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Magia, tra figure storiche e immaginate – 2

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Faust e MefistofeleLa magia non è solo qualcosa d’innato come spesso si vede, può essere appresa tramite conoscenza o patti con potenze ultraterrene. Una delle figure più famose è Faust (si dice fosse mago e negromante), personaggio del XVI sec. presente in molte storie che vendette la propria anima a Satana in cambio di giovinezza, sapienza e poteri arcani. Per alcuni fu un malvagio senza speranza di redenzione destinato alla dannazione eterna, per altri fu il simbolo di eroica e non peccaminosa ricerca di conoscenza e potere, degno di salvezza, come mostrato dal poema drammatico scritto da Goethe che porta appunto il nome di tale personaggio. Quale che sia l’opinione, il patto con forze oscure ha origini antiche e appartiene alle credenze religiose sia ebraiche sia cristiane.
Oscuro come lo è la negromanzia, l’arte magica legata ai morti, la magia nera, conosciuta fin dall’antica Grecia dove si scendeva nell’Ade per consultare i defunti, come fa Ulisse quando è sull’isola di Circe. Ma la negromanzia non è solo divinazione: nella sua connotazione più conosciuta è legata al riportare in vita i morti, a usarli per i propri fini, quale a esempio fare del male a un nemico.
Famoso come Faust fu Cagliostro (il cui vero nome era Giuseppe Giovanni Battista Vincenzo Pietro Antonio Matteo Balsamo), oltre che per le truffe, soprattutto per la pratica dell’alchimia, conosciuta in tutto il mondo per il cercare di creare la famosa pietra filosofale, una sostanza capace di trasformare i metalli comuni in oro, bloccare i processi d’invecchiamento e restituire la giovinezza, creando così l’elisir di lunga vita.
Fullmetal AlchemistProprio la pietra filosofale è al centro delle vicende del primo volume della saga di Harry Potter, dove Voldemort cerca d’impossessarsene per tornare in vita, dato che si trova in una condizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questo ricorda che uno degli obiettivi degli alchimisti era trovare una tecnica per produrre artificialmente la vita umana, i cosiddetti homunculus, che sono al centro delle vicende, come l’alchimia e appunto la famosa pietra filosofale, del manga di Hiromu Arakawa, Full Metal Alchemist. In esso viene mostrato il processo di creazione dell’homunculus descritto da Paracelso, personaggio vissuto nel XVI secolo, i cui studi nel campo della medicina influenzarono Mary Shelley nella creazione del romanzo Frankenstein.
Oltre al fumetto e all’anime tratto da esso, esiste un film, Fullmetal Alchemist – The Movie: Il conquistatore di Shamballa, sequel della prima serie televisiva, dove le vicende si sviluppano in parte nel mondo terrestre, di preciso nella Germania del 1923, dove i tedeschi stanno cercando di aprire un portale per raggiungere Amestris (nazione dei protagonisti della storia), ritenuta però da loro la famosa Shamballa (già citata nell’articolo all’inizio), luogo dove sono convinti di trovare straordinari poteri utili alla loro causa. In tale opera viene mostrato un elemento interessante della storia recente: la Società di Thule, fondata nel 1910 da Felix Niedner, che influenzerà il nazismo sia per quanto riguarda il desiderio di dominio sul mondo, sia per la predicazione dell’esistenza della razza superiore formata dagli ariani, ritenuti semidei col compito di liberare il mondo dagli ebrei (si nota che anche Guillermo del Toro con il film Hellboy del 2004 usa per la sua storia tale società). La Thule s’ispirò molto anche al Buddhismo tibetano (deformandone i contenuti) e anche alle dottrine esoteriche di Helena Petrovna Blavatsky che sosteneva di essere in contatto telepatico con gli antichi “Maestri sconosciuti”, i sopravvissuti di una razza eletta vissuta tra Tibet e Nepal, che si sarebbero rifugiati in seguito a una catastrofe nelle viscere della terra, dove avrebbero fondato una civiltà sotterranea, la mitica Agarthi.
L’eredità ideologica della società Thule fu raccolta dal Partito Nazionalsocialista tedesco (NSDAP): Adolf Hitler e il suo movimento forgiarono il loro pensiero e cominciarono la loro scalata proprio all’ombra di personaggi come Glauer ed Eckart, che iniziò il fuhrer alla Società Thule nel 1919. Anche se gli storici preferiscono ignorare tale teoria, ricorre spesso l’idea che l’incubo nazista sia stato un tentativo di creare un’alleanza con forze soprannaturali per avere il controllo del pianeta e non va sottovalutato l’interesse per l’esoterismo che il nazismo aveva già dal XIX secolo. Soprattutto due figure di spicco come Himmler e lo stesso Hitler avevano una forte attrazione per le forze soprannaturali. Il primo fu influenzato dal pensiero di Karl Maria Wiligut e creò nel 1932 l’Ahnenerbe (istituto per ricerche di preistoria, archeologia e misticismo occulto della cultura germanica), che fu la causa degli atroci esperimenti condotti nei campi di concentramento su esseri umani viventi. Il secondo ebbe una forte attrazione per oggetti religiosi sacri leggendari come la Lancia di Longino, il Sacro Graal, convinto che essi potessero conferirgli il potere di dominare il mondo: tale fatto è riportato dalla testimonianza di Ravencroft nel libro The Spear of Destiny, ma non ha basi che trovano sicuri riscontri; tuttavia è innegabile che tutto ciò sia stato fonte d’ispirazione per film come I predatori dell’arca perduta (1981) e Indiana Jones e l’ultima crociata (1989).
Forze provenienti da un altro mondo non furono fascinazione appartenente solo al mondo nazista: nella California degli anni Quaranta, attraverso la magia cerimoniale, Jack Parsons si dedicò al rito occulto conosciuto come Opera di Babalon, avente lo scopo d’evocare un’entità soprannaturale e farla incarnare in forma umana. Secondo alcuni il rituale portò alla creazione di un passaggio che fece accedere alla Terra i Grandi Antichi (o Grandi Anziani, come si vedrà in seguito), creature del caos che ispirarono uno degli autori recenti più conosciuti, Howard Philips Lovecraft. La descrizione e le storie che creò su queste creature sono entrate di forza nell’immaginario umano: esseri enormi e mostruosi che vivono in un universo estraneo e pericoloso, giunti sulla Terra per infestarla e reclamarla come proprietà. Azathoth, dio cieco e idiota, mostro balbettante, incarnazione del caos e della follia. Nyarlathotep, messaggero degli Anziani, appare in tante forme quali giovane o pipistrello nero cono un solo occhio trilobato e può essere evocato con il Trapezoedro splendente. Yog-Sothot, il Tutto in Uno e Uno in Tutto, sovrapponibile allo spazio e a tutto il tempo, la Porta attraverso cui i Grandi Anziani torneranno ad annullare la razza umana. Hastur, colui che non deve essere nominato. Shub-Niggurath, la capra nera delle foreste con mille piccoli. Cthulhu, uno dei Grandi Antichi immaginati da Howard Philips LovecraftCthulhu, mastodontica incarnazione della violenza, giunto sulla Terra da eoni, creatura umanoide ricoperta da scaglie con testa a forma di calamaro dominata da tentacoli, con sulla schiena grandi ali simili a cuoio: creatore della città R’lyeh nel luogo ora appartenente all’oceano Pacifico e che è crollata dopo un cataclisma, portandolo con sé dove ancora aspetta sognando.
Quest’ultima figura è quella che più ha colpito i lettori, perché è ciò che non è morto e in eterno può dormire e in tempi misteriosi persino la morte può morire, come riportato nel famoso Necronomicon, il Libro dei Morti, altra famosa creazione di Lovecraft, talmente ben riuscita che in molti hanno ritenuto e ritengono che sia un libro realmente esistito al pari di The key of Solomon e il Grimoire of Honorius, due tra i grimori conosciuti più celebri, fonti della sapienza dei maghi, delle formule magiche, dell’esecuzione dei riti, degli appelli da fare alle forze divine per effettuare evocazioni. Libro dei Morti che sarà protagonista delle vicende dei film di Sam Raimi, La casa (1982), La casa 2 (1987) e L’armata delle tenebre (1992).
Il divertente di quest’ultima opera è che nonostante le dichiarazioni dell’autore ci sia chi creda davvero nell’esistenza del tomo, malgrado Lovecraft considerasse stupidi e meritevoli di disprezzo occultisti e occultismo, non credendo assolutamente in esso.

