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Conoscenza perduta

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Quanta conoscenza perduta c’è nella storia dell’uomo?
Ci si è mai soffermati a riflettere su questo?
Se ci si pensa, già quando muore un singolo individuo si perde l’esperienza accumulata in tutta una vita e anche se l’individuo scomparso avesse raccontato ad amici e parenti quanto vissuto, nel giro di una/due generazioni questa andrebbe dimenticata e persa. Nel caso lasciasse qualcosa di scritto, come succede con autobiografie di personaggi noti, la conoscenza del suo vissuto potrebbe perpetrarsi un po’ più a lungo; ma va tenuto conto che un individuo non racconta tutto quello che ha appreso, specie per quanto riguarda le esperienze strettamente personali, e questa è irrimediabilmente conoscenza perduta, che andrà scoperta nuovamente da ogni singolo quando rivivrà esperienze analoghe. Anche lasciando qualcosa per iscritto, le esperienze passate vengono dimenticate, soprattutto vengono dimenticate le lezioni che hanno da dare, come purtroppo accade, basta vedere come le promesse fatte nel 1945 di non ripetere più gli orrori della Seconda Guerra Mondiali e poco più di quarant’anni dopo si sono ripetuti in quella guerra che ha diviso la Jugoslavia.
Anche se è brutto dirlo, questo è purtroppo qualcosa d’inevitabile, dato che sembra esserci qualcosa nella mente dell’uomo che spinge a dimenticare, specie le esperienze e gli eventi più nefasti, quando la memoria di ciò dovrebbe essere invece ben salda.
Ma quando è la conoscenza di un’intera civiltà, un popolo, ad andare perduta?
Si pensa a quale patrimonio l’umanità deve fare a meno? Che cosa porta questa perdita? Soprattutto, che cosa la causa?
Alle volte può essere una catastrofe naturale. Anche se per molti si tratta solo di un mito, basta pensare ad Atlantide: tra le varie storie sulla sua scomparsa, si racconta di una catastrofe che l’ha completamente spazzata via, lasciando di lei solo il ricordo, cancellando tutto il sapere che era a sua disposizione (un sapere che si narra ben più avanzato di quello attualmente in possesso dell’umanità). Senza scomodare il mito, basta pensare alla civiltà cretese, distrutta da un terremoto: è vero che non è scomparsa del tutto, ma è anche vero che dopo il disastro non è più riuscita a riavere il fasto di prima e parte del suo sapere è andato perduto.
Il più delle volte però la causa della perdita di conoscenza è dovuta all’uomo e sempre per via di guerre, di conquista, di sopraffazione.
rogo di libri da parte dei nazisti E’ vero che i conquistatori hanno anche saputo inglobare il sapere degli sconfitti, come hanno fatto per esempio i romani con la cultura greca, apprendendo molto dal popolo conquistato, ma il più delle volte alla conquista è seguita la perdita. Non va dimenticato quello che ha fatto la Cina, che con i suoi vari governi ha distrutto interi patrimoni del passato.
Quante storie, lingue, sono andate perdute in questo modo?
