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Mondadori e i soldi dei giochi online

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La puntata di Report del 30 ottobre mostra il conflitto d’interessi in cui si trova coinvolto il presidente del consiglio, che dopo essere stato operaio, imprenditore e diversi altri titoli, ora è anche croupier.
Come mostrato dall’inchiesta, la Mondadori, di cui il premier è proprietario, fa parte della Glaming, una concessionaria a cui è stata data concessione sui giochi online (concessione data dai Monopoli dello Stato, che a loro volta dipendono dal governo), detenendone la fetta maggiore, il 70 %; il 30 % invece è controllato dalla Fun Gaming, di cui il 51% è controllato Marco Basssetti (socio del presidente del consiglio e di Gagliardi, l’imprenditore che si fregava le mani per i ricavi che poteva trarre dagli appalti per la ricostruzione dell’Aquila) e il 49% da una fiduciaria i cui proprietari sono sconosciuti. Aldo Ricci (che è stato per due volte amministratore delegato della Sogei (l’occhio telematico del fisco sulle concessionarie dei giochi) e che è manager di Marco Milanese, ex braccio destro di Tremonti) ne è il presidente.
Cosa c’entra la Mondadori con i giochi online?
Si tratta come sempre di una questione di soldi: un sistema per tamponare il bisogno di liquidità, per guadagnare un mucchio di denaro e compensare le perdite dell’editoria. Tra queste vanno annoverati i 564 milioni di euro pagati a De Benedetti e il fatto che negli ultimi tre anni la ditta ha aumentato di propri debiti con le banche passando da 75 a 293 milioni di euro.
L’ancora di salvezza arriverebbe, come spiegato dal consulente commercialista Gian Gaetano Bellavia, attraverso la raccolta dei soldi dei giochi, grazie al cash pooling, un meccanismo contabile che consente di compensare crediti e debiti bancari di società diverse che però appartengono allo stesso gruppo.
La società Glaming incassa i soldi delle giocate, ovvero i suoi ricavi, i soldi che deve dare allo stato e quelli che prima o poi dovrà dare ai giocatori sotto forma di vincite. Anche se tale società può tenersi solo una parte del totale delle entrate, ogni giorno il totale finisce nelle sue casse, ma con il sistema di cash pooling la liquidità va a finire però sui conti Mondadori, così che la casa editrice non paga più gli interessi alle banche.
Riassumendo in parole povere, sono i cittadini che attraverso i giochi emessi dallo stato pagano i debiti contratti dalle aziende di famiglia del premier: si stanno salvando i suoi interessi. In condizioni normali, un imprenditore fallirebbe, pagando di tasca propria; in questo caso siamo noi a pagare. Quello che ora è presidente del consiglio è entrato in politica per fare leggi che lo tutelassero e per arricchirsi sulle spalle della gente, nello stile classico dell’imprenditoria attuale. Solamente che uno stato non è un’impresa e i cittadini non ne sono i dipendenti: i dipendenti sono quelli che stanno al governo, eletti dalla popolazione e che visti i risultati è ora che vengano licenziati. E non solo: devono restituire quanto preso e scontare pena per i danni che hanno causato.

