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L’Ultimo Potere – Terzo Atto – XXIV Il passato nelle scelte(parte 1)

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Vie deserte sotto un cielo stellato. All’orizzonte una sottile linea chiara rannicchiata sotto la profondità della notte. Sulla cima dell’agglomerato roccioso la superficie sferica dell’osservatorio, il soffuso bagliore argenteo della luna che si rifletteva opaco sul metallo del telescopio. Oltre la Cittadella, le gole dei canyon, simili ai collegamenti neuronali di un encefalo smisurato.
Erano così oscuri anche i meandri del cervello umano? Miriadi di contorti canali che s’intrecciavano tra loro in una fitta rete rugosa e contorta?
Era così che raffigurava il suo pensiero? Come un individuo che si era perso nel labirinto di roccia che aveva davanti e non riusciva a trovare l’uscita? Era così che si sentiva in quel momento mentre ricercava la soluzione dello stato in cui versava?
Guerriero appoggiò la testa contro la roccia.
Non era ancora riuscito a trovare il bandolo della matassa; cosa ancora peggiore, stava cominciando a spazientirsi. Più si sforzava di trovare la soluzione, più aveva l’impressione che il tempo accelerasse e venisse meno.
Pensa ai Demoni che ti hanno seguito.
Erano state le parole di Maestro.
Dove voleva che arrivasse?
Di certo il riferimento che cercava non era da trovare negli scontri avuti con loro.
Prese in mano un sasso, fissando intensamente la sua forma liscia e rotonda. Erano occorsi centinaia d’anni e l’azione ininterrotta della natura per levigarlo da ogni asperità; un lavoro lungo e paziente, che un semplice evento fortuito poteva andare a infrangere o a perturbare. O un banale capriccio del destino.
Fissò il bordo del pendio, stringendo con forza il pugno attorno alla dura superficie, tendendo i muscoli del braccio. Sarebbe bastato il movimento di una parte del corpo per cambiare la forma della pietra: la semplice volontà di un uomo avrebbe mutato il lavoro di secoli di svariati agenti naturali. Quanto tempo sarebbe occorso perché di nuovo si ripresentasse qualcosa di simile?
Tornò ad appoggiare il sasso.
La distruzione era talmente insita nell’essere umano che era diventata un processo automatico e inconsapevole. Quante cose erano andate distrutte e perdute in quella maniera?
Scese dalla roccia dove si era seduto.
Cercare di pensare ad altro non era servito a farlo rilassare. Il silenzio della notte non era stato d’alcun aiuto.
Posò lo sguardo sull’Osservatorio. A differenza di Maestro non sapeva trovare risposte guardando le stelle; anche se fosse stato capace di leggere i segni del firmamento, non aveva la benché minima idea di come avviare e settare il telescopio. Non sapeva nemmeno in che direzione puntarlo.
Come aveva sempre fatto, doveva contare solo sulle proprie forze.
Forse fare quattro passi avrebbe aiutato ad allentare la tensione.
S’avviò lungo il sentiero che costeggiava il costone roccioso. Ammantato dal buio creato dalla parete, scese lungo il percorso polveroso, fermandosi dinanzi al bivio: prendere la strada che portava verso il nucleo del centro abitato o continuare a scendere fino alle pendici della montagna? In fondo non c’era molta differenza: data l’incapacità di riuscire a prendere sonno, probabilmente si sarebbe trovato a girare tutta la Cittadella.
O forse no.
Si ritrasse all’interno dell’androne di una delle basse, squadrate abitazioni che si mimetizzavano nella roccia. Due figure si stavano dirigendo nella sua direzione.
“Non sono l’unico a soffrire d’insonnia.”
«Allora non hai trovato nessuno nella città a nord.»
Guerriero riconobbe la voce di Marelyn.
«Solo palazzi in rovina e automezzi arrugginiti.»
Sogno: doveva essere appena tornato dalla missione.
«Nessun segno di vita?»
Guerriero vide la sagoma scura dell’uomo scuotere il capo. «Chi ha vissuto in quel luogo è morto da tempo: non sono rimaste che ossa.»
«Sono stati i Demoni?» Chiese Marelyn preoccupata.
«Credo di no, anche se non ho la certezza assoluta. Sembra l’azione di un’epidemia; ma si sa che i Demoni sono capaci di tutto.» Si fermò pochi passi prima d’entrare nell’area rischiarata dalla luce lunare. «Tuttavia c’è un’altra eventualità.» Aggiunse Sogno pensieroso.
