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Malattie e società

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In un post di tempo fa scritto che la società in cui viviamo è una malattia; malattia che ha tante forme per colpire. Lo stile di vita che si attua condiziona la salute di una persona e può influire in maniera più o meno grave: depressioni, stati psicologici ossessivo-compulsivi, tumori.
Ciò su cui mi sono soffermato ad analizzare è solo una fetta di una grossa torta poco gradevole. In un altro post ho parlato dall’Alzheimer, una malattia che sta prendendo sempre più piede: il numero di persone colpite cresce esponenzialmente, i dati riportati danno un quadro della situazione allarmante.
Riassumendo in breve come agisce questo morbo, si tratta di un’involuzione: parti del cervello smettono di funzioanre, come quando avviene un black out in una città e si cominciano a spegnere le luci, partendo dal centro fino ad arrivare alla periferia. Si perde la facoltà d’agire da soli; si riesce a mantenere una certa autonomia finchè i neuroni a specchio funzionano.
E’ questo il punto che mi fa riflettere.
Un neonato sviluppa le proprie facoltà partendedo dall’imitazione, facendo ciò che vede fare: da lì si sviluppano i processi mentali conosciuti e che permettono di divenire una persona indipendente. Col malato d’Alzheimer si va a ritroso: invece di crescere, si decresce.
Ma come si arriva a questo punto? Quali sono le cause?
Genetiche? L’alimentazione? I conservanti o le manipolazioni genetiche avvenute nel cibo? L’inquinamento?
La medicina sta cercando di scoprirlo.
Quanto riporto è una riflessione personale, non ha nulla di scientifico: è solo una riflessione nata da un’osservazione.
Viviamo in una società dove poca gente ragiona con la propria testa, appoggiandosi a quanto dicono gli altri: una grossa fetta d’influenza viene dai media, specie la televisione. La gente si adegua a quando trasmesso da tale mezzo, magari anche inconsciamente (la goccia che cade sulla roccia e che lentamente la frantuma): si seguono mode (di parlare, di vestire, di comportanrsi), ci si adegua a modi di pensare che non sono propri, ma quelli voluti da chi sta in alto, considerato portatore dei valori e dei voleri della maggioranza.
Media, famiglia, amicizie, lavoro: sono tutti sottosistemi facenti parte di un sistema più grande, che bombardano, sollecitano costantemente la mente umana. In un ambiente del genere i neuroni specchi sono portati a un lavoro continuo, sono sovraccaricati. Si sa che essere sempre sulla corda, senza mai un attimo di pausa comporta un crollo: è naturale. C’è sempre un prezzo da pagare, prima o poi.
Se ciò è vero, questo modo di vivere comportante un continuo adeguarsi e imitare può predisporre, se non far scaturire, questa malattia che si fa sempre più largo e colpisce fasce d’età sempre più giovani (oggi ci sono casi di persone colpite sotto i sessant’anni, non solo oltre gli ottanta o i settanta). L’uso smodato dei neuroni a specchio porta l’atrofissazione delle altri parti del cervello; può esserci un nesso tra i fattori appena elencati.
Certo, scoprire una cura a questa malattia è importante; anche solo trovare un modo di bloccarla e non farla evolvere. Ma più di tutto occorre lavorare sulla prevenzione. Alle volte uno stile di vita equlibrato conta molto di più delle medicine; uno stile di vita naturale, che rispetta l’individuo per ciò che è (ognuno deve essere se stesso, non esiste la ricetta universale: deve trovare ciò che lo fa stare al centro dell’essenza che possiede), rende felici e quindi sani. Non è un caso che quando si è felici si sta meglio e quindi più resistenti alle malattie (quando non ci si ammala affatto).
E questo comporta un’altra deduzione: se ci sono tante malattie, significa che le persone non sono felici dell’esistenza che conducono.
Il sistema di vita tanto decantato e pubblicizzato è sbagliato.

Frammenti di mondo 3

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Un novembre di nebbia e pioggia è stato il mese che ormai si sta concludendo. Un mese grigio, capace di ammantare le atmosfere con tocchi di malinconia, d’indefinito, come se non dovesse avere fine.

So never mind the darkness we still can find a way
‘Cause nothin’ lasts forever even cold November rain

Ma come cantavano i Gun’s, niente dura per sempre e come le stagioni, così l’umore. Tutto è un mutare, un lento trasformarsi, come il passaggio che può avvenire durante il periodo autunno/invernale dalla pioggia alla neve. Uno sfumare verso atmosfere sì fredde, ma più vicine al sogno.

This is a moment
Of belief
This is a moment
Made of dreams
You found me here today
On the coldest winter night
This moment is our right

Così direbbero i Kamelot in On The Coldest Winter Night, perché la neve con i suoi fiocchi che cadono dal cielo, i cristalli di ghiaccio che si formano sulle superfici, ha questo potere.
Ma la neve, come l’inverno, non è solo qualcosa da sogno, cotonoso e soffice come i fiocchi che tanto spesso la rappresentano: è feroce, predatoria alle volte.

Simile al balzo di uno squalo che esce dall’acqua.

O di un lupo che salta per azzannare.

La natura, come in ogni stagione, può essere dura, inflessibile. Ma in ogni suo aspetto mantiene sempre bellezza; magari tremenda, spietata, ma sempre affascinante.