Come si è visto finora, la figura del libro in qualsiasi forma e contesto è importante e simbolo di conoscenza e fonte di potere, la chiave per accedere a qualcosa di più grande: ogni religione, cultura, ha avuto i suoi tomi del mistero, colmi di formule segrete, ed è stato naturale che anche la letteratura, specie quella fantastica, ne sia stata influenzata. Il già citato Harry Potter, ma anche il film d’animazione La Spada nella Roccia (1963), per non parlare delle più classiche ambientazioni di D&D, da cui hanno preso origine saghe famose come quelle di Dragonlance create da Margaret Weis e Tracy Hickman, dove i maghi studiano e imparano incantesimi dai volumi custoditi nelle famose Torri della Magia; oppure l’Ildatch, libro con tutta la magia nera dei Demoni capace di dare vita a esseri temibili e malvagi come Il Signore degli Inganni e le Mortombre, creato da Terry Brooks per la sua prima trilogia di Shannara.
La magia viene vista in opere del genere spesso come qualcosa per pochi (salvo rari casi come nel Ciclo di Darksword di Weis e Hickman, dove praticamente sono tutti maghi), per individui che ce l’hanno nel sangue, che sono dotati di particolari capacità fin dalla nascita: è così per i Mistborn di Brandon Sanderson (dove però la “magia” non è conferita da formule o incantesimi, ma dall’ingerire metalli, ognuno dei quali conferisce una determinata capacità), per le Aes Sedai e gli uomini capaci d’incanalare di La Ruota del Tempo. Ma non sempre la forza di usare la magia viene dal mago, come per esempio nel mondo di La via del fuoco, secondo volume della trilogia di Fionavar di Guy Gavriel KayFionavar di Guy Gavriel Kay, dove chi opera la magia ha bisogno di una Fonte cui attingere, ovvero creare un legame particolare con un’altra persona che gli presti la propria energia per lanciare gli incantesimi; in modo simile avviene nel Ciclo di Darksword, dove i maghi, ognuno con una predisposizione in un determinato campo, ha bisogno della classe dei Catalizzatori perché gli diano energia per usare il loro potere.
Come tutte le cose però va ricordato che anche ciò che è molto potente, ha dei limiti (spesso legati alla resistenza fisica e mentale dell’individuo) e dei costi da pagare, dato che il suo uso logora il corpo e prosciuga l’energia vitale (come viene mostrato in Allanon, ultimo dei Druidi, in Le Pietre Magiche di Shannara di Brooks), che crea dipendenza fino a consumare completamente chi la usa. Ma anche se permette di superare molti limiti, non è qualcosa d’onnipotente, incapace di essere fermata: come ogni cosa ha il suo opposto capace di fermarla e annullarla. A esempio la Pietra Nera del mondo di Shannara, che annulla e assorbe la magia facendola confluire nel corpo di chi usa questo oggetto magico; la Spada Nera di Darksword e l’amuleto a forma di volpe che porta al collo Matt Cauthon in La Ruota del Tempo per annullare i flussi di Potere.

