Strade Nascoste – Racconti

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22.11.63

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22.11.6322.11.63 è un romanzo del 2011 scritto da Stephen King. Come ben fa capire il titolo, l’opera è incentrata sull’omicidio di Kennedy e su che cosa sarebbe successo se il presidente degli Stati Uniti di allora fosse riuscito a scampare al suo omicidio. King, come scrive nella postfazione del romanzo, aveva già cercato di scrivere 22.11.63 nel 1972 ma desistette perché il lavoro di ricerca era tanto per uno che insegnava a tempo pieno come lui. Senza contare che la ferita, nonostante fossero trascorsi nove anni, non era ancora guarita.
22.11.63 è un grande what if. Naturalmente è qualcosa di soggettivo, una delle tante ipotesi su come sarebbero potute andare le cose se avessero preso una piega differente.
Jake Epping è un insegnante d’inglese alla Lisbon High Scholl con un matrimonio fallito alle spalle perché la meglio beveva troppo. La sua è una vita come tante, fino al giorno in cui il suo amico Al Templeton gli rivela un segreto: nel retro del suo ristorante si trova la buca del Bianconiglio, ovvero un passaggio temporale che porta alle 11:58 del 9 settembre 1958. Jake all’inizio è incredulo, ma troverà, provando di persona, che quello che dice l’amico è reale. A quel punto l’amico gli farà una proposta, un qualcosa che avrebbe fatto di persona se non si fosse ammalato di cancro e non fosse ormai alla fine dei suoi giorni: salvare il presidente Kennedy dall’attentato che l’ha ucciso.
Al mostra a Jake che questa cosa è possibile, avendo lui già provato e salvando la vita a una ragazza che doveva passare altrimenti la sua vita da paralitica. Jake per convincersi fa un secondo viaggio nel passato, deciso a cambiare la vita di Harry Dunning, bidello della scuola reso storpio da piccolo quando il padre sterminò tutta la sua famiglia. Si dirige a Derry, dove Harry viveva da piccolo e attende il giorno in cui il massacro ha luogo; vive a Derry facendosi passare per agente immobiliare (per gli amanti di It, Jake fa un incontro con alcuni personaggi di quel romanzo che non potrà che essere apprezzato) per alcuni mesi, senza mai riuscirsi ad ambientare nella poco piacevole cittadina (sono passati pochi mesi dagli eventi che l’hanno sconvolta). In questo periodo si accorge che le parole di Al sono veritiere: il passato fa di tutto per non essere cambiato. Jake riesce in parte nel suo intento, ma non riesce a salvare tutti i fratelli di Harry; ritorna nel 2011, deciso a fare meglio con il tentativo successivo. Al, soverchiato dal dolore del cancro, prende una dose eccessiva di medicine e così Jake si ritrova da solo ad affrontare il compito di cambiare la storia.
Per la terza volta ritorna nel passato. Salva la vita a Harry e a tutta la sua famiglia sapendo ora come muoversi. Salva la vita della ragazzina cui Al aveva cambiato l’esistenza (ogni viaggio nel passato azzera gli eventi) e va a vivere a Jodie, un piccolo paese che presto arriva a sentire come casa propria; nel mentre studia gli appunti di Al su Oswald (l’assassino di Kennedy) e si prepara a seguire tutte le sue mosse per quando tornerà in America, deciso ad avere la certezza che lui è l’unico responsabile e non ci siano altri coinvolti nell’omicidio del presidente.
Anche qui ricopre il ruolo d’insegnante e scopre quanto può fare la differenza nella vita di quella piccola comunità, quanta soddisfazione gli dà l’insegnare in quell’epoca. Riesce anche a trovare l’amore nella nuova bibliotecaria della scuola Sadie, ma la sua doppia vita gli crea non pochi problemi. E ancora una volta il passato farà di tutto per impedirgli di cambiarlo.
A sette anni dalla sua uscita, tanti sapranno come va a finire 22.11.63, ma se ci fosse ancora qualcuno che non ha letto tale libro, non sarà certo io a fare spoiler: starà a lui scoprire come King ha deciso di concludere il viaggio nel passato. Quel che posso dire è che 22.11.63 è un buon libro; niente d’innovativo, perché sui viaggi nel tempo e sulle conseguenze che ne derivano si è scritto di tutto, ma King è bravo nel muoversi in questo genere. La parte secondo me meglio riuscita è il descrivere il vivere quotidiano di una volta, con i suoi sapori, le sue emozioni, e una genuinità e un’innocenza che si sono perse nei decenni a seguire. A qualcuno potrà sembra un po’ retorico il rimpiangere il passato perché si viveva meglio, ma è anche vero che sarebbe bello avere una seconda opportunità per apprezzare di più quello che è stato, perché spesso non si sa vivere appieno il tempo in cui si vive, rimpiangendolo quando non c’è più. Per gli appassionati d’investigazione, la parte in cui Jake studia i movimenti di Oswald è ben fatta.
22.11.63 scorre bene, ha un bel ritmo e non è prolisso come in certi romanzi di King, dove s’incontrano dei momenti di stanca. Non mi ha coinvolto in tutte le sue parti come successo con altre opere di quest’autore (Il miglio verde e It), ma 22.11.63 ha delle parti molto belle e nel complesso è una lettura davvero valida, con un finale dolce e amaro, che regala sia sollievo sia tristezza (non aggiungo altro perché altrimenti dovrei rivelare come vanno le cose con Kennedy e questa è una cosa che in un qualche modo rovinerebbe la sorpresa, anche se chi legge molto può intuire che piega fa prendere King alle vicende che ha scritto).

