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Reinor. Sottoterra. Parte 3

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Il piccone si alzava e si abbassava, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto.
Alzare e abbassare. Abbassare e alzare.
Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare.
Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero.
A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi.
Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano.
Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava.
Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti.
Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano.
Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere.
Era rimasto tutto nella sua mente.
L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro.
Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare.
Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso.
Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa.
Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo.
Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati.
Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia.
La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri.
Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti.
Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole.
Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio.
Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti.
Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere.
Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine.
Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo.
Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto.
Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano.
Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata.
Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.

Per diversi istanti rimase bloccato lasciandosi trascinare nel buio più totale, i muscoli che non reagivano. Poi lo spirito di sopravvivenza vinse la paura e cominciò a dimenarsi con forza selvaggia: tentò di colpire l’aggressore scalciando all’indietro, mentre con entrambe le mani cercava di liberarsi della morsa che premeva sulla mascella.
Una presa ferrea s’impossessò del suo polso, piegandogli il braccio dietro la schiena. Un dolore lancinante guizzò nel cervello, costringendolo a piegarsi sulle ginocchia.
«Calmati.»
Immobile, con il cuore che rimbalzava impazzito contro le costole, rimase in attesa.
«Ora lascerò la stretta. Non metterti a urlare: non voglio avere addosso tutta l’attenzione del sottosuolo.»
Le mani sulla bocca e sul braccio lo lasciarono. Mentre respirava ad ampie boccate sentì un fruscio di vesti spostarsi a poca distanza da lui. Ammiccò all’inaspettata luce; quando tornò a vedere senza provare fastidito, si ritrovò al centro di uno spiazzo non più largo di una decina di metri, ai cui margini si ergevano aguzze stalagmiti, alte quattro volte la sua persona. Solo una piccola apertura tra i denti rocciosi interrompeva la selva di pietra.
Un uomo con le braccia incrociate sedeva su un piccolo affioramento calcareo con a fianco una sfera luminosa.
Il silenzio si dilungò troppo a lungo perché potesse sopportarlo oltre. «Che cosa vuoi da me?» chiese in tono diffidente.
«Voglio parlare con chi rappresenta le persone prigioniere qua sotto.»
«Non c’è nessuno che ci rappresenti: siamo tutti schiavi alla stessa maniera.» Con parole cariche d’amarezza, si lasciò cadere a terra, appoggiando la schiena alla dura roccia. «Serviamo solo per lavorare e viviamo finché siamo in grado di lavorare» continuò mestamente. «Se anche ci fosse qualcuno che ci rappresenti, cosa dovresti dirgli? E soprattutto chi sei? Non appartieni al nostro villaggio, né a quelli vicini e sei qui sotto da poco: si vede dai tuoi vestiti. Non sai ancora come funzionano le cose. Se speri di ottenere aiuto, scordatelo. Nessuno qua può darti niente.»
«Non sono qui per avere aiuto, ma per darlo» fu la concisa risposta.
«Dare aiuto?»
«Posso riportarvi in superficie.»
«Come hai detto?»
«Esattamente quello che hai sentito» ripeté l’uomo.
«Non sai quello che dici» scosse il capo. «Non c’è modo di fuggire. Credi che non sia già stato provato? Ormai abbiamo perso il conto dei tentativi di fuga. Un susseguirsi di fallimenti. Chi ha tentato di scappare è sempre stato ricondotto indietro. Non c’è modo di superare la sorveglianza. E anche se ci riuscissimo, non sapremmo come orientarci per uscire da qui.»
«Io conosco la via.»
«Riesci a ricordare la strada dopo essere stato trascinato qua sotto?»
«Non sono stato catturato: ho seguito le vostre tracce nei cunicoli, lasciando dei segnali da seguire per tornare in superficie.»
«Avevo ragione: tu sei pazzo. Nessuna persona sana di mente farebbe una cosa del genere.»