Di fronte a questa lunga digressione, la conclusione cui si giunge è che le storie che si sentono sulla magia sono racconti per intrattenere e far passare il tempo, nella migliore delle ipotesi proiezioni della mente umana usate per comprendere attraverso figure archetipe ciò che d’invisibile c’è nell’uomo, come la psiche, la mente: da qualsiasi punto lo si veda, non è qualcosa di reale, per quanti sforzi si siano fatti per dimostrare il contrario.
Invece queste cose ritenute solo frutto dell’immaginazione, entrano a far parte del reale, perché spesso la convinzione, il credere in esse dell’uomo è tale che le vuole rendere vere, portando a compiere atti purtroppo più che concreti. Un esempio sono le sette sataniche, purtroppo diffuse anche in Italia, dove gli adepti che ne fanno parte arrivavano a compiere per attuare i rituali, stupri, orge, omicidi, dando vita ad atrocità che dovrebbero appartenere solamente ai racconti dell’orrore.
Che però il maligno, le forze demoniache, esistano per davvero, non è convinzione solo dei satanisti, ma appartiene alla stessa Chiesa fin da quando è stata fondata, come viene mostrato nei Vangeli, con Gesù che esorcizza un uomo posseduto dal demone Legione (Vangelo secondo Marco 5,1-20, Vangelo secondo Matteo 8,28-34 e Vangelo secondo Luca 8,26-39). Ma non è qualcosa riservato solo alla religione cristiana: in tutte le religioni ci sono state e ci sono persone preposte all’esorcismo degli spiriti maligni che si sono impossessati di donne e uomini, anche bambini. E’ divenuta famosa l’interpretazione di Linda Blair nel film del 1973 L’Esorcista (tratto dal best-seller omonimo di William Peter Blatty), che quando uscì fece tanto scalpore oltre per il vomito verde e teste che si giravano a guardare dietro la schiena, per il fatto che il male prendeva la forma di una bambina, simbolo d’innocenza e candore, e perché a livello sociologico mostrava il ripiegamento della società su se stessa, del suo egoismo e della sua ipocrisia. Ma tali elementi, utilizzati per spettacolarizzare la storia da raccontare, sono lontani da quella che è la realtà: niente di appariscente, perché il Diavolo preferisce agire senza che ci si accorga di lui, come spiegato da Padre Amorth, uno degli esorcisti riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa. Riconoscere una possessione non è facile, spesso si tratta di epilessia, schizofrenia o altri disturbi psichici, ma esistono casi in cui solo attraverso rituali specifici con l’uso di oggetti sacri quali croci, ostie consacrate e acqua benedetta, è stato possibile riportare a una condizione normale individui la cui esistenza era tormentata da forze non spiegabili dalla scienza.

Molti degli argomenti di cui si è parlato possono essere considerate semplici storie, a cui è meglio non credere perché non possono essere confutate dalla scienza, rimanendo solo fantasie o teorie. Di certo, finché l’uomo sarà capace di usare l’immaginazione, la magia esisterà sempre.

Fonti su cui ci si è basati per realizzare l’articolo (apparso sul numero 9 di Effemme):
– Storia dei maghi. Alan Baker. I edizione Oscar Mondadori 2005
– Manuale di storia delle religioni. G.Filoramo, M.Massenzio, M.Raveri, P.Scarpi. Mondadori 1998
– Dizionario universale dei miti e delle leggende. Anthony Mercatante. Mondadori 2002

Ultimi scampoli d'estate

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Italia: sul lavoro, la disonestà, l'immobilismo

