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Nessuno resta indietro

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Nessuno resta indietroNessuno resta indietro è il secondo racconto del Testimone della trilogia omonima di Steven Erikson. A G’danishan c’è aria di rivolta, con i Malazan che di nuovo devono vedersela con il culro dell’Apocalittico; al Gran Pugno Arenfall l’arduo compito di evitare che la situazione degeneri, ma oltre a dover fronteggiare i nemici davanti a sé deve guardarsi le spalle dalle macchinazioni interne con l’arrivo dell’Aggiunto Inkaras, venuto forse per aiutarlo, forse per farlo fuori. Assassini, divinità antiche, case Azath, fanti di marina che usano congegni esplosivi con facilità estrema, uniti all’inconfondibile stile Erikson creano una storia densa, dove buona parte della storia ruota attorno all’Inquisitore di Va’Shaik Bornu Blatt, uomo deforme dalla nascita ma proprio per il dolore che ha dovuto sopportare per tutta la vita dotato di grande intelligenza e compassione; proprio questi suoi aspetti, che non lo hanno mai portato ad adorare alcun dio, lo metteranno in contrasto con il volere della dea che lo ha scelto, un volere che si alimenta della rabbia nata dalle ingiustizie e che vuole bruciare e distruggere tutto quanto.
Devo dire che Nessuno resta indietro, insieme a I figli di Dune, è stato una boccata d’aria fresca in un periodo di letture un po’ troppo semplici (pare però che nel genere fantasy adesso sia questo che passa il convento): Erikson, almeno in Italia, non ha grandi giri di vendite (seppure bisogna notare siano buone, altrimenti non sarebbe pubblicato) e non ha tantissimi fan per la prosa e le tematiche non semplici che usa, ma per me in questo momento era quello che ci voleva perché è stato di stimolo, perché fa pensare, perché non dà la pappa pronta. Certo non è immediato (anche se devo dire che ho trovato più difficoltà in passato), certo essendo passati tanti anni dalla lettura dal Libro dei Caduti di Malazan molte cose non me le ricordo (in questo libro meno che nel precedente), ma Nessuno resta indietro è stata davvero un’ottima lettura e mi è dispiaciuto averla finita (in verità mi ha fatto venire voglia di rileggermi l’intera saga, anche se ho tanti libri non letti ancora da smaltire).

Controllo

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I figli di dune: il controlloCiò che voi del direttorato della. CHOAM sembrate incapaci di capire è che, assai raramente il commercio può vantare vere fedeltà. Quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di un impiegato che ha dato la vita per la sua compagnia? II vostro errore fondamentale è la convinzione che sia possibile ordinare alla gente di pensare e di collaborare secondo la vostra volontà. Ciò ha sempre fallito, da quando esiste la storia, dalle religioni alle organizzazioni militari. Le organizzazioni militari hanno una lunga tradizione, tra coloro che hanno più contribuito a distruggere le proprie nazioni… E per quanto riguarda le religioni, vi raccomando una rilettura di Tommaso d’Aquino. In quanto a voi, della CHOAM, a che razza di sciocchezze credete! Gli uomini devono voler fare le cose spinti dai propri impulsi più profondi e autentici. È la gente, sono i singoli individui, e non le organizzazioni commerciali o le strutture gerarchiche, che fanno funzionare le grandi civiltà. Il destino di una civiltà dipende dalla qualità degli individui che produce.. Se voi super-organizzate gli uomini, se li seppellite sotto cumuli di regolamenti e di leggi, sopprimete il loro naturale impulso verso la grandezza… essi non sono piú in grado di operare, e la loro civiltà crolla. (1)

La mania del controllo, o ipercontrollo, come spiega la psicologia, è una problematica che spinge gli individui a voler tenere tutto e tutti sotto controllo, tentando di prevenire ogni cosa, dalle varie situazioni al comportamento altrui; uno stato ansioso che non fa vivere bene non solo l’individuo che lo attua, ma anche chi gli sta accanto, dato che questa ansia viene avvertita dagli altri, e spesso arriva a condizionare pure la loro vita. Tutto ciò porta un malessere crescente, che diventa soffocante, che è invasione, dove non si è più protagonisti della propria vita poiché è l’altro a volerla gestire.
Questa patologia che colpisce le singole persone può essere trasposta dall’individuo alla società attuale, visto che viviamo in un mondo che controlla e vuole controllare sempre di più. Se si osserva, la libertà dell’individuo è sempre minore, con i suoi movimenti che vengono monitorati sempre di più. Un esempio lo sono i social, come se ne è parlato nel capitolo Sulla rete. Poi lo sono gli smartphone con le varie app che controllano gli spostamenti. Poi gli acquisti online e quelli con carte di credito. Poi l’uso della tessera sanitaria per gli acquisti in farmacia. Poi le telecamere che sorvegliano strutture, negozi, abitazioni. Autovelox, semafori photored. Tutti questi sono strumenti di controllo e sono solo alcuni dei tanti, creati, stando agli intenti, per migliorare la vita dell’uomo, renderla più tranquilla, più semplice, più sicura. Ma di fondo, questa società sempre più controllante e monopolizzante, con la sua ansia di tenere tutto monitorato, diventa soffocante e la qualità dell’individuo ne risente, divenendo peggiore col passare del tempo. Controllando in continuazione le persone si applica una pressione che diventa un disagio sempre maggiore; con tale modo di fare si prosciugano le energie, la voglia di fare, si blocca la creatività, aumenta l’aggressività.
La società non se ne rende conto, ma più controlla e più vuole controllare, divenendo ossessiva, prepotente e sopraffacente. Questa società è malata e andrebbe aiutata, ma vuole essere aiutata? Vuole davvero rinunciare al potere di gestire la vita di tutti? Di controllarla in ogni suo attimo?
I fatti, purtroppo, stanno dicendo di no.
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1. I figli di Dune. Frank Herbert. Editrice Nord, 1977, pag.310
2. Ritrovare la capacità di pensiero.