Il Sorvegliante li condusse fuori dell’ateneo in disuso attraverso uno dei tanti passaggi; arrivato al suo termine, toccò in alcuni punti la superficie rocciosa. Ci fu un debole scatto e una porta segreta si aprì verso l’esterno.
Una stretta cengia, sferzata da folate di vento, era circondata dagli imponenti e massicci pilastri del cielo, divinità di pietra sorte a sorreggere la volta celeste: le montagne dure, insensibili e allo stesso tempo magnifiche. Una presenza che richiedeva rispetto e intimoriva, che poteva uccidere, ma che si poteva arrivare ad amare. Una bellezza fredda, tagliente, fatta di gole profonde, cime innevate, crepacci, che erigeva formidabili barriere per imporre deferenza, che non ammetteva interferenze nel suo dominio.
Eppure chi aveva vissuto in quei luoghi nei tempi passati, era riuscito a entrare in sintonia con quella natura.
Il sentiero che attraversarono era stato ricavato dal fianco della parete, seguendo la linea sinuosa e frastagliata. E non era l’unico. Per centinaia di metri, sopra e sotto di loro, le montagne erano attraversate da gallerie e sentieri. E ponti ad arco che s’innalzavano sopra balzi e gole buie: nei confronti dei titani rocciosi non erano che semplici linee sottili e fragili, che potevano essere spezzate al minimo capriccio della natura. Eppure dopo secoli continuavano a svettare salde e orgogliose, sfidando i rigori e le leggi delle montagne.
Inoltrandosi tra le vette, l’intreccio di ponti e sentieri si fece più numeroso; grandi aperture sulle pareti fecero la loro comparsa, porte di città sorte nel cuore della roccia, come spiegò il Sorvegliante.
Il sole sulle loro teste non spezzò il freddo del vento pungente, che scendeva rapace dai bianchi pendii ghiacciati, costringendoli ad avvolgersi strettamente nei pesanti mantelli .
Per tre giorni camminarono sull’orlo di baratri e passaggi dove regnava un’ombra perenne, attraversando gli archi sospesi nel vuoto, avvolti da un senso di leggerezza nel ritrovarsi sospesi a centinaia di metri dal suolo.
La sera della terza giornata i monti Areula aprirono la loro morsa: la verde pianura, con alle spalle l’imponente massiccio di Mohar Rhedonil, si stendeva sotto i loro piedi.
«Brighest.» Annunciò il Sorvegliante puntando un dito davanti a sé.

Triste realtà

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è il mondo dell’editoria italiana.
Una giungla insidiosa, un terreno pieno di trappole; un mondo colpito da diversi tipi di mali.
Uno è l’editoria a pagamento, che sfrutta i sogni di scrittori emergenti per speculare e avere guadagni facili, prendendo senza dare niente in cambio. Un esempio, ma è solo uno tra i tanti, è quello del Gruppo Albatros, mostrato in un post da Francesco Falconi.
Un altro male sono i colpi inflitti dal governo con leggi che vanno a favorire i grandi gruppi editoriali e le grosse catene di distribuzione a discapito dei “piccoli”. Si tratta della Legge Levi: ne parla sempre Francesco Falconi e anche Loredana Lipperini. Sono leggi ad personam, che vogliono favorire una sola persona avente il controllo del maggiore gruppo editoriale italiano: un modo non solo per avere maggiore guadagno, ma per eliminare la concorrenza, togliere la possibilità di avere un confronto, un contraddittorio, come si direbbe in questi giorni.
Poi c’è la questione ebook, che doveva essere un’innovazione e invece si tratta dell’ennesima speculazione, dato che ci si ritrova ad avere gli stessi prezzi della versione cartacea, quando i costi di produzione sono di gran lunga inferiori.
Ma la cosa più grave è la mentalità che molti hanno di questo settore, comportante una perdita non da poco. Siamo nell’Era dell’Economia, dove tutto è consumismo, dove tutto è puntato al guadagno, ogni cosa è in funzione di esso. Sfruttare, consumare, una corsa sfrenata che brucia perché la macchina del profitto deve correre sempre più veloce. Tutto viene usato, non importa se comporta perdita di valori, abbassamento culturale, purché porti denaro.
Sono dell’idea che si scrive per piacere, per passione perché la scrittura arricchisce, fa pensare, porta a crescere, a evolvere: si scrive per se stessi, ma anche per essere letti, è un modo di comunicare con individuiche non si incontreranno mai di persona, ma che possono essere raggiunte attraverso uno scritto, trasmettendo pensieri, valori, sentimenti. Non ci si deve mai dimenticare di questa verità, perché farlo significherebbe perdere moltissimo; certo se arriva la pubblicazione da parte di un editore è un successo in più, ma scrivere solo per essere pubblicati è aver perso di vista la vera origine dello scrivere. La scrittura è un mezzo dalle grandi potenzialità, un mezzo dalle diverse sfaccettature, che agisce in diversi modi, ma che ha lo sempre lo stesso fine: arricchire chi legge. Se questo non c’è, la scrittura perde valore. E’ ben mostrato nell’intervista a Stephen King.
Ma c’è chi non la pensa così. E’ capitato in questa discussione sul sito di zweilawyer. Si può non condividere l’approccio, perché anche una cosa giusta detta in un modo sbagliato o poco ortodosso può perdere valore, ma non si può non prendere atto di una realtà ben presente. Soprattutto quando un editore, Gianni La Corte, usa affermazioni del genere: “un libro deve vendere, no? Se no, cosa lo si scrive a fare?”.
Una persona decide di scrivere solo per pubblicare e quindi guadagnare.
Il mondo potrà andare adesso in una certa direzione, ma non si può limitare la scrittura a livelli del genere: è un tradimento. La scrittura è molto più di questo, se si rinnega il suo spirito, diventa una cosa morta e non serve a niente.
Questo è ciò che penso, è questo che mi fa condividere le parole di Terry Brooks.

