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Gone

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GoneGone di Michael Grant è il tipico salto nel buio, ovvero un libro che si prende senza sapere nulla di esso, basandosi solo sulla quarta di copertina e sul sottotitolo della copertina “Un mondo senza adulti. Le prime 299 ore.”; la prima impressione avuta è stata di essere davanti a una versione recente di Il signore delle mosche di William Golding. Impressione direi un pochino sbagliata, come ho avuto modo poi di costatare leggengolo: visto che si trattava di un book crossing, non ho avuto modo di documentarmi prima (cosa che faccio per gli acquisti) e ho deciso di “tentare la fortuna”. Poteva andare peggio, ma poteva andare anche meglio, dato che si tratta di uno young adult e come tale è scritto (come tanti ya moderni), con uno stile semplice, immediato, forse troppo semplice e immediato per i miei gusti; capisco che si ricerchi questo modo di scrivere per essere vicini ai giovani, ma qui mi sembra che si ricerchi troppo la semplicità. Che i ragazzi d’oggi abbiano bisogno che si scriva così?
A me verrebbe da dire di no, ma probabilmente il mio errore è basarmi sulla mia esperienza (alle medie leggevo Hemingway, ed ero arrivato lì leggendo prima Dumas, London, Verne, Kipling) e visti i livelli d’attenzione e di conoscenze dei giovanissimi, forse la scelta di stile e lessico fatta è quella giusta, che non si adatta molto ormai a quanto mi aspetto da un romanzo. Penso però che si sarebbe potuto osare un pochino di più, così da spingere i ragazzi a fare dei passettini in avanti.
Cosa dire del romanzo oltre a questo? A parte un mondo (o una parte di mondo) senza adulti, dove i ragazzi si governano da sé, i punti di contatto con Il signore delle mosche finiscono qui; Gone, in poche parole, è quando gli X-men incontrano The Dome di Stephen King.
Gone può essere definito un romanzo di fantascienza: tutte le persone sopra i quindici anni spariscono e i ragazzi che rimangono sviluppano dei superpoteri. C’è chi può teletrasportarsi, chi diventa tipo la Cosa dei Fantastici Quattro, chi può spostare gli oggetti con poteri telecinetici, chi è superveloce, chi guarisce col tocco delle mani. Si creano due fazioni, chi cerca di mantenere una sorta di ordine e chi vuole comandare sugli altri; c’è chi cerca di scoprire il mistero della sparizione degli adulti (mistero risolto), chi svelare cosa c’è dietro la sparizione improvvisa di quando si compiono quindici anni. E poi c’è l’Oscurità.
Il finale di Gone è aperto, com’è logico che sia, dato che si è dinanzi al primo volume di una serie di cinque. Merita di proseguire la lettura? Per un adolescente probabilmente sì, personalmente ricerco qualcosa di più complesso, specie per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi che in questo caso è abbastanza piatta.

