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Favola o realtà?

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Che cosa si preferisce? La realtà o una visione più immaginifica, favolistica dei fatti?
Alle volte, ciò che accade è così duro e lacerante, che la mente ha bisogno di creare una versione alternativa per sopportare traumi, dolori, perdite; una versione che attraverso immagini, simboli, spiega sotto metafora quello che è successo, ma lo rende più accettabile, crea una protezione alla mente per non farla sprofondare nella disperazione, in un abisso nel quale non c’è speranza.
E’ questo il punto che accomuna Vita di Pi di Ang Lee e Il Labirinto del Fauno di Guillermo Del Toro. Storie ambientate in luoghi, periodi e contesti diversi, ma con protagonisti giovani che si ritrovano a dover affrontare da soli situazioni difficili, anche estreme, che richiedono decisioni drastiche, anche costose, che cambiano in un modo dal quale non si può più tornare indietro. La perdita e il cambiamento sono i temi dominanti, sono la prova da superare: se in Vita di Pi è una sorta di risposta alla ricerca di Dio, in Il Labirinto del Fauno è il trovare quel calore umano, quell’affetto di cui tanto si è stati privati vivendo in un ambiente arido e insensibile.
Nonostante le storie imbocchino direzioni differenti, la forza del loro messaggio rimane scalfita nella mente, lasciando un segno: una tristezza che si va a mischiare alla meraviglia che il racconto è in grado di suscitare, coinvolgendo lo spettatore nelle vicende dei protagonisti e facendo rivivere, se le si è già vissute, situazioni che hanno richiesto l’affrontare decisioni e situazioni difficili, in cui si era soli, si poteva contare solo su se stessi.
E se si osserva, in quelli che sono viaggi iniziatici, si riscontra che i compagni dei protagonisti sono animali (la tigre) o esseri dalle sembianze animalesche (il fauno) e non è un caso: in qualsiasi favola e mito ci sono sempre bestie o esseri similari che aiutano od ostacolano i personaggi: archetipi, simboli di una saggezza che non viene dalla ragione, ma dall’intuito, dall’inconscio. Molte popolazioni del passato, come gli indiani d’America, davano molta importanza a tali figure, riconoscendo in esse la rappresentazione di qualcosa di superiore, proiezioni di qualcosa di più grande dell’uomo che spinge ad andare avanti, ad evolvere. Amici e nemici, guardiani e protettori, fin dall’antichità incarnano vizi e virtù attraverso i quali l’uomo può riconoscersi e conoscersi: una guida per andare oltre i limiti del conosciuto del mondo, ma soprattutto di se stessi. Proprio come succede a Pi e a Ofelia.

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