Per i fan di Brandon Sanderson è arrivata una notizia molto interessante: Apple Tv ha acquisito i diritti del Cosmoverso, l’universo che collega molti dei mondi e delle storie realizzati dallo scrittore americano. Al momento si parla di realizzare film per la saga di Mistborn e una serie tv per quanto riguarda la serie della Folgoluce. Come rivela The Hollywood Reporter, l’autore avrebbe valutato la maggior parte degli studi cinematografici e, secondo alcune fonti, avrebbe poi optato per un accordo interessante che conferirebbe all’autore un controllo importante nello sviluppo creativo dei progetti. “Sanderson sarà l’architetto dell’universo: scriverà, produrrà e farà da consulente e avrà le autorizzazioni necessarie. Un livello di coinvolgimento che nemmeno J.K. Rowling o George RR Martin hanno raggiunto”. (1)
Dunque, Sanderson avrà un ruolo molto importante all’interno della produzione, anzi si può dire che per quanto riguarda il potere decisionale su sceneggiatura e trama sarà praticamente totale, il che fa ben sperare che le storie dei suoi mondi non saranno stravolte o adattate in modo inadeguato o pessimo (chi ha parlato di Shannara Chronicles?)
Cosa penso di tutto ciò?
Sinceramente, non so come prenderla. In passato sarei stato ben felice della notizia, oggi sono più distaccato, questo anche per l’esperienza avuta con le varie trasposizioni visive delle storie cartacee.
Il Signore degli Anelli, con i tagli e adattamenti vari, si può dire che è riuscito, anche se ci sono fan che non l’hanno apprezzato; le cose sono andate peggio con Lo Hobbit, dove tre film sono stati troppi per una storia non a livello di quella prima menzionata, sia come lunghezza sia come spessore. Su Eragorn caliamo un velo pietoso, quelli su Percy Jackson così così, La bussola d’oro idem. Poi c’è Star Dust, uno dei rarissimi casi in cui il film è meglio del libro; stessa cosa si può dire per La zona morta. Questo per citare alcune pellicole cinematografiche tratte da romanzi appartenenti al genere fantasy/fantastico.
Per quanto riguarda le serie tv non si può non menzionare Il Trono di Spade, partito bene finché ha seguito i libri di Martin, ma che quando è venuto a mancare il materiale originale perché l’autore non è andato avanti con la storia è calato parecchio. La spada della verità niente di eccezionale, ma la stessa cosa vale per i libri. Con La Ruota del Tempo hanno sbagliato fin da subito. Non parliamo dell’obbrobrio che han fatto con Shannara: il primo errore è stato che con Le Pietre Magiche doveva essere fatto un film, non una serie tv, per quella si doveva scegliere Il Ciclo degli Eredi, molto più adatto alla serializzazione; il secondo è che han voluto farne un prodotto adolescenziale stravolgendone il senso.
Insomma, nella maggior parte dei casi, quando si ha avuto a che fare con il fantasy non ci è comportati proprio bene. Il fatto che la scrittura sia totalmente in mano a Sanderson non mi rassicura, perché c’è differenza tra scrivere per lo schermo (grande e piccolo) e scrivere per romanzi; in questo c’è riuscito bene Makoto Shinkai, molto peggio ha fatto King che quando ha lavorato sulle sue opere per trasporle le cose non sono andate benissimo.
Forse è l’età che ormai ho, forse ho perso entusiasmo, spero però di sbagliarmi e che saltino fuori dei prodotti validi (in fondo l’ho fatto anche con Mad Max – Fury Road, partito scettico e arrivato entusiasta). Per chi fosse interessato, alcuni fan dei libri di Sanderson si sono divertiti a “scegliere” il cast per le storie da trasporre su schermo; se può interessare, qua sotto posto il video della live che hanno fatto.
Cosa dire di Vento e Verità, il quinto libro e ultimo libro del primo ciclo delle Cronache della Folgoluce?
Non è il miglior libro di questi primi cinque volumi ma è comunque un buon libro, superiore a molte produzioni attuali (ma anche del passato), con alti e bassi.
Partiamo dai bassi. Le prime cinquecento pagine non mi hanno preso, non sono riuscite a coinvolgermi, non dico che mi hanno annoiato ma hanno rallentato molto la lettura; era già successo con altri volumi della Folgoluce che la lettura procedesse a rilento, ma lì il rallentamento era stato voluto per non finire troppo presto il romanzo che stavo leggendo. Il problema con queste cinquecento pagine, per quel che mi riguarda, è che gli eventi sono troppo dilatati, si prendono tempo in preparazione di ciò che sta per arrivare (la sfida finale tra i campioni di Dalinar e di Odio); considerando che l’arco di tempo di Vento e Verità ricopre dieci giorni, la cosa risulta un poco eccessiva. Molti avrebbero abbandonato il volume già dopo cinquanta pagine (c’è gente che abbandona la lettura di un libro se non è coinvolta dopo aver letto le prime cinque righe), ma vuoi per fiducia verso Sanderson, vuoi perché quando inizio una cosa la voglio finire, sono andato avanti, venendo ripagato da una buona lettura, a tratti molto buona.
Com’è possibile allora, narrando gli eventi di dieci giorni, scrivere un tomo di millecinquecento pagine?
Perchè le vicende di alcuni personaggi (Navani, Dalinar, Shallan, Rlain e Renarin) si svolgono nel Reame Spirituale (dove dimorano gli dei), dove il tempo viene dilatato (quello che nel mondo di Roshar può essere qualche minuto o un’ora nel Reame Spirituale corrisponde a giorni). Una scelta che non mi è dispiaciuta, ma di cui non sono rimasto sorpreso per il semplice fatto che ho usato tale mezzo in Strade Nascoste, il primo volume che ho scritto di Storie di Asklivion. So che queste parole non piacieranno a diversi, che sembrerà un modo di volermi mettere al livello di Sanderson, ma non mi sto paragonando a lui e neppure voglio essere come lui: semplicemente sto enunciando un fatto. E prima che qualcuno asserisca che ho preso spunto dallo scrittore americano (o peggio, che abbia copiato), Strade Nascoste l’ho scritto prima delle Cronache della Folgoluce (tra il 2001 e il 2006) e la prima versione (tramite licenza Creative Coomon) l’ho pubblicata sul mio sito (quello su cui si sta leggendo) nel 2011 (è stata tolta dopo la pubblicazione in ebook ma sono rimasti sul sito alcuni brani). Quindi Reame Spirituale, personaggi che in un’altra dimensione condividono e rivedono esperienze personali, il mondo degli spren, non sono stati una novità: in Strade Nascoste ci sono il Mondo Spirituale e gli spiriti che sono interconnessi e interagiscono col mondo materiale, i protagonisti finiscono in una dimensione dove rivivono esperienze passate apprendendo da esse e superando traumi, hanno a che fare con luoghi dove il tempo scorre in maniera diversa. Per precisare, neanche la mia idea era originale, dato che tale idea faceva parte dell’ambientazione Mondo di Tenebra della White Wolf; anzi, posso dire tranquillamente che tale ambientazione mi ha molto ispirato, sia per quanto riguarda Asklivion, sia per quanto riguarda I Tempi della Caduta.
