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Tempo che Passa

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L’uomo ha bisogno di certezze, punti saldi. Per questo cerca di delimitare, porre dei confini, creare dei riferimenti per non perdersi, avere un’ancòra cui aggrapparsi, specie nei riguardi del tempo, un’entità che scorre da sempre, eterna, ma di cui l’uomo ha bisogno sapere che ha un inizio, per non sentirsi sospeso nel vuoto, provando un senso di vertigine che proverebbe sarebbe spaventoso.
Una necessità, dunque.
E’ ben mostrato da Andrea “Negròre” D’angelo nel capitolo 03 del romanzo fantasy “Il giorno dopo” pubblicato online sul sito che gestisce.
Sono sorti calendari per segnare il trascorrere delle ere; un mezzo utile, senza dubbio, capace d’aiutare a trovare riferimenti storici e imparare dalle lezioni del passato. Un mezzo che ha anche snaturato l’essere umano.
Gli antichi usavano i cicli delle stagioni, della luna e delle costellazioni per regolare la vita, consapevoli del legame tra tutti gli elementi del creato e dell’armonia che deve vigere tra loro: ogni cosa ha il suo tempo per avvenire, ha un inizio e una fine. Nel passato, specie quando la vita era legata all’agricoltura e alla pastorizia, il fulcro e la dipendenza della propria esistenza e sopravvivenza, l’inizio di un anno avveniva con l’inizio della primavera, il principio della vita, un nuovo inizio che ha davanti tante possibilità.
Ci si sta apprestando a entrare in un anno nuovo, un cambiare numero sul calendario. L’ultimo dell’anno è una festa commerciale, come tante sono adesso, carica di aspettative e di naturali delusioni, perché è un simbolo vuoto, comandato da molti, ma che non ha una ragione d’essere. Bisogno e necessità di divertirsi, di esagerare.
Tuttavia questo periodo, caricato d’emozioni da grandi quantità di gente, acquisisce involontariamente un significato diverso da quello dei trascorsi: diventa uno spartiacque tra quello che è stato e quello che sarà, diventa un tempo di bilanci, nel quale si osserva e si tirano le somme, facendo propositi, predisponendosi per nuovi progetti.
Immancabilmente si dà molto peso al passato, come se la sua ombra gettata in avanti condizionasse e influisse su quello che deve divenire. Si può provare nostalgia e rimpianto per cose che non torneranno più, si possono apprendere lezioni dai ricordi: non dovrebbe essere nulla di più di questo, perché il passato non ritorna e non può essere cambiato. Aggrapparsi a esso, lasciare che condizioni il presente non serve a nulla, anche se è stato una parte significativa della vita vissuta.
Ma non solo la notte che porta a cambiare numero all’anno può essere tempo di bilanci, per lasciare andare ciò che ormai non dà più niente e coltivare ciò che deve ancora crescere: ogni momento è buono per un nuovo inizio, per cominciare un nuovo periodo della vita, anche se si può provare nostalgia e tristezza per ciò che si lascia alle spalle.
Un augurio che sia così per tutti.

Le fiamme erano svanite: rimanevano solo braci che si stavano smorzando. Presto sarebbero diventate pezzi di carbone in mezzo alla cenere.
Dalla sua posizione Periin osservò i compagni illuminati dalla luce argentea filtrante attraverso le fronde del boschetto. Il ritmico alzarsi e abbassarsi della loro respirazione fece aprire la chiusa della sua mente, lasciando scorrere il fiume dei ricordi di cui quel luogo era ricco.
Aveva vissuto in quei paraggi un tempo ormai remoto, accampandosi nello stesso punto in cui si erano fermati ora; da allora tutto era cambiato, i compagni non erano più gli stessi.
Il corso del fiumiciattolo aveva subito piccole modifiche. Le piene primaverili avevano spostato più a valle la grossa pietra al centro del flusso d’acqua; una macchia di giunchi era sparita, la tana dei tassi spazzata via.
Quante nuotate avevano fatto in quell’acqua, che battaglie per difendere la cima del grosso masso; quante risate spensierate avevano sulla riva accanto al fuoco, con il cuore leggero, non più imprigionati nel loro passato.
Si era sentito a casa in quelle terre inabitate.
Nulla però era più come prima. Quelle lande un tempo così famigliari ora apparivano come un cimitero.
Alzò lo sguardo sulla luce dolce e soffusa della luna e delle stelle che ammantavano, come se stesse sussurrando la promessa di sogni che si sarebbero realizzati.
Illusione.
Una vena di malinconia gli attraversò l’animo: rivedeva il ragazzo con la speranza e l’entusiasmo di conoscere un futuro migliore, di coltivare un sogno.
Il violento risveglio aveva però mostrato nuovamente la realtà e quanto si doveva aspettare dalla vita.
Guardò di nuovo dove gli altri stavano riposando, ma era come se la distanza da loro fosse molto di più di quella reale. Una distanza incolmabile.
Non voleva più avere dei compagni, aveva promesso nel passato; il presente beffardo gli stava riproponendo un copione che in ogni modo aveva cercato d’evitare, irridendo le convinzioni tanto difese.

La Vista che va l'Oltre

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Le emozioni, se intense, possono permeare gli oggetti, secondo alcune credenze: una traccia del passaggio dell’uomo.
Le emozioni possono dare vita a nuove creazioni, come spiega la Qabbala, forze che interagiscono e condizionano l’uomo: un desiderio, se ripetuto molto spesso prende forma nel Mondo del Desiderio e la forma che ne nasce acquisisce vita propria nel mondo Astrale. Si tratta dei Doppi o Egregor, l’immagine vivente di certe inclinazioni umane, che scompaiono quando vengono superate, anche se alcuni sono tenaci a non voler scomparire: dipende dalla forza dell’emozione che guida il desiderio o il comportamento di una persona.
E’ questa forza che crea i Doppi e più è potente e più li rafforza e li attrae, legandosi a essi come l’edera fa con un albero: più rimane attaccata, più s’ingrossa e diviene difficile staccarla. Più il Doppio rimane legato alla persona, più gli invierà segnali e stimoli perché lei continui ad avere il comportamento che gli dà energia.
Questo è solo un frammento della sapienza e della spiritualità della Qabbala, affascinanti insegnamenti che permettono all’uomo di prendere coscienza di ciò che è, del rapporto con sé stesso e dell’immensità del creato.
Tuttavia ci sono altri insegnamenti. E se si pone attenzione si scoprirà che il vero messaggiodi tutte le religioni e di ogni forma di spiritualità è sempre lo stesso, solo che viene fatto con parvenze, simulacri differenti.
Tra gli antichi, molti credevano nell’esistenza di Mondi Spirituali perché ritenevano, a ragione, che l’essenza della vita fosse molto più di quello che si vedeva, che esistessero forze invisibili che agissero e collaborassero allo sviluppo del mondo. Così era per i nativi d’America, per le tribù africane, che grazie a sciamani riuscivano a entrare in contatto con la parte invisibile del creato, comunicando con essenze che conferivano conoscenze e potere.
Ma come sono questi Mondi Spirituali? Secondo alcuni sono il gemello uguale e diverso del Mondo Materiale: uno specchio che mostra le cose della parte di qua della barriera che divide i due mondi.

