Erano i primi mesi del 2009 quando ho finito la prima versione di L’inizio della Caduta. Allora l’opera aveva un altro titolo, lo stile era diverso e anche alcune parti lo erano, tuttavia lo spirito che aveva dato il via a tutto è sempre stato lo stesso: la denuncia delle morti bianche e del sistema economico che non guarda in faccia a nulla per poter continuare ad avanzare.
Il romanzo non è mai stato preso in considerazione da nessuna casa editrice e la colpa non può essere data allo stile o allo sviluppo della trama, dato che non è stata letta: l’opera non è arrivata alla valutazione di lettura perché, dalle risposte avute, l’idea non era d’interesse.
Si sa che il mondo dell’editoria è una giungla e che le case editrici, non essendo onlus, devono puntare su quei prodotti che il mercato ricerca perché, per poter sopravvivere, devono guadagnare e avere utili, quindi non ci si sorprende e non ce la si prende se si ottiene un rifiuto.
Ci si sorprende e ce la si prende quando invece sono altri a cui non interessano i morti del lavoro, e ci si riferisce non solo alle istituzioni e alla politica, ma anche alla maggioranza delle persone. Fino a quando non si viene toccati da vicino, delle morti bianche non interessa a nessuno. Ci si accalora, si fanno dibatti, si litiga, ci s’imbrutisce se un calciatore cambia squadra, se una influencer dice una cosa oppure se una vip posta una determinata foto sui social, mentre invece non si fa una piega se una persona, facendo il suo lavoro per cercare di sopravvivere, va ad aumentare il numero delle morti bianche.
Persone che spesso lavorano per stipendi che non gli bastano nemmeno per arrivare alla fine del mese, che non si stanno certo divertendo a fare qualcosa che se potessero non farebbero, ma che, per non avere la sicurezza sul posto di lavoro, si trovano praticamente costrette a morire.
La realtà brutale è questa: per scelte appartenenti ad altri, in tanti si trovano a dover morire. Una morte che sarebbe evitabile, ma che non si vuole evitare perché non si vogliono spendere soldi per tutelare la vita altrui. In fondo, se una persona muore sul posto del lavoro, ce la si cava con qualche noia burocratica, con qualche ispezione, ma poi si va avanti come sempre, perché ci sarà chi prenderà il posto del morto (visto l’alto numero di disoccupati) e la macchina produttiva continuerà il suo cammino.
Politica, governo, sindacati: tutti a fare proclami, tutti a indignarsi, a pretendere nuovi provvedimenti. Ma è solo ipocrisia, è solo una facciata per i media. Perché dal 2009 le morti sul lavoro ci sono state ogni anno e anzi sono andate aumentando, ma nessuno ha fatto niente, nessuno ha voluto fare niente. Anzi, occorre dire che la questione risale a molto prima del 2009 e questo significa soltanto una cosa: per il sistema attuale, la vita umana non ha nessun valore.
Mentre invece un valore spropositato viene dato al guadagno, al costrutto economico a cui ormai tutto è asservito. Quante volte si è sentito dire che bisogna preservare il lavoro, non importa cosa viene sacrificato? Prima sono stati tolti diritti e tutele, poi si è chiesto alle persone di fare ancora più sacrifici per poter lavorare. Ora si sta chiedendo il sangue alle persone. Il tutto nel disinteresse più totale dei più.
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Lavoro e lavoratori
L’Italia è un paese fondato sul lavoro.
Così recita la Costituzione italiana nell’articolo 1 (è scritto anche che La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, ma pare che da diverso tempo di questo ci si sia dimenticato e la popolazione è in balia di chi siede su certe poltrone).
Come si sa, la forma tuttora vigente della Costituzione fu discussa a lungo. Inizialmente la parte fondata sul lavoro non venne messa perché si riteneva che non rappresentasse il carattere del nascente stato italiano; anche la successiva proposta L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori non fu messa, perché preoccupava che fosse troppo vicina al comunismo.
Fu nel 22 marzo 1947 che la formula attualmente conosciuta fu approvata dopo la proposta fatta da Fanfani; va ricordato che questa formula è solo un richiamo al principio del lavoro e non è una norma giuridica, dato che se lo fosse, lo stato sarebbe obbligato ad applicarlo nel dettaglio.
Da qui una riflessione, perché si è perso di vista qualcosa di molto importante.