Sistema e condizionamento

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E’ sulla bocca di tutti la trasmissione “Vieni via con me” condotta da Fazio e Saviano; un buon programma culturale, come dovrebbe essere la normalità di ciò che viene fatto trasmettere in televisione. Una boccata d’aria fresca, dato il periodo in cui sembra d’essere in apnea. Non m’addentrerò in una disamina del programma, c’è chi già fa questo (e la fa molto bene, condivido appieno il suo punto di vista).
La trasmissione mi piace e mi fa piacere, ma come dice Valberici, non bisogna farsi cogliere dagli entusiasmi, perché una rondine non fa primavera. Non è un voler togliere speranza, ma un non creare illusioni.
Il cambiamento, se avverrà, richiederà tempo per verificarsi e i segni si manifesteranno con le nuove generazioni, se gli saranno insegnati valori veri e non chimere che non hanno portato nulla; perché nelle vecchie generazioni il condizionamento è fortemente radicato ed è difficilmente scalzabile. Non è pessimismo, solo un dato di fatto della realtà, che è così da sempre; la saggezza antica riporta esempi di tale legge.
Quando Mosé libera il popolo ebraico dalla schiavitù egiziana, è costretto a farlo vivere quarant’anni nel deserto, il tempo necessario perché le vecchie generazioni scomparissero e con esse l’influenza che potevano avere sulle nuove. Non potevano essere cambiate perché, vissute per secoli in un sistema di schiavitù, non sarebbero riuscite a vivere da persone libere, anzi avrebbero perpetrato ancora quel modo di vivere.
A stare nel sistema si diventa come il sistema.
Un esempio di questa legge è il film Matrix, dove le persone inconsapevoli della vita che vivevano, e quindi condizionate e condizionabili, erano usate per dare la caccia a chi si era ribellato: quando i controllori prendevano possesso dei loro corpi, le persone non erano più loro stesse, ma Agenti. Gli individui del film non erano mai state loro stessi, non avevano coscienza della verità; così molto spesso le persone della realtà agiscono non volontariamente ma in base al condizionamento subito dai sistemi che gli sono attorno: famiglia, politica, lavoro, religione. Tutti gruppi, tutti sistemi che hanno influenza se glielo si permette, se non si sta attenti, che spingono ad agire nell stessa maniera conformizzante. Ad andar con lo zoppo s’impara a zoppicare.
Non credo, soprattutto spero, che occorrano quarant’anni per cambiare mentalità, perché il sistema instaurato non dura da secoli, anche se per il breve tempo che c’è stato e c’è, è stato intenso. Ma il condizionamento c’è stato e ha attecchito con forza.
Come?
Un altro esempio, un’altra storia potrà essere d’aiuto.