Ogni azione aveva risvolti e conseguenze su qualsiasi mondo, Spirituale o Materiale che fosse: per questo Rentar capì che Lerida gli si stava avvicinando quando era ancora lontana.
Vedere il Mondo Ammantato era come avere una seconda vista e addentrarsi in esso un secondo corpo.
Solo una barriera sottile, che i più ignoravano, separava i due mondi; la gente considerava solo quello che vedeva come reale, credendosi assieme agli animali gli unici possessori di vita.
Una conoscenza davvero ristretta.
L’esistenza non si limitava all’essere, al respirare, al muoversi, al fare: tutto era vita. Per gli uomini solo le loro azioni lasciavano traccia, gli unici ad avere influenza sul mondo; non si accorgevano che a volte erano loro a essere influenzati e manipolati.
Il creato era antico ed esistevano esistenze che erano ricordi di un’epoca in cui l’essere umano non era ancora presente. Il loro spirito, seppure queste forme di vita si fossero estinte sulla terra, continuava a perdurare su un altro piano: il gemello del Mondo Materiale.
Difficile capire cosa fosse tale dimensione.
Alcuni teorizzavano che si trattasse del ricordo vivente del pianeta e di ciò che vi viveva, una memoria che registrava l’azione fatta e ne perpetrava la conseguenza. Ogni emozione, evento, creava e lasciava un riflesso spirituale.
Altri erano dell’idea che fosse lo stesso Mondo Materiale percepito da un altro punto di vista.
Come stessero le cose, un concetto era chiaro: Materia e Spirito erano intrecciati indissolubilmente, avendo entrambi influenza uno sull’altro.
Anche adesso che aveva gli occhi chiusi vedeva gli alberi e il sottobosco della foresta, tutto nella stessa posizione e nella stessa ora del giorno, solamente con sfumature diverse, più evanescenti: colorazioni blu e verdi che certe volte si vedevano nelle fiamme, miste a tonalità di grigio e bianco. Alcune piante mantenevano la loro forma immutata, altre sembravano astratte, prive di contorni, come se fossero fatte di fumo; le ombre erano più lunghe e taglienti, gli animali con i corpi effimeri, ma il muso e le zanne ben delineate e marcate.
Così appariva la natura nel Mondo Spirituale, a seconda della potenza di uno Spirito. Naturalmente non esistevano regole fisse: essendo un mondo sempre in evoluzione c’erano delle eccezioni. A esempio la grande quercia distrutta da un fulmine sul Piano Materiale continuava a svettare sopra le altre nell’altro regno. Così come lo spirito del feroce lupo continuava a calpestare il suolo del terreno etereo dopo che il corpo era stato ucciso in seguito a una lunga caccia.
Tra le sagome grigie e verdi degli alberi l’Egregor continuava ad avvicinarsi.
L’Egregor: un’immagine riflessa di ciò che le emozioni creavano.
Gli umani non avevano posto nel Mondo Spirituale, non potevano nemmeno entrarci, a meno che qualcuno capace di viaggiare da un mondo all’altro li portasse con sé; non possedevano uno spirito che rappresentasse la loro controparte eterea come succedeva con le piante, la terra, le bestie. Erano una presenza sconosciuta e inesistente nel regno Ammantato.
Eppure interagivano con il Mondo Spirituale, pur se indirettamente e inconsciamente: l’Egregor, per l’appunto. Ogni azione ed emozione forte ne creava uno: ciascun umano poteva possederne diversi e nella vita ne creava centinaia. Solitamente di vita breve, della durata dell’emozione, si protraeva se questa era molto intensa, arrivando a perdurare per molto tempo, alimentando l’Egregor fino a conferirgli potere d’interagire con la vita reale. Così nascevano le presenze invisibili delle case infestate che tormentavano i vivi; così le emozioni vissute in guerra, a una festa o in un luogo di preghiera, creavano Egregor grandi e forti, che si staccavano dai loro proprietari e divenivano nuovi Spiriti, aleggiando nei luoghi in cui si erano creati e influenzando l’umore dei mortali che li visitavano.
Certo, questi erano casi rari: di solito gli Egregor restavano appresso a chi li generava.
Era grazie a loro che poteva percepire qualsiasi individuo anche se non lo vedeva e lo sentiva; così aveva avvertito l’avvicinarsi di Lerida. Curvo, tremante, titubante: l’Egregor dell’Indecisione che l’accompagnava gli aveva mostrato i suoi spostamenti. Un’essenza inconfondibile nella foresta, dato che lei era la sola a possederla.

Uomo

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L’Uomo ha perso il suo essere, la dimensione in cui vivere.
Sfruttato, calpestato, traviato, venduto. Un continuo lasciarsi andare che si ripete epoca dopo epoca; pochi individui brillano in questo mare d’oscurità di luce vera, luce accesa trovando l’essenza che è dentro di loro.
E’ davvero così difficile scoprirla, ritrovarla? Solo se non lo si vuole.
Appartiene a pochi eletti, a prescelti? E’ una scusa per non assumersi responsabilità personali, per non essere felici: questa luce appartiene a ogni individuo.
Ci sono tanti modi per farla emergere, diversi l’uno dall’altro, ma tutti giusti. Tanti individui hanno mostrato una via da percorrere, sono state da esempio. Esempi, perché il più grande Maestro che si può incontrare è se stessi: perché si possono avere i migliori insegnamenti del mondo, ma se non vengono ascoltati e messi in pratica non servono a nulla. Dipende tutto dall’individuo, ciò che fa della vita che ha ricevuto è sua responsabilità, che sia luce od ombra, imparando a trovare il giusto peso da dare alle cose, a trovare equilibro nel centro dell’Essere.

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano,
e mettendo in conto anche il loro dubitare;
se riuscirai ad attendere senza stancarti nell’attesa,
se, calunniato, non perderai tempo con le calunnie,
o se, odiato, non ti farai prendere dall’odio,
senza apparir però troppo buono o troppo saggio;

se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone;
se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo,
se riuscirai ad affrontare il successo e l’insuccesso
trattando quei due impostori allo stesso modo
se riuscirai ad ascoltare la verità da espressa
distorta da furfanti per intrappolarvi gli ingenui,
o a veder crollare le cose per cui dai la tua vita
e a chinarti per rimetterle insieme con mezzi di ripiego;

se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite
e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce,
a perdere e a ricominciar tutto daccapo,
senza mai fiatare e dir nulla delle perdite;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: “tieni duro!”;

se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virtù,
o a passeggiar coi Re e non perdere il tuo fare ordinario;
se né i nemici o i cari amici riusciranno a colpirti,
se tutti contano per te, ma nessuno mai troppo;
se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e – quel che è più, tu sarai un Uomo, ragazzo mio!

Joseph Rudyard Kipling

Canto di Natale

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Natale.
Una delle festività più conosciute e sentite, attesa con trepidazione dai bambini, e non solo, per ricevere i doni; un giorno carico di aspettative, un giorno magico dove si spera che i propri desideri trovino realizzazione. Lettere, preghiere rivolte a figure ammantate di leggende che superano la realtà e la verità. Babbo Natale o Santa Claus, il Bambin Gesù: a queste figure ci si volge per trovare soddisfazione alle proprie richieste.
Ma quando ci si appoggia ad altri per trovare appagamento e felicità, spesso si va incontro a delusioni, perchè questi sentimenti nascono dall’interno, non possono venire dall’esterno; per questo i giorni di festa lasciano un retrogusto d’insoddisfazione, portando lamentele e brontolii. Ci si aspetta troppo dagli altri, soprattutto si pensa che i doni possano riempire un vuoto che si prova: non è nell’oggetto la felicità, ma nel gesto e nella volontà di donare della persona che regala e soprattutto nel saperlo accogliere.
Sempre meno persone sanno cogliere lo spirito natalazio, l’essenzialità non solo delle feste, e di cosa rappresentano, ma anche della vita.
Con questo atteggiamento sempre più Bambini crescono al freddo e al gelo: perché il Bambino non è il personaggio di una storia, di una religione che va adorato, ma è uno stato dell’essere umano. Non è un caso che la nascita presentata in una vicenda ben conosciuta, e sempre attuale, cioè che è reale in ogni tempo e per ogni individuo, avvenga in questo modo, perché indica come l’innocenza, le infinite possibilità che si dischiudono in ogni nuovo cammino, crescano in mezzo a un mondo (società, sistema) gelido, arido e indifferente.
Si può vivere senza luce, ma senza calore si muore: perciò è tanto importante trovare la vera essenza dell’esistenza.
Con una piccola anteprima trattata dall’opera L’Ultimo Potere di cui sono autore, faccio l’augurio di poter andare incontro, non solo in questi giorni, alla serenità e alla pace.

