Il falco

L’inizio della Caduta

 

Jonathan Livingston e il Vangelo

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L’Ultimo Demone

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L’Ultimo Potere

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Aeroporto

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AeroportoE’ ancora recente il ricordo della tragedia della Lufthansa, dove il pilota Andreas Lubitz si è suicidato portando con sé tutte le persone a bordo dell’aero. Un gesto mosso da disperazione e problemi personali che per lui non potevano trovare soluzione se non in una maniera eclatante. Proprio come ha deciso di fare D.O.Guerrero, imprenditore edile in grosse difficoltà economiche, che non vede altra soluzione ai suoi problemi se non quella di un gesto disperato: farsi saltare durante un volo diretto a Roma, facendo precipitare l’aereo sull’oceano in modo da non lasciare tracce e far sembrare tutto un incidente, così che l’assicurazione sulla vita dia i soldi alla moglie per la sua morte.
Un gesto che cambierà la vita di molte persone, facendogliela vedere in modo diverso, ma soprattutto conferendogli una piega diversa. In una situazione già tesa, il direttore dell’aeroporto, Mel Bakersfeld, deve far fronte a una tempesta di neve che si è abbattuta sull’aeroporto Lincoln dell’Illinois, oltre a un comitato di protesta della cittadina vicina per il troppo rumore dei velivoli e al rapporto teso con la moglie che pretende che lui metta le sue esigenze al di sopra di tutto per risaltare in società. Suo fratello Keith, radarista, logorato dal senso di colpa per un incidente aereo di cui si sente responsabile e da un lavoro che sempre più odia, deciso a porre fine a una situazione che ormai non regge più. Il comandante Vernon Demerest, alle prese con la relazione con la giovane hostess Gwen e la decisione se tenere o no il bambino che stanno aspettando. Ci sono poi il responsabile Joe Patroni impegnato a liberare una pista da un aereo impantanato, un’arzilla vecchietta che viaggia a sbafo e l’impiegata Tanya impegnata a far fronte e coordinare i vari problemi tra personale e passeggeri.
Con Aeroporto, Arthur Hailey crea nel 1968 un romanzo teso e avvincente, coinvolgente, che sembra quasi ricalcare un evento avvenuto poi nella realtà decine di anni dopo la realizzazione dell’opera, purtroppo con un esito ben diverso da quello che aveva immaginato.

Ghost Rider La strada per la dannazione

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Ghost Rider La strada per la dannazioneDa sempre la lotta tra angeli e demoni è presente nelle religioni di tutto il mondo (può cambiare il modo di chiamare queste creature, ma la sostanza è sempre la stessa) ed è stata ispirazione di tante storie: basta pensare al famoso Paradiso Perduto di Milton o a tutta quella letteratura che negli ultimi anni ha popolato le librerie con questa tipologia di storie (spesso riducendola a semplice pretesto per storie d’amore; tra le poche che si salvano da questa moda, va ricordato Quando il diavolo ti accarezza di Luca Tarenzi). Cinema e televisione non sono state da meno, basta pensare quanto queste trame sono state centrali nello sviluppo di una seria come Supernatural.
I fumetti non ne sono stati esenti ed è su queste basi che si basa la storia di Garth Ennis (autore divenuto famoso per un ciclo realizzato su Hellblazer e Preacher), Ghost Rider La strada per la dannazione. Johnny Blaze, acrobata motociclista creato nell’universo Marvel da Roy Thomas, Gary Friedrich e Mike Ploog, ha venduto l’anima a Mefisto per salvare il proprio mentore dal cancro (morto però ugualmente in un incidente perché non rientrava nell’accordo); a seguito di ciò Johnny diviene lo Spirito della Vendetta, un motociclista dal teschio fiammeggiante chiamato Ghost Rider. Le vicende che hanno caratterizzato questo personaggio sono tante (è nato nel 1972) e si arriva così al 2006, quando è scritta e disegnata La strada per la dannazione, dove Johnny Blaze cerca di sfuggire ai gironi infernali nel quale è stato trascinato per la salvezza della propria anima. Ogni notte gli abitanti dell’inferno gli danno la caccia, mentre lui cerca di raggiungere i portoni dell’inferno oltre i quali sarà in salvo. E ogni notte lo raggiungono e lo fanno a pezzi, punendolo per i suoi peccati. Ma quando sorge il sole il suo corpo è di nuovo integro e tutto ricomincia da capo, per l’eternità (una pena che ricorda tanto quelle dell’inferno di Dante, ma anche il famoso mito di Prometeo, il titano che concesse la conoscenza del fuoco all’umanità e per il quale Zeus lo punì incatenandolo sulla cima di una montagna e facendogli mangiare ogni giorno il fegato a una roccia, fegato che ogni notte si rigenerava per continuare il supplizio all’infinito).
Almeno fino a quando non interviene l’angelo Malachi, che lo fa uscire dall’inferno per fermare il demone Kazann al suo posto (dato che appartiene alla schiera di quelli che ritengono che gli agenti celesti non debbono agire direttamente), prima che altri (come l’arcangelo Ruth e il demone Hoss) mettano le mani su di lui. Naturalmente le cose non sono affatto quello che sembrano e gli angeli non sono quei stinchi di santi che appaiono, con tutti i loro complotti, le loro macchinazioni, per scalare la scala gerarchica e non far scoprire i propri altarini. Si ha così Ghost Rider in competizione con l’irriverente e pungente Hoss e la gelida e spietata Ruth (facendo sembrare un Terminator un essere misericordioso e sensibile). In mezzo a tutto ciò, Padre Adam e l’imprenditore senza scrupoli Mister Gustav, entrambi vendutisi alle forze infernali per ottenere quanto desiderano.
Un copione che non ha nulla di originale, ben diretto da un Ennis tagliente, violento e provocante, ma che non avrebbe ottenuto il successo avuto se non fosse stato per i dettagliati e spettacolari disegni digitali di Clayton Crain, che svolge davvero un ottimo lavoro, rendendo perfettamente l’atmosfera cupa e cruda di questa storia, dove nessuno ne esce bene.

L'Ultimo Potere: cambiamenti.

