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Guida alla leggenda di Drizzt di R.A.Salvatore

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Guida alla leggenda di Drizzt di R.A.SalvatoreGirando per i mercati dei piccoli paesi, alle volte si possono incontrare delle occasioni: è così che su una bancarella ho potuto trovare a un prezzo davvero vantaggioso Guida alla leggenda di Drizzt di R.A.Salvatore realizzato da Athans Philip. Quando uscì non lo presi perché non particolarmente interessato (visto anche il prezzo di 27.50 E): ho letto diversi libri di Salvatore, sia dedicati alle serie del famoso elfo scuro sia alla serie del Demone, e li ho anche apprezzati (specie le prima trilogia di quest’ultima e quella dedicata agli elfi scuri), ma non al punto da essere spinto all’acquisto di un volume che mostra mondo e personaggi che già conoscevo. Di fronte però a un’occasione del genere (prezzo davvero irrisorio), non si può dire di no. Volumi del genere (come mi era già capitato con Il magico mondo di Shannara realizzato da Terry Brooks e Teresa Patterson, anche questo edito in Italia dalla vecchia Armenia) non aggiungono niente a quanto chi ha letto tutto di un autore già non sappia, tuttavia sono una lettura piacevole per chi vuole rivisitare luoghi che con l’immaginazione ha già conosciuto.
La cura dedicata a Guida alla leggenda di Drizzt (come per quella dedicata a Shannara) è buona: volume rilegato con copertina rigida, buona impaginazione, carta lucida di qualità. La Guida presenta un riassunto degli eventi dei volumi delle prime quattro serie: Trilogia delle terre perdute (Le lande di ghiaccio, Le lande d’argento, Le lande di fuoco), Trilogia degli elfi scuri (Il dilemma di Drizzt, La fuga di Drizzt, L’esilio di Drizzt), L’eredità di Drizzt (L’eredità, Notte senza stelle, L’assedio delle ombre, L’alba degli eroi), I sentieri delle tenebre (La lama silente, L’ora di Wulfgar, Il mare delle spade). Oltre a questo si hanno capitoli dedicati ai vari personaggi (principali e secondari), oggetti e bestie magiche, alle varie creature incontrate nei viaggi di Drizzt nel Sottosuolo e sui Reami, ai luoghi che ha visitato (ben fatte le mappe).
Sono soprattutto i disegni, veramente curati e dettagliati, a caratterizzare l’opera e a conferirgli quel tocco di qualità in più che rendono il volume meritevole d’essere preso, logicamente per chi è interessato al fantasy e alle opere di R.A.Salvatore. Sono passati gli anni in cui i romanzi dedicati ai Forgotten Realms hanno avuto il loro seguito (si parla di fine anni ’90 e i primi anni del 2000), grazie soprattutto all’uscita e al successo di videogiochi quali quelli della Black Isle, una divisione della casa di sviluppo e di distribuzione Interplay Entertainment, (vanno ricordate le serie di Baldur’s Gate e Icewindale, per quanto riguarda quelli inerenti i Forgotten Realms, oltre all’ottimo Planescape: Torment e ai primi due Fallout), ma c’è ancora chi apprezza questo genere di storie, piacevoli e gradevoli, anche se non originali, di stampo D&D, che non hanno la complessità di trame come quelle del mondo Malazan di Steven Erikson, della Folgoluce di Brandon Sanderson o della Ruota del tempo di Robert Jordan. Un lettore adulto può trovare queste storie semplici, con il puro scopo d’intrattenere (anche se c’è da dire che simili romanzi, con quello che è stato pubblicato in Italia nel periodo del boom del fantasy, sembrano dei prodotti d’ottima qualità dai temi profondi), ma tra esse ci sono storie davvero meritevoli d’essere lette, quali sono quelle della Trilogia degli elfi scuri; questa guida permette di farsene un’idea e magari invogliare a recuperare volumi che sono davvero buone letture. E se così non fosse, i disegni sono davvero un piacere per gli occhi.

