio della polvere.
“Continua a camminare sicuro di te, bastardo schifoso: è ora che anche tu soffra. I morti reclamano che tu sprofonda nella stessa merda che hai elargito. Potrai anche scatenare oceani di fuoco e far esplodere la terra, ma oggi prenderai tanti di quei colpi da pentirti di essere uscito dal buco da cui nascesti strisciando. Non ti scorderai facilmente di questo giorno.”
Con mani ferme strinse l’impugnatura del cannone al plasma.
Due colpi. L’arma era carica soltanto per due colpi. Peccato non averla al pieno delle sue possibilità: forse avrebbe potuto abbattere il Demone. Forse era stata creata proprio per quello scopo. Purtroppo la tecnologia di supporto a quel genere d’armamenti era andata perduta, rendendoli inutilizzabili. Per questo aveva tenuto quel cannone portatile da parte, da utilizzare solo in caso estremo.
Portò l’occhio sul display, prendendo la mira mentre il Demone si avvicinava.
“Uno, due, tre” contò i passi dell’avanzata. “Avanti, ancora un pochino.” Trattenne la frenesia, aspettando che entrasse nell’area di massima efficacia del colpo.
“Ora.”
Una saetta verde attraversò lo spazio in un lampo, centrando in pieno il bersaglio e sbalzandolo all’indietro. Il Demone si ritrovò seduto sul marciapiede, un’espressione stupita sul volto affilato.
Il secondo colpo lo raggiunse senza farsi aspettare, schiantandolo contro il muro del palazzo e facendolo rotolare in mezzo alla strada.
Non poteva cadere in posto migliore.
Afferrando il telecomando, Guerriero sollevò la prima levetta a partire dall’alto.
L’esplosione fece tremare gli edifici, uno scoppio che spaccò la strada in tante zolle di duro catrame. Un violento getto di sabbia schizzò verso l’alto come un geyser, ricadendo a terra in un denso velo nebbioso.
Guerriero si spostò da dove si trovava, abbandonando il cannone e dirigendosi nella strada con il fucile a pompa spianato. Attraverso la fitta cortina polverosa vide una figura barcollare verso di lui.
“Rialzati pure. So che non ti posso ammazzare, ma ti posso fare male.”
Il Demone uscì dal cratere apertosi in mezzo alla strada, incespicando nelle pareti della buca che sdrucciolavano sotto i suoi piedi. Fu investito da colpi che lo centrarono in ogni punto vitale, squassando i muscoli e costringendolo a indietreggiare. Con un ringhio, scosse la testa, scacciando lo stordimento che l’esplosione aveva causato e gettandosi avanti con furia.
Prevedendo la carica, Guerriero lasciò andare il fucile e si buttò verso il Demone, rotolando oltre di lui. Subito in piedi, sganciò la mitragliatrice assicurata alle spalle e premette il grilletto, scaricandogli il caricatore sulla schiena. Poi scattò sulla sinistra, pronto a mettere in atto l’ultima parte dell’attacco.
Il manrovescio lo colse all’altezza dell’anca, facendolo piroettare su se stesso e stramazzare al suolo. Con una smorfia si costrinse a rialzarsi; dopo un attacco del genere non sperava di averlo ucciso, ma almeno rallentarlo sì. Invece eccolo lì già in piedi, senza averlo nemmeno scalfito. Strisciò sui detriti, pervaso da fitte brucianti all’anca, cercando di allontanarsi il più in fretta possibile.
Sfregandosi gli occhi con un braccio, il Demone protese in avanti quello libero e l’afferrò per la cintola.
Usando la mitragliatrice come clava, Guerriero lo centrò in pieno sulla tempia, facendogli schizzare la testa di lato.
Il Demone lo sollevò da terra con un ringhio, portando i loro visi alla stessa altezza.
Guerriero estrasse i coltelli che portava alla cinta, facendoli saettare verso le orbite lacrimanti del Demone.
Con una torsione innaturale del collo l’essere evitò l’attacco, scagliandolo contro un muro.
Stringendo i denti, con un braccio insensibile, Guerriero estrasse dalla tasca il telecomando.
“Vediamo come te la cavi con questo, bastardo.”
Tutte le levette furono abbassate.
Pietre e muri saltarono in aria come fuscelli, scatenando un’ondata di devastazione che divelse la strada come se montagne stessero emergendo dalla crosta terrestre. In un fragore di tuono i palazzi implosero, vomitandosi sulla via in una slavina di cemento e acciaio.