Mucchio d'ossa

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Mucchio d'ossaMucchio d’ossa è un romanzo del 1998 di Stephen King ed è anche una definizione che viene usata più volte all’interno del testo: alcune volte in senso letterale, altre in senso più metaforico. Tutta la storia è narrata in prima persona, usando il punto di vista del protagonista, lo scrittore Mike Nooman. La narrazione è fluida, il ritmo coinvolgente, senza presentare momenti di stanca come in Insomnia o La torre nera (il romanzo, non l’intera serie); un buon romanzo, senza però arrivare al livello di quel capolavoro che è It.
King sa intrattenere il lettore con un libro che si basa su elementi ben conosciuti dell’horror e della realtà: i fantasmi e il razzismo. Se si volesse semplificare, Mucchio d’ossa è una tipica storia di fantasmi, di case infestate, di spiriti che comunicano con i vivi e che sono in cerca di vendetta. Definire così tale romanzo sarebbe però riduttivo perché, come è ormai noto, nelle sue storie King narra le miserie e le difficoltà del vivere quotidiano, con le sue piccole grandi tragedie.
C’è Mike Nooman, che, dopo la morte improvvisa della moglie incinta, deve affrontare il lutto, la solitudine, la paura di stringere di nuovo rapporti con l’altro sesso e soprattutto il blocco dello scrittore; questa probabilmente è la parte meglio riuscita di Mucchio d’ossa, con King che riesce ben a trasmettere le difficoltà dello scrivere, dove è inevitabile che i problemi della vita vadano a influenzare il lavoro dello scrittore.
C’è Mattie Devore, giovane donna che deve lottare strenuamente contro il padre del defunto marito per mantenere la custodia della figlia, la piccola Kyra.
Il custode Bill, che tiene dietro Sara Laughs, la casa sul lago dove Mike passa l’estate e che vi ritorna dopo diversi anni la morte della moglie, lacerato dall’affetto per lo scrittore e un oscuro passato che si vuole mantenere segreto. Un passato che riguarda l’intera comunità, con azioni che risalgono indietro nel tempo e hanno a che fare con il razzismo e l’odio verso il diverso.
A qualcuno potrà sembrare che Max Devore, uno degli antagonisti della storia, sia stereotipato (il classico uomo d’affari che si è fatto da sé, che ritiene di poter ottenere tutto quello che vuole, a qualsiasi costo, anche quando i soldi non ci riescono), ma se ci si pensa di personaggi così nella vita quotidiana li si incontra sempre, purtroppo.
In Mucchio d’ossa non ci si aspetta il colpo di scena, perché già s’intuisce cosa si nasconde dietro tutto: quello che interessa è il come ci si arriva, come vengono mostrati i dettagli che alla fine vanno a formare l’intero quadro che King ha creato. In questo lo scrittore non delude, dando al lettore una buona e godevole lettura.