Lucciole

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Lucciole

Selfie

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selfieIl selfie, termine derivato dalla lingua inglese, è una forma di autoritratto fotografico realizzata principalmente attraverso una fotocamera digitale compatta, uno smartphone, un tablet o una webcam puntati verso se stessi o verso uno specchio.
Questa è la definizione data da Wikipedia del selfie, un modo di fare ormai divenuto diffusissimo, per non dire fin troppo abusato, al punto che più che moda è diventata una vera e propria mania a dir poco fastidiosa e invasiva.
Fastidiosa perché per esempio non se ne può più di un capo di governo che passa più tempo a farsi dei selfie e a pubblicarli sui social invece di occuparsi davvero di politica (ennesima dimostrazione che ci si occupa di cose per nulla importanti lasciando perdere invece quelle davvero necessarie).
Invasiva perché ora tutti si sentono autorizzati a pretendere di fare selfie con chiunque vogliono (specie personaggi dello spettacolo, gente famosa che appare in tv), anche se l’altro non vuole (e se avviene il rifiuto si è pronti ad accusare come se fosse stata commessa un’ingiustizia o un reato, come nel caso di Briga), disposti a tutto pur di ottenere quanto vogliono, arrivando anche a superare i limiti del vivere civile (come accaduto al fan che voleva un selfie con Suor Cristina e che è stato arrestato per stalking).
Quelli sopra menzionati sono solo alcuni esempi di come il selfie non sia più una cosa normale, ma di casi del genere ce ne sono davvero tanti: molte persone si ritengono in diritto d’imporre il proprio volere, di prevaricare, come se farsi un selfie con chi vogliono sia qualcosa che gli sia dovuto, come se l’altro fosse soltanto una schiavo a propria disposizione. Si è perso il senso del vivere civile, al punto che si è creato un movimento anti-selfie perché questo modo di fare non è più qualcosa d’accettabile, dato che è divenuta un’ossessione.
Ma esaminiamo le origini di questo modo di fare.
A tutti piace avere ricordi di certi momenti, esperienze, così da poterli rivedere nel tempo e rammentare un determinato periodo della propria vita, di ciò che si è provato: le foto sono uno dei mezzi più diffusi e utili per questo scopo.
In tutto ciò non c’è assolutamente nulla di male, anzi, è qualcosa di molto bello e soprattutto utile, perché oltre a essere un mezzo per rivivere emozioni, sono testimonianze, un modo per mantenere viva la memoria.
Si mutano in male quando non sono più un piacere, ma causano disagi, diventano prevaricazione e imposizione. Nel modo in cui è vissuto il selfie c’è qualcosa di molto sbagliato, che è specchio della società che si è sviluppata in questi anni, basatasi sull’apparire e non sull’essere, dandovi estrema importanza. Tra le persone è stata fatta nascere e diffondere la mentalità che se non si appare in tv, sui media, non si è nessuno; si è giocato sul fatto che da sempre gli individui vogliono essere qualcuno, vogliono essere riconosciuti dagli altri, perché attraverso il riconoscimento altrui si sentono importanti, di valore. Con la diffusione dei social e tutte le possibilità di essere guardati, seguiti da chiunque, questa voglia di riconoscimento è aumentata in maniera esponenziale perché si ha l’impressione di essere qualcuno, di essere famosi (specie se si riesce a fare selfie con personaggi realmente famosi), senza però avere alcun valore, senza fare assolutamente nulla che possa attribuire quel qualcosa che renda meritevoli di essere riconosciuti.
Purtroppo questi sono alcuni dei difetti di questa attuale società narcisista (sì, perché di narcisismo si tratta e, per chi non lo sapesse, il narcisismo è una patologia, un disturbo, che caratterizzano nella persona elementi tutt’altro che positivi, quali manipolazione altrui, incapacità d’empatia, considerazione e percezione di sé sopravvalutata, volontà di sfruttare gli altri a proprio vantaggio) che alimentano l’ego dando un senso fasullo di benessere e accresce il bisogno di essere riconosciuti, il non riuscire a capire il proprio reale valore e aver bisogno della superficiale, volubile, momentanea approvazione altrui per non sentirsi una nullità. Questo è ciò che fa la società (e le persone glielo permettono): far sentire senza valore gli individui, creandogli poi dei bisogni che vengono sfruttati a proprio favore. La società ha voluto creare dei mendicanti (ed è stato dato il consenso perché ciò si verificasse), sfruttando un bisogno molto forte delle persone: gli individui vogliono essere ricordati. Negli uomini c’è una paura molto profonda e radicata che è quella di essere dimenticati, che altro non è che una forma di una di quelle più ataviche, ovvero quella dell’abbandono.
Tutto questo modo di fare, tutto questo sistema basato dell’apparire, è molto triste perché mostra un mondo di mendicanti, disposti a tutto pur di avere un briciolo d’attenzione della durata di un fugace momento.