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Ci si ritrova in Italia per l’ennesima volta a una nuova (forse però sarebbe più corretto dire vecchia) discussione sulle riforme da fare sul mondo del lavoro. Come ormai succede da vent’anni a questa parte, la questione ruota attorno alla riduzione delle tutele dei lavoratori: può essere messo in tanti modi, ma il fulcro è sempre questo. Ora si parla di contratti a tempo indeterminato con tutele crescenti per i neoassunti, ma non si dice dei modi e tempi in cui queste tutele cresceranno ( il sospetto è che queste saranno le tutele crescenti): si ritiene che togliere tutele e diritti (in stile Marchionne, perché è questo che è avvenuto in Fiat dopo la sua venuta, si vedano le condizioni in cui devono lavorare i suoi dipendenti e come vengono considerati) sia l’unico modo per vincere la crisi, superare la recessione, perché la flessibilità è l’unica soluzione. Senza contare che è quello che vuole l’Europa (così i politici del nostro paese vogliono far credere).
Si vuole creare un sistema dove i lavoratori sono solo oggetti da usare, schiavi al servizio di chi ha i soldi, sempre pronti a esaudire ogni richiesta, sempre disponibili, accontentandosi di quel poco che viene dato come se fosse molto, dovendo anche essere grati di ciò. La tanto declamata flessibilità è in realtà distopia e instabilità ai massimi livelli. Sono cambiati i governi, in apparenza diversi ma in realtà sempre gli stessi. Renzi è un altro Berlusconi: se si osserva il presenzialismo sui media, le parole che usa e il voler proteggere chi ha grossi interessi (si veda la sua presa di posizione sul caso Eni), si noterà che poco è cambiato. Siamo sempre nelle stesse posizioni.
In Italia non si è ancora capito che il problema non sono i lavoratori, ma il sistema che si è creato. La mancanza di meritocrazia, di rispetto delle regole, di controlli è uno dei problemi. Ma il problema più grave in Italia è la disonestà: il paese è contagiato da questo tumore. Di esempi ce ne sono a centinaia: politici corrotti, tangenti, appalti e concorsi truccati, raccomandazioni, truffe. Il grande è sotto gli occhi di tutti, mentre il piccolo passa più inosservato, ma tanti sono i casi di finti ciechi che guidano un’auto, persone morte che ritirano ancora la pensione, gente che non ha mai lavorato ma che per manini vari percepisce una pensione.
E’ questo il fulcro di tutto: se non lo si risolve, nulla cambierà, nulla migliorerà.
Basta con la disonestà, il difendere l’indifendibile, il tenere la parte di chi appartiene allo stesso gruppo anche se falsa le cose, infanga tutto. Basta con il coprire chi è in posizioni di potere, anche piccole, perché per cariche tramandate non si vogliono intraprendere azioni correttive per mancanza di coraggio.
Tutto questo non avverrà, perché l’Italia e la maggior parte di chi lo abita è asservita a questa mentalità, creando una stasi, un’ingessatura che fa rimanere sempre nella stessa posizione. Fatto di cui Igor Sibaldi parla in In Libro delle Epoche (pag.140-141), spiegando anche il motivo di ciò.

L’unico principio etico condiviso da tutte le popolazioni della C.O. è, oggi, lo stesso che potrebbe avere un criminale angosciato: «Speriamo di tirare avanti ancora un po’, prima che me la facciano pagare». E al contempo, l’effetto degli impulsi distruttivi che quelle popolazioni nascondono a se stesse diventa sempre più evidente: proprio grazie allo sviluppo tecnologico voluto, diffuso e imposto ovunque dall’Occidente, l’umanità intera è costretta a sperare di tirare avanti ancora un po’, prima che gran parte del pianeta diventi inabitabile.
Nulla lascia sperare che tale situazione cambi in meglio, dentro la Bestia, nei prossimi due anni. Una distruttività ereditiera e tanto cronicizzata non si guarisce in tempo breve.
Quel che la Bestia potrebbe fare per limitare il disastro delle sue popolazioni (se tale sarà il suo intento) sarebbe considerarle nel loro complesso il più grande dei suoi “errori storici” e immobilizzarle, ingessarle per una quindicina d’anni di regimi dittatoriali.

A causa dell’inconsapevolezza delle persone, non è un caso se le prospettive per il futuro sono nere e lasciano poco spazio alla speranza.