Coprendosi la bocca e il naso per non respirare la polvere, Guerriero si allontanò zoppicando lungo un vicolo laterale. Andò a sinistra dove l’intreccio di vicoli era più stretto e la presenza di sabbia quasi nulla. Attento a non pestarla per evitare di lasciare tracce, si lanciò in una serie di continue svolte, senza mai andare nella stessa direzione. Il crollo non avrebbe fermato a lungo il Demone, ma se fosse stato fortunato avrebbe avuto il tempo di allontanarsi e far perdere la sua pista. Spingendosi al di là del dolore, continuò a muoversi velocemente.
Le esplosioni cominciarono in serie, una scarica improvvisa che fece tremare i palazzi, facendo piovere cascate di sabbia e detriti.
Si bloccò come un animale in fuga, guardandosi alle spalle. “Non possono essere le cariche che ho piazzato: sono esplose tutte.” Riprese a correre con maggiore forza. “Merda, il Demone si è liberato più in fretta di quanto avessi previsto.”
Le esplosioni non si placarono, ma aumentarono d’intensità, facendo tremare la terra e crepare i marciapiedi.
“Vuole radere al suolo l’intera città pur di riuscire a trovarmi?”
Calcinacci sempre più grossi presero a piovere dai palazzi che a ogni scossa andavano sgretolandosi. “Devo togliermi immediatamente da questi vicoli prima di venire schiacciato.”
Sbucò in una piazza coperta di dune; il pericolo dei crolli era scongiurato, ma in quella maniera il Demone avrebbe potuto vederlo senza alcuna difficoltà. Spasmodicamente prese a girare lo sguardo tutt’attorno. Scappare per le strade era un suicidio. Rifugiarsi in un palazzo pure. Aspettare equivaleva a rassegnarsi a morire.
Lo spostamento di un cumulo di sabbia vicino a un marciapiede gli mostrò la salvezza: il coperchio di un tombino.
Senza esitazione lo spostò e s’infilò all’interno dell’apertura; scese la scala due pioli alla volta, atterrando sul duro pavimento del fondo. Accendendo la torcia tenuta in una delle tasche laterali, si guardò intorno, assicurandosi che le esplosioni non facessero crollare le pareti. Poi prese a muoversi lungo lo stretto cunicolo; il calore del deserto era arrivato fin sotto il terreno, prosciugando quello che doveva essere un canale di scarico ed essiccando muffe e alghe fino a saldarle alle pareti in un grottesco affresco.
Un rombo soffuso lo raggiunse. “Non si vuole dare per vinto. Dovrò restare nascosto per qualche tempo, lasciando che in superficie le cose si calmino. E contemporaneamente trovare una via d’uscita che mi porti il più lontano possibile da qui.”
Claudicante, avanzò nell’oscurità.

Una recensione su Strade Nascoste

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Strade NascosteSu Bostonian Library è possibile leggere una recensione su Strade Nascoste, il primo romanzo che ho realizzato.
Sono trascorsi più di dieci anni da quando ho concluso la prima stesura: che valutazioni fare del percorso inerente alla scrittura?
Continuare a scrivere (e soprattutto a leggere) ha portato ad acquisire una maggiore sintesi, ad avere uno stile più asciutto; ho scritto Strade Nascoste al meglio delle possibilità che avevo in quel periodo, mettendo tutti i mezzi e le risorse a mia disposizione nella realizzazione dell’opera. Se lo scrivessi adesso, lo stile sarebbe differente, ci sarebbero delle migliorie nei dettagli: questo è un fatto normale, una presa di coscienza che qualsiasi scrittore ha nei confronti dei suoi primi lavori. Non rimpiango (e neppure mi vergogno) di quello che ho fatto, perché ci ho messo tutto l’impegno che avevo e quanto fatto è servito per farmi migliorare e arrivare dove sono adesso. E così continuerà a essere continuando nel percorso scrittorio.
Sono rimasto praticamente sempre in ambito fantastico nei miei lavori, ma non sono mai stati semplicemente dei fantasy; Strade Nascoste (e così Strade Nascoste-Racconti) è sicuramente il romanzo che più è fantasy, seppure abbia diversi elementi dell’horror, ma lo stesso non si può dire per L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone. Questi due ultimi lavori hanno trovato in sé lo sviluppo di più generi: fantasy, horror, fantascienza, denuncia sociale, filosofia, spiritualità. Qualcuno potrà storcere il naso, ma a me interessa scrivere storie quanto più interessanti e profonde possibili; non sono un purista dei generi, perché per me è il genere al servizio della storia, non la storia al servizio del genere; qualsiasi elemento di qualsiasi genere può andare bene purché sia utile a scrivere qualcosa di buono.