Una recensione su Strade Nascoste e altri lavori

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Sul blog Sole&Luna è stata pubblicata la recensione di Giancarlo Chiarenza su Strade Nascoste: fa piacere che l’opera che si è scritta sia apprezzata e valutata positivamente.
Quello di Strade Nascoste è stato un viaggio lungo, ma ne è valsa la pena, sia per il piacere del viaggio delle terre create accompagnati dai suoi personaggi, sia per quello che ho imparato su come migliorare lo stile, l’intreccio della trama, la caratterizzazione dei personaggi. Questo mi è stato di aiuto per le opere successive (L’Ultimo Potere, L’Ultimo Demone, la riscrittura di quello che era Non siete intoccabili e che ora è un’opera nuova), perché mi ha permesso di avere una maggiore sintesi che aiuta a mantenere un maggiore coinvolgimento nella lettura.
Parlando di altre opere che ho scritto, terminata come ho già scritto la revisione di L’ultimo potere (in attesa di risposta da parte di alcune ce, se ci sarà), adesso sto lavorando su un libro di saggistica: è un lavoro realizzato nel 2010, rimasto in attesa (sempre di risposte di ce che erano interessate al lavoro, ma che poi non se n’è fatto nulla per cambi al loro interno) e che ora ho ripreso sia per un ampliamento dei contenuti, sia per migliorare lo stile, renderlo più scorrevole e chiaro.
Scrivere un’opera di saggistica è un lavoro differente dal realizzare un’opera di narrativa, ma è comunque un viaggio interessante, perché si percorrono strade che solitamente non si prenderebbero, aiuta alla riflessione, all’osservazione e alla comprensione. Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta (citazione di una frase tipica di La Storia Infinita di Michael Ende).

Il Job Act e Il Grande Fratello

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Il Job Act dal governo viene pubblicizzato come una grande risorsa, la risoluzione dei problemi della recessione che ha colpito l’Italia, il mezzo che porterà a far correre l’economia. Si sbandierano tanti numeri per dimostrare quello che vuole essere visto come un successo (ma occorrerà vedere se questi risultati saranno davvero qualcosa di concreto oppure se risulterà solo un doping che, dopo aver sfruttato il momento iniziale, lascia in condizioni peggiori di prima), senza però tenere conto che è una legge che non tutela affatto i lavoratori, ma è a favore dei datori di lavori, degli imprenditori (Renzi, come Berlusconi, appoggia ed è appoggiato da questi ultimi e di conseguenza li favorisce); una cosa che purtroppo non sorprende più, dato che si è nell’Era dell’Economia.
Come non sorprende la caduta di ogni divieto sul controllo dei dipendenti. Che il lavoratore sul posto di lavoro faccia il suo dovere e non perda tempo a giocare, chattare, stare sui social, è giusto, ma per questo basterebbe semplicemente far sì che si usino solo i software necessari per svolgere le sue mansioni e i siti utili solo al loro ambito. Quanto si vuole immettere invece in questi giorni è invece un monitorare il lavoratore in tutti i suoi ambiti (facendo così cadere dopo l’art.18 anche quello 4 dello Statuto dei Lavoratori), anche quelli privati. Tutto questo è un limitare la libertà dell’individuo, che così non fa che perdere sempre più diritti ed essere sempre più schiavo.
La tecnologia può essere utile, ma usata nel giusto modo, non come in questo caso, che ricorda tanto il Grande Fratello di 1984 di George Orwell. Forse si vuole arrivare proprio a questo: avere tutti sotto controllo e condizionarli a fare quello che si vuole. Riportando le parole dello storico torinese Nicola Tranfaglia, “La libertà dei lavoratori è a serio rischio. Sembra di ritornare ai tempi pre Statuto dei lavoratori, delle schedature Fiat, che poi furono il motivo per cui fu introdotto l’articolo“: l’arretramento sul piano dei diritti acquisiti è sempre più evidente
Non c’è da stare sereni, nonostante le raccomandazioni che vengono dal governo (soprattutto per questo). Neanche un po’.