Tutta questa pappardella (i più maligni diranno autorefenziale e per farsi pubblicità) serve a spiegare perché, avendo già usato tutto ciò in mie opere, non sia rimasto sopreso da quello che ha scritto Sanderson; non essere sorpreso non significa essere deluso, anzi, la lettura di Vento e Verità è stata piacevole. Fra parentesi, uno dei motivi per cui ho letto praticamente tutto quello che è stato tradotto di Sanderson è che racconta tipi di storie e idee che ho anche io e per questo mi piacciono; si dice che si scrive quello che si piacerebbe leggere: è vero che in questo caso si legge ciò che piace scrivere 🙂 . Di nuovo (tocca ancora precisare perché siamo in un tempo in cui si riesce a fare polemica con tutto), non è un paragonarmi a Sanderson ma solo per dire che abbiamo un modo di vedere il fantasy molto simile ed è uno dei motivi per cui lo seguo.
Quindi non è stata la mancanza di sorpresa a penalizzare la lettura, ciò che l’ha penalizzata è stata soprattutto la mancanza di sintesi nel primo terzo del romanzo: c’erano dei capitoli che sarebbero bastate poche righe per raccontare gli eventi che li riguardavano. E qui si potrebbe parlare dello “Show don’t tell” perché non sempre mostrare tutto è un bene: alle volte è meglio raccontare per non perdere il lettore dilunagandosi troppo.
Superato lo scoglio delle prime cinquecento pagine (e si può dire che non è uno scoglio piccolo), Vento e Verità ingrana e la storia si fa sempre più appassionante: viene mostrato il passato degli Araldi, come è stato realizzato il Giuripatto, qual è stato il destino di Onore, perché Roshar è cambiato così tanto con l’arrivo degli umani, cosa ha portato alla guerra millenaria. Oltre al Reame Spirituale viene aggiunto Vento, una delle divinità esistenti su Roshar prima dell’arrivo di Odio e Onore, viene mostrato cosa è successo al paese in cui è nato Szeth ed è qui che si capisce come la guerra in corso non riguarda più solo Roshar ma anche tutti gli altri sistemi del Cosmoverso, dato che, da come si può intuire, nei prossimi volumi della serie molto probabilmente scenderanno in campo anche i Frammenti di altri sistemi planetari (al momento si sono visti Armonia, che unisce Preservazione e Distruzione, e Autonomia col mondo di Mistborn, ma ce ne sono altri menzionati in Vento e Verità).
Cosa dire dei personaggi? Dalinar e Khaladin hanno fatto scelte che mi aspettavo (e le ho trovate appropriate), così pure Shallan; Adolin ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, tutto il suo valore (e lo scontro con Adibi è tanta roba, non tanto per spettacolarità, ma per epicità e per come si realizza). Per quanto capisca il cammino fatto, Szeth è stato il personaggio di tutta la serie che meno mi ha preso: è stato vittima degli eventi, degli altri, per tutto il tempo e solo alla fine prende nelle sue mani il destino. Benché cresciuto, Szeth è sempre stato un bambino sfruttato da chiunque, usato per scopi non proprio dei migliori; la sua è una storia triste dall’inizio alla fine.
Qualcuno potrebb criticare (anzi, direi che in diversi l’hanno fatto) per come finisce Vento e Verità, dato che lascia la storia a un certo punto, ma è logico che sia così: siamo al romanzo cinque di dieci, ed è finita solo la prima parte (sarebbe la stessa cosa criticare come finisce un film avendo visto solo il primo tempo). Sanderson lascia la storia dopo che c’è stata una svolta e dopo tale svolta ci si sta assestando e preparando per quello che verrà; ora occorrerà aspettare per sapere come si svolgerà la seconda parte, dato che prima lo scrittore dovrà scrivere la terza era di Mistborn e, facendo congetture con quanto letto nel finale di Vento e Verità, sarà legata a quanto si verificherà su Roshar. E sarà un’attesa un po’ lunghina: se non ricordo male da quanto letto da qualche parte in rete, per il sesto libro si parla del 2031 e visto quanto hanno impiegato per uscire i primi cinque volumi (dal 2010 al 2024) (sempre che Sanderson non si lasci distrarre da tanti altri progetti), data la lunghezza dei tomi, ipotizzare una decina d’anni non è qualcosa di tanto lontano dalla realtà. Per i fan ciò può essere sconfortante, ma si provi a scrivere libri di mille e passa pagine l’uno (e pure di alta qualità) e si vedrà; ci sono scrittori che fanno molto peggio (chi ha citato George R.R. Martin?); è anche vero che ci sono scrittori che hanno fatto meglio, vedere Steven Erikson, che riusciva a pubblicare un romanzo l’anno della saga Malazan (però lavorava solo su essa). Per il momento ci si goda questo Vento e Verità, che non sarà un romanzo perfetto ma è sicuramente una buona lettura.
P.s.: il bello di Sanderson quando parla di divinità è che mostra, oltre il loro potere, anche il loro lato umano, perché una dività potrà anche essere un essere superiore ma parte sempre da una base umana.
Con Il metallo perduto si conclude la seconda serie Mistborn, nonché l’era che in essa è stata raccontata: infatti, da quanto fatto capire da Brandon Sanderson, la prossima storia dei Mistborn sarà ambientata in un’era futura, dove la tecnologia ha fatto un balzo in avanti ed è più sviluppata. Ciò è sempre stato nelle idee dell’autore: prendere un mondo fantasy e poi espanderlo nel futuro per diverse epoche, fornendo una visuale più ampia di come un pianeta avanza nel futuro, usando le tradizioni della serie di libri precedente come il fondamento di religioni e miti (1).
