“Essere umano, creatura straordinaria, chi sei?”: è l’interrogativo posto oggi al premio Nobel per la Letteratura 2025, László Krasznahorkai, in un passaggio nel suo discorso di accettazione del riconoscimento, a Stoccolma, che ha dedicato a una rilettura dell’evoluzione dell’uomo, dall’invenzione della ruota alla disillusione di oggi, alla fine dell’immaginazione.
“Hai inventato la ruota, hai inventato il fuoco, hai capito che la cooperazione era il tuo unico mezzo di sopravvivenza, hai inventato la necrofagia per poter essere il signore del mondo sotto il tuo comando, hai acquisito un intelletto sorprendentemente grande, e il tuo cervello è così grande, così solcato e così complesso che in realtà, per mezzo di questo cervello, hai acquisito potere, anche se in qualche modo limitato, su questo mondo che è stato anche nominato da te, portandoti a tali riconoscimenti che in seguito si sarebbero rivelati non veri, ma che ti hanno aiutato a progredire nel corso della tua evoluzione”, ha sottolineato lo scrittore 71enne nel discorso, pronunciato in ungherese, come si legge nella traduzione proposta sul sito ufficiale del Nobel.
“Il vostro sviluppo, avanzando apparentemente a passi da gigante, ha rafforzato la vostra specie sulla Terra e l’ha fatta crescere”, ha continuato. “Vi siete riuniti in orde, avete edificato società, avete creato civiltà, siete diventati capaci anche del miracolo di non estinguervi, sebbene anche questa possibilità esistesse, ma ancora una volta vi siete retti sulle vostre gambe. Poi, come homo habilis, avete creato strumenti di pietra e avete saputo anche usarli, poi come homo erectus, avete scoperto il fuoco, e poi grazie a un piccolo dettaglio – a differenza dello scimpanzé, la vostra laringe e il palato molle non si toccano – vi è diventato possibile dare vita al linguaggio, parallelamente allo sviluppo del centro del linguaggio nel cervello; vi siete seduti con il Signore dei Cieli, se possiamo credere all’Antico Testamento, vi siete seduti con Lui e avete dato nomi a tutte le cose create che vi ha mostrato, poi più tardi avete inventato la scrittura, ma ormai eravate già capaci di ragionamenti filosofici, prima avete collegato gli eventi, poi li avete separati dalle vostre credenze religiose”.
E ancora, rivolgendosi idealmente all’uomo, “hai inventato il tempo, hai costruito veicoli e barche, hai vagato per l’ignoto sulla Terra, saccheggiando tutto ciò che poteva essere saccheggiato, hai capito cosa significava concentrare le tue forze e il tuo potere, hai mappato pianeti ritenuti inavvicinabili, e ormai non consideravi più il Sole come un Dio e le stelle come determinanti del destino, hai inventato, o meglio hai modificato la sessualità, i ruoli degli uomini e delle donne, e molto tardi, anche se non è mai troppo tardi, hai scoperto l’amore per loro, hai inventato i sentimenti, l’empatia, le diverse gerarchie nell’acquisizione della conoscenza, e infine sei volato nello spazio, abbandonando gli uccelli, poi sei volato sulla Luna, e lì hai mosso i tuoi primi passi, hai inventato armi tali che potrebbero far saltare in aria l’intera Terra più volte, e poi hai inventato scienze in modo così flessibile grazie alle quali il domani ha la precedenza e mortifica ciò che può essere solo immaginato oggi, e hai creato l’arte dai disegni rupestri fino all’Ultima Cena di Leonardo, dal magico buio l’incanto del ritmo fino a Johann Sebastian Bach”.
“Infine, in conformità con il progresso storico, tu, con assoluta e assoluta immediatezza, hai cominciato a non credere più a nulla e, grazie ai dispositivi che tu stesso hai inventato, distruggendo l’immaginazione, ora ti rimane solo la memoria a breve termine, e così hai abbandonato il nobile e comune possesso della conoscenza, della bellezza e del bene morale, e ora sei pronto a trasferirti nelle pianure, dove le tue gambe affonderanno, non muoverti, stai andando su Marte? Invece – ha sottolineato ancora – non muoverti, perché questo fango ti inghiottirà, ti trascinerà nella palude, ma è stato bellissimo, il tuo percorso attraverso l’evoluzione è stato mozzafiato, solo, sfortunatamente: non può essere ripetuto”.
Questo è l’excursus dello scrittore Nobel per la Letteratura Krasznahorkai, dalla ruota alla disillusione di oggi; un discorso condivisibile, lungo e approfondito. In passato, ho fatto analisi del genere sulla natura dell’uomo, alcune su questo sito, altre messe nei miei lavori, altre solo pensate; ora, allo stato attuale dei fatti, vedendo come stanno le cose, vedendo il comportamento di tanti, specie di potenti e dei molti che li sostengono, la risposta che mi viene da dare è una, molto meno elaborata, più sintetica, e sicuramente molto poco gradevole. Una risposta che si riduce a due semplici parole.
Da diverse settimane non si fa che parlare del 12 novembre. Ma che cosa accade di così importante il 12 novembre?
Da questa data per entrare nei siti porno bisognerà dimostrare di essere maggiorenni, così scatterà l’obbligo d’identificazione per l’accesso a tali siti al fine di dimostrare la maggiore età; una legge, questa, nata per impedire d’entrare ai minorenni nei siti che pubblicano video e immagini hard, dato il largo uso che i giovani ne fanno, con le conseguenze che ne conseguono (avevo parlato già in un articolo dei danni che si hanno in questa giovane età, ma non solo). Una premessa va fatta: questa non è una legge per combattere la pornografia, ma per limitarla a individui di una certa fascia di età, dato che in Italia l’uso di materiale pronografico non è illegale (legale non significa però che faccia bene, come non fanno bene altre cose legali come il fumo e l’alcol; qualcuno ptrebbe dire che quello che non va bene è l’abuso, ma le opinioni sono tante e diverse; certo è che tutto ciò che crea dipendenza non va bene). Di per sé, ciò non è un male, anzi (bisognerà vedere come verrà attuata, dato che non si ha ben chiaro quale delle terze parti dovrà dare l’ok per l’accesso dopo aver ricevuto i dati personali dell’utente per dimostrare la maggiore età), però non si possono non fare delle riflessioni.