«Quale?» Marelyn si fermò al suo fianco.
«Quelle persone si sono lasciate andare: hanno smesso di lottare per la vita.» Disse mestamente Sogno. «Le ho trovate sdraiate nei loro letti: si sono fermate ad attendere la morte, senza fare nulla per cambiare la realtà.»
Immagini di fiamme, riflessi metallici e persone vestite con tuniche nere balzarono nella mente di Guerriero. Fu come se una fredda mano si fosse posata sul cuore e avesse cominciato a stringere.
“Ne sei davvero sicuro, Sogno?” Pensò Guerriero trovando analogie con la tragedia che l’aveva travolto.
«Comunque siano andati i fatti, la missione ha avuto esito negativo.»
«Quindi Maestro si sbagliava e neanche là si trova la città del Demone cui diamo la caccia.»
Sogno entrò nel cerchio di luce lunare. «Credo che Maestro sapesse che con molte probabilità non si trovava in quel luogo. Ma non avendo certezze assolute, non ha voluto lasciare nulla al caso.»
“Allora è questa la natura delle sue uscite.” Costatò Guerriero. “Che stia cercando la strada che dovrebbe venirci incontro?”
«Le cose stanno per cambiare.» Sogno volse lo sguardo al cielo. «Ci stiamo avvicinando alla maturazione dei tempi.»
«Ti fidi delle parole di Maestro?» Una punta di dubbio emerse nella domanda di Marelyn.
«L’ho visto.» Sussurrò Sogno con il naso rivolto alla luna.
«Come sarebbe a dire?» Chiese perplessa Marelyn.
Nella luce argentea, Guerriero vide Sogno abbozzare un enigmatico sorriso. «Non posso dire il modo in cui si verificherà, ma avverrà.»
Marelyn si morse un labbro. «E’ per questo motivo che continui a rifiutare?»
Sogno s’avviò verso lo spiazzo che fungeva da campo gioco per i bambini.
«Perché non possiamo stare insieme?»
L’uomo si fermò. «Non sarebbe la scelta migliore. Ti senti attratta da me, ma quello che ti attira non sono io, ma l’ideale a cui anelo. Ti sei innamorata di un’astrazione, bella, ma fuggevole.»
«Mi sono innamorata di te per quello che sei e fai.»
Sogno scosse il capo. «Ti sei innamorata di un’idea nata dal vuoto lasciato dal mio essere lontano dalla Cittadella. Nell’assenza hai creduto d’aver incontrato l’amore, ma è stato un tuo bisogno a creare quel sentimento che va a mostrare una tua mancanza.»
Marelyn strinse le labbra fino a farle diventare due linee sottili. «Mi stai dicendo che amare è un errore?»
«Amare non è mai sbagliato. Può essere sbagliato il soggetto su cui si riversa il sentimento.»
Marelyn rimase di stucco. «Non capisco.»
«L’amore aiuta a crescere, ancora di più se condiviso con altre persone. Ma in questo caso investiresti in un rapporto che ti porterebbe solo illusione e delusione.»
Guerriero vide una lacrima brillare negli occhi della donna.
«Mi stai dicendo che non mi ami?» Sussurrò in un soffio Marelyn.
Sogno scosse il capo. «Non è questo che sto dicendo. A stare con me avresti solo da soffrire, come in questo momento. Anche se non è mia intenzione, ti sto ferendo e così sarebbe sempre. Questa è sofferenza, non amore. E non voglio che le persone a cui tengo soffrano a causa mia.»
«Io…»
«So quello che stai per dire, ma ascoltami. Stando con me non avresti nulla in mano: sprecheresti la vita accorgendoti troppo tardi dell’errore commesso e ti sentiresti tradita. Io sono Sogno e non c’è posto per me in questa realtà: non posso farne a meno, è la mia verità, l’unica cosa che ha senso.» Si voltò verso la donna. «Tu riesci a vivere in questo mondo: io no, se non per qualche breve sprazzo. Per poter stare con me, dovresti essere come me, ma alla lunga questo modo di vivere ti stancherebbe.»
«Perché?» Chiese Marelyn con dolore.
«Perché ricerco qualcosa di grande, più grande di questo mondo. Un anelito che non si può adattare a questa esistenza. L’esistenza nella Cittadella o in un’altra città, quando il regno dei Demoni sarà caduto, non fa per me. La ripetitività quotidiana che conducono le persone è per me un limite troppo stretto da poter accettare. Non posso accontentarmi di vite del genere, ricercando forme di felicità di cui la maggioranza s’accontenta.»