In questo l’autore c’è riuscito: si è passati dal mondo medieovale della prima trilogia (tenuto volutamente poco sviluppato dal Lord Reggente perché non ci fossero i mezzi per dare il via a rivolte in grado di ribaltare il suo potere) a un mondo stile Ottocento, con armi da fuoco e i primi passi di elettricità e mezzi di trasporto automatizzati. Nel complesso la saga funziona, con alti e bassi; personalmente ho apprezzato i due volumi centrali, mentre quello iniziale è quello che mi ha meno entusiasmato. E Il metallo perduto, il volume conclusivo della saga?
In generale il giudizio è positivo, anche se ci sono stati dei bassi. (ATTENZIONE: da qui in avanti, sparsi nel mio giudizio sul libro ci sono degli SPOILER).
Partiamo subito da un elemento di cui ho già parlato nel precedente articolo e che non ho apprezzato già in un altro volume di Sanderson: non accetto che ci siano personaggi che si mettano a parlare di peti sulle sedie, non importa in quale momento, non importa se sono personaggi sopra le righe. Wayne già aveva fatto qualcosa del genere nei romanzi che avevano preceduto Il metallo perduto (rutti; se non ricordo male ci doveva anche essere stata una gara di queste emissioni gassose) e lì avevo chiuso un po’ un occhio; in questo caso la cosa non mi è andata molto giù. Ripetendo quanto ho già detto, non m’importa se bisogna arrivare ai più giovani: parlare di peti e bisogni fisiologici per far divertire, per far ridere, fa schifo. E da autori con le capacità di Sanderson mi aspetto di più e di meglio: queste cose non le accetto.
Altri punti dolenti: la storia è un po’ prevedibile, ma ormai era stata indirizzata e il percorso era quello. I personaggi di Wax e Wayne hanno meno presa rispetto ai precedenti volumi, ma ormai era già stato detto molto, se non tutto, di loro, e quindi è normale che non potessero più dare le stesse sensazioni.
Molto bene invece Marasi e Steris, che qui hanno maggiore spazio, e riescono con le loro scelte, il loro evolvere e andare avanti, a prendere e coinvolgere il lettore nelle vicende che le riguardano.
Benché Il metallo perduto non abbia una storia al livello della prima trilogia di Mistborn, è di grande importanza per quello che riguarda il Cosmoverso (l’universo creato da Sanderson e che collega le storie da lui create), perché dà rivelazioni molto importanti. Già nella serie della Folgoluce si erano capite delle cose, ma con Il metallo perduto viene reso evidente che c’è qualcosa di più grande in atto delle vicende narrate in un singolo mondo: c’è una guerra tra i vari Frammenti sparsi nel Cosmoverso. Si era già visto con Onore e Odio nella Folgoluce, con Rovina e Preservazione in Mistborn; in Il metallo perduto si vede l’arrivo di uno di essi nel mondo di Wax per usurpare il posto di Armonia (il terrasiano Sazed asceso a divinità quando ha preso su di sé i poteri di Rovina e Preservazione). Così si scopre chi è Trell, che altri non è che il Frammento Autonomia, che utilizza come avatar del suo potere la sorella di Wax, il vero capo dell’Ordine, soprattutto dopo che è stato eliminato suo zio. Per evitare che i danni siano più estesi, Telsin realizza una bomba per spazzare via la città di Elendel, convincendo così Autonomia a non invadere il pianeta con le sue schiere; tuttavia, tutto è sul filo del rasoio, dato che se il piano di Telsin fallisse, il Frammento darebbe il via all’invasione. Wax con l’aiuto del suo gruppo deve fermare entrambi.
Ma il gruppo non sarà solo nella lotta contro Telsin/Autonomia e qui ci sono altre sorprese: una è il ritorno di Kelsier. Un Kelsier che lavora nell’ombra, pronto a tutto per proteggere il pianeta, anche a costo di entrare in contrasto con Sazed che, secondo lui, ha dei problemi a gestire i poteri di Rovina e Preservazione. Per fare questo ha creato un gruppo proveniente da altri mondi, che ricerca fonti di potere nel Cosmoverso per acquisire forza e contrastare i nemici del pianeta, facendo così entrare in gioco le Perpendicolarità e Shadesmar, già visti in Folgoluce. E il gruppo che ha creato altro non è che quello dei Sanguispettri: questo cambia un poco le carte in tavola di quanto mostrato in altri volumi, almeno per quanto riguarda le impressioni che avevo avuto su di loro. Sì, perché, i Sanguispettri mi avevano dato un’impressione di qualcosa di oscuro, non dico malvagio ma quasi; l’essere pronti a tutto per raggiungere i loro scopi, usare gli altri per il prorpio tornaconto, non mi avevano dato una buona sensazione e perciò si doveva diffidare di loro. In effetti, non c’è tanto da fidarsi di questo gruppo (il fine giustifica i mezzi non è mai il massimo), ma ora la loro natura è più chiara. Soprattutto è chiaro che ci sono diverse anime al suo interno, che lavorano in maniera differente e, anche se compare solo per poche righe nel finale del libro, ho il sospetto che Dlavil sia l’agente dei Sanguispettri assegnato a Roshar.
Visto che di spoiler ne ho già fatti diversi, non dirò a cosa si riferisce il titolo del romanzo (chi conosce il mondo dei Mistborn può averlo però intuito), né come si concluderanno esattamente le vicende, dato che un po’ di scoperta bisogna lasciarla anche agli altri.
Avendo terminato quello che ho da dire, non rimane che dare il giudizio finale: Il metallo perduto è un buon romanzo e conclude abbastanza bene la seconda era di Misborn. Un finale soddisfacente, sicuramente molto di più di quello dato a Skyward (l’ultimo libro di Sanderson che ho letto prima di Il metallo perduto).
1. Il metallo perduto. Brandon Sanderson. Mondadori 2024, pag. 721
La decisione di scrivere un articolo su Brandon Sanderson nasce da quanto detto da Andrea, ma è da tempo che facevo riflessioni su di lui. Partiamo dal video e per chi non volesse vederlo tutto, faccio un breve riassunto: le critiche che muove Andrea riguardano il modo di fare dell’autore, che ha deciso di puntare sulla quantità di uscite delle sue opere e sulla modalità con cui vengono realizzate. Per Andrea, Sanderson realizza la prima stesura e poi la passa al suo staff per l’editing, velocizzando in questo modo il processo di realizzazione del libro: questo spiegherebbe la mole di romanzi che riesce a pubblicare. Puntare sulla quantità invece che sulla qualità non è una cosa che Andrea apprezza, come non apprezza la scelta di aver puntato sul Kickstarter.