Basta pensare ai nativi americani, scacciati dalle loro terre, rinchiusi in riserve quando non uccisi: un popolo spezzato, dove, dopo la morte degli anziani, il sapere delle tradizioni non è stato portato avanti dai giovani, andando così perduto, e ora rimane solo qualche frammento di ciò che si sapeva un tempo.
Adesso si può obiettare che se avessero avuto la tecnologia di cui ora si è in possesso, niente sarebbe scomparso. Ma se ne è davvero sicuri?
La tecnologia è volta sempre a evolvere, a creare cose nuove, ma spesso si dimentica, od omette volontariamente, di creare dispostivi che possano essere compatibili con quelli precedenti, facendo così perdere quanto era connesso a essi; qualcosa che va perduto in nome del consumismo e della ricerca di accumulare sempre più denaro che si nasconde dietro la maschera del progresso. E’ risaputo che a seguito di tale spinta si vorrebbe rendere tutto digitale, informatizzare ogni cosa (riviste, libri), in modo da non avere più nulla di materiale, così da rendere tutto più veloce e avere meno problemi di spazio e di consumo di materie prime.
Ma che cosa succederebbe se si perdessero i dispositivi per visionare i dati, se si perdesse il saper usare tale tecnologia o più semplicemente non si avesse più modo di alimentarli?
La conoscenza accumulata sarebbe qualcosa d’inutile, un grande tesoro cui nessuno potrebbe accedervi.
Su queste fondamenta si basa la trilogia di Il Viaggio della Jerle Shannara di Terry Brooks. Ben inferiore rispetto al ciclo precedente degli Eredi, con una trama meno strutturata e complessa e una caratterizzazione dei personaggi molto al di sotto di quanto l’ha preceduto (tra tutti l’unico che spicca e ha un qualche spessore è Truls Rohk), dove Brooks riesce a rovinare uno dei protagonisti che meglio è riuscito a tratteggiare in precedenza (Walker Boh), questa serie tuttavia riesce ben a mostrare come le conoscenze di civiltà del passato possano andare perdute. Il gruppo partito dalle Quattro Terre per Parkasia, alla ricerca di un tesoro (il sapere accumulato prima delle Grandi Guerre), dopo aver superato pericoli e orrori di ogni sorta, si ritrova a raggiungere l’obiettivo e a non poter farlo proprio, dato che non ha i mezzi per utilizzare i dispositivi tecnologici in cui la conoscenza è contenuta: i personaggi sopravvissuti hanno tra le mani tutto il sapere del passato e non possono farsene assolutamente nulla.
Quello di Brooks è un ciclo di fantasia, ma alcuni aspetti di quello che narra non sono qualcosa d’impossibile: che cosa accadrebbe se il mondo che noi conosciamo venisse distrutto da una grande guerra (cosa tutt’altro che improbabile, visto quello che sta accadendo e visto cosa ha insegnato la storia) e le generazioni nate dopo il conflitto, senza insegnamenti, trovassero i resti del sapere attuale?
La stessa identica cosa.
Fatto che è già accaduto: l’uomo si è diverse volte trovato di fronte a testi di lingue morte di cui non conosce nulla, perdendo così tutto quello che avevano da trasmettere.
Per quanto l’uomo si gongoli delle proprie scoperte, il successo di ciò che porta alla luce è inferiore alla perdita delle conoscenze che gli scivolano dalle mani e finiscono nell’oblio, spesso perdute per sempre.

