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Controllo

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I figli di dune: il controlloCiò che voi del direttorato della. CHOAM sembrate incapaci di capire è che, assai raramente il commercio può vantare vere fedeltà. Quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di un impiegato che ha dato la vita per la sua compagnia? II vostro errore fondamentale è la convinzione che sia possibile ordinare alla gente di pensare e di collaborare secondo la vostra volontà. Ciò ha sempre fallito, da quando esiste la storia, dalle religioni alle organizzazioni militari. Le organizzazioni militari hanno una lunga tradizione, tra coloro che hanno più contribuito a distruggere le proprie nazioni… E per quanto riguarda le religioni, vi raccomando una rilettura di Tommaso d’Aquino. In quanto a voi, della CHOAM, a che razza di sciocchezze credete! Gli uomini devono voler fare le cose spinti dai propri impulsi più profondi e autentici. È la gente, sono i singoli individui, e non le organizzazioni commerciali o le strutture gerarchiche, che fanno funzionare le grandi civiltà. Il destino di una civiltà dipende dalla qualità degli individui che produce.. Se voi super-organizzate gli uomini, se li seppellite sotto cumuli di regolamenti e di leggi, sopprimete il loro naturale impulso verso la grandezza… essi non sono piú in grado di operare, e la loro civiltà crolla. (1)

La mania del controllo, o ipercontrollo, come spiega la psicologia, è una problematica che spinge gli individui a voler tenere tutto e tutti sotto controllo, tentando di prevenire ogni cosa, dalle varie situazioni al comportamento altrui; uno stato ansioso che non fa vivere bene non solo l’individuo che lo attua, ma anche chi gli sta accanto, dato che questa ansia viene avvertita dagli altri, e spesso arriva a condizionare pure la loro vita. Tutto ciò porta un malessere crescente, che diventa soffocante, che è invasione, dove non si è più protagonisti della propria vita poiché è l’altro a volerla gestire.
Questa patologia che colpisce le singole persone può essere trasposta dall’individuo alla società attuale, visto che viviamo in un mondo che controlla e vuole controllare sempre di più. Se si osserva, la libertà dell’individuo è sempre minore, con i suoi movimenti che vengono monitorati sempre di più. Un esempio lo sono i social, come se ne è parlato nel capitolo Sulla rete. Poi lo sono gli smartphone con le varie app che controllano gli spostamenti. Poi gli acquisti online e quelli con carte di credito. Poi l’uso della tessera sanitaria per gli acquisti in farmacia. Poi le telecamere che sorvegliano strutture, negozi, abitazioni. Autovelox, semafori photored. Tutti questi sono strumenti di controllo e sono solo alcuni dei tanti, creati, stando agli intenti, per migliorare la vita dell’uomo, renderla più tranquilla, più semplice, più sicura. Ma di fondo, questa società sempre più controllante e monopolizzante, con la sua ansia di tenere tutto monitorato, diventa soffocante e la qualità dell’individuo ne risente, divenendo peggiore col passare del tempo. Controllando in continuazione le persone si applica una pressione che diventa un disagio sempre maggiore; con tale modo di fare si prosciugano le energie, la voglia di fare, si blocca la creatività, aumenta l’aggressività.
La società non se ne rende conto, ma più controlla e più vuole controllare, divenendo ossessiva, prepotente e sopraffacente. Questa società è malata e andrebbe aiutata, ma vuole essere aiutata? Vuole davvero rinunciare al potere di gestire la vita di tutti? Di controllarla in ogni suo attimo?
I fatti, purtroppo, stanno dicendo di no.
(2)

1. I figli di Dune. Frank Herbert. Editrice Nord, 1977, pag.310
2. Ritrovare la capacità di pensiero.

The hawk – A story to tell

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The hawk - A story to tellThe hawk – A story to tell altro non è che la traduzione in inglese di Il falco, storia che ho scritto alcuni anni fa e con la quale ho voluto cimentarmi con un mercato estero; nonostante la storia non sia per niente lunga (supera di poco le diaciannovemila parole), il lavoro e il tempo che è occorso per realizzare questa traduzione lo è stato: la conoscenza che ho dell’inglese è basilare e questo ho richiesto che dovessi impiegare del tempo per tradurre ogni frase, benché Il falco sia il lavoro che ho realizzato con uno stile e un linguaggio più semplice tra quelli che ho usato.
Ci si domenderà perché, se le conoscenze di una lingua che non è la propria non sono eccelse, si è deciso di tradurre il testo personalmente e non ci si è rivolti a un traduttore professionista. Uno, ed è il motivo principale, è il costo: un traduttore costa e non poco, e dato che non si sguazza nell’oro e le priorità sono altre, allora è giocaforza fare una certa scelta. Due, è stato un mettersi in gioco e provare a fare qualcosa che prima non si era fatto; i mezzi oggi a disposizione sono di certo un aiuto che ha reso possibile fare questa scelta, mentre realizzare una traduzione anni fa sarebbe stato qualcosa di più ostico. Fare qualcosa che non avevo fatto prima ha spinto a ragionare in maniera diversa, ad adattare il testo alla versione inglese perché non tutto quello che ho scritto in italiano poteva essere tradotto. Un esempio. C’è una scena in cui il falco e la piccola rondine, uno dei piccoli che il falco ha cresciuto da solo dopo averli covati, hanno a che fare con un pipistrello; la rondine rivolgendosi al pipistrello si confonde (come possono fare i bambini) e lo chiama pistripello. Com’è logico, questa inversione di lettere non può funzionare in inglese, dato che pipistrello è tradotto con bat, quindi occorreva trovare un altro modo, ergo pistripello è diventato mouse with wings (poco prima la rondine, vedendolo per la prima volta, aveva chiamato il falco dicendo che c’era un topo appeso a testa in giù sopra di loro). Questo è forse l’esempio più grosso, ma di decisioni simili ce ne sono state altre.
Sicuramente un traduttore avrebbe saputo fare di meglio, ma ho cercato, con le mie conoscenze, di rendere il testo maggiormente fruibile a chi legge in inglese; spetterà a chi legge dire se il mio sofrzo è riuscito e The hawk – A story to tell è una traduzione decente.

