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Difendere Ciò che E' Importante

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E’ nella natura dell’uomo accorgersi di ciò che è veramente importante quando ormai è andato perduto.
Questa è una delle realtà presenti nella vita di ogni individuo. Presi da corse frenetiche, incentrati sul possedere il superfluo, sul raggiungere posizioni di prestigio, conquistare un posto nella società, non ci si sofferma a pensare al prezzo che tali scelte possono avere: sentimenti, libertà, dignità, diritti.
E’ quello che accade in ogni epoca, in ogni società: l’individuo sacrifica quanto ha di più grande ed elevato per adattarsi al sistema. Un sistema che le azioni dei signoli hanno permesso di crescere e divenire potente. E che nonostante i danni perpetrati si continua a permettere d’agire. La triste realtà è che a molti va bene così, si lasciano andare male le cose per inerzia, convinti che i risvolti non arrivino a toccarli, perchè “tanto capita agli altri”.
Questa è mancanza di volontà: non si vogliono che le cose cambino, anche se va sempre peggio.
Molti si lamentano dell’operato del governo italiano, ma solo a parole, perché nei fatti pochi fanno qualcosa per mutare la situazione. Il grosso della massa lascia fare e non si rende conto che lo scopo delle azioni di chi governa è togliere diritti e libertà alle persone, in modo da avere un potere sempre maggiore su di loro (questo per fare solo un esempio: si potrebbe parlare della situazione lavorativa e di come coloro che si considerano imprenditori speculino e s’approfittino della situazione di crisi, togliendo sempre di più ai lavoratori).
Il non fare, il lasciare andare, come già dimostrato dalla storia, porta misfatti che iniziano sempre dalle piccole cose e che non bisogna lasciar correre. Essere comprensivi non significa essere remissivi, essere disponibili all’ascolto non vuol dire dare carta bianca agli altri: chissà perché non voler usare la forza (che non significa non saperla usare), non alzare i toni, viene visto come debolezza. Un errato pensiero comune, come succede con la credenza generale che se un individuo si considera appartenente alla religione cristiana, allora deve essere sempre servile, accettare qualsiasi cosa senza protestare o ribellarsi, come un animale da soma che va guidato e sfruttato da altri (l’insegnamento cristiano trasmette valori ben diversi da questi, ma pochi arrivano a conoscere questo messaggio, poiché è più comodo per molti, specie per i potenti, che sia considerato in questa maniera).
Bisogna opporsi a quanto c’è di sbagliato, bisogna giudicarlo e fermarlo.
Episodi come il voler togliere dagli scaffali i libri di Saviano non devono essere fatti passare, sono un colpo al diritto di parola ed espressione, alla libertà, alla dignità. Stessa cosa per la vicenda della lista nera dei libri da censurare ben documentata sul sito di Loredana Lipperini .
Fortunatamente ci sono persone che si stanno opponendo, creando un movimento di protesta che sensibilizzi la gente sulla questione, rendendo noto quanto sta succedendo.
Sempre, sempre occorre difendere ciò che è importante, perché quanto c’è di prezioso non vada rovinato e perduto.

Su un piedistallo, con un’altezza di quattro piedi, si ergeva la figura marmorea di St. Gjanallar, con il consueto scudo raffigurato sotto i piedi e la mazza assicurata alla cintura; il primo fra i Messaggeri a impugnare le armi per difendere la causa.
Una storia la sua che non aveva nulla da invidiare ai sogni più gloriosi: uno dei migliori strateghi e condottieri del suo tempo, conteso a peso d’oro dai regnanti d’ogni nazione, era una leggenda per l’epoca in cui era vissuto. Fama, successo, gloria: tutto era nelle sue mani.
Nessuno seppe spiegare quel che accadde, ma in breve tempo rinunciò a quanto aveva per unirsi allo sparuto gruppo di Messaggeri che andava formando l’Ordine della Rivelazione.
Fu preso per pazzo.
Ma dietro alla scelta di dare un’impronta diversa alla sua vita non c’era la follia: semplicemente stavano agendo le forze superiori dei Messi, mostrandogli una visione nuova del mondo e donandogli una ragione del vivere più grande. In un periodo in cui i Messaggeri venivano scacciati, messi a tacere e uccisi dai più forti, St. Gjanallar insegnò loro come forza e abilità delle armi potessero essere poste al servizio della Rivelazione.
La Rivelazione. Un dono che andava protetto, cui bisognava ergersi difensori contro le forze malvagie e le iniquità del mondo. La sua voce non sarebbe più stata zittita da urla e violenza, il colpo della giustizia e lo scudo della verità si sarebbero erti implacabili contro il male.
Questo il significato degli oggetti raffigurati nella statua.
Il pensare a St. Gjanallar, levatosi senza paura per difendere i propri ideali, affrontando sfide e prove ardue, aveva distolto il suo spirito dall’ansia che lo pervadeva, adesso come allora; la sua mente aveva vagato libera dietro al coraggio e alle imprese di quell’uomo.
Nonostante disprezzasse ogni forma di violenza, riluttante a partecipare alle sedute d’allenamento con le armi, nella figura del santo combattente percepiva un che d’epico. Se l’Ordine era giunto fino a quei giorni, era merito anche suo e dei suoi insegnamenti, sopravvivendo a un periodo di barbarie e inciviltà.