Marelyn s’avvicinò titubante di un passo. «Che cosa vuoi dire?»
«Amicizia, amore, rispetto, prudenza, modestia, ragionevolezza: non possono rispecchiare me. Non nel modo in cui vengono praticate di consueto.»
Marelyn lo guardò confusa. «Sono tutte parti presenti nella vita d’ogni persona. Cosa c’è di strano?»
Sogno scosse il capo. «Non sono parti di me.»
«Forse sei solo stanco per le continue missioni che compi: hai bisogno di riposarti.» Suggerì con tono pacato Marelyn, facendo un passo per avvicinarsi.
Sogno la fermò con un cenno della mano.
«Non ho bisogno di consigli e non sono stanco. Sono lucido a sufficienza per capire come sono: è una realtà che conosco da tempo, ma che tu non sei ancora riuscita ad accettare.» La fissò intensamente negli occhi. «Ci sono individui che non sono adatti a stare insieme ad altre persone. Io sono tra queste: non sono una persona con qualità adatte per amare. Perché io sono Sogno e nella realtà mi dissolvo, perdendo tutto il mio incanto.»
«Tu sei un essere umano, come noi.» Protestò confusa la donna. «Sogno è solamente il nome che ti è stato dato: nient’altro che una parola. Non dice chi sei veramente.»
Sogno sospirò. «Pensi davvero che sia così?» Levò il capo verso la luna. «Il nome forgia il nostro essere. L’essere rivela il nostro nome. Sono verità concatenate l’una nell’altra. La realtà è molto più profonda di quello che si vede ed è quella che ti ho detto. Sogno è effimero, è volubile. Sogno non ha sentimenti, non ha calore umano da dare. Il sentimento che provi avvizzirebbe stando vicino a me, perché Sogno non si cura di chi ha accanto, pensa solo a volare, davanti agli occhi ha solo una visione. Lascerebbe morire anche suo figlio per inseguirla. Si dimenticherebbe di mangiare, di dormire, anche di vivere: è la sua natura, non può fare altrimenti; troppo preso dalla fantasia, dall’essenza della visione che vuol far divenire, per poter curarsi degli altri. Per questo non è adatto ad avere una vita come la gente comune, ad avere persone a fianco: soffrirebbero solo.»
Marelyn lo fissò con un’espressione di dolore e rabbia, oltre che incomprensione. «Non faresti prima a dire che non hai alcun interesse per me, invece di fare questo giro di parole?»
«Non sarebbe la verità.» Sogno scosse la testa. «Tu non hai provato, tu non sai. Per un sogno si può essere crudeli. Una crudeltà non voluta, priva di volontà di danneggiare, ma pur sempre egoista, ottusa, indifferente.» I suoi occhi si fecero distanti, come se vedesse un altro mondo. «E’ come un bambino che rincorre le farfalle con un retino, ma non riesce a prenderle: è talmente preso dal rincorrerle del non accorgersi che ci sono altri che vogliono correre e giocare con lui; finché, stanchi del suo comportamento, se ne vanno. Il bambino nemmeno se ne accorge: i suoi occhi sono sempre puntati in alto, continua a provare a prendere le farfalle, per poi accorgersi che volano troppo alte per lui. Così, torna a guardarsi intorno e si ritrova solo.» Tornò a volgere il capo alla luna. «E’ spaesato e per vincere la tristezza ricerca altre farfalle cui correre dietro. Ancora e ancora.»
«Cosa c’entrano i bambini?» Lo guardò stralunato Marelyn.