Tutt’altro discorso per Jonathan Livingston e il Vangelo, che appartiene alla saggistica e che va a toccare argomenti molto diversi dal fantastico, anche se opere appartenenti a questo genere sono utilizzate per mostrare aspetti della vita, perché di essa si parla in quest’opera.
Ancora diverso è il discorso per altre due opere concluse ma al momento inedite: una è un thriller paranormale di denuncia sociale (legata sempre al ciclo della Caduta), l’altra una storia per bambini (ma anche per quelli un po’ più grandi) con protagonisti gli animali.
Finora ho parlato del passato e del presente: il futuro quale sarà? Certezze non se ne hanno: le idee saltano fuori in qualsiasi momento e qualcosa di nuovo può venire creato all’improvviso. Una cosa però è certa: c’è materiale per scrivere altre storie su Asklivion e la Caduta, anzi, ci sono già dei capitoli scritti e la struttura di futuri lavori già imbastita. Però sono ancora lontano dal poter dire che il lavoro è a buon punto: per questo ci vuole tempo. E io sono dell’avviso che per fare dei buoni lavori occorre tempo, perché le cose vanno fatte per bene, senza fretta (la cosa migliore quando la si ha, è andare con calma), altrimenti è meglio non farle.

Il vero volto delle persone

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Il vero volto delle personeLa cacofonia raggiunse Sanjuro sul tetto del palazzo. Un ronzio fastidioso come uno sciame di calabroni. E ugualmente carico di minaccia.
Tutto quello che vedeva bastava per fargli prendere una decisione?
Mark Destin avrebbe detto che non c’era bisogno di tentennamenti, perché farlo significava arrivare troppo tardi.
Ma lui continuava a cercare altre soluzioni.
Mark lo avrebbe redarguito con quei suoi modi privi di emozioni. “La tua mente si sta chiudendo di fronte all’orrore della scelta, ma il tempo della comprensione è finito.” Lui però non c’era più; adesso era solo, con guida le ultime parole lasciate in eredità dall’altro. “Ti convincerai quando vedrai il vero volto delle persone.”
Le urla gli fecero abbassare lo sguardo. Osservò la fiumana di gente che si riversava verso il centro della città: una massa impazzita vestita di nero, risoluta nella sua frenetica possessione.
«Giustizia!»
«Libertà!»
Urlava il lato destro del corteo.
«Condanna per i nemici!»
«La sua innocenza deve essere riconosciuta!»
Strepitava il lato sinistro.
«Fate sentire la vostra voce! Fatevi ascoltare!» Li incitò il capo corteo con il megafono. «Il popolo lo vuole!»
«Il popolo lo vuole!» ruggì il corteo.
Senza più la forza dei soldi, il potere era divenuto quello delle masse: chi aveva il loro consenso dominava, imponendo la sua legge. Era stato normale che fossero i politici a far la parte dei leoni, visti gli appoggi che erano arrivati ad accumulare negli anni. In nazioni dominate dal caos era inevitabile che chi fosse abile con le parole s’innalzasse sopra gli altri. Con gente disperata, che non aveva più lavoro e mezzi con cui sostenersi, era stato facile ottenere consensi facendo leva sul ritorno dell’agiatezza passata. Alla massa non importava che chi li guidava fosse stato condannato per crimini d’ogni sorta contro l’umanità: avrebbe accettato qualunque cosa pur di rimanere negli schemi del conosciuto.
“È questo il vero volto degli uomini?”
Il corteo si espanse come una piovra che allungava i tentacoli. La folla entrò nei palazzi, tornando indietro con i suoi residenti: fatti avanzare a calci e schiaffi davanti al corteo, furono coperti di sputi e insulti.
I volti di quegli uomini erano maschere di violenza e rabbia; le parole che usavano una bestemmia al loro vero significato. Imponevano la legge dei numeri, che con la forza sopprimeva la volontà e uccideva la libertà. Per paura, le vittime si unirono a loro. Ogni compassione per esse svanì.