La prima è questa: c’erano già strumenti per impedire l’uso dic erti siti ai giovani, come il parental control, quindi questo nuovo mezzo non sembra essere così necessario (sarebbe necessario invece che i genitori seguissero di più i figli, magari evitando di dar loro in mano uno smartphone fin da piccoli senza monitorarli)
La seconda è questa: si vuole combattere la pornografia per i minorenni, ma non si vuole fare educazione sessuale nelle scuole, la si blocca, la si ostacola, la si vieta: https://www.wired.it/article/educazione-sessuale-a-scuola-e-ferma-a-50-anni-fa-lega/ . Per molti parlare di sessualità è un tabù, quando invece, fatta nella maniera adeguata, sarebbe molto importante per i giovani e i giovanissimi: l’adolescenza è per antonomasia il periodo del cambiamento sia fisico sia mentale, della crescita, della scoperta, della maggiore curiosità e questo riguarda anche la sessualità. Se si vieta d’insegnarla nel modo corretto, soprattutto si vieta anche solo di parlarne, non è che i giovani non ci pensano, semplicemente trovano un altro modo per informarsi e lo fanno in modi che non sono proprio consoni, come lo è il volgersi alla pornografia, che va ribadito, è una finzione, uno spettacolo che non è proprio dei più educativi, dato che mostra solo la fisicità, ma non tiene per niente conto delle emozioni, dei sentimenti, perché l’atto sessuale non è un mero atto fisico, ma coinvolge altri aspetti della persona. E se non si tiene conto di questi elementi, non ci si meravigli che poi si abbiano giovani con difficoltà oppure poi che compiono scelte sbagliate per un’idea traviata che si sono fatti del sesso, del corpo e soprattutto dell’altro, visto poi solo come oggetto per soddisfare il proprio piacere personale. Quindi va bene tutelare i minori, ma occorre soprattutto educarli: si deve partire prima da questo punto e poi dopo mettere delle limitazioni perché altrimenti, se non si fa così, il problema non lo si risolve.
E infine la terza riflessione (ma non la meno importante) che stanno facendo in molti e che riguarda il modo in cui questa limitazione verrà fatta, come verranno trattati i dati, ma soprattutto si guarda il creare un precedente che potrà poi essere usato in altri campi. Già il caso Cambridge Analytica dovrebbe aver insegnato come dati personali possono essere usati nel modo sbagliato e quindi quello che sta per succedere fa temere a una schedatura che poi potrà essere espansa a tante altre cose, con gli utenti che saranno monitorati in tutto quello che fanno, proprio come succedeva nel Grande Fratello di Orwell. E questo non è per niente qualcosa di positivo, perché è davvero giusto che lo Stato possa decidere quali contenuti legali necessitino di un’identità digitale per essere visualizzati? Non è che così facendo si sta finendo in un sistema di controllo che decide sempre più della vita del singolo (non dimentichiamoci che in Italia, salvo rari casi, non si può decidere per il fine vita, ma è lo Stato che impone la sua volontà; va detto che qualcosa si sta cominciando a muovere ma non quanto e come si vorrebbe)? Davvero lo Stato può decidere tutto per quello che riguarda il singolo?
In certi paesi questo già succede e questi paesi si chiamano regimi.
In attesa di vedere cosa accadrà dopo il 12 novembre, vista la delicatezza dell’argomento e la necessità di avere una maggiore conoscenza di esso, sarebbe bene per molti informarsi, cominciando dalla lettura di Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff.
Ritrovare la capacità di pensiero è la nona fatica che ho scritto (neanche fossi Ercole…) ed esce a distanza di tre anni dall’opera precedente (Racconti delle strade dei mondi), un lasso di tempo un po’ lungo, dato che solitamente avevo una cadenza annuale riguardo le pubblicazioni. Le ragioni sono diverse: uno, ho portato avanti due lavori in contemporanea (l’altro è il quarto capitolo della serie di I Tempi della Caduta, anche se per finire Ritrovare la capacità di pensiero l’ho lasciato un po’ indietro, avendone realizzato su per giù un terzo del suo totale); due, dati gli impegni extra scrittori, il tempo è stato più limitato (e non avendo più le energie dei vent’anni, ho potuto fare meno rispetto al passato), ma la vita e ciò che la riguarda viene in primis; terzo, non ho un team di supporto, faccio tutto da solo, quindi la velocità rispetto a chi fa diversamente è differete (ogni riferimento a Brandon Sanderson non è casuale 😉 ).
Che cos’è Ritrovare la capacità di pensiero?
Non è narrativa né saggistica… allora cos’é? Si può dire un insieme di riflesssioni di svariato genere, dove alla base di tutto sta il pensare. Pensare è un’attività che si basa sullo stesso principio del saper risolvere problemi algebrici e dell’avere una muscolatura tonica: si sviluppa e si mantiene con un’attività costante. Non si tratta di un dono divino e neppure un privilegio riservato a pochi eletti, ma è un qualcosa che appartiene a tutti quanti. Il livello di pensiero che si può raggiungere dipende dall’abitudine, dalla frequenza e dalla diversità dei modi con cui lo si usa: risolvere problemi pratici, leggere libri dagli argomenti più diversi, ma soprattutto osservare la realtà in modo obiettivo e distaccato senza esserne coinvolti. Ed è molto importante che sia il più elevato possibile perché se non si hanno buone capacità di pensare, si finisce per essere manipolati, influenzati e sfruttati da ciò che accade attorno a noi. Eliminare del tutto tali manipolazioni, influenze e sfruttamento è qualcosa di davvero difficile da attuare, ma sicuramente si può limitare il loro raggio d’azione e d’influenza sapendo usare la testa.
Senza voler essere una guida o un manuale per raggiungere un proprio equilibrio interiore, Ritrovare la capacità di pensiero, attraverso riflessioni che prendono spunto da letture, film, notizie con cui si ha a che fare tutti i giorni, ha l’intento, attraverso il confronto di idee, di mettere in moto la propria mente, aiutando e sviluppando così la capacità di pensare.
Quest’opera non cambierà il mondo (e non ha neppure l’intento di farlo) e neppure tante persone (probabilmente nessuna), però, andando al di là di essa, ritengo che sia oltremodo necessario, con tutto quello che sta succedendo, che il più gran numero di persone al mondo (soprattutto quelle nelle posizioni di potere), ritrovino la capacità di pensiero. (Visto che siamo in tema di pensare e riflettere, e dato che i media nazionali ciò non fanno, suggerisco di seguire il canale su Youtube Chora Media, perché oltre a essere interessante, ha molto da dare).
In questi ultimi giorni ha fatto discutere il fatto che alcuni giovani hanno rifiutato di rispondere all’orale dell’esame di maturità in segno di protesta contro il sistema scolastico. Il governo ha subito colto l’occasione per fare una norma che impedisca che ciò si ripeta in futuro; qualcuno l’ha vista come l’ennesima limitazione alla libertà d’espressione e di contestazione, un usare il pugno di ferro, ma ragioniamo su questa forma di protesta. A mio avviso è qualcosa d’inutile, che è servita solo ad attirare l’attenzione di un attimo ma che non porterà a cambiamenti; se si voleva davvero protestare, non si rifiutava di rispondere all’orale sapendo già di avere il punteggio per essere promossi, ma si boicottava tutto l’esame venendo bocciati. Oppure, visto che il sistema viene criticato, non si andava più a scuola, ci si ritirava.