Il Viaggio, la Crescita e la Creazione

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In questi giorni ho concluso la quarta opera. Certo, il lavoro non è concluso: devono entrare in gioco le fasi di rilettura e revisione, ma non c’è fretta, per ora ha bisogno di riposarsi, come dopo una lunga partita. Un attimo di tregua prima di tornare a lavorare e andare a toccare i settori dove può e deve essere migliorata.
Il riposo non significa certo inattività. C’è la quinta in cantiere, che richiede una condizione particolare per essere scritta. Riletture, revisioni di altri lavori. Recensioni, articoli d’approfondimento. Sì, sul fronte scrittura non si rimane fermi, perché è un arte sempre in affinamento.
Ma si è in una fase di calma, una fase d’osservazione e interventi mirati, non si è più mossi dall’impulso di creare, una forza che scorre come un fiume che corre per raggiungere il mare. Ora è un periodo che assomiglia più al placido scorrere di un torrente montano, la cui acqua scende tra lente curve all’ombra di boschi, lambendo radici.
Due modi di lavorare differenti, certo, ma in entrambi c’è bellezza: una è focosa, l’altra è tranquilla. Una è selvaggia, l’altra più riflessiva. Ma entrambe sono Bellezza.
Mentre aspetto, osservo e rifletto.
Noto che tutte le opere realizzate sono state concluse praticamente nello stesso periodo di tempo, siano racconti o romanzi. Coincidenze? Non credo, anche se non so spiegare come questo avvenga: forse sarà l’andare verso la primavera, il simbolo del risveglio della vita, l’impulso più forte dell’esistenza, perché l’energia più grande è sempre quella che fa iniziare le cose. Forse un giorno arriverà una risposta più precisa, ma intanto è un fatto che noto accadere con regolarità.
Non è l’opera più lunga (non arriva certo a eguagliare la prima), ma è corposa; è diversa dalle altre tre, ma ha di ciascuna qualche elemento. Un’opera nata da un’idea che fin da subito sapeva come cominciare e come finire, ma che solo durante il viaggio ha mostrato il cammino che si stava percorrendo.
Sì, narrare una storia è un viaggio sia per chi scrive sia per chi legge. Un pezzo di strada che si fa insieme con i personaggi e la storia, un incontro come avviene con le persone. Certo, in apparenza le cose sono diverse, ma fino a un certo punto, perché tutto è una scoperta.
E quando si giunge alla fine del percorso ci si trova arricchiti, diversi da quando si è cominciato: si avverte un senso di soddisfazione, ma anche un poco di malinconia, perché dispiace sempre quando qualcosa di positivo finisce. E’ questo che s’avverte quando un amico s’allontana, dovendo seguire una strada diversa dalla nostra, è questo che s’avverte quando si giunge alla fine di una storia e i personaggi hanno dato tutto quello che avevano da dare: ci si sente un pò svuotati perché in ogni cosa è inevitabile che si metta una parte di sé, è come se un frammento del proprio io s’allontani e vada per una strada diversa.
Esperienza diversa, certamente, ma è come crescere un figlio: questa è la creazione di una storia. La si accudisce, la si alimenta in una continua fioritura, maturazione.
Processo mostrato magnificamente da Michael Ende nella semplicità del personaggio Donna Aiuola della Storia Infinita.
Donna Aiula incarna la Crescita, un elemento presente in qualsiasi individuo, ancora di più in un bambino che deve diventare uomo. Una tappa fondamentale quella cui Bastiano giunge arrivando alla Casa Che Muta: perché questa casa non ha solo la particolarità di cambiare forma e non essere mai la stessa (metafora della vita che è sempre un divenire), ma perché cambia anche chi vi abita, lo trasforma, come un un germoglio che diventa un fiore. E Donna Aiuola, creatura fatta di frutti che le crescono addosso e che sono donati spontaneamente e generosamente, è il nutrimento per questa crescita, come lo è il latte che la madre dà al neonato. C’è una grande felicità, soddisfazione e senso di completezza nell’accudire una vita: è nella natura dell’uomo l’impulso al crescere e al voler far crescere.
Ma l’esistenza è fatta di cicli e come ogni cosa che ha un inizio, ha anche una fine: quando un compito, un ruolo che si ha avuto, termina, si sentono le energie diminuire, ci si sente spenti, appassiti, come succede a Donna Aiuola quando ha fatto tutto quello che serviva per Bastiano e lui è pronto ad andare da solo per la sua strada, pronto a stare in piedi con le sue gambe, senza più alcun supporto. Come succede a un genitore con il figlio cresciuto e divenuto uomo indipendente. Un periodo di malinconia naturale, un periodo di pausa, di riposo prima di ricominciare una nuova vita perché tutto è trasformazione. Avviene così con la natura, con l’inverno il periodo di tregua prima che la vita torni a sbocciare e ricominciare a crescere e dare frutti; così è mostrato nei miti e nelle leggende che parlano della creazione del mondo, dove la divinità alla fine del processo ha bisogno di riposo, fermandosi a rimirare quanto ha fatto.
Tutti esempi, simbologie per mostrare e far comprendere cos’è il processo creativo.
E quanti modi esistono per viaggiare.

Democrazia

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Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

Un lascito da ricordare, trasmettere e mettere in pratica.
Un lascito che la cultura greca ha consegnato alla storia.
Così come la cultura italiana, grazie alla RAI, lascerà alla storia la censura applicata nel 2006 su questo discorso.

