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Il ciclo di Belgariad - volume 1

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Il ciclo di BelgariadIl Volume 1 di Il ciclo di Belgariad di David Eddings contiene i primi due romanzi della serie Il segno della profezia e La regina della stregoneria. Storia di stampo classico, narra l’eterno scontro tra bene e male, con l’equilibrio del mondo rotto dalla sete di potere e dominio di Torak, uno dei Sette Dei: ossessionato dal Globo di Aldur, lo rubò, venendone in parte consumato. Il corpo distrutto e la mente resa pazza dal dolore, Torak fuggì con il Globo e il suo popolo a oriente, dove costruì la Città della Notte, Cthol Mishrak. Fu secoli dopo che un gruppo guidato da Belgarath riuscì a trovare la città e a riprendere il Globo, mettendolo al sicuro, ma sapendo che un giorno Torak avrebbe tentato di riprenderlo: per questo insieme alla figlia Polgara e agli altri alleati rimane in attesa delle sue mosse, vegliando soprattutto sugli eredi di Riva (colui che prese in mano il globo quando fu portato via da Cthol Mishrak), portatori sul palmo della mano della traccia del Globo.
Questo è il prologo della storia, che comincia nella fattoria di Faldor, con il piccolo Garion che vive con la zia Pol una vita tranquilla. La quotidianità è interrotta ogni tanto dall’arrivo di Vecchio Lupo, preso subito in simpatia dal giovane; ma presto le cose cominciano a cambiare con strane persone che cominciano a girare nella fattoria. Si capisce da subito chi sia Vecchio Lupo, zia Pol, il piccolo Garion (con quella strana voglia sul palmo della mano) e la figura nera incappucciata che ogni tanto appare. E non sorprende che siano i protagonisti del viaggio che li porterà alla ricerca del Globo che è stato di nuovo rubato per far risvegliare Torak.
Un viaggio che li porterà alla ricerca di alleati per far fronte a quello che sarà un grande scontro. Così si farà la conoscenza con Silk, Barak, Mandorallen, Hettar, Ce’Nedra e tanti altri, ognuno che è più di quel che subito appare.
La storia procede senza colpi di scena perché si sa già cosa sta per accadere, perché da subito s’intuisce come si muovono le trame e qual è il ruolo di ogni personaggio, costruito secondo canoni prestabiliti. Una storia che procede senza scossoni, in modo gradevole, che fa rivivere atmosfere già conosciute e pertanto rassicuranti. Una lettura semplice (ma non per questo semplicistica), che presenta quanto già si conosce, ben adempiendo al suo compito d’intrattenimento ed evasione, ma che non fa scoccare quella scintilla, quella voglia di sapere cosa succede dopo, di scoprire il fato che è riservato ai protagonisti dei romanzi.