Approfitto per dare un’altra news: sul canale youtube di Le strade dei mondi ho iniziato a pubblicare video dove parlo di scrittura e lettura, mostrando il percorso che ho fatto in questi ambiti dall’inizio fino ad adesso.

Credibilità

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Da tempo ormai la fiducia degli individui verso le istituzioni è calata, e continua a farlo anno dopo anno; se questo è avvenuto, è perché è stato cercato: ogni corda ha un proprio punto di rottura. E di corde tirate troppo ce ne sono state molte.
Le istituzioni non hanno fatto altro che usare parole per modificare o nascondere la realtà, per non far vedere quello che non hanno fatto o che hanno fatto male, per celare le loro mancanze; tante parole per ammansire la gente, per illuderle, per brandirle con promesse a cui non seguono mai fatti.
Le persone credono che non si possa fare nulla contro di esse perché troppo grandi, con troppo potere tra le mani per essere contrastate. Questo in parte è vero: le istituzioni sono potenti, possono schiacciare con facilità un singolo individuo. Tuttavia, si provi a pensare da dove arriva questo potere e per farlo si prendano come esempio i vampiri: esseri oscuri che tramano alle spalle degli uomini, che se ne stanno nell’oscurità, che possiedono terrificanti poteri, disprezzanti dei comuni mortali per la loro debolezza, per la loro impotenza. Ma proprio coloro che disprezzano, sono ciò che gli permette di esistere; senza, sparirebbero.
Le istituzioni sono come queste figure del folclore che si cibano delle energie della popolazione: la sfruttano, la disprezzano, ma se non ci fosse, anche loro perderebbero la facoltà d’esistere. Come queste creature, le istituzioni lavorano all’insaputa delle persone, chiuse nelle loro aule a fare leggi, prendere decisioni, che tanto di aiuto per le persone non sono.
In tutto ciò non c’è giustizia. Ed è proprio la mancanza di giustizia che ha allontanato le persone dalle istituzioni, perché sanno che la legge verrà piegata in favore dei potenti, di chi ha denaro, perché vedono che i problemi non vengono risolti, alle parole non seguono fatti: solo discorsi vuoti atti a imbonire le masse che fanno perdere credibilità.
E la credibilità una volta persa è difficile da recuperare.

Estratto da Ritrovare la capacità di pensiero.

pace

La pace non piace.

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paceAgli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
Nell’ultimo caso, la risposta sarebbe stata facile da trovare: la gente comune non avrebbe ottenuto nulla dal partecipare a un conflitto in prima persona, se non subire ferite, menomazioni, perdere affetti e, in tanti casi, anche la vita. Alla fine di tutto, qualora fosse riuscita a sopravvivere, avrebbe avuto l’esistenza segnata dagli orrori vissuti.
Negli altri casi invece si può parlare di condizionamento nell’aver voluto credere a parole e ideali che li hanno illusi, il che è riconducibile all’ignoranza e alla pigrizia mentale di non farsi domande su quello che si stava facendo. Con un poco di riflessione, si sarebbe giunti a comprendere tale realtà e a evitarla, dato che senza il consenso della popolazione i governanti non avrebbero potuto dare il via a nessuna guerra. Se questo non è avvenuto, è perché, anche se non piace ammetterlo, nell’essere umano c’è una forte dose di aggressività e violenza. L’uomo sempre cerca il conflitto con gli altri e questo si verifica perché è sempre in conflitto con se stesso. Qualcuno ricondurrebbe la cosa al peccato originale, qualcun altro al fatto che fa parte della sua natura, dato che in fondo l’uomo rimane pur sempre un animale, anche se sa parlare e ha creato costrutti come l’arte, la scrittura, le società. Tuttavia, le cosiddette società, spesso considerate civili, non hanno eliminato la violenza e neppure hanno aiutato a comprenderla e rendere l’essere umano davvero consapevole di essa, ma si sono limitate a reprimerla; il che, come ben si sa quando si cerca di reprimere qualcosa, non è un bene, perché non fa che aumentare la pressione, con il rischio che poi esploda incontrollata. Se a questo ci si aggiunge che le società, con il modo di vivere che hanno instaurato, con i loro diktat, con tutto il loro sfruttamento e risucchiare energia, non fanno altro che generare insoddisfazione, tensione, intolleranza e malcontento che alimentano la violenza tenuta a bada, allora si può comprendere il verificarsi di certi eventi lesivi e distruttivi che continuano a perpetrarsi generazione dopo generazione.
E tutto ciò porta a un’altra questione: l’influenza che gli adulti hanno sui bambini proprio riguardo la violenza, dato che sono responsabili del farla entrare nel loro mondo, generando esempi negativi che vengono poi perpetrati dai piccoli quando crescono. Benché sia sempre stato così, a partire dall’ambito familiare, con lo sviluppo della tecnologia e di tutti i suoi mezzi d’informazione, i bambini sono bombardati da input di violenza: serie tv, telegiornali, film, reality show, social, non fanno che proporre modelli che presentano violenza fisica e verbale. Per capire la serietà del problema che si ha davanti, occorre ricordare che i bambini, a differenza degli altri cuccioli del mondo animale, non hanno un istinto che dice loro cosa fare, ma, per sopravvivere, devono imitare quanto vedono fare da altri per apprendere qualcosa. Questo fa comprendere quanto è importante il tipo di educazione che si riceve da piccoli per il corretto sviluppo perché, se questo non avviene, si possono avere delle conseguenze che non solo danneggiano quello che sarà il futuro adulto, ma anche la società in cui vive.