Fuochi di una notte di primavera

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Fuochi di una notte di primavera

Il palanchino delle lacrime

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Chow Ching Lie, autrice di Il palanchino delle lacrimePuò sembrare assurda l’esistenza di certe mentalità nel XX secolo, eppure queste sono realtà che si sono protratte a lungo e che purtroppo in diverse parti del mondo sono ancora esistenti. Nella sua autobiografia Il palanchino delle lacrime (il titolo del libro prende nome dalla portantina delle nozze definito “il palanchino della gioia”, ribattezzato dall’autrice “il palanchino delle lacrime”, simbolo dell’imposizione di un sistema che le ha rovinato la vita), Chow Chin Lie mostra la condizione e la considerazione della donna che si aveva in Cina fino al 1950, anno in cui entrava in vigore una legge che proibiva, tra le altre cose, l’uccisione dei neonati, i matrimoni forzati, l’abuso di potere delle suocere. Come scrive l’autrice a inizio libro “sono nata nella Cina della miseria e della lacrime. Fin da bambina ho cominciato a piangere e a soffrire. Ero graziosa ma questo non è un merito, fu una maledizione…La mia infelice condizione non faceva che rispecchiare il costume di un vasto paese in cui sarebbe stato meglio non venire al mondo, se si aveva la sfortuna di nascere femmina…E’ più crudele soffocare una bambina appena vede la luce, oppure venderla qualche anno dopo, non essendo in grado di mantenerla, perché diventi ospite di una casa chiusa?
Queste poche parole, a cui si vanno poi ad aggiungere i fatti descritti in seguito, fanno ben capire come la donna fino a un determinato periodo non godesse di nessun diritto, di nessuna possibilità di scelta: la sua libertà era praticamente nulla, sempre assoggettata a servire i voleri e le esigenze dei genitori, del marito, dei figli, dei suoceri. E tutto per tradizione, per leggi e idee tramandate da secoli, dove la donna doveva solo obbedire e restare in silenzio, dove l’istruzione era vista come inutile (oltre che un ostacolo), perché non serviva a chi doveva essere solamente moglie e madre; i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, i suoi sogni, non valevano nulla: era solo un oggetto atto a compiacere le esigenze altrui.
Per soddisfare i voleri dei nonni e della madre, Chow Chin Lie  viene costretta a sposarsi all’età di tredici anni, dove per farla piegare alle continue pressione della ricca famiglia del futuro marito, vengono messe in atto tecniche di sensi di colpa, ricatti e ogni escamotage per farla cedere e accettare il matrimonio. A cui seguono le pressioni perché il prima possibile metta al mondo un figlio.
In questo contesto viene mostrata anche l’ascesa al potere di Mao Tse-tung e del suo governo, con tutti i cambiamenti che le sue leggi portarono in un sistema che perdurava da così tanto a lungo. Cambiamenti in meglio per una parte della popolazione (specie per i lavoratori e le donne), ma che richiedevano una totale dedizione agli ideali del governo per non incorrere in indagini e perdita di quanto si aveva.
Il palanchino delle lacrime è una storia che andrebbe conosciuta, un resoconto utile per capire l’importanza dei diritti dell’individuo e della loro difesa, che mai dovrebbero essere calpestati in nome della tradizione o di un partito, né per nessun altro motivo.