Zombi 3

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I mostri da sempre sono stati rappresentazioni, proiezioni delle paure dell’uomo, di quanto non riesce a comprendere o non vuole accettare.
Nei post precedenti si è mostrato che simbologia possiedono gli zombi. Stessa cosa è stata fatta con il vampiro (se si vuole approfondire questo è l’articolo.)
I mannari sono il non riuscire a controllare gli istinti, i lati atavici e bestiali dell’animo umano: una forza dirompente, esplosiva, distruttiva, che non riconosce nulla, nemmeno gli affetti più cari, capace solo di dare sfogo al flusso d’energia qual è. Un perdere se stessi in un vortice cieco e oscuro.
I demoni sono l’incarnazione dei vizi e delle ossessioni che gli uomini creano e dai quali si fanno possedere. Esempi di modi e stili di vita errati che portano la nascita di comportamenti discostanti di molto dall’essere umano e che pertanto vengono definiti demoniaci.
Questi sono solo alcuni semplici esempi, analisi superficiali d’argomenti molto più profondi.
Il punto sul quale ci si vuole soffermare in questo caso non sono le origini del male, ma l’orrore che nasce nel dover affrontare i mostri, un sentimento interiore che reagisce a eventi o manifestazioni fisiche. Certo, chiunque sarebbe terrorizzato di fronte alla ferocia di una bestia tutta artigli e zanne. Ma, anche se spaventoso, si sarebbe preparati.
L’orrore peggiore è quello a cui non si è pronti, quando non ci si aspetta di trovarlo. Soprattutto quando prende la forma dell’innocenza e della purezza.
Per questo nel 1973 quando uscì L’Esorcista ci fu tanto scalpore; un film che colpì la sensibilità delle persone non solo perché criticava un ambiente perbenistico chiuso e ripiegato su se stesso com’era la società del tempo (la causa di fobie e ossessioni), ma soprattutto perché il male si era incarnato in una ragazzina. Difficile accettare un bambino come mezzo sofferenza e terrore. Come riuscire a combattere contro una simile manifestazione di male?
Con una gran forza di volontà. Ma anche se ci si riesce, una parte dentro di sé va perduta.

Rapidamente imboccarono la via libera, correndo con quanto fiato avevano in corpo. Un contingente di creature sciamò da un giardino e con i due spadaccini impegnati con il grosso dei morti viventi, toccò a Lerida e Ghendor fronteggiare il nuovo attacco.
L’orda di bimbetti s’avvicinò con il passo incerto e lento che ormai conoscevano; lo sguardo perso nel vuoto e le labbra violacee, conservavano ancora il marchio dell’innocenza dipinto sul volto. Con le braccia protese in avanti, sembravano ricercare l’abbraccio della madre che non riuscivano a trovare e che mai più avrebbero incontrato. Un lieve sorriso era disegnato sulla faccia, un marchio stridente verso la condizione di morti cui la pace non era concessa.
Un lamento dolce uscì dalle bocche fredde.
Ghendor serrò la mascella, l’animo in subbuglio: era come se avesse dovuto colpire i ragazzi cui insegnava. Il coraggio che finora l’aveva sorretto venne meno.
Il cuore di Lerida mancò un colpo. Senza rendersene conto prese a indietreggiare, continuando a fissare la scena struggente e raccapricciante, la mente chiusa al sopportare altro orrore: vedeva soltanto bambini desiderosi d’affetto e calore umano, una ricerca d’un semplice gesto gentile per ritrovare quanto era stato portato via.
Sorretto da Ghendor, Reinor riuscì a restare in piedi. Sentì lo spirito rattrappirsi di fronte a una tale ingiustizia, resistendo all’impulso di provare pietà: quelli non erano più bambini, ciò che avevano rappresentato era cessato d’esistere quando erano diventati le cose senza vita che avevano davanti. Provò ad avvisare i compagni di non farsi condizionare dal loro aspetto, ma le parole non andarono oltre il pensiero.
Invano cercò di alzare il braccio per spazzare via il pericolo più grande, quello che infliggeva colpi che non potevano essere parati e che nessuna armatura poteva coprire.
Un bimbetto di tre anni goffo e impacciato, vestito a festa, s’avvicinò a Lerida con il volto grigio, le braccia protese come se stesse andando incontro alla mamma; ma nei suoi occhi non c’era alcun segno di riconoscimento, solo la pupilla vitrea e fissa.
Come ipnotizzata, la donna non fece niente per impedire all’infante di attaccarsi alla gamba, avvinghiandosi con una forza pari a quella di un adulto. Il piccolo avvicinò la bocca alla coscia come nell’atto d’attaccarsi alla mammella in cerca di nutrimento. Lerida allungò la mano per accarezzargli i capelli.
Un lampo nero le sfrecciò accanto. Risvegliata dal sogno a occhi aperti, vide la testa e il corpo del bambino afflosciarsi a terra.
Con spietata efficacia Periin s’avventò sul gruppo.
Fu sul punto di urlargli di fermarsi, di non far del male a quelle creature, ma la mano che la strinse e lo sguardo di Reinor la fermarono: per quanto potesse essere grande la pietà, non potevano permettere che li uccidesse.
Le miserevoli creature caddero come agnelli sotto le zanne del lupo, falcidiate con facilità estrema.
Periin sovrastò i corpi martoriati, simile alla belva che ha fatto scempio delle pecore.
Lerida chiuse gli occhi.

Zombi 2

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Nel post Zombi si è parlato di cosa rappresentano queste creature, della simbologia di cui sono portatori: un sistema inglobante e appiattente, dove è imperante non pensare, dove non è l’individuo a osservare e valutare personalmente, ma il pensiero è immposto dall’esterno, da una forza più “alta”.
Ottimo esempio di ciò è 1984 di George Orwell.
L’unica forma di pensiero è un pensiero che impone che la mente si adatti senza resistenze alla realtà definita dal partito e cancelli ogni dato divergente ed ogni forma di obiezione; “la menzogna diventa verità e passa alla storia”, “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”: ecco alcuni esempi della propaganda inculcata dalla forza politica narrata nel libro.
Così è anche per la lingua, un linguaggio in cui tutte le parole hanno un’unica accezione riducendone il significato ai concetti più elementari, per rendere impossibile concepire un pensiero critico individuale. Si censura l’utilizzo di molte parole, raggruppando quelle sgradite nell’unico termine “psicoreato”: in questo modo si toglie la possibilità di formulare pensieri, di creare concetti che giudicherebbero l’operato del partito. Non è solo il divieto di esprimersi, ma spinge a vietare anche di pensare diversamente dai dettami del governo totalitario sotto il Grande Fratello. Un abbassare il linguaggio che comporta l’abbassamento dell’intelligenza e della comprensione umana; un linguaggio impoverito, come lo è il livello culturale ed etico di un popolo quando lo adotta. Un popolo senza volontà, dove gli uomini si adeguano cancellando la memoria dei fatti indesiderati. Esattamente come gli zombi, che non hanno alcuna memoria di sè o del mondo: sono solo un mezzo di rovina e morte.
Così fanno i regimi, così fanno i governi totalitari. Così succede adesso in Italia, dove giornali, televisioni inculcano un pensiero conformizzante, dove tutti devono pensarla alla stessa maniera, pena avere reazioni e giudizi violenti, dove la verità deve essere cancellata in nome del potere.
O ci si conformizza o si viene eliminati: non ci sono alternative.
E’ successo nel regime nazista dove o ci si lasciava trascinare dalla psicolsi collettiva o se si faceva diversamente si veniva perseguitati e uccisi. E quando un singolo s’oppone a una moltitudine il risultato appare uno solo.
Si può combattere, certo, ma è un combattere cercando di mettersi in fuga, un resistere aspettando l’occasione migliore per colpire. Ma senza il supporto, l’aiuto di una forza più grande non si può vincere un nemico soverchiante.