Le critiche contro il sistema scolastico non sono nuove. Come non sono nuove le critiche sul fatto che i professori non ascoltano i ragazzi che tanto soffrono a scuola perché c’è troppa pressione per i bei voti (andate in Cina e Giappone e poi ne parliamo). Premesso che dovrebbe contare davvero è comprendere cosa si studia e che il voto finale deve dipendere da tutto il percorso scolastico e non così tanto dell’esame (i punteggi dovrebbero essere distribuiti diversamente, perché tutto un cammino di anni non si può giudicare solo da una prova di qualche giorno), non sono d’accordo con la deriva presa negli ultimi anni: i ragazzi non si sentono capiti, ascoltati, si sentono giudicati, le verifiche e gli esami fanno provare ansia, patemi, la pandemia con il lockdown li ha danneggiati, resi più fragili. In una parola, sono vittime di un sistema che non tiene per niente conto di loro, non li rende appagati, felici.
Ma se ci si guarda bene, il sistema è sempre stato così, è sempre stato imperfetto, con delle pecche. Ci sono sempre stati esami, professori che prendevano di mira, che insegnavano male, che si preoccupavano solo di svolgere il programma senza pensare alle esigenze degli alunni. A nessuno esami e verifiche sono mai piaciuti, a tutti (chi più chi meno) hanno causanto ansie, preoccupazioni, ma sono stati affrontati, perché questo serve a ricordare che nella vita di verifiche ed esami ce ne sono sempre.
Adesso però sempre più spesso si sente dire che professori, adulti, non ascoltano, non prendono in considerazione i giovani; i professori sono cattivi, non li assecondano.
Ma è così la vita: in ogni ambiente si troverà chi aiuterà, chi remerà contro, chi fregherà, chi farà il furbo, chi ce l’avrà con te. Questa è la vita e a questo si deve essere preparati; non siamo a El Dorado, non si è al centro dell’attenzione, del mondo. Affrontare problemi fa parte dell’esistenza e purtroppo molti dei giovani, viziati, iper protetti, non sono preparati a questo. E la colpa è dell’educazione avuta, di come sono stati cresciuti ed è giunto il momento in cui i nodi vengono al pettine: bisogna prenderne atto.
E invece… si protesta perché si danno compiti ai figli, genitori mettono le mani addosso ai professori perché riprendono i loro figli o gli danno un brutto voto. Molto spesso a questi ragazzi non gli si può dire più nulla perché sembrano i padroni del mondo, non bisogna urtare la loro sensibilità. I compiti non si possono più correggere con la penna rossa ma bisogna usare la verde perché altrimenti li si traumatizza.
Cerchiamo di analizzare le ragioni della protesta: sistema che spinge alla competitività, all’ottenere buoni voti, il tutto a discapito dell’individuo, che non viene considerato, ascoltato, perché quello che conta è il voto. Ma che cos’è il voto? Un modo per valutare se si è compreso un determinato argomento. Il voto dice solamente questo, è il giudizio di un momento, che ha un valore limitato: dice solamente se nel momento in cui si è sottoposti alla prova si era pronti oppure no: se la prova è andata bene l’argomento poteva essere ben conosciuto oppure si era copiato; se la prova è andata male, non si aveva studiato, oppure non si era al meglio delle proprie condizioni e le cose non sono andate per il verso giusto (succede se si fanno esami ammalati o con febbre). Il voto non è nient’altro, eppure alle volte viene usato per definire qualcuno un vincitore o un perdente, uno di successo o un fallito; il voto però non può dire com’è una persona, perché lei è molto di più un voto, di un giudizio basato su qualcosa fatto in un determinato lasso di tempo.
I ragazzi, a quanto pare, criticano questo. Se in parte ciò è giusto, rivela però anche che i ragazzi non voglio ricevere giudizi, non voglio essere giudicati perché questo gli crea ansie mentre loro vogliono stare tranquilli. E questo purtroppo rivela come sono stati educati e cresciuti: senza responsabilità, senza essere preparati ad affrontare le difficoltà che inevitabilmente s’incontreranno nella vita.
Se è giusto criticare un sistema che ha delle falle, non lo è certo il modo in cui è stato fatto nei giorni passati, risultando ingenuo nella migliori delle ipotesi. Soprattutto, non si è vittime, non si è i più sfortunati del mondo, perché c’è di peggio: Cina, Giappone, ma anche Afghanistan, dove la scuola è negata alle donne e sarebbero ben contente di avere un sitema come il nostro, benché imperfetto.
Per far vedere che i ragazzi italiani non sono gli unici a “passarsela male”, riporto un brano tratto da un libro di Haruki Murakami, Il mestiere dello scrittore.
Ho l’impressione che fondamentalmente il sistema scolastico, e l’idea su cui si basa, in mezzo secolo non si sia evoluto… In qualsiasi materia, c’è da credere che il sistema educativo di questo paese non favorisca lo sviluppo armonioso delle qualità individuali. Ancora oggi inculca la conoscenza seguendo pedestremente i libri di testo e vuole solo far acquisire la tecnica per passare i concorsi di ingresso al livello di insegnamento seguente. E il fatto che alcuni allievi siano ammessi o meno in questa o quella università è motivo di gioia o dolore per insegnanti e genitori. È deplorevole.
…ho l’impressione che 1’obiettivo del sistema scolastico giapponese, quale lo conosco io, sia di formare individui con un carattere «da cane», utili a un sistema cooperativo; anzi, che a volte vada ben oltre, che tenda a formare gente con un carattere «da pecora», gente che si lasci condurre in massa in un luogo designato.
Questa tendenza non appartiene soltanto al sistema educativo, ma credo che si estenda anche al sistema sociale giapponese, basato sulla struttura delle imprese e della burocrazia. E tutto questo – la grande importanza attribuita ai valori espressi in numeri e all’efficacia immediata, la propensione utilitaristica alla «memorizzazione meccanica» – genera danni profondi in diversi campi. Per un certo periodo questo sistema utilitaristico ha funzionato molto bene….tuttavia, quando lo sviluppo economico era ormai alle spalle, quando la bolla è scoppiata sgonfiandosi di colpo, il sistema sociale che spingeva ad «avanzare tutti insieme verso la meta, come una sola flotta» ha terminato di svolgere il suo ruolo…. In qualunque società, naturalmente è necessario che ci sia consenso. Altrimenti le cose non funzionano. Al tempo stesso, bisogna anche rispettare l’eccezione, cioè l’esistenza di un gruppo relativamente limitato che si pone a una certa distanza dal consenso. Inserirlo nel proprio campo visivo. In una società evoluta questo equilibrio è essenziale. Perché dal modo di gestirlo nascono ampiezza di vedute, profondità e capacità introspettiva. Nel Giappone attuale però non mi sembra che la barra del timone sia rivolta in questa direzione, non abbastanza.
