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Lei non sa chi sono io!

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Quante volte si è sentita questa frase. Una frase che accompagna un atteggiamento borioso, prepotente, superbo, dove basta ricoprire anche solo una piccola carica all’interno della società, avere un minimo di potere, per avvertire un senso di superiorità e disprezzo nei confronti degli altri, considerandosi esseri superiori, capaci di potere disporre e trattare gli altri come si vuole.
Tutto sempre a causa di quella gran brutta bestia che è l’Ego, che costantemente nella realtà, nel grande come nel piccolo, non perde occasione per far sentire la sua voce, per voler sopraffare e denigrare. Gli attuali politici e imprenditori sono esempi lampanti di questo modo di vivere ed essere, sempre pronti a sottolineare e a dare dimostrazione della loro forza, del loro potere per poter sentirsi dei vincenti e poter dire di fronte agli altri di aver vinto su qualcuno.
Vincere, perdere, che differenza fa? Se si riflette su questa battuta pronunciata da Manny nel film A trenta secondi dalla fine, avendo davanti le immagini della scomparsa di un giovane come Marco, della tragedia abbattutasi su migliaia di persone come è avvenuto in Turchia, si capisce la profondità della verità racchiusa in poche semplici parole.
Ma l’uomo non impara mai le lezioni della vita, continua a ignorarle e dimenticarle, dimentico che il proprio valore non dipende da cariche, etichette affibbiate da altri, ma da quanto riesce a far emergere dalla propria interiorità. E per questo incorrerà sempre in qualcosa che gli farà sbattere la faccia contro tale realtà, impartendogli duri insegnamenti.