Attenta a non fare rumore, la ragazza si mise a girovagare nel negozio, più grande di quello che poteva sembrare da fuori: un corridoio di dieci metri con librerie su ciascuna delle pareti lunghe, terminante in una porta verniciata di nero, dietro la quale c’era lo sgabuzzino delle scope e dei servizi igienici. Tenendosi lontana dall’uomo chino sui libri, salì una delle scale, curiosa di provare la sensazione di guardare il pavimento da quattro metri d’altezza. Aggrappata al corrimano d’acciaio opaco, si lasciò dondolare avanti e indietro, stendendo le braccia e inarcando la schiena.
Presa dalla piacevole vertigine che le dava l’altezza, poggiò un piede al muro e si diede una spinta, facendo correre la scala per tutta la lunghezza della rotaia. Non fosse stata per la polvere sollevata e l’occhiata in tralice di Guerriero per il cigolio prodotto, avrebbe continuato a lungo con quel passatempo.
Ritornando con i piedi per terra, Katrin si mise a canticchiare un motivetto a bocca chiusa, saltellando con le mani dietro alla schiena.
Guerriero rimase a fissarla tra l’incuriosito e il perplesso. “Di cosa mi meraviglio? Non c’è più niente di normale a questo mondo.”
Segnò il punto dov’era arrivato nel libro con una scheggia staccata dal bancone; una pausa avrebbe fatto riposare gli occhi. «Che cosa stai cantando?»
Katrin si voltò a guardarlo. «E’ un motivetto natalizio.»
«Ah.»
«Fra qualche giorno è Natale.» Specificò vedendolo poco convinto.
«Ah.» Guerriero continuò a guardarla sempre con la stessa espressione.
La ragazza si passò a disagio una mano nei capelli. «E’ tutto quello che sai dire?»
Guerriero sollevò le sopracciglia. «Cosa dovrei dire?»
Questa volta toccò alla ragazza apparire perplessa. «Non lo festeggi?»
«C’è forse qualcosa da festeggiare?» Chiese sardonico Guerriero. «C’è qualcosa di cui essere felici nella nostra condizione?»
«No, non c’è.» La ragazza si schernì sulla difensiva, abbozzando però subito un sorriso. «Ma si potrebbe tentare per un giorno di rendere l’atmosfera diversa. Per alimentare la speranza.»
Guerriero si lasciò andare sulla sedia, pensieroso a quelle parole. «Già. La speranza.»
La ragazza andò a sedersi accanto a lui. «Mio padre credeva in queste cose.» Cominciò a raccontare con dolcezza. «Anche quando le cose andavano male, cercava sempre di preparare qualcosa di speciale per quel giorno. Piccolo pensieri, oggetti senza valore che si preoccupava d’incartare per farci una sorpresa. Niente di che, ma erano sempre cose carine, che potevano farci brillare gli occhi. Come questa.» Da sotto gli abiti estrasse una biglia di vetro con all’interno dei brillantini. «Sono speciali, non per il loro valore, ma per quello che voleva trasmettere mio padre: calore umano. Era così felice quando vedeva sui nostri volti la sorpresa; non ho mai capito dove riuscisse a trovare oggetti del genere in un mondo arido come questo.» Un sorriso triste tirò le labbra screpolate. «Mi mancano quei momenti. Mi manca mio padre.»
Guerriero rimase in silenzio, rimirando la biglia nelle mani sporche di fuliggine. Sembrava rilucere ancora di più in contrasto con il nero polveroso sulla pelle.
«Lo faceva per noi.» Sussurrò la ragazza. «Sapeva che per dei bambini, l’unico modo per avere la forza di andare avanti era riuscire ancora a sognare. Avere per qualche istante la sospensione della realtà.»
«Avevi fratelli?»
«Uno, ma nella piccola comunità in cui vivevo, tutti gli adulti erano genitori dei bambini, quindi si può dire che eravamo tutti fratelli. Un’unica, grande famiglia.» Un risolino di piacere le fece vibrare la gola.
«E festeggiavate quel giorno tutti insieme?»
«No, solo i bambini. Degli adulti, solo mio padre lo faceva; gli altri lo ritenevano uno spreco di tempo, presi dal continuo lavoro della comunità. Erano sempre seri; gentili e premurosi, ma non li ho mai visti né ridere né sorridere.» Gli occhi si colmarono di mestizia. «E tu?» Si riscosse, cancellando i ricordi.
«Mai festeggiato. Quello che so del Natale l’ho letto sui libri o me l’ha raccontato Vecchio.» Disse distaccato Guerriero.
«E non ne hai mai sentito la mancanza?» Domandò Katrin con una vena di malinconica compassione.
Guerriero scrollò le spalle. «Come posso aver sentito la mancanza di qualcosa, se non l’ho mai provata?»
«Quand’eri piccolo Vecchio non te l’ha fatto festeggiare?»
Guerriero rise divertito al pensiero. «Non era il tipo: non si perdeva dietro queste faccende; era sempre impegnato nella sua ricerca, non poteva sprecare tempo per far divertire un ragazzino. Mi ha tenuto in vita e mi ha dato i mezzi per sopravvivere: non potevo pretendere di più.» Il riso si smorzò. «Non mi è mai passato per la testa di chiedergli di festeggiarlo: non credevo che si potesse fare festa.»
«Perché non lo ritenevi possibile?»
«Da quel che so, si fa festa in segno di ringraziamento. Il ringraziamento migliore per noi era arrivare a fine giornata vivi.» Commentò coinciso. «Tutto ciò che mi ha detto Vecchio sul Natale, era che eventi simili non erano altro che memoriali, l’ennesima strumentalizzazione di figure luminose, incentrando il significato della loro vita sulla nascita e sulla morte, ignorando come erano vissute.» La bocca tornò a piegarsi in un sorriso. «Se ne andava borbottando che quelle feste non erano state altro che un modo per sfruttare la gente e riuscire ad avere soldi.»
La ragazza ascoltò le sue parole con attenzione. «Anche mio padre mi ha accennato a qualcosa del genere. Diceva che in quel giorno, nel passato, la gente era solita scambiarsi dei doni, ma era diventato un gesto meccanico, fatto perché tutti lo facevano: i regali non erano donati con il cuore perché nessuno avvertiva più lo spirito di fratellanza e gratuità, perché nessuno riusciva più a essere felice; il piacere di far contenti gli altri sostituito dal fare il regalo più costoso per essere apprezzati.»
«Proprio come diceva Vecchio.» Mormorò Guerriero tornando ad aprire il libro.
«Quindi i tuoi Natali sono sempre stati uguali?» S’affrettò a domandare Katrin, non volendo far cessare la conversazione.
«Pressappoco.» Bofonchiò l’uomo sfogliando una pagina. «Erano giorni come gli altri.»
Rassegnata a passare da sola il tempo che restava per il ritorno al rifugio, la ragazza andò a cercarsi una lettura che la tenesse occupata.