Ad esempio, riguardo all’incidente nucleare avvenuto a Fukushima nel marzo del 2011…A causa di quell’incidente nucleare, decine di migliaia di persone hanno dovuto lasciare le loro case e si trovano ora in una condizione senza via d’uscita, senza speranza di poter mai tornare alla loro terra. È una cosa che fa male al cuore. Ciò che ha portato a questo stato di cose, a prima vista è una disgrazia naturale al di là di ogni previsione, e alcune coincidenze gravi e sfortunate. Tuttavia, ciò che ha innalzato l’incidente al livello di una tragedia, a mio avviso è un difetto strutturale del sistema sociale presente e lo squilibrio che ne deriva. L’assenza di responsabilità all’interno del sistema, la totale incapacità di discernimento. L’efficacia perseguita senza ipotizzare la sofferenza di altre persone è un’efficacia nociva per mancanza di immaginazione.
La produzione di energia nucleare è stata promossa come politica nazionale sulla base di un solo argomento, «è utile all’economia», senza che ci venisse data la possibilità di esprimersi a favore o contro, e i rischi impliciti sono stati tenuti nascosti intenzionalmente (rischi che si sono però avverati in varie forme). Il conto questa volta abbiamo dovuto pagarlo noi. Se non facciamo luce sull’aggressività che si trova al cuore di questo sistema sociale, se non mettiamo in chiaro i fattori problematici e non li risolviamo alla radice, causeremo di nuovo lo stesso genere di tragedia.
L’idea che il Giappone, privo di materie prime, abbia bisogno dell’energia nucleare ha forse una sua ragion d’essere. Io per principio sono contrario, ma se venisse attentamente amministrata da qualcuno degno di fiducia, se la gestione venisse severamente sorvegliata da una terza parte all’altezza del compito, se il pubblico fosse informato con precisione, ci sarebbe forse spazio, in una certa misura, per una discussione. Ma un dispositivo che può provocare danni fatali come quelli causati dall’energia nucleare, un sistema potenzialmente tanto pericoloso da distruggere un paese intero (l’incidente di Cernobyl è di fatto una delle cause che hanno portato alla disgregazione dell’Unione Sovietica), quando è controllato da un’impresa commerciale basata sulla «priorità dell’efficacia» e sull’«importanza dei valori espressi in numeri», quando viene indirizzato o guidato da un’organizzazione burocratica che ha perso l’empatia con la natura umana e si regge sulla memorizzazione macchinale e la trasmissione dall’alto verso il basso, allora il pericolo è tale da far rizzare i capelli. Il risultato cui porterà sarà di distorcere la natura, causare danni fisici alla popolazione, far perdere la fiducia nello Stato e privare tanta gente dell’ambiente in cui ha sempre vissuto. Ed è quello che è successo a Fukushima.
Il discorso si è allargato, ma quello che voglio dire è che le contraddizioni del sistema educativo sono direttamente legate alle contraddizioni del sistema sociale. E viceversa. In ogni caso, siamo arrivati a un punto in cui non è più possibile trascurare queste contraddizioni.
…
I sintomi patologici (credo li si possa chiamare così) di un luogo educativo del genere sono soltanto il riflesso dei sintomi patologici del sistema sociale. La società nel suo insieme ha un suo vigore, e se gli obiettivi sono fissati saldamente, i problemi che si verificano nel sistema scolastico si possono superare con la forza inerente al sistema stesso. Ma se la società perde il suo vigore e qua e là si manifesta un senso di soffocamento, è nei luoghi educativi che questo avviene nella maniera più appariscente e svolge l’azione più forte. La scuola, le aule scolastiche. Perché i bambini, come i canarini che una volta venivano portati nelle miniere, sono le creature che riescono a percepire per prime, con molta sensibilità, la tossicità dell’atmosfera.
…
Riguardo ai profondi problemi educativi che ingenera una società di questo tipo, priva di sufficienti «vie di fuga», dobbiamo trovare soluzioni nuove. Cioè, andando con ordine, creare luoghi in cui cercarle, queste soluzioni.
Quali?
Luoghi dove l’individuo e il sistema possano muoversi in reciproca libertà e trovare, portando avanti negoziazioni fluide, utili punti di contatto. Spazi dove ciascuno possa stendere liberamente braccia e gambe e respirare a fondo. Dove allontanarsi dal sistema, dalla gerarchia, dall’efficienza, dal bullismo. In parole povere, un rifugio provvisorio, semplice e accogliente. Dove chiunque sia libero di entrare e uscire quando vuole. Una serena zona intermedia tra l’individuo e il gruppo, dove la scelta della posizione da prendere venga lasciata alla discrezione del singolo. Li chiamerei «luoghi per la rinascita dell’individuo»…. sarebbe bello che questi luoghi sorgessero qua e là spontaneamente.
L’ipotesi peggiore è che un organismo tipo un ministero delle Scienze li imponga dall’alto come un sistema. Noi qui stiamo parlando di «rinascita dell’individuo», quindi se il governo cercasse di trovare una soluzione sistematica, si arriverebbe a un vero e proprio capovolgimento del problema, a una specie di farsa. (1)
1. Il mestiere dello scrittore. Haruki Murakami. Einaudi Super Et 2018, pag. 116-131.
Il Papa del compromesso: questo è Papa Leone XIV. Già la scelta del nome indica coraggio, forza, tipica dell’animale cui ci si riferisce, visti i tempi che si stanno affrontando. Ci si dimentica però una caratteristica del leone: la ferocia. Il fatto che sia stato scelto come Papa il cardinale Prevost, un cardinale americano per cui Trump simpatizza, non aiuta certo a essere ottimisti. L’avevo già scritto in un post precedente: la scelta più indicata era Zuppi, ed essendo quella più indicata, non sarebbe avvenuta (perché fare una scelta giusta quando si può fare una cavolata?). Avevo anche scritto che bisognava evitare l’elezione a Papa di un cardinale americano, specialmente se legato in qualche modo a Trump: troppe ingerenze e pressioni, una scelta troppo politica. Purtroppo così è stato, ma non è certo una novità: la Chiesa si è sempre inchinata al potere e ai soldi, legandosi a essi fin dai tempi di Paolo (prima chiamato Saulo e grande persecutore dei cristiani). Paolo si rivolse infatti alla nobiltà, ai ricchi, a chi aveva potere per avere appoggio e far sì che l’istituzione Chiesa crescesse; una scelta pragmatica, qualcuno osserverebbe che è stata una scelta intelligente perché avendo maggior appoggio, aveva maggiore possibilità di crescita e diffusione. Peccato solamente che tradisse il messaggio originale, quello da cui è partito tutto, al punto che Pietro, uno dei primi discepoli di Gesù, capì, anche se tardi, che quella non era la strada da percorrere. E dire che era stato proprio avvisato da Gesù che avrebbe commesso tale errore: Gesù nel Vangelo dice a Pietro la seguente frase: “quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18-19) indicando come il suo percorso si sarebbe allontanato da quello cristiano, le sue scelte guidate da altri. Cosa che è appunto successo con Paolo: come già scritto, ma lo si ribadisce, Paolo per far crescere l’istituzione della chiesa si basò sull’appoggio di ricchi e nobili; una scelta pragmatica, sicuramente utile per far aumentare l’influenza della nuova e appena nata religione, ma non consona al messaggio originale. Pietro, alla fine della sua vita, capì le parole di Gesù e vide che la strada intrapresa non era quella che lui aveva creduto: per questo motivo si ritenne indegno di morire nello stesso modo di Gesù e fu crocefisso a testa in giù, ammonendo così che la via che stava seguendo la Chiesa era all’opposto da quanto detto da Cristo.