Gli emigranti

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Danielle Lavette a cena con May Ling e la sua famiglia in Gli emigrantiGli emigranti è l’odissea di Danielle Lavette, figlio d’emigranti italo-francesi, cominciata all’inizio del Novecento. Nato su un treno merci nel 1889 dopo che i suoi genitori sono giunti in America dalle coste liguri e allevato per i primi mesi di vita nei campi di lavoro lungo la ferrovia di San Francisco, segue le orme del padre facendo il pescatore: una vita dura, ma onorevole. Fino a quando nel 1906 la città, regina della costa del Pacifico, non viene distrutta da un tremendo terremoto e dal devastante incendio che ne seguì: Danielle rimane orfano, i genitori morti nella tragedia. Ed è qui che comincia la sua scalata: dapprima una piccola flotta di tre pescherecci, poi una grossa nave di ferro per il trasporto di legname. Entra in affari con l’amico Mark Levy e insieme, tra prestiti sempre più ingenti chiesti alle banche, cominciano a espandersi sempre più, divenendo pezzi grossi della società. Prima una flotta di transatlantici per il trasporti di merci e armi per l’Europa impegnata nella Prima Guerra Mondiale, poi per il trasporto passeggieri e le crociere, poi un grande magazzino, per arrivare a costruire un hotel alle Hawaii e un’aviolinea.
Preso in un gioco che lo invischia sempre di più e lo spinge a una conquista dopo l’altra (oltre al divertimento c’è anche una sorta di voglia di superare e sorprendere gente più ricca e potente di lui che lo guardava dall’alto quando non era nessuno), si ritrova a non sapere più chi è, a vivere una vita che sente arida, dove non ci sono più valori in cui credere. Il matrimonio con la bella Jean, figlia di uno dei banchieri più potenti della città, non funziona, dato che è avvenuto non per amore ma perché mosso sempre da quel senso di conquista e di arrivare in alto; il rapporto con i due figli avuti da lei sono quasi inesistenti.
L’unica cosa che lo fa sentire vivo è l’amore contraccambiato di May Ling, figlia del suo contabile; ma è una relazione clandestina, che vorrebbe regolarizzare, divorziando dalla moglie, ma non riesce a staccarsi da quella macchina stritolante che è l’impero finanziario che ha creato e al quale è legato.
Fino a quando non arriva la Grande Depressione e non gli rimane più niente, ritornando come quando ha cominciato: un pescatore. Più povero, ma anche più libero e sereno, con la possibilità di sposare la donna che ama veramente e passare con lei la vita, lontano da un mondo freddo e ostile. Non per niente, la frase che meglio rappresenta lo spirito di questa storia è tratta dal libro di Lao Tzu e Chuango Tzu, presente nell’ultima pagina del romanzo:

Mosso da profondo amore, l’uomo è coraggioso
E, se frugale, diventa generoso
E chi non desidera dominare il mondo
ne diventa padrone

Howard Fast, autore del famoso Spartacus, con Gli Emigranti (primo volume di una quadrilogia) crea una storia che ben mostra la scalata al potere di un uomo che viene dal nulla, che con la sua volontà e ambizione riesce ad arrivare in alto. Una storia che riesce a mostrare la presa di consapevolezza dei veri valori della vita e di come arrivati a un certo punto ci si distacchi dal superfluo.
Ma Gli Emigranti non è solo la storia di Danielle Lavette. Lo è anche di Mark Levy, May Ling, Anthony Cassala, Feng Wo e di tutti gli altri personaggi (italiani, ebrei, cinesi) giunti in America per crearsi una vita, sopportando i lavori più umili, il disprezzo e la denigrazione degli americani che li ritenevano inferiori a loro; una condizione ben mostrata e che dovrebbe aver insegnato agli italiani cosa significa essere immigrati e cosa si prova. Invece è una lezione che le generazioni attuali hanno perso e dimenticato, facendo patire lo stesso fato a chi viene ora in Italia in cerca di speranza di una vita migliore.

Cuore di lupo

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Cuore di lupo di Ron D. LawrenceFiglio di genitori inglesi, Ron D. Lawrence è cresciuto a Vigo, in Spagna, dove la sua adolescenza fu interrotta prima dalla guerra civile spagnola e poi dalla seconda guerra mondiale, rimanendone segnato profondamente. Nel 1954 lasciò l’Europa, teatro di innumerevoli massacri e si trasferì in Canada, decidendo di vivere una vita da eremita nelle sconfinate foreste del paese, creandosi intorno una corazza contro tutto e tutti. Fu l’incontro con Yukon, metà cane e metà lupo, a fargli riscoprire il gusto dell’amicizia e del bisogno degli altri. Ed è proprio per rendergli omaggio che ha scritto Cuore di Lupo (The north runner): una storia che parla del rapporto tra uomo e cane, ma anche quello con la natura, del senso d’insoddisfazione nei riguardi di una società che è soffocante e alienante con le sue brutture e i suoi orrori, della ricerca di libertà, ma soprattutto di se stessi. E la natura, come il tempo, è maestra nel guarire certe ferite: con il ritmo delle sue stagioni, la bellezza dei suoi paesaggi, ma anche con le sue dure leggi che richiedono rispetto, è capace di ridare il giusto senso delle cose all’essere umano, a fargli comprendere come molte delle cose che insegue in realtà sono solo illusioni. Anche gli animali, se si sa osservare, sono maestri e hanno molto da insegnare. E’ così che Lawrence impara come si costruisce un rapporto e come si conquista la fiducia; soprattutto impara che l’amore è completo soltanto se capace di restituire la libertà quando necessario, anche se questo può portare tristezza.
Cuore di lupo è un romanzo molto bello, capace di cogliere l’essenza dei grandi spazi selvaggi del Canada e trasmettere il senso di libertà che vige in essi. Soprattutto mostra uno dei può antichi rapporti esistenti, quello tra uomo e cane, un sodalizio che esiste da secoli e che è stato per entrambi un grande aiuto, soprattutto per l’uomo, vista la generosità con la quale il cane si dona senza pretese.
Una storia che chi ama la libertà, la natura ed è stanco di una società arida e avvilente non può mancare di leggere, per riuscire a ritrovare quello spirito che è andato perduto con l’avvento della civiltà.