Estratto di Ritrovare la capacità di pensiero.

Violenza dilagante

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La violenza pare trovare sempre più piede negli ultimi tempi; c’è sempre stata fin da quando esiste l’umanità, ma ci sono periodi dove essa acuisce la sua presenza e purtroppo questo si sta verificando nel tempo in cui viviamo. Si è iniziato con l’attacco della Russia all’Ucraina, poi si è continuato con l’Iran che prima ha preso a massacrare delle donne per fanatismo religioso poi ha cominciato a reprimere nel sangue chi protestava contro il regime causando migliaia di morti, arrivando all’attuale presidente USA Trump, i cui discorsi traboccano di violenza e odio (lo dice apertamenente in discorsi pubblici che odia chi gli si oppone), dove le minacce sono continue; minacce cui seguono azioni, come l’attacco al Venezuela (e non importa se Maduro era un dittatore criminale che andava arrestato e destituito) e le azioni dell’ICE. Sta passando la legge del più forte, che chi ha potere e denaro può fare quello che vuole, calpestando chiunque, e questo purtroppo sta facendo adepti, sta portando un esempio distorto, come dimostrano le parole di Salvini che, sull’onda di quello che sta succedendo in America, sta chiedendo che le forze dell’ordine italiane “dovrebbero avere ancora più le mani libere per difendere la nostra e la loro sicurezza” e che “non devono essere a processo”.
Il presente non sta prendendo una bella piega: le persone, le istituzioni, i governi, stanno diventando sempre più violenti, come se la violenza sia l’unica via percorribile, l’unica risposta che si può dare. Inevitabile porsi delle domande. La violenza è insita nell’uomo? Perché l’uomo è così attratto dagli atti violenti, fin dai tempi più antichi? Cosa c’è nello scorrere del sangue che affascina tanto gli esseri umani? Perché la guerra attira più della pace?
Secondo la Bibbia, i lati negativi e malvagi dell’uomo (e la violenza è uno di questi) sono entrati nella sua vita con il peccato originale, ovvero la disobbedienza di Adamo ed Eva a Dio del non mangiare la mela, il frutto della conoscenza del bene e del male; sempre secondo tale testo sacro, fu uno dei loro figli, Caino, il primo uomo a perpetrare un atto violento, uccidendo il fratello Abele e divenendo così il primo assassino della storia umana.
Filosofia, psicologia, antropologia hanno cercato a loro volta di capire l’origine della violenza. Dipende forse dall’etnia cui si appartiene? Dall’eredità genetica ricevuta? Dall’ambiente in cui si è cresciuti? A queste domande la risposta trovata non è stata sempre delle migliori, basti pensare al Criminal Tribes Act del 1871 promulgato dal governo britannico che dichiarava decine di etnie indiane portatrici di impulsi criminali ereditari (il tutto per giustificare e supportare le azioni del suo colonialismo). Non è andata meglio con le teorie di Lombroso, secondo le quali si poteva capire se una persona era violenta e criminale dall’aspetto fisico: indicazioni di questa natura erano per esempio malformazioni o anomalie del corpo, del cranio, l’uso di tatuaggi. Persino l’epilessia era segnale di una natura violenta.
Le cose non sono poi migliorate con altri studi, secondo i quali le persone violente erano quelle che crescevano in ambienti poveri (studi cui sarebbe bastata la storia per smentirli, dato che le peggiori atrocità dell’uomo erano state commesse da ricchi e nobili).
Negli anni più recenti pure la medicina ha cercato di dare la sua risposta: la violenza è qualcosa che dipende dal codice genetico, dato che ci sono dei geni che determinano il comportamento violento dell’individuo, influenzandone la vita.
Tante domande, tante teorie, ma poche risposte certe. Tuttavia, la violenza non è una questione né di sesso né di età. Non si tratta neppure di appartenenza a un determinato stato sociale, dato che sempre più spesso certi crimini avvengono in famiglie “bene”, cresciute in ambienti tranquilli, senza problemi economici, con la violenza che si riteneva appartenesse solo a persone cresciute in povertà. Invece, la cronaca mostra medici, avvocati, imprenditori, che uccidono mogli e figli all’improvviso, in apparenza senza un motivo, con i vicini che rimangono esterrefatti perché credevano di vedere una famiglia normale e serena, senza nessun problema, senza che ci fosse un pretesto per scatenare una violenza di tale portata.