Tigana

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TiganaTigana è il quarto romanzo scritto da Guy Gavriel Kay dopo i tre realizzati sul mondo di Fionavar (La strada dei re, La via del Fuoco, Il sentiero della notte) pubblicati per la prima volta in Italia negli anni 90 da Sperling & Kupfer (ripubblicati di recente in un unico volume da Mondadori, L’arazzo di Fionavar, con titoli differenti); sempre negli anni 90 Sperling & Kupfer pubblicò Il paese delle due lune, che altro non è proprio che Tigana (fu cambiato titolo per evitare che si facesse confusione con un calciatore francese Jean Tigana, che aveva giocato fino al 1991, e non fuorviasse i lettori dando l’idea che il contenuto fosse altro).
Sia Fionavar, sia Il paese delle due lune non li ho letti appena usciti, sia perché ero poco più che adolescente e non avevo una conoscenza come quella attuale del fantasy (mancavano quei trent’anni di letture, che si vuole che sia 😛 ), sia perché le librerie non lo avevano esposte e le biblioteche comunali non lo avevano, sia perché allora non c’era internet e non si potevano fare ricerche e compere come si fa addesso: li ho recuperati qualche anno dopo nelle bancherelle dell’usato ed è stata una bella scoperta.
Fionavar l’ho adorato (unico caso in cui ho comprato la nuova edizione di un romanzo), al punto da rileggerlo, Tigana (chiamerò così d’ora in poi Il paese delle due lune) l’ho letto solo una volta e non mi ha coinvolto alla stessa maniera (a favore di Fionavar ha giocato che prendeva spunto molto dalla mitologia, tra cui quelli arturiani, e dato che apprezzo molto miti di dei ed eroi, è stata inevitabile conseguenza che mi piacesse), ma rimane il fatto che si è davanti a un ottimo romanzo, ben scritto e con personaggi ben caratterizzati.
Dopo tanti anni non mi ricordo tutti gli eventi, ma le sensazioni che mi ha dato permangono, forse perché quando ho letto Tigana ero in un periodo che era in sintonia con elementi che caratterizzano le opere di Kay, ovvero una tristezza più o meno marcatamente sempre presente e la morte: che piaccia o no, la morte è un elemento che sempre compare nei lavori dello scrittore canadese; anche quando non è presente, non se ne parla, la sua ombra c’è sempre, si riesce a percepirla.
Se ci si aspetta una recensione su Tigana, che io racconti la trama (in parole povere si può dire che in un qualche modo ricorda l’Italia del tempo dei Comuni, con le sue divisioni interne e l’essere terra di conquista di paesi stranieri) o i personaggi, temo che se ne rimarrà delusi; quello che invece volevo fare era parlare della nuova edizione uscita nel 2026 realizzata da Ne/oN con una nuova traduzione effettuata da Stefano Andrea Cresti, mentre la precedente era stata fatta da Riccardo Valla. In particolar modo m’interessa fare un confronto tra le due, non per decidere quale dei due è la migliore, ma pensare se il cambiamento dei tempi (sono trascorsi più di trent’anni tra la prima e la seconda) abbia influito sul modo di lavorare. Personalmente, dato che non ho grandi basi di conoscenza di lingua inglese, non posso dare un giudizio tecnico preciso, pertanto lascio a chi leggerà l’articolo decidere di testa sua quale preferisce o quale reputa migliore, mettendo a seguire la prima pagina del romanzo pubblicato in Italia nel 1992 (dato che non esiste l’ebook di questa edizione), il link per leggere l’estratto dell’edizione del 2026 e il link di quello del testo originale. Tuttavia, volendo esprimere un giudizio soggettivo, in entrambi i casi è stato fatto un buon lavoro, ma personalmente preferisco la prima edizione italiana, la trovo più letteraria, più evocativa (uno che conosce meglio l’inglese mi smentirà, ma questa è l’opinione che ho maturato).

Le DUE lune splendevano alte e il loro chiarore offuscava quello delle stelle. Su tutt’e due le rive del fiume ardevano i fuochi dei bivacchi, che si stendevano su un’area vastissima, fino a perdersi lontano nella notte. Tra l’uno e l’altro campo, la Deisa scorreva pigramente; l’argento della luce lunare e il rosso dei fuochi creavano sulla sua superficie lunghe strisce serpeggianti. E tutte quelle scie parevano convergere negli occhi di Saevar, che, seduto sulla riva, con le mani sulle ginocchia, pensava alla morte imminente e alla vita da lui vissuta.
La notte aveva una sua grandezza, pensò, nell’inspirare profondamente l’aria di quella tiepida estate, che sapeva d’acqua, di fiori e d’erba, e nell’osservare il riflesso argento e azzurro sull’acqua e nell’udire il mormorio del fiume e il cantò che veniva dai lontani bivacchi. Si cantava anche sull’altra sponda del fiume, notò, e tese l’orecchio per ascoltare i soldati nemici, accampati a nord. Era difficile attribuire un senso assoluto di malvagità a quelle voci armoniose, odiarle ciecamente come, a quanto pareva, era richiesto a un soldato. Ma lui non era realmente un soldato, né aveva molta esperienza nell’odiare.
Non riusciva a distinguere le figure che si muovevano sull’altra sponda del fiume, ma scorgeva i fuochi ed era facile capire che il numero delle persone accampate a nord della Deisa era molto superiore a quello delle persone che, dietro di lui, attendevano l’alba.
Quasi certamente, sarebbe stata l’ultima, per loro. Saevar non si faceva illusioni; e non se ne facevano neppure i suoi compagni, dopo la battaglia combattuta sullo stesso fiume, cinque giorni prima.