Chris deve guarire

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La raffigurazione di una scena di Chris deve guarireJoe Reilly ha una famiglia numerosa, cinque figli, di cui è orgoglioso, perché è cresciuta bene, tenendosi lontano da guai e droga, con iniziative coronate da successo.
Kathy, venticinque anni, è socia di una ditta di progetti per arredamento.
Frank, ventuno anni, è uno dei migliori dell’università di Notre Dame e cintura nera di karatè.
Christopher, diciotto anni, uno dei migliori giocatori di golf del club che frequenta.
Bill a quattordici anni è uno dei più quotati della New England Tennis Association.
E per finire il piccolo Patrick a quattro anni sa pattinare.
A questo quadro va ad aggiungersi il fratello Matt, più piccolo di lui, presente in caso di bisogno, e la moglie Connie, più aperta e affettiva del suo carattere introverso e quasi burbero, dovuto a un’infanzia di sacrifici causata dalle ristrettezze della crisi economica in cui era cresciuto. Gran lavoratore e cattolico convinto, crede nell’impegno, è un gran lavoratore, bada al sodo, non si perde dietro al superfluo e soprattutto vuole il meglio per i suoi figli, cercando di fargli avere quell’istruzione universitaria che a lui è mancata e che tanto ritiene importante per riuscire nella vita e avere una vita migliore. Una convinzione che lo rende rigido e a non fargli prendere in considerazione se questo è quello che vogliono i figli.
Frank è quello che più sente il peso di ciò, con scelte fatte per accontentarlo, ma non veramente volute, mentre Christopher appare il figlio che cerca di seguire di più la sua strada con iniziative personali, come comprarsi un’auto e sistemarsela da solo o prendere una casa in affitto per passarci con gli amici l’estate.
Qualche scontro e incomprensione, come in tutte le famiglie, ci sono, ma è una vita serena, tranquilla, dove c’è unità e supporto. Una vita che però cambia drasticamente quando Chris, a causa di un gruppo di ragazzi che guidano ubriachi, viene coinvolto in un grave incidente in cui due suoi amici muoiono e lui ridotto in coma, il lato destro del corpo paralizzato e il cervello con gravi traumi, ritenuti da medici non recuperabili.
E’ a questo punto che la determinazione di Frank salta fuori, quella determinazione che l’ha fatto essere il migliore in quello che faceva quando nessuno credeva che sarebbe riuscito a esserlo. Una determinazione che risulta quasi ossessione, che lo fa dedicare completamente al fratello, convinto di poterlo far tornare normale contro il parere di tutti. Ostinato a non mollare e a non arrendersi, sostenuto dalla sua convinzione (a differenza della fede incrollabile della madre verso la Madonna), a rinunciare anche ad avere una propria vita, con l’aiuto dell’amica Laurie innamorata di Chris, riesce un passo alla volta a ottenere miglioramenti: sa che il fratello è distante centinaia di chilometri da quello che era e che può farlo riavvicinare solo un centimetro per volta, ma è un centimetro in più ogni volta. Una sfida che vuole vincere per mantenere la promessa fatta ai genitori, per sé e per il fratello, anche se ci sono tante sconfitte e momenti in cui tutti gli sforzi sembrano non portare a nulla. Momenti che vedono anche scontri con i dottori che non credono nel recupero, con un sistema che non aiuta davvero chi ha bisogno, che lo vedono perdere la ragazza che ama perché troppo ossessionato dalla guarigione del fratello, perché si è tirato fuori dalla realtà. Momenti difficili come quando deve allontanare Laurie da Chris per via della sua possessività e dal fatto che pretenda che il fratello si leghi a lei per quanto fatto, un modo per tenerselo stretto, per comprare il suo amore.
Ma alla fine Frank ha ragione di tutti gli ostacoli, le perdite e i sacrifici fatti, e riesce a far sì che Chris ritorni a essere una persona indipendente che prende decisioni di sua volontà e possa avere una sua vita. Come può averla anche lui, potendo partire per New York e tentare la carriera di attore, con la paura dell’ignoto, ma anche con l’appoggio del padre che in questo periodo difficile è divenuto meno rigido, lasciando più spazio ai figli di seguire la strada che vogliono.