Nella società attuale pare che non serva un pretesto per dare il via alla brutalità: si accoltella, si uccide, per un commento, un parcheggio, uno sguardo; non si può nemmeno non osservare che agli esseri umani non piace la pace e la storia non sembra fare altro che dimostrare come essa non sia tra le loro scelte preferite: non è esistito un periodo nel quale non ci sia stato un qualche conflitto bellico. E più la popolazione mondiale è cresciuta, più le guerre si sono fatte frequenti e numerose. Le ragioni dei conflitti, al di là di odi e faide etniche, riguardano sempre l’incrementare la ricchezza, in particolar modo quella di chi sta al potere. Ma se per chi è a capo di una nazione si tratta di denaro e potere, qual è la ragione per la quale le popolazioni hanno seguito chi li comandava? Cieca obbedienza? Facilità nel farsi influenzare da chi sta in alto? Paura di ripercussioni nel non obbedire all’ordine impartito? Oppure speranza di avere qualcosa da guadagnare dal conflitto cui partecipavano?
La storia non ha fatto che mostrare che nessuna società, civiltà o religione è stata ed è esente dalla violenza. A conferma di tali parole, basta analizzare la cultura in cui siamo cresciuti, dove anche la religione cristiana, il cui principio fondamentale è basato sull’amore e sulla comprensione, si è sviluppata ed è stata permeata di violenza e sopraffazione. Di esempi ce ne sono tanti, basti pensare all’Inquisizione, alla caccia alle streghe o semplicemente il perseguitare chi pensava liberamente, come successo alla matematica, astrologa e filosofa Ipazia, brutalmente uccisa da fanatici cristiani; quanto fatto a tale persona non solo ha mostrato l’odio e il disprezzo verso la donna che per secoli ha accompagnato la religione cristiana, ma ha anche messo in risalto la sopraffazione e il desiderio di affermazione, di essere migliori e superiori; le cose non sono migliorate molto con il passare del tempo e neppure sono andate meglio in altri paesi e con altre religioni, basti vedere quello hanno fatto nazioni come India, Iran, Pakistan, Afghanistan.
Fino a quando l’umanità non ammetterà la sua parte violenta, non l’affronterà e soprattutto non accetterà la sua esistenza, continueranno a esserci guerre, a presentarsi episodi di violenza quotidiani che non hanno più neppure bisogno di un pretesto per scatenarsi. Uomini, donne, giovani, anziani, non sono più in grado di controllare le proprie emozioni, venendo dominati da esse. Un’educazione errata, il credere in valori sbagliati, esempi negativi portati dai media, il dilagare dell’ignoranza e della disinformazione, hanno contribuito ad alimentare questi impulsi violenti; a tutto ciò vanno aggiunte le insoddisfazioni, le delusioni, le sconfitte che s’incontrano nella vita e che, scontrandosi con falsi modelli di successo e riuscita, non hanno fatto che alimentare simili impulsi. Questa serie di elementi ha fatto perdere il proprio centro agli esseri umani, creando uno squilibrio che semina sempre più danni; basterebbe essere un po’ più consapevoli di sé e del mondo attorno per non farsi condizionare e tornare padroni di se stessi. Basterebbe fermarsi un poco, staccandosi da un mondo frenetico che fa vivere sempre di corsa e rende sempre più tesi e intolleranti, per essere meno aggressivi e non usare gli altri come parafulmini per scaricare l’energia violenta accumulata. Il rischio cui si va incontro, altrimenti, è un degenerare della persona e della società, proprio come ha mostrato William Golding in Il Signore delle Mosche (anche se magari in modo un po’ didascalico e semplificato).
Ma se è facile (in teoria dovrebbe esserlo) giudicare la violenza quando è immediata, è più complicato quando si tratta di qualcosa di meno diretto come lo sono le violenze verbali, psicologiche, (che però hanno lo stesso potere distruttivo di un atto fisico) i tentativi di condizionamento e repressione per vie traverse, come a esempio il tentativo di voler schedare professori che sono contro una certa linea politica, perché va ricordato che è così che è cominciato il fascismo, un movimento politico e una cultura di violenza e di morte, e così può ricominciare; ma forse non è corretto dire che può ricominciare, perché il fascismo non se n’è mai andato, ha continuato a esistere tentando sempre di rialzare la testa. Non serve che tutto ciò sia urlato, perché ci sono battute, asserzioni celate dietro sorrisi e toni pacati che possono colpire come un pugno. Per non parlare degli atteggiamenti, dato che pure il silenzio, il tenersi a distanza in un certo modo, può essere violenza, come nel caso del mobbing. (1)