Magia, tra figure storiche e immaginate - 1

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Fin dalla preistoria, la magia è stata un elemento presente nella storia dell’uomo. Rituali, incantesimi, segni, sigilli, rune, tomi oscuri, trattati arcani: tutte cose volte a conferire agli esseri umani potere per avere controllo sulle forze della natura, sulla propria vita e su quella altrui, di ergersi sopra la propria condizione.
Credenze che non hanno riscontri nella realtà, ma che tuttavia nel presente come nel passato tanti vi hanno dato importanza: nelle corti ci sono sempre state figure avvolte da aure di mistero, quasi magiche, che si riteneva potessero controllare energie soprannaturali, creando miti, leggende che non hanno fatto altro che conferirgli potere e fascino. L’uomo, nonostante la scienza e la logica abbiano dimostrato quanto tali elementi non fossero autentici, li ha sempre ricercati, ha sempre creduto in essi, seguendo e affidandosi a figure, libri, che riteneva potessero guidarlo verso poteri misteriosi, provenienti da dimensioni dove vigevano leggi differenti da quelle del mondo conosciuto. Proprio la parola “occulto”, così spesso associata alla magia, significa ciò che è nascosto, che non si vede, e l’ignoto ha sempre esercitato un forte magnetismo in chiunque, fin dall’antichità.
Le prime figure “magiche” incontrate nella storia dell’uomo risalgono alle società neolitiche e sono quelle degli sciamani, individui presenti presso le tribù con la capacità di diagnosticare e curare (ma anche causare, se di animo malvagio) le malattie grazie al rapporto che avevano con la natura e gli spiriti che lo popolano; tali personaggi sono esistiti per secoli e hanno continuato a esistere anche con lo svilupparsi di società più strutturate (vedasi i nativi americani) e che tuttora esistono in luoghi lontani dalla cosiddetta società civile occidentale. Lo sciamano è un ruolo che non è per tutti, cui può accedervi solo chi ha subito un evento fortemente traumatico che l’ha messo a confronto con la morte, permettendogli di prendere contatto con il mondo degli spiriti e di essere così guardiano della zona di confine che separa la sfera della vita da quella della morte: solo sopravvivendo a un’esperienza del genere riesce a creare quel legame che gli permette di acquisire capacità tali da avere una considerazione e una posizione privilegiata presso la sua gente, cui essa si rivolge per avere consiglio, aiuto e protezione.
Sebbene questa figura sopravviva ancora, con lo svilupparsi di società più numerose e organizzate da leggi più complesse, con il tempo è stata sostituita da quella dei sacerdoti, aventi associazioni più grandi e articolate, dove i favori, i portenti, sono elargiti dalle divinità, con il sacerdote che fa da tramite tra loro e i mortali. Come gli sciamani, i sacerdoti avevano molta considerazione e un gran rispetto presso il popolo, oltre che un gran potere anche a livello temporale, come dimostrato a esempio società mesopotamiche ed egizie; due società che hanno fortemente condizionato quelle a seguire con il loro sapere e le loro credenze esoteriche.
Di tutte le religioni del mondo antico (non per niente si affacciava sullo stesso bacino mediterraneo), la più incline alla magia fu quella greca, grazie anche a una conformazione del territorio che spingeva l’immaginazione a vedere i suoi luoghi come posti carichi di mistero. Monti remoti avvolti dalle nubi quali l’Olimpo, grotte, bocche vulcaniche, erano teatri perfetti per creature divine, mostri, eroi, maghe, come Medusa che pietrificava con il solo sguardo, Achille reso invulnerabile (tranne che un punto, il famoso tallone) dalle acque del fiume Stige, dei che trasformavano gli uomini in animali. Soprattutto certi luoghi divennero famosi per il sorgere di tempi dedicati agli Oracoli, figure capaci di condizionare anche la politica di uno stato e le decisioni dei re, dato che avevano la capacità di predire il futuro in molti modi (visioni indotte da vapori, sogni) senza dover entrare in contatto con il Regno dei Morti (l’Ade) e i defunti; i sacerdoti avevano gran considerazione, siccome erano loro a dover interpretare le parole e le profezie pronunciate dall’Oracolo.
Solo dopo le guerre persiane nel mondo greco comparve quella che viene chiamata stregoneria: evocazione di demoni, uso di filtri e pozioni per conquistare l’amore o avere la meglio sui nemici o protezione contro di essi. La maga Circe che mutava gli uomini in porci, Medea capace di grandi portenti e malefici, sono alcune delle figure più famose di chi usava la magia; senza contare Orfeo, la cui musica era artefice di prodigi quali farsi ubbidire da chiunque, animali, mostri (vedi Cariddi nell’impresa degli Argonauti) e divinità (Ade, quando scese nel Regno dei Morti per riportare Euridice nel mondo dei vivi). A loro vanno aggiunte figure famose realmente esistite come Pitagora e Apollonio di Tiana, dove le leggende gli conferiscono poteri magici quali l’essere presente nello stesso momento in più punti, richiamare animali e farsi obbedire da loro, guarire, fare profezie. Individui il cui sapere si riteneva nascesse dai contatti con l’oriente. Per tale sapere e credenze, nel caso di Apollonio, ci fu l’osteggiamento dei cristiani, che lo consideravano un operatore di malefici, vedendolo come un nemico (gli venivano attribuiti molti miracoli affini a quelli che i Vangeli attribuiscono a Gesù Cristo, come afferma il biografo Flavio Filostrato) e non prendendo in considerazione che anche lui predicava l’immortalità dell’anima, che la morte non poteva vincere sulla vita, dato che nulla mai moriva, ma cambiava solo sembianze, messaggi molto simili a quelli di Gesù. Da ricordare il suo professare che l’universo è un essere vivente, che ogni cosa che vi appartenga ha una coscienza e che insegnava il sistema alchemico dei quattro elementi (terra, fuoco, aria e acqua), convinto che ce ne fosse un quinto, etere o prana o spirito (se ci si fa caso, questi sono i Cinque Poteri, gli stessi elementi con cui le Aes Sedai intessono i loro flussi quando incanalano l’Unico Potere nella saga di La Ruota del Tempo creata da Robert Jordan).
I viaggi di Apollonio, dove apprese così tante cose, sono avvolti da leggenda, tant’è che attorno a essi si sono creati studi anche a secoli di distanza. Secondo essi aveva raggiunto Shambhala, un regno dove si custodisce e si cura l’anima dell’umanità, dove risiedono adepti di ogni razza e cultura all’interno di una valle riparata dai gelidi venti artici, con un clima sempre temperato e la natura fiorisce rigogliosa. Un luogo cui molti hanno cercato di dare una locazione, spesso indicato nel Tibet, che non è mai stato però trovato, ma che tuttavia ha ispirato scrittori come Andrew Tomas, Victoria Le Page e James Hilton (in Orizzonte Perduto, romanzo del 1933, lo scrittore descrive un luogo simile dandogli nome Shangri-La).
Non solo scrittori si sono lasciati affascinare da persone del genere, ma anche potenti come Nerone, come dà testimonianza Plinio il Vecchio, asserendo che l’imperatore nutriva per la magia una gran passione e per la quale volle avvalersi degli insegnamenti del re armeno Tiridate, famoso mago del periodo in cui la guida di Roma visse.