Sulla sedia era posato il quotidiano della settimana precedente
Alla televisione stava passando l’ultima edizione del telegiornale.
L’uomo s’avviò verso l’elettrodomestico e lo spense, disinteressato alle notizie trasmesse. Anche se parlavano dei fatti recenti, ormai erano storia antica. Il passato era morto e quindi privo d’interesse; contava solo il futuro che poteva nascere dal presente. Un’opportunità che poteva concretizzarsi se fosse stata colta da molti.
Si recò alla finestra e scostò le tende. Sotto la linea della ringhiera del terrazzo brillavano le luci dei palazzi e i fari delle auto. Centinaia d’individui simili a lui: diversi e uguali allo stesso tempo, con lo stesso potenziale di libertà, la voglia sopita di liberarsi dal pesante gioco che gravava sul proprio collo.
“Ribellatevi.” Visualizzò gli invisibili tentacoli della mente fluire verso le vite sottostanti. “Fatelo prima che sia troppo tardi. O presto pagherete un caro prezzo: il tempo sta per finire, la nave sta per salpare. Non perdete questa occasione.”
Ma più che il pensiero contava l’agire, per essere d’esempio a chi sapeva cosa c’era bisogno di fare, ma non aveva il coraggio di metterlo in pratica perché servivano eventi tragici per dare il via al cambiamento.
C’era bisogno di qualcuno che si prendesse la responsabilità di fare il primo passo; di uno che desse il via.
Come era stato fatto per lui.
Il sistema era morto, i poteri che lo sostenevano distrutti: la gente avrebbe cercato il nuovo o avrebbe voluto fare rivivere il vecchio?
L’intelligenza e la saggezza avrebbero scelto la prima opzione, ma erano valori che le persone avevano perso da tempo; per questo c’era da aspettarsi di tutto, anche una risposta che avrebbe portato rovina.
Lasciò che le tende tornassero a posto, permettendo alla stoffa di celare la visuale sul mondo esterno.
Certo, sarebbe stato da pazzi tentare di rimettere in piedi una civiltà basata su valori vertenti su un unico ego smisurato. Eppure era stato da pazzi il solo permetterne la creazione: la gente lo aveva voluto, smaniosa di farsi dominare. Incredibile come la maggioranza della popolazione si fosse rispecchiata, e avesse dato potere, a un solo, misero uomo.
Un unico individuo che aveva rimosso qualsiasi cosa fosse d’intralcio al proprio io, mettendolo sopra ogni cosa. Un egocentrismo che aveva avuto la pretesa di essere riverito e adorato come se fosse una divinità. In effetti la politica di quel periodo era stata molto simile a una religione, con la popolazione che aveva fatto un culto della figura che guidava il paese.
Perché la memoria degli uomini era così labile? Perché il sapere appreso non riusciva a essere trasmesso alle generazioni successive, onde evitare il ripetersi di tragedie già viste?
Nessuno trasmetteva più niente, nessuno si ricordava del tempo trascorso e i figli scontavano gli errori dei padri. Un perpetrarsi d’atteggiamenti e scelte uguali a quelli del passato; tutto a causa della venerazione portata a incapaci capi di stato, ottusi e cinici, che per il proprio tornaconto sacrificavano tutto e tutti. Ma la colpa più grave apparteneva alle persone, ugualmente egocentriche, che li avevano sostenuti, canalizzando in essi energie per farli divenire ciò che loro non avrebbero mai avuto il coraggio di essere. Uno specchio nel quale rimirarsi compiaciuti e sentirsi appagati, un vivere ciò che non si era attraverso altri.
Come avevano potuto concentrare tutto il potere in un’unica persona? Lentamente, senza accorgersene, consciamente o inconsciamente, avevano permesso la nascita e la crescita di un dittatore. Ma all’inizio le cose non erano certo sembrate in quel modo e la gente aveva voluto credere nell’illusione che si era creata.
Tornò a sedersi sulla poltrona.
Se solo avessero studiato la storia: si sarebbero accorti che in passato, poche decine d’anni prima, era esistita un’altra figura che era la copia di quella attuale. Stesse capacità oratorie, stesso tamtam mediatico incentrato sulla propria persona; perché la gente aveva voluto mentire a se stessa? Forse per negare l’ombra che era dentro di lei e che stava dilagando, perché se molti perseguono la stessa direzione significa che si è nel giusto, che non c’è nulla di sbagliato, nulla da temere; un modo per placare la coscienza.
O ucciderla.
Sorrise caustico.
Davvero una cultura di morte, come l’uomo che avevano erto a proprio simbolo. Un individuo che parlava d’amore, ma il cui tono di voce era carico di livore e imposizione, come se in bocca e nelle viscere avesse veleno da far stillare all’esterno. Parole che non facevano altro che creare divisioni, rotture, discriminando qualsiasi diversità che esulasse dall’unico pensiero dominante approvato da chi era al potere.
Scosse il capo.
Un uomo che voleva essere adorato come un dio, ma che non aveva i mezzi per esserlo. Eppure la gente lo aveva venerato e osannato per questo suo ego smodato.
E dire che per arrivare a questo si era partito dal basso, da piccole cose; con un minimo di consapevolezza si sarebbe potuto cogliere quello cui si era andato incontro. Ma era dell’uomo sottovalutare i segni dei tempi.
E la storia si era ripetuta con precisione.
I posteri avrebbero creduto che milioni di persone avevano volutamente permesso di farsi sfruttare e prendere in giro da un individuo di così bassa caratura?
Un uomo che non aveva usato la forza per salire al potere, che quando aveva iniziato la scalata non aveva nessun mezzo, ma vedeva lontano e sapeva dove voleva arrivare. Aveva intuito che utilizzare metodi forti non sarebbe stata la via migliore: dispendiosa, causa di forte critica nell’opinione pubblica, creatrice di nemici potenti. Mosse violente lo avrebbero penalizzato, facendogli perdere punti. Punti pubblicitari. Tutto era business, tutto era imprenditoria e il successo o l’insuccesso di un prodotto si basava sulla riuscita della pubblicità.
Perché farsi rovinare dalla fretta quando presto sarebbe stato acclamato? La gente avrebbe imparato ad amarlo: bastava mettersi sotto la luce migliore. Occorreva della buona pubblicità: un tamtam mediatico che avrebbe convinto un gran numero di persone d’essere la scelta migliore, facendo in modo che non si accorgesse di quanto stava succedendo intorno. Distogliere l’attenzione dalle cose importanti, coprire ciò che non doveva essere visto e ripetere che con lui tutto sarebbe andato bene.
Perché, si sapeva, che anche una menzogna, se ripetuta nel tempo e con insistenza, poteva divenire verità.
Strinse la mascella.
Come era facile illudere le persone, fargli vedere solo quello che volevano vedere. Bastavano pochi specchi per le allodole per ridurre il campo visivo, facendo credere che la vita era solo divertimento e che altri si sarebbero occupati dei problemi.
La gente era ignorante e lo era voluta diventare ancora di più, dando il permesso nell’innescare il meccanismo, arrivando addirittura a stimarsi per quello che aveva fatto, credendosi qualcosa di fenomenale: un popolo che si credeva in gamba, con l’occhio avanti, ma che in realtà era privo d’iniziativa e spessore, capace solo di seguire, andare a traino; una massa di furbetti da quattro soldi in grado di fregare la mela al vicino, ma di perdere casa e lavoro. Un popolo incapace di creare, ma efficiente nel rovinare.
Maledetta ignoranza.
Molte persone si erano fatte manipolare, soggiogare con la tecnica della goccia che cade sulla roccia. Cambiamenti fatti avvenire un passo alla volta, finché non ci si era trovati stravolti, talmente mutati che le persone avrebbero fatto fatica a riconoscersi se si fossero viste con gli occhi posseduti un tempo.
Erano occorsi anni per compiere questo processo, costruendo un sistema basato sull’anticultura. Una guerra invisibile, dove si era preparato con cura il terreno, selezionando le armi e le tattiche giuste.
La prima era l’informazione: il mezzo per promulgare il proprio verbo. Un verbo che perché potesse essere assorbito appieno doveva diventare quotidianità e pensiero comune: un tarlo che lavorava senza fretta, meticoloso e inarrestabile. Per questo si era iniziato con l’acquisizione di piccoli giornali ed emettenti televisive, facendoli ingrandire con il tempo, acquisendo chi era più piccolo e incorporandolo dentro il meccanismo avviato, crescendo fino a diventare un colosso, capace di controllare i quotidiani e le reti d’influenza nazionale.
La qualità di quanto trasmesso e pubblicato con il passare del tempo era stata volutamente fatta calare, la banalità e stupidità erano diventate dominanti, un siero che somministrato in dosi sempre più massicce aveva svuotato la mente delle persone: un piano studiato a tavolino per eliminare quanto era in grado di far pensare.
“Riflettere crea dubbi e conflitti interiori, ansie e patemi, mentre la vita deve scorrere tranquilla, bisogna diffondere serenità e ottimismo.” Era stata la frase che veniva ripetuta nelle interviste.
Per questo, era stato somministrato il falso sport spettacolo, il talk show del basso sentimentalismo, atto a far piangere e commuovere, istigante all’apparenza e alla superficialità per far pensare solo a divertimento e banalità.
Perché la riflessione era in grado di distruggere il potere.
Per questo l’obiettivo successivo era stato il limitare l’accesso alla cultura, porre dei blocchi perché un numero sempre minore di persone vi potesse accedere. L’istruzione era stata la prima a essere colpita, divenendo qualcosa solo per ricchi, la classe destinata a comandare: le scuole pubbliche erano state chiuse, lasciando aperte solo le private, mettendo un filtro che avesse limitato gli accessi: tasse così elevate che solo chi apparteneva all’elite della società, aveva la disponibilità necessaria per frequentarle.
La cultura tuttavia non passava solo attraverso l’istruzione: esisteva la letteratura. La gente poteva sempre leggere e questa era un’azione che non si poteva impedire; in passato c’era chi lo aveva fatto e tale scelta in alcuni casi aveva portato a rivolte. E con l’avvento della tecnologia, censurare era divenuta un’impresa laboriosa e dispendiosa. Molto più facile abbassare il livello della qualità, come già fatto con l’informazione: velocemente, e anche illegalmente (un dettaglio irrisorio, dato che una volta al potere sarebbe bastato fare una legge per rendere legale l’illegale), si erano acquisite una alla volta le case editrici presenti sul territorio nazionale, a partire dalla più grande, per avere la totalità del mercato del libro; dopodiché si era cominciato a commercializzare prodotti di bassa lega, in linea con gli standard preposti per seguire il piano d’abbassamento culturale.
Per completare l’opera tuttavia mancava ancora una pennellata: un dettaglio che rendesse le radici del potere salde e profonde, non solo per il presente, ma anche per il futuro, in modo che le generazioni giovani e quelle ancora da nascere, non incontrassero un’idea capace di farle dubitare della veridicità del fantastico castello di carte campato in aria che i loro padri avevano aiutato a costruire.
Per questo era stata distrutta anche la fantasia, anestetizzando la parte creativa e sognante dei ragazzi, limitandoli a desiderare solo quanto c’era all’interno del recinto approvato dal sistema: erano stati creati romanzi fantastici (il genere che andava per la maggiore nella fascia d’età giovanile) per bambini scemi. Ed era stata permessa la pubblicazione solo di linee corrispondenti a tali requisiti.
“Perché leggere maestri della fantasia degli anni passati, quando esistono mostri di bravura contemporanea?” Era stato il dictat che tanto aveva pubblicizzato i romanzi prodotti della nuova linea editoriale; una linea che aveva acclamato storie che non dicevano niente, ma dove tutti erano felici e contenti, utilizzando un linguaggio scarso ed elementare. Un altro sintomo dell’impoverimento della cultura di una popolazione.
Sintomo che sarebbe stato mostrato dalla lettura dei maestri della fantasia, svelando la natura della società e dando la conoscenza, perciò il potere, per disgregarla: una società narcisista e adolescenziale, vuota e viziata, superficiale e incapace di veri sentimenti, incapace d’amare e vivere veramente.
Un intero paese era crollato per l’egocentrismo di un solo individuo.
Le persone si erano sottomesse, avevano proiettato in quella figura ogni sogno, ideale, aspettativa: erano responsabili in ugual maniera di chi aveva architettato il piano diabolico.