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Sono terminate le ultime due revisioni di L’Ultimo Potere. Revisioni avviate grazie anche al giudizio di chi l’ha letto, che ha permesso di far chiarezza su un dubbio che avevo (sul modo di proporre una parte dell’opera) e, a seguire, a conferire una maggior sintesi al testo: adesso L’Ultimo Potere ha un decimo di battute in meno (ne sono state tolte circa centomila). Ma non solo: grazie a un’osservazione che è stata fatta, è stata apportata una modifica a un punto della trama, rendendo rendendolo più credibile e comprensibile un certo modo di agire di alcuni personaggi. Questo cambiamento non solo ha permesso di rendere più chiare certe scelte perpetrate, ma fa sì che si leghi a eventi narrati da altre parti: una cosa che ho apprezzato, perché permette di rendere migliore il quadro dei Tempi della Caduta. E’ stato il cambiamento più rilevante, ma ne sono stati fatti altri più piccoli; quindi si può dire che benché il romanzo sostanzialmente sia lo stesso, è in qualche modo diverso dalla prima versione, ergo, si ha davanti un qualcosa di nuovo.
Perché però fare due revisioni?
Semplice: la prima è servita ad apportare le modifiche e a effettuare la sgrossatura del testo, la seconda a eliminare refusi rimasti nel primo passaggio e a “limare” ancora un po’ il testo (sono state eliminate altre diecimila battute).
Arrivato a questo punto posso dire che L’Ultimo Potere è nella sua forma definitiva e adesso posso passare a concentrarmi su altri lavori.
Che fine farà a questo punto L’Ultimo Potere?
Mad Max Fury Road aiuterà L'Ultimo Potere a essere pubblicato da una ce?Al momento è in attesa di ricevere risposta da ce presso le quali ho mandato la proposta: non so come andrà, di certo spero che venga accettato. Magari la sua sorte può essere aiutata dal film Mad Max: Fury Road se avrà un buon successo; una cosa non certo voluta (ma che se avvenisse non dispiacerebbe) dato che L’Ultimo Potere è stato finito di scrivere nel 2011, in un tempo precedente l’uscita del film, e non è stato, come spesso accade, scritto dopo il successo di un certo genere di trame. E’ però innegabile che di solito, se un film, un romanzo ottiene buoni consensi, le ce sono propense a puntare sul genere di questi prodotti; in questo caso c’è da sperare di essere la proposta giusta al momento giusto e nel luogo giusto (come si sa, il tempismo è elemento importante).
Non è un segreto, avendone già parlato in passato, che L’Ultimo Potere abbia preso per ambientazione un mondo apocalittico alla Mad Max, dove ogni società è crollata e si viaggia in una terra ridotta a un deserto: ho sempre trovato il mondo creato da George Miller adatto a far vedere come la Terra si può ridurre a seguito di un evento apocalittico (non sono certo stato né il primo né il solo, basti pensare a Tetsuo Hara e Buronson (pseudonimo dello sceneggiatore Yoshiyuki Okamura), quando hanno creato il manga Ken il Guerriero (dove anche il modo di vestire del protagonista s’ispira al personaggio interpretato da Mel Gibson).
Ma la scelta dell’ambientazione è stata qualcosa che è avvenuto in seguito, dato che prima di tutto è venuta l’idea che è il cuore del romanzo: e se gli insegnamenti dati dalle istituzioni religiose non fossero quelli delle vere religioni? Se questi insegnamenti a un certo punto fossero stati sostituiti da quelli dei Demoni per condizionare la gente e arrivare a ricreare il loro dominio, assoggettando tutta l’umanità a obbedire all’Unico Culto e a piegarsi ai Vizi, alimento con cui i Demoni rafforzano i loro poteri? Se a causa (anche) di questo, l’umanità fosse caduta, che cosa sarebbe accaduto alla Terra?
Niente di buono, questo è certo: si sarebbe creato un inferno dove le persone sono o schiave o fuggitive, costrette a fare i conti con gli errori e gli orrori che hanno creato con le proprie scelte sbagliate. E’ in questo scenario che si muove il protagonista Guerriero, un combattente, un uomo che cerca un luogo dove non ci sia follia, una Luna Azzurra (chi ha letto Orizzonte Perduto sa a cosa mi riferisco) dove finalmente poter davvero vivere e non solo sopravvivere, una sorta di Dante che si muove in un mondo infernale, lottando contro chimere, mutantropi, Posseduti e Demoni; anche lui incontrerà il proprio Virgilio che lo aiuterà nel suo cammino. Il riferimento alla Divina Commedia di Dante Alighieri non è casuale, perché l’avventura creata vuole essere una presa di coscienza, di consapevolezza dei Vizi, proprio come ha fatto la magnifica opera dello scrittore fiorentino (magari, sempre con un po’ di fortuna, può aiutare il fatto che Benigni, con le sue serate dedicate alla Divina Commedia, abbia ridato attenzione all’opera di Alighieri e ci siano ce che vogliano puntare su testi che si leghino a essa).
Visto che si parla di Demoni, il pensiero non può andare che a Devilman di Go Nagai, altra ottima opera che ben mostra il degrado e l’imbestialimento della razza umana, di come si sia lasciata andare alla parte più oscura del suo animo. Manga dove perfettamente si vede la durezza e la crudeltà di un mondo dove domina la violenza e che è servito per avere un’idea di che impronta dare alla storia, di che spirito conferirgli (almeno una parte).
Queste fonti sono state sì le basi ispiranti di L’Ultimo Potere (senza contare il ruolo che hanno avuto gli Archetipi e il rivolgersi alla psicologia, prendendo spunto dalle teorie di Cesare Lombroso), su cui è stato preparato e organizzato il tutto, ma non va dimenticato che poi la storia ha preso vita da sé, sfruttando eventi non programmati (il suggerimento di mia madre di leggere Orizzonte Perduto proprio mentre stavo scrivendo quest’opera è stato più che utile, direi determinante, nello sviluppo della storia e di Guerriero) e personaggi che sono nati strada facendo, come è successo con Spazio, Tempo, Ombrosa, il Necrofago, il Mezzodemone (questo personaggio è nato in seguito a un sogno), andandosi ad aggiungere a quelli che avevano già una parte come Furia, il Demone Divino, quello Senza Memoria, Maestro, Vecchio.
A questo punto delle cose, il mio l’ho fatto: idee, costanza, impegno, attenzione, meticolosità, sono state messe per rendere al meglio L’Ultimo Potere. Ora non dipende più da me: quello che accadrà, si vedrà. Quanto scritto in precedenza può sembrare un volersi basare solo sulla fortuna, ma occorre considerare che anche questo elemento, soprattutto nel periodo in cui si vive, è di un’importanza non indifferente. Perché proporre l’idea giusta, al momento giusto, nel luogo giusto, è qualcosa non da poco. Fortuna, ma anche tempismo. Perché alle volte è proprio e solamente una questione di tempismo.