Merlino interpreteato da Nicol Williamson nel fil Excalibur di John BoormanTuttavia, la figura del mago per antonomasia, nonostante le premesse finora viste, raggiunge il suo culmine solo secoli dopo, incarnandosi in quello che sarà l’archetipo da tutti riconosciuto: Merlino. Individuo conosciuto per il famoso ciclo arturiano, viene citato per la prima volta in Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1136 ca), le cui vicende vengono fatte risalire al V secolo, prima come consigliere di Vortigern, poi di Uther Pendragon. Merlino ebbe un ruolo importante sul regno di quest’ultimo e della sua discendenza, dato che grazie alle sue arti magiche permise a Pendragon di unirsi con Ygraine e dare così vita ad Artù. Solo in seguito con autori quali Thomas Malory, il mito arturiano si arricchì dei famosi racconti della spada nella roccia e dei cavalieri della Tavola Rotonda.
Secondo alcuni, come Nikolaj Tolstoj, Merlino è ispirato all’ultimo dei druidi (sacerdoti delle antiche regioni celtiche di Britannia, Irlanda e Gallia, la cui esistenza è documentata dal III sec. A.C. da saghe irlandesi e testi romani, specie di Giulio Cesare), secondo altri invece era derivata da un bardo gallese del VI sec. d.C. di nome Myrddin, nome cambiato in seguito appunto in quello ben conosciuto. Nome che però secondo la storica Norma Lorre Goodrich era più che altro un appellativo riferito alla sua natura acuta, scrutatrice e rapace, dato che il merlin è un tipo di falco; i lettori della saga di Earthsea di Ursula Le Guin potranno vedere delle analogie tra Merlino/falco e Ged conosciuto anche come Sparviero, vedendo in questo una possibile fonte d’ispirazione avuta dalla scrittrice americana.
Ian McKellen interpreta Gandalf in Il Signore degli Anelli e Lo HobbitMa Merlino non ha ispirato solo questa saga, ne è un esempio un altro famoso mago, Gandalf, creato da J.R.R.Tolkien, gran conoscitore delle leggende nordiche e celtiche, usandole per dare vita alla Terra di Mezzo; entrambi i personaggi sono andati a creare l’immagine classica, l’archetipo che tutt’oggi si conosce. Danirl Radcliffe interprete Harry Potter nella famosa saga di  J.K.RowlingUn archetipo che è stata arricchito da poco da un altro personaggio, quello di Harry Potter creato da J.K.Rowling, scrittrice inglese che consolida la visione secondo la quale l’essere mago è un talento innato, che non può essere acquisito in nessun modo, distinguendolo così dalle persone comuni. E mantenendo la tradizione dell’immaginario, i maghi per gli incantesimi usano bacchette magiche, hanno proprie scuole con torri e ordini, dove imparare a usare i poteri di cui dispongono e che affondano le loro radici in qualcosa che non è di questo mondo dai libri.
Tutto ciò a differenziarsi dalle streghe, che non hanno bisogno né di maestri (maghi e stregoni hanno sempre scuole) né di gerarchie ufficiali che, per mantenere il controllo sull’utilizzo delle forze invisibili, diano regole e investiture precise ai loro adepti. Strega (femmina o maschio che sia) è chi impara da sé, chi cerca e trova, non smette mai di trovare, sul confine tra Aldiqua e Aldilà. In molte lingue per indicare le streghe si usano parole che letteralmente significano «le sapienti», persone libere e coraggiose, indifferenti a paure superstiziose, ai tabù, con mentalità pratiche. (1) Di fronte a tale descrizione, di nuovo vengono in mente le Aes Sedai di Robert Jordan, etichettate dalla gente comune in senso dispregiativo come le streghe di Tar Valon, ma anche la Strega del Crepuscolo del mondo di Landover di Terry Brooks, ottimo esempio di creatura a ridosso del confine tra Mondo Fatato e mondo materiale che ha appreso da sola l’uso della magia.

1 – Libro degli angeli, pag 93. Igor Sibaldi. Frassinelli 2007

Fonti su cui ci si è basati per realizzare l’articolo (apparso sul numero 9 di Effemme):

  • Storia dei maghi. Alan Baker. I edizione Oscar Mondadori 2005
  • Manuale di storia delle religioni. G.Filoramo, M.Massenzio, M.Raveri, P.Scarpi. Mondadori 1998
  • Dizionario universale dei miti e delle leggende. Anthony Mercatante. Mondadori 2002

Moby Dick, tra successo e fallimento

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Moby Dick in un'edizione del 1892 Tutti sanno che Moby Dick è il romanzo più famoso di Herman Melville, uno dei libri più apprezzati e famosi della letteratura. Non tutti invece sanno che fu il romanzo che costò la carriera allo scrittore. Melville, quando nel 1851 uscì il volume, era già un autore di successo con due best seller all’attivo a soli trentatré anni; opere leggere e spensierate, facili da leggere. Dello stesso stampo avrebbe dovuto essere anche Moby Dick, ma l’incontro con Nathaniel Hawthorne lo spinse a riscriverlo, rendendolo la storia che è stata conosciuta al mondo. Una storia complessa, che mischiava realtà e invenzione, piena di simbolismo e metafisica e che proprio per questo non fu compresa. Questo e alcune scelte dell’editore discutibili che omisero l’epilogo e 35 passaggi cruciali ritenuti offensivi politicamente e moralmente per i lettori. L’opera della critica fu ritenuta spazzatura, Melville fu accusato di crimini contro la lingua inglese e gli fu augurato di sprofondare negli abissi marini come le balene di cui scrive.
Con quest’opera la sua carriera finì. Nessuno allora seppe apprezzare la grandezza di un’opera che prendendo spunti da fatti reali(l’affondamento nel 1820 della baleniera Essex di Nantucket, dopo l’urto con un enorme capodoglio a migliaia di km dalla costa occidentale del Sud America e le imprese di Mocha Dick, balena che aveva attaccato centinaia d’imbarcazioni, affondandone decine, sul cui dorso spuntavano gli arpioni di chi aveva tentato d’ucciderla), descrive ogni aspetto dell’industria baleniera e lati dell’essere umano come l’ossessione, l’eterna attesa di qualcosa che sempre si insegue.
Solo settant’anni dopo, per puro caso, il ricercatore Raymond Weaver, incaricato dal professor Carl Von Doren, dovendo scrivere una biografia per il centenario della nascita di Melville, scoprendo la novella inedita Billy Budd, permise di riscattare il valore dell’opera Moby Dick e del suo autore. Il vero problema di Melville è che aveva precorso i tempi, realizzando un romanzo che sarebbe stato apprezzato e compreso dalle generazioni future, perché quelle a lui contemporanee non avevano la sensibilità e l’intelligenza per comprendere che cosa avevano davanti.
Un destino non certo raro quello di Melville, dato che per tanti grandi il riconoscimento del proprio valore è avvenuto solo dopo la morte. Una riflessione su come la vita possa essere strana, ma anche sull’intelligenza delle masse, di come la sua limitatezza possa decretare l’insuccesso di persone meritevoli e invece portare in alto chi non ha valore.