Gli Eredi di Shannara

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Su Fantasy Magazine è stato pubblicato un articolo che ho scritto sulla saga Gli Eredi di Shannara di Terry Brooks.
Un ciclo diviso in quattro volumi avvincente e ben scritto, ma non solo. Perché attraverso il fantastico, l’invenzione, si può trasmettere consapevolezza; perché i simboli, anche se non riconosciuti, hanno un significato che s’insinua nella mente, instillandovi il potere di cui sono permeati.

Perché Bologna

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Novant’anni fa, nel giorno dell’insediamento del nuovo sindaco socialista, i fascisti sparano in piazza e provocano una strage. Sessant’anni dopo una bomba fascista viene fatta esplodere alla stazione. Perché il terrorismo nero colpisce Bologna
di Giuseppe Siriana (articolo pubblicato su LiberEtà, anno 60° numero 11 Novembre 2010)

Città simbolo della sinistra, nodo nevralgico dei collegamenti stradali e ferroviari, scenario di alcuni tragici e oscuri episodi della storia d’Italia: sono tre costanti, tra loro correlate, che segnano il profilo di Bologna nel Novecento. Per quanto parziale questa visione rende evidente il filo nero che attraversa la storia della città e collega la strage alla stazione del 2 agosto 1980 all’eccidio di palazzo d’Accursio del 21 novembre 1920. Quel giorno nel palazzo comunale s’insedia il nuovo consiglio uscito dalle elezioni del 31 ottobre, che hanno premiato la prima amministrazione socialista della città. La guida Francesco Zanardi, il “sindaco del pane”: lo chiamano così perché negli anni difficili della guerra si è prodigato molto per le persone in difficoltà. Zanardi viene però sacrificato ai nuovi equilibri interni che assegnano la carica di primo cittadino al massimalistacomunista Ennio Gnudi, operaio delle ferrovie e dirigente del Sindacato ferrovieri italiani, di cui nel secondo dopoguerra sarà segretario generale.

BOLOGNA 21 APRILE 1920
Appena eletto, Gnudi rivolge un saluto ai “valorosi rappresentanti” della minoranza consiliare, ma avverte: qualora l’opposizione dovesse assumere “carattere di sopraffazione” i socialisti saprebbero come reagire in difesa degli interessi dei lavoratori. Parole forti che contribuiscono a inasprire la tensione già alta. Per festeggiare la riconquista di palazzo d’Accursio, qualcuno ha pensato bene di issare la bandiera rossa sulla torre degli Asinelli. I fascisti l’hanno presa come una provocazione, come un affronto che non può restare senza risposta. Ed ecco quindi le camicie nere irrompere nella piazza del Comune dove una folla di militanti socialisti è in attesa che il nuovo sindaco si affacci. Appena Gnudi compare sul balcone i fascisti cominciano a sparare in quella direzione. Entrano allora in azione alcune “guardie rosse”, anch’esse armate di rivoltelle e bombe a mano. La situazione degenera in un vero e proprio conflitto a fuoco che coinvolge l’aula consiliare, dove rimane ucciso un consigliere nazionalista. Sulla piazza si contano alla fine dieci vittime. Nel caos generale Gnudi si dimentica di prendere possesso della carica e di riconvocare il consiglio per la nomina della giunta, offrendo al prefetto di Bologna l’appiglio per insediare in Comune un commissario straordinario.