Childe Alfredo alla Torre Nera giungerà

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L’aria fu squarciata da un suono acuto e lacerante.
Alfredo si alzò in piedi di scatto, gli occhi duri e taglienti puntati sulle colline all’orizzonte. «Siamo chiamati» si voltò verso Giulio e Marzio. «Dobbiamo andare.»
Marzio fece uno sbuffo mentre si stiracchiava la schiena. «D’accordo che è finito il turno, ma con calma: sono sfinito.»
Alfredo lo fissò gelidamente. «Il corno di Gilead ha suonato: non c’è tempo da perdere.»
Giulio si poggiò una mano sulla fronte. «Santo cielo…ricomincia.»
Marzio spostò lo sguardo dall’uno all’altro dei suoi amici. «Eh?» chiese perplesso.
Alfredo inclinò il capo di lato, piantandoglisi davanti a gambe larghe. «Sei della stirpe di Sheemie Ruiz?»
Marzio stava per ripetere l’“eh” di prima, ma seguì il suggerimento di Giulio che gli facendo cenno di negare. «No» disse titubante.
«E allora smettila di fare il ritardato» gli intimò Alfredo.
«E tu smettila di sparare stronzate» rimbeccò Marzio.
«Io non sparo stronzate. Io sparo con la mente.»
Giulio si mise tutte e due le mani nei capelli.
Marzio sbarrò ancora di più gli occhi. «Ma che caz…» Venne interrotto da Alfredo che gli piantò l’indice sul petto.
«Hai dimenticato il volto di tuo padre, la mia parola in pegno. Non sei degno di accompagnarmi nella ricerca della Torre Nera.» Detto questo, Alfredo si voltò e s’allontanò velocemente da loro.
«La Torre Nera?» domandò sempre più perplesso Marzio a Giulio.
Giulio trasse un profondo respiro. «Quella del film uscito tempo fa nelle sale, tratto dai romanzi di Stephen King; dopo aver visto la pellicola, Alfredo ha recuperato tutti i volumi della serie cartacea, li ha letti e da allora gli ha preso la fissa d’essere uno di quei pistoleri.»
Marzio rimase a fissare l’amico per qualche istante prima di mettersi a sghignazzare di brutto. «Un pistolero…un pistolone, sarebbe meglio dire.»
«C’è poco da ridere» disse serio Giulio. «L’altro ieri si è quasi preso una denuncia per stalking: ha pedinato per tutto il giorno un prete; era convinto che fosse l’uomo in nero e che seguendolo lo avrebbe condotto dal Re Rosso.»
«Chi?» fece Marzio.
«Uno dei personaggi dei romanzi.» Giulio liquidò in fretta la precisazione. «E il giorno prima ha rischiato d’essere arrestato perché voleva aggredire un giardiniere che stava lavorando in un parco: diceva che era uno degli emissari di Farson mandato a distruggere la rosa.»
L’espressione di Marzio era a metà tra il divertito e lo stranito, come se l’altro stesse cercando di spacciargli per vera una barzelletta.
«Non è una balla: c’ero» disse seriamente Giulio.
«Cazzarola…» mormorò Marzio. «S’è rincoglionito come quello famoso, quello spagnolo dei mulini a vento…»
«Don Chisciotte.»
«Ecco, bravo, proprio lui.» Marzio fece schioccare le dita. «Ma che tu sappia, Alfredo sta facendo uso di droghe?»
«No, è lucidissimo. Beh, per modo di dire. Ma non si sta drogando. Fino a poco tempo fa era normalissimo e poi ha cominciato a sbarellare con questa storia di pistoleri, torri e compagnia bella.»
«Chissà cosa succede nella mente delle persone alle volte…» si domandò pensieroso Marzio.