Raggiunsero l’incrocio della strada; sollevati, videro che i mostri non li stavano inseguendo.
Smisero di correre, mantenendo un passo affrettato attraverso l’intreccio di strade secondarie, arrivando in un piccolo parco,una pozza verde in un paesaggio fatto grigio e marrone. Con cautela si diressero verso la fontanella nel mezzo degli alberi.
«Non muovetevi.» Disse Periin appostato di guardia mentre i compagni si dissetavano. «Forse non ci hanno ancora visto.» Indicò i morti viventi che cominciavano ad affluire dalle strade vicine.
«Ma prima o poi lo faranno.» Gli fece notare Lerida.
Periin non staccò gli occhi dalle figure che s’avvicinavano. «Spostiamoci lentamente, utilizzando la copertura degli alberi.»
S’allontanarono dalla piazzetta, immettendosi in una stradina che ripiegava a nord, arrivando in un quartiere formato da due schiere d’abitazioni alte tre piani.
«Muoviamoci. Non dobbiamo farci trovare qua: non ci sono vie di fuga.» Li esortò Periin.
Fu a causa del curvare della strada che s’accorsero del pericolo solo quando gli furono praticamente addosso.
«Maledizione.» Lerida sbiancò di colpo.
Decine e decine di non più viventi sbarravano il passo trascinando le gambe, le braccia penzoloni e lo sguardo perso nel vuoto. Nell’istante in cui i tre fecero comparsa, presero ad avanzare verso di loro con passo da sonnambulo.
«Torniamo indietro e facciamolo alla svelta.» Intimò Periin.
Percorsero metà della strada e si ritrovarono a osservare la medesima scena. Il cerchio si stava stringendo su di loro.
«Siamo bloccati.» Ariarn strinse i pugni: impossibile passare, i non viventi erano più numerosi di prima.
«Che qualcuno ci aiuti.»
Sentì piagnucolare Lerida.
“Sarebbe bello se avvenisse.” Pensò Ariarn. “Ma nessuno verrà in nostro soccorso.”
Una feroce determinazione lo invase, un moto di giustizia mosso dall’odio per la crudeltà che aveva ridotto degli esseri umani a miseri burattini senza vita.
«Dobbiamo sfondare le loro linee.»
«E’ un suicidio: sono in troppi.» Lerida lo prese per un braccio.
«Non c’è altra soluzione.» Sentenziò Periin senza esitazione.
«Ricordati di mirare alla testa.» Lo ammonì Ariarn. «Torniamo da dove siamo venuti: incontreremo meno resistenza.»
A passo veloce s’allontanarono da un nemico solo per incontrarne un altro.
«Tenetevi pronti.» Disse Ariarn quando furono in vista dell’altro gruppo. «Ora!»
Fece esplodere tutta la rabbia nei muscoli del corpo, tranciando a mezzo il primo malcapitato che si fece sotto, mandando i due tronconi a rotolare sulla strada. Monca, la creatura annaspò sul terreno ruotando la testa in maniera incontrollata.
I tre falcidiarono chiunque li ostacolò. Le fila di non viventi furono tranciate e ricacciate indietro dai feroci fendenti, corpi spezzati senza grida e lamenti, che s’abbattevano al suolo con tonfi sordi.
Sfruttando il varco creato da Ariarn, Lerida e Periin sfuggirono alle mani che tentavano di ghermirli.
Poche decine di metri e si ritrovarono davanti un’altra folla di morti viventi.
«Sono troppi.» Sussurrò disperata Lerida.
“Ha ragione: non possiamo combatterli tutti.” Pensò Ariarn. “Alla fine avranno la meglio.”
«Venite.» Ordinò Periin partendo di scatto; raggiunse la porta di un’abitazione e l’aprì. «Entrate.»
Si gettarono all’interno. La porta fu richiusa in fretta, il catenaccio scattò a bloccarla.
I tre si guardarono ansimanti.
«Dite che proveranno a entrare?» Osò chiedere Lerida.
Periin scostò la tenda dalla finestra. «Adesso vedremo se sono poco intelligenti come si dice.»
Qualcosa di pesante s’abbatté sulla porta.
«Non saranno delle cime, ma sanno il fatto loro.» Sbottò Periin. «Datemi una mano a barricare la porta: si stanno tutti ammassando contro.»
Il legno dello stipite s’incrinò e la porta ballonzolò sui cardini mentre la credenza veniva spostata contro l’ingresso della casa. Uno schiocco secco e il mobile fu spostato di qualche centimetro. Ariarn e Periin vi si gettarono contro per impedire ai mostri d’entrare.
«Prendi quella panca e portala qua.» Ordinò Periin a Lerida.
La donna s’affrettò a fare quello che le era stato detto, aiutando l’uomo a puntellare la porta. I colpi sull’uscio si fecero più serrati, scheggiando il legno; un assalto più violento degli altri sbalzò via la panca e spostò nuovamente il mobile, permettendo a braccia biancastre con vene blu d’intrufolarsi nello spiraglio creatosi.
Periin si gettò con le spade a recidere gli arti. Con uno sforzo sovrumano Ariarn riuscì a spingere il mobile contro la porta, chiudendola nuovamente.
Le assi s’incrinarono; una si spezzò permettendo a un braccio d’annaspare all’interno della casa. Ci fu un rumore di vetri infranti e un busto si protese oltre il davanzale della finestra, ghermendo Lerida mentre cercava di puntellare la panca con il proprio peso. La donna si ancorò allo stipite con una per non essere trascinata via, tenendo lontana con l’altra un volto pallido che tentava di morderla. Un grido d’orrore si levò nella casa.
Ariarn la strappò dalle fredde grinfie: un colpo e la testa senza vita rotolò vicino al focolare. Il corpo decapitato penzolò sul davanzale scosso da convulsioni, prima d’essere sommerso da altri morti che si riversarono nell’apertura della finestra.
Lo spadone straziò le carni morte, senza arrestare il muro di corpi arrivato a oscurare la luce che filtrava nella casa.
Senza più il supporto di Ariarn, la porta fu persa. Le assi si spezzarono, scaraventando panca e dispensa al suolo.
L’orda di non morti precipitò su quello che restava della barricata, una cacofonia di braccia mulinellanti e mascelle che scattavano.
«Sulle scale!» Proruppe Periin spingendo Lerida sui gradini. «Muoviti Ariarn!»
Il compagno resistette ancora alcuni istanti prima di lasciare la sala piena di nemici, incuranti di calpestare i caduti che si dimenavano ancora.
Il puzzo di morte e decomposizione impestò l’aria.
Periin rovesciò una libreria giù dalle scale. «Non li tratterrà a lungo. Dobbiamo andare all’ultimo piano.»
Salirono di corsa con i rumori degli inseguitori che li seguivano da vicino.
«E ora?» Chiese Lerida con il panico che si stava impossessando di lei.
«Ce ne andiamo da qua.» Periin li condusse in una delle stanze da letto presenti sul piano, chiudendo la porta e spingendovi contro l’armadio e il letto matrimoniale. Rapidamente si diresse alla finestra e la spalancò. La visuale era agghiacciante: la via era un fiume brulicante di non morti.
Lerida guardò sconcertata Periin. «Mi spieghi in che modo?»
«Saliremo sul tetto e proseguiremo su quelli delle case antistanti, fino a quando non raggiungeremo una zona più tranquilla o non si calmerà la situazione. Non ci possono raggiungere quassù.»
Lerida guardò il bordo del tetto. «E’ troppo distante: non ce la faremo a raggiungerlo.»
Periin non la ascoltò. Salì sul davanzale e saltò verso l’alto, afferrandosi al bordo del tetto; si dondolò una volta e con un colpo di reni sparì alla vista.
«Dovremo fare come lui?» Domandò preoccupata Lerida ad Ariarn.
Una sottile fune comparve penzolando davanti ai loro occhi.
«Non sarà necessario: vai prima tu.»
Raggiunsero Periin sul tetto, trovandolo seduto vicino alla canna fumaria dove aveva assicurato la corda. Dalla sommità della casa osservarono il lungo sciamare degli esseri.
«Tutta la città è ridotta in questo stato.» Mormorò incredula la donna.
Delineandosi contro il cielo grigio, i tre furono spettatori dell’incubo che stava vivendo Reoxkro.