Il business degli animali domestici

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Collare Swaroski per canePer chi possiede un animale domestico, prendersi cura della sua alimentazione e salute è una responsabilità doverosa: chiunque voglia averne al proprio fianco deve essere consapevole. Una sottolineatura che non dovrebbe essere necessaria, dato che chi sceglie di avere con sé un animale dovrebbe farlo per affetto e quindi dovrebbe essere un automatismo prendersi cura dell’amico a quattrozampe; una cosa che è poi così scontata, visto il livello d’irresponsabilità che esiste e che si prende un animale per un capriccio del momento o per seguire le mode.
Occorre osservare che sugli animali domestici, negli ultimi anni, è sorto un business che gioca sull’affetto delle persone che provano nei loro riguardi; essendo nell’Era dell’Economia può sembrare normale, ma a tutti gli eccessi c’è un limite.
Se è giusto cercare di dare all’animale l’alimentazione migliore e più equilibrata per il suo metabolismo e le cure adeguate per mantenerlo in salute e prevenire malattie, risulta assurdo il corollario che si è sviluppato per sfruttare la sensibilità di chi gli vuole bene.
Oltre agli integratori, ai cibi biologici, dietetici e quelli adatti alle intolleranze alimentari, sorgono ora le ricette cinque stelle con salmone, cervo, torte salate di pesce, per non parlare della cioccolata, del gelato e della birra studiate appositamente per loro.
Restando in tema di salute, oltre al sorgere di cliniche veterinarie, quando un tempo era già tanto trovare un ambulatorio, le industrie farmaceutiche hanno inondato il mercato con ogni sorta di farmaco, dai tradizioni a quelli omeopatici e fitoterapici. Si passa poi ai massaggiatori, agli addestratori, ai comportamentalisti e agli psicologi per arrivare alle palestre, alle piscine e alle discoteche per cani e gatti.
Per non parlare di canali radio e televisivi, siti internet, app di vario per telefonino (da quelle che elaborano le foto ai geolocalizzatori a quelle che segnalano le zone a rischio leishmaniosi) riservati solo ai pets, senza dimenticare le riviste e i manuali riservati alla cura del proprio animale.
E dopo le necessità (cibo e medicine, anche se alcune risultano essere eccesive e non indispensabili), non può mancare il superfluo, con collari (alcuni con tecnologia per tradurre latrati e miagolii in parole), cappotti, cucce di ogni genere, specialmente quelli di lusso, griffati e pure con Swarovski: ai gadget per animali non c’è limite, andando ad arricchire pet boutique e shop on-line.
Il corollario di oggetti per animali appare infinito, ma si corre il rischio di farsi prendere la mano pensando di fare il bene per il proprio animale, quando invece ci si allontana da ciò che è fondamentale e importante: per l’animale tutti queste cose non contano nulla, quello che lui vuole è la compagnia e l’affetto del compagno umano, del passare tempo assieme a lui, di avere attenzione, fare passeggiate nel verde e stare a contatto con la natura. Si sbaglia se si pensa di poter comprare l’affetto di un animale, come spesso si fa con le persone, quando invece all’amico a quattrozampe bastano poche cose: essere accudito, giocare insieme a lui, fare una passeggiate ed essere carezzato. Occorre rispettare la sua natura, il suo essere animale, non cercare di umanizzarlo, stravolgendo quello che è realmente.
E infine, dopo tutto ciò, che è quanto conta veramente, smettere di farsi sfruttare per arricchire altri che vogliono fare del legame di fedeltà e fiducia un business.

Il lupo dei Drenai

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il lupo dei drenai di David GemmellIl lupo dei Drenai di David Gemmell vede come protagonista Waylander, un assassino che è quasi leggenda, vivere lontano dal mondo, sotto falsa identità, dopo la scomparsa della moglie, perso nel passato e nella tristezza, occupandosi della figlia rimastagli al fianco, Miriel, dopo che la gemella si è sposata e si è fatta la propria vita. Un’esistenza tranquilla e malinconica, fino a quando non gli vengono sguinzagliati contro dei sicari per eliminarlo.
Questo è quanto fin da subito viene mostrato in Il lupo dei Drenai, senza colpi di scena, senza misteri: tutto è chiaro e ci si aspetta, nello svolgersi della trama, uno scontro epico tra Waylander e i tre micidiali assassini che gli stanno dando la caccia. Aspettativa ben presto disillusa, sia perché Waylander dimostra capacità fin troppo superiori, quasi sovrumane, anche se non possiede alcun tipo di magia, sia perché i tre o dimostrano di non essere così forti come sono stati raffigurati o finiscono con schierarsi con il lupo dei Drenai in un disegno più grande e complesso.
E’ così che con Miriel, Belash, Senta e Angel, Waylander si ritrova invischiato in una guerra di macchinazioni e potere tra i Nadir, i Drenai e i Gothir, dove il vero nemico si nasconde nell’ombra e orde le sue trame alle spalle di tutti. Una lotta che vedrà crudi combattimenti e poteri arcani all’opera, dove sono usate motivazioni ben conosciute per lo svolgersi dell’intreccio narrativo: l’avverarsi di una profezia che vede in futuro l’unione di un grande popolo, la sete di conquista, il raggiungimento del potere assoluto, il possedere giovinezza e vita eterna.
In alcuni punti il romanzo può mostrare delle forzature, essere quasi sbrigativo (esempio, quando Belash si unisce a Waylander) nel far accadere gli eventi, ma nel complesso dimostra una struttura solida, ben congeniata, con i personaggi mossi da motivazioni credibili e giustificate, rendendo la lettura scorrevole e piacevole, senza scadere ed essere banale, come già visto con Gemmell.