Ancora però non riusciva a decidersi. Perché farlo avrebbe significato perdere la propria anima. E se non poteva salvare quelle persone, almeno poteva salvare se stesso.
Le urla di protesta e di dolore si trasformarono in urla d’orrore.
Si erano formate delle sacche di resistenza al rastrellamento. Squadroni si erano staccati dal corteo prendendo d’assalto i palazzi. Poi coloro che si erano ribellati furono portati in strada, trascinati perché incapaci di camminare. Uomini, donne, bambini: non avevano fatto distinzione nello spaccare le gambe.
«Loro rifiutano l’innocenza del nostro leader: credono a chi l’ha giudicato colpevole di truffa, sfruttamento della prostituzione, corruzione!» Tuonò l’uomo con il megafono. «Ritengono che sia la causa della rovina del nostro paese, che abbia pensato solo al suo interesse, promulgando leggi a proprio favore!»
La folla protestò inferocita.
«L’offesa merita il castigo!»
Sanjuro vide le teste degli uomini fatte appoggiare sul marciapiede e colpite con mazze di ferro fino a quando il cervello non schizzò fuori. Le donne furono prese e crocefisse lungo le ringhiere dei giardini, i loro ventri squarciati, mentre con gli ultimi scampoli di vita vedevano i bambini venire sgozzati come maiali strillanti.
«Gli abbiamo dato una possibilità!» Tuonò l’uomo con il megafono. «Non l’hanno colta! Andate e uccidete chiunque non è di noi! Perché chi non è con noi, è contro di noi!»
La folla sciamò tra le vie come scorpioni, cacciando, stanando. Le scene di mattanza si ripeterono centinaia di volte.
“E io non sto facendo nulla per fermarli. Ho la forza per impedirlo e me ne sto a guardare.”
“Avresti dovuto ucciderlo quando ne avevi l’occasione.” L’eco della voce di Mark diede corpo al senso di colpa d’aver avuto pietà di chi pietà non meritava.
“Se l’avessi ammazzato, nulla di ciò sarebbe successo.” La barriera che finora aveva bloccato la sua decisione prese a sgretolarsi. “Tutto questo sta accadendo a causa di un misero uomo e di chi non ha avuto il coraggio di fare quello che andava fatto.”
Ma anche se aveva il Potere, non poteva salvare tutti: erano troppi i massacri. Doveva scegliere dove intervenire, ma come poteva decidere chi era più meritevole d’essere salvato?
Allibito, osservava teste infilate sopra pali, neonati presi per le gambe e sbattuti contro i muri, uomini cui venivano amputati gli arti e fatti sventolare come trofei.
Un urlo acuto sotto di lui lo riscosse. Una donna con un bambino in braccio correva disperata tenendone un’altra per mano. La folla li inseguiva scagliando pietre. Una centrò la donna alla spalla, facendola barcollare e inciampare, fino a che non rovinò al suolo trascinando con sé la piccola. La folla le fu subito addosso. La bambina fu sollevata in piedi, la testa strattonata all’indietro. Un coltello si levò nell’aria.
Sanjuro si lasciò cadere dal tetto del palazzo, sfondando con un pugno la testa della donna che impugnava l’arma. La folla gli si lanciò contro. Sprigionò il Potere, riducendo gli assalitori a una nebbiolina rossa.
Si voltò verso la donna. «Puoi camminare?»
Tremante, lei assentì.
«Seguitemi.»
Scelse vicoli stretti, ma anche lì i tentacoli della folla li raggiunsero. E con meticolosa freddezza vennero tranciati.
Superato l’angolo di un quartiere, la pianura si stagliò davanti a loro.
«Dirigetevi verso le montagne.»
La donna gli strinse la mano. «Tu non vieni?» domandò con apprensione.
«Altri sono da salvare.»
A malincuore lei lo lasciò. «Grazie.»
«Grazie» ripeté la bambina mentre si allontanavano.
Stava per tornare in città quando udì lo strillo della bambina. Si voltò, vedendo due uomini vestiti di nero saltarle addosso e pugnalarla alla schiena. Pochi metri più in là altri tre stavano finendo la madre e il fratello allo stesso modo.
“Ero sicuro che fossero al sicuro…”sentì un’altra parte di sé sgretolarsi. “Avrei dovuto controllare che non ci fossero di quei folli qua fuori…”
I cinque corsero verso di lui con le lame insanguinate. Furono ridotti in una nebbiolina rossa.