Il modo di fare così veloce di Sanderson, oltre che influire sulla qualità della storia, influisce anche sullo stile, che deve essere semplice e facile da realizzare, in modo che ci si possa mettere le mani velocemente. Sanderson con questa scelta ha deciso di puntare sulla commercialità e i numeri di vendite e guadagni gli danno ragione; se questo era il suo fine, ci è perfettamente riuscito, per adesso.
Alla lunga questo continuerà a funzionare?
Probabilmente sì, anche se ci saranno dei lettori che si scontenteranno e non lo seguiranno più, benché non sarà sufficiente a fargli perdere una fetta di mercato così grossa da farlo andare male.
Quello che dice Andrea lo capisco e in gran parte lo condivido; se devo essere sincero, dinanzi a una simile prolificità, rispetto ad Andrea, credevo che alcune parti le facesse scrivere ad altri, visto che avevo avuto in alcune occasioni la sensazione che lo stile fosse differente, ma probabilmente è più verosimile il suo pensiero. Per Andrea questo non è essere scrittore; per me Sanderson è diventato qualcosa di diverso: è sì scrittore, ma è diventato soprattutto impresa, perché sui suoi libri non lavora solo lui, ma ha un’intero staff a sua disposizione, ha tanti collaboratori che lo aiutano, basta vedere nei ringraziamenti che fa nei suoi libri il numero di persone che ne sono comprese. Sanderson (che non si occupa solo di libri, ma anche di giochi di vario genere) è differente da altri scrittori (i quali dopo aver fatto diverse stesure e revisioni lo passano all’editor della casa editrice che li pubblica) perché attorno a sé ha un intero team a disposizione (non me ne vengono in mente altri con una situazione simile); si può dire che il tutto si avvicina al lavoro di una catena di montaggio. Per questo motivo lo stile non deve essere ricercato, ma semplice, così da rendere il lavoro più facile e veloce, così da realizzare in tempi ristretti prodotti commerciali e d’intrattenimento.
Questo sono i libri di Sanderson e ciò non significa che sia un male. Ma non saranno mai, faccio un esempio, al livello di quelli di Guy Gavriel Kay, che ha uno stile che ha un che di poetico, oltre a una profondità e una sintesi che manca nei romanzi di Sanderson: Kay in un libro dice quello che altri dicono in tre o quattro.
Sinceramente, non credo che riuscirei a lavorare in questo modo, dato che vivo la scrittura in maniera differente e la ritengo qualcosa di diverso da questo modo di fare. Non sto dicendo che è sbagliato: semplicemente non lo sento qualcosa che fa per me e pertanto non voglio farlo, piuttosto preferisco fare altro. Si tratta del mio punto di vista, ma essere più imprenditore che scrittore non è qualcosa che vedo tanto positivo, forse è dovuto al fatto che l’imprenditoria, specie quella attuale, è qualcosa che ha poco rispetto per gli altri.
Queste disamine non tolgono il fatto che apprezzi i lavori di Sanderson e al momento abbia letto tutto quello che è stato tradotto in italiano; lo stile semplice e scorrevole non inficia sulla lettura e il fatto che non sia ricercato non mi fa abbandonare questo scrittore. Le storie che sono state scritte mi sono piaciute, alcune di più, altre di meno, benché c’è da dire che non si possono paragonare serie come Folgoluce o la prima trilogia dei Mistborn ai romanzi di Skyward: sono su livelli differenti.
Tuttavia c’è una cosa che personalmente ho notato: c’è un prima Sanderson e un dopo Sanderson, ovvero un Sanderson prima di essere conosciuto dal grande pubblico e un Sandserson dopo tale riconoscimento. Un Sanderson all’inizio aveva qualcosa di diverso da quello venuto con l’essere conosciuto dal grande pubblico e questo per me ha fatto perdere qualcosa allo scrittore; la creatività c’è sempre, ma si è smarrita una parte dello scrittore. Senza fare come Martin (della serie: aspetta e spera), preferirei meno pubblicazioni ma che abbiano quel qualcosa in più che c’era nei suoi primi lavori, e magari vorrei che si sia più attenti a certi aspetti e dettagli, che si cerchi meno d’includere il più pubblico possibile (si può dire che la storia dell’inclusività ha stancato? Si rifanno le fiabe, si rivedono i miti per metterli al passo coi tempi, si mettono le mani su D&D: invece di fare ciò, si cerchi di creare qualcosa di nuovo e valido, piuttosto che rovinare qualcosa che ha avuto un suo significato).
Viste le capacità di Sanderson, personalmente parlando, non accetto che in momenti critici di una storia il/la protagonista si perda in pensieri amorosi per chi gli/le piace, non importa se si tratta di uno ya (critica rivolta a Skyward e Gli Eliminatori); non accetto che ci siano personaggi che si mettano a parlare di peti sulle sedie o bisogni fatti nelle armature (cosa ancora più imperdonabile per me se si tratta di Folgoluce). Non m’importa se bisogna arrivare ai più giovani: parlare di peti e bisogni fisiologici fa schifo (purtroppo è una cosa non solo di Sanderson e dei libri, ma anche di altri generi, come le serie anime, a esempio Dragon Ball Daima, dove Goku fa la cacca, non si lava e puzza). Poi c’è modo e modo: se si parla di ciò in determinate situazioni (il degrado di una persona malata in certe condizioni fiische o mentali) può avere un senso, ma così per far divertire, per far ridere, no: non fa divertire, non fa ridere. Ribadisco: fa schifo. E da autori con le capacità di Sanderson mi aspetto di più e di meglio. Posso apprezzare le tipologie delle sue storie (in parte, se guardo le ultime uscite), ma queste cose non le accetto.
E parlando di ultime uscite, gli ultimi due romanzi delle serie Skyward raggiungono la sufficienza, se si è generosi. Soprattutto l’ultimo di questa serie mi ha abbastanza deluso: ha quegli elementi degli ya che non apprezzo. Si può dire che il dopo Sanderson è stato per lo più con lo sguardo rivolto allo ya, cosa che il Sanderson della prima trilogia Mistborn non era. E sinceramente si rimpiange il primo Sanderson; si spera che Brandon ritorni al modo di fare dell’inizio e ritrovi quello che ultimamente ha perso: uno scrittore come lui, con l’affermazione che ha, non ha bisogno di rivolgersi allo ya per avere un seguito, ma può puntare a creare qualcosa di più di qualità.