Edizione Ne/oN

Edizione originale

Brandon Sanderson e l’accordo con Apple Tv

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Il Ritmo della Guerra, quarto volume di Le Cronache della Folgoluce, uno dei mondi di Sanderson che verrà trasposto per lo schermoPer i fan di Brandon Sanderson è arrivata una notizia molto interessante: Apple Tv ha acquisito i diritti del Cosmoverso, l’universo che collega molti dei mondi e delle storie realizzati dallo scrittore americano. Al momento si parla di realizzare film per la saga di Mistborn e una serie tv per quanto riguarda la serie della Folgoluce. Come rivela The Hollywood Reporter, l’autore avrebbe valutato la maggior parte degli studi cinematografici e, secondo alcune fonti, avrebbe poi optato per un accordo interessante che conferirebbe all’autore un controllo importante nello sviluppo creativo dei progetti. “Sanderson sarà l’architetto dell’universo: scriverà, produrrà e farà da consulente e avrà le autorizzazioni necessarie. Un livello di coinvolgimento che nemmeno J.K. Rowling o George RR Martin hanno raggiunto”. (1)
Dunque, Sanderson avrà un ruolo molto importante all’interno della produzione, anzi si può dire che per quanto riguarda il potere decisionale su sceneggiatura e trama sarà praticamente totale, il che fa ben sperare che le storie dei suoi mondi non saranno stravolte o adattate in modo inadeguato o pessimo (chi ha parlato di Shannara Chronicles?)
Cosa penso di tutto ciò?
Sinceramente, non so come prenderla. In passato sarei stato ben felice della notizia, oggi sono più distaccato, questo anche per l’esperienza avuta con le varie trasposizioni visive delle storie cartacee.
Il Signore degli Anelli, con i tagli e adattamenti vari, si può dire che è riuscito, anche se ci sono fan che non l’hanno apprezzato; le cose sono andate peggio con Lo Hobbit, dove tre film sono stati troppi per una storia non a livello di quella prima menzionata, sia come lunghezza sia come spessore. Su Eragorn caliamo un velo pietoso, quelli su Percy Jackson così così, La bussola d’oro idem. Poi c’è Star Dust, uno dei rarissimi casi in cui il film è meglio del libro; stessa cosa si può dire per La zona morta. Questo per citare alcune pellicole cinematografiche tratte da romanzi appartenenti al genere fantasy/fantastico.
Per quanto riguarda le serie tv non si può non menzionare Il Trono di Spade, partito bene finché ha seguito i libri di Martin, ma che quando è venuto a mancare il materiale originale perché l’autore non è andato avanti con la storia è calato parecchio. La spada della verità niente di eccezionale, ma la stessa cosa vale per i libri. Con La Ruota del Tempo hanno sbagliato fin da subito. Non parliamo dell’obbrobrio che han fatto con Shannara: il primo errore è stato che con Le Pietre Magiche doveva essere fatto un film, non una serie tv, per quella si doveva scegliere Il Ciclo degli Eredi, molto più adatto alla serializzazione; il secondo è che han voluto farne un prodotto adolescenziale stravolgendone il senso.
Insomma, nella maggior parte dei casi, quando si ha avuto a che fare con il fantasy non ci è comportati proprio bene. Il fatto che la scrittura sia totalmente in mano a Sanderson non mi rassicura, perché c’è differenza tra scrivere per lo schermo (grande e piccolo) e scrivere per romanzi; in questo c’è riuscito bene Makoto Shinkai, molto peggio ha fatto King che quando ha lavorato sulle sue opere per trasporle le cose non sono andate benissimo.
Forse è l’età che ormai ho, forse ho perso entusiasmo, spero però di sbagliarmi e che saltino fuori dei prodotti validi (in fondo l’ho fatto anche con Mad Max – Fury Road, partito scettico e arrivato entusiasta). Per chi fosse interessato, alcuni fan dei libri di Sanderson si sono divertiti a “scegliere” il cast per le storie da trasporre su schermo; se può interessare, qua sotto posto il video della live che hanno fatto.