Gigantomachia di Kentaro Miura

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Gigantomachia di Kentaro MiuraGigantomachia è un’opera di Kentaro Miura realizzata nel 2014 ed è il motivo per il quale l’altra opera del mangaka, Berserk, si è fermata. Come già suggerisce il titolo, la storia è ispirata al mito omonimo (dal greco: gigas gigante e makhē battaglia) che vede i giganti (aizzati dalla loro madre Gea e dai Titani) voler conquistare l’Olimpo, scatenando una guerra con gli dei greci che vi abitano. Accatastando tre montagne una sull’altra, i ventiquattro giganti ingaggiarono una dura lotta contro i dodici dei, che solo grazie all’aiuto di un semidio, Eracle, figlio di Zeus, riuscirono a ottenere la vittoria: è infatti lui l’ago della bilancia che fa pendere lo scontro dalla parte degli abitanti dell’Olimpo e a infliggere sempre il colpo di grazia ai giganti. Scoraggiati, a questi ultimi non resta che scappare. Da alcuni di loro (o parte di loro) nascono delle isole: è il caso di Encelado che colpito da un masso scagliato da Atena cade in mare e diventa l’isola di Sicilia e di Coo, a cui Poseidone stacca un pezzo e gettandolo in mare fa sorgere l’isola di Nisiro.
Questo è il mito che come si vedrà sarà la base della storia che Miura va a narrare e disegnare. Una storia al momento in un volume unico (disponibile in due versioni, la standard, 5 E, e la deluxe, 7.50 E)), ma che visto il materiale a disposizione può dare spunto per lo sviluppo di altre trame, dato che lascia aperta la possibilità di un proseguimento delle vicende narrate. Un volume quello scritto da Miura che si va a mettere nell’onda del successo avuto da L’attacco dei giganti, opera realizzata da Hajime Isayama e iniziata a essere pubblicata da settembre 2009; visti alcuni disegni e l’essere stato pubblicato successivamente, può sembrare la nascita di questa storia non essere una coincidenza. Ma chi ha seguito Berserk, già ha potuto accorgersi che Miura aveva cominciato a far uso nel suo lavoro di esseri giganteschi: creature grandi si sono viste fin dall’inizio (gli Apostoli al servizio della Mano), ma è con l’imperatore dei Kushan, Ganishuka, quando s’immerge nel demoniaco utero stregato usato per creato i Pishacha e diviene l’incarnazione di Shiva, dio della distruzione, (numero 66 dell’edizione regolare di luglio 2009), che si vede la piega che l’autore sta facendo prendere alle sue idee.
Veniamo alla storia vera e propria: si avvisa che da qui in poi ci sono spoiler inerenti la trama.