«Preferivi che nessuno fosse venuto a cercarvi? Non dirmi di non averci sperato.»
«Allora non vuoi capire quello che ti ho detto. È impossibile eludere la sorveglianza: sono ovunque, un’intera legione che ci sorveglia, cui non sfugge nulla, come se potessero leggere nella nostra mente.»
«Preferisci rischiare avendo una speranza di farcela o startene al sicuro sapendo la misera vita che ti attende fino alla fine dei tuoi giorni?»
«Troppe volte ci siamo illusi e la delusione è più pesante da sopportare della fatica.»
«Non ci sarà delusione stavolta. Non possono prevedere quello che non sanno e non possono anticiparvi se non conoscono le vostre intenzioni. Se si agisce subito, cogliendoli alla sprovvista, si può riuscire» disse lo sconosciuto con decisione. «Quando riposerete, la sorveglianza diminuirà e sarà allora che avverrà la fuga. Non sospetteranno che la tenterete dopo una giornata di fatiche: crederanno che non ne siete in grado per mancanza di forze.»
«Non possiamo andarcene senza donne e bambini: ci tengono separati per prevenire ogni tentativo di fuga di massa.»
Lo sconosciuto lo rassicurò. «Non ti preoccupare. Ci sono molti tunnel che comunicano tra loro. Lunga la via di fuga c’è una grotta, nella quale convergono svariati cunicoli: uno di questi porta ai dormitori delle donne. Se accetterete di venire, v’incontrerete in quel punto e proseguirete insieme.» Terminò il discorso avviandosi verso la luce che s’intravedeva tra le fessure delle rocce.
«Aspetta un attimo. Non capisco perché fai questo, ma almeno vorrei sapere il tuo nome.»
«Reinor» disse l’uomo senza voltarsi né fermarsi.

Avvolto nell’ombra, Reinor aspettava che gli uomini poco lontani, quelli che un tempo avevano ricoperto cariche di comando nei villaggi dai quali provenivano, terminassero la consultazione. Nel mentre, osservava le grotte che fungevano da dormitori.
Larghe il doppio delle gallerie finora percorse, parevano l’impronta delle dita di una gigantesca mano penetrata nella dura pietra. Le persone dormivano su un fianco assiepate sul pavimento di roccia, ammassate come bestie; i più fortunati giacevano in rientranze delle pareti, sopraelevate rispetto al terreno, molto simili a catacombe. Dovevano esserci almeno trecento uomini.
Cominciava a rendersi conto di ciò cui era andato incontro: aveva creduto di avere a che fare con bestie del sottosuolo a caccia di prede, invece si trovava ad affrontare una comunità numerosa e ben organizzata; probabilmente possedevano un’intelligenza simile alla loro. Questo rendeva le cose più complicate, riducendo i margini d’errore al minimo.
Un leggero rumore di passi lo riscosse dai suoi pensieri. Uscito dalla zona d’ombra in cui si era sistemato, andò incontro a Tgwaren, l’uomo che l’aveva guidato dai prigionieri.
«Accettiamo la proposta.»
Non era stata una decisione facile: dietro di lui vedeva gli altri scambiarsi rapide occhiate di perplessità e sfiducia.
«Quanto tempo vi ci vorrà per radunare gli uomini ed essere pronti a partire?»
«Il tempo di svegliarli e spiegare la situazione.»
«Bene» sentenziò Reinor.
Tgwaren era titubante. «Come li convinceremo nel caso dovessero opporre resistenza?» Una certa ansia trapelava nella sua voce.
«Nulla di questo accadrà.» Con un cenno gli indicò di precederlo.
Una piccola folla cominciò a formarsi con l’aumentare della gente che usciva dalle grotte. Occhi carichi di sonno e confusione guizzarono in ogni direzione in cerca di risposte. In breve l’anfiteatro naturale fu pieno, tutti gli sguardi puntati sulla figura avvolta nel mantello.