1. https://www.comingsoon.it/cinema/news/il-cosmoverso-di-brandon-sanderson-apple-tv-adattera-il-popolare-universo/n216106/

Il Manuale del Mago Modesto per sopravvivere nell'Inghilterra medievale

Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale

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Il Manuale del Mago Modesto per sopravvivere nell'Inghilterra medievaleIl Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale è uno dei progetti segreti di Brandon Sanderson che hanno visto la luce nel 2020 e 2021; una storia la cui idea originale Sanderson si era narrata a se stesso a letto verso il 2019 (abitudine che l’autore ha sempre). Il titolo, almeno una parte, invece risale al 2010, ma era stato accantonato perché ricordava un po’ troppo Harry Potter. Quando però lo scrittore americano ha cominciato a fare sul serio con questa storia, i vari pezzi sparsi negli anni si sono messi insieme ed ecco Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale, un volume che per lo più appartiene al genere fantascientifico ma che ha pure elementi classici del fantasy.
La storia è semplice: un uomo si ritrova catapultato in un mondo che sta attraversando un’era storica che è molto simile a quella dell’Inghilterra Medioevale e non ricorda assolutamente nulla di sé, né come ci è arrivato, né perché si trova lì. Ha solo dei fogli bruciacchiati di un libro che gli dovrebbero spiegare la situazione in cui si trova.
Tra equivoci, imbrogli, flashback sul proprio passato e peripezie varie che includono elementi medioevali come castelli, credenze di vario genere, vichinghi, il protagonista scoprirà molte cose, anche su se stesso.
Il via a Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale lo danno i viaggi interdimensionali e l’esistenza di mondi molto simili al nostro con epoche altrettanto simili che possono essere acquistate per viverci avventure e magari diventare gli eroi di quel pianeta; ci sono naniti, portali e fari dimensionali, spiriti, divinità, tutti elementi per creare una bella storia fantastica, che si legge agevolmente. La cosa che più ho apprezzato del romanzo è stato il protagonista, non certo il solito eroe, il suo essere un fallito ma non tanto per gli sbagli fatti (tutti ne fanno) quanto per arrivare a essere convinto di esserlo perché tutti lo avevano ritenuto tale, perché nessuno gli aveva mai dato fiducia: a furia di non avere fiducia dagli altri, era giunto a perderla in se stesso. Tuttavia, è bastato arrivare in un ambiente diverso, staccarsi da un’atmosfera negativa, avere qualcuno che crede in lui, che il protagonista cambia, trovando la possibilità di un nuovo inizio.
Il Manuale del Mago Modesto per Sopravvivere nell’Inghilterrra Medioevale è stato un buon libro, con un Sanderson che non scivola questa volta nello young adult e nemmeno in certe scene con protagoniste arie di vario tipo.

