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Lontano dalla Terra

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Questo è il titolo del racconto che ha partecipato per la selezione di racconti per Effemme, versione cartacea della rivista online FantasyMagazine edita da Delos Books. Ora che il bando è concluso, e quindi il regolamento non impone più limitazioni di non prestare per la pubblicazione il racconto in qualsiasi forma, cartacea o elettronica, finché non sia reso pubblico l’esito del concorso, posso parlare liberamente dell’opera che ho realizzato partendo da una riflessione.
Qual è la scintilla creativa che porta alla nascita di un’opera letteraria?
Come chiunque s’è cimentato nella scrittura sa, non esiste uno schema preciso: da qualsiasi fatto, elemento, oggetto, può sorgere l’ispirazione. Non ci sono ricette per la creatività, se non attenzione e passione; certo, servono tecnica e padronanza del linguaggio, saper costruire le scene, metterle al posto appropriato, tutte cose giuste, ma l’elemento principale, quello senza il quale non può esserci quanto appena elencato, è l’Idea.
L’Idea che arriva quando non ti aspetti, che mostra un percorso dove ogni volta è una prima volta.
E’ stato dopo aver letto il brano Un Piccolo Sacrificio appartenente a La Spada del Destino di Andrzei Sapkowski che è sorta l’immagine (da cui è partito tutto) di un gruppo di trovatori seduti in una radura di un boschetto, intenti in una gara di componimento. Ed è proprio durante questa sfida che fanno l’incontro con il Cavaliere. Un incontro che, ispirato alla figura di Ranuncolo, spalla spesso comica di Geralt di Rivia, doveva tenersi su un livello ironico, quasi comico, salvo con lo svolgersi delle vicende assumere toni meno scherzosi e scivolare verso sfumature più amare e dure, come avviene nel racconto di Sapkowski.
Ma si sa, le Idee paiono avere vita propria e non ascoltano i piani dello scrittore: con l’evolversi della storia mostrano la loro natura ed essa prende piede, guidando le dita di chi scrive dove vogliono far arrivare. L’atmosfera del racconto si è modificata, perdendo i toni scherzosi e divenendo da subito uno sguardo amaro sulla realtà e sulla società: niente di quanto ha a che fare con l’essere umano si salva, impietoso subisce il giudizio di chi ormai ha perso ogni legame con un mondo che non riconosce più. Nessuno viene risparmiato dall’inflessibile esame, tutto è giudicato distruzione, anche dove in apparenza non c’è, come avviene con la bellezza.
Certo, ci si potrebbe aspettare altro da un racconto che vede protagonisti elfi, fauni, gnomi, magia, streghe, cavalieri e principesse, qualcosa di più fiabesco e non un disincanto così affettato, ma il fantastico non è solo intrattenimento, è anche, e soprattutto, almeno per me, un modo per parlare di realtà, di ossessioni, di lati erronei della personalità e comportamenti sbagliati che, anche se con intenzioni buone, portano spesso a risultati diversi dalle aspettative.
A proposito di streghe e principesse, una precisazione sulle prime e lo spunto che mi ha fatto creare le seconde nel racconto.
Come succede spesso, il termine strega fa sorgere nella mente l’immagine di una creatura malvagia, contorta; una figura che l’istituzione religiosa cristiana ha contribuito a creare nell’immaginario collettivo per colpire quelle donne che non erano sottomesse all’autorità, che possedevano libero pensiero, fomentando superstizioni e false credenze popolari, alimentando uno degli elementi più dannosi dell’umanità: l’ignoranza, capace di creare paure, fobie, ossessioni che sfociano spesso in violenza.
Una visione completamente distorta della realtà. Strega è chi impara da sé, chi cerca e trova; in altre lingue per indicarle si usano parole che significano le “sapienti”, perché si tratta di personalità libere, coraggiose, indifferenti al conformismo, che non si accontentano di un sapere erudito fine a se stesso, ma che deve trovare applicazione concreta nella realtà. Persone diverse dalla media, quasi magiche con il loro modo di fare e trovare soluzioni, la cui grandezza dipende dalla saggezza che riescono a svelare con la loro ricerca. Una saggezza che conferisce equilibrio e comprensione del prossimo, un discernimento fuori dal comune; per questo simili individui sono tanto temuti dai più, cercando in ogni modo di non avere a che fare con loro e nel peggiore dei casi di eliminarli.
Cosa che non avviene con le principesse, dove nel pensiero comune invece si è all’opposto: le si vedono come creature leggiadre, belle, incantevoli, piene di bontà, soprattutto indifese e bisognose di protezione. Pochi pensano che, visto l’ambiente in cui sono cresciute (un ambiente che pone le sue radici sul potere, sullo sfruttamento, sul ritenersi superiori agli altri), l’unica protezione di cui avrebbero bisogno realmente è verso se stesse. Ed è questa realtà che fa sì che nel racconto debbano avere al fianco un guardiano che le guida, come succede in Final Fantasy VIII: nel videogioco, ogni strega esistita nel mondo aveva avuto al suo fianco un cavaliere, una sorta di equilibratore del potere che possedevano; l’unica strega che non ne ha avuto uno, Adele, ha portato un regno di terrore e distruzione. Così ho ideato qualcosa di simile per le principesse dell’opera realizzata, dove chi le custodisce, più che proteggerle da mostri e pericoli, deve proteggerle dall’ambiente che le ha cresciute.
Ma che cosa succede se una principessa rifiuta questa protezione?
La scoperta a chi vorrà leggere Lontano dalla Terra, scaricandolo dalla pagina download.

