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Reinor. Sottoterra. Parte 2

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Arrivarono al villaggio quando la luce solare non lambiva più i tetti delle case.
Attesero inutilmente che qualcuno uscisse dalle abitazioni per accoglierli. Alcuni mercanti andarono a bussare alla porta del primo edificio sulla strada. Non ottenendo risposta, passarono a quello successivo. Soltanto al quarto qualcuno si degnò di affacciarsi alla finestra e ascoltare le loro richieste, indirizzandoli all’abitazione dell’autorità di Knader, un edificio nei pressi della piazza. Fu permesso loro di accamparsi vicino al villaggio, ma delle altre questioni se ne sarebbe parlato il giorno successivo.
I viaggiatori trascorsero una serata tranquilla attorno ai falò, mentre nelle case non riluceva alcuna luce. I discorsi calarono di tono e i fuochi cominciarono ad affievolirsi, lasciando la piana rischiarata solamente dalle stelle del cielo.
L’albeggiare del nuovo giorno giunse e un gallo cantò. Il fumo prese a uscire dai camini. Gli abitanti di Knader uscirono senza fretta dalle case per andare ai propri lavori.
“C’è qualcosa che non va.” Reinor vedeva i volti delle persone troppo abbattuti e timorosi per rientrare nella quotidianità. Inoltre parte della popolazione non partecipava alla vita del villaggio: metà delle porte erano rimaste chiuse, senza che un filo di fumo uscisse dai rispettivi camini.
Dopo aver osservato per qualche minuto la scarsa attività del villaggio, si ritirò verso la campagna, lontano dalla carovana dove i lavori infervoravano, per portare avanti gli studi senza essere disturbato. La parte di regione dove si trovavano non presentava bellezze particolari: era una vasta piana coltivata, puntellata qua e là da boschetti di faggi e pioppi, con numerosi torrenti che nascevano dal sottosuolo. Un paesaggio monotono, interrotto a est da una catena montuosa.
Lontano dai rumori, giunse a una muraglia quadrata fatta di sassi e malta, non più alta di un uomo; dietro allo sciupato cancello di legno si scorgevano ordinate fila di lapidi di pietra.
“Non sono state scavate fosse di recente.” Il fatto sconfessava il suo ragionamento iniziale, quando aveva pensato a un’epidemia per giustificare la mancanza di tanta gente.
Arrivò sulla sommità di una bassa collina. Alla sinistra c’era il villaggio con i contadini che lavoravano la terra; davanti a sé e alla destra si stendevano ampie distese intervallate da abitazioni rurali. Aguzzando gli occhi notò che nelle loro vicinanze non c’era nessuno occupato a lavorarli.
S’incamminò in quella direzione, dimentico dei suoi studi.
In una delle case scorte dall’alto si presentò la stessa scena vista al villaggio: dalle finestre vide che le camere erano in ordine, ma deserte. Nessuno rispose ai suoi richiami. La porta non era sprangata. Dalla soglia gettò una rapida occhiata all’interno: i piatti sulla tavola erano ricoperti da un sottile strato di polvere, così come le fette di pane indurito. Dalla pentola sul fuoco spento giungeva l’odore di cibo andato a male. Chi aveva abitato lì se n’era andato all’improvviso.
Richiuse la porta e tornò al campo.
“Come può metà della popolazione sparire o andarsene senza lasciare traccia, abbandonando tutto?” Fare domande in giro non sarebbe servito a chiarire il mistero: la gente non avrebbe risposto. Sguardi guardinghi, corpi sempre tesi a scattare. Glielo leggeva negli occhi: conviveva con la paura di avere a che fare con qualcosa di sconosciuto e di poterne essere colpita in qualsiasi momento.
Passò il pomeriggio dedicando la sua attenzione a un libro, sperando che questo lo aiutasse a rilassarsi e a chiarirsi le idee. Nelle sue pagine erano riportati esperimenti su come ricercare e trovare nuove vie per liberare i poteri reconditi dell’individuo. La lettura era affascinante e coinvolgente, ma non perse mai d’occhio quanto succedeva attorno a lui. Arrivò la sera e la gente di Knader ritornò dai campi per riposarsi dalle fatiche della giornata. Non sfuggirono al suo sguardo i gruppetti in cui le persone si riunivano, discutendo frettolosamente a voce bassa. Non c’era traccia di cordialità nei loro sguardi, traspariva soltanto agitazione e paura. Senza salutare si rintanavano nelle case sbarrando le porte. Quella sera un camino in meno levò la sua spirale di fumo verso il cielo.