1. Parte di quanto scritto è stato estrapolato del lavoro da me realizzato Ritrovare la capacità di peniero.

Vento e verità

Vento e Verità

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Vento e veritàCosa dire di Vento e Verità, il quinto libro e ultimo libro del primo ciclo delle Cronache della Folgoluce?
Non è il miglior libro di questi primi cinque volumi ma è comunque un buon libro, superiore a molte produzioni attuali (ma anche del passato), con alti e bassi.
Partiamo dai bassi. Le prime cinquecento pagine non mi hanno preso, non sono riuscite a coinvolgermi, non dico che mi hanno annoiato ma hanno rallentato molto la lettura; era già successo con altri volumi della Folgoluce che la lettura procedesse a rilento, ma lì il rallentamento era stato voluto per non finire troppo presto il romanzo che stavo leggendo. Il problema con queste cinquecento pagine, per quel che mi riguarda, è che gli eventi sono troppo dilatati, si prendono tempo in preparazione di ciò che sta per arrivare (la sfida finale tra i campioni di Dalinar e di Odio); considerando che l’arco di tempo di Vento e Verità ricopre dieci giorni, la cosa risulta un poco eccessiva. Molti avrebbero abbandonato il volume già dopo cinquanta pagine (c’è gente che abbandona la lettura di un libro se non è coinvolta dopo aver letto le prime cinque righe), ma vuoi per fiducia verso Sanderson, vuoi perché quando inizio una cosa la voglio finire, sono andato avanti, venendo ripagato da una buona lettura, a tratti molto buona.
Com’è possibile allora, narrando gli eventi di dieci giorni, scrivere un tomo di millecinquecento pagine?
Perchè le vicende di alcuni personaggi (Navani, Dalinar, Shallan, Rlain e Renarin) si svolgono nel Reame Spirituale (dove dimorano gli dei), dove il tempo viene dilatato (quello che nel mondo di Roshar può essere qualche minuto o un’ora nel Reame Spirituale corrisponde a giorni). Una scelta che non mi è dispiaciuta, ma di cui non sono rimasto sorpreso per il semplice fatto che ho usato tale mezzo in Strade Nascoste, il primo volume che ho scritto di Storie di Asklivion. So che queste parole non piacieranno a diversi, che sembrerà un modo di volermi mettere al livello di Sanderson, ma non mi sto paragonando a lui e neppure voglio essere come lui: semplicemente sto enunciando un fatto. E prima che qualcuno asserisca che ho preso spunto dallo scrittore americano (o peggio, che abbia copiato), Strade Nascoste l’ho scritto prima delle Cronache della Folgoluce (tra il 2001 e il 2006) e la prima versione (tramite licenza Creative Coomon) l’ho pubblicata sul mio sito (quello su cui si sta leggendo) nel 2011 (è stata tolta dopo la pubblicazione in ebook ma sono rimasti sul sito alcuni brani). Quindi Reame Spirituale, personaggi che in un’altra dimensione condividono e rivedono esperienze personali, il mondo degli spren, non sono stati una novità: in Strade Nascoste ci sono il Mondo Spirituale e gli spiriti che sono interconnessi e interagiscono col mondo materiale, i protagonisti finiscono in una dimensione dove rivivono esperienze passate apprendendo da esse e superando traumi, hanno a che fare con luoghi dove il tempo scorre in maniera diversa. Per precisare, neanche la mia idea era originale, dato che tale idea faceva parte dell’ambientazione Mondo di Tenebra della White Wolf; anzi, posso dire tranquillamente che tale ambientazione mi ha molto ispirato, sia per quanto riguarda Asklivion, sia per quanto riguarda I Tempi della Caduta.
Tutta questa pappardella (i più maligni diranno autorefenziale e per farsi pubblicità) serve a spiegare perché, avendo già usato tutto ciò in mie opere, non sia rimasto sopreso da quello che ha scritto Sanderson; non essere sorpreso non significa essere deluso, anzi, la lettura di Vento e Verità è stata piacevole. Fra parentesi, uno dei motivi per cui ho letto praticamente tutto quello che è stato tradotto di Sanderson è che racconta tipi di storie e idee che ho anche io e per questo mi piacciono; si dice che si scrive quello che si piacerebbe leggere: è vero che in questo caso si legge ciò che piace scrivere 🙂 . Di nuovo (tocca ancora precisare perché siamo in un tempo in cui si riesce a fare polemica con tutto), non è un paragonarmi a Sanderson ma solo per dire che abbiamo un modo di vedere il fantasy molto simile ed è uno dei motivi per cui lo seguo.
Quindi non è stata la mancanza di sorpresa a penalizzare la lettura, ciò che l’ha penalizzata è stata soprattutto la mancanza di sintesi nel primo terzo del romanzo: c’erano dei capitoli che sarebbero bastate poche righe per raccontare gli eventi che li riguardavano. E qui si potrebbe parlare dello “Show don’t tell” perché non sempre mostrare tutto è un bene: alle volte è meglio raccontare per non perdere il lettore dilunagandosi troppo.
Superato lo scoglio delle prime cinquecento pagine (e si può dire che non è uno scoglio piccolo), Vento e Verità ingrana e la storia si fa sempre più appassionante: viene mostrato il passato degli Araldi, come è stato realizzato il Giuripatto, qual è stato il destino di Onore, perché Roshar è cambiato così tanto con l’arrivo degli umani, cosa ha portato alla guerra millenaria. Oltre al Reame Spirituale viene aggiunto Vento, una delle divinità esistenti su Roshar prima dell’arrivo di Odio e Onore, viene mostrato cosa è successo al paese in cui è nato Szeth ed è qui che si capisce come la guerra in corso non riguarda più solo Roshar ma anche tutti gli altri sistemi del Cosmoverso, dato che, da come si può intuire, nei prossimi volumi della serie molto probabilmente scenderanno in campo anche i Frammenti di altri sistemi planetari (al momento si sono visti Armonia, che unisce Preservazione e Distruzione, e Autonomia col mondo di Mistborn, ma ce ne sono altri menzionati in Vento e Verità).
Cosa dire dei personaggi? Dalinar e Khaladin hanno fatto scelte che mi aspettavo (e le ho trovate appropriate), così pure Shallan; Adolin ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, tutto il suo valore (e lo scontro con Adibi è tanta roba, non tanto per spettacolarità, ma per epicità e per come si realizza). Per quanto capisca il cammino fatto, Szeth è stato il personaggio di tutta la serie che meno mi ha preso: è stato vittima degli eventi, degli altri, per tutto il tempo e solo alla fine prende nelle sue mani il destino. Benché cresciuto, Szeth è sempre stato un bambino sfruttato da chiunque, usato per scopi non proprio dei migliori; la sua è una storia triste dall’inizio alla fine.
Qualcuno potrebb criticare (anzi, direi che in diversi l’hanno fatto) per come finisce Vento e Verità, dato che lascia la storia a un certo punto, ma è logico che sia così: siamo al romanzo cinque di dieci, ed è finita solo la prima parte (sarebbe la stessa cosa criticare come finisce un film avendo visto solo il primo tempo). Sanderson lascia la storia dopo che c’è stata una svolta e dopo tale svolta ci si sta assestando e preparando per quello che verrà; ora occorrerà aspettare per sapere come si svolgerà la seconda parte, dato che prima lo scrittore dovrà scrivere la terza era di Mistborn e, facendo congetture con quanto letto nel finale di Vento e Verità, sarà legata a quanto si verificherà su Roshar. E sarà un’attesa un po’ lunghina: se non ricordo male da quanto letto da qualche parte in rete, per il sesto libro si parla del 2031 e visto quanto hanno impiegato per uscire i primi cinque volumi (dal 2010 al 2024) (sempre che Sanderson non si lasci distrarre da tanti altri progetti), data la lunghezza dei tomi, ipotizzare una decina d’anni non è qualcosa di tanto lontano dalla realtà. Per i fan ciò può essere sconfortante, ma si provi a scrivere libri di mille e passa pagine l’uno (e pure di alta qualità) e si vedrà; ci sono scrittori che fanno molto peggio (chi ha citato George R.R. Martin?); è anche vero che ci sono scrittori che hanno fatto meglio, vedere Steven Erikson, che riusciva a pubblicare un romanzo l’anno della saga Malazan (però lavorava solo su essa). Per il momento ci si goda questo Vento e Verità, che non sarà un romanzo perfetto ma è sicuramente una buona lettura.