Chris deve guarire (il titolo originale è Totaled) è un romanzo tratto da un racconto e una sceneggiatura teatrale sulla difficile esperienza vissuta da Steven McGraw, che la scrittrice Frances Rickett ha realizzato. Steven, come il protagonista Frank, si era laureato all’università di Notre Dame, aveva rifiutato un lavoro all’IBM e non sapeva cosa fare della propria vita. E come Frank, ha avuto il fratello minore Emmett vittima di un grave incidente automobilistico, seguendolo con dedizione per due anni, fino al suo recupero quasi totale (il lato destro del corpo è rimasto un po’ debole).
Una storia densa, profonda, che mostra difficoltà, determinazione e i rapporti che si creano e che ci sono tra le persone in determinate situazioni, che coinvolge e sa trasmettere un senso di buono e convinzione a resistere e andare avanti nonostante tutto remi contro. Una lettura consigliata.

Le difficoltà dello scrivere

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scrivereScrivere è una passione, un modo per comunicare, esprimersi. E’ qualcosa di bello, di piacevole, ma questo non toglie che ci siano delle difficoltà, che tutto sia facile.
Il processo di scrittura è qualcosa di meticoloso, che va curato, soppesato. Quando si ha un’idea, si scrive un pensiero o si descrive una scena, la si può fare di getto, seguendo l’ispirazione, affrettandosi a mettere su carta quello che si ha in mente prima che sfugga; questo va bene finché si è i soli a leggere quanto si scrive, se si deve presentare il lavoro ad altri occorre invece una buona messa a punto.
E’ qui che occorre trovare il giusto equilibrio nell’uso delle parole perché la frase sia efficace e non dispersiva, non annoi, sia ridondante o pesante; occorre trovare la sintesi necessaria. E chi scrive sa quanto questo alle volte possa essere difficile, perché e parole non vengono fuori, perché qualsiasi tentativo sembri inefficace. Si può scrivere una frase più e più volte e dopo tanti sforzi essere insoddisfatti del lavoro svolto.
Anche quando si è finito di scrivere tutto un racconto o un romanzo, il lavoro non è concluso, perché ci sono diverse riletture per eliminare errori, sviste e rendere migliore la forma.
Non va dimenticato che durante i processi di ideazione, creazione, revisione, occorre che lo scrittore possa lavorare in pace, senza distrazioni, senza essere continuamente interrotto. E qui sorge un’altra difficoltà, perché c’è la convinzione comune che lo scrivere non possa essere un lavoro, ma solo un passatempo, qualcosa per cui si possa essere interrotti e disturbati in qualsiasi momento. In Italia questa è una mentalità molto diffusa, visto come viene trattata e considerata la cultura, dato che passa il messaggio che meno cose si sanno e più si è ignoranti e meglio è (e se ci si pensa, non è una cosa tanto strana dato che è in questo modo che si può meglio condizionare e controllare le masse).
Ma le difficoltà dello scrivere non finiscono con lo scrivere, dato che se uno vuole raggiungere altre persone con le sue opere (i lettori) si deve scontrare con un’editoria miope. Le cose non vanno meglio con l’autopubblicazione, dato che non è facile trovare chi legge il proprio lavoro in mezzo a un mare di pubblicazioni, soprattutto avendo a che fare con la ritrosia che si ha verso chi si autopubblica, ritendo le sue opere come qualcosa di basso livello, pensando che se fosse qualcosa di davvero valido, un editore lo si sarebbe trovato.
Scrivere non è qualcosa di facile, le difficoltà sono tante e solo se si ha vera passione, dedizione, lo si può portare avanti.