Italiani

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Il tempo passa, ma ci sono pensieri che si ripetono. E’ interessante osservare come ci sono cose che non cambiano, come ciò che c’era quarant’anni fa si ripete oggi in Italia.
Mi ripeto queste cose ma poi mi arrendo: Goldrake mi piace semplicemente perché i buoni prevalgono sui cattivi. L’ho fatto confessare anche ad altri habitués delle ore 19, bambini di 15 anni o di quaranta: riconoscono che Goldrake, Venusta, Alcor, il dottor Procton sono simpatici e per di più belli mentre re Vega, Gandal e gli altri extraterrestri sono crudeli, orribili e odiosi. Non c’è bisogno di scomodare Freud: il successo di Goldrake è un successo da arrivano i nostri.
Nella realtà i «nostri», dunque, non arrivano mai perché sono troppi i «loro». E allora ecco qua Goldrake, una specie di «nostro» collettivo che disintegra un cattivo collettivo. E’ una ventata di puro manicheismo, cioè tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra.
Anni fa i cinematografari si accorsero che questo meccanismo era troppo ingenuo: gli eroi troppo eroi, i vigliacchi troppo vigliacchi aveva stufato, la gente non ci credeva più. E così arrivarono i film con i personaggi più problematici, buoni con un briciolo di crudeltà o perversi con sprazzi di umanità.
Sono durati poco: oggi la gente non va più per il sottile nel giudicare torti e ragioni, la rabbia è un coltello che taglia netto. E così Goldrake, spazzando via le sfumature psicologiche, ripropone – scolpiti con l’accetta – i buoni e i perversi di una volta.
Gli italiani di oggi, dicevo, sono in guerra con tutto i con tutti anche con se stessi, magari perché si. sono lasciati turlupinare con i Buoni del Tesoro o anche perché si accorgono, in brevi lampi di sincerità, di essere contraddittori, cioè di predicare bene e razzolare male. Con ossequi ciao di Luca GoldoniPer, fare un esempio io ho scritto che il modo migliore di mostrare la propria gratitudine a qualcuno per Natale era dl inviargli una busta con dentro una ricevuta e un biglietto: «Ho versato a suo nome questa somma all’UNICEF». Poi ho dovuto scrivere un articolo su un altro argomento, mi sono dimenticato della mia nobile proposta e ho fatto inutilissimi regali.
Forse guardo Goldrake perché infantilmente parteggio per quei «nostri» che sono anche dentro di me.

Questo scriveva Luca Goldoni nel libro Con ossequi ciao (i brani sono presenti nella copertina), pubblicato nel 1979 da Rizzoli, ma è ancora attuale: gli italiani vogliono le cose semplici, ben definite, vogliono che qualcuno li salvi e risolva tutti i loro problemi. In tutti questi anni non hanno ancora capito che bisogna darsi da fare in prima persona, giudicare e condannare i sistemi sbagliati e non invece continuare a perpetrarli. Ma come già detto nel brano riportato, gli italiani sono un popolo contraddittorio, che non sa prendere in mano la propria vita e opporsi con determinazione a tutte quelle figure che perpetrano ingiustizia e svilimento, permettendo che sempre si ripetano i soliti sporchi copioni.