E qui si deve trattare un argomento che a molti scandilizzerà, farà arrabbiare, urlare; reazioni forti insomma. Quando si parla di croce capovolta, si pensa all’Anticristo, inteso come demonio, diavolo, Satana, maligno, insomma una figura di puro male. Si è pensato però che l’Anticristo non sia il simbolo di una figura di puro male, ma sia il contrario dell’insegnamento originario di Cristo? Certo, molti associando a Gesù il bene puro pensano che l’Anticristo sia il male puro, ma non è così: il modo in cui ha agito l’istituzione Chiesa ha dimostrato nei secoli cosa significa il contrario del messaggio di Gesù.
Si è di fronte a un’eresia o una bestemmia dicendo qualcosa del genere?
No: in molti, anche tanti religiosi e membri della Chiesa, hanno criticato e giudicato l’operato dell’istituzione Chiesa, opulenta e lontano dalla gente comune, dai bisognosi, dai poveri. Uno degli esempi più lampanti è stato Bonifacio VIII, ma basta anche vedere come sono state trattate dalla Chiesa figure come Francesco d’Assisi e Padre Pio, prima perseguitati e poi riabilitati perché avevano un gran numero di seguaci; numeri talmente grandi da essere un popolo e un popolo è potere. Oltre che un grosso problema, se si decide di prenderlo di petto. Molto più semplice ingannarlo. Pertanto hanno scelto di fare di quelle persone eroi e santi acclamati e osannati: così facendo hanno stretto nella propria morsa quelle grandi folle. Qualcuno giudicherebbe questa mossa una porcata, altri opportunismo, altri politica, altri tradimento, come successo nella Seconda Guerra Mondiale, quando l’istituzione Chiesa invece di opporsi al fascismo e al nazismo, rimase in silenzio per paura di essere colpita da essi; omertà, codardia, pragmatismo: ognuno scelga il termine che preferisce, ma è un fatto che tale scelta non aveva nulla del messaggio originale. Certo, ci sono stati uomini all’interno della Chiesa che si sono opposti e battuti contro il fascismo e il nazismo, arrivando a sacrificarsi per salvare altre persone ed essere fedeli a ciò che credevano. Ma la loro è stata una scelta come individui, non come membri di un’istituzione che ha tradito quello che avrebbe dovuto seguire e insegnare.
Se si pensa che quanto scrivo sia perché non sono d’accordo sulla scelta di questo Papa, ci si sbaglia: scrivevo di queste cose (il messaggio della crocifissione a testa in giù, lo sfruttamento di figure religose) più di dieci anni fa con L’Ultimo Potere, (uscito nel 2015, ma la cui stesura risale al 2010), perché per me il fantastico, almeno per quello che realizzo, non deve essere solo intrattenimento, ma parlare di realtà.
La realtà di oggi ci dice che il nuovo pontefice è un pontefice di compromesso, dove la politica ha avuto il suo peso, dove la Chiesa si è fatta influenzare da essa: è un caso che sia stato eletto il primo Papa americano della storia dopo che Trump ha versato quattordici milioni di dollari per i funerali di Papa Francesco (se li avesse dati ai poveri sarebbe stato molto più cristiano, ma qui di cristiano c’è ben poco, mentre c’è molto di politica)? Non credo proprio; a pensar male si farà peccato però…
Potrò sbagliarmi, ma come è avvenuta la scelta è qualcosa di molto sospetto; forse il nuovo Papa sarà un buon Papa o forse sarà come tanti che si sono mantenuti nella media. Si spera che non faccia danni.
(I più maligni potrebbero far notare che ci sono somiglianze tra Papa Leone XIV e l’imperatore Palpatine…)
Papa Francesco non era nemmeno stato seppellito che già c’era il toto elezioni. Fa parte del gioco, the show must go on, ecc ecc; si dica quello che si voglia, ma non è una cosa che mi sia piaciuta poi molto. Tuttavia, questi sono i fatti e con ciò che si deve avere a che fare, e che piaccia o no, occorre eleggere un nuovo Papa.
Per me la scelta più logica, più di buon senso e la migliore possibile al momento, dovrebbe essere quella del Cardinal Zuppi: è la figura più indicata. Sia come modo di fare, sia come diplomazia, sia come si pone con le persone (cordiale, pacato), oltre al dare continuità all’operato di Papa Francesco, Cardinal Zuppi sarebbe un buon Pontefice. Purtroppo, come spesso accade, essendo la persona più indicata, temo che ciò non avverrà (perché fare una scelta giusta quando si può fare una cavolata?)
I Cardinali Tagle, Besungu e Turkson, non li vedo eleggibli per uno stupido motivo: il primo filippino, gli altri due africani. Che c’entra, si dirà? C’entra, c’entra, basta pensarci un poco. Ma no, sei tu che pensi male, mica vorrai alludere al razzismo…mah, potrei però attaccarmi alla scaramanzia e a certe credenze… mica si vorrà far avverare la profezia di Nostradamus, no?
Un Papa tedesco lo escludo, dato che ce n’è stato uno di recente. Il patriarca latino di Gerusalemme non mi sembra una buona scelta, così come quella del Cardinale Parolin.
Non male se la scelta cadesse sul Cardinal Aveline, vista l’attenzione che dà alle periferie, alle migrazioni, al dialogo tra religioni differenti.