Il crollo del fantasy

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La copertina di Toll the Hounds di Steven Erikson ben rappresenta il mercato bruciato del fantasy in ItaliaCon l’uscita dei film di Peter Jackson su Il Signore degli Anelli, il fantasy ha trovato un grosso traino che l’ha portato alle luci della ribalta. Case editrici, autori, lettori si sono buttati su questo genere andando così a creare un mercato florido, ricco di prodotti. Tavole rotonde si sono create dove hanno partecipato scrittori e addetti ai lavori, dove in tanti vedevano quanto stava accadendo come il punto di partenza per l’espansione del genere, perché avesse quel riconoscimento che fino ad allora gli era stato negato, venendo sottovalutato e considerato una lettura di serie b, di mero intrattenimento, adatta solo a bambini, adolescenti e mentecatti.
Tanto è stato l’ottimismo e tante le aspettative avute.
Chi però ha saputo osservare, ha potuto vedere, avendone conferma in seguito, che sarebbe stato un fuoco di paglia. I motivi di questa considerazione divenuta realtà sono dovuti al fatto che tutto è stato improvvisazione, si ha avuto fretta di accaparrarsi fette di mercato per ottenere guadagno, ma non ci si è soffermati a curare la qualità del prodotto, a conoscere il genere, ad avere la conoscenza, la preparazione, le basi per realizzare opere di questo genere. Si è sempre seguita la moda del momento (dai romanzi simil Signore degli Anelli al ricercare emuli sempre più giovani di Paolini, dai vampiri al romance in salsa fantastica) puntando solo a ottenere ricavi.
Passato il momento, ci si ritrova a fare i conti con le macerie di un mercato bruciato. Per ingordigia e incapacità si è persa l’opportunità di valorizzare e far crescere un genere. L’illusorio ottimismo (purtroppo tipico ormai dell’Italia) ha portato ad avere cenere tra le mani, portando rimessa alle case editrici e agli autori pubblicati che ora non vendono più o vendono poco, ma anche a chi vorrebbe provare a pubblicare, dato che dopo lo scotto è difficile trovare che è disposto a investire su un genere che è stato bruciato, soprattutto perché non ci sono più lettori nuovi interessati ad approcciarsi al fantasy, data la mediocrità che per anni è stata rifilata. Rimane solo chi è veramente (e lo è sempre stato) appassionato di fantasy e ricerca negli autori del passato che hanno realizzato romanzi di valore e senso.
Chi ha saputo osservare non è meravigliato di quanto successo, perché si è avuto di fronte il tipico modo di fare italiano, che fa tanti proclami e sparate, ma manca di organizzazione, preparazione, capacità, professionalità. Un modo di fare che fa perdere fiducia, con tutto quello che ne consegue. Purtroppo è triste constatare che nel nostro paese ormai è tutto così, che si dà spazio a chi non lo merita (incapaci e raccomandati, perché è questa ormai la mentalità comune diffusa) mentre si preclude ogni via a chi ha capacità, idee, potenzialità e crea qualcosa di valido.