Erikson vs Martin

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Mettere a confronto due opere, anche se appartenenti allo stesso genere, di autori diversi non è mai facile e così è anche nel raffronto fra La Caduta di Malazan di Steven Erikson e Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R Martin.
Entrambe sono saghe molto lunghe, ma mentre la prima è arrivata a conclusione (Erikson le ha dato conclusione nel 2011, ma in Italia a seguito del fallimento della ce che la traduceva, Armenia Editore, è ferma a metà dell’ottavo volume), la seconda è ancora ben lungi dall’esserlo, con l’autore che ha messo troppa carne al fuoco e ha perso le fila della trama (succede quando non si parte con un progetto ben definito da subito).
DeadHouse Gates1La Caduta di Malazan è ricca di magia e creature magiche, nelle Cronache la presenza di tali elementi è di gran lunga inferiore; ma mentre nell’opera di Erikson questi elementi sono parte fondamentale del passato del mondo in cui si svolgono le vicende e delle mire di ogni parte in causa (eserciti, imperi, dei), in quella di Martin dominano gli intrighi politici e le relazioni passionali e sessuali dei personaggi: anche nel lavoro di Erikson il sesso è presente, ma non è usato per compiacere e attirare lettori come furbamente fa Martin.
La copertina italiana di La Dimora Fantasma (Deadhouse Gates) di Steven EriksonErikson crea un mondo ricco di storia, complesso, dove ci sono complotti e intrighi, ma che soprattutto è pieno di epicità, dimostrando una complessità e una grandezza che si scopre sempre più andando avanti nella lettura dei volumi; Martin realizza un mondo e una storia poco originali, fatti d’intrallazzi politici fangosi che ricordano tanto lo stato in cui purtroppo versa l’Italia da parecchi anni a questa parte.
Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco hanno un maggior seguito di La Caduta di Malazan grazie alla realizzazione della serie televisiva, ma anche perché risulta essere, più che un’opera di genere fantasy, un’opera commerciale che si adegua a quello che la maggior parte dei lettori ora vuole (sesso e intrallazzi).
In comune le due saghe hanno di aver subito analogo trattamento dall’editoria italiana: copertine non all’altezza quando non sono state mediocri, traduzioni spesso contestabili (la traduzione più corretta del lavoro di Erikson sarebbe Il Libro dei Caduti di Malazan, in riferimento a tutti i morti avvenuti nella storia, o Il Libro del Caduto di Malazan, in riferimento al Dio caduto in disgrazia; al lavoro di Martin è andato anche peggio, con cervi che diventano unicorni per rendere il tutto più fantasy, tanto per dirne una), romanzi unici spezzati in due o tre parti e ogni parte fatta pagare come se fosse l’opera unica.
A livello di stile e intreccio si presentano invece delle differenze. Martin ha un modo di scrivere più immediato, sa ben caratterizzare i personaggi (come ha sempre dimostrato e che ha saputo meglio in altre opere: Le Cronache, benché siano il suo lavoro più conosciuto, non sono quello migliore, solo il più commerciale), mentre Erikson può risultare più freddo e criptico, ma solo perché sta mettendo sul tavolo della sua storia i pezzi per far comprendere la grandiosità del mondo che vuole mostrare. Una scoperta che man mano che avviene fa rendere conto di quello che si ha davanti e di cosa sta trasmettendo: in questo influisce molto il fatto che lo scrittore canadese sia archeologo e antropologo, dando alla saga un ulteriore spessore.
E’ logico che nella scelta fra le due opere il gusto personale influisca, ma se si dovesse dare un giudizio oggettivo tra questi due autori e i loro lavori, il tutto si può riassumere in poche semplici parole: Martin è furbo, Erikson è onesto.
La vera differenza tra i due è tutta in questo punto.
Martin, dopo aver criticato e non apprezzato il fantasy, si è messo a scriverne perché a un certo punto è divenuto il genere che andava per la maggiore. Malgrado qualche buona idea, non aveva le idee chiare di cosa scrivere, perdendo il bandolo della matassa e procrastinando una conclusione dell’opera che non si sa quando avverrà, tirando per le lunghe e facendo passare anni tra un volume e l’altro, senza dare svolte significative alla trama.
Erikson fin da subito è stato uno scrittore di fantasy: sapeva come e di cosa voleva parlare, avendo le idee chiare del progetto che voleva realizzare. Dimostrando rispetto per i lettori e professionalità, ha rispettato i tempi degli accordi presi con l’editore, realizzando romanzi di quasi mille pagine l’uno ogni anno, mantenendo sempre alta la qualità della scrittura e della trama.
Se Martin ha venduto più di Erikson, non è stato certo perché il suo è un lavoro migliore o perché ha più talento: semplicemente ha fatto il furbo, dando quello che più vuole la maggior parte del pubblico, ovvero sesso e intrallazzi, come spesso si vede in tante soap opere. Spesso le vendite di un’opera dipendono da quanto il pubblico riesce a recepire, dalla sua intelligenza, dalla sua consapevolezza, basta vedere cosa è successo a suo tempo a Melville quando ha pubblicato Moby Dick: l’opera allora gli stroncò la carriera, mentre dopo la sua morte fu ritenuto un capolavoro e venne letto da milioni di persone, dandogli il giusto successo che si meritava.
Dopo tali considerazioni, spetta a ogni lettore fare la sua scelta. La mia l’ho fatta da tempo, dato che sono per l’onestà.