Mentre i due continuavano a parlare, Alfredo era già lontano da loro. Aveva attraversato il parcheggio a passo risoluto, raggiungendo la fermata degli autobus e prendendo quello con il numero diciannove.
“Diciannove, come la parola maledetta: non ci sono dubbi, è questo il segno da seguire.” Alfredo si sedette vicino al finestrino. “La parola che apre la mente, che fa sapere che cosa c’è oltre. Anche se sapere farà impazzire: così ha scritto Walter. Ma io sarò più forte, io resisterò, anche se alla lunga il cervello mangerà se stesso.”
L’autobus correva veloce sulla strada. Alfredo lanciò una rapida occhiata agli altri passeggeri: gente con lo sguardo inebetito perso oltre i finestrini. Provò un moto di disgusto. “Sono della genia dei lenti mutanti.”
Poi s’irrigidì quando il mezzo si fermò alla fermata e vide chi salì.
“Così incrociamo i fantasmi che ci perseguiteranno negli anni futuri.”
L’anziana avanzò appoggiandosi alla stampella, tenendo nell’altro braccio una sportina di plastica bianca; al suo interno si scorgeva una rotondità rosea.
“Credevo ti avessero spedito all’inferno, Rhea del Cöos. Tu e la tua maledetta sfera.” Strinse i pugni fino a farsi sbiancare le nocche.
L’anziana si diresse verso di lui. «Posso sedermi accanto a lei?» chiese sorridendo.
Alfredo la scrutò freddamente. «Fai del tuo peggio» sibilò.
L’anziana tentennò alcuni istanti, ma poi si sedette vicino a lui. «Lei dove è diretto?» domandò dopo qualche istante.
Alfredo sentì i nervi tendersi. «Alla Torre Nera.»
«La Torre Nera? È un nuovo ristorante? Non l’ho mai sentito prima. L’unica torre che conosco è Torre Annunziata; sa, là c’ho dei parenti e ogni estate li vado a trovare.» L’anziana parlava come un fiume in piena. « È così bello laggiù il mare, sa? Dovrebbe andarci, ci fanno un pesce…»
Alfredo si volse di scatto verso di lei. «Smettila di prenderti gioco di me, maledetta strega: sai benissimo di cosa sto parlando. Ti diverti perché sai che non ho con me le mie pistole. Ma aspetta che le riabbia e ti piazzo una pallottola in fronte, rispedendoti nel buco dal quale sei strisciata fuori.»
L’anziana sbarrò gli occhi dalla sorpresa, poi si alzò più velocemente che poté, portandosi il più lontano possibile da lui.
Alfredo scese alla fermata davanti alla stazione dei treni. Attraversò il piazzale e si diresse verso i binari.
“Sei stato furbo a venire qua, Blaine il Mono, ma mimetizzarti non ti servirà: troverò il modo di smascherarti. E mi condurrai alla Torre Nera.”
Stava girovagando da una decina di minuti, quando un sorriso gli si dipinse sul volto.
“Certe monete false saltano fuori in continuazione.”
Osservò l’uomo con il completo nero scendere la scalinata alla sua destra.
“Speravi di avermi seminato, Walter, ma io so vedere oltre i tuoi sortilegi.”
Alfredo lo pedinò tenendosi a diversi passi di distanza, senza mai perderlo d’occhio. Si mosse senza fretta, pregustando il momento: Walter sarebbe stato preso e Walter avrebbe parlato.
“È solo questione di fede. È solo questione di tempo” pensò risoluto. “E allora Childe Alfredo alla Torre Nera giungerà.”
L’uomo in completo nero salì sul treno e Alfredo lo seguì.