Le Fasce del Lutto è il terzo volume della seconda trilogia di Mistborn di Brandon Sanderson e prende il nome dai bracciali feruchemici indossati dal Lord Reggente (l’antagonista del primo volume della prima trilogia Mstborn), contenenti un potere capaci di far divenire praticamente una divinità.
Waxillium, che si sta ancora riprendendo dagli eventi del romanzo precedente, sta per sposarsi con Steris come da contratto tra le due famiglie; naturalmente, trattandosi di lui, le cose non possono andare per il verso giusto e la cerimonia viene interrotta da un’inondazione causata dal ribaltamento di una cisterna d’acqua. Non bastasse questo, viene raggiunto da un kandra che lo mette a conoscenza di alcuni fatti importanti: un suo simile ha fatto una grande scoperta, il probabile ritrovamento delle Fasce del Lutto del Lord Reggente. Il problema è che gli è stato tolto uno dei suoi spuntoni (è grazie a essi che sono stati creati e hanno i loro poteri) e le sue memorie non sono affidabili. Sembra che dietro tutto questo ci sia Quadrante (zio di Wax e membro dell’Ordine); senza contare che la sorella di Wax sembra essere tenuta prigioniera proprio da Quadrante.
Wax, assieme al fido Wayne, Marasi, Steris e MeLaan parte per questa nuova avventura, che inizia subito con un assalto al treno su cui viaggiano. Giunti a Nuova Seran, la città esterna da cui far partire la ricerca, le cose appaiono più gravi del previsto: si sta creando una sollevazione contro la capitale Elendel. E naturalmente dietro tutto questo non può che esserci Quadrante e l’Ordine. Finiti di nuovo nei guai, Wax e compagni devono fuggire alla svelta, recandosi in una zona dove sta succedendo qualcosa di grosso. E qui mi fermo per non fare altri spoiler; ma ci saranno colpi di scena, tradimenti (l’unica cosa che si può aggiungere è che Quadrante non è così in alto nelle gerarchie dell’Ordine).
Brandon Sanderson con Le Fasce del Lutto amplia il mondo dei Mistborn, mostrando non solo le città esterne alla capitale, ma rivelando che ci sono altre regioni e popolazioni, con la loro storia e cultura; nuove tecnologie sono immesse, vengono date nuove informazioni sui poteri (si parla d’Investitura, già sentita nelle Cronache della Folgoluce) e si avvicina sempre di più la minaccia di Trell, che, per chi conosce il Cosmoverso di Sanderson, è qualcuno di molto potente, appartenente ai Frammenti.
Tutto questo è interessante, così com’è interessante il ritorno di una figura già vista nella prima trilogia (come già detto, niente spoiler), tuttavia, benché si sia davanti a un altro buon lavoro di Sanderson (unica nota che mi viene da fare è il soffermarsi, durante una frenetica scena d’azione, in una descrizione del paesaggio), è un po’ meno d’impatto del volume precedente, dove Wax non solo scopre che la donna che aveva amato nelle Lande non era morta, ma che altro non era che il kandra impazzito che stava minando la società e che lui ha dovuto fermare a tutti i costi, uccidendola definitivamente.
In Le Fasce del Lutto c’è più azione e meno mistero, ma questo è pure logico, perché arriva il momento in cui si deve dare risoluzione a quanto mostrato, non potendo lasciare tutto avvolto nelle nebbie (affermazione che in questa ambientazione calca alla perfezione); questo però non inficia la godevolezza del volume (finito di leggere in poco tempo, benché l’avessi centellinato per godermelo il più possibile).
Ho preso Sabbia Bianca di Brandon Sanderson appena è uscito (2021) e ho finito di leggerlo da poco. No, non sono lento nel leggere, ma questa è stata una lettura che ho interrotto più volte; vuoi perché il lavoro non è stato diretto totalmente da Sanderson e si vede che manca la sua impronta; vuoi perché le ambientazioni desertiche non mi hanno mai preso molto (benché riconosca che siano buoni lavori, anche in altri ambiti come film (Lawrence d’Arabia) o videogiochi (Prince of Persia) il risultato è stato lo stesso); sarà perché preferisco colline, boschi, foreste e montagne ai paesaggi sabbiosi (comprese le spiagge); sarà perché tutto quel giallo alla lunga stanca, o anche perché i luoghi con poca vita non mi sono di grande ispirazione, sta di fatto che la lettura di Sabbia Bianca è andata a rilento, con parecchi abbandoni e pause. Sembra una contraddizione, ma alla fine la storia mi è piaciuta, seppure non abbia fatto presa come altre opere di Sanderson (Folgoluce, Il Ritmatista, Mistnorn).
Tutto ruota attorno al personaggio di Kenton, figlio del Lord Mastrell del Diem, un’organizzazione che addestra i Dominatori della Sabbia, persone capaci di sfruttare il potere della sabbia; nonostante sia figlio di uno dei Dominatori più potenti, Kelton ha scarso potere, al punto che il padre lo vorrebbe fuori dal Diem. Però il ragazzo, nonostante riesca a controllare solo un nastro di sabbia (mentre i più forti possono arrivare anche a venticinque), è determinato a continuare il cammino di Dominatore e si sottopone al Percorso del Mastrell, una prova durissima che solo chi è dato di grande potere intraprende. Oltre ogni previsione, riesce nel suo intento ma la sua esultanza dura poco perché il diem viene attaccato all’improvviso dai Kertziani, che odiano profondamente coloro che usano il potere della sabbia; la lotta, per quanto dura, sembra essere a favore dei Dominatori, fino a quando Kenton si accorge che c’è qualcosa che non va: l’uso del potere della sabbia sta disidratando più velocemente del normale i Dominatori, portandoli alla morte. Alla fine, solo Kenton riesce a sopravvivere al combattimento, il Diem spazzato via completamente. Viene soccorso dalla duchessa Khrissalla e dal suo seguito, giunta nel Fulgilato per capire se poteva avere il potere della sabbia per supportare il suo paese.