Da evitare invece l’elezione a Papa di un cardinale americano, specie un trumpiano come Burke; neppure Donovan mi sembra una scelta entusiasmante, nonostante si sia opposto alle politiche anti-immigrazione di Donald Trump. A prescindere da Burke, Donovan o qualsiasi altro nome made in USA, sarebbe meglio che la scelta non cadesse su un Cardinale degli Stati Uniti, specialmente se legato in qualche modo a Trump: troppe ingerenze e pressioni. Si dirà che per la scelta di un Pontefice non si devono guardare simili cose, ma basarsi su qualcosa di più elevato; purtroppo, che lo si voglia ammettere o meno, la Chiesa è un’istituzione e ha potere, e dove c’è potere ci sono degli equilibri sia politici sia economici; è sempre stato così, c’è chi lo ha fatto pesare di meno e chi di più (chi ha detto Bonifacio VIII?). Tuttavia, ci sono dei limiti a quello che si può scegliere, e se non si vuole pensare alla spiritualità, si pensi almeno alla decenza; sì, perché non si potrebbe proprio vedere un Papa che promuove le idee trumpiane o se non le promuove, sta zitto facendo finta di niente. Il Papa, essendo, secondo la religione cattolica, successore di Cristo, non può per tale motivo adeguarsi a certe politiche, in primis perché sarebbe una contraddizione, e poi perché così facendo allontanerebbe dalla Chiesa molte persone (e già se ne sono allontanate tante); e visto che i numeri, specie se grandi, sono potere, non sarebbe una scelta tra le più sagge. Sinceramente, di muri imbiancati, bigotti e ipocriti non ce n’è bisogno, dato che ce ne sono già tanti; ogni riferimento a politici italiani di una certa parte che si professano tanto credenti ma coi fatti smentiscono le parole che professano, non è puramente casuale.
No, questa non è una recensione su Ne Zha 2; sinceramente non sapevo nemmeno che era uscito il primo di Ne Zha. Ne sono venuto a conoscenza tramite un video di Crozza dove il comico faceva ironia su Rampini dopo che quest’ultimo aveva fatto una disamina sulla pellicola avendola vista; così, curioso di quando aveva detto originariamente il giornalista, sono andato a ricercare il suo articolo.
Vedendo il trailer ufficiale di Ne Zha, siamo di fronte a un film fantasy/medioevale basato sulla mitologia cinese, quindi demoni, draghi, combattimenti d’arti marziali, perle spirituali, sfere demoniache, insomma, c’è molto del folclore della Cina. Naturalmente la produzione è cinese e questo, personalmente, a me cambia ben poco, perché chi lo produce m’interessa solo relativamente; certo, mi può servire a capire da dove arriva, quali sono le sue origini (in questo caso il basarsi su credenze e miti della Cina), ma ciò che conta è se è un buon film e se è fatto bene. Tutto il resto, premi, incassi, non ha importanza per me. Ma non tutti la pensano come me, come dimostra Rampini, che lo fa diventare motivo di confronto/scontro (più scontro che confronto) tra USA e Cina. Da una parte è comprensibile la disamina che fa, dati gli attriti che ci sono da tempo tra i due paesi, acuitisi con la seconda presidenza di Trump. Con Rampini sono d’accordo su una cosa: con le sue ultimi uscite la Disney non ci sta facendo delle belle figure, vista la bassa qualità delle storie che propone (più che altro remake). Per il resto, sfide per il soft power culturale, invasioni, battaglie di botteghino, patriottismi, sinceramente le prendo in scarsissima considerazione, per me conta solo vedere (o leggere) una buona storia; se in tanti facessero lo stesso, giudicando solo la qualità, forse il mondo andrebbe un po’ meglio, visto che patriottismi, nazionalismi, interessi economici portano solamente conflitti che non fanno bene da nessuna parte.
In tanti avranno sentito le parole di Trump sulla questione Ucraina: Zelensky è un dittatore, non è stato eletto, l’Ucraina non doveva iniziare il conflitto, la Russia non è l’aggressore. Per una persona con un minimo di raziocinio, che non sia di parte, queste affermazioni appaiono come quelle di una persona in totale malafede o come i deliri di uno che non ci sta molto con la testa. Oppure di uno che semplicemente sta facendo il proprio interesse infischiandosene della realtà e della verità (sarà interessante vedere come se la caverà l’attuale governo italiano guidato dalla Meloni, dato che dall’inizio del conflitto ha sostenuto Ucraina e Zelensky ma che da quando è diventuo presidente ha ampiamente sposato la politica e le scelte di Trump). I più pragmatici (o magari cinici oppure quelli che semplicemente vogliono la vita tranquilla e non vogliono sentire di certe cose) asseriranno che il modo di fare di Trump è l’unico per fare finire il conflitto, che consiste nel dare a Putin quello che voleva (ovvero sacrificare l’Ucraina); una scelta questa sbagliata per due motivi: uno, sì dà ragione alla legge del più forte e tanti saluti alla civiltà e al diritto internazionale; due, si lascia strada libera a un individuo (Putin) con continue mire espansionistiche, che vive nell’ombra del ricordo di Stalin e vuole riesumare quel dinosauro che era l’URSS.
Quello che magari non in molti si accorgeranno è che con il modo di fare di Trump siamo in pieno 1984, il romanzo di George Orwell. Non si è convinti? In 1984, per ciò che conviene al governo in un determinato momento vengono modificati e riletti i fatti, quindi se ora conviene che quello che prima era un nemico ora sia un amico, allora si cambia atteggiamento e modo di fare. Proprio come sta facendo Trump.
Ma questo di 1984 non è l’unico aspetto che rispecchia la reltà: il mondo si sta dividendo in tre grandi blocchi, Stati Uniti, Europa, Russia/Cina (anche se la Cina se ne sta un po’ più defilata), e la stessa cosa avveniva nel romanzo di Orwell, con Oceania (che comprende le Americhe, le isole dell’Oceano Atlantico (fra cui le Isole britanniche), l’Africa meridionale, l’Australasia e presumibilmente l’Antartide), l’Eurasia (che comprende l’Europa continentale e l’Asia settentrionale nonché presumibilmente la Turchia e l’Asia centrale) e l’Estasia (che comprende la Cina interna, parte della Cina esterna (aree della Mongolia, della Manciuria e del Tibet), il Giappone, l’Indocina nonché presumibilmente la Corea). (1)
In 1984 nelle città sono appesi grandi manifesti di propaganda che ritraggono il Grande Fratello, con la didascalia «Il Grande Fratello ti guarda», e gli slogan del partito: «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L’ignoranza è forza»; proprio quest’ultimo è un motto di cui Trump fa ampiamente suo, visto il contenuto delle affermazioni che fa (una che tanti hanno dimenticato è fare iniezioni di varechina alle persone per sconfiggere il virus del Covid). Il che riporta al bipensiero, l’unica forma di pensiero ammissibile in Oceania, che consiste nel rigettare la logica, perdere e all’occorrenza recuperare la memoria di determinati avvenimenti, e credere simultaneamente a due affermazioni tra loro contrarie, in modo da non cogliere contraddizioni o falle logiche presenti nella propaganda del Partito. Così recitano alcuni slogan del partito come «La menzogna diventa verità e passa alla storia» e «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato» (1).
