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Gabbie

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Un mercato come tanti, in un piccolo paesi come tanti.
Bancarelle di frutta, verdura, formaggi, vestiti.
Gente che passeggia, guarda, contratta, compra.
Le solite cose che si vedono e incontrano in un mercato.
Poi lo sguardo si posa su un camioncino al principio di una via, alla fine della piccola fiumana di gente, attirato da un costante chiocciare: pollastri e pulcini posati sull’asfalto, ammassati uno contro l’altro all’interno di gabbie metalliche.
Erano rinchiusi prima di giungere al mercato per essere venduti, lo saranno dopo essere acquistati: un’intera esistenza vissuta in gabbia, passando da una all’altra senza conoscere che cos’è la libertà. Una costante in questi passaggi di cui le bestie non si rendono conto, dato che questa per loro è la normalità: può aumentare o diminuire lo spazio vitale, ma ci saranno sempre delle sbarre che confinano, oltre cui non si può andare oltre, che racchiudono, che rinchiudono.
Vedendo quegli occhi neri ottusi dalla prigionia, viene da chiedersi se l’uomo è veramente così diverso da quegli animali.
Fin dalla nascita il suo è un passaggio da una gabbia all’altra; grande o piccola la sua natura rimane sempre la stessa: famiglia, scuola, partiti politici, istituzioni religiose, club, gruppi sportivi. Sono tutte gabbie che lo imbrigliano creando legami, vincoli, dipendenze, doveri che ne limitano la fantasia, l’espressione del suo essere.
Un vivere sempre in cattività come se questo fosse l’unica condizione possibile, l’unico destino datogli fin dalla nascita.
Ma la vita è altro che mangiare, produrre, procreare, ripetere quanto si è visto fare.
La vita è scoperta, è meraviglia, è ricerca, è una miriade di sfumature ed esperienze che non hanno limiti.
Eppure ci si accontenta sempre e solo del conosciuto, anche se alle volte ci si accorge che va stretto e soffoca, togliendo il respiro, fino a quando non si arriva ad esalare l’ultimo.

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