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La malvagità è nella mente di chi guarda

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Nella vita non esistono regole fisse e valide per tutto, perché infinite sono le variabili, perché tutto è un mutamento e un divenire: gli schemi con essa hanno scarso valore e utilità per comprenderla.
Tuttavia, per quanto riguarda l’uomo, la massima che dà il titolo a questo post trova spesso applicazione.
Molte volte ciò che viene recepito come sbagliato o malvagio è una proiezione di nostri timori e paure su qualcosa che non comprendiamo o che potenzialmente può essere dannoso; si è davvero solerti ad attaccare etichette e a dare giudizi erronei perchè privi di comprensione.
Lo squalo viene definito un mostro per il suo aspetto e la sua forza: certo la sua natura e ciò che in grado di fare spaventano, terrorizzano, ma non è un essere che prova gusto nell’uccidere, non è un sanguinario. Questa è una proiezione di una caratteristica umana, perché lo squalo per capire con che cosa ha a che fare, deve mordere, non certo perché ha voglia di uccidere.
Il lupo per secoli è stato, ed è ancora adesso, considerato un assassino perché cacciava le pecore, ma se lo ha fatto è stato per sfamare sé e la sua prole: solo per sopravvivere ha ricevuto un’etichette che lo ha perseguitato e condannato per anni. Non si considera che anche l’uomo, dopo averle allevate, porta le pecore al macello per cibarsi delle sue carni, con una differenza: il lupo caccia solo ciò di cui ha bisogno, senza sprechi, l’uomo lo fa per profitto e non riesce a fermarsi per la brama d’accumulare.
Anche continuando a fare esempi, non si può dissolvere la paura e l’ignoranza, perchè rimane il fatto che ciò che è più grande e più forte può fare del male e danneggiare; quindi si è portati a colpire per primi per sopprimere la minacce (come le spietate cacce ai lupi nel passato), apparendo la soluzione migliore.
In realtà si è solo dominati dalla paura e la si vuole vincere abbattendo il simbolo che la causa, inconsapevoli che può essere vinta solo se la si affronta di persona e si comprende il suo gioco e le sue cause.

Mi è capitato di fare una passeggiata su di un sentiero fiancheggiante un bosco, intento a rimirare il paesaggio. Senza accorgermene, a un certo punto mi sono fermato a pochi passi da una piccola vipera. Sentendo un basso sibilo, mi sono voltato e ho visto il rettile che mi fissava: era in mezzo al sentiero, dovevo essere passato a pochi centimetri dal suo corpo mentre percorrevo la salita.
Per una creatura così piccola, un umano deve essere apparso come qualcosa di spaventoso, pericoloso, potenzialmente dannoso: per difendersi bisogna attaccare, si sente spesso dire.
Eppure, la vipera è rimasta ferma a fissarmi, senza fare nulla. Si può dire che sia stato l’istinto a farle fare quello; certo è che non sentendosi minacciata, non ha fatto nulla.
Reazione ben diversa dalla mia. La vipera per l’uomo equivale a veleno, il veleno al pericolo, il pericolo al danno. Sono rimasto fermo, valutando se colpirla perchè se avesse morso sarei stato nei guai. Ma mentre l’adrenalina scorreva nel corpo per farmi agire con prontezza, un pensiero è giunto: la vipera si era accorta di me, sapeva che se un mio piede l’avesse calpestata avrei potuto ucciderla.
Io ero una minaccia per lei.
Eppure è stata ferma; certo, se fossi divenuto una reale minaccia si sarebbe difesa. Ma solo in quel caso.
Mentre io stavo valutando di colpire per un’apparente minaccia.
La vipera se n’è andata, le nostre strade incrociatesi per pochi attimi. Attimi che hanno portato a riflettere a lungo.

Spesso si vede malvagio ciò che è diverso e non si conosce e la paura e l’ignoranza rischiano di dominare, facendo essere ciò che nemmeno le bestie sono. Perché gli animali agiscono d’istinto, ma sanno rispettare la vita. L’uomo può ancora dire questo? O è divenuto solo in grado di distruggere, così pronto a scagliarsi contro chiunque, specie i suoi simili, se avverte solo la possibilità di venir privato di qualcosa a cui è attaccato? L’ego, specie se sollecitato sulla perdita di privilegi, è tremendo nel reagire.

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