La periferia della città ora era silenziosa. I vicoli erano bagnati e resi scivolosi dal sangue, i corpi delle vittime abbandonati come rifiuti. Nelle vie principali c’erano file di teste impalate e crocefissioni. Le superò tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, puntando al palazzo più alto della città e salendo sulla sua cima, dove troneggiava un’insegna di cui restavano solo le cifre VIII.
Non c’era più nessuno scontro. La gente faceva bivacchi negli incroci, scherzando rilassata, come se non fosse successo nulla.
“Adesso ho visto il vero volto delle persone.” Scese dal palazzo e si allontanò dalla periferia, raggiungendo la donna e i suoi figli per seppellirli. Lanciò un ultimo sguardo ai tre cumuli prima di voltarsi verso la città.
“Uguale a Sodoma e a Gomorra: non c’è più un solo giusto in questo luogo.”
Levò la mano destra al cielo, sentendo i muscoli del volto tendersi mentre serrava la mascella. Le nubi nere del cielo furono percorse da scie luminose.
“Che io sia maledetto per non essere riuscito a impedire tutto ciò.”
La coltre plumbea si aprì in un gigantesco vortice, squarciata da una luce sfolgorante che si allargava sempre più.
“E per non aver avuto prima il coraggio di fare quello che andava fatto.”
La mano si abbassò e la gigantesca lama bianca si abbatté sulla città.
Quando la Spada dell’Apocalisse ebbe purificato tutto, lasciando solamente blocchi di sale, si mise in cammino verso la città successiva.
“Ti troverò figlio di puttana, dovessi ridurre tutto a un mucchio di sale.”

Un ringraziamento a Nerio di WD per la realizzazione della copertina.

Fiamme

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FiammeSanjuro osservava il fuoco a pochi passi da lui. Le fiamme si muovevano lente e sinuose; facevano pensare a qualcosa di vivo, anche se in esse non c’era vita.
Si può vivere senza luce, ma senza calore si è destinati a morire; non ricordava chi glielo aveva detto, ma doveva ignorare che anche una cosa buona come il fuoco, se portata all’eccesso, poteva uccidere. “Anche mal riporre la propria fiducia può portare allo stesso risultato.”
Nella danza delle lingue scarlatte ricordò fiamme che si levavano verso il cielo ruggendo e soffiando, stagliandosi alte contro la notte nera, sferzando le facciate dei palazzi, il calore così elevato che sbriciolava il cemento.
Sanjuro si guardò attorno, non nuovo a scenari di distruzione, ma non abituato a quanto aveva dinanzi.
Corpi carbonizzati pendevano dalle finestre nel disperato tentativo di sfuggire alle fiamme. Le auto si erano accartocciate su se stesse, le barre di metallo incandescente che continuavano a piegarsi.
“Questa città non doveva essere colpita.” Avanzò accumulando orrore su orrore. “C’era solo gente innocente che semplicemente cercava di sopravvivere, non era una base di Posseduti.”
Camminò nel crepitio dei vetri che esplodevano, tra i crolli di muri e pilastri.
Una massa fiammeggiante rotolò fuori da un palazzo, contorcendosi al suolo qualche secondo prima di giacere immobile. Dell’uomo che era stato, in pochi attimi erano rimaste soltanto ossa e fiamme che fuoriuscivano dal torace e dalle orbite degli occhi.
“L’Inferno è sceso sulla Terra” pensò stranito. “Ma chi tra noi è stato capace di fare una cosa del genere? Chi ha avuto questo coraggio? No, non coraggio” si corresse. “Follia.”
Avanzò sulle strade roventi, sperando ci fosse ancora qualcuno da aiutare. Ma sapeva che nessuno poteva sopravvivere a quelle fiamme. Nessuno che non fosse dotato di Potere.
Dal lato opposto della strada un uomo avanzava baldanzoso verso di lui.
«Spettacolo grandioso, vero Sanjuro?»
«Furia…»
«Controlli che il lavoro sia stato portato a termine?» Furia gli batté una mano sulla spalla. «Stai tranquillo: nessuno è rimasto in vita in questa città. A parte me e te, naturalmente.»
«Questa città non era da colpire…»
«Certo che lo era: lo sono tutte.»
«Questa città non era da colpire!» scattò Sanjuro.
Furia alzò le sopracciglia. «Perché?»
