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Zombi

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Su Fantasy Magazine è possibile ascoltare un’interessante intervista della scrittrice Silvana De Mari (per chi avesse difficoltà a scaricare come è successo a me il file, sul forum è stato messo dall’utente uljianka un link che non crea problemi).
Gli argomenti trattati sono tanti e tutti danno spunti di riflessione; io voglio soffermarmi sugli zombi.
Tutti conoscono questo genere di creature, sia grazie alla cultura popolare, ai miti e alle leggende, sia grazie al cinema, in special modo i film di Romero: morti che econo dalle tombe e dalla terra per tormentare i vivi. Esseri privi d’intelligenza, di volontà, mossi dagli istinti basilari per la sopravvivenza: attaccare, cacciare per procurarsi il cibo. Ma se si limitassero a questo, sarebbero come gli animali e invece sono molto peggio: sono pura ferocia, pura forza distruttiva.
Perpetratori di un lato umano primordiale, oscuro e inconscio presente in ogni individuo. Una parte che va conosciuta e non rinnegata e soppressa, altrimenti si arriverà il punto che emergerà con forza nella vita, perpetrando danni e rovina: si tratta delle ossessioni, degli atteggiamenti malati presenti nella vita quotidiana, che spesso si riesce a tenere sotto controllo, a ignorare, ma che sono sempre presenti, aspettando il momento opportuno per fare la loro comparsa.
Ossessioni. Non è un caso che il filone cinematografico che fa riferimetno a tali mostri abbia avuto tanto successo in questi anni, perché la società e il sistema consumistico non ha fatto altro che alimentarle ed esasperarle. Non a caso nel film Zombi di Romero (Dawn of the Dead, il titolo originale del pellicola del 1978, la seconda parte della famosa trilogia) questo genere di non morti per coazione ripete ciò che faceva in vita, continuando ad affluire negli ipermercati; un film sgradevole come un viaggetto all’inferno, ma visionario e lucido.
Come si sa, gli zombi o si combattono o si diviene come loro, inglobati nella follia distruttiva: non ci sono alternative. Al massimo di può scappare, ma si sarà sempre braccati. Stessa cosa vale per le ossessioni, le psicosi, come osserva Silvana De Mari nell’intervista rilasciata. O si ha una gran forza di volontà e si riesce a resistere o altrimenti si viene risucchiati nel vortice. Gli zombi sono simbolo di questo. Simbolo di quando non ci sono più sentimenti e legami, come accadde nel periodo nazista dove le persone denunciavano parenti e amici, come se avessero un ragno nel cervello che comandasse le loro azioni: una forza oscura che prendeva possesso della loro mente, annullando la volontà.
Film, libri, interviste del genere sono la dimostrazione che il fantastico non è banale intrattenimento, un pretesto per alimentare un consumismo sfrenato, per fare soldi e basta.
Nota a margine. Gli zombi sono spesso associati al filone horror, ma questa non è una regola fissa: possono essere usati anche nel fantastico.