Archetipi - L'Orfano

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L’Orfano è una delle figure più antiche che esistono sulla Terra, le cui storie sono raccontate in ogni forma, in ogni civiltà, in ogni tempo. Guerre, epidemie, carestie, fato avverso, crudeltà umana: le cause che rendono i bambini orfani sono molteplici.
Un esempio famoso, la cui conoscenza è millenaria, è Mosè, abbandonato nelle acque del fiume Nilo per scampare alla persecuzione del Faraone e poi raccolto dalla figlia del sovrano e cresciuto a corte, divenendo poi colui che avrebbe salvato il popolo di origine dalla schiavitù, conducendolo verso la Terra Promessa. Mosè incarna perfettamente l’Orfano che ha sviluppato interdipendenza e cooperazione (è infatti grazie a lui e all’aver ascoltato e accolto la parole di Dio, che si riesce a mettere in atto il piano salvifico del popolo ebraico, cosa che da solo, senza un aiuto, non sarebbe mai riuscito a mettere in pratica): è l’Orfano che è andato oltre la sua condizione.
Ma l’Orfano non è solo questo: per arrivare a questo punto c’è tutto un cammino di crescita e comprensione.
Gatsu, protagonista del manga Berserk, da bambinoUn ottimo esempio di ciò è Gatsu, protagonista del manga Berserk di Kentaro Miura: l’autore è riuscito perfettamente a mostrare le condizioni in cui da bambino è vissuto e come è stato trattato per la sua condizione. Nei capitoli di Gatsu bambino, viene mostrato l’abbandono e il tradimento che il personaggio subisce, avendo dimostrazione che la vita è dolore, facendogli perdere fiducia verso il prossimo, al punto che non solo non vuole legami, ma non sopporta neppure il semplice contatto fisico di altri individui. Gatsu cresce con la convinzione di dover essere autonomo a tutti i costi, rimboccandosi le maniche e rialzandosi da ogni caduta con le sole proprie forze. Un modo di fare dovuto alle continue rinunce e privazioni, che l’hanno portato alla perdita della speranza, divenendo freddo, cinico, diffidente.
Un altro esempio vicino, per quanto ho realizzato, è Periin, personaggio di Storie di Asklivion – Strade Nascoste; anche se va detto che Periin non rappresenta solo questo archetipo, ma anche altri, come a esempio il Guerriero. Specie nelle vicende che lo vedono coinvolto con gli altri personaggi nella ricerca per l’Ordine, questo lato di sé viene a galla; soprattutto vengono mostrate le ragioni che l’hanno portato a essere quello che è. E’ così anche per Guerriero in L’Ultimo Potere, ma se non si è perso come può succedere all’Orfano, è perché, anche se senza genitori, ha avuto Vecchio che si è occupato di lui (come ha fatto il tutore di Periin, anche se non è stata certo la figura paterna che ci si poteva aspettare; ma in certi tempi si fa quello che si può con quello che si ha).
E’ chiaro che l’Orfano, proprio per le ragioni dimostrate finora, ha bisogno di fiducia e protezione per divenire un individuo maturo e responsabile e non crescere un essere vuoto, senza identità e carattere che si adegua alle icone imposte dalla società del tempo, come purtroppo la realtà attuale ne dà triste esempio.