Non passa giorno

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in cui non si vede sopraffare la dignità, la libertà, la giustizia, la verità. E’ divenuta una costante della società che ormai la si considera normalità.
Totalmente sbagliato.
Questa non è normalità: è malattia. L’ho detto diverse volte nel passato e continuo a ribadirlo.
Di cosa sto parlando? Della proposta di legge ammazzablog, del bavaglio, della limitazione di esprimere le proprie opinioni, facendo conformare al dictat voluto dai potenti/prepotenti, dai malfattori, di chi rende legale l’illegale, di chi se ne frega della giustizia e la calpesta, di chi vuole la dittatura. Con questa legge chi sta al governo cerca di spazzare via ogni opposizione, cerca il potere assoluto, incontrastato; un atto violento che mostra per l’ennesima volta la natura di chi è guida e che pensa solo al proprio interesse, creando leggi che in ogni modo permettano di coprire le proprie malefatte.
Condivido le preoccupazioni di Francesco e Lara, perché questi sono i momenti più pericolosi, gli ultimi colpi di coda di persone che stanno vedendo il proprio potere sgretolarsi: bisogna fare molta attenzione, ma soprattutto non far passare nulla.

Ancora sulla Montagna

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Testi, racconti arrivati a noi dall’antichità mostrano come la Montagna sia un luogo dove l’individuo possa trovare quella strada che lo conduca al cambiamento, a modificare la propria esistenza verso qualcosa di nuovo, che è andato avanti. E come sempre è un percorso individuale, non si vedranno mai masse salire lungo sentieri montani; certo, si può obiettare che succede con i pellegrinaggi sul monte Sinai, ma questa non è spiritualità, si tratta semplicemente di curiosità, turismo e soprattutto un modo per guadagnare soldi. Non ha nulla a che vedere con la vicenda verificatasi in quel luogo, anzi, allontana dal significato della sua storia, che rappresenta un percorso che ogni uomo deve fare per evolvere, un allontanarsi dalla massa, dalle consuetudini, dalle comodità per ritrovare l’essenziale, il nucleo dell’esistenza. Un’ascensione che porta a trovare la spiritualità, l’essenza della vita che in tanti modi è stata chiamata e rappresentata dai popoli nel corso dei secoli. Sul Sinai Mosé incontra Dio e la divinità gli consegna la conoscenza delle Tavole della Legge; Legge, non Comandamenti come le consuete traduzioni erroneamente riportano. Un dettaglio importante perché cambia il significato di quanto vuol essere trasmesso. Un comandamento è un imporre una volontà, una costrizione che può trovare attuazione solo se la parte che la subisce lo permette: si tratta d’obbedienza e nient’altro, un fatto che non ha nulla da trasmettere o insegnare. Di tutt’altro avviso invece è la legge, che si limita a mostrare una realtà, un insegnamento che se attuato dà dei risultati e che ne dà altri se invece non viene seguito; una sorta d’indicazioni stradali che possono rendere più sicuro il viaggio, evitando spiacevoli avventure o intoppi.
Dunque sulla montagna si trova la Spiritualità, si trova Dio (nel suo insegnamento Gesù, come altri Maestri, spiega che la si può trovare in qualsiasi luogo si vada, perché è dentro l’uomo, basta solo risvegliarla; ma l’uomo, non essendo ancora evoluto o illuminato, ha bisogno di simboli per arrivare a questa consapevolezza). Un’associazione che ha trovato attuazione negli antichi greci, che vedevano nella cima del monte Olimpo la dimora degli Dei, il luogo dove era racchiusa quella saggezza che l’uomo da sempre cerca di scoprire e che finché non la scopre la vede avvolta da nebbie o nuvole, come il fenomeno che si verifica sul monte più alto della Grecia e che ha dato il via alla nascita dei tanto famosi dei, i cui miti e leggende sono giunti fino a noi; figure cariche di potere, d’insegnamento ed evoluzione, come accade con gli Archetipi.
E’ proprio una di queste figure che si ripete nell’immaginario umano: il vecchio dalla barba bianca. Sia il dio degli ebrei, sia Zeus, capo degli dei greci sono rappresentati in tal maniera. Nell’antichità (non come adesso nella nostra cultura che viene disprezzata come una malattia o una patologia) la vecchiaia era simbolo di saggezza, quella saggezza accumulata in una vita attraverso le esperienze; un simbolo rafforzato dalla presenza della barba bianca, elemento che oltre a indicare una lunga vita, quindi accumulo di conoscenza, rappresenta anche con il suo candore la calma e la quiete interiore che si raggiunge acquisendo consapevolezza.
Immagine ben caratterizzata in La Storia Infinita di Michael Ende, descritta in maniera tale che fa sorgere dai meandri della mente una figura che da sempre si porta con sé.