Il sole rimase nascosto dietro le nubi grigie, incupendo ancora di più il luogo i colori dei palazzi.
Iniziarono le perlustrazioni entrando in alcune case, sperando di trovare tracce che spiegassero la scomparsa delle persone, ritrovandosi presto ad abbandonare quei tentativi.
Soli in terra straniera avanzarono cupi e silenziosi, contagiati dall’atmosfera del luogo. Percorsero un intricato dedalo di vie secondarie, attraversando quartieri a scacchiera dove i palazzi erano le gigantesche pedine.
Lerida fu attratta da un movimento. S’avviò in una strada laterale stretta fra edifici a tre piani con le imposte chiuse. E fu superato l’angolo di una casa che vide la prima persona dell’isola.
L’uomo le dava le spalle, se ne stava fermo in mezzo alla via come se stesse fissando qualcosa; solo che non c’era niente da vedere. Lerida gli si avvicinò, ma l’individuo continuò a restare immobile.
«Ehi.» Lanciò un verso cercando d’attirare la sua attenzione.
«Signore.» Chiamò un’altra volta pensando di non essere stata sentita.
L’uomo si mosse lentamente, troppo lentamente, come se ogni movimento fosse uno sforzo enorme, un caracollare, un dondolare avanti e indietro del corpo e delle braccia. Si voltò con lentezza esasperante, il capo chino a non mostrare il volto.
Solo allora Lerida s’accorse che non alzava i piedi da terra, li trascinava sul terreno.
Li strascicava.
La parola le venne in mente all’improvviso, come un lampo: il ricordo della notte precedente le balzò alla memoria con rapidità fulminea.
L’uomo si fece più vicino, continuando a camminare come se un gran peso gli gravasse sulle spalle.
«Tutto bene?» Chiese Lerida sentendo la gola seccarsi.
L’uomo sollevò la testa. Un volto smunto, cinereo, mortalmente bianco che contornava iridi sbiadite prive di pupille, si puntò su di lei mentre cercava di toccarla.
Lerida lo evitò, provando un moto di repulsione.
L’uomo non ci fece caso, continuando nella muta richiesta che era il suo gesto.
Ipnotizzata, Lerida non rifuggì il contatto e fu afferrata per un braccio.
«Serve aiuto?» Riuscì a chiedere a disagio.
Nessuna risposta.
Provò a staccarsi dalla presa e s’accorse di non riuscirci: la morsa non cedeva, aumentando sempre più. L’individuo l’attirò a sé, inclinando il capo di lato e snudando la dentatura giallognola: un sottile gorgoglio uscì dalla gola.
Lerida capì con orrore che stava cercando d’addentarla: prese a dimenarsi, scalciando con forza.
Si ritrovò sbalzata all’indietro, l’arto dell’uomo afferrato al suo, vedendo una lama decapitarlo e il corpo inerme afflosciarsi a terra.
Ariarn fu subito al suo fianco, aiutandola a liberarsi del braccio amputato che continuava a stringerla e gettandolo lontano.
Lerida lo vide rotolare sulla strada; solo allora s’accorse che non c’era sangue. L’arto sembrava un pezzo di carne al macello dopo essere stato lasciato a dissanguare.
Stranita guardò Ariarn. «Cosa aveva quell’uomo? E’ la malattia ad avergli fatto questo?»
Ariarn rinfoderò l’arma. «Era un essere morto.»
«Non è possibile: si muoveva.» Disse incredula.
«Guarda.» Fu la semplice risposta.
La testa decapitata apriva ancora la bocca, il corpo lontano si contorceva disordinatamente.
Atterrita Lerida indietreggiò di un passo.
«Che maleficio è questo?» Si portò la mano alla bocca, incredula a quanto vedeva.
Ariarn le strinse la spalla, impedendole di correre lontano da quell’orrore. «Hai già risposto. E’ quello di cui sono capaci alcune tra le più potenti creature delle tenebre: dare la non-vita, una parvenza d’esistenza a persone morte e usarle per i loro scopi, impartendogli semplici ordini da eseguire.» Osservò l’insensato muoversi dell’un tempo essere umano. «Servi fedeli e obbedienti, ma privi di qualsiasi forma d’intelligenza.»
«Che genere d’ordini?» Lerida mantenne il controllo dei nervi.
«Proteggere delle zone, uccidere persone.»
Lerida provò un tuffo al cuore. «Avrebbero messo una simile cosa» deglutì per riuscire a continuare a parlare «per uccidere le persone? Per quale motivo?»
«Perché c’è qualcosa che deve essere tenuto nascosto e nessuno deve saperlo.»
«Come si fa a creare una simile mostruosità?» Chiese sgomenta.
«Non è possibile concepire la mente del male. E forse è meglio così, altrimenti significherebbe essere simili alle creature che lo alimentano.»
«Credi che gli abitanti della città siano stati uccisi da queste creature?»
«Credo che siano diventati tutti come lui.» Le parole di Ariarn risuonarono come campane a morto riferendosi all’essere che si rotolava a terra.
«Come fai a dirlo?»
Lo sguardo dell’uomo non tradì alcuna emozione. «L’ho visto accadere tempo fa; solo che si trattava di un piccolo villaggio.» Serrò la mascella. «Non può esistere un potere così grande; niente può causare una simile catastrofe, nemmeno gli esseri oscuri più potenti.»
Lerida lo ascoltò timorosa. «Pensi che possa essere legato a quello che stiamo cercando?»
«E’ una possibilità da prendere in considerazione.»
«E se ti sbagliassi?»
Lo sguardo di Ariarn fu eloquente. «Andiamo.» Disse distogliendola dal pietoso spettacolo della creatura stesa a terra.
«Fra poco smetterà di muoversi. Una volta staccata la testa, il legame infuso nel corpo svanisce. Non preoccuparti: sono membra senza coscienza e vita. Non provano dolore o emozione; non hanno più niente a che fare con quello che erano.» Non le permise di voltarsi. «Ci sono tanti modi in cui il male colpisce: questo è uno dei più sottili e subdoli perché indebolisce lo spirito dei vivi. E un uomo con lo spirito fiaccato è più facile da distruggere. Quando ci ritroveremo a combatterli, non ti far prendere dalla pietà, non avere scrupoli: servirebbe a farti uccidere. Sono morti e non c’è niente che li possa far tornare a vivere.»
Tornarono sulla strada principale, riprendendo a cercare.
«Dov’è Periin?» Chiese Lerida.
La risposta arrivò presto: un tonfo giunse da un vicolo poco più avanti. Ariarn estrasse la spada e accelerò il passo.
In una stretta via Periin era attorniato da una decina di non morti. Quattro di loro erano a terra con profonde ferite e si stavano rialzando come se nulla fosse. Le lame danzarono senza posa, affondando nei corpi, straziandoli senza pietà.
Una semplice finta, un furioso attacco e la linea degli assalitori fu spezzata. Periin fu lontano dalle mani protese, ricongiungendosi agli accorrenti Ariarn e Lerida.
«E questi da dove sbucano?» Fece Periin.
«Ti presento gli abitanti di Reoxkro.» Disse Ariarn.
«Perfetto.» Rispose sardonico il compagno. «Non li conosco e mi stanno già dando sui nervi.»
«Sono morti che camminano, con un solo scopo: seguire l’ordine instillato in ciò che rimane del cervello. L’unico modo per fermarli è decapitarli.» Ariarn osservò il numero delle creature crescere attorno a loro.
«Credo sia meglio andarcene da qui.» Periin diede voce al pensiero del compagno. «Correte.»

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