Ci sono fatti

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che oltre a dare un senso di disgusto, danno sentore di dove si è arrivati e di come si sta scivolando sempre più in basso e in questi giorni ne sono successi diversi. Certo succedono sempre e ci sono momenti in cui si sopporta di più. Ma ci sono cose che non possono mai essere sopportate.
Uno è lo sfruttamento, il cercare di fare sempre soldi, anche se non se ne ha il diritto, come fa la SIAE; come riportato in questo articolo, non tutti giustamente ci stanno.
Anche se non sono un appassionato di moto, la scomparsa di Marco Simoncelli mi ha rattristato: era un ottimo pilota, un campione che stava mettendo le basi per un futuro di successo, ma soprattutto mi dispiace perché verrà a mancare un giovane con una gran carica, con voglia di vivere, di sorridere e di far sorridere. Come è sacra la vita, lo è anche la morte, una parte dell’esistenza che va vissuta personalmente e intimamente, nel privato, nel raccoglimento, non messa in piazza come accade con il fiorire di trasmissioni dopo la sua scomparsa (vedi gli speciali sulle reti Mediaset), la trasmissione in diretta del suo funerale sono un mettere sull’altare della grande macchina dei media qualcosa di grande per fare audience, per aver dei grandi numeri di ascolti: uno sfruttamento continuo, senza ritegno di tutto e di tutti, senza dignità.
Come senza dignità sono le dichiarazioni di Sacconi sui licenziamenti, un calpestare con disprezzo i lavoratori, definendo denigratoriamente come roba ideologica i diritti, dove tocca di sentire che si devono agevolare i licenziamenti per fare assunzioni; sarebbe come dire faccio la guerra per creare la pace. Questo è togliere ogni diritto e tutela, far sì che gli imprenditori possono fare tutto quello che vogliono, dargli carta bianca: un potere nel loro campo assoluto. Questa è schiavitù.
Non siamo più trattati come individui, esseri umani, ma solo come oggetti da usare, come numeri senza significato, utili solo per pochi per avere maggiore ricchezza e potere.
Si vuole continuare ancora a permettere a questo lerciume d’impantanare la vita che ci appartiene?

EDIT. Dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi, altra perla da parte di Sacconi: promuovere per giovani e donne il lavoro con apprendistato e part-time. Ancora si continua a insistere con l’apprendistato, dove per chi non lo sapesse, si viene pagati molto poco e i contribuiti versati sono praticamente nulli: una manna per gli imprenditori, che spingono su questo per spendere sempre meno. Sempre una questione di soldi.
Ancora una volta la dimostrazione di mancanza d’idee e di spregio verso gli individui e le professionalità, con ovvio impoverimento di tutto il mercato e di perdita della qualità del prodotto italiano. Chi è oltre i trent’anni (a meno che non sia alzata la soglia e tutti possano rientrare nell’apprendistato, un apprendistato perenne) e perderà il lavoro, si rassegni a non averne più uno, perché conta solo il volere della classe dirigente e del voler spendere sempre meno, anzi se possibile arrivare a ottenere lavoro gratuito e perché no un vero e proprio ritorno della schiavitù.
C’è una domanda cui andrebbe risposto: perchè cercare di mantenere in vita un sistema che ormai è morto, quando invece dovrebbe essere lasciato crollare? Si è sicuri che sia la soluzione migliore o solo un modo per pochi per continuare ad arricchirsi sulle spalle degli altri (vedi una politica che facendo solo danni costa 350 euro l’anno a famiglia)?

La lancia cura la ferita che ha inferto

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E’ la frase con cui Igor Sibaldi nel dvd “Esegesi 2-La bellezza delle eresie” fa prendere coscienza dell’insegnamento di Freud del superare i traumi rivivendoli, ricordandoli (e così ricordandosi di sé) attraverso la conoscenza di un passo evangelico, quello dello spezzare il pane, che è molto di più di un memoriale o un cerimoniale. Lo scrittore e studioso di teologia mostra, facendo l’esempio che l’Io sia una forma di pane, come attraverso il condizionamento degli altri (la civiltà, la Bestia) si è permesso di lasciar prendere la propria integrità, di farsi spezzare un pezzo alla volta, rinunciando a seguire le proprie ispirazioni, la propria natura: un adattarsi un pezzo alla volta fino ad arrivare a non desiderare più nulla (e non sono poche le persone che non hanno più desideri), un lasciar mangiare la propria libertà, la propria genialità.
Un vero e proprio massacro come succede a Pelops, il figlio di Tantalo, letteralmente macellato dal padre per darlo in pasto agli dei, pensando di fargli cosa gradita (cosa che non andrà così, data la punizione che gli esseri divini infliggeranno al mortale, imponendogli l’atrofia del desiderio). Ragazzo che però tornerà in vita grazie all’intervento divino, quando i suoi pezzi verranno messi nel pentolone in cui è stato cucinato e di nuovo fatto bollire (ovvero gli verrà fatta rivivere l’esperienza, il trauma subito) e grazie a esso ritornerà integro, come spiegato da Freud in psicanalisi (e come ben mostrato attraverso il mito greco raccontato in Quando hai perso le ali, un’opera sempre di Sibaldi).
Come suggerisce Igor, si provino a rivivere le esperienze in cui si è permesso che gli altri ferissero, staccassero un pezzo del proprio io, menomando e impoverendo.
Naturalmente occorre essere consapevoli di quello che si fa, sapere il motivo che spinge a rivivere la dolorosa esperienza, altrimenti si ripete il trauma senza riuscire a capire l’importante insegnamento da prendere: un perpetrare le cose senza imparare mai nulla, solo provare un dolore fine a se stesso.