La faccia dell’uomo faceva pensare alla corteccia di un albero vecchissimo, tanto era segnata dalle rughe. Aveva una lunga barba bianca e gli occhi erano così infossati in orbite scure che non si vedevano neppure. Indossava una tonaca da monaco, di colore blu, con un cappuccio che gli copriva il capo, e in mano teneva uno stilo con cui scriveva nel libro.

Con tale descrizione è facile far andare l’immaginazione a vedere Dio che scrive le Tavole della Legge per consegnarle a Mosé. In questa maniera molti si figurano un essere superiore, che nel romanzo di Ende è la memoria di Fantàsia, la mano che scrive la Storia Infinita, occhio osservatore del presente che diventa passato e che pone le basi per ciò che può essere nel futuro; perché nessuno, nemmeno un dio, ha la certezza di ciò che avverrà, ma ha solo modo di scorgere eventuali opportunità che possono divenire realtà.
E ancora una volta non è un caso che il Vecchio si trovi nelle Montagne del Destino.

Le Montagne del Destino erano il complesso montagnoso più alto e più importante di tutto il Regno di Fantàsia e la vetta più alta arrivava letteralmente al cielo.
Neppure gli alpinisti più audaci osavano inoltrarsi in questa regione di ghiacci eterni. O, per essere più esatti: in tempi di cui nessuno ormai serbava memoria, ci fu chi riuscì a scalare quelle vette, ma era passato troppo tempo perché qualcuno se ne rammentasse. Questa infatti era una delle molte e incomprensibili leggi che regnavano in Fantàsia: le vette delle Montagne del Destino potevano essere conquistate da uno scalatore, soltanto quando colui che lo aveva preceduto nell’impresa era ormai stato completamente dimenticato e quando non v’era più traccia o scritta alcuna che testimoniasse del suo passaggio. In tal modo colui che giungeva alla vetta era sempre il primo.

Un passaggio che limpidamente mostra la realtà dell’individuo, perché il percorso, la scalata che ognuno fa è unica, si è sempre i primi a farla: una strada unica perché personale, perchè ognuno deve trovare la propria e non si possono percorrere quelle intraprese da altri. E una volta raggiunta la vetta, il punto più alto, è come essere dentro a un uovo che aspetta di schiudersi per poter dare inizio a una nuova vita.

Inaspettatamente, le pareti di roccia si aprirono, consentendo allo sguardo di spaziare su un’immensa superficie di scintillante candore. Questo era il punto più alto delle Montagne del Destino che non finivano in una vetta, come la maggior parte delle altre, ma in un altopiano, vasto quanto un’intera regione. Al centro di questo spiazzo, si levava, in maniera del tutto inattesa e sorprendente, un cono d’aspetto quanto mai singolare.
Era piuttosto alto e sottile e somigliante alla Torre d’Avorio, ma di un intenso azzurro sfavillante. II cono era formato da innumerevoli punte dentellate dalle forme più bizzarre, che si levavano verso il cielo come enormi ghiaccioli capovolti. A metà circa di questo cono, poggiato su tre di queste punte di ghiaccio, si trovava un uovo, grande quanto una casa.