Le forze politiche non fanno che parlare da anni di creare lavoro, di avere occupazione senza che questo avvenga, senza però preoccuparsi di quali siano le condizioni del lavoro: quello che per loro conta è dare lavoro, non importa come sia, quale sia, quanti soldi vengano elargiti. L’importante è lavorare: questo è il diktat.
Tutele, diritti, che sono stati persi negli anni dopo essere stati conquistati, non contano.
Il lavoro è importante, alle dovute condizioni: dà dignità, permette di costruire qualcosa, raggiungere obiettivi. Ma come sempre più spesso succede, non dà di che mangiare, elargisce umiliazioni. A questo punto, vale la pena subire tutto ciò?
La risposta che viene data è sì, se si vuole sopravvivere, accettando di tutto.
Il lavoro serve per vivere, quindi l’uomo deve sottostare a qualsiasi cosa pur di averlo.
Ma se ci si pensa un attimo, se non ci fosse l’uomo, esso non esisterebbe, dato che è una cosa che appartiene solo a lui e a nessuna altra razza esistente sulla terra. Senza l’uomo, il lavoro sarebbe niente.
E allora, che cosa è più importante? L’uomo o il lavoro?
L’uomo crea lavoro, ma il lavoro non può creare l’uomo. Il lavoro non è un dio con capacità di creazione: il lavoro è soltanto un costrutto dell’uomo che sottostà all’uomo.
Invece le varie società hanno fatto sì che il sottoposto divenisse il padrone e l’uomo non fosse altro che un servo o uno schiavo. Ma qui bisognerebbe discernere che non è il lavoro a fare tutto ciò, ma certi uomini che decidono per altri uomini: si tratta di una questione di dominio e supremazia di uomini su altri uomini. Allora ci sarebbe da chiedersi perché si permette tutto ciò, perché la maggioranza della popolazione permette a pochi della propria specie di comandare, di sopravanzare sugli altri.
Se si raggiungesse la risposta a questa domanda, forse la condizione di tanti migliorerebbe e si creerebbe un mondo migliore. Ma finché si permette a pochi di soddisfare il proprio ego e d’imporlo agli altri per quella cosa effimera che si chiama potere, le cose non potranno che peggiorare. Proprio come sta succedendo all’Ilva di Taranto.
Brîsa ciapér pr al cûl 12
Anno nuovo, ma sempre le solite prese in giro. E come sempre non sono qualcosa di amichevole, ma qualcosa che fa danno.
Come c’è stato il dieselgate, con la truffa da parte delle case automobilistiche sulle emissioni delle auto che sfruttano questo carburante, ora c’è quello degli Iphone con gli aggiornamenti che invece di migliorare le prestazioni le rallentano; se la cosa non fosse stata scoperta, la Apple l’avrebbe passata liscia, e invece ora si sta scatenando un caso che non solo le costerà caso in termini di risarcimenti, ma anche in termini di pubblicità (in questo caso negativa).
Restando in ambito estero, non poteva certo mancare Trump, che si definisce un genio (viva la modestia), ma che ormai in tanti, anche non esperti, ritengono con seri problemi mentali. Infatti non è normale fare a gara con la Corea del Nord a chi ce l’ha più lungo in ambito nucleare: possibile che non si capisca che anche se si colpisce per primi e si fa fuori il nemico, vincendo, si subirebbero gli effetti dell’esplosione atomica, che non rimangono certo solo nell’area in cui la bomba esplode?
Sempre Trump vuole investire con forza sull’uso del carbone, una risorsa che andava bene nel 1800, ma che ora dovrebbe essere lasciata perdere, visto il suo alto livello inquinante. Ma al presidente degli Stati Uniti non importa se la salute del pianeta peggiora a causa dell’inquinamento, dimenticandosi che è su di esso che ci vive anche lui, come se la cosa non lo dovesse toccare.
Per finire non poteva mancare l’Italia (di sparate da citare ce ne sarebbero un’infinità), con Padoan che afferma che la riforma Fornero va mantenuta, perché è un pilastro del nostro sistema.
E dopo questa perla, Brîsa ciapér pr al cûl!
La verità è l’opposto di quello che si dice
La verità è l’opposto di quello che si dice: pare essere questa la regola di questo periodo.
Quanto più si parla di una cosa, quanto più è vero il contrario.