La morte di Dio

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Dio Padre di Giovanni MoneviLa morte di un dio non è qualcosa di recente, basti pensare a Nietzche con la sua esclamazione “Dio è morto”: lui e Schopenhauer sono stati i primi a rivelare il profondo significato della profonda mancanza di senso della vita. Una linea di pensiero sviluppatasi soprattutto negli ultimi secoli nel momento in cui la scienza ha cominciato a fare scoperte, a dare risposte, prendendo così il posto che tanto a lungo era stato di dominio delle istituzioni religiose. La figura del dio ha perso la sua centralità nella vita dell’uomo, facendo arrivare alla famosa affermazione della sua morte; cosa che se vogliamo oggi è ancora più accentuata, dato che l’uomo ha volto la sua attenzione sul denaro e sul materialismo, abbandonando la vita interiore e la ricerca di spiritualità.
Che un dio potesse morire si è già visto in tanti miti, come mostrato da uno dei più famosi, quello di Ragnarok, dove secondo la cultura vichinga le divinità conosciute e seguite avrebbero trovato la morte in un grande conflitto con le forze del caos. Ma come si è visto, il Ragnarok non ha significato la fine di tutto, ma semplicemente è stato segno di un cambiamento, dove il vecchio moriva per dare spazio al nuovo: nel mito infatti non tutti gli dei scomparivano, solo quelli che si conoscevano da più tempo, rimpiazzati da altri. Questo non è altro che un simbolo per indicare che tutto evolve, che c’è sempre cambiamento, ma che perché questo avvenga occorre che ci sia distacco con quello che non può più dare niente: realtà mostrata nella Bibbia quando Mosè lascia il popolo ebraico quarant’anni nel deserto prima di entrare nella Terra Promessa (dove le vecchie generazioni sono morte, permettendo così alle nuove, con una mentalità diversa, più aperta e non schiava, di avere un inizio) e nel Vangelo da Gesù quando dice che non si mette il vino nuovo in otri vecchi.
La frase “Dio è morto” fa scalpore e impressione se la si assume nel suo significato letterario, mentre diviene più comprensibile e meno “terrificante” se si assume il concetto che è morto un certo modo di vedere Dio che per tanto a lungo si è portato avanti: il Dio che sta sopra a tutto, la cima della piramide, cui ci si deve inchinare per adorarlo e rendergli lode.
Questo modo d’intendere Dio è già stato superato (anche se per secoli si è portato avanti la vecchia maniera di obbedienza e servilismo) duemila anni fa dal messaggio di Gesù con il suo insegnamento, sottolineata dalla frase “voi siete Dei“: un modo per far rendere consapevole all’uomo della sua natura e di che cosa è un dio.