Lei non sa chi sono io!

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Quante volte si è sentita questa frase. Una frase che accompagna un atteggiamento borioso, prepotente, superbo, dove basta ricoprire anche solo una piccola carica all’interno della società, avere un minimo di potere, per avvertire un senso di superiorità e disprezzo nei confronti degli altri, considerandosi esseri superiori, capaci di potere disporre e trattare gli altri come si vuole.
Tutto sempre a causa di quella gran brutta bestia che è l’Ego, che costantemente nella realtà, nel grande come nel piccolo, non perde occasione per far sentire la sua voce, per voler sopraffare e denigrare. Gli attuali politici e imprenditori sono esempi lampanti di questo modo di vivere ed essere, sempre pronti a sottolineare e a dare dimostrazione della loro forza, del loro potere per poter sentirsi dei vincenti e poter dire di fronte agli altri di aver vinto su qualcuno.
Vincere, perdere, che differenza fa? Se si riflette su questa battuta pronunciata da Manny nel film A trenta secondi dalla fine, avendo davanti le immagini della scomparsa di un giovane come Marco, della tragedia abbattutasi su migliaia di persone come è avvenuto in Turchia, si capisce la profondità della verità racchiusa in poche semplici parole.
Ma l’uomo non impara mai le lezioni della vita, continua a ignorarle e dimenticarle, dimentico che il proprio valore non dipende da cariche, etichette affibbiate da altri, ma da quanto riesce a far emergere dalla propria interiorità. E per questo incorrerà sempre in qualcosa che gli farà sbattere la faccia contro tale realtà, impartendogli duri insegnamenti.