 

P.s.: il bello di Sanderson quando parla di divinità è che mostra, oltre il loro potere, anche il loro lato umano, perché una dività potrà anche essere un essere superiore ma parte sempre da una base umana.

Ritrovare la capacità di pensiero

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Ritrovare la capacità di pensiero è la nona fatica che ho scritto (neanche fossi Ercole…) ed esce a distanza di tre anni dall’opera precedente (Racconti delle strade dei mondi), un lasso di tempo un po’ lungo, dato che solitamente avevo una cadenza annuale riguardo le pubblicazioni. Le ragioni sono diverse: uno, ho portato avanti due lavori in contemporanea (l’altro è il quarto capitolo della serie di I Tempi della Caduta, anche se per finire Ritrovare la capacità di pensiero l’ho lasciato un po’ indietro, avendone realizzato su per giù un terzo del suo totale); due, dati gli impegni extra scrittori, il tempo è stato più limitato (e non avendo più le energie dei vent’anni, ho potuto fare meno rispetto al passato), ma la vita e ciò che la riguarda viene in primis; terzo, non ho un team di supporto, faccio tutto da solo, quindi la velocità rispetto a chi fa diversamente è differete (ogni riferimento a Brandon Sanderson non è casuale 😉 ).
Che cos’è Ritrovare la capacità di pensiero?
Non è narrativa né saggistica… allora cos’é? Si può dire un insieme di riflesssioni di svariato genere, dove alla base di tutto sta il pensare. Pensare è un’attività che si basa sullo stesso principio del saper risolvere problemi algebrici e dell’avere una muscolatura tonica: si sviluppa e si mantiene con un’attività costante. Non si tratta di un dono divino e neppure un privilegio riservato a pochi eletti, ma è un qualcosa che appartiene a tutti quanti. Il livello di pensiero che si può raggiungere dipende dall’abitudine, dalla frequenza e dalla diversità dei modi con cui lo si usa: risolvere problemi pratici, leggere libri dagli argomenti più diversi, ma soprattutto osservare la realtà in modo obiettivo e distaccato senza esserne coinvolti. Ed è molto importante che sia il più elevato possibile perché se non si hanno buone capacità di pensare, si finisce per essere manipolati, influenzati e sfruttati da ciò che accade attorno a noi. Eliminare del tutto tali manipolazioni, influenze e sfruttamento è qualcosa di davvero difficile da attuare, ma sicuramente si può limitare il loro raggio d’azione e d’influenza sapendo usare la testa.
Senza voler essere una guida o un manuale per raggiungere un proprio equilibrio interiore, Ritrovare la capacità di pensiero, attraverso riflessioni che prendono spunto da letture, film, notizie con cui si ha a che fare tutti i giorni, ha l’intento, attraverso il confronto di idee, di mettere in moto la propria mente, aiutando e sviluppando così la capacità di pensare.
Quest’opera non cambierà il mondo (e non ha neppure l’intento di farlo) e neppure tante persone (probabilmente nessuna), però, andando al di là di essa, ritengo che sia oltremodo necessario, con tutto quello che sta succedendo, che il più gran numero di persone al mondo (soprattutto quelle nelle posizioni di potere), ritrovino la capacità di pensiero. (Visto che siamo in tema di pensare e riflettere, e dato che i media nazionali ciò non fanno, suggerisco di seguire il canale su Youtube Chora Media, perché oltre a essere interessante, ha molto da dare).

Le Palle di Vecna

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Chi ha giocato a D&D conoscerà la Mano e l’Occhio di Vecna, due potenti e perniciosi artefatti non ché uniche parti del corpo rimaste dopo l’epico scontro tra Vecna e il suo sottoposto Kas il Distruttore; non molti però sanno che esiste una terza parte del corpo sopravvissuta allo scontro: le palle di Vecna.
Nate dall’inventiva di Master Ame a seguito delle grandi richieste per un suo video, le Palle di Vecna sono… qualcosa di particolare che, se unite agli altri due artefatti, può concedere un grande potere (qui la scheda per chi volesse usarla nella propria campagna). E sempre da un’iniziativa di Master Ame è nato il racconto che ho realizzato incentrato su tale oggetto, dove ho voluto continuare le avventure di alcuni personaggi già incontrati in un altro racconto breve (Il corno).