L'epoca dei topi

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ratatouille, uno dei topi del cinemaQuando si pensa ai topi, non bisogna farlo con i canoni che sono stati fatti passare dal cinema con film come Stuart Little – Un topolino in gamba o Ratatouille, che per ingraziarsi e intenerire il pubblico, specie quello dei più piccoli, ne danno una visione alterata. Finché si rimane nell’ambito dell’immaginazione va tutto bene, ma se l’umanizzazione effettuata nell’invenzione viene trasposta nella realtà, si commette un grave errore.
Tante volte si sente dire da persone che i topi sono carini, teneri, e s’impietosiscono quando sentono di questi animali presi dalle trappole, uccisi dai veleni o usati come cavie. La comprensione per la sofferenza di un essere vivente è comprensibile, ma occorre anche vedere la realtà per quella che è: i topi sono animali dannosi. Molto intelligenti (dispongono di memoria visiva), ma dannosi.
Sono portatori di malattie, basti pensare che sono stati loro la causa di tante epidemie di peste nel medioevo (va anche ricordato che la loro proliferazione è avvenuta grazie alla stupidità umana, che in quei periodi bruciava i gatti al rogo considerandoli creature del demonio); ma senza andare a rinvangare il passato e ricercare casi eclatanti, i topi portano tante altre malattie, visti gli ambiente dove vivono (fiumi, discariche, fogne) e sono trasmissibili in tanti modi: attraverso il morso, le feci, le urine, dato che fanno i loro bisogni dove capita, anche nei mangimi degli altri animali o nel cibo che viene tenuto nelle cantine.
Non bastasse questo, i topi vanno dappertutto e rosicchiano qualsiasi cosa, causando spesso anche ingenti danni. Diversi sono i casi di topi infiltratisi nei vani motori delle auto, dove, rosicchiando cavi elettrici, hanno causato centinaia di euro di danni, o entrati in cabine elettriche e, sempre per via del rosicchiare fili, fattele saltare, lasciando così senza energia decine di utenze. Senza contare che sono onnivori e mangiano di tutto: rubano uova nei pollai, se s’intrufolano in una voliera possono mangiare piccoli volatili, se entrano in una conigliera e ci sono dei cuccioli appena nati, se riescono li uccidono e si cibano di loro.
Come se non bastasse il loro essere dannosi, risulta difficile debellare la loro presenza in un luogo una volta stabilitisi, dato che sono prolifici in una maniera mostruosa: figliano diverse volte all’anno, con almeno una decina di cuccioli per volta.
Non ci si faccia impietosire dal cinema o da certi servizi: i topi sono dannosi, spietati, ma non per cattiveria, quanto perché seguono il loro istinto devastatore per sopravvivere. Ma il loro sopravvivere porta rovina dovunque loro passano.
Il pensare a questi animali fa sorgere un’analogia. Politici, imprenditori, governanti di paesi sono come queste bestie: arraffano indiscriminatamente per il loro tornaconto, non si curano di nulla, prendendo tutto il possibile e distruggendo quello su cui mettono le mani, è quasi impossibili scacciarli una volta che si sono insediati in un luogo. Portano solo rovina e perdita.
E’ triste costatarlo, ma si vive in un’epoca di topi e non è qualcosa di bello.