Raggiunsero una piccola piazza che fungeva da cortile a un tempio dell’Ordine. Le bancarelle di frutta e verdura erano assiepate lungo due lati dello spiazzo, con la gente che vi si accalcava attorno. I cani s’aggiravano furtivi attorno al tavolo delle carni, attendendo il momento opportuno per sgraffignare gli insaccati e le bistecche distese.
Si lasciarono alle spalle il vociare del mercato, la slanciata sagoma del Palazzo del Consiglio e del Senato ben visibile davanti a loro. Fermatisi a un piccolo emporio acquistarono abiti nuovi e si cambiarono; necessitavano di un bagno caldo per rimettersi in sesto, ma per quello avrebbero dovuto aspettare.
Dopo la breve sosta si tuffarono nuovamente nel traffico cittadino.
«Fate largo!» risuonò un grido alle loro spalle.
La folla si fece da parte, lasciando libera un’ampia fetta di strada.
Un plotone di trenta cavalieri disposti in tre colonne avanzò impettito nell’uniforme viola bardata d’argento, con il simbolo dorato del grifone impresso sul petto.
«Vecchio, dacci strada!» Intimò l’uomo al centro della prima fila del plotone all’uomo che stava trainando un carretto carico di vettovaglie e cassette di frutta.
Il vecchio tentò d’accelerare il passo e raggiungere la piazza poco distante, ma lo sforzo gli costò l’equilibrio, trascinando con sé nella caduta il carretto, sparpagliando a terra quanto trasportava. Ci fu un tramestio di pentole e coperchi che cozzavano al suolo: l’uomo giacque immobile in mezzo alle sue cose, attorniato dal mutismo sceso sulla folla. Si sollevò sulle braccia, osservando gli effetti personali sparpagliati ovunque, posando lo sguardo sui cavalieri.
«Togli immediatamente il casino che hai combinato.» Sibilò la guardia.
L’uomo si arrabattò come meglio poté, ma l’agitazione gli fece perdere metà della roba che raccoglieva.
Ghendor andò in suo soccorso. Con calma lo aiutò a rimettere in sesto il carretto.
Balbettando i propri ringraziamenti il vecchio fece per riprendere la sua strada.
«Fermo dove sei!» Intimò la guardia. «Non puoi andartene.»
Il vecchio si guardò attorno allibito e terrorizzato. «Non capisco mio signore.» Balbettò.
La guardia lo squadrò dall’alto della sua posizione. «Sei in arresto.»
Il povero uomo sbiancò in volto e non fosse stato per il supporto offerto da Ghendor, sarebbe scivolato al suolo.
«Mio signore, mi scuso per il disturbo arrecato, ma non vedo il motivo di essere messo in prigione.»
Il capitano del plotone lo fissò sprezzante prima di far cadere lo sguardo sulla bardatura del cavallo: il simbolo della casata era macchiato da uno schizzo di pomodoro. «Hai infangato il simbolo del mio signore, oltraggiando la sua nobiltà: non è un reato sufficiente per punirti?»
Ghendor prese parola. «Non voleva certamente oltraggiare il tuo signore o mancargli di rispetto, cavaliere. E’ stato un semplice incidente.»
«Straniero, vattene per la tua strada.» Intimò seccamente.
«Me ne andrò quando potrà farlo anche lui.» Rispose quieto Ghendor.
«Stai ostacolando il corso della legge.» Asserì duramente il capitano. «Arrestate anche lui.» Fece cenno a chi lo affiancava di eseguire l’ordine.
Le guardie scesero dalle cavalcature, ma fatto qualche passo si trovarono la strada sbarrata.
«Scostati, dobbiamo eseguire l’ordine.» Intimarono alla figura che gli stava davanti.
«Per arrestare delle persone occorre che abbiano commesso un reato e tale condizione non s’è verificata.» Disse senza scomporsi Ariarn.
«La legge contempla che sporcare o insozzare il simbolo di un nobile è reato e quindi punibile.» Declamò con sicumera il capitano.
«La legge spiega anche che per essere considerato reato, è necessaria la volontarietà e qui non ce n’è traccia.» Rimbeccò Ariarn.
La folla mormorò, un brusio sommesso che danzò insistente nell’aria. Il capo delle guardie cominciò a provare un certo disagio, ma la presenza dei sottoposti gli diede coraggio.
«Appare evidente che sei straniero. Hatieven poggia le sue basi sulla nobiltà: da essa trae la sua forza e le sue regole. E la legge che vige nella città è al servizio dei nobili.»
«Affermazione che non appare in alcun decreto. La legge è al servizio di tutti quelli che sono nel giusto; serve la giustizia, non i nobili. Loro devono essere al suo servizio, non il contrario.»