Scuro in volto, Guerriero fissava la mappa sul tavolino.
«Maledizione.» Borbottò seccato.
Katrin sollevò la testa dal libro che stava leggendo. «Che cosa c’è?»
«Occorre trovare nuovi posti per le ricerche.»
«La libreria dove siamo andati in questi giorni non va più bene?»
Guerriero scosse il capo. «Non c’è niente di quello che cercavo.» Si concentrò sul foglio di carta, come se fosse un’equazione algebrica che non riusciva a risolvere. «Occorre guardare altrove.»
Katrin cercò di controllare il sospetto che cominciava a strisciarle nella mente. «Vuoi tornare verso il centro?» Domandò con voce carica d’apprensione.
«No.» Rispose Guerriero dopo qualche istante. «Quella zona non è ancora tranquilla e per un pezzo è meglio evitarla, almeno finché non saprò con certezza come stanno le cose. Ma, per il momento preferisco non fare sopralluoghi.»
La morsa che le stringeva il petto si dissolse. «Allora qual è il problema?»
«Che non so dove andare a cercare.» Poggiò i gomiti sul tavolo. «Significa che devo rimettermi a perlustrare in maniera più dettagliata le zone in cui sono già passato. Detesto fare i lavori due volte.» Concluse irritato.
«Tanto per oggi non puoi farci più niente.» Katrin poggiò lo sguardo sulla luce morente che lentamente andava scemando. «Cerca di non pensarci; domani è un’altra giornata e si vedrà.» Gli lanciò un sorriso d’incoraggiamento.
«Già, un altro giorno.» Appoggiò stancamente la testa allo schienale, chiudendo le palpebre per rilassarsi un attimo. Solo pochi minuti, prima di fare il controllo giornaliero dell’equipaggiamento.
Un pizzicore raschiò l’angolo dell’occhio. Portò la mano sulla palpebra, sentendo sui polpastrelli minuscole asperità sabbiose.
Sollevò il capo di scatto. Si era addormentato.
Ingoiò l’imprecazione che stava per lanciare, seccato per la mancanza commessa. Ma se voleva essere sincero con se stesso, doveva riconoscere che in quell’ultimo periodo il fisico e il sistema nervoso erano stati messi a dura prova; inevitabile che crollasse.
Sospirò, rassegnato ai suoi limiti umani. Stava facendo quanto era nelle sue possibilità, ma evidentemente non era sufficiente. Era stanco, più di quanto potesse immaginare, come se tutta la stanchezza passata si fosse riversata addosso di colpo.
Bloccò il gesto di adagiarsi nuovamente sul divano, i sensi all’erta.
C’era qualcosa di diverso nell’appartamento.
“Non posso pagarla per l’unica disattenzione che ho commesso.” Sentì la furia montargli dentro. “Non mi si può fare questo.”
Si tenne pronto a scattare.
La porta era sprangata, i catenacci al loro posto. Anche le imposte era chiuse, come sempre. Nessuno era entrato, altrimenti i rumori lo avrebbero svegliato. Eppure la sensazione permaneva.
Un luccichio alla parete opposta attirò la sua attenzione. Gli strali di sole che filtravano dalle finestre sbattevano su una sottile corda dai filamenti argentei posta sul piano del mobile a vetro.
Il giorno prima non c’era e mai c’era stato. S’avvicinò, osservando la pagliuzza che gli era rimasta in mano quando l’aveva toccata. Una sottilissima sfoglia che si piegava al minimo soffio.
Seguì la corda luccicante. Tutti i mobili ne avevano una attaccata.
Un prurito gli solleticò il dorso sinistro: alla sua mano ce n’era una legata.
Anche all’altra.
E pure alle gambe.
«Ma cosa…» Borbottò cominciando a guardarsi addosso per vedere se ne aveva altre.
Piroettando su sé stesso, arrivò nei pressi del corridoio che portava alle stanze, fermandosi quando incontrò Katrin sulla soglia.
La risata della ragazza allargò la sua espressione stupefatta, facendola ridere ancora di più.
«Che significa?» Domandò sempre più perplesso.
«Buon Natale.» Riuscì a dire Katrin con le lacrime agli occhi, prima che un altro eccesso di risa la facessero piegare in due.
«Eh?»
Katrin dovette sedersi sul divano.
Circondato dalle risa, Guerriero restò imbambolato al centro della stanza.
«Scusa, scusa.» S’apprestò a dire Katrin quando riuscì a ricomporsi. «Adesso ti do una mano.»
Con il riso strozzato in gola, tolse a Guerriero le funi filamentose, arrotolandole poi insieme a formare una corona e mettendosele in testa.
«Non sembro una principessa?» Chiese con un sorriso abbagliante.
«Che cosa sono?» L’espressione d’incredulità continuò a restare dipinta sul volto di Guerriero.
«Addobbi.» Katrin si mise a giocherellare con un pezzo della corona che le era sceso sulla fronte.
«E dove li hai trovati?» Domandò Guerriero cercando di ricomporsi.
«Sai il bagno della libreria dove siamo stati?» Katrin aspettò che assentisse. «Nel muro c’era un buco, abbastanza grande da far passare un uomo. Sono finita in un vecchio bazar; sai di quei negozi che vendono un po’ di tutto…»
«E che non hanno mai nulla che serve.» Concluse Guerriero.
Katrin arrossì. «Sì, esatto, uno di quelli.» S’affrettò a tagliare corto. «Dentro c’era veramente di tutto; sembrava un piccolo paese delle meraviglie.» Disse entusiasta. «Statuine, collane, perline fluorescenti, ceramiche, porcellane» continuò come un fiume in piena «sembrava d’essere in mezzo a una pioggia di colori. E…» si bloccò vedendo l’espressione accigliata di Guerriero «ho trovato questi addobbi. Li ho tenuti sotto la giacca per non farmi scoprire e farti una sorpresa.» Abbassò lo sguardo mentre le guance si facevano più rosse.
«Una sorpresa.» Mormorò Guerriero.
Katrin reclinò il capo da un lato. «Volevo farti provare cosa significa festeggiare il Natale, dato che non lo hai mai fatto; farti vedere qualcosa di diverso.» Portò le mani dietro alla schiena, come se si trovasse in grave imbarazzo. «Una sorta di ringraziamento per quello che hai fatto per me.»
«Io non ho fatto niente per cui…» Si schernì Guerriero a disagio.
«Mi hai salvato la vita e mi hai protetto senza chiedere nulla. Ti stai prendendo cura di me; come ha fatto mio padre. »
Guerriero guardò da un’altra parte, non riuscendo a sostenere il suo sguardo. «Non potevo lasciarti in quelle…condizioni. Non era…giusto.»
«Questo è per te.» Katrin lo interruppe, mettendogli le mani giunte a coppa davanti al petto.
«Cos’è?» Chiese l’uomo confuso, osservando la scatoletta rosso sgargiante con il fiocco bianco.
«Un’altra sorpresa!» La ragazza sfoderò un nuovo sorriso smagliante.
Colto di sorpresa, Guerriero sentì il cuore perdere un colpo, non sapendo come muoversi. «Cosa devo fare?»
«Prendilo! E’ tuo!» Lo esortò tendendo le braccia per dargli il regalo.
Impacciato, prese il pacchetto tra le mani segnate da calli e cicatrici. Titubante sfilò il fiocco, sollevando il coperchio e togliendo i fogli di giornale appallottolati. Riflessi dorati scintillarono quando un raggio di sole andò a sfiorare la sfera di vetro adagiata su stoffa dalle tinte scozzesi.
Pollice e indice afferrarono la dura superficie dell’oggetto, avvicinandolo al volto. Al suo interno, una stella dalle molte punte luccicava di brillantini aurei.
Rapito, continuò a rimirarla, facendola roteare lentamente tra le dita.
«Ti piace?» Chiese trepidante la ragazza.
«E’ molto bella.» Disse Guerriero assorto nello studiare la piccola sfera. «Dove l’hai presa? Sempre al bazar?»
Katrin scosse il capo divertita. «L’ha trovata tanto tempo fa mio fratello, in uno dei suoi viaggi in città.»
«Ma è tua.» Protestò fiocamente Guerriero.
«Io ho già la mia biglia personale.» Sorrise la ragazza. «Questa è fatta apposta per te. Ah-ah.» Alzò l’indice a monito. «Niente proteste: è molto scortese rifiutare un dono.» Aggiunse con espressione tra il serio e il faceto.
Guerriero continuò a passare lo sguardo dalla ragazza alla biglia.
Una risata cristallina riecheggiò nella stanza. «Beh, visto che ti piace così tanto potresti dire un grazie.»
Guerriero storse la bocca. «E’ da tanto che non uso più quella parola.» Disse seriamente.
La ragazza spostò il peso da un piede all’altro. «Mica l’avrai scordata: è tra quelle cose che una volta imparate non si scordano più.»
«E’ vero.» Ammise Guerriero. «Solo non ci sono più abituato. Come non sono più abituato a stare con un mio simile.»
Un silenzio imbarazzato cadde nella stanza.
«Credo che ormai non lo sia più nessuno.» Convenne in un sussurro la ragazza lasciando che una ciocca di capelli le scivolasse sugli occhi.
Guerriero deglutì per inumidire la gola secca. «Io ti ringrazio.» Riuscì a dire dopo che il primo tentativo era finito in un debole raschiare. «Mi ha fatto molto piacere questa…sorpresa.»
Le gote della ragazza si colorarono di nuovo di un soffuso rossore.
«Bene.» Lo prese per una mano. «Quello che ci vuole ora è una bella colazione.»
«Non credo ci sia poi tanto di bello in quello che abbiamo.»
Katrin lo trascinò divertita. «Tu sottovaluti le mie doti di cuoca. Vedrai cosa sono riuscita a preparare. Siediti.» Dal forno estrasse due piatti.
«Ecco qua la colazione.» Disse mettendogli davanti la propria porzione.
Guerriero fissò stranito il sorriso fatto di gallette che s’allargava nel piatto. Occhi fatti di frutta secca lo fissavano al di sopra di un naso di carne essiccata.
«Questa poi…»
«Te l’avevo detto che ero una brava cuoca.» Sorrise Katrin. «E non hai ancora visto il pranzo.»
«Un’altra sorpresa?» Azzardò Guerriero.
Katrin addentò una delle gallette. «Esatto, ma dovrà aspettare.»
Guerriero guardò fuori della finestra. «Il sole si sta alzando da un pezzo; meglio muoverci.»
«Oggi niente lavoro.» Disse categorica Katrin. «Non il giorno di Natale; un po’ di riposo ti farà bene.»
«Ma…»
«Niente ma.»
Guerriero la fissò contrariato. «Allora stiamo tutto il giorno chiusi qua dentro a non fare niente?»
«Possiamo far finta di essere una famiglia e passare la giornata a farci compagnia.» Allungò una mano per prendere il libro appoggiato sul piano del forno elettrico. «L’ho preso alla libreria: sembra carino. Ci leggiamo un racconto a testa. Come facevo con mio fratello quando siamo rimasti soli, per ricordare quello che mio padre faceva quando era ancora con noi.»
Guerriero fu sul punto di protestare, ritenendo insensato perdere un giorno per quella futile motivazione. Qualcosa però nei suoi occhi lo bloccò; anche se sorrideva, lo stava implorando di accontentarla. Disperatamente. Probabilmente se si fosse imposto avrebbe fatto quello che diceva lui, ma gli parve una cosa sbagliata. Nonostante rimpiangesse di non potersi occupare delle solite faccende, acconsenti.
«D’accordo.»
«Grazie.» Katrin tornò ad addentare le gallette con rinnovato appetito, come se stesse mangiando il miglior cibo del mondo.
Solo qualche ora dopo, mentre stavano leggendo i brani del libro, Guerriero s’accorse che senza fare nulla, le aveva fatto un dono; glielo leggeva negli occhi. Vedeva come lo guardava e come il suo sguardo era irradiato da un’espressione diversa dal solito: involontariamente aveva fatto rivivere per un giorno il passato, riportando uno spirito dimenticato in un appartamento di una città abbandonata.
Aveva reso felice Katrin.
Mentre la ascoltava dar voce alle parole scritte, cominciò a provare una sensazione strana, probabilmente dovuta al fatto di restare fermo a non fare niente. Ma presto cominciò a pensare che fosse altro: era il fare qualcosa di diverso. Era inusuale quello che avvertiva: soffuso e avvolgente.
Quando il sole s’apprestò a sorgere, Katrin portò in tavola la cena, fischiettando lo stesso motivetto che aveva cantato nella libreria. Guerriero sorrise di fronte al pasticcio fatto con carne e piselli in scatola; incredibile come il solito cibo potesse apparire sotto una luce diversa. Avevano riso commentando i racconti, continuando a parlare a lungo prima di coricarsi.
Nel buio della notte, rimase sorpreso d’avvertire la malinconia della fine di quel giorno. Era stato piacevole. Per un attimo si trovò a desiderare che tutti i giorni potesse essere Natale, che ci fosse sempre quella pace.
Osservò il cielo limpido.
Quando avrebbe raggiunto Luna Azzurra, sarebbe stato così.
Nel silenzio della stanza, con Katrin che dormiva acciambellata sul divano, guardando le stelle attraverso le assi delle imposte, gli parve di sentire un canto lieve levarsi nell’aria. Tese l’orecchio per sentire meglio, ma il suono era svanito.
Scosse il capo.
Doveva essergli rimasto impresso nella mente il motivetto della ragazza e magari anche qualcos’altro.
Quello era stato un giorno proprio strano. Ma gli era piaciuto.