Ritorno dell'incubo

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O dell’inferno. Scegliete la definizione che preferite.
Liste nere. Roghi dei libri.
Ci sono stati tempi nella storia in cui accadeva questo.
Tempi bui.
Tempi che stanno tornando, come è successo nel passato.
Da leggere questi articoli per capire cosa sta succedendo: Da Venezia partono i roghi di libri. Vogliamo fare qualcosa?, PENNAC FUORILEGGE A VENEZIA .
Il fatto è di una gravità assoluta e va fermato.
Basta stare zitti, lasciar andare: è così che iniziano orrori come quelli fasci-nazisti. Allora s’iniziò bruciando libri e si finì bruciando persone: dobbiamo ripetere l’orrorifico copione? Ritorneranno le purghe, le epurazioni? Quanto sangue ancora si dovrà versare sulla terra?
C’è poco di più pericoloso dell’ignoranza e dell’indifferenza: perché certe cose possono fare male, ma queste uccidono.
No, non si esagera, si sta ammonendo di fatti gravi che stanno portando su una strada ben conosciuta. Nel passato si è lasciato fare: si deve ancora permettere che accada? O il popolo italiano vuole continuare a lasciar correre, tanto si sta bene lo stesso? Ognuno è tranquillo chiuso nel suo piccolo recinto e, basta che non lo disturbino, può cadere anche il mondo.
E’ stato addomesticato bene dal sistema creato da chi è al potere. Adescato e portato a vivere in una Bengodi, in un Paese dei Balocchi, dove tutto è concesso: divertimento, senza pensieri, senza responsabilità, fare solo ciò che si vuole, libertà.
Libertà?
No, questo è caos. E distruggere è divertente, è questo il messaggio che passa. Il messaggio opposto dell’Isola delle Api Industriose, dove tutto è creazione, volontà, mentre qua è spreco, dissipazione, un’esplosione d’isteria.
Ma c’è un prezzo da pagare.
Si sacrifica l’umanità per la parte bestiale, la parte più bassa e degradata dell’uomo. E alla fine si è solo bestie che vengono sfruttate, controllate fino alla morte. Si crede d’essere liberi e non ci si accorge d’essere nello schema di un teatrino di burattini, in cui un qualche Mangiafuoco manovra e altri accettano d’essere manovrati e distrutti.
Burattini o somari non fa differenza: sempre simboli d’errori si tratta.
La storia insegna. I racconti insegnano (in questo caso Pinocchio di Collodi).
Per quanto ancora si vuole fare gli struzzi e infilare la testa nella sabbia per non vedere e non sentire? Quanti morti questa volta occorreranno per arrivare alla comprensione e risvegliare le coscienze?