Il giorno buono

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Carlo guardò le auto della polizia parcheggiate davanti alla casa. Con calma diede un tiro alla sigaretta, assaporando il fumo che entrava nei polmoni.
Luigi fu il primo a essere portato fuori: lui, che camminava sempre a testa alta tra la gente, ora stava a capo chino, gli occhi inchiodati sul marciapiede.
“Ti vantavi sempre di saperci fare con le parole: perché non fai uno dei tuoi bei discorsi?”
Ma Luigi se ne stava muto, le mani ammanettate dietro la schiena, facendosi condurre come un bambino ubbidiente.
Dietro di lui Francesca piangeva, dimenandosi come una pazza tra le braccia di due agenti.
Carlo la scrutò intensamente. “Sorridi, che la vita ti sorride: non è così che mi dicesti quella volta? Perché tutte queste lacrime?” Diede un altro tiro alla sigaretta. “Non è così facile sorridere quando si è nella merda, vero brutta stronza?”
Pochi secondi dopo comparve Gianfranco, pallido in volto, quasi trasportato di peso da due poliziotti.
“Oibò, fenomeno, ora non fai più tanto lo sborone.”
Dalla casa giunsero urla isteriche che crebbero d’intensità. Pamela era una donna minuta, ma ci vollero tre poliziotti per trascinarla fuori dalla porta.
«Ridatemi mio figlio! Ridatemi mio figlio!» si sgolava inarcandosi, cercando di guardare dietro di sé.
Quando fu fatta salire su una delle auto della polizia, un agente uscì nel cortile tenendo tra le braccia, avvolto in delle coperte, un infante che piangeva disperato.
Una smorfia contrasse il volto di Carlo: non riusciva a sopportare i pianti dei bambini. “Mi spiace per quello che stai passando, piccolino, tu non c’entri nulla; verrai tolto a tua madre, è inevitabile dopo questa notte, ma fidati di me: è molto meglio così. Tu ancora non sai che razza di persona è. Ma se sei fortunato, non lo saprai mai.”
Osservò le auto con a bordo i suoi ex compagni di classe allontanarsi lungo la strada. Non più rotta dalle urla di Pamela, la notte era tornata quieta. Seduto sulla panchina, Carlo ascoltò lo sciabordio del fiume che scorreva alle sue spalle. Con la mente tornò a un giorno di scuola di dieci anni prima.
Non sapeva se fosse stata un’idea di tutti e quattro o solo di alcuni di loro. Forse era stato uno solo ad averla: non importava. Quello che sapeva per certo è che loro facevano tutto insieme, si coprivano sempre a vicenda, anche quando facevano qualcosa di sbagliato.
«È stato solo uno scherzo» gli ripetevano tutte le volte che lo incontravano da solo, ammettendo così la responsabilità del fatto. «Non devi prendertela.»
Quello che per loro era stato uno scherzo, per lui era stata la rovina della vita.
Il padre, quando aveva saputo quello che era accaduto, lo aveva pestato di brutto. Aveva provato a difendersi, ma pugni e calci piovevano da tutte le parti. L’ultima cosa che si ricordava erano lo zio e il nonno che portavano via di peso suo padre che urlava come impazzito «Lo ammazzo! Lo ammazzo!» Si era risvegliato all’ospedale intubato, un braccio ingessato; al suo fianco c’era sua madre con gli occhi gonfi di pianto che gli teneva la mano. «Andrà tutto bene» gli ripeteva.
Ma le cose non erano andate per niente bene.
Dopo quanto accaduto, i suoi divorziarono: sua madre non voleva più che suo padre avesse a che fare con loro. Si erano trasferiti in un’altra città, dove potevano cominciare una nuova vita. Ma sapeva che questo non era possibile: certe etichette non vengono più via. Quello che più lo feriva però era sua madre quando lo guardava. A parole non faceva che ripetere che il tempo avrebbe sistemato le cose, che tutto sarebbe andato bene, ma negli occhi leggeva la perdita di fiducia nei suoi riguardi.
E tutto perché quei quattro bastardi gli avevano infilato un sacchettino di marjuana in mezzo al quaderno dei compiti che, guarda caso, la professoressa d’italiano proprio quel giorno avrebbe ritirato. Solitamente il controllo lo avrebbe fatto a casa, con calma, ma quella mattina aveva deciso di fare una cosa veloce in classe; quando vide il sacchettino, reagì da isterica.
«Tu sei un drogato» sibilò sconvolta prima di uscire di corsa dall’aula. Poco dopo arrivò la polizia che lo prelevò per portarlo in caserma. Passando per i corridoi aveva addosso gli occhi degli studenti e dei professori delle altre classi.
Vista la quantità di roba trovatagli nel quaderno, se l’era cavata con poco, ma sarebbe stato tenuto d’occhio: questo gli disse il carabiniere che lo accompagnò a casa.
La scuola divenne un inferno. Tanti nel suo istituto facevano uso di marjuana e robe più pesanti, ma lui era diventato “il drogato”: così ormai tutti lo chiamavano. I professori non fecero nulla per aiutarlo: alcuni vedevano come veniva trattato, ma facevano finta di non vedere; altri lo presero di mira, trattandolo peggio dei coetanei.
Fu un sollievo quando cambiò scuola. Ormai però era stato marchiato.
Osservò due poliziotti uscire dalla casa: uno teneva al guinzaglio un cane antidroga, l’altro teneva in mano un sacchetto di plastica trasparente con all’interno qualcosa di bianco. Poi chiusero la porta e misero i sigilli per indicare che l’edificio era sotto sequestro.
Carlo rimase seduto ancora un poco sulla panchina. Fumò un’altra sigaretta. Poi si alzò e si allontanò nella notte, un lieve sorriso sulle labbra.
Come scriveva Stephen King, prima o poi, per ogni cane il giorno buono arriva.