L'arte come insegnamento

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La saggezza degli antichi ha sempre saputo, per chi sapeva ascoltare, dare insegnamenti e regole per vivere al meglio l’esistenza, consci che un cattivo rapporto con le cose e con se stessi creava squilibri interiori: ossessioni, compulsioni, depressioni, patologie della psiche. Per questo in tutte le culture del passato la saggezza era volta a mirare a creare l’equilibrio nell’uomo, a fargli raggiungere la centralità dell’essere: ogni mito, leggenda, favola, aveva il compito di dare un insegnamento su un particolare lato della vita. Compito che spettava allo stesso modo all’arte: musica, scultura, pittura, rappresentazioni teatrali. Tali elementi dovevano certo esaltare la bellezza, ma questa era un mezzo per riuscire a toccare le corde più intime dell’uomo, a far arrivare più in profondità l’insegnamento di cui erano depositari.
Nell’epoca in cui viviamo l’arte in ogni sua forma è stata svilita, banalizzata, messa da parte, ritenuta superflua, inutile. Un grave errore e non è la prima volta che avviene: quando in un’epoca si verifica questo fatto, l’umanità subisce un grave impoverimento, che va a colpire l’esistenza in ogni sua epoca.

La comparsa di uno squadrato pezzo di marmo in mezzo all’erba, seguito dopo pochi passi da un altro, li colse di sorpresa. Qualche metro ancora e si ritrovarono a camminare su un lastricato bianco, che si snodava sinuoso costeggiando i verdi boschetti della vallata. Piedistalli diroccati sorgevano in prossimità delle svolte del sentiero, appoggio di statue scomparse o distrutte, di cui non rimaneva più traccia.
Il viale lastricato, accompagnato dal profumo di fiori di campo, arrivò a una scalinata: i resti di bianche mura mostravano il perimetro di ciò che era stato un ampio e vasto complesso architettonico. Della grandiosità di un tempo rimaneva solo macerie coperte da edere.
Era un luogo abbandonato, ma vi aleggiava un’atmosfera di pace, come se la presenza di quanto era stato non se ne fosse andato, continuando a permearlo.
La curiosità e il fascino del luogo fecero salire gli scalini scheggiati e sbucciati; i pilastri, un tempo sostegno ai cancelli d’ingresso, splendevano nel loro candore. I resti dell’arco che univa le due colonne erano sparsi nello spiazzo che si estendeva davanti ai cinque.
Guardandosi intorno come bambini in una casa nuova, arrivarono di fronte a un piedistallo alto due metri, dalla ampia base, l’attenzione attirata dalla placca metallica posta sulla sua facciata: i rampicanti non erano saliti sulla sua superficie, risparmiata dalla ruggine e dal trascorrere delle stagioni; solo una leggera patina oscurava la brillantezza della lastra, lasciando leggibili i simboli che vi erano incisi.
Ghendor lasciò scivolare le dita sulle linee elaborate, osservandole attentamente.
«Riesci a capire cosa c’è scritto?» Chiese Reinor.
Il Messaggero continuò a fissare le lettere. «E’ una lingua antica, di cui sono rimaste poche tracce: proverò a tradurla, ma ho bisogno di qualche minuto per farlo.»
Mentre il Messaggero era intento a tradurre l’antico testo, i restanti quattro si guardarono attorno.
«Cosa sarà mai sorto in questo luogo sperduto?» Domandò Periin passando accanto ad Ariarn.
«Un santuario.» Giunse la voce di Ghendor alle loro spalle. «Lo rivela la scritta sulla placca: era un luogo di culto e preghiera.»
«Apparteneva all’Ordine?» Chiese Ariarn.
Il Messaggero si fece meditabondo. «Non lo so. Non ci sono riferimenti all’Ordine, anche se in quanto scritto s’avverte la presenza dello spirito della Rivelazione. O forse si tratta di una mia interpretazione: non ci sono segni o riferimenti che confutino la mia sensazione.»
«Cosa dice l’iscrizione?» Lerida gli si fece vicina.
«La mia non è una traduzione precisa, ma il significato è questo:

Benvenuto amico in questo sacro terreno
Qui troverai per il corpo riposo e per il cuore ristoro
Lascia ogni preoccupazione e fardello sulla strada percorsa
A nulla giovano allo spirito
Lascia che sia libero e leggero di andare a cercare se stesso
E una volta trovatolo vivrai in pienezza
E’ quanto troverai una volta qui giunto

Un posto per quietare le tue ansie e quelle del mondo
Perché nel silenzio tu possa percorrere il varco che è la tua anima, l’immagine del tuo essere
E vedendola tu l’ami e la desideri maggiormente
Perché tu possa crescere ed essere quello che sei e puoi essere
Nella serenità di questo luogo tu possa rispecchiarti in essa
Come uno specchio che rimanda la sua immagine riflessa
E capire che è un tutt’uno con te
E che è più grande di te perché non viene dal luogo del tuo corpo
Comprenderai che anche tu sei più grande di ciò che sei

Ti è donato gratuitamente, senza pegno
Per farti guardare dove stai andando e scegliere meglio la via
Non essere turbato dai turbamenti interiori avviso di cambiamento.
Sono come diluvio che spazza via l’inutile e fa emergere l’importante
Per farti essere un uomo nuovo migliore del vecchio

Qui amico non troverai maestri, ma fratelli, esseri come te
Con gli stessi intenti, la stessa spinta, disposti a fare il tuo stesso percorso
Non troverai avversari da superare né nemici da combattere
Non esistono qui, dimorano solo nel tuo cuore
Sei tu l’unico avversario da superare, sei tu il nemico da sconfiggere
Armato inutilmente di vecchi e logori atteggiamenti e abitudini
Cammina leggero, privo di pesi

Segui il tuo cuore, le tue intuizioni
Non credere che siano le cose o gli altri a poterti dare quello che cerchi
Questo non è in loro potere
Non possono darti quello che hai già e che devi solo scoprire
Sii saggio con quanto donato, usalo nel modo giusto
Desidera, ma non bramare, perché una fiamma peggiore del fuoco non ti consumi
Moderazione ed equilibrio siano il tuo motto e anche compassione
Mai il tuo pugno per punire e la tua bocca per sentenziare
Lascia queste cose del mondo a chi non ricerca la vita

Presta attenzione a quanto ti è attorno
Impara dalla natura, dagli animali, dalle stelle, dalla luna e dal sole
Dal vento, dall’acqua, dal fuoco e da quanto esiste
Ascolta la voce che ti sussurrano, ascolta il loro spirito
Perché porti seme fertile in te
Comprendi la parola che più che sentire percepisci e diventalo tu stesso
Per te e per gli altri, perché così il mondo diventi armonia