Sogno parve non sentirla. «Fino a quando c’è chi ha il coraggio di stare vicino a quel bambino difficile, che si accorge a malapena di avere al fianco qualcuno. Formano una strana coppia: il sognatore e il triste compagno.» Continuò a parlare, come se lo facesse più che altro a se stesso. «Un compagno che pazientemente lo segue in tutte le avventure, nell’attesa che si accorga della sua presenza. Il tempo passa e la speranza s’affievolisce; rassegnazione e tristezza giungono, senza che nessuna emozione scalfisca il guscio che rende intaccabile la scorza del sognatore. Quando finalmente lo sguardo torna ad abbassarsi, incontra negli occhi di chi tanto l’ha adorato l’ombra della morte. Sentimenti sconosciuti si fanno largo nel suo animo: paura e rifiuto di una verità brutale e impietosa, una realtà capace di sporcare il candore del sogno. Il terrore e la non accettazione lo fanno scappare lontano, lasciando il compagno morire, incapace non solo di tentare di salvarlo, ma anche di stargli vicino. Lo shock della perdita non fa che farlo rifugiare nuovamente nel sogno: un chiudere gli occhi per non vedere la realtà, per poter continuare a sognare e non essere contaminati da niente.» Un sospiro scivolò nell’aria. «Per un sogno si può essere crudeli, indifferenti. Ma per un sogno non si può far soffrire, non ci si può dimenticare di quanti ci amano; non si può uccidere chi si ha al fianco. E’ ciò che ho fatto. Per questo mi sono dato il nome che porto: per non dimenticare.»
«Per questo mi vuoi tenere lontana?» Chiese Marelyn con occhi tristi.
«A starmi vicino s’incontra solo sofferenza. Amare è una responsabilità e non può esserci amore se si ha paura della responsabilità.» Sogno si voltò verso l’Osservatorio. «Non si può amare un vigliacco. E chi si rifugia in un sogno lo è.»
«Perché chi si rifugia in un sogno dovrebbe essere un vigliacco?»
«Perché incapace di vivere.»
«Tutti fanno degli sbagli, nessuno ne è esente.» Marelyn fece un passo in avanti. «Ormai è parte del passato.»
«Ma può tornare a ripetersi. Non serve chiudere gli occhi per cambiare la natura di un essere: non si può smettere d’essere un sognatore. Il sogno è una forza trascendentale, a cui il sognatore non può sottrarsi. Per quanto lo si ignori, trova sempre il modo di ritornare: con forza o con sottigliezza, insinuandosi alle spalle o parandosi di fronte. Alla fine si è costretti ad accettarlo.» Inspirò con calma. «La verità è che Sogno non è del mondo.» Si voltò a guardarla. «Te la sentiresti di passare l’esistenza, la testa appoggiata sulle ginocchia, triste e rassegnata, seduta al fianco di una persona che continuamente è persa in mondi che non ci sono? L’amore che provi non basterebbe, perché qualsiasi fiamma, se non alimentata, si spegne. Rimarrebbe solo cenere, ricordo di qualcosa che è morto. Non sprecare il tempo che hai a disposizione.»
La donna cercò di avvicinarsi, ma Sogno la fermò con un cenno della mano.
«Ascolta attentamente. So che sono stato la molla che ti ha portato a occuparti dei ragazzi, sperando di trovare qualcosa che ci accomunasse e ci rendesse vicini, credendo che con il tempo anche in me nascesse il sentimento capace di unirci. Questo è avvenuto, ma non nella maniera che credevi.» Continuò a parlare anche se vedeva che le parole pronunciate la facevano morire a ogni istante. «Non ti sto rimproverando; voglio farti comprendere che cosa questa scelta ti ha portato e che non devi perdere. Ricercavi l’amore, ma sei andata dalla persona sbagliata: non puoi pretendere da chi non è in grado di dartelo.» Marelyn fece per protestare, Sogno fece cenno che non aveva ancora finito. «Ma i bambini possono dare quanto cerchi: hai trovato quello che ti serve. Non cercare altrove, non lasciartelo sfuggire.»
«Ma io…»
«Ascolta: non si tratta solo di una questione personale. C’è qualcosa di molto di più del noi come singoli e dell’adesso, ma che per esistere deve fondarsi sul presente: quanto faremo adesso costruirà il futuro. Ma è un futuro fragile, che può essere spezzato da una sola azione, da una semplice dimenticanza. Un cuore giovane può essere facilmente ferito e altrettanto facilmente andare perduto.»
«Non capisco.»
«Non tradire mai la fiducia dei bambini. Hanno imparato a fidarsi di te e ti hanno dato il loro amore. Tu sarai la loro guida: da te impareranno una nuova vita e da questa vita sorgerà il futuro per cui tanto abbiamo lottato.»
«E’ troppo quello che mi stai chiedendo: non è questo che volevo.»
L’espressione assente dell’uomo divenne affilata come una lama. «Non puoi più tornare indietro: ora sei responsabile delle loro vite, ora sei depositaria del loro futuro. Da questo dipenderà se sarà un nuovo inizio o il continuo di questa misera esistenza. Per ciò non devi tradire la fiducia dei bambini e devi stargli sempre vicino. Perché se non lo farai, arrivati a questo punto, la perdita sarà più grave di quanto tu possa immaginare. La fiducia, come l’amore, è qualcosa di fragile che va coltivato e mai tradito se si vuole farlo continuare a esistere.»