«Queste persone cercavano solo di sopravvivere! C’erano innocenti! C’erano bambini!» urlò Sanjuro.
«E allora?» domandò senza scomporsi Furia.
Sanjuro si avvicinò minaccioso. «Che colpa avevano i bambini?»
«Il sangue dei padri scorre nelle vene dei figli» rispose tranquillamente Furia.
«Che stai dicendo?» ringhiò Sanjuro.
«Un giorno i bambini cresceranno e saranno come gli uomini che li hanno procreati. Rifaranno gli stessi sbagli, gli stessi crimini, creeranno gli stessi orrori o anche peggio. Quindi meglio eliminarli quando sono una possibile minaccia, che non una minaccia che ha fatto danno.»
Sanjuro socchiuse gli occhi come una belva pronta ad attaccare. «Ma tu chi sei?»
«Uno che fa la tua stessa identica cosa» rispose l’altro.
«Io non uccido bambini!» sibilò Sanjuro sentendo la rabbia montargli dentro.
«Tu uccidi, esattamente come me. Spazzi vite via dalla faccia della terra come fa il vento con le foglie secche.»
«Io non provo piacere nell’uccidere.» Sanjuro strinse i denti. «Tu sì.»
«Solo perché le persone hanno quello che si meritano. Perché gli viene reso quanto hanno fatto. Accetta la realtà: tutti gli uomini sono colpevoli. Nessuno escluso.»
«Neppure tu.»
«Certo. Infatti, non mi reputo una vittima e neppure voglio esserlo. Preferisco essere il carnefice. E come carnefice, apprezzo il sangue che viene versato.» Furia prese a girargli attorno. «Anche tu lo sei e pure a te piace portare rovina, per quanto tu possa negarlo. Non c’è nulla di più sublime dell’avere tra le mani la vita degli altri e poterla spezzare. Abbiamo il potere più grande, quello di dare la morte e non c’è niente che faccia sentire così vivi.» Osservò con disgusto un corpo carbonizzato. «Provi pietà per il decesso di queste persone ma guarda in che modo vivevano, in cosa credevano, cosa inseguivano e capirai che meritavano questa fine.» Gli lanciò un’occhiata di feroce divertimento. «Sai che cos’ha di bello questo potere? È nei momenti in cui uccidiamo che la vita esprime e acquisisce la sua maggiore intensità, ci fa provare il desiderio di continuare a essere, cancellando ogni apatia, ogni non senso.»
«La morte è solo dolore.»
Furia scosse il capo. «La morte è liberazione dal dolore. Il dolore è vivere. Tu pensi di sapere cos’è la sofferenza, ma non hai mai provato quella vera, capace di mutare il tuo essere in ogni suo aspetto.»
Sanjuro sentì la rabbia crescere. «Hai perso il senso dell’essere Usufruitore.»
Furia scoppiò in una bassa risata. «Ho detto di esserlo?»
La frase raggelò Sanjuro, cominciando a comprendere. «Tu non sei un Usufruitore…»
«A costo di ripetermi, non l’ho mai detto. Il fatto che io abbia la vostra stessa forza, non fa me uno di voi.»
«Ma allora…» Sanjuro sentì il peso della rivelazione piombargli addosso di colpo.
Furia sollevò le mani con i palmi rivolti verso l’esterno in segno di discolpa. «La responsabilità non è mia se non sai osservare e distinguere le cose.»
Il respiro di Sanjuro accelerò. «Mi sono fidato di te.»
Furia scrollò le spalle. «Impara a non fidarti di nessuno.»
«Ci hai usato, utilizzando le nostre informazioni per i tuoi scopi.»
«Non ho usato nessuno: ho fatto quello che avrei fatto in tutti modi. Solo che in questa maniera le nostre strade si sono affiancate. Con o senza di voi continuerò sullo stesso percorso. Quindi, non farti il sangue amaro per questo: non puoi farci nulla.»
«Su questo ti sbagli, demone.» Il Potere colpì in pieno Furia e la strada esplose, scaraventando pezzi d’asfalto in tutte le direzioni.
Furia scagliò in avanti le fiamme in colonne ruggenti. I lampioni e le auto si fusero come ghiaccio nel deserto.
Sanjuro rotolò lontano, rialzandosi e scagliandogli contro il proprio Potere.
Il fuoco si erse a difesa formando un muro che disperse l’attacco.