Contraddizioni della politica sul mondo del lavoro

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Che l’Italia sia il paese delle contraddizioni è risaputo.
Che chi è al potere voglia far passare le cose per altre è un altro dato di fatto.
Proprio per questo non stupisce che, governati da gente inadatta al ruolo, il paese sprofondi sempre di più e non si riesca a vedere la luce in fondo al tunnel, ma solo il buio sempre più denso dell’abisso verso cui si è diretti.
Non ci si sorprende che si vada male dopo che laureati in economia fanno i controlli del funzionamento di apparecchiature mediche (esempio per far comprendere come si mettano in determinati ruoli persone che nulla hanno a che fare con essi).
E non stupisce che ci siano sempre più disoccupati nel nostro paese e la produttività sia sempre in calo: di veri imprenditori non ce sono più molti, solo gente che vuole fare gli imprenditori, guadagnando il più possibile sulle spalle degli altri. L’unica cosa che si sa fare, è dare la colpa dello stato del mondo del lavoro alle poche tutele rimaste dei lavoratori, che si sono trovati anno dopo anno a lavorare sempre peggio, con meno diritti, meno soldi e meno libertà, dato che si vuole che lavorino sempre di più con stipendi sempre più bassi.
Il governo Renzi (sempre più simile a quello di Berlusconi, dato che sfrutta massicciamente i mezzi di comunicazione e difende i poteri e gli interessi forti), per risolvere la situazione, come altri che l’anno preceduto, si accanisce contro l’art.18, additandolo come il male, la causa del non assumere, ritenendo che la sua eliminazione possa portare più assunzioni. Questa è una contraddizione: riprendendo le parole di un comico, è come “trombare per mantenere la verginità”.
Altra contraddizione delle proposte del governo, per tutelare i lavoratori e far sì che siano assunti a tempo indeterminato invece che con altri contratti, dare degli indennizzi, delle agevolazioni alle ditte se assumo in questo modo. Ma se si elimina l’art.18 e l’imprenditore può licenziare come e quando vuole, che tutela è per il lavoratore? Questo serve solo ad aiutare ulteriormente il datore di lavoro, dimostrando nuovamente da che parte sta il governo, se c’erano dei dubbi.
Ma la contraddizione più grande, è che chi fa le leggi sul mondo del lavoro non ha mai lavorato un giorno in vita sua (Renzi è uno, ma ce ne sono tanti altri al governo), non è mai stato in una ditta a farsi più di otto ore al giorno di lavoro, non conosce le condizioni di come si lavora, non sa nulla del costo della vita e delle difficoltà cui devono far fronte: non è possibile (ma invece succede) che chi non sa nulla di una questione, decida e legiferi su di essa.
In tutto questo svilire e prendere in giro, non si è ancora capito che occorre tutelare le risorse che si hanno e le risorse sono appunto le persone: sono loro il patrimonio, la ricchezza che si dispone.
L’errore che si è fatto e voluto fare (perché a suo tempo considerato troppo vicino al comunismo) è riconoscere che l’Italia è un paese basato sul lavoro, mentre invece è una nazione basata sui lavoratori: sono loro ciò che la valorizza.
Quello che non si capisce e non si vuole capire, è che non devono essere in pochi ad arricchirsi, ma permettere che tutti abbiano la giusta parte: se si distribuisce la ricchezza, questa aumenta, non diminuisce. E’ invece per la cupidigia di pochi e il loro spregio verso gli altri e il sentirsi sopra di loro, che le cose vanno male.
Di fronte a fatti del genere, sarebbe giusto che tutte le persone in Italia smettessero di lavorare e che a queste condizioni a lavorare ci vada chi ha voluto questo sistema, per comprendere (se ne sono capaci) che cosa hanno creato.
Il disastro del VajontMa che aspettarsi da un paese che non vuole tutelare e non sa tutelare neppure se stesso, neppure ciò che lo contraddistingue (vedere la puntata di Report dedicata alla realizzazione della pizza, tanto per fare un esempio)?
Il quadro non è buono. Non è dato sapere con precisione se ci sarà una tragedia sociale, ma gli elementi non fanno presagire nulla di buono, proprio come è accaduto il 9 ottobre di cinquantuno anni fa con la tragedia del Vajont. Una tragedia non causata dalla natura, ma causata dall’uomo per denaro, dove per l’interesse economico di pochi, la verità sul pericolo di quanto stava venendo realizzato venne taciuta e si andò avanti fregandosene di chi metteva in guardia, anzi, mettendolo a tacere: a causa di ciò, migliaia di persone morirono.
Un disastro annunciato. Proprio come quello che stanno realizzando le forze politiche italiane da anni sul lavoro e sulla condizione sociale della popolazione.