«Non sono così importante come dici.» Marelyn si ritrasse dallo sguardo intenso di Sogno.
«Tu per loro sei una madre.»
«Stai esagerando…» Si schernì la donna.
«Sono Orfani!» Sogno interruppe la sua protesta. «Abbandonati fin da piccoli a se stessi, senza mai qualcuno che avesse per loro una parola di conforto, un gesto gentile. Nessuno li ha mai protetti, nessuno gli ha mai insegnato qualcosa: sanno solo cosa significa essere feriti. Hanno conosciuto la parte peggiore dell’esistenza: per loro la vita è dolore. Hanno imparato a cavarsela da soli, a sopravvivere in mezzo a rovine e violenze, ma a che prezzo? Si sono induriti, sono divenuti come pietre: hanno perso ciò che di più prezioso hanno. A furia d’essere traditi sono divenuti traditori; talmente traditori da tradire anche se stessi. Ma sono ancora in tempo per ritrovarsi, per evitare di divenire adulti cinici e aridi: ora hanno la possibilità di ricominciare tutto da capo, sapendo che non sono più soli, ma che possono contare su altre persone, che i bisogni possono essere superati cooperando con chi si ha al fianco.»
«Sogno, tutti noi siamo Orfani.» Notò mestamente Marelyn. «Tutti noi abbiamo incontrato lo stesso fato. Solo per loro può esserci speranza?»
«Sarà un aiuto reciproco: è questo quanto stiamo creando alla Cittadella. Un disegno che porti speranza a tutti.»
«E per te non c’è speranza?»
Sogno distolse lo sguardo. «Il centro della questione non sono io, ma loro: ho già fatto la scelta del cammino da percorrere, ho avuto la mia possibilità. Quegli orfani non ne hanno avuta alcuna.» Tornò a voltarsi verso di lei. «Ma con te ora possono averla, possono conoscere qualcosa di nuovo.»
«Perché io?»
«Sei stata la prima persona che li ha seguiti e accuditi e hanno cominciato a credere che la vita sia altro. Per quanto la si schiacci e la si ferisca, la fiducia non può essere uccisa; ignorata, certo, reclusa, anche, ma non può morire. E’ parte dell’Essenza.» Sospirò stancamente. «Ora che è stata ritrovata, non può essere perduta di nuovo: non c’è sofferenza peggiore di quando si è privati di qualcosa di prezioso.»
«Perché soltanto io?» Marelyn lo guardò sconcertata. «Ci sei anche tu: sei una figura che hanno preso a esempio. Si sono legati a te molto più che a me.»
Sogno rimase in silenzio a lungo. «Con la vita che conduco io,» disse a bassa voce quando riprese a parlare «non esistono certezze di nessun genere.»
Marelyn sentì il midollo nelle ossa ghiacciarsi. «A che cosa ti riferisci? Sta per succedere qualcosa?»
«Niente di più di quanto succede sempre.» Disse stancamente Sogno. «Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero.»
«Che cosa significa?» Chiesa perplessa Marelyn.
«La caducità della vita su questa terra. Chi combatte rischia di morire in ogni istante, partecipando a una delle tante battaglie che solcano la terra, in una delle molte guerre che l’hanno ferita. Morire sapendo d’essere soltanto uno dei numeri che formano una cifra che mai avrà fine.» Si spostò verso l’oscurità di un vicolo. «Non posso essere quello di cui hanno bisogno; al loro fianco occorre una figura diversa da quella che io sono.»
«Ma io non potrò esserci per sempre!» Protestò la donna.
Sogno annuì. «E verrà il giorno in cui si allontaneranno e cominceranno a camminare da soli, a decidere per la loro vita, cooperando con gli altri. Un giorno saranno uomini e donne, individui completi, ma ora sono Orfani e hanno bisogno di una madre.»
«Come hanno bisogno di un padre. E tu sei questo per loro.» Puntualizzò Marelyn.
«La madre dà vita e nutrimento, aiuta a crescere; il padre dà protezione. E quando si protegge un figlio si può perdere anche la vita. Per questo la madre deve essere preparata a dover sostenere il peso della famiglia da sola. Tu devi essere pronta a questo.»