I protagonisti sono Delos (ex gladiatore e wrestler) e Prome (una creatura dalle apparenza di ragazzina dotata di poteri soprannaturali che nel manga viene definita sia spirito, sia dea) che viaggiano in un lontanissimo futuro in un mondo deserto: la Terra, come spiega Prome a Delos, è stata sconvolta da eventi d’impatto astronomico, del fenomeno del superpennacchio e del congelamento globale. Momenti che ciclicamente si presentano (ogni centinaia di milioni di anni), in cui i corpi celesti cadano dal cielo, la terra si spacca sputando fuoco e il mondo viene coperto dal ghiaccio; in questo scenario la maggior parte degli esseri viventi è scomparsa, ma come accade in questo ciclo che si ripete immutabile, quando la vita viene esposta al rischio d’estinzione, essa muta e si espande di nuovo. In questo contesto, gli uomini (vengono chiamati hyuu) sono sopravvissuti e altre razze sono nate: si vedono meduse (creature metà umane e metà serpente), satiri, uomini-felini. E’ proprio una di queste razze, gli scarabei umani (esseri umani con elementi di coleotteri chiamati anche myuu), che i due sono in cerca: fin da subito si capisce che Delos e Prome hanno una missione da portare a termine e che hanno un legame particolare, che presto si rivela essere quello del dio che ha bisogno dell’uomo per compiere la sua opera. Delos con il suo fisico possente, la sua forza, la sua resistenza e il suo modo di combattere ricorda molto l’Eracle del mito che aiuta gli dei nel suo compito. Prome, nel ruolo della dea, corrisponde al patto che li lega donandogli guarigione quando viene ferito, ma non solo questo: i due possono unirsi in un’entità sola, Gohra, una sorta di gigante che ricorda in parte un evangelion (visto il legame che esiste tra quest’ultimo e chi lo guida).
Proprio questa creatura è il mezzo per compiere la missione che li vede impegnati, perché senza di essa non potrebbero contrastare l’Impero, il regno degli uomini che senza pietà avanza e distrugge tutte le forme di vita diverse da loro pur d’impossessarsi dei corpi dei giganti che essi custodiscono e che permettono di rendere fertile e vivibile la terra in cui si sono stanziati. Di nuovo salta fuori il mito di gigantomachia, dove il corpo dei giganti (sono un frammento di Gea, la terra) è fonte di creazione di vita. Lo scopo di Prome è infatti raccogliere tutti questi frammenti di Gea per far sì che al mondo ci sia una quantità di esseri diversificati e che l’umanità viva in simbiosi con le altre specie; per fare questo occorre ritrovare tutti i giganti caduti in sincope e combattere i giganti (nel fumetto chiamati anche titani) che l’Impero usa per conquistare e annichilire le altre creature.
Si sa poco dell’Impero, di cosa se ne fa dei corpi dei giganti in sincope raccolti (non viene detto, ma è chiaro che lo fanno per avere maggiore potere, anche se non viene specificato il modo in cui questo avviene); come si sa poco di Prome e Delos (di quest’ultimo si sa che era un ex-gladiatore e che il suo maestro gli ha insegnato il wrestling per far sì che nell’arena non sopravvivesse solo il vincitore del combattimento, ma entrambi i lottatori). Gigantomachia, anche se è un unico volume, più che una storia conclusiva in se stessa pare essere la base, la presentazione di un progetto più grande: è solo una sensazione, non si hanno fonti che confermino questa percezione, ma la storia ha in sé un potenziale che ha ancora tanto da dire e approfondire e quanto visto è solo un accenno. Forse è per questo che si rimane un po’ delusi, almeno per chi ha avuto modo di conoscere altri lavori di Kentaro Miura: Gigantomachia ha un tono più leggero, meno duro e cruento di Berserk, dà più spazio alla speranza, ma non possiede la densità, la profondità dell’opera che ha reso famoso il mangaka. Si è molto lontani da capitoli come quelli riguardanti il Conte Lumacone, gli anni d’oro della Squadra dei Falchi, Lost Children: non ci si avvicina minimamente a simili vette e pertanto chi si approccia a questa nuova opera, conoscendo l’altra di Miura, può rimanere insoddisfatto se ha certe aspettative, dato che Gigantomachia ripropone le atmosfere fantasy che Berserk ha preso da quando è comparsa Shilke, e non quelle dark e horror delle prime storie (che prendono spunto tra le altre cose dai film di Clive Barker e dalle favole dei fratelli Grimm, tanto per far capire di che stampo sono fatte).
Tuttavia Gigantomachia presenta alcuni spunti interessanti: il motivo per cui Delos combatte in un certo modo, la scelta di non lasciarsi andare alla violenza, di non voler odiare, di far scemare la sete di sangue presente nelle creature. E’ apprezzabile la scelta di Miura, specie in un periodo carico d’odio e di violenza come quello attuale, di cercare di creare una storia sì di lotta, ma anche volta a far sì che ci sia la spinta di ricercare la comprensione e la convivenza tra razze diverse e non cedere alla sete di vendetta, dove creature e pianeta vivono in armonia tra loro. Una storia che parla di tolleranza tra esseri viventi, che lancia anche uno sguardo all’ecologia, al rispetto della natura, criticando quella parte degli uomini che vogliono accaparrarsi tutte le risorse fino a esaurirle per divenire sempre più ricchi e potenti, non lasciando nulla agli altri.
Roderick Von Staufen, uno dei personaggi di BerserkChi vuole leggere Gigantomachia si dimentichi la violenza di Berserk, sapendo che avrà di fronte toni meno calcati ed estremi, anche più scanzonati (ricorda in un certo senso Berserk The Prototype) e un protagonista, Delos, molto meno oscuro e tormentato di Gatsu, più pacioccone, sorridente e scherzoso ma ugualmente risoluto e forte, spesso impegnato in gag alle volte un po’ stupide e sciocche con Prome (vedere il suo essere imbarazzato, a ragione, quando lei cura le sue ferite con il suo “nettare”); anche nei tratti fisici i due sono differenti (Delos non ha menomazioni, con il volto che ricorda, anche se un po’ più paffuto, quello di Roderick Von Staufen, fidanzato di Farnese e comandante di una flotta marina). A livello grafico, Miura si mantiene su ottimi livelli, dimostrando una gran cura per i dettagli, una predilezione per le creature bizzarre, facendo un lavoro minuzioso e particolareggiato, come già dimostrato nel tratto dell’ultimo periodo in cui ha lavorato a Berserk; belle le creature giganti, così come ben realizzati sono gli scontri (anche se vedere il gigante dell’impero sconfitto con mosse di wrestling risulta surreale, anche se si tratta di qualcosa d’inventato e fantastico). Il mangaka, su questo aspetto, continua a confermarsi una sicurezza e segno di qualità.
Un buon lavoro e pertanto una lettura piacevole (ma che non spinge alla rilettura), consigliata per i disegni, ritornando a precisare che si è lontani da quel capolavoro che è stato la prima parte di Berserk (fino alla conclusione dei capitoli di Lost Children).

Mad Max : la prima trilogia

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Mad Max interpretato da Mel GibsonDa pochi giorni è al cinema Mad Max : Fury Road, quarto film con protagonista Mad Max, personaggio creato da George Miller nella trilogia realizzata tra il 1979 e il 1985 che lo ha reso famoso. La pellicola sta avendo responsi positivi dalla critica, ma questo non mi spinge a correre a vederlo, perché sono diffidente quando si tratta di film che sono rifacimento di opere del passato (certe scene e la trama ricordano il secondo film), in special modo se ho apprezzato gli originali. Non escludo che lo vedrò, ma non ho alcuna fretta a farlo.
Nel mentre, ripropongo l’articolo d’approfondimento dedicato alla prima trilogia pubblicato qualche tempo fa su FM.

La mia vita si spegne e la vista si oscura. Mi restano soltanto alcuni ricordi di un caos immane: i sogni infranti delle terre perdute. E l’ossessione di un uomo sempre in lotta: Max.
Era figlio dei tempi in cui l’uomo viveva sotto il dominio dell’oro nero. E i deserti brillavano per le fiamme delle gigantesche torri che estraevano il petrolio.
Ora tutto è distrutto, scomparso; come e perché non lo ricorda più nessuno, ma è certo che un immane conflitto annientò due grandi potenze. Senza il petrolio l’uomo tornò alle sue origini primitive e tutte le sue macchine favolose andarono in rovina. Tutti i popoli tentarono di raggiungere un accordo, ma nessuno riuscì a fermare la valanga del caos. Nel terrore dei saccheggi e nelle fiamme della violenza il mondo scoppiò. E tutte le sue città crollarono una dopo l’altra.
L’uomo si nutrì di carni umane per sopravvivere.
Su tutte le strade vincevano coloro che avevano la forza e i mezzi per piombare sulle vittime e depredarle, anche dell’ultimo respiro; niente aveva più valore di una piccola tanica di benzina.
I deboli scomparivano senza nemmeno lasciare il segno di una croce su delle misere pietre.
Nel ruggito di un motore, quelli come Max si difendevano dai demoni del passato e dalle inutili speranze di un futuro svuotati di ogni sentimento umano, condannati a inseguire ogni piccola traccia di vita nelle Terre Perdute.
E alla luce di quei giorni desolati, Max imparò a dominare il suo destino.