Un uomo sulla cinquantina con capelli e barba striati di grigio prese la parola. «Ascoltate, non abbiamo molto tempo.» Attese che ogni discussione cessasse. «Tenteremo la fuga. Tutti insieme.» Il brusio esplose in una protesta animata. Molti scossero la testa.
«Abbiamo già tentato di scappare e abbiamo visto i risultati» si levò una voce da un lato della caverna.
«Non c’è modo di eludere la guardia di quegli esseri» protestò un altro.
«Non sapremmo dove andare.»
«È tutto inutile. Lasciateci tornare a riposare» terminò la protesta un uomo in prima fila.
«Smettetela» urlò Tgwaren, sovrastando la cacofonia della massa. «Quest’uomo è giunto fino a noi seguendo le nostre tracce, riuscendo a eludere chi ci tiene prigionieri» indicò Reinor. « È qui per portarci fuori. Io dico di fare un tentativo: non mi va di passare il resto dei miei giorni qui sotto. Nella peggiore delle ipotesi ci riporteranno indietro.»
«Potremmo non essere altrettanto fortunati questa volta» sbottò un uomo grasso. «Potrebbero toglierci di mezzo.»
«Non lo faranno» ribatté Tgwaren. «Almeno finché non avremo terminato la costruzione della loro città.»
Il dibattito riprese, rischiando di continuare a lungo. Reinor si portò davanti alla folla.
«Ognuno di voi decida quello che vuole. Non posso più aspettare oltre: donne e bambini attendono il mio ritorno. Se volete vivere in questa maniera, fate pure: io devo occuparmi di chi vuole tornare a essere libero.» Fronteggiò la folla per alcuni istanti; poi si voltò e riprese il tunnel che lo aveva condotto fino a lì.
La sua mente allenata colse una vibrazione nelle linee di forza che scorrevano in tutta la materia. «Nelle grotte!» intimò perentorio. «Stanno arrivando!»
Fu sufficiente a farli muovere. Reinor rimase di fianco agli ingressi finché non furono entrati tutti. «State giù, come se dormiste» li ammonì. «Nessun rumore, nessun lamento.»
Si distese in mezzo a loro in modo da vedere quanto avveniva nei pressi dell’apertura della grotta.
I minuti trascorsero scanditi dal respiro degli uomini e dalla goccia che si tuffava dal soffitto in una pozza d’acqua.
Iniziò come un leggero fruscio, che andò mutando in un ritmico zampettare. Sentirono le creature aggirarsi nell’atrio davanti agli ingressi, come tante lance che colpivano la dura pietra. Le udirono allontanarsi, poi di nuovo avvicinarsi. Le zampe raschiarono contro le rocce della piccola salita innanzi all’apertura.
Lo zampettare all’improvviso cessò e il silenzio calò nuovamente sull’area; una flebile ombra fu proiettata nel debole arco di chiarore presente all’ingresso. Reinor cercò di vedere senza esporsi, ma a causa di un affioramento roccioso non ci riuscì. Muovendosi con cautela prese ad alzarsi; si era sollevato di pochi centimetri dal suolo che un rapido guizzo di una creatura lo costrinse a tornare repentinamente a sdraiarsi. Un lembo del cappuccio gli finì sulla faccia occludendogli la visuale; per non essere scoperto non si azzardò a scostarlo, rimanendo immobile.
Il ticchettio si avvicinò, avanzando lentamente.
Reinor fu percorso da un brivido quando si sentì toccare lievemente un polpaccio. Tenne i nervi saldi mentre il tocco si ripeteva sulla schiena e sulle spalle. Sperò che gli altri uomini reggessero alla tensione e non commettessero qualche imprudenza.
Il controllo cessò di colpo e la creatura si allontanò. Nel sottile spazio lasciato libero dal mantello riuscì a scorgere tre robusti artigli disposti a y che fuoriuscivano dalla spessa fibra rosso-marrone di un arto dell’essere.