Aquaman e il regno perduto

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Aquaman e il regno perdutoAquaman e il regno perduto si conferma nella media delle sensazioni datemi dai film del DC Universe: poche e noiose. Sceneggiatura senza scossoni, caratterizzazione dei personaggi praticamente assente, trama piatta e già vista: si capisce perché la critica ha dato giudizi negativi su questa pellicola. Belli gli effetti speciali, ma ormai di simili se ne vedono in tanti altri film di genere e non bastano di certo per far raggiungere la sufficienza. Vanno spezzate due lance per Aquaman e il regno perduto: sono stati fatti tanti film sui supereroi che ormai è difficile trovare qualcosa che colpisca e sorprenda. Aquaman, almeno per quel che mi riguarda, non ha mai avuto una gran attrattiva e sarà anche per questo che non ho mai letto niente che lo riguarda; non sapendo nulla (o quasi) del personaggio non posso dare giudizi in positivo o negativo su quanto il personaggio interpretato da Momoa è fedele alla versione cartace, però da quanto visto su schermo posso dire che mi lascia abbastanza freddo. Aquaman è il re di Atlantide ma vive anche sulla terra, è serio ma è anche un tamarro che fa quello che gli pare e non si confroma alle regole: non c’è altro da dire su di lui dopo la visione della pellicola (questa e la precedente, che è leggermente superiore).
La storia non è meglio: Aquaman si è sposato, ha avuto un figlio e deve avere a che fare con le beghe dell’essere re mentre lui preferirebbe fare come prima (fare risse e tafferugli). Deve avere a che fare col ritorno del villain del film precedente, Black Manta, che ha rinvenuto un antico artefatto atlantideo, il tridente nero, appartenuto a uno dei sette regni di Atlantide, dimenticato e perduto, ma anche causa di una quasi apocalisse dell’intero mondo. Naturalmente questo comporta l’arrivo di una grave minaccia che rischia di sconvolgere tutto. Aquaman per fermarlo ricorre all’aiuto del fratello che aveva fatto imprigionare: lo libera, i vecchi contrasti si risanano, tutto si risolve e insieme fermano il cattivo che è stato posseduto da qualcosa di ancora più cattivo.
Alla fine tutto si risolve, si inneggiano i valori della famiglia ma anche quelli della tamarraggine. Sinceramente i film di supereroi americani che parlano di famiglia, di quanto essa sia importante (il matrimonio, i figli), hanno un pochino stancato: avere qualcosa alla Watchmen, ai primi due Batman di Nolan o i primi due Spiderman di Raimi fa così schifo?
Se capita e non si ha niente da fare, Aquaman e il regno perduto si può anche guardare, ma per la verità non lo consiglio (come non consiglio il secondo di Suicide Squad e Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn).