Scelte d'autore

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Ogni autore, quando realizza un libro, fa delle scelte: quale stile utilizzare, quale storia raccontare, quali personaggi usare e come mostrarli. Qualcuno potrebbe obiettare che, a parte lo stile, l’autore non è poi così libero di scrivere e di ideare, come ha voluto mostrare Stephen King nella serie della Torre Nera, rivelando che lo scrittore è un semplice osservatore che riporta le vicende di mondi su cui apre una finestra e guarda. Queste sono realtà che ogni autore deve scoprire da solo: ognuno ha una propria verità da trovare e lo può fare solo scrivendo.
Quale che sia lo stato delle cose, ogni scrittore, una volta prese le sue decisioni, non può che aspettare il risultato delle sue scelte, che dipende dal giudizio dei lettori. Una premessa va fatta prima di andare avanti e che ogni scrittore dovrebbe avere chiara fin da subito: non si può piacere a tutti e non tutti possono essere accontentati. Chi vorrebbe che la storia andasse in un certo modo, chi vorrebbe un finale diverso, chi vorrebbe che un personaggio avesse avuto un altro ruolo o avesse avuto maggiore spazio: sono davvero tanti gli elementi che andrebbero cambiati se si ascoltasse tutti, al punto che alla fine si rimarrebbe bloccati.
Quello che un autore dovrebbe fare è andare avanti per la sua strada, ascoltando i suggerimenti che gli permettono di migliorare il suo lavoro, ma restando fedele alla propria idea se crede in essa.
Quando ho scritto L’Ultimo Potere sapevo come iniziare, come avanzare e come finire; sapevo che tipo di storia volevo raccontare. Ma sapevo anche che non volevo raccontare solo una storia d’azione, non volevo mostrare solo la rovina di un mondo: volevo creare un testo che rendesse il lettore consapevole di alcuni aspetti dell’essere umano. I vizi e le virtù sono alcuni degli elementi che ho trattato, ma non sono stati certo gli unici.
Niente di strano in questo, si potrebbe far notare. La scelta strana è che con L’Ultimo Potere ho voluto creare un’opera che unisse narrativa e saggista: visto che mi piacciono entrambe, ho deciso di usarle nello stesso lavoro. L’obiezione che si può fare è che o si utilizza l’una o si utilizza l’altra, ma visto che a me piace sia l’azione, sia l’introspezione, sia la riflessione, averle in un’unica opera è qualcosa che ho ritenuto apprezzabile. Sono consapevole che è stato un rischio agire in questa maniera, che non a tutti può piacere vedere mischiati i due elementi (certi dialoghi non sono degli “spiegoni” come si usa dire tra gli addetti ai lavori, ma sono il modo in cui ho immesso la parte saggistica), ma questa è stata la mia scelta d’autore.

La zona morta

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La zona mortaLa zona morta è un romanzo di Stephen King del 1979 e vede per protagonista John Smith, un giovane che, dopo essere stato in coma per più di quattro anni a seguito di un incidente, acquisisce il potere, toccando oggetti o persone, di vedere eventi del passato. Questo almeno all’inizio, perché con il tempo John riesce a vedere eventi che ancora devono accadere: grazie a esso evita la morte di un suo studente e dei suoi amici da un incendio, ma lo tormenta il fatto che poteva fare di più, che poteva salvare più vite. La colpa non è sua dato, che tanti non hanno creduto nel suo monito, ma il senso di colpa lo tormenta e si ritrova davanti a una scelta molto difficile: ascoltare la visione avuta dalla zona morta del suo cervello (così chiama il punto dal quale parte ciò che vede e che è la zona traumatizzata dall’incidente) oppure cercare prove sulla fondatezza di ciò che ha visto? Perché la scelta che deve fare è una scelta dal quale non potrà tornare indietro; senza contare che il tumore che ha colpito il suo cervello, e che causa tremendi mal di testa, non gli dà molto tempo per agire.
John si trova così a prendere la decisione di uccidere Greg Stillson, un politico senza scrupoli che ha fatto carriera a suon di porcate e che diverrà in futuro presidente degli Stati Uniti, causando una guerra nucleare. John non riuscirà a eliminare Stillson e perderà la vita nel tentativo, ma la sua azione smaschererà la natura folle di Greg, distruggendo la sua carriera politica e impedendo così che diventi presidente, evitando un disastro mondiale.

La zona morta è un romanzo scorrevole e avvincente, che fa riflettere sulla responsabilità dell’individuo nei confronti della società. John ha un potere, secondo la madre voluto da Dio, che va usato per il bene di tutti. Per un pezzo John cerca di isolarsi dal mondo, lontano dalle richieste di tante persone che vogliono che usi i suoi poteri per esaudire le loro richieste, cercando di ricostruirsi una vita che gli è stata portata via da un incidente causato da stupidi ragazzi che facevano una gara con le auto: ha perso il suo lavoro d’insegnante (a causa dell’aver risolto il caso di un serial killer che uccideva da anni le donne, la scuola per cui lavorava non ha più voluto avere a che fare con lui); Sara, la ragazza che amava, si è sposata con un altro ritenendo che lui non si sarebbe mai più svegliato dal coma; la madre, divenuta una fanatica religiosa in seguito al suo incidente, muore vedendo come viene trattato dalla stampa durante una conferenza.
Proprio il ricordo della madre, con le parole “fa’ il tuo dovere, Johnny”, lo spingono ad agire in una certa maniera per non avere sulla coscienza un numero indefinito di vittime.
Fosse stato scritto di recente, La zona morta probabilmente non sarebbe stato pubblicato, dato che tratta di quello che può essere considerato un attentatore che colpisce una carica politica. Fortunatamente le cose non sono andate così: La zona morta è un romanzo che dovrebbe essere letto da tanti per far capire come le persone dovrebbero fermare i politici quando portano il loro paese verso una condizione disastrosa. A questo va aggiunto che affronta molto bene il tema della solitudine degli individui che si distaccano e distinguono dalla massa, e di come la diversità non venga ben accolta; soprattutto colpisce come è mostrata la paura delle persone verso ciò che non capiscono.
Oltre alla lettura del libro, si consiglia la visione dell’omonimo film realizzato nel 1983 da David Cronenberg, con John Smith interpretato ottimamente da Christopher Walken, che con profondità e delicatezza mostra il dramma interiore del protagonista.