Interceptor-Il guerriero della strada, secondo film della saga dedicata a Mad MaxQueste sono le parole che introducono Interceptor – Il Guerriero della Strada, secondo film della trilogia ideata e diretta da George Miller che vede come protagonista Mad Max, il personaggio interpretato da Mel Gibson. Un’introduzione che chiarisce la condizione in cui si trova il mondo quando vengono narrate le vicende di Interceptor, il primo capitolo della serie cinematografica: un mondo post-apocalittico arido, senza vita, senza speranza, ben rappresentato dal deserto australiano scelto come ambientazione per la saga. Della civiltà rimangono poche strade asfaltate, il resto è solo polvere e roccia: simboli perfetti per rappresentare un ipotetico futuro generato dal sistema economico vigente e dalla fame dei potenti di avere sempre maggiore potere, sfruttando ogni risorsa e che alla fine non lascia niente.
Decadimento, caduta e rovina.
Con questi semplici termini si può descrivere l’atmosfera che permea le due pellicole.
In Interceptor c’è ancora una parvenza di civiltà, c’è ancora qualcuno che cerca di preservare l’ordine, ma già la follia, la violenza selvaggia che sta per scatenarsi, serpeggia in chi dovrebbe cercare di mantenere le fondamenta della società. Il degrado prende sempre più piede e gli ultimi tutori della legge stanno venendo meno al codice che dovrebbero difendere, pian piano divenendo simili agli psicopatici cui danno la caccia: una sorta di cavalieri in sella a potenti V8 Interceptor che hanno perso la dignità dell’essere umano, lasciata andare per far posto alla rabbia, alla forza bruta che reagisce a quanto si subisce, un rispondere colpo su colpo con uguale ferocia e crudeltà.
E’ in un mondo che scivola sempre più nel caos, dopo essere stato privato di tutto, che sorge Il Guerriero della Strada: crudele, violento, distruttivo, che pensa solo a sopravvivere, indifferente di quelli che incontra sul suo cammino. Un’arma affilata, preparata a qualsiasi scontro. Ma qualsiasi arma, per quanto dura, arriva a un punto di rottura e conosce la caduta e la rovina.
Questo è quanto succede a Max, ma riguarda anche tutta l’umanità, imbarbarita come nel periodo più cupo del medioevo, dove vige la legge del più forte, del prepotente, del crudele, dove la vita umana non ha più alcun valore.
Una rappresentazione, quella realizzata in questi due film, che mostra i momenti più cupi della razza umana, i punti più bassi della sua storia: momenti che ciclicamente si ripetono perché l’uomo non riesce a imparare dai propri errori, dai propri vizi, non riesce a conoscere l’oscurità, l’odio che si cela nel proprio animo; e non riconoscendoli è capace solo di portare distruttività. Su queste basi non può che vigere un’epoca di sfacelo, in cui non si può più aiutare nessuno, come mostra Igor Ribaldi in Il Libro delle Epoche (1), dove tutto ciò che non è più in grado di crescere e cambiare va incontro irrimediabilmente alla caduta. E’ accaduto nel periodo 1796-1802 quando una dopo l’altra le coalizioni delle potenze europee furono sbaragliate da quella forza che è stato Napoleone Bonaparte. Si è verificato tra il 1868 e il 1874: la caduta del millenario Stato della Chiesa, la sconfitta della Francia con la Prussia, la divulgazione del sordido Criminal Tribes Act con il quale il governo britannico dichiarava le etnie indiane (i nativi americani) portatori d’incurabili impulsi criminali ereditari. Ma l’esempio più eclatante è il lasso di tempo tra il 1940 e il 1946 con il più spaventoso disastro abbattutosi sulla Terra a opera della Germania, causa di decine di milioni di morti. Sono solo alcuni esempi di periodi che con costanza si ripresentano e che l’uomo si ritrova costretto a subire perché non è riuscito a imparare i segni dei tempi, non ha compreso le leggi che regolano l’esistenza, le energie che la pervadono.
Dopo la distruzione tuttavia c’è la rinascita, perché il cambiamento è sempre in atto.
Speranza è il termine che si può usare per l’ultimo capitolo, Mad Max – Oltre la sfera del tuono. Senza volerlo Max si ritrova a incarnare le vesti di guida di un gruppo di bambini vissuti lontano dalla crudeltà, dallo sfruttamento degli adulti e pertanto incontaminati dalla loro mentalità, dalla violenza che ha portato il mondo alla rovina. Anche non riconoscendosi in esso e rigettandolo con forza, grazie alle capacità di sopravvivere e combattere, sarà il fautore della rinascita di una società basata su fondamenta diverse da quelle conosciute, forse più equa. Una figura la sua che incarna in pieno l’archetipo del Guerriero.
Dopo avere vinto la propria Ombra (crudeltà, violenza, distruttività) e combattuto prima per vendetta e poi solo per se stesso, scopre che l’unico combattimento che vale la pena intraprendere e’ quello per ciò che realmente conta, un lottare per una causa meritevole senza cedere alle reazioni e alle provocazioni, un combattere solo quando necessario, senza ricercare la lotta a ogni costo per dimostrare qualcosa a sé stessi. E’ grazie al suo coraggio e alle sue abilità, alle proprie armi, alla disciplina, ma soprattutto alle strategie con cui pianifica le proprie azioni che riesce a guarire dalle sue ferite (il fallimento, la sconfitta, il non riuscire a proteggere le persone care nonostante la propria forza), ciò che lo blocca dal suo compito di sconfiggere il Drago (ovvero quella parte di sé che ancora non si è riusciti a scoprire o a comprendere, che con l’accettazione porta a venire a patti con i propri lati oscuri, riuscendo così ad andare avanti).
Una raffigurazione veramente ben riuscita, al punto che ha avuto forte influenza in varie altre opere (tra i più conosciuti, il famoso manga Ken il Guerriero di Tetsuo Hara e Buronson).
Chi ha ideato il personaggio di Max e la saga che vi sta attorno è riuscito a raffigurare lo spirito del Guerriero, a mettere in mostra ogni aspetto, positivo e negativo, della sua natura: è stata questa la forza che lo ha reso il successo che è stato.
Certo non è una storia nuova, che non si sia già vista: il secondo film, Interceptor – Il Guerriero della Strada, forse il migliore delle serie (sicuramente quello più d’impatto) ricalca nella sua ossatura principale l’Iliade, dove la Tribù del Nord assediata dagli Humungus rappresenta Troia attaccata dai greci. Agamennone qui ha le spoglie di Lord Humungus, Achille e Patroclo sono i due punk che all’inizio del film inseguono Max, Ettore è il Capitano Valiant, capo della Tribù del Nord. Anche qui viene riproposto il famoso stratagemma del Cavallo, pur se con qualche piccola modifica che ne cambia leggermente la struttura.