Le ombre si allungarono fino a confondersi con l’oscurità. Reinor fissò la pagina del libro che stava leggendo: sapeva come trovare indizi per svelare l’arcano.

La giornata cominciò come la precedente: i mercanti che lavoravano ai carri e i contadini che si avviavano ai campi con gli attrezzi in spalla. Sembrava di assistere a gente che veniva deportata o doveva finire sul patibolo: avevano gli stessi occhi dei condannati, rassegnati a un destino inevitabile.
Senza farsi notare, Reinor li seguì, dirigendosi verso i campi lasciati liberi, scegliendo l’appezzamento più lontano dalla visuale dei contadini e camminando fin dove la terra era stata lavorata.
Un piccolo bagliore colpì i suoi occhi.
Ascoltando un imprecisato istinto evitò di giungervi in linea retta, seguendo la linea invisibile di una larga curva. Giunto sulla terra ancora vergine si accoccolò sui talloni a mezzo metro dall’oggetto che aveva attirato la sua attenzione. Con cautela allungò la mano per raccoglierlo, come se si aspettasse che qualcosa uscisse dal terreno e l’afferrasse. Non successe niente, ma il senso d’allarme che lo attanagliava non accennò a lasciarlo. Ripulì l’oggetto e l’esaminò: una semplice forcina per capelli.
Le immagini lo aggredirono all’improvviso.
Stava camminando nel campo. Sentiva sulle spalle il sole al tramonto; con una mano scostò una ciocca di capelli scuri che era finita davanti agli occhi. Con le gambe pesanti per la giornata lavorativa, avanzò stancamente verso la brocca d’acqua posta sotto gli alberi, i passi intralciati dalla lunga gonna. Provò un sussulto quando sentì la terra mancare sotto i piedi. Il terreno sotto le sue scarpe si mosse con violenza crescente, facendo sprofondare una gamba fino al ginocchio. Il panico la colse e cercò di tirare fuori l’arto, afferrandolo con le mani, ma anche l’altra gamba prese a essere risucchiata nel terreno. La terra le brulicò addosso, formicolante come una moltitudine di ragni che avanzava inesorabilmente. Cercò di afferrarsi a qualcosa mentre la sentiva salire fin sopra la vita, le braccia che annaspavano come un naufrago sballottato dalle onde. Bloccata dallo choc e dal panico, tentò di lanciare un grido, ma il sapore della terra andò a riempirle la bocca, mentre il sole si oscurava. L’ultima cosa che sentì fu qualcosa che la trascinava sotto.
Reinor si riscosse, sentendo la forcina entrargli nelle carni per quanto forte la stava stringendo. Respirò a pieni polmoni, tornando in possesso delle sue capacità. “Quel libro mi è stato davvero utile.” Ma non era il momento di pensare alla scoperta di un nuovo lato dei suoi poteri.
Impugnata la zappa dalla parte metallica, prese a spingerla con cautela oltre il terriccio dove aveva trovato la forcina. Il manico, sempre con maggiore facilità, prese a scendere in profondità. A metà della sua lunghezza, Reinor prese a far leva. Il terreno implose su se stesso, aprendo un buco capace di contenere una mucca. Guardò all’interno del piccolo cratere: fondo quasi due metri, si trasformava in una galleria capace di far passare un uomo, inabissandosi nel sottosuolo.
“Ecco come sono sparite quelle persone. Rimane da scoprire chi ha creato questi tunnel.”
Discese fino ad arrivare all’imboccatura della galleria. La luce del giorno rischiarò ancora per qualche metro i suoi passi nel passaggio; sollevò una mano, creando una piccola sfera luminosa che dissipò le tenebre.
L’aria si fece pregna dell’odore della terra e la temperatura aumentò mentre si addentrava nel tunnel, avvolgendo il corpo in un sudario soffocante; poche centinaia di metri e aveva gocce di sudore che gli scorrevano sulla schiena.
Osservò il divincolarsi di grossi lombrichi nel terreno. “E se avessimo a che fare con i loro fratelli maggiori?” L’immagine di un lombrico di svariati metri che torreggiava su di lui non era per niente piacevole.