Brandon Sanderson e l’accordo con Apple Tv

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Il Ritmo della Guerra, quarto volume di Le Cronache della Folgoluce, uno dei mondi di Sanderson che verrà trasposto per lo schermoPer i fan di Brandon Sanderson è arrivata una notizia molto interessante: Apple Tv ha acquisito i diritti del Cosmoverso, l’universo che collega molti dei mondi e delle storie realizzati dallo scrittore americano. Al momento si parla di realizzare film per la saga di Mistborn e una serie tv per quanto riguarda la serie della Folgoluce. Come rivela The Hollywood Reporter, l’autore avrebbe valutato la maggior parte degli studi cinematografici e, secondo alcune fonti, avrebbe poi optato per un accordo interessante che conferirebbe all’autore un controllo importante nello sviluppo creativo dei progetti. “Sanderson sarà l’architetto dell’universo: scriverà, produrrà e farà da consulente e avrà le autorizzazioni necessarie. Un livello di coinvolgimento che nemmeno J.K. Rowling o George RR Martin hanno raggiunto”. (1)
Dunque, Sanderson avrà un ruolo molto importante all’interno della produzione, anzi si può dire che per quanto riguarda il potere decisionale su sceneggiatura e trama sarà praticamente totale, il che fa ben sperare che le storie dei suoi mondi non saranno stravolte o adattate in modo inadeguato o pessimo (chi ha parlato di Shannara Chronicles?)
Cosa penso di tutto ciò?
Sinceramente, non so come prenderla. In passato sarei stato ben felice della notizia, oggi sono più distaccato, questo anche per l’esperienza avuta con le varie trasposizioni visive delle storie cartacee.
Il Signore degli Anelli, con i tagli e adattamenti vari, si può dire che è riuscito, anche se ci sono fan che non l’hanno apprezzato; le cose sono andate peggio con Lo Hobbit, dove tre film sono stati troppi per una storia non a livello di quella prima menzionata, sia come lunghezza sia come spessore. Su Eragorn caliamo un velo pietoso, quelli su Percy Jackson così così, La bussola d’oro idem. Poi c’è Star Dust, uno dei rarissimi casi in cui il film è meglio del libro; stessa cosa si può dire per La zona morta. Questo per citare alcune pellicole cinematografiche tratte da romanzi appartenenti al genere fantasy/fantastico.
Per quanto riguarda le serie tv non si può non menzionare Il Trono di Spade, partito bene finché ha seguito i libri di Martin, ma che quando è venuto a mancare il materiale originale perché l’autore non è andato avanti con la storia è calato parecchio. La spada della verità niente di eccezionale, ma la stessa cosa vale per i libri. Con La Ruota del Tempo hanno sbagliato fin da subito. Non parliamo dell’obbrobrio che han fatto con Shannara: il primo errore è stato che con Le Pietre Magiche doveva essere fatto un film, non una serie tv, per quella si doveva scegliere Il Ciclo degli Eredi, molto più adatto alla serializzazione; il secondo è che han voluto farne un prodotto adolescenziale stravolgendone il senso.
Insomma, nella maggior parte dei casi, quando si ha avuto a che fare con il fantasy non ci è comportati proprio bene. Il fatto che la scrittura sia totalmente in mano a Sanderson non mi rassicura, perché c’è differenza tra scrivere per lo schermo (grande e piccolo) e scrivere per romanzi; in questo c’è riuscito bene Makoto Shinkai, molto peggio ha fatto King che quando ha lavorato sulle sue opere per trasporle le cose non sono andate benissimo.
Forse è l’età che ormai ho, forse ho perso entusiasmo, spero però di sbagliarmi e che saltino fuori dei prodotti validi (in fondo l’ho fatto anche con Mad Max – Fury Road, partito scettico e arrivato entusiasta). Per chi fosse interessato, alcuni fan dei libri di Sanderson si sono divertiti a “scegliere” il cast per le storie da trasporre su schermo; se può interessare, qua sotto posto il video della live che hanno fatto.

1. https://www.comingsoon.it/cinema/news/il-cosmoverso-di-brandon-sanderson-apple-tv-adattera-il-popolare-universo/n216106/