Miti che cambiano veste, ma che rimangono sempre vivi, con la stessa potenza d’insegnamento che i secoli non riescono a logorare; un insegnamento che raggiunge l’inconscio e vi pianta il suo seme, aspettando che spunti e dia il proprio frutto. E’ in periodi bui, duri, dove l’Innocente viene calpestato, l’Orfano viene abbandonato e i Distruttori imperversano come locuste, che sorge il Guerriero per frapporsi contro minacce e aggressioni. In maniera epica ed evocativa Guy Gavriel Kay nel ciclo di Fionavar mostra il suo ritorno per combattere contro Rakoth Maugrim, colui che vuole distruggere la Tela: Jennifer, divenuta la Veggente di Brennin, sogna il nome con cui evocarlo. E’ nel nostro pianeta, a Glastonbury Tor, che avviene il risveglio di Arthur Pendragon, chiamato a combattere in ogni epoca e mondo e a essere d’ispirazione e guida per opporsi a quanto c’è di sbagliato.
Un simbolo che ritorna sempre, che si tramanda di generazione in generazione perché non vada perduto e possa continuare a insegnare. Ma benché sia la figura centrale e di spicco della serie cinematografica citata, altri sono gli Archetipi in scena nel soggetto creato da George Miller.
L’Orfano è la gente che si lascia andare, che pensa solo alla sopravvivenza senza avere speranza per il futuro, ritenendo che la triste condizione in cui si trova non possa cambiare.
Gli Humungus, le bande di Bikers, sono il Distruttore, così tremendo eppure indispensabile per il cambiamento: è il mezzo per la metamorfosi. La società giunta al collasso, al punto del non ritorno, fa sorgere questi gruppi violenti per accelerare la sua caduta e autodistruggersi, in modo che possa rinascere.
I bambini del terzo film sono l’Innocente, colui a cui verrà data la Terra Promessa, che riconquisterà il Paradiso Perduto, rappresentazione di un mondo nuovo che potrà sorgere solo se gli sbagli del vecchio saranno lasciati indietro; non è un caso che siano cresciuti senza adulti, sviluppando una propria etica non condizionata dalla mentalità decaduta e traviata di chi li ha preceduti: è proprio il sogno in cui credono, che hanno continuato a raccontarsi per non dimenticare, quello che permetterà all’umanità di cominciare una nuova era.
Il pilota dell’elicottero è il Folle, libero da doveri e impegni, che gira ed esplora il mondo, che scopre da sé cosa vuole e cosa non vuole, ciò che gli piace e cosa no, che dà liberamente espressione di tutte le sue potenzialità.
Master è il Saggio, colui che ha la conoscenza, il sapere per far progredire e rendere le cose migliori, necessario per la ricostruzione di una nuova vita, per cominciare una nuova storia.
Una storia che non è la storia di un gruppo, ma è la storia di tutti noi. E voi dovete ascoltare e ricordare perché oggi voi ascoltate e domani voi racconterete ai nuovi nati. Io ora guardo dietro di noi, nella nostra storia passata: vedo noi cominciare il viaggio verso casa e ricordo come arrivammo qui e quanto fummo felici perché vedemmo com’era una volta. Abbiamo guardato, abbiamo capito d’avere ragione: quelli del passato avevano il sapere, cose al di là dell’immaginazione, anche al di là dei nostri sogni. Il tempo passa e continua a passare e ora sappiamo che ritrovare il segreto di quello che s’è perso sarà difficile, ma questa è la nostra strada e noi dobbiamo seguirla e nessuno sa dove porterà. Comunque ogni notte racconteremo la nostra storia per ricordare chi eravamo e da dove siamo venuti, ma soprattutto noi ricorderemo l’uomo che ci trovò, quello che venne per salvarci. E noi illumineremo la città, non solo per lui, ma per tutti quelli che non sono ancora qui, perché sappiamo che verrà una notte in cui loro vedranno una luce lontana e torneranno a casa. (2)
Questa è la storia dell’Uomo e del suo Viaggio.
Quel Viaggio che egli sempre continua a intraprendere e che anch’esso è un Archetipo, la strada che porterà alla scoperta del senso dell’esistenza e del proprio essere, del Tesoro che va ritrovato e conquistato.
Quel Viaggio che è una realtà che mai smette d’essere perché tutto è ricerca, perché tutti si è Cercatori e quando si trova ciò che è veramente importante (lo Spirito), si diventa dei Creatori; quando ciò avviene, si è sulla via del Ritorno, in fondo alla quale c’è la Casa che ha visto ogni individuo partire da essa e che ora è pronta ad accogliere in tutta la sua pienezza, perché l’Uomo ha messo insieme i suoi pezzi e si è finalmente ritrovato.

(1) Libro delle Epoche, Igor Ribaldi – 2010 Sperling & Kupfer Editori

Interceptor (Mad Max) – 1979 Australia, fantascienza/avventura. Regia di George Miller. Soggetto: George Miller, Byron Kennedy. Sceneggiatura: James McCausland, George Miller. Attori: Mel Gibson, Joanne Samuel, Hugh Keays-Byrne, Steve Bisley, Tim Burns, Roger Ward, Steve Millichamp.

Interceptor – Il Guerriero della strada (Mad Max 2: The Road Warrior) – 1981 Australia, fantascienza/avventura. Regia e soggetto: George Miller. Sceneggiatura: Terry Hayes, George Miller, Brian Hannant. Attori: Mel Gibson, Mike Preston, Bruce Spence, Virginia Hey, Emil Minty, Kjell Nilsson, Max Phipps, Vernon Wells, William Zappa, Arkie Whiteley.