Si parla tanto di equità, giustizia, diritti, ma è sotto gli occhi di tutti che i diritti sono calpestati, la disuguaglianza tra le persone e i ceti aumenta, l’ingiustizia regna sovrana con la legge che si schiera con il più forte e chi ha più soldi.
Tanti declamano la democrazia, ma appena hanno la possibilità di ottenere un ruolo di potere, impongono la propria volontà e ciò che creano è una sorta di dittatura.
Dio viene invocato in continuazione, a lui si rivolgono preghiere e invocazioni per attuare la Sua volontà, ma se si guardano i risultati si scopre che di Dio non c’è nulla; c’è invece qualcosa che con Dio non ha nulla a che fare.
S’inneggia alla libertà, ma se si guarda bene, ci si accorge che in verità non si è liberi: vincoli, catene, restrizioni, limitazioni, muri, condizionamenti. Da tutte le parti giungono elementi che vogliono limitare, e spesso ci riescono, la libertà dell’individuo.
Si urla che il fascismo non sta tornando, ma sempre più fatti dimostrano che sempre da più parti, chi appoggia questo movimento che tanta morte, distruzione e orrore ha creato (e creerebbe ancora) sta rialzando la testa tentando d’imporre con la violenza il suo ritorno. La verità è che chi segue questo movimento e chi tacitamente non fa nulla per opporvisi, ha voglia di scatenare rabbia e violenze a lungo represse dentro di sé portando a un’escalation che porterebbe solo a una cosa: guerra. Perché è questo ciò di cui si ha voglia adesso.
Se si riflette usando la propria testa, non seguendo il sistema in atto o la maggioranza, ci si accorge che non si ha a che fare con la verità, ma con la menzogna. E a tanti va bene così, perché la verità non è piacevole, non è facile, non è bella, non consola, non tranquillizza, fa pensare, mette in contrasto con l’autorità e la maggioranza; la verità rende scomodi, fa essere isolati, insultati, perseguitati. Ma è l’unico modo che fa essere individui e rende la vita meritevole di essere vissuta.
Brîsa ciapér pr al cûl 11
Ormai stiamo andando incontro a una deriva dove sembra che, oltre il danno, si faccia apposta a prendere in giro.
Ce ne sono talmente tante che ormai non si sa più da che parte cominciare.
Si vuole imporre il vino senza l’uva e il formaggio senza il latte.
Ci sarebbero tante cose in cui impegnarsi per migliorare il mondo, ma sembra che far vivere meglio le persone non sia la priorità. Mentre è prioritario far sapere a tutto il mondo che un astronauta italiano ha portato in orbita un fumetto italiano (Rat-man).
Ci si lava la bocca che il Job Act funziona, ma finiti gli incentivi, le assunzioni a tempo indeterminato sono crollate, mentre è aumentato e non poco il lavoro a chiamata. Non bastasse continuare a sentire di sgravi, decontribuzioni, bonus per assumere i giovani (tutti gli altri che non hanno un lavoro allora sono da buttare? chissenefrega di loro?), in Italia da decenni continuano a esserci migliaia di persone con grande professionalità che vengono sfruttate come lavoratori socialmente utili, ovvero vengono fatti lavorare come e quanto le persone assunte regolarmente ma pagate con indennizzo di disoccupazione. E sono anche fortunate, perché c’è gente di cinquant’anni che fa il lavoro per il quale ha maturato molta esperienza ma viene pagato come un tirocinante (quattrocento euro lordi al mese). Questo è un breve sunto della puntata di Report trasmessa lunedì 23 ottobre.
Altro punto affrontato dalla trasmissione di Rai3 è stato quello della cioccolata. Già vedere di gente che fa il bagno nella cioccolata in centri benessere è un insulto che grida vendetta dinanzi a chi non ha nemmeno di che sfamarsi, scoprire che le certificazioni, che asseriscono che non vengono usati bambini per raccogliere le fave di cacao e che non sono usate le foreste protette per produrle, sono false, perché non controllano nulla ma si fanno però pagare profumatamente, fa passare la voglio di mangiare la cioccolata anche se si è degli appassionati.