Raggiunsero una piccola piazza che fungeva da cortile a un tempio dell’Ordine. Le bancarelle di frutta e verdura erano assiepate lungo due lati dello spiazzo, con la gente che vi si accalcava attorno. I cani s’aggiravano furtivi attorno al tavolo delle carni, attendendo il momento opportuno per sgraffignare gli insaccati e le bistecche distese.
Si lasciarono alle spalle il vociare del mercato, la slanciata sagoma del Palazzo del Consiglio e del Senato ben visibile davanti a loro. Fermatisi a un piccolo emporio acquistarono abiti nuovi e si cambiarono; necessitavano di un bagno caldo per rimettersi in sesto, ma per quello avrebbero dovuto aspettare.
Dopo la breve sosta si tuffarono nuovamente nel traffico cittadino.
«Fate largo!» risuonò un grido alle loro spalle.
La folla si fece da parte, lasciando libera un’ampia fetta di strada.
Un plotone di trenta cavalieri disposti in tre colonne avanzò impettito nell’uniforme viola bardata d’argento, con il simbolo dorato del grifone impresso sul petto.
«Vecchio, dacci strada!» Intimò l’uomo al centro della prima fila del plotone all’uomo che stava trainando un carretto carico di vettovaglie e cassette di frutta.
Il vecchio tentò d’accelerare il passo e raggiungere la piazza poco distante, ma lo sforzo gli costò l’equilibrio, trascinando con sé nella caduta il carretto, sparpagliando a terra quanto trasportava. Ci fu un tramestio di pentole e coperchi che cozzavano al suolo: l’uomo giacque immobile in mezzo alle sue cose, attorniato dal mutismo sceso sulla folla. Si sollevò sulle braccia, osservando gli effetti personali sparpagliati ovunque, posando lo sguardo sui cavalieri.
«Togli immediatamente il casino che hai combinato.» Sibilò la guardia.
L’uomo si arrabattò come meglio poté, ma l’agitazione gli fece perdere metà della roba che raccoglieva.
Ghendor andò in suo soccorso. Con calma lo aiutò a rimettere in sesto il carretto.
Balbettando i propri ringraziamenti il vecchio fece per riprendere la sua strada.
«Fermo dove sei!» Intimò la guardia. «Non puoi andartene.»
Il vecchio si guardò attorno allibito e terrorizzato. «Non capisco mio signore.» Balbettò.
La guardia lo squadrò dall’alto della sua posizione. «Sei in arresto.»
Il povero uomo sbiancò in volto e non fosse stato per il supporto offerto da Ghendor, sarebbe scivolato al suolo.
«Mio signore, mi scuso per il disturbo arrecato, ma non vedo il motivo di essere messo in prigione.»
Il capitano del plotone lo fissò sprezzante prima di far cadere lo sguardo sulla bardatura del cavallo: il simbolo della casata era macchiato da uno schizzo di pomodoro. «Hai infangato il simbolo del mio signore, oltraggiando la sua nobiltà: non è un reato sufficiente per punirti?»
Ghendor prese parola. «Non voleva certamente oltraggiare il tuo signore o mancargli di rispetto, cavaliere. E’ stato un semplice incidente.»
«Straniero, vattene per la tua strada.» Intimò seccamente.
«Me ne andrò quando potrà farlo anche lui.» Rispose quieto Ghendor.
«Stai ostacolando il corso della legge.» Asserì duramente il capitano. «Arrestate anche lui.» Fece cenno a chi lo affiancava di eseguire l’ordine.
Le guardie scesero dalle cavalcature, ma fatto qualche passo si trovarono la strada sbarrata.
«Scostati, dobbiamo eseguire l’ordine.» Intimarono alla figura che gli stava davanti.
«Per arrestare delle persone occorre che abbiano commesso un reato e tale condizione non s’è verificata.» Disse senza scomporsi Ariarn.
«La legge contempla che sporcare o insozzare il simbolo di un nobile è reato e quindi punibile.» Declamò con sicumera il capitano.
«La legge spiega anche che per essere considerato reato, è necessaria la volontarietà e qui non ce n’è traccia.» Rimbeccò Ariarn.
La folla mormorò, un brusio sommesso che danzò insistente nell’aria. Il capo delle guardie cominciò a provare un certo disagio, ma la presenza dei sottoposti gli diede coraggio.
«Appare evidente che sei straniero. Hatieven poggia le sue basi sulla nobiltà: da essa trae la sua forza e le sue regole. E la legge che vige nella città è al servizio dei nobili.»
«Affermazione che non appare in alcun decreto. La legge è al servizio di tutti quelli che sono nel giusto; serve la giustizia, non i nobili. Loro devono essere al suo servizio, non il contrario.»
Il brusio della folla si fece più insistente, costringendo il capitano ad alzare la voce. «La nobiltà ha creato la legge per dare un ordine al mondo. Perciò ne è al di sopra.» Tuonò con foga.