Zombi

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Su Fantasy Magazine è possibile ascoltare un’interessante intervista della scrittrice Silvana De Mari (per chi avesse difficoltà a scaricare come è successo a me il file, sul forum è stato messo dall’utente uljianka un link che non crea problemi).
Gli argomenti trattati sono tanti e tutti danno spunti di riflessione; io voglio soffermarmi sugli zombi.
Tutti conoscono questo genere di creature, sia grazie alla cultura popolare, ai miti e alle leggende, sia grazie al cinema, in special modo i film di Romero: morti che econo dalle tombe e dalla terra per tormentare i vivi. Esseri privi d’intelligenza, di volontà, mossi dagli istinti basilari per la sopravvivenza: attaccare, cacciare per procurarsi il cibo. Ma se si limitassero a questo, sarebbero come gli animali e invece sono molto peggio: sono pura ferocia, pura forza distruttiva.
Perpetratori di un lato umano primordiale, oscuro e inconscio presente in ogni individuo. Una parte che va conosciuta e non rinnegata e soppressa, altrimenti si arriverà il punto che emergerà con forza nella vita, perpetrando danni e rovina: si tratta delle ossessioni, degli atteggiamenti malati presenti nella vita quotidiana, che spesso si riesce a tenere sotto controllo, a ignorare, ma che sono sempre presenti, aspettando il momento opportuno per fare la loro comparsa.
Ossessioni. Non è un caso che il filone cinematografico che fa riferimetno a tali mostri abbia avuto tanto successo in questi anni, perché la società e il sistema consumistico non ha fatto altro che alimentarle ed esasperarle. Non a caso nel film Zombi di Romero (Dawn of the Dead, il titolo originale del pellicola del 1978, la seconda parte della famosa trilogia) questo genere di non morti per coazione ripete ciò che faceva in vita, continuando ad affluire negli ipermercati; un film sgradevole come un viaggetto all’inferno, ma visionario e lucido.
Come si sa, gli zombi o si combattono o si diviene come loro, inglobati nella follia distruttiva: non ci sono alternative. Al massimo di può scappare, ma si sarà sempre braccati. Stessa cosa vale per le ossessioni, le psicosi, come osserva Silvana De Mari nell’intervista rilasciata. O si ha una gran forza di volontà e si riesce a resistere o altrimenti si viene risucchiati nel vortice. Gli zombi sono simbolo di questo. Simbolo di quando non ci sono più sentimenti e legami, come accadde nel periodo nazista dove le persone denunciavano parenti e amici, come se avessero un ragno nel cervello che comandasse le loro azioni: una forza oscura che prendeva possesso della loro mente, annullando la volontà.
Film, libri, interviste del genere sono la dimostrazione che il fantastico non è banale intrattenimento, un pretesto per alimentare un consumismo sfrenato, per fare soldi e basta.
Nota a margine. Gli zombi sono spesso associati al filone horror, ma questa non è una regola fissa: possono essere usati anche nel fantastico.

