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Il futuro nel passato e il passato nel futuro

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Sesto racconto con cui ho partecipato al Mezzogiorno d’Inchiostro numero 100 di Writer’s Dream. Questa volta la traccia che ho deciso di seguire tra le due a disposizione è stata lo scarto temporale, ovvero costruire una trama intorno a una discrepanza di tempo o di epoca storica, dove ci sia un forte contrasto oppure un paradosso, obbiettivo o soggettivo, sul tempo vissuto o testimoniato dai personaggi.

 

 

“Oggi è proprio una bella giornata” pensò Mark beandosi del caldo sole estivo e della brezza che lo rinfrescava dopo la lunga pedalata. “Quella salita è davvero dura, non importa quanto si è allenati.”
Bevve dalla borraccia e si distese sulla panchina. Infilò una mano nello zaino e tirò fuori il pallone da basket. Stette a osservarlo alcuni istanti prima di cominciare a farlo girare tra le mani. Sorrise soddisfatto.
“Mi riposo dieci minuti e poi comincio ad allenarmi.” Dio, quanto gli piaceva il basket, specialmente tirare da tre punti. Il pallone che disegnava una traiettoria come un arcobaleno, il ciaf di quando frustava la retina…chi non amava quello sport non poteva capire le sensazioni che lui provava. La prospettiva di fare trecento tiri dall’arco non lo spaventava per niente, anzi. “Ancora cinque minuti e…”
Il rumore di un ramo secco che si spezzava lo fece voltare verso gli alberi a poca distanza dal campo di basket. Sentì foglie secche che venivano calpestate, poi un uomo sbucò dal fitto della vegetazione.
“Santo cielo…” Mark si mise seduto senza pensarci: quell’uomo stava fumando da tutto il corpo.
«Signore…sta…sta bene?» chiese non senza provare un brivido.
L’uomo stava con lo sguardo rivolto verso l’alto, fissando le chiome degli alberi che ondeggiavano.
«Signore?» tornò a chiamarlo più forte.
L’uomo si diresse verso di lui, sedendoglisi accanto sulla panchina.
Mark deglutì. «Sta bene?»
L’uomo fece un cenno d’assenso. «Non ti preoccupare, il fumo passerà. Stavo facendo un lavoro.»
«Bruciava rami secchi?» Le cicatrici che lo sconosciuto aveva sul volto lo intimorivano e non poco.
L’uomo parve sul punto di sorridere, o almeno così credette Mark: le labbra avevano avuto un tremito appena percettibile.
«In un certo senso.» L’uomo si sistemò la manica del braccio sinistro.
Mark fece per spostarsi un poco di lato, ma poi si fermò, credendo di risultare maleducato così facendo.
L’uomo scosse la testa. «Non ti preoccupare: è normale reagire in questo modo. Fanno tutti così quando vedono la protesi.»
«Ah» fu tutto quello che riuscì a dire Mark.
L’uomo tornò a fissare assorto gli alberi. Era come se…
«Sembra che non veda da tanto un albero» fece Mark.
«Nel luogo da cui vengo non ce ne sono quasi più. Né case, né strade. La guerra ha spazzato via tutto.»
«È lì che ha perso…»
«Esatto.»
Mark abbassò lo sguardo sul pallone. «Mi spiace.»
«Sono altre le cose di cui dispiacersi.»
Mark rimase colpito dalla frase: era un rimprovero perché gli aveva fatto una domanda inopportuna? O si stava riferendo ad altro? «Tipo?» si azzardò a chiedere, sperando di non essersi spinto troppo oltre.
«Quelle che non vengono fatte.»
Non si aspettava una risposta del genere. “Cosa vuol dire? Non riesco a capire.” Per quanto si sforzava, non ne riusciva a saltare fuori.
«La comprensione con il tempo arriva; quello che conta è che arrivi con il giusto tempismo.»
Mark fece un cenno d’assenso. Prese a palleggiare per scaricare il nervosismo. Poi si fermò. «Non le dà fastidio, vero?»
Volse il capo verso l’uomo quando non lo sentì rispondere: l’altro teneva lo sguardo fisso davanti a sé. La sua espressione era indecifrabile. Era un insieme di tante emozioni e nessuna. Eppure non un solo muscolo del volto si era mosso.
«Sta aspettando te.»
«Eh?»
Mark seguì lo sguardo dell’uomo. Oltre il perimetro del campo di basket c’era Mya ferma sulla sua bicicletta; quando vide che la stava guardando, lo salutò.
«Oh, mi scusi.» Imbarazzato, Mark si alzò, andando verso di lei.