Anche se ha avuta salva la vita, le cose per Kenton non si mettono bene: assassini tentano continuamente di eliminarlo e il Diem, che vanta ancora dei membri sopravvissuti, sta per essere sciolto dopo la morte di suo padre, con il Consiglio che ha deciso che d’ora in avanti nel paese ci saranno solamente sette Mestieri. Kenton non solo dovrà continuamente guardarsi alle spalle e dovrà convincere i vari Lord a non sciogliere il Diem, ma dovrà pure affrontare correnti interni che non riconoscono il titolo che il padre gli ha lasciato.
Tradimenti e intrighi politici si susseguono in una serie di colpi di scena che portano alla risoluzione delle vicende, con Kenton che non solo riesce nel suo intento, ma fa pure l’importante scoperta che ci sono persone capaci di aumentare il loro potere (numeri di nastri da utilizzare, come succede a lui) quando arrivano al loro limite. Sabbia Bianca, un graphic novel del Cosmoverso, è stata elaborata e sviluppata da un’idea di Sanderson avuta più di vent’anni fa quando era in Corea del Sud come missionario, come racconta l’autore nella prefazione: un gruppo di persone, mentre attraversa una distesa di sabbia bianca, trova una mano che spunta dalle dune e scavando rinviene una persona ancora viva. Da quell’immagine poi venne un mondo intrappolato tra due stelle, una luminosa e onnipresente (che dà vita al Fulgilato) e un’altra minuscola irradiante una strana luce, filtrata da un bizzarro fenomeno astronomico (il Foscolato). Un po’ Dune, un po’ La Ruota del Tempo, un po’ I Miserabili ed ecco la prima bozza di Sabbia Bianca, una storia dal finale aperto. Quelle vicende furono lasciate ferme e riprese solo una volta terminato Elantris, che però, una volta sistemate, rimasero ancora nel cassetto perché l’autore preferiva occuparsi di altro; fu a quel punto che Dynamite Entertainment gli chiese se avesse del materiale inedito per realizzare un graphic novel. Da quella collaborazione ecco nascere il volume di quattrocensessanta e passa pagine avuto tra le mani così a lungo che si sta per giudicare.
Partiamo dal finale, dove, come nella prima bozza, è aperto e ci sono ancora diversi punti che aspettano di trovare risposta: il potere da Dominatore della Sabbia mostrato all’improvviso da Baon, guardia del corpo di Khrissalla; la minaccia del misterioso L’a’kar, finora soltanto nominato; il viaggio di Ais verso la Sabbia Profonda in cerca di risposte. La domanda che si pone il lettore dinanzi a ciò è se mai ci sarà un seguito alle vicende narrate in Sabbia Bianca, perché così la storia risulta monca; è vero che quanto visto era incentrato sui Dominatori delle Sabbie e sul Fulgilato, tuttavia ci si chiede come sia il Foscolato, a cosa mira, quale sia la sua politica, la sua organizzazione. Così come ci si domanda chi sia questo L’a’kar e quale sia il suo potere. In Sabbia Bianca c’è tanta carne al fuoco, forse troppa, e non si riesce a portare tutto a compimento: servono più di tre libri (quelli raccolti nel volume) per raccontare di Taldain, il mondo dove si svolge la storia. In tutto ciò si sente che Sanderson ha solo collaborato, e l’adattamento realizzato da Rik Hoskin, lo sceneggiatore, manca di pathos, di mordente, del tocco tipico di Sanderson che caratterizza i suoi scritti; non si avverte mai una reale minaccia, andando incontro più che altro a intoppi e intrighi politici che mettono in secondo piano i poteri dei Dominatori della Sabbia (cosa che non succede per esempio in Mistborn e Folgoluce, dove risultano spesso decisivi).
Per quanto riguarda il comparto grafico, l’opera presenta tre stili: nel Libro 1 e per i primi cinque capitoli del Libro 2, si è dinanzi alla mano di Julius Gopez, presentante un tratto articolato e dettagliato; il sesto capitolo è di Julius Ohta, un tratto più semplice e pulito, che a mio avviso spiazza e delude un poco. Il Libro 3 appartiene interamente a Fritz Casas, con un tratto migliore di quello mostrato da Julius Ohta. Per i colori si susseguono Ross A. Campbell (Libro 1), Morgan Hickman (Libro 2 Capp.1-2) e Salvatore Aiala Studios (Libro 2 capp. 3-6 e Libro 3): tutti fanno un buon lavoro.
Cosa dire infine di Sabbia Bianca? Che non è al livello di Mistborn o di Folgoluce e quindi, se si hanno aspettative del genere, si potrebbe rimanere delusi; tuttavia, non è un’opera da buttare via. Certo, non è il lavoro migliore di Sanderson, ma comunque merita una lettura, seppure abbia dei difetti. Forse con un seguito adeguato, si saprà valutare al meglio questo mondo e i suoi personaggi, magari avendo più cura e meno fretta nel raccontare le vicende.
Cosa dire di Tress del Mare Smeraldo? Partiamo dalla postfazione di Brandon Sanderson, dove racconta la genesi del romanzo, avvenuta durante il lockdown del Covid, subito dopo aver fatto vedere il film La storia fantastica (tratto dall’omonimo libro scritto di Williamm Goldman, conosciuto anche come La principessa sposa) alla sua famiglia; c’è da dire che l’idea non è nata proprio proprio dopo la visione della pellicola, dato che Sanderson aveva già in mente di scrivere un romanzo narrato dalla voce di Hoid (personaggio ricorrente nelle sue opere), in preparazione di un lavoro che parlasse proprio di questa figura. Sanderson voleva scrivere qualcosa sullo stile di Il cane e il drago (una storia narrata da Hoid a Kaladin in Il ritmo della guerra, quarto volume di Le Cronache della Folgoluce), una sorta di fiaba per adulti. Ed è qui che si capisce perché lo scrittore ha pensato a La storia fantastica, ma prima di continuare è bene fare un breve sunto delle vicende di questa storia (si prendono in considerazione quelle viste nel film), raccontata da un nonno al nipote malato. La giovane Bottondoro s’innamora del garzone Wesley; la loro sembra un’unione felice ma il ragzzo muore per mano del pirata Roberts dopo essera andato in mare in cerca di fortuna. Passa il tempo e Bottondoro decide di sposare il principe Humperdinck, che non ha buone intenzioni; infatti, il principe fa rapire la sua promessa sposa da un trio di banditi (la mente del gruppo Vizzini, il gigantesco Fezzik e lo spadaccino Inigo Montoya) così da dare la colpa del gesto ai suoi rivali e muovergli guerra. Non ha fatto i conti però col pirata Roberts, che prima batte in un duello di spada Montoya, poi mette al tappeto Fezzik e infine supera in astuzia Vizzini. Bottondoro non è felice di essere stata liberata da lui, reputandolo responsabile della morte dell’amato ma, con sua grande sorpresa, il pirata si rivela essere Wesley, risparmiato e col tempo divenuto lui stesso il temuto Roberts. Le cose però non si mettono bene per i due, dato che il principe non si dà per vinto e li cattura; nonostante tutto volga al peggio, Wesley trova in Fezzik e Montoya due alleati, che lo aiutano a salvare la principessa e a sconfiggere il principe.