Avviso di tempesta

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Ambientato alla fine dell’agosto del 1944, Avviso di Tempesta di Jack Higgins è un romanzo d’avventura che narra il viaggio di una vecchia nave-goletta, la Deutschland, dalle coste del Brasile a quelle della Germania. Si è alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con i nazisti che ormai stanno perdendo il conflitto, e un gruppo di cittadini tedeschi, tra cui delle suore, decide di tornare in patria e ricongiungersi con i loro cari. Un viaggio lungo e difficile, che richiederà un prezzo da pagare, anche in vite umane, ma che vedrà crearsi un rapporto di solidarietà e aiuto reciproco.
Solidarietà che giungerà inaspettata dagli inglesi avversari quando nei pressi delle coste scozzesi il veliero viene investito da un violento fortunale: non ci sono più parti in cui stare, ma solo vite da salvare e si creerà un’inaspettata collaborazione tra soldati inglesi e tedeschi per trarre in salvo l’equipaggio della nave.
Anche se in schieramenti differenti, tra i personaggi delle varie nazionalità si creerà stima e rispetto, ma non c’è il lieto fine che ci si può aspettare al termine di un’impresa al limite dell’impossibile: si è in guerra e anche se salvate, le persone dell’equipaggio sono pur sempre dei prigionieri che devono sottostare alle regole che ci sono nei conflitti. E così, ci si ritrova a riflettere nell’ultima pagina del romanzo sulle parole di uno dei personaggi, dove ci si accorge che è la solita storia di uomini in lotta contro il mare, che in questa occasione hanno vinto, ma, da come è andata a finire la vicenda, ci si domanda qual è il senso della loro impresa. E non si riesce a nascondere un forte senso di amarezza.

La violenza è insita nell'uomo?