Le Palle di VecnaL’ingresso del tunnel era davanti a loro, tetro e buio come in ogni storia d’avventura che stava per cominciare. Selidor scrutò le tenebre, sapendo quello che doveva fare ma tentennando per via del ricordo dell’ultima volta in cui si era ritrovato in una situazione analoga. Traendo un profondo respiro, si voltò verso i suoi compagni.
«Anche se lo ritengo superfluo, tengo a precisare che ci stiamo per addentrare in un luogo pericoloso, dimora di antichi poteri che è meglio non risvegliare, quindi, dobbiamo muoverci con cautela ma allo stesso tempo avanzare alla svelta. Se fate come dico e soprattutto tenete le mani a posto e non toccate nulla all’interno delle camere sotterranee, tutto andrà per il meglio. Nano, smettila di far finta di affilare la tua ascia, mi riferisco soprattutto a te.»
Il nano scrollò le spalle. «Si è trattato di un incidente.»
«E tu lo chiami un incidente finire all’interno di un loculo avendo le dimensioni di un topo perché qualcuno ha inavvertitamente toccato un opale dei desideri e per giunta ha nello stesso momento espresso un desiderio?» sottolineò Jardin.
«Quello non era un desiderio» bofonchiò il nano. «Era solo un’esclamazione fatta perché mi avevate fatto alterare.»
«La tua semplice esclamazione ha rischiato di farci morire sepolti vivi» sbottò Jardin.
«Calma, orecchie a punta, tanto poi la situazione si è risolta per il meglio.»
«Se per il meglio intendi che hai riportato in vita un potente orco magi e che abbiamo dovuto dargli tutti i nostri averi per aver salva la vita, sì, certo» disse caustico Selidor: ancora gli giravano per aver dovuto cedere alla creatura l’antico grimorio che aveva trovato poco prima. Non aveva avuto il tempo neppure di leggerne una pagina. «Ti assicuro che se combini un’altra cosa del genere ti trasformo per davvero in uno scheletro ballerino.»
Il nano sbuffò. «Ho capito, necromante, non ti scaldare.»
«Una storia che parla di amicizia e sacrificio, di perigli e oscure magie… devo assolutamente comporci una canzone.»
«Ehi, novellino» Selidor schioccò le dita per attirare l’attenzione del nuovo arrivato. «Non è il momento per perdersi in rime e strimpellamenti.» Già il loro gruppo era sgangherato, ma dovevano proprio prendere con loro un bardo svampito?
«Non capisci che l’arte è qualcosa d’effimero, che va colta nel momento in cui sboccia? Un fiore che non aspetta…»
«L’unica cosa effimera che ci sarà tra poco saranno le tue chiappe, dato che se non le alzi immediatamente te le riduco in cenere» sibilò Selidor al limite della pazienza.
«Uff, va bene.» Il bardo rimise nello zaino la pergamena che aveva preso. «Ma siete proprio rozzi.»
Con Jardin in testa, lui e il nano al centro e il bardo come retroguardia, si addentrarono nelle profondità della montagna, attraversando sale e corridoi che risalivano a un’epoca di cui si era persa memoria. “Se non fosse stato per la missione affidata dal duca, chissà quali segreti avrei potuto scoprire in queste cripte” pensò con rimpianto Selidor; l’importante però adesso era che tutto filasse liscio. E c’era da dire che fino a quel momento così era stato, se non fosse per il continuo odore di muschio e zolfo che aleggiava nell’aria (ma, d’altronde, erano in una tomba, non poteva odorare di gelsomino) e un intermittente leggero fruscio presente lungo tutto il loro cammino. “Forse sono soltanto ratti che fuggono al nostro passaggio.”
E poi eccoli nell’ultima sala: la tomba di un potente arcimago la cui magia era stata leggendaria. Ancora un poco e sarebbero tornati alla luce del sole; bastava solamente che… Il fruscio si fece più forte, questa volta proprio alle sue spalle. Quando si voltò, vide il bardo che stava facendo girare qualcosa tra le dita della mano destra.
«Che stai combinando?» sibilò Selidor.
«Niente: quando mi sento teso devo aver qualcosa tra le mani e cipollarlo. Mi aiuta a diminuire lo stress.»
Selidor strinse gli occhi cercando di vedere cosa il bardo aveva in mano. «È tuo?»
Il bardo scosse il capo. «No, è un sacchettino con delle grosse ghiande che ho trovato fuori da queste cripte e mi sembrava…»
«Avevo detto chiaramente di non toccare nulla!» Selidor sbarrò gli occhi. «Mettilo via immediatamente!»
«Ma l’ho preso fuori di qui!» protestò il bardo.
«FALLO ORA!»
«E va bene!» Stizzito il bardo gettò con forza il sacchetto dentro un anfratto lì vicino.
«Correte!» urlò Selidor, mosso da un dejà vu che non gli piaceva per niente.
Erano a pochi metri dall’uscita della tomba quando una voce rimbombò tra le pareti.
«Non così di fretta, mortali.»
Quando Selidor si voltò, si ritrovò a guardare una mummia che avanzava a passo deciso verso di loro, le bende che avvolgevano il suo corpo ingiallite dal trascorrere dei secoli; un debole scintillio dorato brillava all’altezza dell’inguine. Aguzzando la vista, Selidor focalizzò la sua attenzione su quel punto e poi sbiancò, la mascella che gli arrivò quasi alle ginocchia.
“Maledetto bardo, proprio le palle di Vecna dovevi trovare e usare come antistress!”
«Non solo avete profanato la mia sacra dimora» tuonò con forza la mummia «ma avete osato anche privarmi della mia verga del potere!»
“Oh, m***a. Non di nuovo.”