La Montagna

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Da sempre la montagna ha avuto un fascino particolare, un’attrazione che ha spinto l’uomo ad ammirarla e a rispettarla con timore, a volte anche a sfidarla, un modo per superare i propri limiti.
Ma la montagna è molto più di una sfida, possiede uno spirito forte, duro, spietato, ma anche equo, perché non fa distinzioni, non si sofferma sull’appartenenza a classi sociali o a razze; uno spirito libero, incondizionato, che fa sognare, che richiama a sé tutti coloro in cui si risveglia quella parte che anela alla scoperta di qualcosa di più elevato.
Non è un caso che eremi, tempi, abbazie sorgano in alto, sulla cima delle aree più elevate. Attenzione, si sta parlando di veri luoghi di spiritualità, non di luoghi religiosi, come invece lo sono le grandi cattedrali della città: costruzioni bellissime, edifici d’arte fatti per essere ammirati, per esaltare l’ego, ma non adatte per trovare quel luogo interiore, quella parte spirituale che innalza l’uomo. Perché questa parte la si trova solo nel silenzio, nella solitudine, non in luoghi dove i discorsi umani possono riecheggiare e rimbombare.
In qualsiasi epoca trascorsa, chi voleva trovare la spiritualità iniziava un cammino, un pellegrinaggio che lo portava lungo sentieri poco battuti, impervi, che immancabilmente lo conducevano in alto, un simbolo, un modo inconscio per rappresentare l’elevazione del proprio spirito, dell’avvicinarsi a Dio, a quanto c’era di più grande nell’esistenza.
Non è un caso che quelle persone in cui si risveglia questa parte dell’animo siano fortemente attratte dalle montagne. E’ ben mostrato da Into the Wild e Il grande Nord, due film che riescono a mostrare il richiamo, la forza della montagna, l’elevarsi verso quel qualcosa che sta all’origine di ogni vita: un senso di libertà che non ha confini.
E’ questo il fine della spiritualità, quella ricerca effettuata dall’uomo che viene ben mostrata in Orizzonte Perduto, un romanzo fantastico di James Hilton: ogni uomo vuole trovare Luna Azzurra, quel sogno dove si possa vivere in pace e armonia, senza più affanni, contese, dissidi; dove si possa essere semplicemente se stessi rendendo concreto quell’utopia, quell’anelito di libertà verso cui lo spirito da sempre è proteso e che è presente in ognuno.

Riscoprire le Origini ritrovando la Natura

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Nel suo intimo cresceva inesorabilmente il rimpianto di non essere partito con Bilbo. Si sorprendeva spesso, soprattutto in autunno, a vagheggiare di zone selvagge, e nei suoi sogni apparivano strane visioni di montagne sconosciute. Incominciò a dirsi: « Forse attraverserò il Fiume, un giorno », ma l’altra parte di lui stesso rispondeva sempre ed invariabilmente: « Non ancora ».
Questa strana sensazione permaneva, ed i quaranta giungevano al crepuscolo, mentre il suo cinquantesimo compleanno si avvicinava: si rendeva conto che cinquanta era un numero particolarmente significativo (o infausto). Era in ogni modo a quell’età che Bîlbo era stato improvvisamente travolto dalle avventure. Frodo incominciava ad essere irrequieto, ed i vecchi sentieri gli sembravano troppo battuti. Esaminava carte geografiche e si chiedeva cosa vi fosse al di là dei bordi; le piante fatte nella Contea erano colorate di bianco nelle zone oltre i confni. Prese l’abitudine di girovagare più lontano e sempre da solo.