Dulcis in fundo non poteva mancare il becero comportamento dei tifosi di calcio. Per l’ennesima volta sono i tifosi di una squadra di Roma a far notizia, istigando all’odio e all’antisemitismo, infangando il ricordo di una tragedia spaventosa; non contenti di ciò, si offendono perché la loro è solo una goliardata e li si deve lasciar fare perché si divertono così, perché fa parte dello sport, del gioco. Dinanzi a tali bestialità, le società e le istituzioni sanno fare solo dei bei discorsi, ma in concreto non fanno mai nulla per far smettere a questi “tifosi” (che tifosi non sono, ma solo violenti che vogliono sangue e morte: sì, perché l’immagine di Anna Frank con la maglia della Roma significa “tutti i romanisti sono ebri e come gli ebrei di allora devono morire”): le multe sono irrisorie e chiudere le curve per un paio di turni non fa cambiare nulla. Cambierebbe invece molto se si cominciasse a far perdere le squadre di questi “tifosi” a tavolino, se si cominciassero a togliere dei punti in classifica: se ogni volta che i tifosi fanno di queste bestialità, allo loro squadra venissero tolti 10 punti in classifica, le società interverrebbero prontamente e decisamente per far smettere queste “tifosi”. Motivo? Perdendo molti punti in classifica non raggiungerebbero gli obiettivi prefissati (vittoria del campionato, qualificazione alle competizioni europee) e questo comporterebbe perdite di decine di milioni di euro nel bilancio delle varie società: l’unico modo oramai per far agire le persone è fargli perdere dei soldi, l’unica cosa che per loro ha importanza.
I mezzi per cambiare la realtà ci sarebbero, ma la verità è che non si vuole cambiare la realtà. Si vuole invece continuare a prendere in giro.
Brîsa ciapér pr al cûl!
Brîsa ciapér pr al cûl 10
Ormai è palese che in questa società si voglia sfruttare chiunque, in qualsiasi luogo e contesto. Sembrava un’esagerazione quando scrivevo che si vuole che la gente lavori gratis, quasi un voler tornare ai tempi della schiavitù. Eppure, sempre più ci sono prove che dimostrano che quanto detto non sia un’esagerazione.
L’ultima in ordine di tempo è l’alternanza scuola/lavoro. Secondo il ministro Fedeli questo mezzo è “un’innovazione didattica importante. Uno strumento che offre agli studenti la possibilità di acquisire competenze trasversali e di orientarsi con più consapevolezza per il futuro di studi e lavoro”.
Ma che competenza e orientamento possono nascere nel lavorare gratis da sguattero per McDonalds?
L’unica cosa utile ce l’ha l’impresa, che ha manodopera praticamente gratuita, vedendo realizzato il sogno degli imprenditori: avere lavoratori che non costano nulla. Infatti alla fine verrà dato qualche credito allo studente che ha lavorato per lei.
Si vuole degradare lo studio a manodopera di basso costo per favorire (come sempre) enti, privati e impresi.
Sfruttamento. Sfruttamento. Sfruttamento
Che percorso può fare uno studente lì dentro? Che cosa può apprendere a parte pulire i tavoli e cuocere cibi già pronti?
Questa è l’istruzione che si vuole dare in futuro? Un’istruzione sempre più scadente e limitata?
Allora è vero che vogliono dare meno conoscenza e mezzi per pensare ai ragazzi, creando gente più ignorante e di conseguenza più manipolabile e controllabile.
Non se ne può più di queste continue prese in giro. Anzi, sono peggio che prese in giro perché non fanno altro che degradare e peggiorare la vita delle persone, dimostrano la considerazione che si hanno digli individui: meri oggetti da usare indiscriminatamente.
Chi pensa e decide queste cose dovrebbe essere licenziato in tronco, ricordandogli una cosa importante: il lavoro va sempre pagato. Senza distinzioni di sesso, età e nazionalità.
E, come sempre, Brîsa ciapér pr al cûl!
Tutti vogliono comandare
Tutti vogliono comandare e imporre il proprio volere sugli altri: si stanno raggiungendo livelli deliranti e allarmanti. Ci stiamo avvicinando alla follia, se non lo si è già fatto, e con questo il rischio di scatenare una violenza senza controllo e senza ragione; è sotto gli occhi di tutti come questa sia una realtà e non una fantasia.