Il Papa del compromesso

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Il Papa del compromesso: questo è Papa Leone XIV. Già la scelta del nome indica coraggio, forza, tipica dell’animale cui ci si riferisce, visti i tempi che si stanno affrontando. Ci si dimentica però una caratteristica del leone: la ferocia. Il fatto che sia stato scelto come Papa il cardinale Prevost, un cardinale americano per cui Trump simpatizza, non aiuta certo a essere ottimisti. L’avevo già scritto in un post precedente: la scelta più indicata era Zuppi, ed essendo quella più indicata, non sarebbe avvenuta (perché fare una scelta giusta quando si può fare una cavolata?). Avevo anche scritto che bisognava evitare l’elezione a Papa di un cardinale americano, specialmente se legato in qualche modo a Trump: troppe ingerenze e pressioni, una scelta troppo politica. Purtroppo così è stato, ma non è certo una novità: la Chiesa si è sempre inchinata al potere e ai soldi, legandosi a essi fin dai tempi di Paolo (prima chiamato Saulo e grande persecutore dei cristiani). Paolo si rivolse infatti alla nobiltà, ai ricchi, a chi aveva potere per avere appoggio e far sì che l’istituzione Chiesa crescesse; una scelta pragmatica, qualcuno osserverebbe che è stata una scelta intelligente perché avendo maggior appoggio, aveva maggiore possibilità di crescita e diffusione. Peccato solamente che tradisse il messaggio originale, quello da cui è partito tutto, al punto che Pietro, uno dei primi discepoli di Gesù, capì, anche se tardi, che quella non era la strada da percorrere. E dire che era stato proprio avvisato da Gesù che avrebbe commesso tale errore: Gesù nel Vangelo dice a Pietro la seguente frase: “quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18-19) indicando come il suo percorso si sarebbe allontanato da quello cristiano, le sue scelte guidate da altri. Cosa che è appunto successo con Paolo: come già scritto, ma lo si ribadisce, Paolo per far crescere l’istituzione della chiesa si basò sull’appoggio di ricchi e nobili; una scelta pragmatica, sicuramente utile per far aumentare l’influenza della nuova e appena nata religione, ma non consona al messaggio originale. Pietro, alla fine della sua vita, capì le parole di Gesù e vide che la strada intrapresa non era quella che lui aveva creduto: per questo motivo si ritenne indegno di morire nello stesso modo di Gesù e fu crocefisso a testa in giù, ammonendo così che la via che stava seguendo la Chiesa era all’opposto da quanto detto da Cristo.
E qui si deve trattare un argomento che a molti scandilizzerà, farà arrabbiare, urlare; reazioni forti insomma. Quando si parla di croce capovolta, si pensa all’Anticristo, inteso come demonio, diavolo, Satana, maligno, insomma una figura di puro male. Si è pensato però che l’Anticristo non sia il simbolo di una figura di puro male, ma sia il contrario dell’insegnamento originario di Cristo? Certo, molti associando a Gesù il bene puro pensano che l’Anticristo sia il male puro, ma non è così: il modo in cui ha agito l’istituzione Chiesa ha dimostrato nei secoli cosa significa il contrario del messaggio di Gesù.
Si è di fronte a un’eresia o una bestemmia dicendo qualcosa del genere?
No: in molti, anche tanti religiosi e membri della Chiesa, hanno criticato e giudicato l’operato dell’istituzione Chiesa, opulenta e lontano dalla gente comune, dai bisognosi, dai poveri. Uno degli esempi più lampanti è stato Bonifacio VIII, ma basta anche vedere come sono state trattate dalla Chiesa figure come Francesco d’Assisi e Padre Pio, prima perseguitati e poi riabilitati perché avevano un gran numero di seguaci; numeri talmente grandi da essere un popolo e un popolo è potere. Oltre che un grosso problema, se si decide di prenderlo di petto. Molto più semplice ingannarlo. Pertanto hanno scelto di fare di quelle persone eroi e santi acclamati e osannati: così facendo hanno stretto nella propria morsa quelle grandi folle. Qualcuno giudicherebbe questa mossa una porcata, altri opportunismo, altri politica, altri tradimento, come successo nella Seconda Guerra Mondiale, quando l’istituzione Chiesa invece di opporsi al fascismo e al nazismo, rimase in silenzio per paura di essere colpita da essi; omertà, codardia, pragmatismo: ognuno scelga il termine che preferisce, ma è un fatto che tale scelta non aveva nulla del messaggio originale. Certo, ci sono stati uomini all’interno della Chiesa che si sono opposti e battuti contro il fascismo e il nazismo, arrivando a sacrificarsi per salvare altre persone ed essere fedeli a ciò che credevano. Ma la loro è stata una scelta come individui, non come membri di un’istituzione che ha tradito quello che avrebbe dovuto seguire e insegnare.
Se si pensa che quanto scrivo sia perché non sono d’accordo sulla scelta di questo Papa, ci si sbaglia: scrivevo di queste cose (il messaggio della crocifissione a testa in giù, lo sfruttamento di figure religose) più di dieci anni fa con L’Ultimo Potere, (uscito nel 2015, ma la cui stesura risale al 2010), perché per me il fantastico, almeno per quello che realizzo, non deve essere solo intrattenimento, ma parlare di realtà.
La realtà di oggi ci dice che il nuovo pontefice è un pontefice di compromesso, dove la politica ha avuto il suo peso, dove la Chiesa si è fatta influenzare da essa: è un caso che sia stato eletto il primo Papa americano della storia dopo che Trump ha versato quattordici milioni di dollari per i funerali di Papa Francesco (se li avesse dati ai poveri sarebbe stato molto più cristiano, ma qui di cristiano c’è ben poco, mentre c’è molto di politica)? Non credo proprio; a pensar male si farà peccato però…
Potrò sbagliarmi, ma come è avvenuta la scelta è qualcosa di molto sospetto; forse il nuovo Papa sarà un buon Papa o forse sarà come tanti che si sono mantenuti nella media. Si spera che non faccia danni.
(I più maligni potrebbero far notare che ci sono somiglianze tra Papa Leone XIV e l’imperatore Palpatine…)

Cardinale Prevost