L’INIZIO DEL FASCISMO
L’eccidio di palazzo d’Accursio rappresenta un momento di svolta del primo dopoguerra. Dopo i fatti di Bologna gli agrari si organizzano armando le squadre fasciste per attuare una brutale repressione antiproletaria. Secondo Renzo De Felice nei fatti del 21 novembre e delle settimane immediatamente successive si ritrovano le principali componenti che spianano la strada al fascismo: il consenso di gran parte dell’opinione pubblica borghese, le coperture e le connivenze di questori e prefetti, l’inadeguatezza del partito socialista.
Nel bolognese i colpi della violenza squadrista fanno venir meno la compattezza di quel blocco sociale, fondato sull’alleanza fra le varie componenti del mondo contadino (braccianti, mezzadri, piccoli e medi proprietari) e un proletariato urbano minoritario. È il blocco sociale che prende forma e si consolida a partire dalle elezioni politiche del 1913 con l’allargamento del suffragio universale e consente ai socialisti di conquistare Bologna e la maggioranza dei Comuni della provincia nelle amministrative del 1914.
Le elezioni del 1920 rafforzano ulteriormente questo potere socialista esteso, che adesso
poggia non solo sul conferimento della rappresentanza politica al partito (i socialisti amministrano, oltre a Bologna, 53 dei61 Comuni della provincia), ma anche sulla notevole forza del movimento sindacale e cooperativo. Ma è soprattutto il “governo rosso” del capoluogo emiliano a rappresentare, agli occhi delle forze conservatrici e reazionarie, una minaccia, un pericoloso “modello” da isolare ed estirpare con ogni mezzo.

IL SOCIALISMO EMILIANO
L’attacco squadrista contro gli uomini e le organizzazioni di sinistra, indeboliti anche dalle divisioni intestine, provoca la crisi irreversibile del socialismo emiliano. Solo le zone compattamente riformiste, come la Molinella di Massarenti, o quelle dov’è più forte l’insediamento della frazione comunista, come l’imolese, riescono a opporre una qualche resistenza, mentre fin dalla metà del 1921 il fascismo bolognese comincia a guadagnare consensi anche nelle file del proletariato.

LA RISPOSTA ALLA STRAGE DEL 1980
Nel 1981, a un anno dalla strage alla stazione, il sindaco di Bologna, Renato Zangheri, intervenendo a un convegno storico sull’eccidio di palazzo d’Accursio, più che richiamare analogie e ricorsi tra i due tragici fatti, volle sottolineare una fondamentale differenza. Se nel 19201e forze popolari non seppero reagire lasciando le squadre fasciste padrone della piazza, nel 19801a medesima piazza si riempì di donne e di uomini decisi a opporsi a chi voleva ricreare condizioni di terrore e di disordine e a difendere lo Stato democratico nato dalla Resistenza.

Frammenti di mondo 2

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La descrizione di un luogo può suscitare pensieri, emozioni differenti. Un luogo sconosciuto può far provare ansia, timore, paura dell’ignoto. Un campo di battaglia fa avvertire l’adrenalina che scorre nel corpo dei combattenti a un passo dalla morte a ogni colpo sferrato.
In un romanzo di genere fantastico si ricercano emozioni forti, che facciano vivere un’avventura che non possa essere dimenticata, che tocchi picchi di epicità, di grandezza.
Ma perché il continuo essere sulla corda non stanchi, facendo perdere forza al racconto, occorrono dei momenti di pausa. Momenti che facciano apprezzare la bellezza che viene dalla calma, dalla quiete. Sì, perché tutti ricercano le emozioni forti che rompano la monotonia del quotidiano, se questo accade ogni tanto, ma allo stesso tempo nessuno rinnega il piacere che viena dalla familiarità dei luoghi che si conoscono.

Il Messaggero lasciò l’area del tempio dopo aver consumato un rapido pasto e scambiato qualche battuta con i vecchi compagni del tempo del noviziato. Attraversata la piazza e il piccolo parco antistante l’ingresso all’area religiosa, si riversò nel traffico cittadino, mischiandosi al flusso continuo di gente che scorreva nelle strade.
Presto s’allontanò dalla caoticità del luogo, percorrendo vie sempre meno affollate fino ad arrivare alle porte della città; l’aperta campagna spaziò davanti ai suoi occhi, con alberi e dolci declivi dove i campi biondeggianti di grano terminavano.
Lasciando i cupi pensieri scivolargli di dosso, svuotò la propria mente, assaporando la giornata soleggiata che l’avrebbe accompagnato lungo la via di casa. Abbandonò la strada maestra per prendere una diramazione che svoltava verso nord; i luoghi noti lo accolsero con la loro famigliarità. Gli anni passavano, ma tutto sembrava restare immutato al tempo della fanciullezza passata.
Il ricordo delle passeggiate con la madre riaffiorò caloroso alla memoria. Rammentava con affetto le camminate delle giornate primaverili con la miriade di colori e profumi che spuntavano da ogni dove e quelle dei freddi giorni invernali, infagottato sotto una coltre di abiti pesanti; passeggiate sempre limitate dallo studio che vedeva come un nemico cui sottrarsi. Ogni ora passata sui libri era tempo rubato all’aria aperta; più di una volta era stato richiamato dalla madre a non distrarsi quando era trovato a guardare fuori della finestra con sguardo perso, desideroso di correre libero.
Percorrendo il sentiero deserto assaporò la pace della natura e ogni preoccupazione si dissolse.

