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Il ponte sul fiume Kwai

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Fin dove la dignità e il rispetto verso se stessi e il proprio ruolo possono arrivare? Fin dove l’onore personale può essere anteposto al compimento del proprio dovere? In guerra può esistere una morale e ci può essere qualcosa di più elevato per far sì che non si perda la dignità dell’essere umano in mezzo a tanti orrori?
i colonnelli Saito e Nicholson, protagonisti di Il ponte sul fiume KwaiQuesti sono alcuni degli interrogativi che ci si pone una volta terminata la lettura di Il ponte sul fiume Kwai di Pierre Boulle, storia di guerra ambientata in Malesia nel 1942. Un romanzo ben curato, dove ben si evidenzia il vissuto dell’autore: laureato in ingegneria, vissuto per anni in Malesia, durante la Seconda Guerra Mondiale fece parte della resistenza indocinese contro l’invasore giapponese, partecipando a diverse missioni rischiose. L’esperienza maturata, al suo ritorno in Francia nel 1948, lo portò a scrivere diversi libri: William Conrad fu il primo ed ebbe successo, ma ancora di più lo ottenne il suo secondo, per l’appunto Il ponte sul fiume Kwai.
I soldati inglesi, comandati dal colonnello Nicholson, sono prigionieri dell’esercito giapponese e costretti a sottostare alle dure regole e ai lavori che il colonnello Saito esegue in nome del suo imperatore. Obbligati alla costruzione di un ponte sul fiume Kwai su cui deve passare la ferrovia, fin dai primi giorni di prigionia ci sono degli scontri: da una parte il colonnello Saito che vuole imporre il suo ruolo con spietata crudeltà, volendo dimostrare la superiorità dei giapponesi vincitori sugli inglesi, dall’altra il colonnello Nicholson con il suo senso dell’onore e del rispetto dei ruoli e delle regole. Inizia così tra i due un estenuante braccio di ferro con il primo che mette in pratica ogni escamotage a sua disposizione (percosse, minacce di morte, rinchiudere in una capanna con il minimo indispensabile di acqua e cibo per sopravvivere) e il secondo che si limita a resistere e mantenere la sua posizione. Di fronte a tanta determinazione e al forte carisma dell’inglese, al colonnello Saito non resta che cedere, permettendo così al colonnello Nicholson di far sì che gli ufficiali inglesi non lavorino, ma si limitino a dare gli ordini ai loro sottoposti.
Ma questo non è che l’inizio. Di fronte al modo di lavorare dei giapponesi e alle loro incapacità, in Nicholson scatta l’orgoglio inglese di dimostrare le proprie capacità, di compiere al meglio un lavoro. E’ così che il colonnello inglese riesce a far accettare il proprio modo di lavorare e di realizzare il ponte. E poco importa se così facendo si aiuta il nemico, perché ciò che più conta per il colonnello è dare uno scopo ai propri soldati, tenere alto il loro morale. Ma c’è anche dell’altro: in quanto fa Nicholson c’è un forte senso dell’onore, del rispetto delle regole, del far bene le cose che va oltre il patriottismo, ma soprattutto con la costruzione del ponte c’è il sentore di creare un’opera che resterà e sarà apprezzata e utilizzata da altri.
Non stupisce quando il commando guidato da Shears, giunto per far saltare il ponte e aiutare la resistenza indocinese, viene fermato proprio dall’intervento del colonnello Nicholson, arrivato a opporsi pure ai propri connazionali per non vedere distrutto il proprio lavoro.
Al termine di Il ponte sul fiume Kwai non è facile scegliere da quale parte schierarsi, se da quella di Shears che cerca di fermare i giapponesi (schierati dalla parte dei Nazisti) o da quella del colonnello Nicholson con la sua condotta, l’essere fedele a un codice che rispetta l’onore e la dignità. Di certo si è di fronte a un’ottima lettura, capace di porre interrogativi e riflessioni non solo sulla guerra, ma anche sul tipo di scelte che un uomo può compiere, proprio come fa il dottor Clipton dinanzi al modo di fare del suo superiore.

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