Lo sguardo rivolto al passato

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A tutti è capito di fermarsi e guardare con nostalgia o con un sorriso il passato. I ricordi, se piacevoli, possono essere una bella cosa. Il ricordare è una cosa importante, perché serve a capire gli errori fatti e a cercare di non ripeterli. Ma vivere con lo sguardo sempre rivolto al passato non è una buona cosa, perché non fa vivere il presente: questo è un atteggiamento che nella società attuale viene perpetrato, come se il passato fosse meglio del presente, aggrappandosi a esso con la speranza che torni.
Il passato però è passato e non può tornare: ciò che è stato non può essere riportato in vita.
Eppure, si continua ad agire cercando di farlo rivivere. Basta vedere le tante reunion di band o cast serie tv passate che si fanno, le trasmissioni tv dedicate agli anni trascorsi (es. 90 special), i remake di film di successo del passato. I risultati dimostrano che queste “resurrezioni” non sono ben riuscite, un po’ come avviene in Pet Semetary di Stephen King, dove i morti seppelliti nel cimitero indiano tornano a nuova vita, ma sono qualcosa di abbrutito, che sarebbe stato meglio non risvegliare perché non hanno più nulla dell’originale: sono solo una cosa distorta.
Perché tanti fanno così?
Perché si vive in un presente che non piace e si cerca rifugio in qualcosa che ha fatto stare bene, sperando di alleviare, se non far scomparire, la sofferenza. Ma questo non serve, perché prima o poi bisogna risvegliarsi dai sogni e avere a che fare con la realtà.
Non è solo questo però: si ha la percezione che oltre il presente ci sia un vuoto di futuro, ovvero che si sia arrivati al massimo dell’evoluzione e non ci sia più nulla da scoprire, avendo già tutto il possibile. Il futuro non serve: pare questa essere la convinzione che in molti hanno sviluppato, almeno stando a quanto fa notare Igor Sibaldi; ma di ciò se ne parlerà di più in futuro quando si approfondirà la conoscenza del libro Il mondo dei desideri.
Nell’attesa, consiglio la lettura del bel racconto scritto da Ghigo (utente di WD): rende perfettamente quanto scritto.

It - Il film

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It - Il filmQuando si fa la trasposizione cinematografica di un libro, sono sempre diffidente, soprattutto se mi è piaciuto: It di Stephen King non ha fatto eccezione.
Avevo già espresso in altre occasioni i miei dubbi, temendo che la storia venisse ridotta al mostro che mangia i bambini. Ma It (non solo inteso come mostro) è molto più di questo: non solo per come affronta i temi della paura e del male, ma anche per la caratterizzazione dei personaggi, i vari approfondimenti. La scelta di fare due film (uno che mostra le vicende da bambini dei protagonisti e uno da adulti), fa perdere molto rispetto al come King ha invece strutturato il romanzo; già questo non faceva che acuire i miei dubbi. Dubbi che sono aumentati vista la gran campagna pubblicitaria: più un prodotto è pubblicizzato, più diffido, perché per me non vale il discorso che, visto che si parla tanto di una cosa, allora questa deve essere sicuramente valida.
L’articolo di Andrea Micalone per Letture Fantastiche non ha fatto che dare conferma della mia scelta di non andare a vedere il film. Ne consiglio la lettura, suggerendo che per rendersi conto (per chi non l’ha fatto) di cosa è veramente It è necessario leggere il libro.