«Dovrai fare di meglio» Furia sbeffeggiò Sanjuro. «Hai scoperto il Potere da poco tempo, mentre io sono antico di secoli e quindi ho più esperienza di te. E l’esperienza è tutto sul campo di battaglia.»
Il muro di fuoco fu perforato da catene che lo centrarono nel petto. Furia rotolò sull’asfalto, sentendo gli abiti inzupparsi di sangue.
“È riuscito a ferirmi” costatò stupito.
Le fiamme furono ricacciate indietro. Sanjuro avanzò deciso.
“Ma che…?”
Catene incandescenti gli salirono sulle gambe, intrecciandosi con altre dagli anelli rosso sangue fin sulle braccia e sul petto, dove divenivano nere.
“Che razza di Potere sta usando?” Furia riuscì a schivare l’attacco delle catene, scagliando in risposta una marea di fiamme.
Le catene crearono un vortice di anelli attorno a Sanjuro; il fuoco fu spinto verso l’alto, disperdendosi nel cielo in nuvole di scintille.
Furia lo incalzò, ma niente riusciva a passare la ferrea difesa. “Non sta usando nessun Potere, eppure quelle catene hanno forza: le mie fiamme non riescono nemmeno a scalfirle.” Prese ad arretrare, sentendo un tintinnio quando il suo calcagno pestò qualcosa di duro.
“Merda.” Tutto intorno a lui era uno strisciare di catene: non vedeva la fine del serpeggiare degli anelli fatti di rosso, nero, arancione. Il buio cominciò a calare, le fiamme soffocate dall’espandersi della misteriosa manifestazione di Sanjuro. Palazzi, strade: tutto era ricoperto di catene che sferragliavano.
“Si mette male.” Furia fece esplodere il potere in una gigantesca colonna di fuoco accecante e poi scattò all’indietro. Sentì il corpo perforato in decine di punti, le catene che cercavano di serrarsi attorno a braccia e gambe per trascinarlo al suolo e stritolarlo in uno spietato abbraccio. Lasciando lembi di carne tra gli anelli, riuscì a liberarsi, scappando nella notte.

La mente di Sanjuro ritornò al presente. Si alzò, risoluto. Era tempo di porre rimedio agli errori commessi.

Nebbia

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Matt scese il sentiero con passi lenti, misurati, guardandosi continuamente attorno.
Alla sua destra si ergeva una ripida parete rocciosa. Alla sua sinistra si apriva un precipizio di centinaia di metri. Un luogo simile a molti che aveva già visto, ma con una differenza: lui non doveva trovarsi lì.
Si voltò e diede un’altra occhiata alla grotta nella quale si era risvegliato. Grande, semicircolare. E bassa, tanto che aveva dovuto procedere chinato per non sbattere la testa. Non ci aveva messo molto a perlustrarla. Aveva impiegato molto di più a decidersi a uscirne, il fucile a canne mozze puntato sull’ingresso, restando in attesa che qualcosa facesse la sua apparizione.
Si era costretto a fare dei lunghi respiri per calmare il battito del cuore e riprendere a ragionare con lucidità.
“Non possono essere state le chimere a portarmi qui: se fossero riuscite a prendermi, mi avrebbero fatto a pezzi.”
Le bestie avevano iniziato a braccarlo subito dopo mezzogiorno: una volta fiutata la sua pista, non l’avevano più mollato. Aveva tentato in ogni modo di seminarle, ma non c’era stato verso: ogni espediente che aveva attuato era risultato inutile. Le scimmieragno avevano continuato a dargli la caccia senza posa, aumentando di numero.
Matt aveva continuato a muoversi, cambiando sempre direzione per cercare almeno di disorientarle. La sua unica possibilità di salvezza era lasciare la città; se si fosse asserragliato in un palazzo o in un magazzino, sarebbe stata la sua fine: prima o poi le scimmieragno sarebbero riuscite a entrare.
L’inseguimento era durato per tutto il pomeriggio e la sera. La notte aveva cominciato a calare e la fatica si era fatta sentire sempre più insistentemente, ma era riuscito a raggiungere la periferia; dalla posizione in cui si era trovato, era riuscito a scorgere il canyon verso cui si era diretto: una volta raggiunto il fiume, si sarebbe lasciato trasportare dalla corrente, allontanandosi dal pericolo e facendo perdere definitivamente le sue tracce alle chimere. Doveva solo non farsi trovare finché le tenebre non fossero calate completamente.