Nelle cronache di ogni giorno si sentono notizie di atti di bullismo, pestaggi, stupri, omicidi per i più futili motivi (per un drink, un commento, una sigaretta): le persone ritengono di poter dire e fare tutto quello che gli pare, come se fossero i padroni del mondo, come se potessero comandare anche in casa d’altri. Se queste persone non ottengono quello che vogliono, se non possono fare quello che le pare, s’incattiviscono, diventano aggressive, maleducate, insultano, quando va fatta bene, perché quando va fatta male si arrivano a tragedie dove tutti si guardano increduli e si domandano come è potuta accadere una cosa del genere, come si è arrivati a questo punto.
Ma la risposta, se la si ricerca davvero, la si conosce già: la perdita di valori, il permissivismo, un modo di vivere dedito solamente all’apparire, al guadagno, al vivere bene. Un vivere superficiale, senza consapevolezza, senza rendersi conto che la libertà non è mettere in atto tutto quello che passa per la mente e pensare che gli altri accettino tutto come se niente fosse.
La società, il sistema, sono arrivate a far credere che questo sia il modo di fare; un modo di fare che porta solo caos. Ma non solo loro: in questo i governanti delle varie nazioni sono un esempio negativo, che aumenta la sua presa grazie al martellare continuo di media, social. La tecnologia in questo caso ha una connotazione negativa, dato quello che trasmette, ma la colpa, come spesso accade, è dell’uomo e di come la utilizza, non sua.
Basta guardare quello che fanno i politici italiani (di tutti i partiti) e di come, invece di preoccuparsi di come migliorare le condizioni del paese e della gente che vi abita, passino il tempo a litigare e insultarsi, e a fare i propri interessi (alle volte in modo poco limpido). Il fatto che spesso si manchi di rispetto alla popolazione con dichiarazioni opinabili, poi ritrattate per le polemiche che scatenano (vedere le ultime di Poletti sul calcetto come metafora del lavoro, che a tanti ha fatto intendere che in Italia per lavorare non servono i meriti, la professionalità, ma andare avanti a calci), non aiuta certo a rendere il comportamento delle persone migliore, che vedendo questo modo di fare, reputano che sia normale comportarsi in questa maniera.
A livello mondiale le cose non vanno certo meglio. Chi governa Nord Corea, Russia, Turchia, Stati Uniti, vuole in tutti i modi comandare e imporre il suo volere, e se non ci riesce attua ripercussioni verso chi non li asseconda. Tutto ciò è molto allarmante. Uno, perché è palese che si fa tutto in nome del denaro e del profitto, a discapito di cose molto più importanti come la salute, la dignità. Due, perché è ancora più palese che si vuole limitare la libertà degli individui dando un potere spropositato a istituzioni e grandi gruppi e questo, come insegna George Orwell con 1984 e La fattoria degli animali, non è mai una cosa positiva. Non bastassero i danni di queste azioni, l’arroganza, lo spregio e il disprezzo di questi governanti nei confronti degli altri non fa che essere un pessimo esempio per le presone, che lo prendono come modello ritenendolo quello normale. Certo si potrebbe obiettare che le persone potrebbero fare diversamente ragionando con la propria testa, ma il problema è proprio questo: i più non ragionano con la propria testa, si adeguano, seguono ciò che va per la maggiore, senza domandarsi se è la cosa giusta da fare.
Come già detto in altre occasioni, il futuro non appare roseo.
I rifugiati dovranno lavorare gratuitamente per avere asilo
È di questi giorni la proposta fatta dal Viminale di far fare lavori socialmente utili e degli stage in azienda ai rifugiati; si sta valutando infatti a chi chiede rifugio di dare in cambio la propria manodopera.
Qualcuno potrà vedere una cosa giusta in tutto ciò, un dare e un avere, dato che in molti criticano i rifugiati e il loro “farsi mantenere” e “mangiare sulle spalle degli italiani”.
Tuttavia non si sta prendendo in considerazione una cosa, sottovalutando gli eventuali sviluppi del passare di questa proposta, proprio come è successo con i famosi voucher, nati inizialmente per pagare alcuni lavori stagionali in campagna (come la raccolta frutta) e poi diffusisi in maniera spaventosa, venendo utilizzati per sostituire altre forme di contratto e di pagamento. Un utilizzo spesso indebito per far sì che chi pagava potesse risparmiare.