Vento e verità

Vento e Verità

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Vento e veritàCosa dire di Vento e Verità, il quinto libro e ultimo libro del primo ciclo delle Cronache della Folgoluce?
Non è il miglior libro di questi primi cinque volumi ma è comunque un buon libro, superiore a molte produzioni attuali (ma anche del passato), con alti e bassi.
Partiamo dai bassi. Le prime cinquecento pagine non mi hanno preso, non sono riuscite a coinvolgermi, non dico che mi hanno annoiato ma hanno rallentato molto la lettura; era già successo con altri volumi della Folgoluce che la lettura procedesse a rilento, ma lì il rallentamento era stato voluto per non finire troppo presto il romanzo che stavo leggendo. Il problema con queste cinquecento pagine, per quel che mi riguarda, è che gli eventi sono troppo dilatati, si prendono tempo in preparazione di ciò che sta per arrivare (la sfida finale tra i campioni di Dalinar e di Odio); considerando che l’arco di tempo di Vento e Verità ricopre dieci giorni, la cosa risulta un poco eccessiva. Molti avrebbero abbandonato il volume già dopo cinquanta pagine (c’è gente che abbandona la lettura di un libro se non è coinvolta dopo aver letto le prime cinque righe), ma vuoi per fiducia verso Sanderson, vuoi perché quando inizio una cosa la voglio finire, sono andato avanti, venendo ripagato da una buona lettura, a tratti molto buona.
Com’è possibile allora, narrando gli eventi di dieci giorni, scrivere un tomo di millecinquecento pagine?
Perchè le vicende di alcuni personaggi (Navani, Dalinar, Shallan, Rlain e Renarin) si svolgono nel Reame Spirituale (dove dimorano gli dei), dove il tempo viene dilatato (quello che nel mondo di Roshar può essere qualche minuto o un’ora nel Reame Spirituale corrisponde a giorni). Una scelta che non mi è dispiaciuta, ma di cui non sono rimasto sorpreso per il semplice fatto che ho usato tale mezzo in Strade Nascoste, il primo volume che ho scritto di Storie di Asklivion. So che queste parole non piacieranno a diversi, che sembrerà un modo di volermi mettere al livello di Sanderson, ma non mi sto paragonando a lui e neppure voglio essere come lui: semplicemente sto enunciando un fatto. E prima che qualcuno asserisca che ho preso spunto dallo scrittore americano (o peggio, che abbia copiato), Strade Nascoste l’ho scritto prima delle Cronache della Folgoluce (tra il 2001 e il 2006) e la prima versione (tramite licenza Creative Coomon) l’ho pubblicata sul mio sito (quello su cui si sta leggendo) nel 2011 (è stata tolta dopo la pubblicazione in ebook ma sono rimasti sul sito alcuni brani). Quindi Reame Spirituale, personaggi che in un’altra dimensione condividono e rivedono esperienze personali, il mondo degli spren, non sono stati una novità: in Strade Nascoste ci sono il Mondo Spirituale e gli spiriti che sono interconnessi e interagiscono col mondo materiale, i protagonisti finiscono in una dimensione dove rivivono esperienze passate apprendendo da esse e superando traumi, hanno a che fare con luoghi dove il tempo scorre in maniera diversa. Per precisare, neanche la mia idea era originale, dato che tale idea faceva parte dell’ambientazione Mondo di Tenebra della White Wolf; anzi, posso dire tranquillamente che tale ambientazione mi ha molto ispirato, sia per quanto riguarda Asklivion, sia per quanto riguarda I Tempi della Caduta.
Tutta questa pappardella (i più maligni diranno autorefenziale e per farsi pubblicità) serve a spiegare perché, avendo già usato tutto ciò in mie opere, non sia rimasto sopreso da quello che ha scritto Sanderson; non essere sorpreso non significa essere deluso, anzi, la lettura di Vento e Verità è stata piacevole. Fra parentesi, uno dei motivi per cui ho letto praticamente tutto quello che è stato tradotto di Sanderson è che racconta tipi di storie e idee che ho anche io e per questo mi piacciono; si dice che si scrive quello che si piacerebbe leggere: è vero che in questo caso si legge ciò che piace scrivere 🙂 . Di nuovo (tocca ancora precisare perché siamo in un tempo in cui si riesce a fare polemica con tutto), non è un paragonarmi a Sanderson ma solo per dire che abbiamo un modo di vedere il fantasy molto simile ed è uno dei motivi per cui lo seguo.
Quindi non è stata la mancanza di sorpresa a penalizzare la lettura, ciò che l’ha penalizzata è stata soprattutto la mancanza di sintesi nel primo terzo del romanzo: c’erano dei capitoli che sarebbero bastate poche righe per raccontare gli eventi che li riguardavano. E qui si potrebbe parlare dello “Show don’t tell” perché non sempre mostrare tutto è un bene: alle volte è meglio raccontare per non perdere il lettore dilunagandosi troppo.
Superato lo scoglio delle prime cinquecento pagine (e si può dire che non è uno scoglio piccolo), Vento e Verità ingrana e la storia si fa sempre più appassionante: viene mostrato il passato degli Araldi, come è stato realizzato il Giuripatto, qual è stato il destino di Onore, perché Roshar è cambiato così tanto con l’arrivo degli umani, cosa ha portato alla guerra millenaria. Oltre al Reame Spirituale viene aggiunto Vento, una delle divinità esistenti su Roshar prima dell’arrivo di Odio e Onore, viene mostrato cosa è successo al paese in cui è nato Szeth ed è qui che si capisce come la guerra in corso non riguarda più solo Roshar ma anche tutti gli altri sistemi del Cosmoverso, dato che, da come si può intuire, nei prossimi volumi della serie molto probabilmente scenderanno in campo anche i Frammenti di altri sistemi planetari (al momento si sono visti Armonia, che unisce Preservazione e Distruzione, e Autonomia col mondo di Mistborn, ma ce ne sono altri menzionati in Vento e Verità).
Cosa dire dei personaggi? Dalinar e Khaladin hanno fatto scelte che mi aspettavo (e le ho trovate appropriate), così pure Shallan; Adolin ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, tutto il suo valore (e lo scontro con Adibi è tanta roba, non tanto per spettacolarità, ma per epicità e per come si realizza). Per quanto capisca il cammino fatto, Szeth è stato il personaggio di tutta la serie che meno mi ha preso: è stato vittima degli eventi, degli altri, per tutto il tempo e solo alla fine prende nelle sue mani il destino. Benché cresciuto, Szeth è sempre stato un bambino sfruttato da chiunque, usato per scopi non proprio dei migliori; la sua è una storia triste dall’inizio alla fine.
Qualcuno potrebb criticare (anzi, direi che in diversi l’hanno fatto) per come finisce Vento e Verità, dato che lascia la storia a un certo punto, ma è logico che sia così: siamo al romanzo cinque di dieci, ed è finita solo la prima parte (sarebbe la stessa cosa criticare come finisce un film avendo visto solo il primo tempo). Sanderson lascia la storia dopo che c’è stata una svolta e dopo tale svolta ci si sta assestando e preparando per quello che verrà; ora occorrerà aspettare per sapere come si svolgerà la seconda parte, dato che prima lo scrittore dovrà scrivere la terza era di Mistborn e, facendo congetture con quanto letto nel finale di Vento e Verità, sarà legata a quanto si verificherà su Roshar. E sarà un’attesa un po’ lunghina: se non ricordo male da quanto letto da qualche parte in rete, per il sesto libro si parla del 2031 e visto quanto hanno impiegato per uscire i primi cinque volumi (dal 2010 al 2024) (sempre che Sanderson non si lasci distrarre da tanti altri progetti), data la lunghezza dei tomi, ipotizzare una decina d’anni non è qualcosa di tanto lontano dalla realtà. Per i fan ciò può essere sconfortante, ma si provi a scrivere libri di mille e passa pagine l’uno (e pure di alta qualità) e si vedrà; ci sono scrittori che fanno molto peggio (chi ha citato George R.R. Martin?); è anche vero che ci sono scrittori che hanno fatto meglio, vedere Steven Erikson, che riusciva a pubblicare un romanzo l’anno della saga Malazan (però lavorava solo su essa). Per il momento ci si goda questo Vento e Verità, che non sarà un romanzo perfetto ma è sicuramente una buona lettura.

 

P.s.: il bello di Sanderson quando parla di divinità è che mostra, oltre il loro potere, anche il loro lato umano, perché una dività potrà anche essere un essere superiore ma parte sempre da una base umana.