Il Signore degli Anelli – J.R.R.Tolkien

Arriva un momento nella vita in cui il conosciuto non basta più, dove la vita di ogni giorno comincia ad andare stretta, dove le persone, le cose quotidiane non riescono più a soddisfare. Una sensazione che fa avvertire le abitudini della vita civile, dei rapporti con gli altri, come mancanti, limitanti, capaci solo di rendere la vita insignificante, priva di attrattive. Un impulso che spinge a lasciare ciò che ormai è solo falsità, a effettuare un ritorno alle proprie origni, rispondendo a un richiamo che è un anelito di vita e libertà.
Per molti prendere le distanze dalla routine, dal fare le cose che fanno tutti seguendo schemi ricorrenti, dove i capisaldi dell’esistenza civile (avere un lavoro, farsi una posizione, avere una casa, status simbol, costruirsi una famiglia, avere figli, uscire a cena o andare al pub) perdono qualsiasi fascino e valore perché ci si accorge che non hanno significato, sono solo il ripetersi di azioni viste perpetrare da altri: sono un’imitazione, non la realizzazione di ciò che si vuole veramente.
Quando questo avviene, succede di allontanarsi un passo alla volta dalla società e dai suoi costrutti, di sentirli come qualcosa di alieno e di rientrare in contatto con quella parte di sé che si è messo da parte: la natura.
Sì, perché la natura è parte dell’uomo e l’uomo fa parte della natura, sono due elementi indissolubili della stessa essenza. Per chi riscopre il proprio spirito libero, il riscoprire il contatto con la natura è rispondere a una chiamata, come avviene in Il Richiamo della Foresta di Jack London: un attraversare il Fiume, andare sull’altra sponda , attraversare un confine. Un riscoprire qualcosa di più vero, che non sia falso come spesso lo sono i rapporti umani in una società ottusa, chiusa, egocentrica e malata, dove non ci si riesce ad accorgersi più di niente, nemmeno che non si sta vivendo.
Sono così in pochi quelli che fanno questa scelta che vengono cosiderati dalla maggioranza dei pazzi perché viene considerato accettabile solo quello che fanno i più, mentre il diverso è considerato sbagliato. Una storia che si ripete da sempre, in cui si capisce che l’atteggiamento tenuto dai più è solo un modo per proteggersi dall’accettare la verità che i veri pazzi sono loro a vivere in una maniera che porta a essere sempre di corsa e a non cogliere gli aspetti importanti del vivere.

“Ron, apprezzo sinceramente l’aiuto che mi hai dato e i momenti che abbiamo trascorso insieme. Spero che la nostra separazione non ti abbia depresso troppo. Potrebbe passare molto tempo prima di rivederci ma, ammesso che io superi l’affare Alaska tutto d’un pezzo, riceverai di sicuro mie notizie. Vorrei ripeterti solo il consiglio che già ti diedi in passato, ovvero che secondo me dovresti apportare un radicale cambiamento al tuo stile di vita, cominciando con coraggio a fare cose che mai avresti pensato di fare o che mai hai osato. C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà non esiste niente di più devastante che un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in continuo cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso. Se vuoi avere di più dalla vita, Ron, devi liberarti della tua inclinazione alla sicurezza monotona e adottare uno stile più movimentato che al principio ti sembrerà folle, ma non appena ti ci sarai abituato ne assaporerai il pieno significato e l’incredibile bellezza. Ti sbagli se credi che la gioia derivi soltanto o principalmente dalle relazioni umane. Il Signore l’ha disposta intorno a noi e in tutto ciò che possiamo sperimentare. Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale. La mia opinione è che non hai bisogno né di me né di nessun altro per portare questa gioia nella tua vita. È semplicemente lì che ti aspetta, che aspetta di essere afferrata, e tutto quello che devi fare è tendere la mano per prenderla. Spero davvero, Ron, che non appena ti sarà possibile, lascerai Salton City, attaccherai una roulotte al camion e comincerai a goderti il grande lavoro che il Signore ha compiuto nell’ovest americano, vedrai cose, conoscerai gente, e ti insegneranno molto. Dovrai farlo in regime d’economia, niente motel, preparati da mangiare da solo e, come regola generale, spendi il meno possibile, perché così ti ritroverai ad apprezzare immensamente ogni cosa. Spero che la prossima volta che ti vedrò sarai un uomo con una sfilza di nuove esperienze e avventure alle spalle. Non esitare o indugiare in scuse. Prendi e vai. Sarai felice di averlo fatto. Riguardati. Alex.”

Into the Wild – Lettera di Christopher McCandless a Ronald Franz

Rocche,Castelli, Chiese e Borghi Antichi 3

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Andare per la propria strada