«Non ne sono capace!»
«Imparerai. Per loro troverai la forza, la risposta ai loro bisogni; dovrà essere così, perché non gliela potrà dare il mondo esterno, dato che ha già dimostrato la sua mancanza. Tu gli farai vedere come si fa a essere ciò che si vuole: gli insegnerai a lasciarsi alle spalle il dolore e ad aprirsi al mondo nuovo.» Sogno riprese a camminare lungo la discesa.
«Tu fai tanto per gli altri, desiderando per loro un futuro diverso.» La voce di Marelyn lo raggiunse a metà della pendenza. «Non c’è nulla che desidereresti per te?»
Sogno, con lo sguardo rivolto al suolo, fece un sorriso mesto. «Non essere quello che sono.»
«Perderesti il tuo essere speciale.» Ribatté Marelyn trattenendo le lacrime.
«Sacrificherei quanto sono per ottenere quello che non posso avere.» Sogno riprese a muoversi, poi si fermò. «Tu cosa desidereresti?»
Marelyn fece un lungo respiro tremante. «Vorrei tornare al tempo in cui ti ho incontrato, quando ancora tutto era nuovo tra noi e c’era speranza. Perché voglio che la primavera torni a sbocciare nel mio cuore.»
L’uomo fece un cenno d’assenso. «Capisco.» Mormorò sparendo nel buio del vicolo. «Non rimanere in attesa di ciò che non può più tornare.»
Marelyn rimase immobile ai bordi dello spiazzo, una statua di carne baciata dai raggi lunari.
Dalla copertura dell’androne, Guerriero la fissò con un misto di sentimenti che non riusciva a districare. Quella faccenda non lo riguardava per nulla: perché allora si sentiva toccato dalla scena cui aveva assistito?
La bocca dello stomaco sembrò serrarsi, un peso posarsi sul petto: una pressione costante che faceva sentire la sua presenza. Prendeva alle viscere come la paura, ma era un formicolio sordo, insistente.
Dolore.
Dolore anche dove doveva esserci pace.
Dolore anche senza Demoni.
Una forma diversa, certo, ma era sempre sofferenza. Una presenza viva e lucida che incalzava come le onde sulla spiaggia. Un dolore che si ritirava lasciando i suoi segni e che subito dopo ritornava per rimarcarli. Ancora e ancora.
Infettava tutto quanto, rendendo ogni cosa più cupa, la brillantezza dei colori risucchiata lontano, come se in essi fosse colato l’umore del nero. Dovunque lo sguardo si posasse, tinte cupe si affollavano intorno alla visuale, come sagome di corvi appollaiati su rami secchi privi di corteccia. Ombre che lo seguivano a ogni sguardo. Cappe nere che svolazzavano beffarde, rintuzzando spietate le braci della disperazione.
Non c’era speranza nel mondo.
Spostò un piede, urtando un ghiaino e facendolo rotolare sui gradini sottostanti. Sottili rintocchi proseguirono lungo il selciato perdendosi nella notte.
Si ritrasse verso il fondo dell’androne: Marelyn si era voltata verso la sua direzione, fissando lo spazio oscuro che celava l’ingresso all’abitazione. Restò alcuni istanti a fissarlo, poi s’avviò con passo stanco lungo le vie che conducevano al centro della Cittadella.
Non doveva averlo visto. Sarebbe stato imbarazzante essere scoperto ad assistere a un dialogo privato e non saper spiegare la sua presenza in quel posto.
Rimase in attesa ancora alcuni istanti, poi riprese a muoversi lungo le vie deserte, lanciando continue occhiate alle linee dei canyon.
In quel mondo piagato e spezzato, sentiva le terre che aveva dinanzi aliene.
O forse era lui a essere un extraterrestre in un pianeta che sentiva sempre estraneo a se stesso.
Sospirò.
Non aveva scelto lui di venire alla luce in quella terra, non era stata una sua decisione; tuttavia subiva le conseguenze di tale scelta. Che ci fosse un qualche dio nell’universo, come spesso si era creduto, o fosse l’Essenza a guidare la vita, come asseriva Maestro, doveva avere le idee confuse oppure possedere un animo davvero contorto. O, cosa più probabile, era lui che si era perso in mezzo agli intricati canali del caos.
Forse tutti gli uomini erano così: dei dispersi, dei reduci di un’altra esistenza finiti in una terra straniera e inospitale.
Come lo era Sogno.
Come lo era lui stesso.

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