L'Arazzo di Fionavar, esempio di letteratura del fantastico.

Il fantastico nella realtà e la realtà nel fantastico: alcuni esempi

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Visto il poco tempo che ho ultimamente per scrivere articoli (oltre agli altri impegni sto terminando di revisionare un ebook che vorrei far uscire a breve), ripropongo un vecchio articolo che avevo scritto anni fa su Fantasy Magazine.

L'Arazzo di Fionavar, esempio di letteratura del fantastico. Spesso la maggioranza delle persone ritiene che alla letteratura fantastica (fantascienza, fantasy e tutto ciò che è inventato e che non ha elementi inerenti la realtà) appartengono letture di serie b; una convinzione diffusa in tutto il mondo, ma che se si sta attenti ci si accorge essere ben radicata nell’orticello di casa nostra più che in altri posti. In Italia buona parte della critica sottovaluta e disprezza tali generi, molti lettori li ritengono una semplice lettura d’evasione e una bella fetta di scrittori si adegua a tale sistema, adattandosi alle regole del mercato, al massimo scimmiottando e realizzando brutte copie di opere famose del passato. Eppure ci sarebbe poco da disprezzare generi capaci dimostrare con grande lucidità la realtà, specialmente quella che appartiene al nostro paese.
Basti pensare a George Orwell che nel 1949 con l’opera 1984 racconta di una società dove gli individui sono totalmente controllati da un sistema governato da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio che nessuno ha mai visto di persona, che li monitora in continuazione attraverso teleschermi (televisori forniti di telecamera, installati per legge in ogni abitazione). Li sorveglia e li condiziona, uniformandoli alla stessa linea di pensiero decisa da chi è al potere: libero arbitrio, obiettività, criticità, sono elementi che vengono perseguiti e condannati.
A decine d’anni dalla realizzazione del romanzo, la realtà descritta da Orwell non è tanto un’invenzione: senza andare a parlare di governi dove la libertà personale è fortemente ridotta (basta pensare alla Cina o ai paesi dove sono al comando dei regimi), non si può non notare quanto la tecnologia abbia avuto influenza nella vita delle persone e quanto essa sia un sistema di controllo, atto a indurre le persone a seguire certe vie. Attraverso la manipolazione delle notizie (pochi giornali e telegiornali fanno vera informazione raccontando la verità, il reale stato dei fatti) si cerca di manipolare la massa: generare la paura e l’insicurezza è solo uno dei mezzi usati per attuare tutto ciò. Un altro mezzo è la pubblicità con il suo continuo bombardamento, che cerca di generare nelle persone bisogni, desideri che non sono i suoi, inducendo in loro la necessità di acquistare determinati prodotti per alimentare il mercato e spingerli a spendere, a far arricchire chi sta dietro tutto questo, dando linfa a una macchina più grande di quel che sembra perché tante sono le persone che vi gravitano attorno e che vanno mantenute. E non vanno dimenticati i reality e tutte quelle trasmissioni che cercano d’indurre mentalità, atteggiamenti, modi di vivere che sono costruiti ad arte per dare il via a mode che in un modo o nell’altro portano sempre a spendere dei soldi.
Non bastasse questo, negli anni Internet ha preso sempre più piede, diventando parte integrante della vita degli individui. Una vera e propria rete e non solo per i suoi tanti nodi che si collegano l’uno all’altro e portano sempre a nuove connessioni, ma perché accalappia, imbriglia le persone e non le fa più scappare, rendendole prigioniere (non sono pochi i casi in cui si è creata una vera e propria dipendenza tale da richiedere veri e propri ricoveri in cliniche specializzate), proprio come succede nella pesca dei tonni. Sì, le persone vengono proprie pescate, divenendo cibo e alimento per questo gigantesco mezzo che è la tecnologia, che potrebbe essere un aiuto e un supporto, ma nella maggior parte dei casi è una trappola, un costrutto per risucchiare informazioni e dare una conoscenza a gruppi di persone per attuare condizionamento e sfruttamento.
La gente prende sottogamba questo stato delle cose, ritenendo che i social network, i siti dove occorre registrarsi siano qualcosa d’innocuo, ma non si rende conto di quanto nascondono. I dati personali di ognuno, con tutte le preferenze delle proprie navigazioni e le informazioni che vengono date con commenti, acquisti e click su “mi piace” sono monitorate e analizzate per fare studi di mercato, per capire cosa la gente vuole e quali prodotti può voler acquistare; a seguito di ciò non ci si deve meravigliare se si viene bersagliati continuamente da pubblicità, da spam di ogni sorta. Senza contare l’elevato numero di truffe in cui ci si rischia di trovare se non si ha un minimo di attenzione.
A tutto ciò va aggiunto il tentativo e la spinta dei governi di far effettuare pagamenti di ogni sorta attraverso carte di credito o bancomat, così monitorare tutti i movimenti economici dell’individuo: una questione di trasparenza e sicurezza, viene asserito, ma la verità va molto più a fondo e va a toccare gli interessi di chi è al potere, così da poterne accumulare ancora di più.