La lenta discesa continuò monotona, le pareti intervallate da radici simili a vene sporgenti, fino a quando si trovò dinanzi a un bivio. Prese la via di destra.
Seguendo le svolte del tunnel continuò a scendere, il terreno molle d’umidità. Senza preavviso la pendenza della galleria cominciò a salire bruscamente, costringendolo a usare le mani per inerpicarsi. L’arrampicata durò quindici metri e il terreno tornò in piano, permettendogli di continuare senza difficoltà. La temperatura si fece più mitigata, con l’odore della terra meno penetrante e persistente. Provò un senso di sollievo quando una zaffata d’aria fresca gli arrivò alle narici. Seguendo la scia si ritrovò davanti un muro di terra: il passaggio terminava in quel punto. L’aria percepita proveniva da un’apertura grande come un pugno sopra la sua testa; con le mani l’allargò, ritrovandosi a guardare il cielo limpido. Era arrivato nel punto in cui la voragine si era aperta sotto i carri.
Girò i tacchi e tornò alla deviazione, imboccando l’altro passaggio. Le radici incontrate fino a quel momento sparirono, solo qualche macigno interrompeva l’omogeneità della terra.
Percepì un cambiamento nella temperatura quando la galleria si fece più alta e larga, le pareti compatte e lisce, come se la terra fosse stata colpita con il piatto di una pala.
Dopo l’ennesima svolta trovò numerose impronte di piedi sul terreno, tutte rivolte nella stessa direzione: delle persone erano passate da lì, affiancate in ordine di quattro, come un plotone militare. Non erano gli unici segni lasciati sulla terra, un’altra serie d’impronte camminava vicino alle pareti: avevano la forma di piccoli fori, come se tante lance acuminate fossero state appoggiate al suolo. Le tracce erano più fonde e ravvicinate di quelle degli uomini, la conformazione simile a quella degli insetti, ma, stando alla loro grandezza, dovevano essere creature della stessa altezza di un umano.
Con la luce della sfera che apriva il cammino s’addentrò sempre più nella terra. La presenza di rocce aumentò, andando a costituire completamente la formazione del tunnel e rendendo l’ambiente meno umido. In mezzo alla dura pista trovò un braccialetto di fili colorati.
Tenne l’oggetto disteso sul palmo della mano, aspettando che gli venisse mostrata la visuale avuta dalla persona che l’aveva indossato: doveva solo agganciare l’ombra d’energia psichica inscritta in esso e vedere, anzi rivivere, quanto accaduto alla persona che l’aveva posseduto.
I minuti passarono senza che accadesse qualcosa.
Provò a passare le dita sul tessuto, a tenerlo serrato tra le mani: qualsiasi cosa facesse non risvegliava la visuale custodita nel bracciale.
“Perché la prima volta la visione è giunta senza neanche pensarci?”
Stava per abbandonare i tentativi quando le immagini arrivarono come un torrente in piena.
L’illuminazione della galleria era soffusa, rischiarando l’area quel tanto che bastava per seguire l’irregolare corridoio di pietra. Figure lo precedevano, serrate in ordine compatto, poco più d’ombre con qualche accenno di lineamenti umani. Accanto a sé sentiva il calore del corpo di chi lo affiancava e il rumore dello sfregamento degli abiti. Nessun gemito o imprecazione si levava dalla massa: solo il ritmico alzarsi e abbassarsi dei loro passi e lo snervante zampettare di chi li sorvegliava. Erano sempre accanto a loro, una presenza costante, pronti a castigarli qualora contravvenissero agli ordini.
Con lo sguardo fisso davanti a sé non si azzardava a volgere il capo di lato: il timore di essere punito, come già era accaduto ad alcuni, era troppo grande.
La luce aumentò un poco, riuscendo a vedere con maggiore chiarezza la linea degli individui che lo precedevano. Con il cuore che accelerava i battiti e la sudorazione che si faceva più copiosa, si sporse un poco in avanti, guardando oltre le persone al suo fianco: riuscì a scorgere una forma della grandezza di un pony, il corpo snodato terminante con un aculeo; una serie di zampe sottili e scattanti si muoveva senza difficoltà. Un brusco movimento dell’essere e un suo repentino dietro front lo costrinsero a tornare nella sua posizione.
Reinor si trovò di nuovo avvolto nella chiara luce della sfera, il piccolo oggetto tra le mani.
S’affrettò a riprendere il cammino, continuando la discesa nelle viscere della terra.

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