Devilman

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DevilmanDevilman è il capolavoro realizzato da Go Nagai nel 1972. Una storia densa, cruda, violenta, che va a sondare il lato più oscuro dell’uomo e per farlo usa figure ben presenti nella mitologia e nelle religioni: i demoni.
La storia ha inizio quando il timido e tranquillo Akira Fudo viene coinvolto dall’amico Ryo Asuka nelle scoperte fatte dal padre archeologo di quest’ultimo. Da quanto scoperto grazie a un artefatto dai poteri soprannaturali, milioni di anni prima della comparsa dell’uomo, quando ancora c’erano i dinosauri, esisteva una razza ancora più forte e pericolosa che dominava la Terra: i Demoni, creature che per divenire più potenti si fondevano con altri corpi, quali quelli di animali, piante e loro simili.
L’improvviso cambiamento del clima e l’arrivo delle glaciazioni pose fine alla storia dei demoni, ma non li distrusse: semplicemente li ibernò. E il loro ritorno, con l’umanità all’apice della sua cultura, si sta facendo prossimo. Già in altre occasioni la razza umana ha avuto contatti con essi, altrimenti non si spiegherebbero tanti miti e storie presenti nelle varie religioni sui demoni, ma questa volta tali creature stanno riapparendo per riprendersi quella Terra che avevano dominato milioni di anni fa, facendo divenire gli uomini il loro nutrimento.
Di fronte a tale sconvolgente scoperta, Ryo propone ad Akira una soluzione estrema: attraverso un sabba, cerimonia necessaria per far giungere i demoni e annullare la razionalità umana d’ostacolo alla possessione demoniaca, assumere il controllo del corpo di uno di quei mostri per avere la forza necessaria per sopravvivere. Spinto anche dall’attacco dei Demoni all’edificio nel quale si sono rifugiati, Akira accetta la proposta dell’amico: il rito ha successo e prende possesso di uno dei Demoni più potenti, Amon, acquisendo la forza del suo corpo, ma mantenendo il suo cuore umano, divenendo così Devilmen. Ryo invece non viene posseduto da nessuno di quei mostri.
Comincia così per Akira una nuova vita, vedendolo mutato anche nel carattere: non più timido ma spavaldo, non più rifuggente gli scontri, ma anelante la violenza. Soprattutto vede iniziare la sua lotta contro i demoni che sempre in maggior numero cominciano a comparire nel mondo e a nutrirsi di esseri umani, divenendo loro acerrimo nemico e attirando ben presto il loro odio e la loro sete di vendetta per quello che ritengono un tradimento. Si ha così la tremenda lotta con Ghelmer, demone dell’acqua, e Agwell, ambasciatore infernale, che si conclude con una della battaglie più famose e cruente del manga, quello con l’arpia Siren.
Questo è solo l’inizio della discesa nell’inferno in cui la sua vita e il mondo stanno per sprofondare. Perché i demoni oltre che forti sono subdoli e colpiscono in quella parte che ritengono più debole: gli affetti cui è legata la sua umanità. Si ha così il tentativo del Generale demone Zahn, per eliminarlo, di possedere, tramite dei ragni, i suoi compagni di scuola, nonché quello ancora più bastardo del demone tartaruga Jinmen, che divora le persone ma che rimangono ancora vive con i loro volti impressi sul suo guscio. Akira in questo scontro si trova in difficoltà perché colpire il demone significa uccidere le persone divorate dal demone e tra queste c’è una bambina sua amica; una delle battaglie più tristi e strazianti, soprattutto quando la piccola Sachiko gli rivela ormai di essere solo un cadavere, di non poter più giocare con mamma e papà, che tutto quello che voleva era vivere, e in un ultimo grido lo esorta a uccidere Jinmen, perché tanto è morta.
Come è toccante e straziante la storia del piccolo Susumu, l’amico di Tare (il fratello di Miki, la ragazza di Akira), dimostrazione di come in un mondo allo sfascio non ci sia più spazio per sentimenti e legami, nemmeno tra genitori e figli. In un clima sempre più claustrofobico e di terrore, le persone si fanno possedere dalle fobie e ogni traccia di civiltà e razionalità scompare, specie dopo l’attacco del Re Demone Xenon. Con la scoperta dei demoni e il fatto che si nascondono in mezzo alle persone con le loro stesse sembianze, comincia una vera e propria caccia alle streghe, con reparti speciali d’inquisizione che per scovare i mostri prendono a torturare e massacrare chiunque è sospetto. Posseduta dalla paura e dalla follia, la razza umana dà il peggio di sé, mostrando i suoi lati più oscuri, e cominciando così a sterminarsi da sola.