Batman – Il ritorno del Cavaliere Oscuro

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Batman – Il ritorno del Cavaliere OscuroBatman – Il ritorno del Cavaliere Oscuro è, assieme a Watchmen, la storia che ha cambiato il mondo dei fumetti (almeno per quanto riguarda il campo eroi e supereroi). Frank Miller ha saputo creare non solo una trama interessante ma ha dato una connotazione di spessore a Bruce Wayne, mostrando dei lati del personaggio che sono poi stati ripresi in altre storie, sia fumettistiche sia cinematografiche (per citarne una, il Batman di Nolan).
Subito una premessa su Batman – Il ritorno del Cavaliere Oscuro: la storia non appartiene alla linea canonica del personaggio DC ma è ambientata in un futuro alternativo dove vigilanti e supereroi sono stati banditi dal governo, costretti a ritirarsi (Batman), finiti in prigione (Freccia Verde) o a lavorare in incognito per esso (Superman).
Bruce Wayne ha appeso il mantello del Cavaliere Oscuro da anni, cercando di farsi una ragione di una decisione che non ha mai digerito e accettato del tutto. Il rimpianto, l’amarezza sono le sue compagne abituali, la sua una vita segnata da perdite (quali quelle dei suoi genitori ma anche di Jason Todd, una morte che profetizza in un qualche modo quella che poi avverrà nella serie canonica), costretto ad accettare un mondo che va sempre più a rotoli senza poter intervenire. Almeno fino a quando non ce la fa più a stare a guardare la sua città che va sempre più in malora causa crimini e la band dei Mutanti; mentre in tv c’è un dibattito su chi lo vede come un eroe e chi come uno psicotico causa di male, Batman fa il ritorno sulla scena pubblica fermando Due Facce che è tornato al crimine. Questo fa risvegliare dallo stato catatonico in cui è caduto Joker, il che non sarà positivo.
Batman sconfigge il capo dei Mutanti, e i membri della band, riconoscendolo come il più forte, diventano suo seguaci, facendosi chiamare d’ora in avanti i Figli di Batman; Bruce ha anche un’altra seguace, l’adolescente Carrie Kelley, che addestra come nuova Robin.
Il ritorno sul campo di Batman non piace al governo, che manda Superman a cercare di convincerlo a tornare sui suoi passi; tentativo inutile, visto che Bruce non vuole tornare indietro. Mentre Superman, secondo l’ordine del governo, interviene contro una flotta russa mandata a Corto Maltese, ignari della pericolosità di Joker, gli psichiatri che lo seguono decidono di far vedere in tv che non è più una minaccia: Joker col suo gas uccide centinaia di persone. Batman lo insegue deciso a fermarlo una volta per tutte, ma non riesce a venire meno alla sua regola di non uccidere; così Joker si suicida, sapendo che Batman sarebbe passato per colpevole e il suo gesto perseguito.
Superman, indebolito dallo scoppio di un missile nucleare sovietico che con un impulso elettromagnetico ha inoltre danneggiato tutte le apparecchiature elettriche e modificato il clima, torna a Gotham per fermare Bruce, ma quest’ultimo, grazie all’aiuto di Oliver Queen fuggito anni prima di prigione senza che la sua fuga venisse divulgata, riesce a vincere. Lo sforzo però gli costa caro e muore per un infarto.
L’identità di Batman viene svelata, ma Superman scopre che Bruce non è morto: il suo cuore nella bara batte ancora, dato che ha assunto un farmaco per simulare la sua morte. Tuttavia fa finta di niente, lasciando che Bruce, di nascosto, continui la sua opera.
Batman – Il ritorno del Cavaliere Oscuro è adatto per un pubblico maturo, con tematiche e narrazione raffinata, con Miller che crea qualcosa di unico, che lascia il segno. Un Miller che non ha paura di mostrare il presidente degli Stati Uniti come una figura confusa, che pensa di guidare il paese come un cowboy, mostrandolo come individuo grotesco e caricaturale (Trump si è ispirato a lui?). Un Miller che critica l’opinione pubblica e i media con il loro buonismo e perbinismo, dimostrando tutta la loro idiozia., mostrando come il mondo dell’informazione è animato dal sensazionalismo (cosa molto attuale al giorno d’oggi). Superman non è più il paladino della giustizia ma un burattino nelle mani di un governo sbagliato e ipocrita.
Batman – Il ritorno del Cavaliere Oscuro è una grande storia. Soprattutto è una storia attuale, che andrebbe letta per capire in che sistema stiamo vivendo.