Vento e verità

Vento e Verità

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Vento e veritàCosa dire di Vento e Verità, il quinto libro e ultimo libro del primo ciclo delle Cronache della Folgoluce?
Non è il miglior libro di questi primi cinque volumi ma è comunque un buon libro, superiore a molte produzioni attuali (ma anche del passato), con alti e bassi.
Partiamo dai bassi. Le prime cinquecento pagine non mi hanno preso, non sono riuscite a coinvolgermi, non dico che mi hanno annoiato ma hanno rallentato molto la lettura; era già successo con altri volumi della Folgoluce che la lettura procedesse a rilento, ma lì il rallentamento era stato voluto per non finire troppo presto il romanzo che stavo leggendo. Il problema con queste cinquecento pagine, per quel che mi riguarda, è che gli eventi sono troppo dilatati, si prendono tempo in preparazione di ciò che sta per arrivare (la sfida finale tra i campioni di Dalinar e di Odio); considerando che l’arco di tempo di Vento e Verità ricopre dieci giorni, la cosa risulta un poco eccessiva. Molti avrebbero abbandonato il volume già dopo cinquanta pagine (c’è gente che abbandona la lettura di un libro se non è coinvolta dopo aver letto le prime cinque righe), ma vuoi per fiducia verso Sanderson, vuoi perché quando inizio una cosa la voglio finire, sono andato avanti, venendo ripagato da una buona lettura, a tratti molto buona.
Com’è possibile allora, narrando gli eventi di dieci giorni, scrivere un tomo di millecinquecento pagine?
Perchè le vicende di alcuni personaggi (Navani, Dalinar, Shallan, Rlain e Renarin) si svolgono nel Reame Spirituale (dove dimorano gli dei), dove il tempo viene dilatato (quello che nel mondo di Roshar può essere qualche minuto o un’ora nel Reame Spirituale corrisponde a giorni). Una scelta che non mi è dispiaciuta, ma di cui non sono rimasto sorpreso per il semplice fatto che ho usato tale mezzo in Strade Nascoste, il primo volume che ho scritto di Storie di Asklivion. So che queste parole non piacieranno a diversi, che sembrerà un modo di volermi mettere al livello di Sanderson, ma non mi sto paragonando a lui e neppure voglio essere come lui: semplicemente sto enunciando un fatto. E prima che qualcuno asserisca che ho preso spunto dallo scrittore americano (o peggio, che abbia copiato), Strade Nascoste l’ho scritto prima delle Cronache della Folgoluce (tra il 2001 e il 2006) e la prima versione (tramite licenza Creative Coomon) l’ho pubblicata sul mio sito (quello su cui si sta leggendo) nel 2011 (è stata tolta dopo la pubblicazione in ebook ma sono rimasti sul sito alcuni brani). Quindi Reame Spirituale, personaggi che in un’altra dimensione condividono e rivedono esperienze personali, il mondo degli spren, non sono stati una novità: in Strade Nascoste ci sono il Mondo Spirituale e gli spiriti che sono interconnessi e interagiscono col mondo materiale, i protagonisti finiscono in una dimensione dove rivivono esperienze passate apprendendo da esse e superando traumi, hanno a che fare con luoghi dove il tempo scorre in maniera diversa. Per precisare, neanche la mia idea era originale, dato che tale idea faceva parte dell’ambientazione Mondo di Tenebra della White Wolf; anzi, posso dire tranquillamente che tale ambientazione mi ha molto ispirato, sia per quanto riguarda Asklivion, sia per quanto riguarda I Tempi della Caduta.
Tutta questa pappardella (i più maligni diranno autorefenziale e per farsi pubblicità) serve a spiegare perché, avendo già usato tutto ciò in mie opere, non sia rimasto sopreso da quello che ha scritto Sanderson; non essere sorpreso non significa essere deluso, anzi, la lettura di Vento e Verità è stata piacevole. Fra parentesi, uno dei motivi per cui ho letto praticamente tutto quello che è stato tradotto di Sanderson è che racconta tipi di storie e idee che ho anche io e per questo mi piacciono; si dice che si scrive quello che si piacerebbe leggere: è vero che in questo caso si legge ciò che piace scrivere 🙂 . Di nuovo (tocca ancora precisare perché siamo in un tempo in cui si riesce a fare polemica con tutto), non è un paragonarmi a Sanderson ma solo per dire che abbiamo un modo di vedere il fantasy molto simile ed è uno dei motivi per cui lo seguo.
Quindi non è stata la mancanza di sorpresa a penalizzare la lettura, ciò che l’ha penalizzata è stata soprattutto la mancanza di sintesi nel primo terzo del romanzo: c’erano dei capitoli che sarebbero bastate poche righe per raccontare gli eventi che li riguardavano. E qui si potrebbe parlare dello “Show don’t tell” perché non sempre mostrare tutto è un bene: alle volte è meglio raccontare per non perdere il lettore dilunagandosi troppo.
Superato lo scoglio delle prime cinquecento pagine (e si può dire che non è uno scoglio piccolo), Vento e Verità ingrana e la storia si fa sempre più appassionante: viene mostrato il passato degli Araldi, come è stato realizzato il Giuripatto, qual è stato il destino di Onore, perché Roshar è cambiato così tanto con l’arrivo degli umani, cosa ha portato alla guerra millenaria. Oltre al Reame Spirituale viene aggiunto Vento, una delle divinità esistenti su Roshar prima dell’arrivo di Odio e Onore, viene mostrato cosa è successo al paese in cui è nato Szeth ed è qui che si capisce come la guerra in corso non riguarda più solo Roshar ma anche tutti gli altri sistemi del Cosmoverso, dato che, da come si può intuire, nei prossimi volumi della serie molto probabilmente scenderanno in campo anche i Frammenti di altri sistemi planetari (al momento si sono visti Armonia, che unisce Preservazione e Distruzione, e Autonomia col mondo di Mistborn, ma ce ne sono altri menzionati in Vento e Verità).
Cosa dire dei personaggi? Dalinar e Khaladin hanno fatto scelte che mi aspettavo (e le ho trovate appropriate), così pure Shallan; Adolin ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, tutto il suo valore (e lo scontro con Adibi è tanta roba, non tanto per spettacolarità, ma per epicità e per come si realizza). Per quanto capisca il cammino fatto, Szeth è stato il personaggio di tutta la serie che meno mi ha preso: è stato vittima degli eventi, degli altri, per tutto il tempo e solo alla fine prende nelle sue mani il destino. Benché cresciuto, Szeth è sempre stato un bambino sfruttato da chiunque, usato per scopi non proprio dei migliori; la sua è una storia triste dall’inizio alla fine.
Qualcuno potrebb criticare (anzi, direi che in diversi l’hanno fatto) per come finisce Vento e Verità, dato che lascia la storia a un certo punto, ma è logico che sia così: siamo al romanzo cinque di dieci, ed è finita solo la prima parte (sarebbe la stessa cosa criticare come finisce un film avendo visto solo il primo tempo). Sanderson lascia la storia dopo che c’è stata una svolta e dopo tale svolta ci si sta assestando e preparando per quello che verrà; ora occorrerà aspettare per sapere come si svolgerà la seconda parte, dato che prima lo scrittore dovrà scrivere la terza era di Mistborn e, facendo congetture con quanto letto nel finale di Vento e Verità, sarà legata a quanto si verificherà su Roshar. E sarà un’attesa un po’ lunghina: se non ricordo male da quanto letto da qualche parte in rete, per il sesto libro si parla del 2031 e visto quanto hanno impiegato per uscire i primi cinque volumi (dal 2010 al 2024) (sempre che Sanderson non si lasci distrarre da tanti altri progetti), data la lunghezza dei tomi, ipotizzare una decina d’anni non è qualcosa di tanto lontano dalla realtà. Per i fan ciò può essere sconfortante, ma si provi a scrivere libri di mille e passa pagine l’uno (e pure di alta qualità) e si vedrà; ci sono scrittori che fanno molto peggio (chi ha citato George R.R. Martin?); è anche vero che ci sono scrittori che hanno fatto meglio, vedere Steven Erikson, che riusciva a pubblicare un romanzo l’anno della saga Malazan (però lavorava solo su essa). Per il momento ci si goda questo Vento e Verità, che non sarà un romanzo perfetto ma è sicuramente una buona lettura.