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Tanto tempo fa un santo monaco aveva con sé un allievo, un ragazzo molto attento e ubbidiente. Un
giorno lo chiama e gli dice: «Vai a prendere l’asino e andiamo in città». Il giovane prende l’asino, aiuta l’anziano monaco a salirvi e si avviano verso la città, il monaco in groppa all’asino e il ragazzo a piedi. Alla prima svolta incontrano un gruppo di persone. Qualcuno, naturalmente, ha qualcosa da ridire: «Ma guarda quanto è infingardo quel vecchio monaco: lui a cavallo, e quel povero ragazzo così gracile e delicato lasciato a piedi!».
Il vecchio monaco, appena udite queste parole, scende dall’asino, vi fa salire il ragazzo e tutti e tre si rimettono in cammino. Poco più avanti incontrano altre persone: «Oh, guarda cosa si deve vedere. Un giovane sano e robusto a cavallo e un povero vecchio a piedi. Non c’è più rispetto, non c’è più carità». A queste parole il ragazzo salta giù dall’asino, aiuta l’anziano monaco a salirvi di nuovo, risale anche lui e proseguono verso la città.
Strada facendo, altra gente, altri commenti: «Guarda quella povera bestia! Fra poco morirà stremata, sotto il peso di quei due fannulloni! Ci vorrebbe almeno un po’ di pietà». Il santo monaco e il ragazzo, allora, scendono in silenzio e proseguono il cammino a piedi.
Ma qualcuno non è ancora soddisfatto: «Guardate, guardate… S’è vista mai una cosa più sciocca? Quei due hanno l’asino, e vanno a piedi!»
A questo punto l’anziano monaco dice al ragazzo:«Torniamo a casa».
Strada facendo gli spiega: «Hai capito la lezione, figliolo? Per quanto ti sforzerai di assecondare gli altri, ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa da ridire. E allora tu impara a tirar diritto per la tua strada e a non prestare ascolto alle chiacchiere della gente».

Nuvole

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«Su, tornate a giocare.» Sentì la donna esortare il gruppo.
«Adesso non abbiamo più voglia di farlo.» Bofonchiò una bambina dalle trecce bionde.
«Non vorrete andare a casa proprio ora?» La donna poggiò i pugni ai fianchi assumendo un tono di rimprovero. «La foschia s’è alzata e l’orizzonte è limpido: il tempo ideale per stare all’aperto.»
«Sì, ma senza Sogno non ci divertiamo.» Si lamentò un piccolo dall’ispida capigliatura color ruggine.
«Insomma!» Sbottò Marelyn. «Smettetela di fare i capricciosi! Sogno non potrà essere sempre presente: che cosa vi dice in continuazione?»
«Di cavarcela da soli.» Borbottò il ragazzo dalla giacca militare. «Dobbiamo imparare ad aiutare noi stessi per poter aiutare gli altri.»
«E avete mai provato a farlo?»
I bambini si guardarono l’un l’altro perplessi.
«Non sappiamo come si fa.» Rispose per tutti la bambina dalle trecce bionde.
«Usate l’immaginazione.»
I bambini guardarono la donna con un’intensa espressione perplessa.
Marelyn sorrise. «Ora vi mostro come si fa. Fate come me!» Li esortò mettendosi sdraiata sul terreno. «Forza, è un gioco!»
«Che gioco?» Chiese perplesso il bambino dai capelli color ruggine.

«Guardiamo le nubi!»
Guerriero si fermò all’imboccatura del tunnel, il piede che aveva appena lasciato l’ultimo gradino. Lentamente si voltò, osservando i bambini che uno alla volta si sdraiavano con lo sguardo rivolto al cielo. Un gioco banale, una perdita di tempo, gli suggeriva la razionalità; sarebbe stato meglio concentrarsi sul blocco che lo limitava e trovare una soluzione. Non poteva sapere quando sarebbe stato il prossimo scontro con i Demoni, ma poteva non avere molto tempo prima che avvenisse di nuovo. Pertanto non doveva cincischiare in quella maniera: doveva darsi da fare finché ne aveva il tempo.
Eppure sapeva che quello era un momento importante e non doveva perderlo.
«E’ noioso!» Sbottò un bambino rimasto in piedi.
«Vedrai che ti divertirai.» Lo incitò la donna. «Su, fai come gli altri.» Quando furono tutti per terra riprese a parlare. «Ora fissate le nubi e lasciate andare l’immaginazione. Che cose vedete?»
«Delle nubi.» Disse un bimbo strascicando le parole.
La donna rise. «Guarda meglio. Per esempio quella nuvola. Non sembra una persona con in mano una palla?»
«A me sembra un pacco.» Esordì una bambina.
«No, no.» Un bimbo sventolò un braccio. «Sono le pale di un mulino, come l’immagine nel libro di fiabe.»
Il bambino che non voleva giocare corrucciò la fronte imbronciato. «Come fate a vedere ognuno una cosa diversa? Non si dovrebbe vedere la stessa figura?»
La donna rise divertita. «E’ questo il bello del gioco: scoprire ciò che ognuno vede in uno stesso soggetto. Non è fantastico vedere quante cose possono saltare fuori dalla semplicità di una nuvola?»

Laboriosità

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