Il sole rimase nascosto dietro le nubi grigie, incupendo ancora di più il luogo i colori dei palazzi.
Iniziarono le perlustrazioni entrando in alcune case, sperando di trovare tracce che spiegassero la scomparsa delle persone, ritrovandosi presto ad abbandonare quei tentativi.
Soli in terra straniera avanzarono cupi e silenziosi, contagiati dall’atmosfera del luogo. Percorsero un intricato dedalo di vie secondarie, attraversando quartieri a scacchiera dove i palazzi erano le gigantesche pedine.
Lerida fu attratta da un movimento. S’avviò in una strada laterale stretta fra edifici a tre piani con le imposte chiuse. E fu superato l’angolo di una casa che vide la prima persona dell’isola.
L’uomo le dava le spalle, se ne stava fermo in mezzo alla via come se stesse fissando qualcosa; solo che non c’era niente da vedere. Lerida gli si avvicinò, ma l’individuo continuò a restare immobile.
«Ehi.» Lanciò un verso cercando d’attirare la sua attenzione.
«Signore.» Chiamò un’altra volta pensando di non essere stata sentita.
L’uomo si mosse lentamente, troppo lentamente, come se ogni movimento fosse uno sforzo enorme, un caracollare, un dondolare avanti e indietro del corpo e delle braccia. Si voltò con lentezza esasperante, il capo chino a non mostrare il volto.
Solo allora Lerida s’accorse che non alzava i piedi da terra, li trascinava sul terreno.
Li strascicava.
La parola le venne in mente all’improvviso, come un lampo: il ricordo della notte precedente le balzò alla memoria con rapidità fulminea.
L’uomo si fece più vicino, continuando a camminare come se un gran peso gli gravasse sulle spalle.
«Tutto bene?» Chiese Lerida sentendo la gola seccarsi.
L’uomo sollevò la testa. Un volto smunto, cinereo, mortalmente bianco che contornava iridi sbiadite prive di pupille, si puntò su di lei mentre cercava di toccarla.
Lerida lo evitò, provando un moto di repulsione.
L’uomo non ci fece caso, continuando nella muta richiesta che era il suo gesto.
Ipnotizzata, Lerida non rifuggì il contatto e fu afferrata per un braccio.
«Serve aiuto?» Riuscì a chiedere a disagio.
Nessuna risposta.
Provò a staccarsi dalla presa e s’accorse di non riuscirci: la morsa non cedeva, aumentando sempre più. L’individuo l’attirò a sé, inclinando il capo di lato e snudando la dentatura giallognola: un sottile gorgoglio uscì dalla gola.
Lerida capì con orrore che stava cercando d’addentarla: prese a dimenarsi, scalciando con forza.
Si ritrovò sbalzata all’indietro, l’arto dell’uomo afferrato al suo, vedendo una lama decapitarlo e il corpo inerme afflosciarsi a terra.
Ariarn fu subito al suo fianco, aiutandola a liberarsi del braccio amputato che continuava a stringerla e gettandolo lontano.
Lerida lo vide rotolare sulla strada; solo allora s’accorse che non c’era sangue. L’arto sembrava un pezzo di carne al macello dopo essere stato lasciato a dissanguare.
Stranita guardò Ariarn. «Cosa aveva quell’uomo? E’ la malattia ad avergli fatto questo?»
Ariarn rinfoderò l’arma. «Era un essere morto.»
«Non è possibile: si muoveva.» Disse incredula.
«Guarda.» Fu la semplice risposta.
La testa decapitata apriva ancora la bocca, il corpo lontano si contorceva disordinatamente.
Atterrita Lerida indietreggiò di un passo.
«Che maleficio è questo?» Si portò la mano alla bocca, incredula a quanto vedeva.
Ariarn le strinse la spalla, impedendole di correre lontano da quell’orrore. «Hai già risposto. E’ quello di cui sono capaci alcune tra le più potenti creature delle tenebre: dare la non-vita, una parvenza d’esistenza a persone morte e usarle per i loro scopi, impartendogli semplici ordini da eseguire.» Osservò l’insensato muoversi dell’un tempo essere umano. «Servi fedeli e obbedienti, ma privi di qualsiasi forma d’intelligenza.»
«Che genere d’ordini?» Lerida mantenne il controllo dei nervi.
«Proteggere delle zone, uccidere persone.»
Lerida provò un tuffo al cuore. «Avrebbero messo una simile cosa» deglutì per riuscire a continuare a parlare «per uccidere le persone? Per quale motivo?»
«Perché c’è qualcosa che deve essere tenuto nascosto e nessuno deve saperlo.»
«Come si fa a creare una simile mostruosità?» Chiese sgomenta.
«Non è possibile concepire la mente del male. E forse è meglio così, altrimenti significherebbe essere simili alle creature che lo alimentano.»
«Credi che gli abitanti della città siano stati uccisi da queste creature?»
«Credo che siano diventati tutti come lui.» Le parole di Ariarn risuonarono come campane a morto riferendosi all’essere che si rotolava a terra.
«Come fai a dirlo?»
Lo sguardo dell’uomo non tradì alcuna emozione. «L’ho visto accadere tempo fa; solo che si trattava di un piccolo villaggio.» Serrò la mascella. «Non può esistere un potere così grande; niente può causare una simile catastrofe, nemmeno gli esseri oscuri più potenti.»
Lerida lo ascoltò timorosa. «Pensi che possa essere legato a quello che stiamo cercando?»
«E’ una possibilità da prendere in considerazione.»
«E se ti sbagliassi?»
Lo sguardo di Ariarn fu eloquente. «Andiamo.» Disse distogliendola dal pietoso spettacolo della creatura stesa a terra.
«Fra poco smetterà di muoversi. Una volta staccata la testa, il legame infuso nel corpo svanisce. Non preoccuparti: sono membra senza coscienza e vita. Non provano dolore o emozione; non hanno più niente a che fare con quello che erano.» Non le permise di voltarsi. «Ci sono tanti modi in cui il male colpisce: questo è uno dei più sottili e subdoli perché indebolisce lo spirito dei vivi. E un uomo con lo spirito fiaccato è più facile da distruggere. Quando ci ritroveremo a combatterli, non ti far prendere dalla pietà, non avere scrupoli: servirebbe a farti uccidere. Sono morti e non c’è niente che li possa far tornare a vivere.»
Tornarono sulla strada principale, riprendendo a cercare.
«Dov’è Periin?» Chiese Lerida.
La risposta arrivò presto: un tonfo giunse da un vicolo poco più avanti. Ariarn estrasse la spada e accelerò il passo.
In una stretta via Periin era attorniato da una decina di non morti. Quattro di loro erano a terra con profonde ferite e si stavano rialzando come se nulla fosse. Le lame danzarono senza posa, affondando nei corpi, straziandoli senza pietà.
Una semplice finta, un furioso attacco e la linea degli assalitori fu spezzata. Periin fu lontano dalle mani protese, ricongiungendosi agli accorrenti Ariarn e Lerida.
«E questi da dove sbucano?» Fece Periin.
«Ti presento gli abitanti di Reoxkro.» Disse Ariarn.
«Perfetto.» Rispose sardonico il compagno. «Non li conosco e mi stanno già dando sui nervi.»
«Sono morti che camminano, con un solo scopo: seguire l’ordine instillato in ciò che rimane del cervello. L’unico modo per fermarli è decapitarli.» Ariarn osservò il numero delle creature crescere attorno a loro.
«Credo sia meglio andarcene da qui.» Periin diede voce al pensiero del compagno. «Correte.»