L’uomo li osservò mentre parlavano, poi volse lo sguardo al pallone da basket rotolato contro un piede della panchina. Si sporse di lato e lo prese, cominciando a farlo girare tra le mani. “Quanto ho amato questo sport; quante ore ho passato su campi di gioco come questo. Tirare a canestro mi rasserenava; era quasi un modo per spiccare il volo.” Fermò il pallone. “Non me ne rendevo conto, ma allora ero davvero felice, davvero spensierato. Non ho sputo godermi appieno quei momenti. Non ho saputo cogliere l’attimo.”
Alzò lo sguardo verso Mark e Mya. Il suo sguardo s’indurì. Le sue membra si tesero. Lei se ne stava andando. Come ben sapeva. E come ben sapeva che cosa doveva fare. Serrò le labbra, preparandosi.
Mark tentennò alcuni istanti, osservando la ragazza pedalare lentamente lontano da lui, poi tornò verso la panchina. S’inchiodò di colpo quando l’uomo si alzò in piedi e si mise di fronte a lui, quasi piantandogli il pallone nello stomaco; titubante, lo prese tra le proprie mani. L’uomo lo fissò dritto negli occhi: erano azzurri come i suoi, solo con sfumature più grigie, più dure, come d’acciaio.
«Tu sei un bravo ragazzo. Troppo bravo. Troppo ligio alle regole. Sempre a cercare d’essere perfetto, sempre a cercare d’essere un modello per gli altri: troppo rigido, troppo incanalato in certi ideali. L’eccesso non è mai un bene: finirai così per bloccarti. Lasciati un po’ andare.»
Mark lo fissò a bocca aperta.
L’uomo sbuffò dal naso. “Si può essere così lenti?” Sbuffò di nuovo. “Certo che si può.” «Maledizione, cerca di tirare fuori un po’ più di palle.»
«Eh?» fece Mark ancora più sorpreso.
L’uomo preso lo zaino e glielo cacciò sul pallone. «Valle dietro: è venuta qui per te.»
Il viso di Mark prese fuoco.
«Vai!» ordinò seccamente l’uomo.
Mark mise in fretta il pallone nello zaino e salì in sella alla bici.
«Ehi.»
Mark si voltò timoroso verso l’uomo.
«Vedi di baciarla, cazzo: non vuole altro.»
Mark si allontanò pedalando con forza.
“Fallo. Fallo per davvero. Salva te stesso. Salva me. Salvaci tutti.” Aprì il comparto nel braccio sinistro e premette i simboli sul display per programmare il ritorno. Se le cose non fossero andate come sperava, gli avrebbero tolto ogni autorizzazione e addio Colonnello Mark Detroy. Quello però sarebbe stato il minore dei mali. Avrebbero mandato un altro a eseguire gli ordini cui lui aveva disubbidito. Era stato più forte di lui: nonostante fossero passati quarant’anni, i sentimenti che provava per Mya esistevano ancora. Non lo riteneva possibile, ma quando l’aveva vista sul bordo del campo di basket aveva scoperto la verità.
Vide il se stesso più giovane raggiungerla. “Dicevano che era rischioso che venissi io, che potevo riconoscermi e far impazzire il me giovane, incasinando tutto. Ma io mi conosco bene: su certe cose sono lento a capire ed ero sicuro che non mi sarei riconosciuto. E come avrei potuto? Sono cambiato così tanto che io stesso stento a credere che ero quel ragazzo che oggi ho incontrato.”
Ora Mya e il suo se stesso del passato erano scesi dalla bici e camminavano fianco a fianco. “Fallo. Cambia il tuo presente. Cambia il mio passato. Cambia il nostro futuro. Non voglio vivere in un mondo ormai morto, devastato dalla guerra. Perché se non lo farai, la prossima volta verrà qualcuno che la ucciderà, perché è lei che creerà ciò che ci porterà alla rovina. Ma se sta con te, forse questo non avverrà. Non ci sarà risentimento, delusione, e allora non incanalerà le sue energie nel dare vita a qualcosa di distruttivo.” Strinse i pugni. “Mi hanno detto che ucciderla era l’unica soluzione per salvarci; per una volta non ho voluto obbedire, ho voluto usare la mia testa. Ho voluto credere che c’era un’altra possibilità. Cerca di non deludere la mia fiducia e incasinare tutto come ho fatto io allora.”
Vide che si erano fermati, ma oramai la visuale era sfocata: si stava smaterializzando per tornare nel tempo dal quale era giunto. “Fa che sia un futuro migliore” pensò mentre tutto diveniva bianco e sentiva la protesi cominciare a staccarsi.

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