Questo fa arrivare a un altro elemento di 1984 dove i contenuti di libri, giornali, film e documenti vengono riscritti continuamente, rimuovendo tutto quanto non sia in linea con le idee del momento del Socing. Tutti i fatti che rivelino contraddizione o fallibilità del partito vengono periodicamente e sistematicamente cancellati e sostituiti. Il bispensiero permette ai cittadini di non notare la continua riscrittura della storia. In questo modo, per esempio, se si ribaltano i fronti e l’Eurasia diventa improvvisamente alleata dell’Oceania dopo essere stata in guerra con essa fino a un momento prima, tutta la popolazione dovrà comportarsi come se l’Eurasia fosse sempre stata alleata dell’Oceania e non vi fosse mai stata inimicizia tra i due Stati. Tutto viene descritto come una vittoria o un miglioramento: ad esempio, una riduzione di derrate alimentari viene riportata nei documenti come un aumento (1). E c’è da dire che non solo Russia e Stati Uniti fanno questo, ma lo fa per esempio anche l’Italia, dove il governo Meloni non fa che elencare e osannare i suoi successi, anche quando i successi non ci sono.
Si arriva così alla neolingua, un nuovo linguaggio in cui sono ammessi solo termini con un significato preciso e privo di possibili sfumature eterodosse, in modo che riducendone il significato ai concetti più elementari si renda impossibile concepire un pensiero critico individuale. Con la creazione della neolingua il partito censura quindi l’utilizzo di molte parole, convogliando tutti i termini ad esso sgraditi (ad esempio “democrazia”) nella parola “psicoreato” (thoughtcrime in lingua inglese, crimethink in neolingua): in questo modo diventa impossibile formulare e a lungo andare anche solo pensare a un argomento proibito, in quanto i concetti contrari all’operato del Partito diventano inesprimibili. La stessa parola “psicoreato” va ben oltre il divieto di esprimersi e si spinge appunto a vietare anche solo di concepire pensieri o provare emozioni non in linea con il Socing e il bispensiero (1). Il fine del Partito è di dare non solo un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Si riteneva che, una volta che la neolingua fosse stata adottata in tutto e per tutto, ogni pensiero eretico (vale a dire ogni pensiero che si discostasse dai principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Il lessico della neolingua era articolato in modo da fornire un’espressione precisa e spesso molto sottile per ogni significato che un membro del Partito volesse correttamente esprimere, escludendo al tempo stesso ogni altro significato, compresa la possibilità di giungervi in maniera indiretta. Ciò era garantito in parte dalla creazione di nuovi vocaboli, ma soprattutto dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi e, possibilmente, di tutti i significati secondari nelle parole superstiti. Tanto per fare un esempio, in neolingua esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo “Questo cane è libero da pulci”; o “Questo campo è libero da erbacce”. Non poteva invece essere usata nell’antico significato di “politicamente libero” o “intellettualmente libero”, dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più neanche come concetto e mancava pertanto una parola che la definisse. A prescindere dall’eliminazione di vocaboli decisamente eretici, la contrazione del lessico era vista come un qualcosa di fine a se stesso, e non era permessa l’esistenza di una parola che fosse possibile eliminare. La neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle, e un simile scopo veniva indirettamente raggiunto riducendo al minimo le possibilità di scelta (2).
Purtroppo, quello che sta accadendo non è qualcosa di recente, ma è un meccanismo che si è già messo in moto da anni; riporto un pezzo di un articolo che avevo scritto undici anni fa. Che 1984 di George Orwell abbia molto da insegnare è fuori discussione. Nell’articolo precedente si è visto come attraverso la tecnologia l’individuo che vive nella società attuale non sia libero, ma continuamente studiato, monitorato, la sua sfera privata invasa. Già di per sé questa situazione è allarmante, ma ugualmente preoccupante è il fatto come la memoria sia labile, ci si dimentichi di quanto è stato, come se nulla fosse successo e quelli che un tempo erano nemici e rivali ora siano alleati. Come si sa, questo è il gioco della politica, attuato da chi è al potere per cercare il maggior numero di consensi e appoggi e consolidare la propria posizione, ma a tutto c’è un limite: un contesto assurdo se si pensa per esempio a quello italiano dove la sinistra, la destra e il centro non si differenziano più, non hanno più idee proprie, ma s’incrociano per fare alleanze traballanti ed equivoche pur restare al potere (si veda quanto ha fatto Renzi, che è andato a fare un accordo con Berlusconi, facendo rientrare dalla finestra chi è stato condannato per i suoi reati e che invece non dovrebbe più avere a che fare con il mondo politico). In tutto questo è allarmante come la popolazione lasci fare, si adatti, si sottometta rassegnata a poteri che volendo potrebbe annullare: ci si dimentica che le persone che sono al potere sono state votate dalla popolazione e che come sono state messe in certi ruoli possono essere anche tolte. Ma l’appiattimento di pensiero impedisce il cercare di cambiare la situazione, in modo molto simile a quello che succede in 1984 dove l’unica forma di pensiero ammissibile è il Bipensiero, con i suoi famosi slogan “la menzogna diventa verità e passa alla storia”, “chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”: non è un caso che ci sia stato negli anni passati il tentativo dei governi di destra di revisionare e riscrivere i testi di storia, stravolgendone la realtà con menzogne atte a tirar acqua al proprio mulino e a modificare la realtà a proprio favore. Proprio come fatto in 1984 dove i testi vengono riscritti continuamente espellendo tutto quanto non sia in linea con le idee del momento del Socing: tutti i fatti che rivelino contraddizione o fallibilità del partito vengono periodicamente e sistematicamente cancellati e sostituiti, la storia non esiste più, se non per dare ragione al Partito (stessa cosa avviene in un’altra opera di Orwell, La fattoria degli animali, dove i comandamenti sulla parete del granaio cambiano in base al pensiero di chi le crea e tutti li accettano a causa della propria ignoranza e passività). Va preso in considerazione anche l’appiattimento del linguaggio realizzato attraverso le trasmissioni televisive che culturalmente e intellettualmente sono sempre andate al ribasso, trattando temi sempre più poveri e superficiali; stessa cosa è accaduta con le produzioni di quotidiani, riviste e libri, dove in prevalenza le tematiche girano attorno a pettegolezzi, cotte, avventure amorose e sesso (libri di successo come quelle legati alle serie di Twilight e alle varie Sfumature ne sono la dimostrazione). Non è un caso che con un’ignoranza così dilagante chi è al potere si rafforzi sempre più, perché non si hanno i mezzi per ribellarsi al sistema: davvero, come inneggia il Grande Fratello, “l’ignoranza è forza”, perché permette di controllare una popolazione intera. Con l’impoverimento del linguaggio, dove non si hanno più tante sfumature dovute alle conoscenze di un gran numero di parole risulta difficile concepire un pensiero critico individuale. Se poi si pensa alle attuali produzioni in campo letterario e musicale realizzate in Italia che sono tutte dello stesso stampo, non ci si meraviglia di trovare somiglianze con quello che veniva realizzato nel romanzo di Orwell, dove produrre letteratura, ossia la scrittura a mano, è stata di fatto abolita: poesie, canzoni e romanzi vengono realizzati automaticamente da complessi macchinari elettromeccanici detti versificatori, in base a schemi predefiniti.