Il brusio della folla si fece più insistente, costringendo il capitano ad alzare la voce. «La nobiltà ha creato la legge per dare un ordine al mondo. Perciò ne è al di sopra.» Tuonò con foga.
Un’espressione dura comparve sul volto di Ariarn. «Nessuno è al di sopra della legge.» Proclamò granitico. «Non sono stati i nobili a crearla. Se abbiamo un ordine civile basato su leggi è perché c’è stata gente che ha lottato e si è sacrificata perché potesse essere costituito. I nobili sono stati capaci solo di coglierne i frutti.»
Il cavaliere era diventò livido in volto. «Per l’ultima volta, fatti da parte. Così abbiamo deciso, così faremo.»
«Io ve l’impedirò.»
Stanco della situazione, il capitano decise di porre fine alla farsa, scendendo da cavallo e dando ordine ai suoi uomini di condurre via i tre, ricorrendo alla forza se necessario.
La mano di Ariarn si portò all’impugnatura della spada assicurata alla schiena, bloccando le guardie: un conto era arrestare un vecchio, un altro era affrontare un uomo pronto a combattere.
Il capitano avrebbe voluto obbligare i sottoposti a eseguire l’ordine, ma anche lui non era pronto a quell’eventualità, ritrovandosi spiazzato e incapace d’agire. La presenza della folla gli fece però riprendere il controllo.
«Avete fatto la vostra scelta: ora passerete dei guai.» Alzò la mano in modo che tutti potessero sentirlo. «Farò un esposto alle autorità cittadine e subirete la punizione che meritate, specialmente tu.» Puntò il dito contro Ariarn. «Avete fatto male a intralciare una casata nobiliare potente come la nostra.»
Ariarn non si fece intimorire dalla minaccia. «Non sarei troppo sicuro fossi in te. Forse la casata che servi non è influente come credi: potresti scoprire che non è in grado di superare il potere della giustizia. La fedeltà al tuo padrone è ammirevole, o si tratta d’opportunismo?» Il capitano avvampò d’ira. «Questa te la sei voluta.»
Fece per prendere la spada, stringendo una mano invece dell’elsa. Si girò di soprassalto, ritrovandosi a fissare due occhi neri come la notte.
Con uno strattone il capitano cercò di liberarsi dalla morsa ferrea. «Non sapete quello che fate. State intralciando la legge.» Sibilò minaccioso.
«E tu stai intralciando noi: il che è molto peggio.» C’era un sorriso sulla faccia dell’uomo, ma il cavaliere si sentì gelare la schiena dalla durezza degli occhi.
«Uomini!» Furono chiamate le guardie in aiuto.
Subito accorsero, portando le mani alle armi, ma per quanti sforzi facessero le spade sembravano intenzionate a rimanere nei foderi. I soldati si contorsero nel tentativo di estrarle, imprecando con rabbia.
«Pessima scelta.» Asserì Reinor passando accanto a loro. «Ora lascialo.» Disse mentre superava Periin. Senza una parola il compagno lasciò libero il cavaliere.
«Non abbiamo intenzioni di creare disordini, come d’altronde quest’uomo.» Disse l’Usufruitore riferendosi al vecchio. «Andremo per la nostra strada e così voi.»
Il capitano delle guardie rimontò a cavallo, seguito dai suoi uomini.
Lo scalpiccio dei cavalli si perse sul selciato, mentre la folla riprendeva a fluire. Sguardi pieni di stupore e ammirazione si posarono sui quattro fermi sul ciglio della strada.
«Non so come ringraziarvi.» Il vecchio non trovava le parole per esprimersi su. «Se c’è qualcosa che posso fare, non avete che da chiedermelo.»
«Non c’è bisogno di tante cerimonie per così poco.» Sorrise Ghendor.
«Ma vi siete esposti alle ire dei nobili.» Il vecchio era palesemente preoccupato.
Ariarn gli appoggiò una mano sulla spalla. «Non succederà niente.» Lo tranquillizzò. «E’ tempo di riprendere il cammino. Ti auguro una buona giornata.» Sorrise prima di voltarsi e avviarsi lungo la strada.
Lerida gli si affiancò. «Siete impazziti tutti quanti? Sapete quello che avete fatto?»
«Quello che era giusto.» Rispose tranquillamente Ariarn.
«Ma sapete a chi siete andati contro?» Continuò assillante Lerida. «Quella era la guardia personale della famiglia Krandian, una delle casate più influenti e potenti di Hatieven.»
«E allora?» Ariarn non dette peso alla notizia.
«Come sarebbe a dire?» Sbottò la donna. «L’incidente avuto può causarci non pochi problemi, te ne rendi conto?»
«Non ci darei peso. La nostra attenzione va ad affari più importanti.»
Alla sbigottita Lerida non restò altro che lasciar cadere la questione.