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E’ una domanda che ci si pone da secoli. Uomini di fede, filosofi, psicologi hanno affrontato questo quesito da diversi punti di vista: ognuno ha espresso la propria idea, formulato le proprie ipotesi, ma risposte certe non ne sono state trovate. Secondo la Bibbia, tutti i lati negativi dell’uomo, ciò che è male (la violenza è uno degli elementi che vi appartengono) sono entrati nella sua vita con il peccato originale, la disobbedienza di Adamo ed Eva a Dio; non per niente è uno dei loro figli, Caino, il primo uomo a perpetrare un atto violento, divenendo il primo assassino.
Filosofia e psicologia (vanno ricordate le teorie di Lombroso, secondo le quali si poteva capire se una persona era violenta e criminale dall’aspetto fisico) hanno cercato in modo diverso di trovare una risposta alla questione. Stessa cosa cerca di fare la medicina: secondo di essa la violenza è qualcosa che dipende dal codice genetico, dato che ci sono dei geni che determinano il comportamento violento dell’individuo, influenzandone la vita.
In attesa di giungere a una risposta definitiva, si può notare una cosa: sono gli adulti a far entrare la violenza nel mondo dei bambini, sono loro a essere esempi negativi e a dare modelli che vengono poi perpetrati dai piccoli crescendo. Da sempre è stato così, ma negli ultimi anni, con lo sviluppo della tecnologia e di tutti i suoi mezzi d’informazione, i bambini sono bombardati da input di violenza: serie tv, telegiornali, politici, trasmissioni di ogni genere, non fanno che proporre modelli che trasudano aggressività, esempi di violenza fisica e verbale. In questo modo si fa recepire al bambino (che è come una spugna e assorbe di tutto, se non c’è un adulto responsabile che fa da filtro e lo aiuta a ragionare e a essere consapevole) che questi sono modelli da seguire e imitare, che questa è la normalità. Una cosa molto triste, ma purtroppo è questa la realtà: il bambino, a differenza degli altri cuccioli del mondo animale, non ha un istinto che gli dice cosa fare, per sopravvivere deve imitare quanto vede fare da altri, nel bene e nel male.
I bambini/elfi che giocano alla guerra nei capitoli Lost Children in BerserkKentaro Miura con i capitoli Lost Children del suo manga Berserk mostra perfettamente quanto scritto. La piccola Lucine vive in un mondo duro e povero, in una famiglia di contadini dove si ha quel tanto che basta per vivere; per rendere accettabile l’esistenza si rifugia nel mondo dei sogni, fantasticando su favole e personaggi come gli elfi. Con un padre che picchia la madre, accusandola che la bambina non è sua figlia (ma sarebbe frutto di uno stupro di guerra), la piccola Lucine un giorno decide di andarsene da casa e raggiungere la Valle della Nebbia, convinta di trovare le creature fatate tanto sognate e che l’avrebbero presa con loro. Ma nessun elfo salta fuori, ance se lei attende per giorni; arrivano invece i suoi genitori, alla sua ricerca da giorni. Il padre, pieno di rabbia e risentimento, la picchia, scaricando su di lei i sentimenti repressi; disperata, perché vede violato dalla violenza degli adulti quello che considera il luogo dei suoi sogni, nella piccola Lucine qualcosa si rompe, aprendo una porta per un’altra dimensione. i bambini/elfi dei capitoli Losto Children di Berserk si uccidono per davveroChi conosce Berserk sa che in particolari condizioni (quando si crea una frattura dell’anima), grazie al Bejelit, energie di un’altra dimensione (la Mano di Dio) arrivano sulla terra concedendo la realizzazione dei desideri. Tutto ciò non è un bene, dato che quanto viene dato è frutto di un grande male, che richiede un prezzo di sangue, un sacrificio, oltre alla perdita dell’umanità. Ed è quello che accade a Lucine: sacrifica i suoi genitori e diviene un Apostolo, una creatura di grandi poteri, avendo così la possibilità di fare ciò che vuole. Lucine, mutata in una sorta di falena gigante, rapisce i bambini dei villaggi, facendoli divenire simili a lei e chiamandoli elfi. Con essi crea il regno incantato tanto sognato, facendo sì che gli adulti non vi possano entrare (se ci provano vengono uccisi), così da non poter più far male ai bambini. Ma la sua è una realizzazione distorta e traviata del sogno originale: i piccoli elfi ripetono quanto visto fare dagli adulti, reputandolo un divertimento, qualcosa di normale. Giocano alla guerra, ma non è un semplice gioco, dato che si ammazzano per davvero tra di loro, in modo crudele e cruento, facendosi a pezzi. uno stupro dei bambini/elfi dei capitolo Lost Children di Berserk Senza contare che nei loro giochi viene immesso anche lo stupro (definito il colpo preferito dai grandi: emblematica con la loro efferata lucidità le tavole disegnate da Miura che fanno vedere come l’atto sessuale sia inteso dai piccoli come un atto di violenza); una realtà purtroppo ben conosciuta dai bambini, spesso vittime di membri della famiglia o di persone vicino a essa (come accade a Jill, amica di Lucine, che, neanche adolescente, si deve barricare in camera per evitare che un amico del padre abusi di lei).
Questi capitoli di Berserk, una sorta di fiaba oscura in stile fratelli Grimm, sono una rappresentazione cupa di una realtà che si perpetra da sempre, non lasciando speranza alcuna. La storia non ha lieto fine, perché la sconfitta di Lucine sa solo di perdita, rimpianto, rimorso e la tristezza di non poter avere ciò che si desidera (da vedere le tavole del suo ultimo volo). E Gatsu (anche lui vittima del mondo violento con cui gli adulti l’hanno cresciuto, come ha fatto il suo padre adottivo, il mercenario Gambino), per uscire vincitore dallo scontro, deve divenire più mostro dell’Apostolo, al punto che ci si domanda chi dei due lo sia realmente.
Una storia triste, ma che ben mostra quanti siano gli aspetti della violenza e soprattutto come gli adulti siano responsabili di certe scelte e comportamenti dei bambini, perché per essi sono modelli.