Sanderson era stato entusiasta di questo storia, salvo un piccolo neo: la principessa non fa nulla, viene salvata e basta. La moglie convenne con lui, mettendogli la pulce nell’orecchio: cosa sarebbe accaduto se Bottondoro fosse partita alla ricerca di Wesley, non dandolo per morto?
Ed è su queste note che nasce Tress del Mare Smeraldo. Tress è una ragazza normale, senza grandi particolarità, salvo quella di riflettere molto e non voler essere di disturbo al prossimo (due elementi rari di questi tempi…), oltre ad avere una passione per le tazze, che colleziona. Vive su un’isola non proprio bella (anzi, per niente; non è un caso che venga soprannonimata la Roccia) e ha un caro amico, Charlie, che fa il giardiniere (si fa passare come tale, in realtà però non lo è: è il figlio del duca che regge l’isola). L’amicizia tra i due è diventata col tempo più forte, ma lei si rende conto dei suoi sentimenti solo quando Charlie sta per essere mandato a prendere moglie tra le figlie degli altri nobili; Charlie però fa di tutto per non sposarsi e restare fedele alla promessa che le ha fatto. E ci riesce così bene che il re decide di mandarlo dalla temibile Fattucchiera per contenere la sua minaccia (si sperava che la sposasse, ma era una speranza vana; in realtà, volevano toglierselo di torno): Charlie però viene catturato e la Fattucchiera ne chiede il riscatto, che nessuno però paga.
Tress, dopo aver ponderato a lungo, decide di andarlo a salvare. Riesce a lasciare l’isola (solo ai nobili era concesso farlo) imbarcandosi con un inganno su una nave, ma subito la nave viene attaccata dai pirati, che la prendono a bordo come sguattera (anche se il capitano Gazza avrebbe voluto lasciarla morire).
Fino a quanto raccontato sembra di vedere La storia fantastica come l’avrebbe voluta Sanderson: il personaggio femminile che non è passivo ma attivo, anzi, è il protagonista (come piace a tante storie odierne), cosa non certo una novità per Sanderson che ha descritto nei suoi vari romanzi donne di carattere, forti, seppur con le loro debolezze, i loro dubbi. Ma ecco che entra in gioco la capacità dello scrittore americano di creare mondi particolari: il mondo di Tress è composto di dodici mari, ma i mari non sono composti d’acqua, bensì di spore che cadono da dodici lune che gravitano attorno al pianeta. Ogni tipo di spora ha delle proprietà, se viene bagnato da un liquido (acqua, sudore, sangue): le spore verdi, quelle del mare dove si trova l’isola di Tress, fanno crescere rampicanti; quelle del mare di zaffiro creano esplosioni; quelle del mare rubino creano lastre di pietra rosa-rossastro simili a cristallo opaco; poi ci sono quelle del mare cremisi che generano aculei capaci di trafiggere qualunque cosa. E infine quelle del mare più temuto, quelle del mare di Mezzanotte, dove vive la Fattucchiera, capaci di dare vita a creature quasi senzienti che, inutile dirlo, sono al servizio della donna che Tress vuole andare ad affrontare.
Le cose non sono facili per la ragazza, ma grazie all’aiuto di Huck, un ratto parlante, e al saper farsi ben volere da alcuni membri della ciurma, l’impresa che all’apparenza sembrava impossibile un passo alla volta comincia a non sembrarlo più, specialmente quando Tress iniza a parlare con Hoid, mozzo sulla nave pirata e maledetto dalla Fattucchiera, regredito praticamente a scemo del villaggio (chi ha letto altri libri di Sanderson sa qual è il suo livello). Non si aggiunge altro sulla storia, salvo che è bello vedere che oltre Hoid c’è un altro personaggio proveniente da un altro mondo di Sanderson, quello dei Mistoborn. Tress del Mare Smeraldo è una piacevolessima storia narrata dal punto di vista di Hoid, che fa da narratore; una storia di pirati (ma non pirati sanguinari, salvo il capitano Gazza), ma anche una storia di crescita non solo di Tress ma anche di altri personaggi come Ann, Charlie. Una storia buona, che mostra come chiunque abbia le risorse in sé per superare le difficoltà, ma che mostra pure però che alle volte si deve avere anche l’aiuto degli altri per andare avanti, con il saper creare legami che è importante quanto il sapersela cavare da soli. Conoscendo Sanderson qualche sorpresa viene un po’ meno (si era già cominciato a sospettare che Huck non la raccontasse giusta da quando Hoid aveva dato una certa dritta), ma questo non rovina il finale e nemmeno l’andamento dell’avventura che appassiona senza mai stancare. Bello bello: Sanderson ha fatto ancora centro.
Le ombre residue, secondo volume di Mistborn Era Due di Brandon Sanderson, sotto certi aspetti ricorda un po’ i due film diretti da Guy Ritchie su Sherlock Holmes: l’ambientazione ottocentesca, l’investigazione, l’azione adrenalinica e in parte pure i personaggi, con Wayne che ricorda per il suo fare battute e i camuffamenti il Sherlock Holmes interpretato da Robert Downey Jr. e Was, più ponderato e più portato al combattimento, che assomiglia al Watson il cui volto nella pellicola è dato da Jude Law. A pensarci un attimo viene da chiedersi se Sanderson sia stato ispirato dal lavoro svolto da Guy Ritchie, ma la cosa non ha importanza, perché Le ombre residue è un romanzo che prende e tiene incollati alle pagine, intrattiene, diverte e fa ricordare il periodo della rivoluzione industriale con lo sviluppo della tecnologia che comincia a fare balzi in avanti e le prime manifestazioni dei lavoratori per avere migliori condizioni di lavoro.
