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Ancora sulla Montagna

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Testi, racconti arrivati a noi dall’antichità mostrano come la Montagna sia un luogo dove l’individuo possa trovare quella strada che lo conduca al cambiamento, a modificare la propria esistenza verso qualcosa di nuovo, che è andato avanti. E come sempre è un percorso individuale, non si vedranno mai masse salire lungo sentieri montani; certo, si può obiettare che succede con i pellegrinaggi sul monte Sinai, ma questa non è spiritualità, si tratta semplicemente di curiosità, turismo e soprattutto un modo per guadagnare soldi. Non ha nulla a che vedere con la vicenda verificatasi in quel luogo, anzi, allontana dal significato della sua storia, che rappresenta un percorso che ogni uomo deve fare per evolvere, un allontanarsi dalla massa, dalle consuetudini, dalle comodità per ritrovare l’essenziale, il nucleo dell’esistenza. Un’ascensione che porta a trovare la spiritualità, l’essenza della vita che in tanti modi è stata chiamata e rappresentata dai popoli nel corso dei secoli. Sul Sinai Mosé incontra Dio e la divinità gli consegna la conoscenza delle Tavole della Legge; Legge, non Comandamenti come le consuete traduzioni erroneamente riportano. Un dettaglio importante perché cambia il significato di quanto vuol essere trasmesso. Un comandamento è un imporre una volontà, una costrizione che può trovare attuazione solo se la parte che la subisce lo permette: si tratta d’obbedienza e nient’altro, un fatto che non ha nulla da trasmettere o insegnare. Di tutt’altro avviso invece è la legge, che si limita a mostrare una realtà, un insegnamento che se attuato dà dei risultati e che ne dà altri se invece non viene seguito; una sorta d’indicazioni stradali che possono rendere più sicuro il viaggio, evitando spiacevoli avventure o intoppi.
Dunque sulla montagna si trova la Spiritualità, si trova Dio (nel suo insegnamento Gesù, come altri Maestri, spiega che la si può trovare in qualsiasi luogo si vada, perché è dentro l’uomo, basta solo risvegliarla; ma l’uomo, non essendo ancora evoluto o illuminato, ha bisogno di simboli per arrivare a questa consapevolezza). Un’associazione che ha trovato attuazione negli antichi greci, che vedevano nella cima del monte Olimpo la dimora degli Dei, il luogo dove era racchiusa quella saggezza che l’uomo da sempre cerca di scoprire e che finché non la scopre la vede avvolta da nebbie o nuvole, come il fenomeno che si verifica sul monte più alto della Grecia e che ha dato il via alla nascita dei tanto famosi dei, i cui miti e leggende sono giunti fino a noi; figure cariche di potere, d’insegnamento ed evoluzione, come accade con gli Archetipi.
E’ proprio una di queste figure che si ripete nell’immaginario umano: il vecchio dalla barba bianca. Sia il dio degli ebrei, sia Zeus, capo degli dei greci sono rappresentati in tal maniera. Nell’antichità (non come adesso nella nostra cultura che viene disprezzata come una malattia o una patologia) la vecchiaia era simbolo di saggezza, quella saggezza accumulata in una vita attraverso le esperienze; un simbolo rafforzato dalla presenza della barba bianca, elemento che oltre a indicare una lunga vita, quindi accumulo di conoscenza, rappresenta anche con il suo candore la calma e la quiete interiore che si raggiunge acquisendo consapevolezza.
Immagine ben caratterizzata in La Storia Infinita di Michael Ende, descritta in maniera tale che fa sorgere dai meandri della mente una figura che da sempre si porta con sé.

La faccia dell’uomo faceva pensare alla corteccia di un albero vecchissimo, tanto era segnata dalle rughe. Aveva una lunga barba bianca e gli occhi erano così infossati in orbite scure che non si vedevano neppure. Indossava una tonaca da monaco, di colore blu, con un cappuccio che gli copriva il capo, e in mano teneva uno stilo con cui scriveva nel libro.

Con tale descrizione è facile far andare l’immaginazione a vedere Dio che scrive le Tavole della Legge per consegnarle a Mosé. In questa maniera molti si figurano un essere superiore, che nel romanzo di Ende è la memoria di Fantàsia, la mano che scrive la Storia Infinita, occhio osservatore del presente che diventa passato e che pone le basi per ciò che può essere nel futuro; perché nessuno, nemmeno un dio, ha la certezza di ciò che avverrà, ma ha solo modo di scorgere eventuali opportunità che possono divenire realtà.
E ancora una volta non è un caso che il Vecchio si trovi nelle Montagne del Destino.

Le Montagne del Destino erano il complesso montagnoso più alto e più importante di tutto il Regno di Fantàsia e la vetta più alta arrivava letteralmente al cielo.
Neppure gli alpinisti più audaci osavano inoltrarsi in questa regione di ghiacci eterni. O, per essere più esatti: in tempi di cui nessuno ormai serbava memoria, ci fu chi riuscì a scalare quelle vette, ma era passato troppo tempo perché qualcuno se ne rammentasse. Questa infatti era una delle molte e incomprensibili leggi che regnavano in Fantàsia: le vette delle Montagne del Destino potevano essere conquistate da uno scalatore, soltanto quando colui che lo aveva preceduto nell’impresa era ormai stato completamente dimenticato e quando non v’era più traccia o scritta alcuna che testimoniasse del suo passaggio. In tal modo colui che giungeva alla vetta era sempre il primo.

Un passaggio che limpidamente mostra la realtà dell’individuo, perché il percorso, la scalata che ognuno fa è unica, si è sempre i primi a farla: una strada unica perché personale, perchè ognuno deve trovare la propria e non si possono percorrere quelle intraprese da altri. E una volta raggiunta la vetta, il punto più alto, è come essere dentro a un uovo che aspetta di schiudersi per poter dare inizio a una nuova vita.

Inaspettatamente, le pareti di roccia si aprirono, consentendo allo sguardo di spaziare su un’immensa superficie di scintillante candore. Questo era il punto più alto delle Montagne del Destino che non finivano in una vetta, come la maggior parte delle altre, ma in un altopiano, vasto quanto un’intera regione. Al centro di questo spiazzo, si levava, in maniera del tutto inattesa e sorprendente, un cono d’aspetto quanto mai singolare.
Era piuttosto alto e sottile e somigliante alla Torre d’Avorio, ma di un intenso azzurro sfavillante. II cono era formato da innumerevoli punte dentellate dalle forme più bizzarre, che si levavano verso il cielo come enormi ghiaccioli capovolti. A metà circa di questo cono, poggiato su tre di queste punte di ghiaccio, si trovava un uovo, grande quanto una casa.

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