«Questo è quanto.» Concluse Ghendor
«E’ stupendo.» Concluse Lerida assorta dalle parole.
«Sì, è molto bello.» Convenne il Messaggero.
Periin sbuffò. «Ora che vi siete trovati d’accordo sulla sua bellezza, possiamo andare? Avremmo fretta e molta strada ancora da fare.»
Ripresero a inoltrarsi nei ruderi, passando accanto ai resti di muri e giardini, dove panche e tavole scolpite erano ricoperte da muschio.
Superati i gruppetti d’alberi che affiancavano l’ingresso, si ritrovarono in una vera e propria cittadella; la natura si stava riappropriando di quanto era proprio, ma l’impronta di chi era vissuto in quei luoghi era ancora evidente.
«Dev’essere stato splendido quando la gente viveva qui.» Disse Lerida. «Sarei curiosa di sapere com’era questo luogo quando era intatto.»
«Sarebbe bello avere il tempo di studiare questi reperti. Dall’antichità si rivelano cose sorprendenti, pezzi mancanti della storia che permettono di capire meglio il presente.» Disse Ghendor camminandole accanto. «Secondo gli studi archeologici, le zone dei santuari avevano una disposizione predefinita. Vicino ai cancelli si trovavano le sale per dare accoglienza ai pellegrini. Accanto erano situati gli edifici del personale che si occupava dei servizi per persone e strutture.» Si voltò a guardare indietro. «Il grande spiazzo appena superato era la piazza dove la gente s’incontrava per discutere e rilassarsi all’ombra delle piante.
Nei nostri tempi non si usa quasi più, ma nell’antichità non c’era solo la parola e la scrittura per dare insegnamenti, far comprendere la morale, l’etica o altro: erano usate rappresentazioni visive e sonore. Quadri, statue, melodie, rappresentazioni teatrali. I piedistalli che abbiamo incontrato erano supporti di statue: aiutavano le persone a riflettere e a capire meglio quello che erano venuti a cercare in questo luogo. Non so se sei stata a Nhal: nel tempio della città c’è un antico dipinto che ha la stessa funzione.
Questa metodologia non è stata portata avanti e si può affermare che rispetto al passato abbiamo fatto un passo indietro. Quel periodo può essere ritenuto un’età dell’oro, una fonte immensa di saggezza, dove da tutto si poteva imparare qualcosa; gli artisti in quell’epoca avevano gran rinomanza e un certo peso anche nell’insegnare. Ora tutto è sulle spalle dell’Ordine, con qualche sporadico aiuto degli atenei.» Fece cenno davanti a sé. «Qui sorgevano le biblioteche, a cui ognuno poteva accedere.»
Seguendo il lastricato passarono accanto a un bosco che s’insinuava in profondità nell’area delle rovine. Superata la massa verde, lo spettacolo che li accolse tolse il fiato.
Baciata dai raggi del tramonto la struttura che si stagliava contro il cielo pareva prendere fuoco: il tempio più grande che avessero visto. Persino nella rovina mostrava la sua magnificenza.
Possenti e slanciate colonne salivano alla volta azzurra, lo slancio interrotto o dalla natura che le aveva spezzate o dal tetto che sostenevano. Il frontone riccamente abbellito da bassorilievi di vita silvestre, mostrava una suggestiva rappresentazione dell’esistenza al tempio: cavalieri, portatori d’acqua e offerte, fanciulle intente in danze e canti, saggi anziani con libri aperti nelle palme delle mani, bambini che giocavano con animali. Il momento di vita raffigurato sembrava essere un rituale d’avvicinamento dell’uomo a qualcosa di superiore.
Seguendo il sentiero alberato arrivarono a inerpicarsi sulla scalinata del muraglione che faceva da base al tempio, procedendo in uno stretto passaggio tra muri, che portò a un piccolo ingresso a colonne, quasi un tempio minore che annunciava l’arrivo in quello più grande. Superatolo, si trovarono davanti ai resti del recinto del tempio: le delicate e aggraziate aste di metallo, assieme al cancello, erano a terra contorte e corrose dalla ruggine.
Ammirati dalla bellezza decadente, superarono l’ingresso non più chiuso da portoni, camminando sul pavimento pieno di sottili crepe. Lungo la superficie erano disseminati i ruderi dei muri e del tetto; sprazzi di colore sulle pietre erano fantasmi di mosaici e dipinti.
Statue, panche, candelabri, accessori per il culto: tutto era svanito. Sul fondo restava il basamento dell’altare e alle sue spalle l’unico muro ancora in piedi.
Gli ultimi strali di luce filtrarono attraverso gli spazi liberi del santuario prima di smorzarsi e lasciare il passo all’incedere della notte.
Una pace silenziosa pervadeva tutto quanto.

Centralità dell' Essere

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E’ davvero difficile nella vita raggiungere il nucleo dell’Essenza; alcuni la chiamano ricerca di Dio, della Verità, dell’Amore. Tanti parlano di questi elementi, come se fossero materia di studio, di cui bisogna aver cultura; un accumulare conoscenza che non serve per vivere.
Ed è questo un fattore da prendere in considerazione: se la conoscenza non aiuta a migliorare le condizioni di vita, l’esistenza, allora non serve a niente, serve solo alle persone ad aumentare il proprio ego, a sentirsi colti e importanti.
Un altro elemento è da prendere in considerazione, un fattore che evidenzia in modo chiaro tutte le mancanze del tempo in cui si sta vivendo: più si parla di una cosa, più quella cosa è assente nella vita di quella persona. E’ quello che avviene nella nostra epoca. Si parla tanto di Dio, di Amore, ma l’uomo ha voluto allontanarli dalla sua vita, volendo seguire simulacri falsi.
Si è perso il senso dell’esistenza; si è divenuti come burocrati, come farisei: ligi a regole schematiche che rendono tutto più complesso. Automi capaci di applicare leggi e sistemi, ma incapaci di comprendere la centralità dell’essere.
Non c’è più passione, interesse nel fare le cose, solo guadagnare più soldi o raggiungere posizioni di una certa rilevanza e prestigio. E su queste basi si scelgono e si costruiscono i rapporti con le persone: non si cerca e accetta un individuo per ciò che è, ma per quello che può dare e per come appare agli occhi del mondo, convinti che scegliendo un “buon partito” si dimostri che si è delle persone di valore; brave persone che meritano di essere stimate.
Quanto ci si appoggia e si dà peso al giudizio degli altri, quanto ci si basa sull’apparenza.
Si parla tanto di diffondere cultura, consapevolezza tra i giovani, specie d’insegnargli valori, come ad amare la lettura, ma come si può trasmettere passione a un giovane se non si possiede personalmente questa passione? Non è possibile, dato che, salvo le piccole librerie mandate avanti da amanti del libro, i libri sono visti come merce, materiale che porta guadagno e i commessi svolgono quel lavoro per avere uno stipendio, perché è un lavoro come un altro. E nelle biblioteche la cosa non è diversa: i bibliotecari sono organizzatori di disposizioni di scaffali, conoscitori di leggi, decreti e disposizioni ministeriali, magazzino di un sapere che occupa tanto spazio e che non dà nulla. Perché le leggi che devono sapere, come la politica, sono tante parole per non dire niente, togliere lo spazio a ciò che è veramente importante.
E ormai tutto sta divenendo così, ci si sta smarrendo nel Nulla. Così direbbe Michael Ende: questo ha mostrato attraverso La Storia Infinita, una favola piena di meraviglia, capace di far sognare e fantasticare, di portare in mondi nuovi, di creare mondi nuovi, di spingere verso confini sconosciuti, perché è questa la Fantasia.
Ma pochi, solo i puri di cuore, possiedono ancora questa scintilla di creazione; i più delle persone sono servi del potere, senza volontà e irriconoscibili, che inducono gli uomini a comprare cose di cui non hanno bisogno, o a odiare cose che non conoscono, o a credere cose che li rendono ubbibienti, o a dubitare di cose che li potrebbero salvare, come direbbe Mork, il feroce, spietato, ma anche saggio Lupo Mannaro. Bugie e menzogne, aggiungerebbe, manie, idee fisse, immagini d’angoscia, là dove non c’è motivo d’angoscia; idee di disperazione, là dove non c’è ragione di disperarsi; desiderio di cose che poi li fanno ammalare.
Se la gente potesse vedere cosa realmente è, che cosa farebbe? Come si comporterebbe? Che cosa succederebbe se arrivasse dinanzi alla Porta dello Specchio Magico? Una porta sia aperta sia chiusa, che non è nè di vetro nè di metallo, dove ci si vede rispecchiati, ma non come in uno specchio comune: non si vede il proprio aspetto esteriore, ma il proprio io interiore, come è in realtà. Riuscirebbe a passarla, a superare la prova come ha fatto Atreiu, oppure fuggirebbe urlando di terrore?
E’ una domanda a cui si può dare risposta solo affrontandola, ma pochi riescono ad arrivare a entrare in se stessi: i più non lo prendono nemmeno in considerazione.