Un’espressione dura comparve sul volto di Ariarn. «Nessuno è al di sopra della legge.» Proclamò granitico. «Non sono stati i nobili a crearla. Se abbiamo un ordine civile basato su leggi è perché c’è stata gente che ha lottato e si è sacrificata perché potesse essere costituito. I nobili sono stati capaci solo di coglierne i frutti.»
Il cavaliere era diventò livido in volto. «Per l’ultima volta, fatti da parte. Così abbiamo deciso, così faremo.»
«Io ve l’impedirò.»
Stanco della situazione, il capitano decise di porre fine alla farsa, scendendo da cavallo e dando ordine ai suoi uomini di condurre via i tre, ricorrendo alla forza se necessario.
La mano di Ariarn si portò all’impugnatura della spada assicurata alla schiena, bloccando le guardie: un conto era arrestare un vecchio, un altro era affrontare un uomo pronto a combattere.
Il capitano avrebbe voluto obbligare i sottoposti a eseguire l’ordine, ma anche lui non era pronto a quell’eventualità, ritrovandosi spiazzato e incapace d’agire. La presenza della folla gli fece però riprendere il controllo.
«Avete fatto la vostra scelta: ora passerete dei guai.» Alzò la mano in modo che tutti potessero sentirlo. «Farò un esposto alle autorità cittadine e subirete la punizione che meritate, specialmente tu.» Puntò il dito contro Ariarn. «Avete fatto male a intralciare una casata nobiliare potente come la nostra.»
Ariarn non si fece intimorire dalla minaccia. «Non sarei troppo sicuro fossi in te. Forse la casata che servi non è influente come credi: potresti scoprire che non è in grado di superare il potere della giustizia. La fedeltà al tuo padrone è ammirevole, o si tratta d’opportunismo?» Il capitano avvampò d’ira. «Questa te la sei voluta.»
Fece per prendere la spada, stringendo una mano invece dell’elsa. Si girò di soprassalto, ritrovandosi a fissare due occhi neri come la notte.
Con uno strattone il capitano cercò di liberarsi dalla morsa ferrea. «Non sapete quello che fate. State intralciando la legge.» Sibilò minaccioso.
«E tu stai intralciando noi: il che è molto peggio.» C’era un sorriso sulla faccia dell’uomo, ma il cavaliere si sentì gelare la schiena dalla durezza degli occhi.
«Uomini!» Furono chiamate le guardie in aiuto.
Subito accorsero, portando le mani alle armi, ma per quanti sforzi facessero le spade sembravano intenzionate a rimanere nei foderi. I soldati si contorsero nel tentativo di estrarle, imprecando con rabbia.
«Pessima scelta.» Asserì Reinor passando accanto a loro. «Ora lascialo.» Disse mentre superava Periin. Senza una parola il compagno lasciò libero il cavaliere.
«Non abbiamo intenzioni di creare disordini, come d’altronde quest’uomo.» Disse l’Usufruitore riferendosi al vecchio. «Andremo per la nostra strada e così voi.»
Il capitano delle guardie rimontò a cavallo, seguito dai suoi uomini.
Lo scalpiccio dei cavalli si perse sul selciato, mentre la folla riprendeva a fluire. Sguardi pieni di stupore e ammirazione si posarono sui quattro fermi sul ciglio della strada.
«Non so come ringraziarvi.» Il vecchio non trovava le parole per esprimersi su. «Se c’è qualcosa che posso fare, non avete che da chiedermelo.»
«Non c’è bisogno di tante cerimonie per così poco.» Sorrise Ghendor.
«Ma vi siete esposti alle ire dei nobili.» Il vecchio era palesemente preoccupato.
Ariarn gli appoggiò una mano sulla spalla. «Non succederà niente.» Lo tranquillizzò. «E’ tempo di riprendere il cammino. Ti auguro una buona giornata.» Sorrise prima di voltarsi e avviarsi lungo la strada.
Lerida gli si affiancò. «Siete impazziti tutti quanti? Sapete quello che avete fatto?»
«Quello che era giusto.» Rispose tranquillamente Ariarn.
«Ma sapete a chi siete andati contro?» Continuò assillante Lerida. «Quella era la guardia personale della famiglia Krandian, una delle casate più influenti e potenti di Hatieven.»
«E allora?» Ariarn non dette peso alla notizia.
«Come sarebbe a dire?» Sbottò la donna. «L’incidente avuto può causarci non pochi problemi, te ne rendi conto?»
«Non ci darei peso. La nostra attenzione va ad affari più importanti.»
Alla sbigottita Lerida non restò altro che lasciar cadere la questione.

2 comments to Lei non sa chi sono io!

  • Che poi a “decidere” quale morte sia più importante non sono certo quei poveretti che se ne sono andati. Nessun turco si lamenterà mai dei tanti (troppi) servizi dedicati a Simoncelli, nè Simoncelli potrà dire la sua. Alla fine la morte è sempre affare dei vivi.

    • La morte è sempre un’esperienza che segna chi rimane, sia che si sia legati a chi è scomparso sia che non lo si conosca. Questo almeno è per quanto mi riguarda.

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