(2) Mad Max – Oltre la sfera del tuono (Mad Max Beyond Thunderdome) – 1985 Australia/ Usa, fantascienza/avventura. Regia: George Miller e George Ogilvie. Soggetto e sceneggiatura: Terry Hayes, George Miller. Attori: Mel Gibson, Tina Turner, Angry Anderson, Frank Thring, Angelo Rossitto, Paul Larsson, Bruce Spence, Adam Cockburn

Fonti sugli Archetipi: http://www.archetipi.org/ ; L’uomo e i suoi simboli, Carl Gustav Jung – 2010 Tea; Tipi psicologici, Carl Gustav Jung – 2007 Newton Compton.

Il ponte sul fiume Kwai

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Fin dove la dignità e il rispetto verso se stessi e il proprio ruolo possono arrivare? Fin dove l’onore personale può essere anteposto al compimento del proprio dovere? In guerra può esistere una morale e ci può essere qualcosa di più elevato per far sì che non si perda la dignità dell’essere umano in mezzo a tanti orrori?
i colonnelli Saito e Nicholson, protagonisti di Il ponte sul fiume KwaiQuesti sono alcuni degli interrogativi che ci si pone una volta terminata la lettura di Il ponte sul fiume Kwai di Pierre Boulle, storia di guerra ambientata in Malesia nel 1942. Un romanzo ben curato, dove ben si evidenzia il vissuto dell’autore: laureato in ingegneria, vissuto per anni in Malesia, durante la Seconda Guerra Mondiale fece parte della resistenza indocinese contro l’invasore giapponese, partecipando a diverse missioni rischiose. L’esperienza maturata, al suo ritorno in Francia nel 1948, lo portò a scrivere diversi libri: William Conrad fu il primo ed ebbe successo, ma ancora di più lo ottenne il suo secondo, per l’appunto Il ponte sul fiume Kwai.
I soldati inglesi, comandati dal colonnello Nicholson, sono prigionieri dell’esercito giapponese e costretti a sottostare alle dure regole e ai lavori che il colonnello Saito esegue in nome del suo imperatore. Obbligati alla costruzione di un ponte sul fiume Kwai su cui deve passare la ferrovia, fin dai primi giorni di prigionia ci sono degli scontri: da una parte il colonnello Saito che vuole imporre il suo ruolo con spietata crudeltà, volendo dimostrare la superiorità dei giapponesi vincitori sugli inglesi, dall’altra il colonnello Nicholson con il suo senso dell’onore e del rispetto dei ruoli e delle regole. Inizia così tra i due un estenuante braccio di ferro con il primo che mette in pratica ogni escamotage a sua disposizione (percosse, minacce di morte, rinchiudere in una capanna con il minimo indispensabile di acqua e cibo per sopravvivere) e il secondo che si limita a resistere e mantenere la sua posizione. Di fronte a tanta determinazione e al forte carisma dell’inglese, al colonnello Saito non resta che cedere, permettendo così al colonnello Nicholson di far sì che gli ufficiali inglesi non lavorino, ma si limitino a dare gli ordini ai loro sottoposti.
Ma questo non è che l’inizio. Di fronte al modo di lavorare dei giapponesi e alle loro incapacità, in Nicholson scatta l’orgoglio inglese di dimostrare le proprie capacità, di compiere al meglio un lavoro. E’ così che il colonnello inglese riesce a far accettare il proprio modo di lavorare e di realizzare il ponte. E poco importa se così facendo si aiuta il nemico, perché ciò che più conta per il colonnello è dare uno scopo ai propri soldati, tenere alto il loro morale. Ma c’è anche dell’altro: in quanto fa Nicholson c’è un forte senso dell’onore, del rispetto delle regole, del far bene le cose che va oltre il patriottismo, ma soprattutto con la costruzione del ponte c’è il sentore di creare un’opera che resterà e sarà apprezzata e utilizzata da altri.
Non stupisce quando il commando guidato da Shears, giunto per far saltare il ponte e aiutare la resistenza indocinese, viene fermato proprio dall’intervento del colonnello Nicholson, arrivato a opporsi pure ai propri connazionali per non vedere distrutto il proprio lavoro.
Al termine di Il ponte sul fiume Kwai non è facile scegliere da quale parte schierarsi, se da quella di Shears che cerca di fermare i giapponesi (schierati dalla parte dei Nazisti) o da quella del colonnello Nicholson con la sua condotta, l’essere fedele a un codice che rispetta l’onore e la dignità. Di certo si è di fronte a un’ottima lettura, capace di porre interrogativi e riflessioni non solo sulla guerra, ma anche sul tipo di scelte che un uomo può compiere, proprio come fa il dottor Clipton dinanzi al modo di fare del suo superiore.