Il pensiero si volse ai nuovi giunti. Le loro emozioni erano molto forti, ma non avevano Doppi; non avevano similari creati dalle energie promanate che gli aleggiavano attorno: a loro nel Mondo Spirituale corrispondeva una figura chiara e distinta. E molto potente.
Si trovava davanti degli spiriti. Non spiriti umani, perché di essi non ne esistevano, ma potenti incarnazioni di essenze astratte.
C’era lo spirito nero, il Mietitore: un’ombra indistinta che si modificava costantemente, impregnata dell’essenza mortifera e unita allo spirito oscuro della notte. E di essa, anche se impensabile per un’essenza così tagliente, aveva pure la parte sognante e incantata. Conosceva gli spiriti della morte ed erano qualcosa di freddo, distaccato, a volte feroce; ma non questo. Per quanto non dubitasse del suo essere letale, le venature grigie che solcavano il punto dove in un corpo umano ci sarebbe stato un volto, gli davano un che di malinconico, come di chi fosse costretto a fare qualcosa che non gli piaceva. La Morte Triste, poteva chiamarlo. Davvero inusuale, dato che la morte non aveva compassione.
Al suo fianco aveva visto la presenza dello spirito guardiano. Un guerriero avvolto in un’armatura lucente, un grosso scudo d’acciaio assicurato alla schiena e una spada bruciante di sacra determinazione al fianco. Attraverso la visiera dell’elmo si scorgevano due fulgide fessure, capaci di scorgere e trafiggere le intenzioni malvagie, riducendole in cenere. Una figura protettiva e minacciosa, a seconda di ciò che c’era nel cuore di chi gli stava davanti; una forza pronta a combattere senza remore in nome della giustizia.
Subito dietro al guardiano era venuto lo spirito più luminoso del gruppo, che allontanava le tenebre, ma non come lo faceva il sole: la sua era una luce costituita da raggi di conoscenza, comprensione, carità, disponibilità. Il tipo di spirito che si donava agli altri, che aiutava a crescere e a progredire. Era tra i più rari nel Mondo Spirituale: compariva solo in certi periodi. Un’apparizione che preannunciava l’avvento di cambiamenti.
In ultimo veniva il più potente, perché era lo spirito del Potere stesso. Una figura di pura energia, senza forma, come una grossa polla d’acqua che si muoveva sulla terra. Pulsava di una luce azzurra e bianca, che s’accumulava sempre di più verso l’interno, come se si stesse preparando a scatenare l’intero potenziale dell’Essenza stessa. Possedeva talmente tanta energia che poteva essere capace di distruggere un mondo. O di crearlo.
Quei quattro erano qualcosa di particolare. Sarebbe occorso del tempo per comprendere appieno la loro natura.
Poteva essere che quegli spiriti fossero sfuggiti dal mondo spirituale e si fossero legati alle anime di uomini in maniera da divenire un tutt’uno? C’erano stati dei casi simili nella storia. Alcuni tra i più spietati assassini erano tra questi: uomini a cui si erano uniti spiriti dell’omicidio. Un paio dei più grandi condottieri di tutti i tempi avevano subito l’unione con lo spirito della guerra.
Potevano essere così anche per quei quattro? Oppure la forza interiore di cui disponevano era tale da far divenire una parte di loro uno spirito? Si sarebbe trattato di un evento nuovo, unico.
Accantonò il pensiero.
Lo spirito indecisione era spuntato da dietro gli alberi, tremolante a qualche metro da lui, titubante su cosa fare.

Sentimenti smarriti

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Dietro l’aspetto esteriore della realtà, delle persone, si nascondono mondi sconosciuti. Mondi che ad ogni istante mutano, sono un continuo divenire, una creazione che si sviluppa ad ogni istante. L’uomo moderno ha sempre presunto di essere il vertice dell’evoluzione, credendo di essere fautore del proprio destino, capace di modificare a proprio piacere ciò che lo circonda e di poterlo piegare ai suoi voleri, dimentico che è una creatura relativamente giovane rispetto a essenze che sono l’eternità. Lui, così pieno di sè, ignora come esistano creature che sfruttano le energie che inconsciamente sviluppa, che se ne nutrono per crescere, per divenire essenze che da parassiti bisognosi di altre creature per sostenersi diventano dominatori che controllano ogni cosa.
L’uomo crede che solo le sue azioni, la sua volontà cosciente possa creare, inconsapevole di come anche le sue emozioni possano influire sull’ambiente e condizionarlo, arrivando a trasfigurarlo; alle volte emozioni e sentimenti, se particolarmente forti possono persistere nel mondo anche dopo la scomparsa delle persone che le hanno generate e vagare smarrite alla ricerca dell’ancora cui erano aggrappate, nuove esistenze che si muovono invisibili in un’apparenza che rimane immutata.
Per questo alle volte, quando si giunge in certi luoghi, si è raggiunti da emozioni improvvise che fanno cambiare l’umore e non se ne riesce a comprendere la ragione.
Tutto nell’esistenza produce effetti: perciò nulla va dato per scontato, perché anche un semplice e fuggevole pensiero ha il potere di cambiare il corso della vita.

Le vie erano rischiarate dalla luce dalle case ove la gente si era riunita per consumare il pasto serale.
A parte qualche ritardatario erano soli: nessuno avrebbe interferito, tanto meno nel posto dove erano diretti. Un luogo evitato come un uomo appestato, ritenuto maledetto e infestato da presenze maligne, considerato di cattivo auspicio anche solo passare accanto a esso. Un’area abbandonata, lasciata alle sole cure del tempo: una costruzione colpita dalla malvagità umana e che colpiva con sottili dita invisibili, avvinghiando lo spirito umano in legacci risucchianti forze e trascinanti in baratri oscuri.
Storie raccontate da vecchi; favole per bambini e menti suggestionabili, avrebbero commentato i più, sempre attenti però a non farsi mai trovare da soli nei pressi dell’area maledetta. Perché tutti intuivano che esisteva un fondo di verità.
Il lungo e alto muro che delimitava il cimitero comparve dietro l’angolo del palazzo: una linea retta e omogenea che si perdeva nei meandri della via priva d’illuminazione.
Camminarono veloci e silenziosi, i sensi all’erta. Le inferriate del cancello di ferro battuto comparvero innanzi a loro all’improvviso, scheletriche e acuminate, aprendo lo sguardo sul terreno del riposo dei morti. Nessuna fiammella bruciava nelle tenebre, solo buio e alle pareti alcove ancora più buie, simili a buchi senza fondo. Le lapidi sul terreno erano rare e solitarie sagome, ricordi di cui nessuno aveva più ricordo; defunti di cui nessuno aveva più memoria.
«Entriamo.» Disse Rentar passando tra le sbarre allargate del cancello.
All’interno del perimetro le erbacce crescevano andando a coprire i bassi tumuli dove un tempo risiedevano le bare, avvinghiandosi sulle pietre tombali dalle incisioni consumate.
Percorsero il vialetto lastricato a malapena visibile, cercando di non far rumore.
«Cosa dobbiamo fare?» Chiese Reinor quando furono al centro del cimitero.
«Aspettare.» Rentar chiuse gli occhi, lasciando che la vista sul regno spirituale si aprisse e svelasse la sua visione.
Un muro di nebbia s’era levato oltre le mura del luogo di sepoltura, separandolo dal resto del mondo, come se fossero stati proiettati all’interno di una sfera dalla bianca superficie. La recinzione e la vegetazione erano sparite. Piccoli buchi neri erano sospesi a mezz’aria e nel terreno desertico su cui camminavano: alcuni grandi come fori di pozzi, altri come quello di un secchio. Figure sottili come fumo dalle grosse teste s’aggiravano sperduti attorno a loro, entrando da una parte delle scure aperture e spuntando dall’altra parte dopo qualche tempo; parodie d’anime in pena che si muovevano senza accorgersi di quanto stavano facendo, prive di qualsiasi memoria o coscienza di sé. Le braccia penzoloni, lunghe fino alle ginocchia, si sollevavano di tanto in tanto, come se avessero riconosciuto qualcuno, ma il loro sguardo restava sempre perso e atono. Le grandi orbite nere dei volti smunti svettavano prominenti nelle teste dal cranio troppo sviluppato.
Ogni tanto un velo nero, simile a un ammasso di stracci volanti, s’attorcigliava attorno a quegli spiriti e li inglobava, facendoli sparire. E quando questo avveniva, da un buco oscuro ne usciva uno nuovo che continuava a girare nei suoi pressi finché non era di nuovo inglobato.
C’era molta tristezza in quelle presenze, ma nessuna raggiungeva quella generata da spiriti più piccoli che arrivavano a malapena alle gambe degli altri, simili a tanti fantasmi con il volto paffuto e tondo, con occhi sgranati appannati dalle lacrime; spiriti probabilmente nati dalle tombe di qualche bambino morto prematuramente. Se ne stavano seduti per terra, mogi, lo sguardo che si muoveva senza pace, gettando ogni tanto un flebile suono inarticolato che ricordava la parola mamma.
Rentan prese ad aggirarsi con lo sguardo alla ricerca di qualche traccia; l’unica rilievo fu la presenza d’altri spiriti che subito non era riuscito a scorgere tanto erano sottili e simili a stracci logori stesi a terra. Se ne stavano immobili, confusi con la polvere e le crepe, rassomiglianti a grandi facce sul punto di squagliarsi, smunte e depresse.
Dimenticanza, abbandono, solitudine, oblio: di tutto questo si era impregnato il Mondo degli Spiriti. Un’essenza negativa che aveva risvolti sul mondo materiale, ma che non aveva niente a che fare con quello che cercavano.