L’ispezione durò ancora qualche minuto prima che le creature fossero soddisfatte e tornassero indietro. Il ritmico incedere si fece sempre più lontano, fino a che non tornò il silenzio. Restarono a terra a lungo senza muoversi, con addosso il brivido dell’esile tocco.
Quando si rialzarono, in tutti gli occhi c’era la consapevolezza di non voler più vivere quell’ossessione. Seguirono Reinor senza levare alcuna protesta.

Attraversarono l’intricata foresta di stalagmiti e stalattiti dove poco prima Reinor e Tgwaren si erano incontrati. Non ebbero difficoltà a passare nella selva scura grazie alle pietre luminose che l’Usufruitore aveva raccolto e distribuito.
Alla guida del gruppo, Reinor li precedeva, i sensi all’erta, consapevole che se ci fossero stato avvisaglie di pericolo avrebbe potuto fare ben poco per nascondere gli uomini. Ogni svolta della galleria era un salto nel buio, ogni zona oscura un possibile nascondiglio di creature ostili: qualsiasi scelta poteva condurli alla rovina.
Si fermò, accertandosi di non aver distanziato troppo il gruppo: con passo incerto le prime fila lo raggiunsero con il fiato corto per la marcia senza riposo. Concesse loro una piccola pausa prima di proseguire.
Giunti alla fine della galleria si trovarono davanti a un vasto spiazzo libero da ogni tipo di formazione rocciosa; solo nella parte sinistra, all’imbocco di un altro tunnel, s’innalzava una piccola foresta di stalattiti. Li fece sistemare al suo interno in modo da non essere individuati, ingiungendo d’eliminare ogni fonte d’illuminazione.
«Andrò dalle donne e dai bambini per condurli fino a qui» disse con tono che non ammetteva repliche. «Non voglio trovare al mio ritorno una schiera di creature perché qualcuno non è stato capace di restare nascosto. E se avete paura, ricordatevi che vi aiuterà a restare vigili.» Fece cenno a un paio d’uomini di avvicinarsi. «Quando sarò di ritorno farò un segnale: due segnalazioni luminose, una pausa, altre due segnalazioni. Allora potrete muovervi. In nessun altro caso dovrete spostarvi dalle vostre posizioni. E ora coprite le pietre luminose.»
Rimaste esposte solo quelle di Reinor e degli uomini che dovevano accompagnarlo, il piccolo gruppo si diresse verso la parete opposta dove, nascosta da una stalagmite solitaria, si apriva uno stretto crepaccio, simile al taglio lasciato da una gigantesca spada.
Tgwaren, che seguiva dappresso Reinor a capo della fila, gli tirò un lembo del mantello senza farsi notare dagli altri.
«Perché non hai detto prima che avevi già convinto donne e bambini a seguirti? Non avremmo perso tempo in discussioni inutili» sussurrò alle sue spalle.
«Perché era l’ultima risorsa che avevo per convincervi» rispose semplicemente Reinor.
«Perché l’ultima?» chiese dubbioso Tgwaren.
«Era un bluff.» L’Usufruitore voltò di poco il capo all’indietro. «Non ho mai parlato con loro.»
«Ci hai ingannato» c’era incredulità nella voce di Tgwaren. «Allora non sai neanche dove sono…»
Reinor non gli fece terminare la frase. «Sono andato da loro prima di venire da voi, anche se non ci ho parlato.»
«E come farai a convincerli?»
«Non lo farò io: lo farete voi» allungò il passo, costringendo l’altro a rincorrerlo.
«Come dovremmo farlo?»
«Dire semplicemente come stanno le cose» rispose rapido Reinor. «Fra poco ci sarà un piccolo spiazzo: mi aspetterete lì mentre faccio un giro di perlustrazione. Nel frattempo potrete decidere cosa dire.»
Tgwaren lo osservò mentre si allontanava, cercando di trovare il coraggio per spiegare ai due che lo seguivano il quadro della situazione.

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