Sconfitta

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Il responso è stato dato.
I sì hanno vinto al referendum Fiat.
I responsabili di questo fatto sono gli impiegati, in gran parte capi e struttura gerarchica.
Gente che sa dare ordini, sa comandare, sa pretendere, ma che non ha mai provato la fatica. Guarda gli altri dall’alto, seduta dietro una scrivania, su una poltrona, osservando il mondo da dietro il vetro di un angolo ristretto.
Ognuno tira acqua al suo mulino, pensa al proprio orticello. E’ giusto così, dicono in tanti; tutti fanno così, aggiungono in molti.
Solo non viene presa una cosa in considerazione: l’egoismo non paga e anche se nell’immediato sembra portare risultati, alla lunga si rivolta contro chi l’ha protratto. Non si capisce che stando bene tutti, si ha da guadagnare personalmente.
Per colpa di pochi, molti, e non solo Fiat, ci rimetteranno.
Coloro che hanno pensato di fare il proprio interesse, quando verranno buttati via perché non servono più (dato che questo fanno gli imprenditori, sfruttano le persone finchè sono utili, per fare soldi e basta), non si lamentino e piangano, recriminando per l’ingiustizia subita, perché questo è il destino che hanno voluto e si sono creati: non hanno più il diritto di parlare, l’hanno perso con la loro scelta, sprecando per l’ennesima volta la possibilità di dimostrarsi individui e non oggetti, di difendere la dignità invece di svendersi.
Ci si vende davvero per poco.
“Era importante la mia integrità. E’ tanto da egoisti? Si vende per così poco. Ma è tutto ciò che ci resta qui dentro. E’ il nostro ultimo centimetro, ma in quel centimetro, siamo liberi.
E’ piccolo ed è fragile ed è l’unica cosa al mondo che valga la pena avere. Non dobbiamo mai perderlo, o venderlo, o darlo via. Non dobbiamo mai permettere che ce lo tolgano.”
(V Per Vendetta, Alan Moore, David Lloyd).

Un’osservazione sul “piano di rilancio” che punta sulla produzione dei Suv. Questi mezzi hanno un costo non indifferente, sia per l’acquisto, sia per il mantenimento (carburante, bollo, assicurazione); con la popolazione globale che perde ogni giorno potere d’acquisto, impoverendosi sempre più, si pensa davvero di poter vendere a sufficenza da ottenere i risultati che la dirigenza ha preventivato?
Dirigenti, ministri, tutti felici e festeggianti per un risultato che fa il loro gioco. Persone che non meritano d’essere chiamate per nome perché se ne fregano della gente, vivendo e speculando sulla pelle altrui, ricattando gli altri.
Vampiri.
Se sono arrivati dove sono è solo e soltanto merito delle persone che sfruttano, non certo per capacità proprie, dato che come ben si sa, il vampiro è solo una cosa morta.
Futuro roseo, predicano. Evoluzione, promulgano.
Illusioni.
Stanno strizzando il paese all’inverosimile. Stanno tirando troppo la corda.
E a tirare troppo si spezza.
Basta guardare la Tunisia.
A non voler ascoltare la gente, a esasperarla, si arriva a questo punto.
E non è la cosa peggiore che può capitare.
Perché è vero che lottare per i propri diritti comporta difficoltà e sacrifici, ma vivere senza essere veramente vivi, senza dignità è molto peggio: è una maledizione.

Edit: sul suo sito Eleas ha riportato un’ottimo e approfondito post sulla questione Mirafiori di Valverici: da leggere.

Per Sempre

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Per Sempre è un racconto che ho scritto (è possibile scaricarlo dalla sezione Download) per partecipare al concorso letterario “Una penna per Poe” comparso sul sito La Tela Nera, un’iniziativa per far diffondere la conoscenze di uno scrittore del passato come Edgar Allan Poe e del genere per il quale scriveva.
Non ho letto tutte le opere che ha realizzato, ma ho trovato nei suoi scritti sempre qualcosa che colpiva, lampi che mostravano i lati oscuri del’essere umano. La grandezza di questo autore, come tutti i grandi, è stata postuma: nel presente in cui tali individui vivono, sono poche le persone capaci d’apprezzare quanto hanno da dare.
Il motivo è semplice: rispetto agli altri sono andati avanti, sono “evoluti”, raggiungendo un livello di consapevolezza superiore.
“Conosci te stesso” era la scritta presente sull’oracolo di Delfi, monito per ricordare che per avere la conoscenza del mondo e della vita occorre partire dall’interiorità dell’inviduo, il frammento più piccolo di quanto più grande è esistente: una conoscenza di sè che deve essere completa, anche e soprattutto dei lati più oscuri dell’animo, immergendosi negli abissi dello spirito per portarli alla luce, dove poterli osservare e comprendere.
Gli scrittori, quelli veri, hanno la capacità di mostrare queste realtà attraverso le opere che scrivono.
La loro benedizione e maledizione.
Un grande dono, che ha però un costo.
Uno scrittore possiede una doppia vista, uno sguardo che si distacca dalla realtà materiale e s’affaccia su mondi che solo lui può vedere, spettarore e creatore alla stesso tempo di luoghi e vicende. Pochi riescono a comprendere il suo modo di vivere, così lontano dalla quotidianità: come se osservare un falco che vola dia comprensione sulla sua natura. Solo chi è nella stessa condizione può farlo: altrimenti ci sarà sempre una distanza che tiene separati.
Benedizione e maledizione.
Se un individuo diventa consapevole di avere la natura dello scrittore, scopre di essere destinato a scrivere per tutta la vita, troverà sempre storie da narrare. Certo, potrebbe provare a ignorare questo lato di sè, ma questa particolare energia che possiede premerà in continuazione per essere utilizzata, arrivando anche a ostacolarlo se non sarà ascoltata.
Realtà che conosce bene Stephen King e che mostra attraverso uno dei suoi personaggi: Roland di Gileal, il Pistolero, la sua proiezione dell’essere uno scrittore.
Perché come Roland, il Cavaliere sempre in cerca, Stephen sa che c’è sempre un orizzonte da varcare, dove non si arriva mai, che è destino per uno scrittore continuare a scrivere, anche quando vuole smettere. Una maledizione, si potrebbe dire, che può essere spezzata quando si comprenderà che non esiste una meta, un fine, finchè non si trova ciò che veramente conta. E ciò che veramente conta non è la meta, ma la strada che si percorre e le persone con cui si decide di condiverla. Perché la strada dello scrittore è una strada solitaria e il desiderio più grande che ha è di avere qualcuno al fianco che lo comprenda: è questa la benedizione che cerca per sé e trovandola può espanderla anche ad altri, a tutti quelli che gli stanno attorno. Altrimenti è solo una forza che trascina e porta via, lontano.