La giornata era calda, accompagnata da una lieve brezza fatta di aromi di campi e boschi, traghettatrice di rade nubi bianche. Andò a sedersi su una grossa pietra ai bordi della strada, in prossimità di una svolta che affiancava un piccolo boschetto di querce. I dolci declivi erano un misto di coltivazioni e natura libera che si alternavano senza uno schema preciso, inframmezzate dai riflessi argentei dei ruscelli che parevano fare l’occhiolino.
Lo sguardo si soffermò su un piccolo stagno all’ombra di alberi slanciati, i raggi del sole che filtravano attraverso le frasche andando a creare sulla superficie dell’acqua chiazze dorate.
L’immagine davanti ai suoi occhi cambiò, assumendo i contorni e le sembianze di un paesaggio invernale. Gli alberi non più coperti di foglie si stagliavano contro lo sfondo del cielo limpido, guardiani di due figure umane poste a breve distanza una dall’altra. Ghendor si riconobbe nella più piccola, la più indaffarata, quella che si muoveva senza posa da una parte all’altra delle sponde dello specchio d’acqua. Quando il tempo e le condizioni climatiche lo permettevano, al ritorno da scuola, sotto lo sguardo vigile e divertito della madre, si fermava a giocare nei pressi del laghetto. Il passatempo preferito era scagliare sassi contro la crosta ghiacciata. Sassi tondi, appuntiti, alcuni talmente pesanti che riusciva a malapena a sollevare, venivano gettati contro di essa, sempre con lo stesso risultato: il ghiaccio si crepava, formando sottili linee simili alla tela di un ragno, ma non si rompeva. E lui determinato ripartiva alla ricerca del sasso che avrebbe sfondato la dura superficie. Era troppo ostinato per capire che lo spessore del ghiaccio era oltre le sue forze di bambino, convinto che provando e riprovando sarebbe riuscito a farlo cedere.
La madre lo richiamava quando era accaldato e sudato, riprendendo il cammino verso casa per timore che prendesse un malanno. L’incontro con il lago era rimandato alla volta successiva e allora avrebbe trovato il modo di averla vinta. La madre ascoltava, dandogli ogni tanto qualche incoraggiamento, divertita da quel bizzarro modo di giocare, evitando di rimproverarlo quando non riusciva a capire il motivo di tanto indaffararsi: ormai adulta non vedeva più il mondo con gli occhi di un bambino, ma ricordava come a suo tempo vivesse alla stessa maniera, credendo all’esistenza di cose che per i più grandi erano solo sciocche fantasie. Più volte si era domandata cosa vedesse il figlio quando giocava, trovando risposta in ciò che era stata: una sorta di magia personale che rendeva speciale ogni momento. Era il periodo dell’innocenza, in cui la vita si esprimeva attraverso sogni e desideri, ammantando tutto di linee gentili.
A quel tempo non conosceva i pensieri della madre: sarebbero stati rivelati molto tempo dopo, un giorno in cui si erano messi a parlare del passato.
Diede un ultimo sguardo allo stagno. Era andato avanti per anni con quei giochi e alla fine di ogni inverno la superficie ghiacciata era coperta di sassi; con tutti quelli che aveva lanciato, il laghetto ormai doveva esserne pieno: se si fosse immerso l’acqua sarebbe arrivata al massimo al ginocchio. Sorrise al pensiero.
Sistematosi sulla spalla la sacca si rialzò dal masso, riprendendo il cammino. Dalla sommità della collina scorse i tetti del villaggio natale.
Un insediamento che sorgeva al centro del piccolo avvallamento tra le colline, sviluppandosi attorno al pozzo dal quale la gente attingeva l’acqua; un paesino che dava ai suoi abitanti il necessario per condurre una vita dignitosa, che non attirava avidi sguardi, permettendo di vivere un’esistenza serena, anche se forse monotona.
Passando per le vie tranquille, oltrepassò il pozzo, lasciandosi alle spalle la piccola piazzetta; s’inoltrò nello spazio tra le case, ritrovandosi di fronte a un gruppetto di abitazioni discostato dal resto del villaggio. Abbandonata l’ombra gettata dagli edifici, arrivò nel piccolo spiazzo antistante la sua dimora.
Costruita in sassi, aveva muri spessi che tenevano freschi gli ambienti d’estate e caldi d’inverno. Il tetto, ricoperto da tegole di un ocra spento, spioveva dolcemente, con la grossa trave su cui poggiava che sporgeva dalla facciata. Una piccola finestrella ovale posta sotto di esso portava luce alla bassa soffitta che fungeva da ripostiglio per attrezzi e utensili vari. A parte quell’ambiente, le camere della casa si estendevano al pianterreno.
Il profumo dei fiori e delle pianticelle profumate sui davanzali delle finestre raggiunse le sue narici, sostituito dopo pochi passi da un odore invitante e inconfondibile: il profumo del pane appena sfornato.
Varcata la soglia di casa si ritrovò nella sala da pranzo irradiata dalla luce attenuata dalle tende tirate. Nella parete opposta all’entrata c’era il lavello con i piatti lasciati ad asciugare; nell’angolo, il piccolo forno costruito con pietre refrattarie, ancora caldo per la cottura.
Lasciò lo sguardo spaziare sulla famigliarità delle pareti domestiche.
Vicino alla porta erano sistemate le sedie riservate per le visite degli ospiti; la credenza contenente piatti, posate, bicchieri e brocche era posta vicino al corridoio a sinistra dell’entrata, conducente ad altre tre porte. La prima si apriva su una ripida scalinata che portava alla cantina, le ultime due davano sulle camere.
Sul tavolo c’era una cassetta di legno coperta da un telo bianco, ondulato da invitanti rigonfiamenti.
Avvicinandosi, passò la mano sulla stoffa: era calda.
Con fare cerimoniale la scostò, rivelando la forma tondeggiante e abbrustolita di un paio di pagnotte da poco sfornate. Presane una tra le mani, l’avvicinò alle narici, inspirando avidamente il fragrante aroma e apprestandosi a spezzarlo.

Mistborn

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Su Fantasy Magazine è presente la recensione che ho scritto insieme a Martina Frammartino su Mistborn – Il Pozzo dell’Ascensione.
Della stessa Martina segnalo la recensione che ha fatto su Mistborn – L’Ultimo Impero.
Brandon Sanderson, l’autore della saga Mistborn, merita di essere letto: lettura scorrevole, capacità di creare un’ambientazione e personaggi credibili. Non solo tiene il lettore con una trama avvincente, ma attraverso un’avventura è capace di trasmettere molte cose:insegnamenti di vita.
Il suo occhio sull’esistenza, sull’animo umano, sui sistemi della società, è molto limpido e attento alle sfumature.