Stato dei lavori

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In un altro post, ho parlato dello stato dei lavori delle opere che sono impegnato a realizzare.
Il lavoro su Non siete intoccabili è terminato. Anche se visto quanto fatto non si può più parlare di Non siete intoccabili: delle parti dell’opera sono state mantenute, ma è divenuto qualcosa di nuovo. I personaggi hanno ora connotazioni differenti, si presentano, parlano, pensano, agiscono in maniera diversa; scene sono state cambiate ed eliminate. Le ragioni e le cause di certe azioni sono mutate, dando una connotazione completamente diversa all’opera, al punto che c’è stato bisogno di cambiare titolo, dando al romanzo un nome nuovo.
Un lavoro che mi ha soddisfatto sia per il miglioramento di stile, di caratterizzazione dei personaggi e di approccio alla storia, sia perché ora il romanzo è maggiormente integrato in quell’insieme che è il raccontare gli eventi che si svolgono nell’arco narrativo della Caduta e si riallaccia in modo migliore agli eventi di L’Ultimo Potere e L’Ultimo Demone; è stata proprio la realizzazione di L’Ultimo Demone a permettermi di fare chiarezza su quello che doveva essere l’inizio di quanto accaduto alla Terra che ho descritto e a rendere quest’opera un’opera migliore.

Non l’avevo messo in preventivo, ma anche Storie di Asklivion – Strade Nascoste ha subito una revisione: meno totale di quella effettuata su Non Siete Intoccabili, ma comunque un lavoro di una certe entità. A livello di trama le cose non sono state cambiate; piuttosto è stato cambiato l’approccio delle vicende avvenute nei primi capitoli del romanzo. Il lavoro effettuato ha conferito una maggiore sintesi all’opera, mantenendo i punti salienti che permettono di delineare i personaggi ma eliminando quelle parti che rallentavano la trama, permettendo così al lettore di entrare fin da subito nel vivo della storia. A differenza di Non Siete Intoccabili, eliminare delle parti è stato più difficile, ma è stato necessario perché, anche se facevano comprendere in modo più approfondito il mondo, non erano indispensabili alla storia, portando a dilungarsi con il rischio di far perdere interesse.
Sistemato questa parte, al momento sono impegnato nella rilettura di Storie di Asklivion – Strade Nascoste: sia perché con l’esperienza acquisita in questi anni posso a livello di stile dare una maggiore sintesi a dialoghi e descrizioni, sia perché, per quanto si ponga attenzione, purtroppo qualche refuso sfugge sempre.
E mentre sono impegnato in questo lavoro, prendo appunti per lo sviluppo delle altre opere che ho in progetto di realizzare.

The hawk and the moon

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