L'Uomo Nero

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Dentro di sé era sicura che la maggior parte di loro non avrebbe riconosciuto questo Flagg se l’avesse incontrato per strada… a meno che lui non avesse voluto farsi riconoscere…
Ma questa gente sbagliava a pensare che lui avesse due teste, o sei occhi o delle grosse corna appuntite sulla fronte. Probabilmente non era poi tanto diverso dall’uomo che portava il latte o la posta.
Era certa che dietro il male consapevole c’era un vuoto inconscio. Era questo che distingueva i figli delle tenebre della terra: non erano capaci di fare cose ma solo di distruggerle. Dio Creatore aveva fatto l’uomo a Sua immagine, e questo voleva dire che ogni uomo e ogni donna che abitava sotto la luce di Dio era in un certo modo un creatore, una persona con l’impulso di allungare la mano e dare forma al mondo secondo un qualche modello razionale.
L’uomo nero voleva solo – era in grado solo di – privare di forma. era l’Anticristo? Si potrebbe dire anche l’anticreazione.
Aveva i suoi seguaci, certo. In questo non c’era niente di nuovo. Era un bugiardo e suo padre era il Padre delle Menzogne. Era per loro come una grande insegna al neon, alta nel cielo, ad abbagliare la vista con fantasmagorici fuochi d’artificio. Loro non riuscivano ad accorgersi, questi apprendisti distruttori, che, proprio come un’insegna al neon, lui continuava a ripetere sempre le stesse figure.

L’Ombra dello Scorpione – Stephen King

Nel mondo, in ogni epoca, sono sempre stati presenti Uomini Neri, esseri che hanno portato divisioni, distruzione e quanto di male esiste sulla terra; individui che possono essere considerati l’incarnazione di un potente e oscuro archetipo.
Individui che non vengono riconosciuti per quello che sono (se non quando è troppo tardi) e proprio per questo, grazie all’ignoranza, che il male che spargono è così deleterio. O forse invece si tratta di tacita e inconsapevole accettazione, perché, anche se razionalmene non si riesce spiegare, dentro certe persone c’è una risonanza, un’attrazione verso la rovina, lo spargere sofferenza, che le spinge a unirsi a questi centri d’oscurità, a questi distruttori. Individui la cui forza aumenta grazie al potere che altri gli consegnano per paura e inconsapevolezza, o sperando di avere un guadagno.
Grandi distruttori che portano una distruzione sempre più grande grazie all’aiuto di distruttori più piccoli.
E’ questo che si verifica quando si lascia spazio alla parte oscura del proprio io.
E’ così che nascono periodi bui come lo sono stati il fasci-nazismo e tutti i regimi.
E’ questo che insegna la storia.
E’ questa la realtà in cui stiamo vivendo.
Ci sono tanti Uomini Neri nel tempo presente. Oggi viene da pensare a Gheddafi, ma non occorre guardare altrove per trovare altri esempi: lo abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, tutte le volte che si accende un televisore e si guarda un telegiornale o si compra un quotidiano.
Abbiamo il nostro Uomo Nero, aiutato dai suoi fidi seguaci: i fatti e i risultati di questi anni lo dimostrano.

Rocche,Castelli, Chiese e Borghi Antichi 4

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La Mitologia e il Fantastico

