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L'uccello che girava le viti del mondo

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L’uccello che girava le viti del mondo L’uccello che girava le viti del mondo è il romanzo di Haruki Murakami che ho impiegato più tempo per leggerlo e non perché fosse particolarmente lungo (anche se ha ottocento e passa pagine), ma perché l’ho interrotto e ripreso più volte: ho trovato la lettura, come dire… pesante, e non per via dello stile di Murakami, che ho trovato sempre piacevole e scorrevole, ma perché la storia, l’atmosfera avevano un che di cupo. Senza contare che avevo l’impressione che L’uccello che girava le viti del mondo fosse un libro che andasse letto con calma.
Il copione è similare ad altri libri di Murakami. Il protagonista, Toru Okada, è sposato con Komiko e la loro è un’unione equilibrata, la loro esistenza tranquilla; certo, ci sono attriti con la famiglia di lei, specie col fratello, che non ha mai visto di buon occhio il matrimonio (lei viene da una famiglia agiata, lui è una persona di ceto medio), ma nulla che possa sconvolgere la loro esistenza.
Le cose però cambiano quando il loro gatto scompare improvvisamente; per ritrovarlo si rivolgono a una medium, Malta Kano. Poco tempo dopo anche la moglie scompare e Toru comincia a ricevere strane telefonate da una donna che dice di conoscerlo; la sua vita è stravolta: ha lasciato il lavoro e comincia a far vistia sempre più spesso a una casa vicina abbandonata con un pozzo vuoto nel giardino. Proprio il pozzo è quello che più attrae la sua attenzione, al punto che che vi si cala dentro, passando al suo interno delle ore. Fa anche amicizia con una ragazza adolescente sua vicina, May, irrequieta e che non frequenta la scuola, lavorando part time per la realizzazione di parrucche.
Per ritrovare la moglie, si rivolge di nuovo a Malta, che per aiutarlo coinvolge anche la sorella Creta (sì, è strano che due sorelle si facciano chiamare col nome di due isole, ma se si è già letto Murakami si sa che le stranezze sono ben altre), un tempo prostituta prima fisica poi della mente, la quale è stata violentata dal fratello della moglie. Noburo Wataya, questo il suo nome, è un personaggio pubblico di spicco, molto apprezzato dalla gente, ma che nasconde un passato oscuro: è coinvolto nella morte dell’altra sua sorella, anche se non ci sono prove che lo dimostrino e la famiglia ha coperto la cosa.
Le cose per Toru si fanno ancora più strane quando incontra una donna elegante, Nutmeg Akasaka, e il suo figlio muto dall’età di sei anni, Cinnamon; lei, in cambio dei suoi servizi, comprerà la casa col pozzo, che, a quanto pare è il mezzo per riuscire ad arrivare alla moglie scomparsa attravero una sorta di mondo parallelo. Importante per arrivare al ritrovamento anche il vecchio tenente Mamiya (che gli racconta la tremenda esperienza che ha avuto durante la seconda guerra mondiale in un pozzo e che è legato a una persona che anche Toru e la moglie conoscono; seconda guerra mondiale presente anche nel diario di Nutmeg, dove viene narrata parte della sua vita da piccola e del padre, veterinario di uno zoo costretto a uccidere gli animali per ordine dei suoi superiori durante il catastrofico conflitto bellico).
Non mi dilungo di più a racconare la trama perché spiegare tutto sarebbe complicato, ma L’uccello che girava le viti del mondo rispecchia una struttura cara a Murakami: c’è una donna che scompare senza motivo, il protagonista non se ne riesce a dar spiegazione, ha esperienze strane, incontra personaggi altrettanto strani, e in un misto tra realtà e sogno riesce in un qualche modo a giungere a conclusione. Nel complesso, il romanzo è buono, però ho avuto difficoltà a finirlo.

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