Forse Orwell in 1984 aveva visto più avanti di quanto si voglia ammettere (non ci si dimentichi poi che in 1984 la possibilità di produrre letteratura dettata dai propri pensieri, ossia la scrittura a mano, è stata abolita: poesie, canzoni e romanzi vengono realizzati automaticamente da complessi macchinari elettromeccanici detti versificatori, in base a schemi predefiniti (1); non si può non pensare all’intelligenza artificiale e a farle scrivere testi di ogni genere).
La riflessione è partita dopo aver visto questo video (e averlo commentato), anche se già in altre occasioni avevo discusso della cosa. Partiamo subito da una premessa: l’incapacità di amare o di prendersi responsabilità nel creare un rapporto stabile con un’altra persona non penso dipenda solamente dalle mancanze dei giovani. Anzi, penso che la questione non riguardi solamente loro, ma che ormai sia una faccenda inerente l’intera società; è complesso trattare in breve la situazione, tuttavia ci sono degli elementi che possono aiutare a comprenderla un poco di più.
Sicuramente le esperienze personali possono influire nel non volersi impegnare in relazioni serie: la paura di soffrire, l’andare incontro a una nuova delusione, possono frenare o addirittura bloccare una persona, facendola arrivare a pensare che l’amore non esiste oppure non è qualcosa riservata a lei. Questo però non può riguardare la totalità dei casi: non tutti possono avere avuto esperienze così negative da far perdere fiducia negli altri e nei rapporti di coppia. Non si può però non notare che ci sono sempre più casi in cui non ci si vuole impegnare e questo può dipendere dall’assenza di responsabilità, di volersi prendere degli impegni. Un’assenza dovuta a un’educazione e una cultura mancanti; in tutto ciò, rispetto a generazioni passate, i media hanno avuto una forte influenza e un forte condizionamento sulle persone, dando modelli e messaggi non proprio edificanti ed educativi: film, serie tv, social, reality ma anche un certo tipo di politici che hanno fatto passare il disimpegno, la mancanza di valori, l’oggettivazione della persona, l’apparire e il fare quello che si vuole se si hanno soldi e potere come modelli di vita da seguire e attuare. Per molto tempo si è sottovalutato il potere del condizionamento che hanno avuto e hanno i media e adesso si sta cominciando a capire quanto dannoso possa essere stato.
Il condizionamento dei comportamenti però non è sufficiente per spiegare questo non volersi impegnare in relazioni serie dei giovani (e non solo loro): sempre certi politici, facendo leggi a proprio favore, hanno rovinato il mondo del lavoro, rendendolo sempre più precario, il che ha portato a una maggiore incertezza per il futuro, quando non si parla di mancanza di futuro: private di prospettive, le persone non fanno progetti a lunga scadenza, ma si concentrano sulla sopravvivenza e sul presente, vivendo il momento in cui sono e cercando di trarne le maggiori soddisfazioni permesse. Brutto da dire, ma senza basi solide, ovvero senza soldi, diventa molto difficile poter progettare qualcosa e questo include anche relazioni stabili che portano al formare una famiglia. I problemi ci sono sempre stati, solamente che in passato si avevano meno difficoltà anche se le cose non erano facili: al giorno d’oggi diventa difficile pensare che una famiglia possa essere mantenuta solo da una persona avente come impiego quello di operaio o impiegato. Pagare affitto o mutuo, bollette, assicurazioni, è difficile, ancora di più se non si ha un lavoro stabile; e le difficoltà aumentano se si pensa di avere un figlio, che ha costi non da poco: vestiario, alimentazione, scuole, sempre che non sopraggiungano spese mediche. Tutto questo porta i giovani (ma non solo loro) a pensarci bene prima di fare certi passi. Si parla d’incapacità d’amare, e si può dire che in parte è anche così per via di un’educazione che ha saputo dare cose materiali ma non valori (soprattutto non ha saputo dare valore alla vita), ma si deve anche parlare di paura per un futuro che non dà rassicurazioni e certezze. Forse non ce ne sono state in nessun tempo, ma questo, ancor più di altri, non sembra dare prospettive e senza di esse non ci si muove o ci si impegna.
C’è infine un altro fattore da tenere presente: anche se connessi alla rete, anche se si è social, si deve fare i conti con una solitudine dilagante, e non importa se si è sempre in mezzo alla gente, se si hanno contatti con tante persone, perché manca la comunicazione (e con comunicazione non si tratta di parlare del più e del meno, di chattare, ma qualcosa di più serio, profondo, strutturato). Potrà sembrare essere poco pertinente al discorso che si sta facendo, ma trovo interessante il discorso che fa Igor Sibaldi tra il minuto 29 e 55 e il minuto 36 e 48: qui si parla di liberalizzazione sessuale, ma è importante il discorso che viene fatto al riguardo, perché tale elemento, secondo quanto riporta Igor (ma non è il solo a dirlo), ha portato ad allontanare le persone da legami stabili (amori ma anche amicizie), a essere sempre più sole e pertanto a essere più sotto il potere e il controllo di grossi enti come a esempio lo stato. Senza contare i danni che la pornografia ha fatto sui giovani (ma di nuovo, non solo a loro) a più livelli.
In conclusione, dire che è solo colpa dei giovani se non sono capaci di amare e d’impegnarsi, non solo non è giusto, ma è limitativo; certo, anche loro hanno di che guardarsi e analizzarsi (il dire “tutto il futuro dipende dai giovani”, “i giovani sono la nostra unica sepranza per il futuro” e altre frasi simili oltre a essere una presa in giro (il futuro dipende da tutti, non solo da alcuni) sono un modo per sfruttare i giovani e nient’altro), ma una responsabilità per niente ignorabile va alla società e al sistema vigente perché non premia l’impegno: se una persona fa sacrifici, spende tempo ed energie per raggiungere traguardi, è giusto che venga ricompensata, che ottenga ciò per cui si è impegnata. Se questo non avviene, se gli sforzi non sono ripagati, se si fa tanto per ottenere poco o nulla, è logico che alla lunga le persone smettono di darsi da fare. Chi dà il massimo di sè per un lavoro sottopagato e della durata di poche settimane, sapendo che il suo contratto non verrà rinnovato? Chi s’impegnerà a ottenere conoscenze e professionalità sapendo che tanto non otterrà mai dei buoni posti di lavoro perché essi sono riservati a raccomandati? Dinanzi a ciò, senza prospettive salde per il futuro, è logico che in pochi si arrischieranno a cercare di creare qualcosa che duri nel tempo, badando per lo più a cercare di sbarcare il lunario e a navigare a vista e a sopravvivere; con simili basi è logico che le relazioni personali sono le prime a risentirne. E a queste cose dovrebbe pensare in primis chi ha voluto questo sistema e chi avrebbe dovuto educare i giovani e invece non l’ha fatto.
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