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Guy Gavriel Kay è uno scrittore del genere fantastico le cui capacità letterarie sono riconosciute a livello internazionale; non è un caso che le sue opere arrivino sempre ad ambire premi e riconoscimenti e spesso riescano ad ottenerli.
Certo, il valore di un libro non si riconosce dai premi e dai titoli che gli sono assegnati: non baso il mio giudizio su un romanzo in base a questi elementi dato che conosco i meccanismi che si celano dietro a queste assegnazioni e che non hanno nulla a che vedere con la validità e lo spessore di un’opera.
E il mio giudizio dopo aver letto i romanzi di questo autore dice che è un gran narratore, capace di dare spessore e profondità alle sue opere.
Sfortunatamente in Italia (come spesso succede con altri validi scrittori) è stata pubblicata una minima parte dei suoi lavori: in molti hanno avuto modo di leggere Il Silmarillion di Tolkien che ha visto l’impronta dello scrittore canadese nel terminare il lavoro lasciato incompiuto dall’inglese; in pochi invece hanno conosciuto Il Paese delle Due Lune e la trilogia di Fionavar (La strada dei Re, La via del Fuoco, Il sentiero della notte), le uniche opere tradotte nel nostro paese.
Un’opera quest’ultima avvincente e affascinante, ricca di analogie e riferimenti alla mitologia greca, scandinava e arturiana, che non tralascia le credenze dei nativi americani. Un’opera che mostra come la storia, le religioni, la psicologia insegnano che ogni cosa ha un’unica origine, che tutto comincia dallo stesso punto. Non è un caso che culture differenti, pur cambiando nomi e costumi, abbiano gli stessi miti e le stesse leggende: si tratta di storie identiche solo con una veste diversa. Con il passare del tempo l’uomo ha dimenticato, sembra quasi voler dimenticare il passato e le origini da cui discende, ma l’inconscio fa ritornare alla mente memorie che non ha perduto, che ha messo solo da parte smarrendone il ricordo. Una realtà che Guy Gavriel Kay ha voluto utilizzare per creare la storia di Fionavar e di cui ho voluto parlare nell’articolo “La mitologia, fonte di consapevolezza e ispirazione: il mondo di Fionavar di Guy Gavriel Kay” realizzato per Fantasy Magazine.
Chi ha la fortuna d’imbattersi nei libri di questo autore, non si lasci sfuggire l’occasione di farli entrare nella propria biblioteca: sono letture davvero meritevoli.

L'Apparenza e l'Inganno

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Ben fissò il gatto con gli occhi sgranati. – Come fai a sapere chi sono? – chiese alla fine.
– Chi altri vorrebbe essere, a parte se stesso? – replicò il gatto.
Ben dovette fermarsi a riflettere per un minuto. – Be’, nessuno – rispose alla fine. – Ma come mai tu puoi riconoscermi quando nessun altro ci riesce? Non ti sembro qualcun altro?
Il gatto sollevò una zampa delicata e se la leccò con gusto. – Per me conta poco chi sembra – rispose. – L’apparenza inganna, e lei potrebbe non essere veramente chi sembra. Io non mi fido mai delle apparenze. I gatti possono assumere l’aspetto che vogliono. Sono maestri nell’inganno, e i maestri di un’arte non si lasciano ingannare da nessuno. Io la vedo per
quello che è realmente, non per quello che sembra. Non ho idea se l’aspetto che ha adesso è quello che ha realmente.
– Ebbene, non è così.
– Come vuole. Io so soltanto che qualunque aspetto lei possa avere, in ogni caso è Ben Holiday, Alto Signore di Landover.
Ben rimase un attimo in silenzio, tentando di decidere con che cosa aveva a che fare, chiedendosi da quale parte della terra provenisse quella creatura.
– E così tu sai chi sono nonostante la magia che mi rende irriconoscibile? – concluse. – La magia non ti trae in inganno?
Il gatto lo studiò per un attimo, poi piegò la testa di lato, riflettendo: – La magia non ingannerebbe neanche lei, se non glielo permettesse.
Ben corrugò la fronte. – Che cosa vuoi dire con questo?
– Tutto e niente. L’inganno è soprattutto un gioco che facciamo con noi stessi.

L’Unicorno Nero – Terry Brooks

Un brano illuminante che rivela la natura dell’apparenza e dell’inganno. Una realtà da sempre presente nella storia dell’uomo, specie nella società in cui si sta vivendo, che basa il suo vivere proprio su questi elementi privi di qualsiasi valore, capaci di fare così tanti danni. Quante volte si vedono persone rimanere affascinate da individui che appaiono in un certo modo (basta dare il minimo sentore di un poco di agio, una parlantina un pò sciolta per ammaliare), ma che una volta sollevata la maschera mostrano quello che sono veramente: nulla, perché oltre le parole ci devono essere dei fatti concreti, della sostanza e molto spesso tutto ciò è latitante.
Giovani e adulti, ragazze e donne: un copione che si ripete e che ha solo una cosa da dare: delusione.

P.s.
Ritornando al libro di Brooks, la descrizione che ha fatto del gatto è molto chiara, ma chissà perché la mente si è sempre ostinata a raffigurarmi l’animale protagonista delle vicende del secondo volume del ciclo di Landover in maniera diversa.

Autunno

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