Se la proposta passasse, ci si ritroverebbe con persone che lavorano gratuitamente, permettendo un risparmio notevole in fatto di denaro. Risparmio non solo per la collettività nel caso dei lavori socialmente utili, ma anche per gli imprenditori. Sì, perché il passo del far lavorare i rifugiati in ditte private a costo zero sarebbe breve; si avvererebbe così il sogno degli imprenditori di avere manodopera senza spendere un centesimo. Non solo questo sarebbe uno sfruttamento bello e buono e una forma di schiavitù celata sotto sembianze di buonismo, ma sarebbe anche rischioso per i lavoratori dipendenti pagati regolarmente, che rischierebbero di essere sostituiti da queste persone, andando così ad aumentare il numero d’individui che hanno perso il posto di lavoro e fanno fatica a trovarne un altro. Ci si troverebbe alle solite: pochi che si arricchiscono sempre di più sulle spalle degli altri, e tanti che diventano sempre più poveri.
È tutto un divenire e potrà quanto espresso sopra sembrare un voler pensare male, ma purtroppo ormai si hanno avute troppe dimostrazioni di cose fatte per favorire i soliti pochi. Non deve sorprendere tutto ciò: siamo nell’Era dell’Economia e tutto ciò che s’inchina al denaro e ai ricchi è vista come cosa buona e giusta.
Luigi Pintor, in un memorabile editoriale di diversi anni fa, scriveva che essere immigrati in Italia era peggio che avere il cancro… Mai però come oggi il giudizio di Pintor è apparso così vero e reale e, contemporaneamente, a tratti, quasi un po’ naif. Mai egli avrebbe immaginato, infatti, che sui cancelli dei centri di accoglienza, sparsi in tutta Italia, un giorno avrebbe campeggiato la scritta “Il lavoro gratuito vi darà asilo”.
Questo è quanto si legge nell’articolo de Il Fatto Quotidiano sulla proposta del Viminale. La frase Il lavoro gratuito vi darà asilo colpisce con forza perché è molto simile una frase purtroppo molto famosa, Il lavoro rende liberi, o come è conosciuta nella lingua originale che l’ha coniata, Arbeit macht frei.
Qualcuno potrà obiettare che è esagerato e inappropriato paragonare la proposta italiana a quanto fatto dal nazismo, ma si è davvero sicuri che non si sta percorrendo lo stesso percorso? Allora era in nome di un ideale malato, ora in nome dei soldi, ma la dignità umana viene sempre calpestata ugualmente.
Perdita di diritti
È ormai chiaro che c’è la volontà di togliere sempre più diritti alle persone. Questo comporta sempre meno tutele nei loro confronti, specialmente nel mondo del lavoro.
È chiaro da tanti anni a questa parte che i vari governi non sono al fianco dei lavoratori ma dei datori di lavoro; già il motto tanto sbandierato ultimamente “gli imprenditori sono eroi” rende palese da che parte pende la bilancia. Se non bastasse questo, ci sono ulteriori prove a dimostrazione di ciò: il Job Act ne è un esempio calzante.
Non bastasse ancora, basta vedere la decisione presa dalla Consulta di bocciare il quesito referendario sul reimmettere l’articolo 18, dichiarandolo inammissibile. E anche la decisione della Cassazione che ritiene giusto per un imprenditore licenziare per aumentare i propri profitti.
Si sta arrivando dove gli imprenditori vogliono arrivare: poter fare tutto quello che vogliono, avere libertà di licenziare e decidere della sorte e condizione dei lavoratori come più gli pare e piace. È un tornare indietro di decenni, prima dell’acquisizione dei diritti dei lavoratori dopo anni di lotta.
Questo non vuol dire che i lavoratori debbano avere solo diritti e non alcun dovere: è dovere del lavoratore fare il suo dovere e non è ammissibile che ci siano, come purtroppo tanto spesso è successo, i furbetti del cartellino, ovvero gente che timbrava, ma invece di lavorare era a farsi i fatti suoi. Ci vuole competenza e serietà, le cose, visto che si fanno, vanno fatte bene. Non si può essere pagati per non fare niente o per fare le cose male.
Come non si può in nome del denaro e della produttività essere trattati come oggetti o schiavi.
Come sempre, la soluzione sta nell’uso del buon senso. Quel buon senso che richiama all’equilibrio, ma che sembra essere stato perduto e pare non voglia essere recuperato.
Come scrisse Giuseppe Pellizza da Volpedo nel suo diario prima di dipingere il famoso quadro Il quarto stato “La questione sociale s’impone“.