Il caso però non era voluto stare dalla sua parte: due scimmieragno gli erano praticamente cadute addosso. Era riuscito a eliminarle senza che lo ferissero, ma i rumori della lotta avevano segnalato la sua posizione al resto del branco.
Era stata una fuga angosciosa. Le strida delle chimere erano riecheggiate nelle strade. Era riuscito appena in tempo a superare gli ultimi palazzi, prima che le scimmieragno calassero dalle loro ragnatele e gli precludessero ogni via di salvezza. Le maledette bestie però non si erano date per vinte.
Ricordava di aver lasciato la strada asfaltata, correndo in mezzo alla sterpaglia del deserto, inerpicandosi su un pendio sassoso, il canyon che si stagliava a poche centinaia di metri da lui. Aveva raggiunto il fiume e vi si era gettato, le bestie sempre alle sue calcagna. Poi…
Poi si era svegliato nella grotta. Stando alla luce che filtrava dall’ingresso, doveva essere sul mezzogiorno. Erano trascorse dodici ore. Dodici ore di cui non ricordava nulla.
Matt riprese a muoversi lungo il sentiero.
“Come diavolo ho fatto a giungere fin qua? Forse qualcuno mi ha visto trascinato dalla corrente e mi ha tratto in salvo, portandomi al riparo della grotta.”
NebbiaEscluse subito la possibilità: non c’erano impronte lungo il sentiero che salivano, solo le sue che stava lasciandosi alle spalle. Inoltre, benché la parete rocciosa assomigliasse a quella del canyon verso cui si era diretto mentre fuggiva, non poteva essere lo stesso che aveva visto: sotto di lui si estendeva una folta foresta e nessuna città si scorgeva all’orizzonte. Camminò per ore, continuando a scendere verso di essa.
Quando finalmente il sentiero terminò, si ritrovò in una radura. Matt si avvicinò agli alberi, ma quando vide che dai loro tronchi neri trasudava una linfa simile al sangue, decise di tenersene alla larga. Inoltre la sera stava calando e non era consigliabile avventurarsi in un luogo sconosciuto col giungere delle tenebre. Volse lo sguardo al cielo.
“La Luna sta sorgendo.” Fece per rimettersi in marcia, ma si fermò dopo pochi passi, tornando a guardare il cielo.
“Cazzo.”
Accanto alla Luna c’era un altro satellite più piccolo, d’una colorazione rossastra. Ma guardando meglio, capì che quella non era la Luna: nessuna Luna che lui aveva visto possedeva sfumature verdastre che si facevano sempre più intense mentre continuava la sua ascesa nella volta celeste.
I due astri si fecero indistinti mentre la bruma prese a salire sopra la cima degli alberi.
La nebbia.
In quell’attimo Matt capì. Anche quando si era gettato nel fiume c’era la nebbia, ma non era la solita nebbia: troppo cupa e riflettente, come un cristallo oscuro. Era avanzata come un serpente viscido di umori, allungando le sue spire verso di lui.
“Aveva ragione quell’uomo.” Quando aveva sentito la sua storia non ci aveva creduto; aveva ritenuto impossibile che gli uomini avessero trasceso la natura della nebbia, spingendosi oltre limiti conosciuti, creando e scatenando energie che andavano oltre la loro comprensione e il loro controllo, capaci di aprire una finestra su altri luoghi, di creare passaggi per altri mondi: mondi da favola, mondi d’orrore. Ma ora, dinanzi all’evidenza, doveva ammettere che la follia umana era andata oltre la creazione di mostri come le chimere, era andata…
Lo schiocco di qualcosa che si rompeva lo fece ritornare alla realtà.
Al limitare della foresta qualcosa di grosso stava banchettando con i resti di un uomo. Qualcosa che aveva la stazza e gli artigli di un orso, ma la coda di uno scorpione. La creatura si levò eretta sulle zampe posteriori, volgendo il muso da scimmia al cielo, le narici che fremevano spasmodiche. Poi si volse verso di lui, snudando le zanne. In un attimo la creatura si mise a quattro zampe, lanciandosi in carica.
Matt imbracciò l’arma e la puntò verso di lei. La paura e lo sbigottimento di prima erano svaniti, sostituiti dal sangue freddo acquisito in anni di lotte.
Poteva anche essere finito su un altro mondo, ma le cose non erano poi così diverse dalla Terra: dovunque si andasse, per sopravvivere c’era sempre da combattere.