Una sconfinata giovinezza

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Non si tratta di una recensione sul film realizzato di Pupi Avati, ma un modo per parlare della tematica affrontata da questo film. Un tema legato a un evento avvenuto tempo fa, ma che è passato inosservato, a causa dell’attenzione volutamente distolta dai problemi reali di cui ci si dovrebbe occupare; problemi legati alla gente che si dovrebbe aiutare e supportare.
Il 21 settembre è stata la giornata mondiale sull’Alzheimer.
Simili giornate non risolvono il problema di malattie del genere, ma aiutano a sensibilizzare, a farne comprendere la gravità e la portata. Questa malattia colpisce doppiamente, infierendo sulla vittima, ma anche alle persone che le sono a fianco.
Andiamo con ordine.
L’Alzheimer (detto anche morbo di Alzheimer) è una malattia che colpisce i tessuti cerebrali delle persone anziane, causandone una degenerazione che va a influire sulle funzioni di chi è colpito, portando un’involuzione nella vita che vive.
E’ come vedere il processo di crescita di un bambino, ma al contrario.
Il bambino crescendo impara, sviluppa capacità, divenendo indipendente e autosufficiente.
Nell’anziano colpito dal morbo si verifica un cammino a ritroso, un tornare indietro; da persona matura capace di badare a se stessa con il passare del tempo e l’avanzare della malattia si ritorna a passaggi evolutivi già affrontati e superati: adolescenza, giovinezza, fanciullezza. Ci si ritrova ad avere a che fare con adolescenti, bambini che hanno il corpo di un anziano.
Si tratta di un processo lento che si manifesta dapprima con lievi disturbi della memoria, piccole dimenticanze a cui non si fa caso, che vanno mano a mano intensificandosi; si manifestano alterazioni dell’umore, da euforia a tristezza, da iperattivismo ad apatia, come avviene con i giovani nel passaggio dell’adolescenza, fino ad arrivare ad atteggiamenti infantili, come quando i bambini fanno i capricci e mettono il muso o si lamentano perché le cose non vanno come vogliono loro.
Lentamente la persona scivola via, trovando difficoltà nel fare le cose, non riuscendo più a essere in grado di fare ciò che faceva prima: disimpara tutto, il linguaggio si fa limitato, si trovano difficoltà ad associare oggetti a parole, non si riesce a definirli, si perde la cognizione del tempo passato e presente, li si confonde, rivivendo eventi che non sono più.
Anche le cose più elementari diventano un problema, come può esserlo per un bambino che muove i primi passi nel mondo. La persona malata, spaventata e spaesata, con le funzioni che si fanno sempre più limitate, va per imitazione, ripetendo gesti che vede compiere perché da sola non è più in grado di sapere come e cosa fare (ad esempio osserva un altro usare la forchetta per mangiare e fa così anche lei); i neuroni specchio sono tra i pochi che ancora funzionano.
Ma arriva il momento in cui anche loro ne sono colpiti e il malato arriva a non essere più autosufficiente: va seguito e accudito come un bambino. Non riesce più a parlare, va imboccato, lavato; non sa più dove si trova, cosa deve fare. Non sa più chi è, non riconosce più nessuna delle persone care; è soggetto ad allucinazioni, incubi lucidi e vivi fatto da sveglio.
Fino a quando non sopraggiunge la morte, perchè la malattia arriva infine a portare disturbi neurologici e poi internistici.
Un atto che pone fine alle sofferenze di una persona morta da tempo.
Una crudeltà questa affermazione?
Solo la dura realtà perchè la persona malata non è più la persona che si è da sempre conosciuta: quella persona non esiste più, è finita.
Guardate le immagini.

La prima è un cervello sano; la seconda un cervello colpito dall’Alzheimer.
Si tratta di un simbolo di morte di una malattia bastarda che porta via tutto alla persona, ma anche i bei ricordi che i familiari hanno di lei.
Una malattia che non si ferma solo al malato, ma colpisce e infierisce anche su chi le sta accanto.
Le relazioni sociali e familiari si riducono, ogni interesse, hobby personale viene messo in secondo piano per seguire la persona, fino a quando non si vive esclusivamente per accudire il malato. Oltre alla stanchezza fisica per un compito che lascia poco spazio anche per il sonno, ci si ritrova a convivere con la rabbia, il senso d’impotenza e la perdita della speranza perché non c’è nulla da fare contro questa malattia, non esistono cure.
E ci si ritrova isolati, abbandonati dalla gente, lasciati a se stessi dalle associazioni, dagli enti, dagli amici. E l’isolamento è una carogna come l’Alzheimer: può far ammalare di depressione e altri disturbi psicologici.
Sì, l’Alzheimer è una malattia che richiama altre malattie, che indebolisce le difese di chi assiste, un pò come succede con l’Aids. E’ una sofferenza straziante, resa ancora più forte dall’indifferenza e dal distogliere lo sguardo da chi è colpito da parte della società e delle persone che la compongono.
Fino a quando si potrà non voler vedere?
L’Alzheimer è una piaga dilagante che colpisce solo in Italia un milione di persone. Malati invisibili, famiglie provate psicologicamente, socialmente ed economicamente, dato che sono poche le strutture per supportare le persone colpite dal morbo e che spesso sono i familiari a dover accudire e seguire.
Questi sono i problemi di cui le persone, i governi dovrebbero occuparsi, non dispuste sterili su chi deve tenere la poltrona o qualche altro argomento di poco conto, sterile e superficiale.
L’Alzheimer fa dimenticare. Non dimentichiamoci delle persone che ne sono colpite e dei loro familiari.
Soprattutto riscopriamo la solidarietà, non fuggiamo di fronte alle difficoltà, perché non si può sapere per chi suona la campana: nessun uomo è un’isola, potendosi considerare indipendente dal resto dell’umanità.