Sinceramente, questo romanzo mi ha preso più del precedente, La legge delle Lande (seppur va detto che mi era piaciuto, anche se vi avevo trovato alcune pecche; ma forse, rileggendolo dopo dieci anni, darei un giudizio differente), probabilmente perché già conoscevo i personaggi e soprattutto perché non c’era il distacco dal tipo di ambientazione (si passava da una in stile Medioevo/Rinascimento a una western); a prescindere però dai gusti personali, questo romanzo è solido, scorrevole e funziona in tutte le sue parti.
Andando oltre il rammentare i film recenti su Sherlock Holmes (che non è una nota negativa, anzi è piacevole, dato che avevo apprezzato le due pellicole), siamo dinanzi a una società che sta cambiando velocemente, sia nel modo di lavorare (industrializzazione), sia di muoversi (si sta passando da cavalli e carrozze ad automobili), con tutti i suoi pro e i suoi contro; nuovi mestieri stanno sorgendo (avvocati) e gli allomanti trovano occupazioni un tempo impensate (esistono salotti sedatori, dove le emozioni delle persone vengono calmate dietro pagamento, un po’ come succedeva con le oppierie).
Dopo i fatti di La legge delle Lande, Wax e Wayne sono tornati in pianta stabile a Elendel, portando le loro ingombranti figure di giustizieri in una città che sta andando incontro alla civilizzazione, lasciandosi alle spalle la semplicità e la violenza del selvaggio west (d’accordo, qui non c’è un “west”, ci sono le Lande, ma questo serve per intendere cosa si vuole spiegare). I due (aiutati da Marasi) stanno dando la caccia a un fuorilegge, il Cecchino, che ha ucciso delle persone mentre rapinava; le cose prendono una strana piega quando Wax scorge tra la folla il volto di una persona che sa di aver ucciso anni prima (è stato la causa della morte della donna che amava).
La situazione si complica quando vengono coinvolti nell’inchiesta dell’omicidio del fratello del governatore di Elendel, ucciso mente era assieme a diversi membri della malavita cittadina. Presto scopriranno che dietro a tutto ciò si cela un kandra impazzito (creatura immortale capace di mutare forma ingoiando i resti di persone o animali che un tempo serviva il Lord Reggente); Salassa, questo il nome del Kandra, sta cercando di sovvertire l’ordine della città per rendere libere le persone: il suo scopo è fare sì che Armonia, il dio che ha fatto rinascere il mondo ai tempi della Catacenere (che altri non è che Sazed, il terrasiano che ha preso su di sé i poteri di Rovina e Preservazione). Dietro a questo suo modo di agire c’è un forte odio verso la divinità per averla costretta a fare qualcosa che non voleva; proprio questa forzatura l’ha spinta a togliersi uno dei due spuntoni metalurgici che permettevano ad Armonia di controllarla e ad agire di propria iniziativa.
Le indagini di Wax lo porteranno sempre più vicino al vero piano di Salassa, fino a quando non arriverà a scoprire la verità. E sarà una verità dolorosa, che riaprirà un’antica ferita, lasciandolo sconvolto e distrutto. Ma le soprese non si fermeranno qui. Le ombre residue è davvero stata un’ottima lettura e aspetto con piacere l’uscita del prossimo volume di questa serie; scorrevole, veloce, senza appesantimenti o divagazioni, porta dritti dove l’autore vuole arrivare e c’è da dire che nel finale Sanderson sa fare un bel colpo di scena. Davvero un bel libro.
Terminata la lettura di Il Ritmo della Guerra ho preso a rileggere le Cronache della Folgoluce; ciò non è dovuto al voler rinfrescare la memoria (anche se è servito a ricordare passaggi per rendere più chiaro il quadro fin qui realizzato: in dieci anni si possono dimenticare elementi di una saga così grande), ma a una necessità. Naturalmente è sempre un piacere leggere le opere di Brandon Sanderson (soprattutto le Cronache della Folgoluce), ritornare nel mondo che ha creato con i suoi poteri, i suoi spren e tutti quei personaggi che hanno saputo appassionare i lettori con le loro vicende, tuttavia, in questo caso, è qualcosa di secondario (anche se non significa che non è importante) perché la spinta a ritornare nel mondo della Folgoluce è stata quella di trovare, almeno in un mondo inventato, la spinta a migliorarsi, a puntare a qualcosa di più elevato, a perseguire ideali che elevano l’essere umano. Il voler ricercare valori perduti, riscoprirli e metterli in atto è qualcosa che nella società attuale mancano da un pezzo.
Certo, anche nelle Cronache della Folgoluce esiste questa realtà, anche qui esistono persone meschine che pensano ai propri interessi, politici che tramano intrighi e tradimenti, che cospirano gli uni contro gli altri, ma vedere che c’è chi tenta di staccarsi da tutto questo ed elevarsi sopra di esso, spingendo con l’esempio a far sì che anche altri facciano lo stesso, fa bene al cuore e alla mente.
Nella realtà non c’è bisogno di codici, giuramenti per essere migliori, ma una maggiore ricerca di valori, lasciando perdere opportunismi e meschini sotterfugi; non occorre essere Cavalieri Radiosi, avere grandi poteri per essere migliori: occorre fare delle scelte consapevoli che fanno vedere al di là del guadagno immediato, che permettono di costruire un mondo migliore nel futuro. Purtroppo, la realtà appare così squallida perché in tanti questo non fanno (a partire da politici, governanti e i più ricchi), ottenebrati dal materialismo, dal possesso, dall’interesse economico e dal benessere che da esso consegue che portano a divisioni e all’insuccesso globale.
Per questo, le Cronache della Folgoluce appare come qualcosa di cui c’è bisogno per sconfiggere i Nichiliferi, rappresentazione dell’incarnazione della forze di Odio, il nemico che sta dietro a tutto quanto. Forse non è un caso che Sanderson abbia scelto tale nome per l’avversario che si oppone ai protagonisti; il mondo è pieno di tale sentimento che si manifesta sempre più crescente nell’intolleranza, nel disprezzo, nel rigetto che si ha con ciò che è diverso e che trova qualsiasi pretesto per scatenare la violenza che tiene dentro di sé.
E anche se si tratta di un’opera di fantasia, rincuora leggere che non sempre odio vince, che c’è ancora chi si batte per la verità, per la giustizia e per quella dignità che tanto spesso s’ignora e che anzi si calpesta.
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