 

P.s.: il bello di Sanderson quando parla di divinità è che mostra, oltre il loro potere, anche il loro lato umano, perché una dività potrà anche essere un essere superiore ma parte sempre da una base umana.

La miniserie televisiva di 22.11.63

22.11.63 – Miniserie

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La miniserie televisiva di 22.11.63Diversi anni fa ho letto il romanzo di Stephen King 22.11.63 e nel complesso ho apprezzato l’opera; di recente ho visto la miniserie tratta da esso e non è stata la stessa cosa. Premessa importante: è realizzata bene, gli attori li ho trovati ben calati nella parte e hanno fatto un buon lavoro e quindi la reputo nel complesso una buona miniserie. Nonostante questo, non è riuscita a coinvolgermi; anzi, in alcune parti mi sono annoiato, in altre mi sono infastidito e speravo che si passasse alla parte successiva della storia. E allora perché, rimanendo nel complesso abbastanza fedele al romanzo, la miniserie di 22.11.63 non è riuscita a coinvolgermi?
Penso che il problema sia perché la trama si concentra sostanzialmente su come arrivare al 22.11.63, ovvero il giorno in cui è stato assassinato Kennedy: lo spiare Oswald, capire sé è un lupo solitario o fa parte di un complotto più grande, tutto, praticamente ruota attorno a questo. Certo, ci sono eventi di contorno, ma sono molti meno rispetto al romanzo. Questo, se da una parte è logico che avvenga perché altrimenti si rischia di divagare e allungare troppo la storia, dall’altra toglie molto (a mio avviso) di quella che è la bellezza del libro; qualcuno potrà ritenere certi dettagli superflui con la trama principale, ma sono proprie le trame secondarie che danno maggiore spessore a quanto viene raccontato. Diversi viaggi nel passato che fa Jake sono eliminati, come sono eliminate diverse interazioni; soprattutto è eliminata la maggior parte della vita comune che Jake ha nel passato, concentrando tutto sull’essenziale delle vicende principali. Ed è proprio la mancanze delle parti della vita comune che fa perdere valore alla storia, perché non mostra le difficoltà, le piccole gioie, il ritrovare una vita più a misura d’uomo di un uomo che ha a che fare con qualcosa si più grande di lui e che cerca in tutti i modi di ostacolarlo; inoltre, voler tenere sempre lo spettatore sotto tensione alla lunga stanca e fa perdere mordente alla vicenda.
A molti la minisere 22.11.63 è piaciuta e benché reputi ottimo tutto il cast, consiglio di puntare l’attenzione sul romanzo e se poi si è proprio curiosi vedere la versione televisiva.

L’uccello che girava le viti del mondo.