Il pianeta delle scimmie

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Nel 1968 Il pianeta delle scimmie ha lasciato un segno nell’ambito della fantascienza; derivato dal romanzo del 1963 di Pierre Boulle La Planète des Singes, il film ha dato il via a un filone vivo ancora oggi e non soltanto per quanto riguarda le pellicole cinematografiche. Devo ammettere che ancora oggi Il pianeta delle scimmie conserva un certo fascino e seppur siano passati quasi sessant’anni dalla sua uscita si mantiene ancora interessante anche sotto l’aspetto visivo; rivisto poco tempo fa (mi ricordavo davvero poco della prima visione, ero bambino), mi ha preso più degli ultimi film (quelli usciti dopo il remake del 2001, compreso).
Perché ho voluto riverderlo?
Avevo dei ricordi frammentari della serie televisiva uscita negli anni 70 ma la memoria che avevo di essa era positiva e ho voluto vedere se il giudizio rimaneva positivo rivedendo il primo film da adulto; devo dire che il riscontro è stato buono, benché la storia abbia qualche ingenuità ed errore. Un gruppo di quattro astronauti nel 1972 viene mandato nello spazio su un’astronave alla ricerca di un nuovo pianeta da popolare; essendo il viaggio lungo, vengono ibernati. Le cose però non vanno come dovrebbero: l’ibernazione che avrebbe dovuto durare settecento anni, in realtà, stando al calendario di bordo, è durata più di duemila anni. Ma i guai non finiscono qui: l’astronave, attratta da un pianeta desolato, precipita in un lago, finendo inabissata, senza contare che che uno dei membri dell’equipaggio, l’unica donna del gruppo, è morta durante l’ibernazione per un problema della sua cabina.
I tre sopravvissuti iniziano a esplorare il pianeta, che dapprima sembra inspitale, ma poi scoprono essere abitabile; mentre fanno un bagno i loro vestiti vengono rubati da un gruppo di uomini selvaggi e poco dopo sono attaccati da un gruppo armato di gorilla a cavallo. Uno viene ucciso, uno stordito e il terzo, Taylor, viene ferito alla gola da un colpo di fucile, perdendo per qualche tempo la voce. Scambiato per uno dei tanti selvaggi, viene rinchiuso in una delle celle di uno specie di zoo all’interno di una città abitata da scimmie capaci di parlare e con una tecnologia pre industriale.
Il Pianeta delle scimmieCon il suo modo di fare attira l’attenzione della veterinaria Zira e del suo compagno, l’archeologo Cornelius, venendo chiamato Occhi Vivi perché dimostra di avere un’intelligenza evoluta, a differenza degli altri umani che sono considerati poco più di animali da cacciare o su cui fare esperimenti. Riuscito a scappare una prima volta, scopre con orrore che il compagno morto è stato imbalsamato e usato come attrazione in un museo; ritrova la voce quando viene ricatturato destando grande scalpore tra le scimmie, attirando soprattutto l’attenzione del professor Zaius, che ha molta paura di lui e per questo vuole lobotomizzarlo, come ha già fato con l’altro suo compagno sopravvissuto. Sottoposto a processo, viene difeso da Zira e Cornelius che vogliono dimostrare che è l’anello mancante della loro teoria, ovvero che le scimmie discendono da un’antica specie umana intelligente. Assieme al nipote Lucius, Zira e Cornelius liberano Taylor e Nova, una donna primitiva che aveva condiviso la cella con lui, e si recano nella Zona Proibita, un posto dove ci sono grotte con resti della civiltà umana.
Zaius, a capo di un manipolo di soldati, li raggiunge, ma viene catturato. Zira e Cornelius, portandolo dentro la grotta, gli mostrano degli oggetti (occhiali, dentiera e una bambola parlante che, piccola nota, dopo duemila anni non dovrebbe neppure più esistere, figurarsi parlare, dato che le batterie dovrebbero essere belle che andate) che Taylor riconosce. Con loro sorpresa, Zaius rivela che già sapeva la verità e che un tempo era davvero esistita una civiltà umana evoluta: fu lei a rendere la Zona Proibita il deserto che è tutt’ora. Taylor non crede alle sue parole ma viene lasciato andare via assieme a Nova. Il finale di Il pianeta delle scimmie è per me una degna conclusione della storia: cavalcando sulla spiaggia arriva a ciò che resta della Statua della Libertà e comprende il significato delle parole di Cornelius e perché teme tanto la razza umana, oltre a capire che il pianeta in cui si trova è la Terra dopo duemila anni, distrutta da un conflitto nucleare capace di distruggere la civiltà facendo regredire gli uomini a bestie ed evolvere le scimmie.
A parte alcune sciocchezze (la bambola che esiste e funziona ancora dopo duemila anni, il perché dopo duemila anni le scimmie abbiano scoperto le armi da fuoco ma non il motore (almeno quello a vapore) o l’elettricità), Il pianeta delle scimmie è un film interessante con il ribaltamento dei ruoli (l’uomo usato come cavia e gli animali che si comportano come persone) e un messaggio per niente banale contro la stupidità umana, la sua arragonza e l’essere l’unica specie capace di distruggere tutto. Bella la citazione durante il processo di una frase, parafrasata, di La fattoria degli animali di Gearge Orwell “Some apes, it seems, are more equal than others” (“Certe scimmie, a quanto pare, sono più uguali delle altre”).