Malgrado la sua forza, Akira non può che osservare atterrito lo svolgersi degli eventi, rimanendo sconvolto dinanzi alla scoperta che in realtà l’amico Ryo non è altro che Satana (che ne ha preso il posto  due anni prima al suo risveglio dall’ibernazione nel quale volutamente era caduto) e che quanto sta accadendo non è altro che il suo piano per riappropriarsi della Terra. Fattosi ipnotizzare dal demone Psycheogenie per perdere la memoria, Satana assunse sembianze umane e visse tra gli uomini per studiarne la psiche e scoprirne i punti deboli per usarli contro di essi; un piano quasi perfetto, se non ché l’angelo caduto, essendo ermafrodito, non s’innamorò di Akira e volle salvarlo dalla distruzione del genere umano sacrificando Amon. A causa della sua lussuria, Satana si ritrova a combattere contro Akira e le schiere dei Devilmen che ha radunato.
Un Akira che ha perso tutto. I Makimura, la famiglia che l’ha accolto, accettandolo per quello che è, torturati a morte dagli inquisitori. Miki e Tare fatti a pezzi da una folla di persone impazzite dopo una strenua resistenza nella propria casa. Gli uomini che aveva promesso di proteggere divenuti peggio delle bestie, divenuti come i demoni contro cui ha combattuto.
Con la scomparsa della razza umana, inizia l’armageddon, lo scontro finale tra demoni e devilmen. Un finale che vedrà l’ultimo confronto tra Akira e Ryo, tra amore e odio, tra angelo caduto e demone dal cuore umano. Un finale, con l’arrivo degli angeli già intervenuti per fermare la Russia caduta tra le mani dei demoni, che non lascia spazio a nessuna gioia, a nessuna speranza.
Cupo, visionario, Devilman è un manga con una trama che affonda (oltre a rifarsi al lavoro precedente di Go Nagai, Mao Dante) nel mito e nelle religioni, soprattutto quella cristiana. Non pochi sono i riferimenti biblici: la Russia colpita dagli angeli ricalca in pieno la fine delle città di Sodoma e Gomorra (con le persone che vedono la luce divina tramutarsi in sale come accadde alla moglie di Lot) è tra quelli più evidenti, ma non si può non notare come l’autore si sia ispirato alle incisioni di Gustave Dorè della Divina Commedia. Ma Devilman non è solo questo: mostra e ripropone, rivisitandoli, i momenti più bui della storia umana, riuscendo in pieno a cogliere lo spirito di quei tempi. Devilman riesce ben a sottolineare le psicosi della specie umana, mostrando come reagisce quando ha a che fare con la paura, fin dove si spinge quando ha a che fare con il diverso. Soprattutto mostra come gli uomini sono influenzabili e si fanno manipolare da chi è al potere e controlla l’informazione: la maggior parte delle persone uomini non ricerca la verità, ma obbedisce a chi sta in alto, facendosi strumentalizzare dalle sue parole, perché chi è al comando sa su quali punti far leva per ottenere ciò che vuole, come viene ben mostrato da Ryo/Satana. L’inquisizione, la caccia alle streghe, il nazismo (per fare alcuni esempi) hanno sempre giocato sul fatto che il diverso fosse il male e per questo andasse eliminato, invece di cercare di comprenderlo: facendo leva sulla paura, sull’odio, sulla violenza, sulla crudeltà insiti nell’animo umano, in tutta la storia c’è sempre stato chi ha portato dolore e sventura all’intera razza umana.
Go Nagai con il suo Devilman riesce a mostrare tutto questo e non si esagera asserendo che si è di fronte a un capolavoro. Certo il tratto del disegno è quello degli anni settanta (anche se si vede un miglioramento, una maggior cura dei dettagli con l’avanzare delle tavole, osservando una gran differenza tra i primi disegni e gli ultimi), ma risulta essere una di quelle opere che andrebbero lette e non solo dagli amanti dei fumetti e a chi gli piace leggere, ma da chiunque, perché è uno specchio per comprendere il presente in cui si vive.