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L’uccello che girava le viti del mondo L’uccello che girava le viti del mondo è il romanzo di Haruki Murakami che ho impiegato più tempo per leggerlo e non perché fosse particolarmente lungo (anche se ha ottocento e passa pagine), ma perché l’ho interrotto e ripreso più volte: ho trovato la lettura, come dire… pesante, e non per via dello stile di Murakami, che ho trovato sempre piacevole e scorrevole, ma perché la storia, l’atmosfera avevano un che di cupo. Senza contare che avevo l’impressione che L’uccello che girava le viti del mondo fosse un libro che andasse letto con calma.
Il copione è similare ad altri libri di Murakami. Il protagonista, Toru Okada, è sposato con Komiko e la loro è un’unione equilibrata, la loro esistenza tranquilla; certo, ci sono attriti con la famiglia di lei, specie col fratello, che non ha mai visto di buon occhio il matrimonio (lei viene da una famiglia agiata, lui è una persona di ceto medio), ma nulla che possa sconvolgere la loro esistenza.
Le cose però cambiano quando il loro gatto scompare improvvisamente; per ritrovarlo si rivolgono a una medium, Malta Kano. Poco tempo dopo anche la moglie scompare e Toru comincia a ricevere strane telefonate da una donna che dice di conoscerlo; la sua vita è stravolta: ha lasciato il lavoro e comincia a far vistia sempre più spesso a una casa vicina abbandonata con un pozzo vuoto nel giardino. Proprio il pozzo è quello che più attrae la sua attenzione, al punto che che vi si cala dentro, passando al suo interno delle ore. Fa anche amicizia con una ragazza adolescente sua vicina, May, irrequieta e che non frequenta la scuola, lavorando part time per la realizzazione di parrucche.
Per ritrovare la moglie, si rivolge di nuovo a Malta, che per aiutarlo coinvolge anche la sorella Creta (sì, è strano che due sorelle si facciano chiamare col nome di due isole, ma se si è già letto Murakami si sa che le stranezze sono ben altre), un tempo prostituta prima fisica poi della mente, la quale è stata violentata dal fratello della moglie. Noburo Wataya, questo il suo nome, è un personaggio pubblico di spicco, molto apprezzato dalla gente, ma che nasconde un passato oscuro: è coinvolto nella morte dell’altra sua sorella, anche se non ci sono prove che lo dimostrino e la famiglia ha coperto la cosa.
Le cose per Toru si fanno ancora più strane quando incontra una donna elegante, Nutmeg Akasaka, e il suo figlio muto dall’età di sei anni, Cinnamon; lei, in cambio dei suoi servizi, comprerà la casa col pozzo, che, a quanto pare è il mezzo per riuscire ad arrivare alla moglie scomparsa attravero una sorta di mondo parallelo. Importante per arrivare al ritrovamento anche il vecchio tenente Mamiya (che gli racconta la tremenda esperienza che ha avuto durante la seconda guerra mondiale in un pozzo e che è legato a una persona che anche Toru e la moglie conoscono; seconda guerra mondiale presente anche nel diario di Nutmeg, dove viene narrata parte della sua vita da piccola e del padre, veterinario di uno zoo costretto a uccidere gli animali per ordine dei suoi superiori durante il catastrofico conflitto bellico).
Non mi dilungo di più a racconare la trama perché spiegare tutto sarebbe complicato, ma L’uccello che girava le viti del mondo rispecchia una struttura cara a Murakami: c’è una donna che scompare senza motivo, il protagonista non se ne riesce a dar spiegazione, ha esperienze strane, incontra personaggi altrettanto strani, e in un misto tra realtà e sogno riesce in un qualche modo a giungere a conclusione. Nel complesso, il romanzo è buono, però ho avuto difficoltà a finirlo.