Il metallo perduto

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Il metallo perdutoCon Il metallo perduto si conclude la seconda serie Mistborn, nonché l’era che in essa è stata raccontata: infatti, da quanto fatto capire da Brandon Sanderson, la prossima storia dei Mistborn sarà ambientata in un’era futura, dove la tecnologia ha fatto un balzo in avanti ed è più sviluppata. Ciò è sempre stato nelle idee dell’autore: prendere un mondo fantasy e poi espanderlo nel futuro per diverse epoche, fornendo una visuale più ampia di come un pianeta avanza nel futuro, usando le tradizioni della serie di libri precedente come il fondamento di religioni e miti (1).
In questo l’autore c’è riuscito: si è passati dal mondo medieovale della prima trilogia (tenuto volutamente poco sviluppato dal Lord Reggente perché non ci fossero i mezzi per dare il via a rivolte in grado di ribaltare il suo potere) a un mondo stile Ottocento, con armi da fuoco e i primi passi di elettricità e mezzi di trasporto automatizzati. Nel complesso la saga funziona, con alti e bassi; personalmente ho apprezzato i due volumi centrali, mentre quello iniziale è quello che mi ha meno entusiasmato. E Il metallo perduto, il volume conclusivo della saga?
In generale il giudizio è positivo, anche se ci sono stati dei bassi. (ATTENZIONE: da qui in avanti, sparsi nel mio giudizio sul libro ci sono degli SPOILER).
Partiamo subito da un elemento di cui ho già parlato nel precedente articolo e che non ho apprezzato già in un altro volume di Sanderson: non accetto che ci siano personaggi che si mettano a parlare di peti sulle sedie, non importa in quale momento, non importa se sono personaggi sopra le righe. Wayne già aveva fatto qualcosa del genere nei romanzi che avevano preceduto Il metallo perduto (rutti; se non ricordo male ci doveva anche essere stata una gara di queste emissioni gassose) e lì avevo chiuso un po’ un occhio; in questo caso la cosa non mi è andata molto giù. Ripetendo quanto ho già detto, non m’importa se bisogna arrivare ai più giovani: parlare di peti e bisogni fisiologici per far divertire, per far ridere, fa schifo. E da autori con le capacità di Sanderson mi aspetto di più e di meglio: queste cose non le accetto.
Altri punti dolenti: la storia è un po’ prevedibile, ma ormai era stata indirizzata e il percorso era quello. I personaggi di Wax e Wayne hanno meno presa rispetto ai precedenti volumi, ma ormai era già stato detto molto, se non tutto, di loro, e quindi è normale che non potessero più dare le stesse sensazioni.
Molto bene invece Marasi e Steris, che qui hanno maggiore spazio, e riescono con le loro scelte, il loro evolvere e andare avanti, a prendere e coinvolgere il lettore nelle vicende che le riguardano.
Benché Il metallo perduto non abbia una storia al livello della prima trilogia di Mistborn, è di grande importanza per quello che riguarda il Cosmoverso (l’universo creato da Sanderson e che collega le storie da lui create), perché dà rivelazioni molto importanti. Già nella serie della Folgoluce si erano capite delle cose, ma con Il metallo perduto viene reso evidente che c’è qualcosa di più grande in atto delle vicende narrate in un singolo mondo: c’è una guerra tra i vari Frammenti sparsi nel Cosmoverso. Si era già visto con Onore e Odio nella Folgoluce, con Rovina e Preservazione in Mistborn; in Il metallo perduto si vede l’arrivo di uno di essi nel mondo di Wax per usurpare il posto di Armonia (il terrasiano Sazed asceso a divinità quando ha preso su di sé i poteri di Rovina e Preservazione). Così si scopre chi è Trell, che altri non è che il Frammento Autonomia, che utilizza come avatar del suo potere la sorella di Wax, il vero capo dell’Ordine, soprattutto dopo che è stato eliminato suo zio. Per evitare che i danni siano più estesi, Telsin realizza una bomba per spazzare via la città di Elendel, convincendo così Autonomia a non invadere il pianeta con le sue schiere; tuttavia, tutto è sul filo del rasoio, dato che se il piano di Telsin fallisse, il Frammento darebbe il via all’invasione. Wax con l’aiuto del suo gruppo deve fermare entrambi.
Ma il gruppo non sarà solo nella lotta contro Telsin/Autonomia e qui ci sono altre sorprese: una è il ritorno di Kelsier. Un Kelsier che lavora nell’ombra, pronto a tutto per proteggere il pianeta, anche a costo di entrare in contrasto con Sazed che, secondo lui, ha dei problemi a gestire i poteri di Rovina e Preservazione. Per fare questo ha creato un gruppo proveniente da altri mondi, che ricerca fonti di potere nel Cosmoverso per acquisire forza e contrastare i nemici del pianeta, facendo così entrare in gioco le Perpendicolarità e Shadesmar, già visti in Folgoluce. E il gruppo che ha creato altro non è che quello dei Sanguispettri: questo cambia un poco le carte in tavola di quanto mostrato in altri volumi, almeno per quanto riguarda le impressioni che avevo avuto su di loro. Sì, perché, i Sanguispettri mi avevano dato un’impressione di qualcosa di oscuro, non dico malvagio ma quasi; l’essere pronti a tutto per raggiungere i loro scopi, usare gli altri per il prorpio tornaconto, non mi avevano dato una buona sensazione e perciò si doveva diffidare di loro. In effetti, non c’è tanto da fidarsi di questo gruppo (il fine giustifica i mezzi non è mai il massimo), ma ora la loro natura è più chiara. Soprattutto è chiaro che ci sono diverse anime al suo interno, che lavorano in maniera differente e, anche se compare solo per poche righe nel finale del libro, ho il sospetto che Dlavil sia l’agente dei Sanguispettri assegnato a Roshar.
Visto che di spoiler ne ho già fatti diversi, non dirò a cosa si riferisce il titolo del romanzo (chi conosce il mondo dei Mistborn può averlo però intuito), né come si concluderanno esattamente le vicende, dato che un po’ di scoperta bisogna lasciarla anche agli altri.
Avendo terminato quello che ho da dire, non rimane che dare il giudizio finale: Il metallo perduto è un buon romanzo e conclude abbastanza bene la seconda era di Misborn. Un finale soddisfacente, sicuramente molto di più di quello dato a Skyward (l’ultimo libro di Sanderson che ho letto prima di Il metallo perduto).

1. Il metallo perduto. Brandon Sanderson. Mondadori 2024, pag. 721