On writing

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On writing di Stephen KingOn writing di Stephen King può essere considerato un manuale di scrittura atto ad aiutare chi vuole intraprendere lo stesso percorso dello scrittore statunitense?
Sì e no.
No, se ci si aspetta che vengano rivelati i trucchi e i segreti per costruire un testo che conquisti i lettori e faccia vendere milioni di copie. Se ci si pensa, questa è solo un’illusione, e chi asserisce il contrario probabilmente sta cercando di tirare acqua al suo mulino e spillare dei soldi ai malcapitati che si fanno abbagliare da false promesse: non esistono formule magiche per il successo. E se della scrittura interessa solo questo, allora è meglio lasciare perdere.
Sì, se si è alle prime armi e si vuole conoscere meglio cosa spinge a scrivere e come farlo; chi ha già un po’ di esperienza riconosce la bontà e la veridicità di quanto affermato da King.
On writing si presenta come una lettura scorrevole, dove King racconta un po’ della sua vita, dell’incidente che gli è quasi costato la vita e dà delle dritte utili sul fronte della scrittura: dritte molto semplici, ma essenziali per chi vuol essere scrittore.
Innanzitutto, se si vuole diventare scrittori si devono fare due cose soprattutto: leggere molto e scrivere molto.
Leggere molto e in modo vario aiuta a conoscere stili diversi e capire cosa funziona e cosa non funziona in un testo: non ci vuole un esperto nel comprendere se un testo coinvolge o meno. Anche dai libri scadenti si può imparare, più che da quelli buoni: si evitano di commettere certi errori.
Scrivere molto aiuta a capire cosa usare in un testo per renderlo leggibile e interessante: è in questo modo che si comprende la grande utilità della sintesi (dalla prima stesura occorre eliminare solitamente il 10%). E a questo punto si collega quello dell’ispirazione, che può essere trovata solo se si lavora sodo. King raffigura l’ispirazione come un tizio terra terra, che gli piace stare in cantina, lasciando allo scrittore il lavoro di fatica mentre lui se ne sta in panciolle a fumare sigari, ammirare trofei e ignorando l’autore (o meglio, facendo finta); ma se ci si fa il mazzo, prima o poi questo tizio tirerà fuori il suo sacchetto di magie e comincerà a usarle.
Poi avere un luogo dove scrivere indisturbati, così da poter chiudere la porta e tenere il mondo fuori (inclusi telefoni, cellulari, internet) e poter concentrarsi solo su quello che si vuole scrivere. Avere un ambiente lavorativo sereno aiuta: concentrarsi in un posto dove angosce e interruzioni improvvise e continue sono una costante è molto difficile, se non snervante e debilitante. Provare per credere.
Infine c’è un punto fondamentale che tanti scrittori o aspiranti scrittori, specie in Italia, hanno dimenticato: essere onesti e ricercare la verità. Non importa di quale genere si voglia scrivere, purché sia una propria passione; la si potrà sfumare, diluire, dargli all’apparenza aspetti diversi, ma deve essere qualcosa che appassiona e si ama. Allontanarsi da ciò, preferendo altro per far colpo sugli altri o per arricchirsi, sarebbe un abbaglio. In primis, perché la missione di scrittori consiste nell’individuare la verità all’interno del labirinto di menzogne della vostra storia, non essere tacciati di disonestà intellettuale nel nome del dio denaro (1). Se tanti generi avvizziscono (come successo con il fantasy in Italia) è perché ci sono stati autori ed editori che, invece di scrivere una storia che sentivano propria, hanno plagiato opere che hanno venduto molto, sperando di ricalcare lo stesso successo di fama e di soldi, senza capire che stavano realizzando qualcosa priva di qualsiasi emozione e sincerità di base. Le imitazioni concepite a tavolino non funzionano: è questo che tanti addetti ai lavori dovrebbero mettersi in testa.
Quanto scritto finora è un breve riassunto di On writing e riporta quelli che seconde me sono i punti principali da tenere conto per uno scrittore; certo, c’è anche la padronanza e la conoscenza della grammatica della lingua in cui si scrive, ma questa è una cosa che andrebbe data per scontata se si vuole essere scrittori (ma visto quello che si legge in giro, tanto scontata non è). Ci sono suggerimenti utili, ma la cosa più importante che secondo me King fa capire è che ognuno deve trovare la propria strada di scrittore da solo, la vorando sodo, ascoltando suggerimenti validi quando ci sono, ma evitando di spendere tempo e soldi in corsi o scuole di scrittura creativa, che non servono a evolvere nel percorso che si è scelto.
On writing è un libro che consiglio di leggere perché molto utile per comprendere cosa sia lo scrivere storie; senza contare che ha delle parti davvero divertenti (King sa essere critico e pungente su certe cose in maniera esilarante).

1. On Writing. Stephen King. Pickwick 2017, Pag.147.