Non sempre la realtà è ciò che appare

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Spesso le apparenze inganno e altrettanto spesso, dietro una facciata, si nascondono verità che non si sospettano. Quanto di ciò che si vede è apparenza e quanto è realtà? Difficile dirlo, almeno per chi si sofferma solo alle apparenze: saper cogliere le sfumature e soprattutto vedere oltre la facciata non è una qualità che tutti riescono a raggiungere. In alcuni individui può essere una capacità innata, altri possono svilupparla con la pratica o vivendo certe esperienze; di certo quando questo si verifica cambia il modo di guardare, come se si acquisisse una seconda vista. E allora nuove realtà si aprono davanti agli occhi: mondi nuovi, come se si capitasse in un pianeta alieno tanto è forte lo spaesamento di fronte alla verità che ci si para davanti. Perché dietro la facciata edulcorata di un mondo d’apparente pace ed equilibrio può celarsi una fossa di cadaveri o la distesa dell’inferno. Sepolcri imbiancati, si sarebbe detto in passato, all’esterno belli da vedersi, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni putridume.
Molti sono davvero convinti, e così vogliono far credere per tirare acqua al loro mulino, che questo sia il mondo migliore, l’Eldorado, fare di una menzogna un’illusione nel quale imprigionare le persone. Ma se le persone potessero vedere, se gli cadessero le squame che hanno sugli occhi, sarebbero ancora disposte a sottostare a certe regole? Sarebbero ancora inermi strumenti, fautori inconsapevoli di un mondo da incubo che alimentano con le emozioni e le emanazioni che scaturiscono da pensieri, parole, azioni? Perché tutto, anche il fattore più insignificante interagisce con il grande corpo che è la vita. Anche se non si vede.

La città gli faceva questo effetto. Cresciuto nella campagna e negli spazi aperti, i centri urbani lo soffocavano. Non riusciva a capire come tante persone riuscissero a viverci: era Caos, frenetico e senza senso. La gente si muoveva in continuazione, senza uno scopo, senza dare un senso all’esistenza; tanti ingranaggi che non sapevano cosa facevano funzionare.
Perciò nel passato era stato un sollievo allontanarsene, lasciare un luogo in apparenza splendente, ma che in realtà celava una gran miseria.
Anche adesso, con gli occhi chiusi, poteva vedere la realtà che si celava sotto la superficie: un mondo in cui s’aggiravano spiriti smarriti, vaganti senza meta, lo sguardo perso nel vuoto, girovagando per strade con edifici grigi e smunti, le pareti sciatte e trascurate. Vicoli sporchi, pieni di crepe in cui s’insinuavano spiriti del sotterfugio, della menzogna; piazze pullulanti di grossi spiriti accidiosi, boriosi nell’essere scialbe melme tremolanti e sbavanti.
La città era un deserto d’alte pietre, popolato di fantasmi tristi e tetri; persino in pieno pomeriggio il cielo era uggioso e crepuscolare.
Pochi erano i luoghi splendenti in Hatieven. Anche i palazzi che la gente credeva oasi idilliache erano specchi deformanti: dall’altra parte del confine si trovavano solo paludi stagnanti abitate da presenze striscianti e parassitarie.
Chissà se la popolazione avrebbe ritenuto ancora di vivere in uno dei migliori posti del mondo se avesse avuto la possibilità di vedere con i suoi occhi. Non che fosse così solo Hatieven: tutte le città lo erano e la gente si ostinava ancora a viverci, intristendosi e angustiandosi l’esistenza.
Non sarebbe mai riuscito a capire quella scelta di vita e non sarebbe stata l’unica cosa.

Frammenti di mondo 4

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Certi luoghi acquistano rinomanza per via dei fatti di cui sono stati palcoscenico: grandi gesta, atti d’eroismo o d’efferata crudeltà e violenza.
Percorrere quello che è stato un campo di battaglia può far tremare il cuore, scosso dallo spasmo del coraggio di guerrieri che si sono scontrati tra colpi e schizzi di sangue. Entrando in una casa dove c’è stato un omicidio o un suicidio si può avvertire un senso di disagio, d’ansia, la spinta ad allontanarsi dal posto dove la morte è stata protagonista.
Con il passare del tempo le storie che li riguardano perdono nitidezza, i contorni si fanno più indefiniti e sbiaditi: le vicende narrate diventano racconti, i racconti leggende.
E’ l’immaginazione umana che rende certi luoghi pregni di un’atmosfera capace di sopravvivere per generazioni, caricandola di un’aura che sa di soprannaturale. Una proiezione dell’interiorità che non si riesce a comprendere.
Ma può succedere che a forza di crederci i luoghi si trasformano per davvero, divenendo quello che la gente vuole; paesaggi da sogno, luoghi di pace, ma anche zone da incubo, dove sembra che ci siano entità pronte a braccare e strangolare.
L’uomo è capace di ciò perché è un Creatore, ma spesso è inconsapevole di questa sua natura e gli riesce più facile demandare questa responsabilità ad altri, il più delle volte entità superiori, Dei, che forgiano il mondo.

Il Bosco delle Paludi.
Ripide pareti di canyon racchiudevano paludi mortifere. Acque stagnanti lambivano radici d’alberi contorti. Colline impervie fitte di vegetazione. Montagne statuarie dalla dura scorza rocciosa.
Una costante foschia ammantava tutto, un alone di morte che sembrava prosciugare la vita con il suo semplice soffio.
Una costante foschia ammantava tutto, rendendo ancora più angosciante il suo paesaggio, un alone mortifero che sembrava prosciugare la vita con il suo semplice soffio.
Il clima soffocante e malattie causate da venefici insetti, erano i nemici meno visibili dell’aspro territorio, ma non per questo meno temibili delle bestie cresciute al suo interno: temprate dal duro habitat, cresciute costantemente a fianco della morte, avevano acquisito una forza e un’astuzia superiore ai normali animali selvaggi.
Molti racconti folcloristici narravano di creature leggendarie che dimoravano in quelle terre dalla notte dei tempi, la loro vita prolungata per molte esistenze umane: esseri che parevano usciti dai miti più antichi, creature delle favole più oscure dove i personaggi che li incontravano non andavano incontro a una lieta fine. Mostri volanti, creature delle paludi, bestie tutte artigli e denti, serpenti capaci di sradicare alberi: vi era tutto il corollario del folclore umano a raccontare i misteri e i pericoli del Bosco delle Paludi.
Tante erano le storie e le leggende di quel luogo, dagli spargimenti di sangue più cruenti alle imprese eroiche più disperate, ma ve n’era una che più di tutte era raccontata, quella che meglio rappresentava quella terra; non esisteva uomo che, conoscendo il Bosco delle Paludi, non sapesse tale racconto.
Si narrava che negli eoni passati, quando il mondo era ancora giovane e nuovo, chi lo aveva creato, alla fine dell’ingente lavoro, si era ritrovato a contemplare l’opera, ammirandola in tutte le sue sfumature. Ci mise molto tempo per rimirarla nella sua interezza, ma che cos’era il tempo per chi era nell’eternità?
Quando la sua mente decise che occorreva dare un tocco in più al mondo, si ritirò per meditare, ma mentre si allontanava la sua attenzione fu colta da alcune briciole: inginocchiatosi le sollevò per vedere di cosa si trattava. Sparsi nel palmo della sua mano vi erano boschi, paludi, canyon, colline, montagne: tutti rimasugli di quanto era stato creato. Con la mente indirizzata altrove, non sapendo cosa farsene di quegli scarti, li appallottolò insieme e se li buttò alle spalle, non curandosi di dove andassero a finire e dimenticandosi subito dell’accaduto.
Il pallino di materiale primordiale volò per l’universo e andò a depositarsi nel mondo, formando il Bosco delle Paludi. Alcune versioni suggerivano che a seguito di questa mancanza, la caoticità era entrata in un mondo fatto di perfezione ed equilibrio, dove tutto sarebbe scorso fluido e incorrotto fino alla fine dei giorni. Filosofi e teologi sbuffavano quando sentivano proferire queste parole, ma la maggior parte della gente preferiva ascoltare questa favola piuttosto delle lunghe prose su cui disquisivano i saggi.