Il canto del sangue

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Il canto del sangueSeppur nulla originale, Il canto del sangue di Anthony Ryan è stata una piacevole e scorrevole lettura, che ha tenuto incollato alla pagine, con la voglia di sapere cosa accadeva nelle pagine successive. Tutta la storia è un lungo flash back del protagonista, mostrato attraverso il racconto che fa al suo compagno di viaggio su una nave; un compagno di viaggio forzato, con il protagonista costretto ad andare incontro a uno scontro che per lui si rivelerà mortale. O almeno, questo è quello che viene fatto credere. Come il racconto dato al compagno di viaggio non è proprio lo stesso che il lettore ha modo di scoprire, dato che quest’ultimo ha il beneficio di conoscere la storia attraverso il penserio del protagonista mentre per il primo non è così: ha solo una verità parziale, come lui stesso si accorge.
Vaelin al Sorna è un ragazzino che viene portato davanti al cancello del Sesto Ordine, dove verrà addestrato come guerriero. Dopo la morte della madre e la decisione del padre di lasciarlo ad addestrare nel famoso e temuto ordine, Vaelin ha come unica famiglia ragazzi che si trovano nelle sue stesse condizioni: il duro allenamento, le prove alle volte spietate, cementano il legame tra loro anche se sono di estrazioni differenti. Con il passare del tempo e delle prove, Vaelin scoprirà una realtà molto più complessa della semplicità vita da guerriero: avrà a che fare con intrighi, tradimenti, con un re manipolatore, con i segreti degli ordini. E poi c’è il Buio, una sorta di oscuro potere che in tanti temono, specialmente i sei Ordini del regno, contro cui un tempo avevano combattuto e vinto, ma che non è stato distrutto completamente: esso è sopravvissuto, celato in ciò che si credeva scomparso, il settimo Ordine di cui pochi sono a conoscenza. La realtà però è più complessa di ciò che sembra: il Buio non è davvero qualcosa di malvagio, è soltanto un mezzo. Un mezzo che può essere buono o cattivo a seconda di chi lo usa.
Vaelin, in apparenza seguendo il volere del suo re, obbedisce agli ordini impartiti, ma la sua missione è scoprire chi c’è dietro tutti gli eventi che si stanno verificando e che lo coinvolgono direttamente, dato che è uno dei pochi possessori del canto del sangue, una capacità che lo aiuterà nel suo compito ma lo farà anche prendere di mira.
Anthony Ryan, con il suo stile e il modo con cui ha realizzato il mostrare le vicende, ha fatto un buon lavoro; certo, Il canto del sangue non è nulla d’innovativo (l’addestramento e il percorso di crescita di un ragazzino fino a diventare prode e valente guerriero sono stati mostrati molte volte, tra gli ultimi R.A. Salvatore con la serie del Demon Wars) però viene raccontato bene e questo è uno dei punti che possono rendere una lettura una buona lettura.

L’ombra degli dei

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L’ombra degli deiL’ombra degli dei, primo volume della saga dei Fratelli di Sangue di John Gwynne, è, come asserito dall’autore, un libro ispirato sia a Beowulf sia al Ragnarok, la battaglia dei miti nordici dove trovarono la fine i vecchi dei vichinghi come Thor e Odino (questa però non fu la fine di tutte le divinità, alcune sopravvissero dando inizio a una nuova era). Se devo essere sincero, ricordare tutti i termini legati alla mitologia nordica usati nel romanzo mi è difficile, quindi, per evitare di scrivere inesattezze, eviterò di usarli.
La storia segue tre filoni, ognuno dedicato a un personaggio principale.
Varg è uno schiavo che è riuscito a scappare dai suoi padroni e chi si unisce a un gruppo di combattenti chiamato i Fratelli di Sangue.
Orka vive una vita tranquilla con suo marito e suo figlio in una fattoria isolata, almeno fino a quando non vengono attaccati e a lei non rimane che vendicare il marito ucciso e ritrovare il figlio rapito.
Elvar è una guerriera degli Sterminatori, un gruppo che caccia Corrotti, persone nelle cui vene scorre il sangue degli Dei.
Le vicende di queste tre figure per un buona parte del libro si evolvono per conto loro ma finiranno inevitabilmente per intrecciarsi in una vicenda che è più grande di quel che sembra: tutto si riconduce alla battaglia in cui gli dei sono caduti, al luogo dove le loro spoglie giacciono. Un luogo divenuto leggenda, che tanti ambiscono trovare e la chiave è il sangue, perché il sangue è più che vita: è memoria, è potere.
John Gwynne fa un buon lavoro con L’ombra degli dei, ricreando l’atmosfera dei miti nordici tra foreste, viaggi in mare e terre misteriose dove riecheggia ancora la presenza degli dei. Anzi, è più di un riecheggiare, dato che ci sono città che sorgono proprio tra i resti delle divinità. A parte un po’ di difficoltà iniziale avuta con alcuni termini, la lettura è proceduta spedita e piacevole, rendendo L’ombra degli dei un libro consigliato per chi ama battaglie sanguinose, leggende e dei d’ispirazione vichinga.