Il mio regno per una donna

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I duchi di Windsor, protagonisti di Il mio regno per una donnaRalph G. Martin, brillante giornalista la cui notorietà è aumentata grazie all’opera biografica dedicata alla madre di Winston Churchill, per la realizzazione del suo secondo lavoro biografico, Il mio regno per una donna, ha utilizzato come metodo di lavoro quello di procedere per cerchi concentrici dalla periferia al centro: partendo dai fatti e dalle persone più marginali delle vicende trattate, arriva ai protagonisti della storia.
E’ così che è riuscito a narrare con dovizia di particolari la vita dei duchi di Windsor, Wallis Simpson ed Edoardo VIII. Partendo dall’infanzia dei due, mostra quanto da loro percorso fino ad incontrarsi. Si fa così la conoscenza dell’irrequieta Wallis, sempre in viaggio e in cerca di costruirsi una posizione all’interno dell’alta società, e dell’introverso e testardo Edoardo, vissuto in un ambiente familiare freddo, che ha saputo dargli ben poco di quell’affetto che ricercava.
Ciò che colpisce della storia è soprattutto le difficoltà, gli ostacoli e l’avversione che sono stati posti non solo dalla famiglia reale inglese, ma anche da parte di buona parte del governo inglese. Si potrebbe obiettare che erano altri tempi (si è negli anni ’30 quando Edoardo sale al trono) e vigeva un’altra mentalità (ma dato che si tratta dell’Inghilterra, come si è visto in seguito con altri personaggi come Carlo, Diana, Camilla, certe cose non sono poi tanto cambiate), ma fa pensare tanta ostruzione verso l’unione di due persone, solo perché una di esse (Wallis) era stata divorziata due volte. Salta subito all’occhio come l’apparenza, la tradizione, vengano ritenuti più importanti dei sentimenti che legano due persone; più volte e da più parti giungono le parole dovere e sacrificio rivolte al re Edoardo. Colpisce quanto in molti hanno voluto imporre il proprio volere sul regnante, come se la sua volontà non valesse nulla, perché era suo dovere e obbligo fare quello che volevano per il bene della nazione, perché il bene di molti era più importante di quello del singolo. Non si capisce come un matrimonio potesse rendere felice una nazione e facesse il suo bene, ma si capisce quanto forte era la stupidità e l’ottusità di una certa mentalità, in certi casi anche estrema (come le lettere minatorie e minaccianti di morte rivolte a Wallis da perfetti sconosciuti per il bene della nazione). Soprattutto si capisce quanto un certo sistema sia alienante, dato che va a minare la libertà dell’individuo, e ci si rende conto della pressione e delle lotte che Edoardo e Wallis hanno dovuto portare avanti, fino al fatidico giorno del 1936 in cui avvenne l’abdicazione al regno per poter vivere finalmente il legame tanto sofferto.
Una vicenda che i romantici prenderanno sempre a esempio dell’amore che trionfa su tutto, ma anche una storia, quella di Il mio regno per una donna, che mostra il difendere la libertà delle proprie scelte e il rispetto dei sentimenti contro obblighi e imposizioni.

Nuova pubblicazione della saga Malazan di Steven Erikson in Italia

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Anomander Rake, uno dei protagonisti della saga Malazan di Steven EriksonQuesta notizia circola in rete già da diversi giorni (vedere il forum Malazan Italia). Per chi segue la serie Malazan di Steven Erikson ed è in attesa della traduzione dei volumi restanti o in cerca dei volumi finora pubblicati mancanti non può che essere una buona notizia, dato che si era rimasti fermi al 2013 con la prima parte di I Segugi dell’Ombra e non si era riusciti a proseguire causa dei problemi del Gruppo Editoriale Armenia, andato incontro al fallimento.
Un periodo d’incertezze dove i lettori non sapevano se, chi, come e quando la serie Malazan avrebbe visto la sua traduzione giungere in Italia a conclusione.
Con l’acquisizione da gennaio 2015 del Gruppo Editoriale Armenia (ora Armenia Srl) da parte di Il Castello Editore e Rusconi Libri, le cose hanno preso una piega favorevole, quella da tanto auspicata dai lettori: i romanzi di Erikson riprenderanno a essere pubblicati. E le novità non si fermano a questo punto.
D’accordo con la nuova amministrazione, i romanzi non saranno più pubblicati in volumi separati, ma solo in volumi unici: a fine ottobre si potrà trovare in libreria tutta la saga ristampata. Dell’ottavo volume non verrà pubblicata di conseguenza la seconda parte, ma si avrà un volume unico; quindi chi ha già la prima parte, per leggere la conclusione del romanzo dovrà acquistare la nuova versione anche se ne possiede già una metà.
I volumi ristampati avranno un nuovo formato, identico a quello inglese, con copertina brossurata che sarà uguale a quella della versione originale, di cui sono stati acquisiti i diritti.
La traduzione dei testi rimarrà la stessa della precedente edizione, mentre il titolo della saga cambierà: consultatasi con lo stesso Erikson, Armenia Edizioni ha deciso di far uscire la nuova edizione con un titolo più vicino all’originale, che quindi dovrebbe essere “Il libro Malazan dei caduti“.
Come scritto in risposta all’utente Vaarth, tutti i libri usciti fino ad ora, ristampati nel nuovo formato, compreso l’ottavo, saranno presentati a ottobre al Lucca Comics. Inoltre, per questo evento, Armenia sta cercando di avere anche la presenza di Erikson per un’intervista.
Il nono (Dust of Dream) e decimo volume (The Crippled God) della saga troveranno uscita invece nel 2016, rispettivamente gennaio/febbraio e subito a seguire l’ultimo romanzo.
Sempre riguardo il mondo Malazan c’è l’intenzione di proseguire con le traduzioni del restante materiale, a partire da Esslemont: Armenia intende puntare su questa saga come uno dei suoi progetti più importanti.
Tutto ciò non può che essere una buona notizia per chi ha seguito il lavoro di Erikson, vedendo valorizzata la sua opera, davvero meritevole d’essere letta per la sua profondità e complessità.

Il silenzio del nord

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Un'immagine tratta da Il silenzio del nordIl silenzio del nord è la storia di Olive A. Friedrickson nella selvaggia solitudine del Canada. Scritta da lei stessa e da Ben East, racconta il suo amore per le lande del nord, fin da quando era bambina. Trasferitasi da piccola con la famiglia nella provincia canadese di Alberta, la sua è stata una vita dura, ma sempre a contatto con la natura. Agli inizi del 1900 non c’erano i mezzi attuali e quasi tutto doveva essere fatto con le proprie forze, al massimo aiutati dagli animali; è in questo contesto, lontano dalla civiltà e dalle comodità dei centri urbani, che Olive cresce, arrivando a sposarsi con Walter e avendo da lui tre figli. Vivendo delle pelli degli animali che riuscivano a prendere, conducono un’esistenza libera, ma difficile, fatta anche di stenti.
Ritrovandosi vedova all’età di ventisei anni, sola e con tre figli da sfamare, Olive non si arrende, continuando a vivere nel nord e a spostarsi da un posto all’altro, fino a quando le sue due figlie non si riescono a sistemare (il figlio è morto giovane di meningite) e lei si risposa con John, viaggiando con lui in quella terra che ama alla ricerca di oro (più che altro per gioco), ma soprattutto di quella libertà che i grandi spazi e le terre selvagge sono in grado di far provare. Tra incontri con lupi, alci e orsi, la storia si conclude con la protagonista che ha passato la settantina intenta a fare un quadro della vita vissuta, grata a Dio di essere riuscita a superare tutte le traversie che l’hanno colpita e per l’amore e l’ammirazione provate per la terra e i suoi luoghi di selvaggia bellezza e solitudine.