Guerriero se ne stava in piedi, fermo davanti all’uomo, fissandolo con intensità. Nessuno all’interno della Cittadella conosceva il suo nome, nessuno glielo aveva mai chiesto. O meglio, nessuno aveva mai avuto l’opportunità di farlo: l’uomo se ne stava sempre lontano dai gruppi, dai luoghi in cui le persone si ritrovavano, preferendo orbitarvi intorno, sempre intento a passeggiare o giocare con il suo cane. Le poche volte che era a contatto con la gente aveva la straordinaria capacità di svicolare e sparire se qualcuno stava per porgli una qualche domanda: sembrava avere un particolare sesto senso oppure la capacità di leggere il pensiero. Per questo il suo nome o chi fosse in realtà, era stato un mistero fino a quel momento.
«Tu sei Dio.» Ripeté Guerriero.
L’uomo ricambiò lo sguardo sorridendo. «Dio è una parola un po’ grossa, sopravvalutata, in cui si vogliono vedere più cose di quel che ci sono nella realtà; una parola che gli uomini usano nei modi e nei contesti più inappropriati.»
«Tu sei Dio.» Ripeté Guerriero per la terza volta.
«È meglio non dirlo in giro, altrimenti le persone arriveranno a sciami per chiedere favori e miracoli.» L’uomo arruffò il pelo sulla testa del cane che aveva riportato la palla. Osservò l’animale scattare dietro al suo lancio. Il sorriso scemò mentre traeva un lungo respiro posando lo sguardo sull’orizzonte. «Così sono stato chiamato nel tempo, in molte parti del mondo. Il mio nome è stato pronunciato in molte lingue. Mi hanno chiamato in molti modi, ma tutti volevano indicare la stessa cosa. Mi hanno raffigurato in molti modi, assegnato ogni ruolo possibile e immaginabile. Ma mai che si sia capito chi ero realmente, mai che si cogliesse nel segno; pochi sono riusciti ad avvicinarsi per avere almeno un’idea di ciò che io sono perché troppo impegnati a chiedere, ad aver bisogno di qualcosa, concentrandosi solo sulle proprie paure e pretese. Rassicurazioni, favori, giuramenti presto dimenticati, preghiere, invocazioni: sempre ad aspettarsi la risoluzione a qualsiasi problema si verificasse. Un continuo io, io, io che giungeva da tutte le parti, ma mai che ci fosse qualcuno che fosse disposto ad ascoltare quello che si aveva da dare in risposta.»
Guerriero andò a sedersi sul masso vicino. «È per questo che sei sparito, abbandonando l’umanità al suo destino?»
«La questione è più complessa di quel che appare. Certo, a lungo andare diventa stancante essere considerato un mezzo che va usato a proprio piacimento o capriccio. Un mezzo cui si ricorreva perché dotato di grande potere, di capacità che nessuno era in grado di possedere. Un potere che si considerava esclusiva di qualche essere unico, di qualche prescelto particolare. Ma quello che stanca di tutto questo è che nonostante tutto quello che è stato detto, tutti gli esempi dati, gli uomini non hanno imparato nulla. Assolutamente nulla. Veniva mostrato come fare e loro, invece di capire, si mettevano ad adorare, a creare culti che volevano attirare altre persone al loro interno; come se si potesse fare qualcosa con i complimenti!» Sbottò Dio. «Nella loro stoltezza sono andati a far ingrassare tutto ciò da cui invece dovevano tenersi alla larga e si sono fatti sfruttare nelle varie lotte per il potere, per la supremazia l’uno sull’altro. Guerre, guerre e ancora guerre: in tutte le epoche questa è stata la costante; agli esseri umani deve fare schifo la pace, la tranquillità, non trovano quiete e soddisfazione nello scoprire e nel far crescere. Sempre in tensione, sempre in ansia, protesi verso qualcosa che non si sa nemmeno definire.»
Guerriero lo fissò leggermente perplesso. «Più che Dio sembri un filosofo o un vecchio stanco.»
«Tu non saresti stanco sempre dello stesso copione, del suo continuo ripetersi? Non è forse per questo che per anni hai intrapreso la ricerca di un luogo che è stato solamente immaginato?» Disse Dio. «Eppure anche tu, nonostante quanto visto, appreso, non riesci a staccarti da una concezione secolare di Dio: ti sei fatto l’immagine che lui sia un Risolutore, Colui che Mette a Posto Tutti i Problemi. Problemi che fra parentesi non è stato certo lui a generare.»
Guerriero lo fissò perplesso. «È come se stessi parlando di qualcun altro.»
«È così: sto parlando dell’immagine che gli uomini si sono creati, non di com’è la realtà. Nessuno ha capito chi è Dio, che Dio è ed esiste quando c’è Creazione, che la Creazione è Dio e pertanto può esserlo chiunque mentre è impegnato a creare. Una verità molto semplice cui chiunque può accedervi, chiunque può attingere a tale forza tutte le volte che vuole, ma chissà perché ai molti è così difficile da comprendere. L’umanità è profondamente ottusa e stupida.»
Guerriero abbozzò un sorriso. «Si dice che l’hai fatta a tua immagine e somiglianza.»
«Si dice anche che sono un Dio geloso, veloce all’ira e tremendo nella sua giustizia vendicatrice.» Sbuffò Dio. «Gli uomini hanno scritto tante cose su Dio: spesso erano solo voci messe in giro da chi comandava i culti per condizionare e far star buoni i fedeli, instillando in loro timore e paura per chetare l’insorgere di dubbi e ribellioni di fronte a regole insensate e astruse. Ma di ciò che realmente è stato detto, poco o niente è stato riportato; chi ha provato a parlare di qual era la verità, è rimasto inascoltato, isolato o messo a tacere prima che potesse raggiungere una posizione che lo rendesse irraggiungibile e inattaccabile.» Inspirò profondamente. «Senza contare gli errori di trascrizione e traduzione dei testi sacri che si sono accumulati nei secoli che hanno contribuito ancora di più a travisare i significati che dovevano essere trasmessi. Dopo tutto questo, dopo averlo usato per qualsiasi pretesto il suo nome, l’umanità a un certo punto ha deciso che non c’era bisogno di Dio, s’è dimenticato di lui come ci si dimentica di un pezzetto di carta che non serve più: ha deciso di fare di testa sua o meglio di non fare di testa sua, appoggiandosi alle voci di chi sapeva raccontare meglio le cose, di chi le diceva quello che voleva sentirsi dire. L’umanità ha creduto di seguire il percorso della libertà, invece ha intrapreso quello del caos. Non è stata per nulla abbandonata, ma non si può salvare chi non vuole essere salvato: si può dare aiuto solo a chi lo ricerca per davvero.»
«Il libero arbitrio…è in suo nome che si sono lasciati imperversare i Demoni? È in suo nome che Dio non è intervenuto?»
Il cane arrivò di corsa gettando il pallone ai piedi di Guerriero, abbaiando perché glielo lanciasse.
«Preoccuparsi degli altri, cercare di fare sempre la cosa giusta, di essere altruisti, di rivolgere le attenzioni sempre verso l’esterno.» Riprese a parlare Dio quando il cane ripartì all’inseguimento del pallone lanciato. «Gli uomini credono che ogni scelta, ogni responsabilità debba ricadere sulle spalle di uno solo, di una singola entità che si faccia carico di tutto. Ciò che non si capisce è che Dio non è nient’altro che una parola, che cerca di spiegare tutto, ma che in realtà non dice nulla: è solo l’illusione di un’onnipotenza lontana su cui si vuole scaricare ogni responsabilità. Gli uomini hanno sempre attribuito colpe e meriti ad altre figure immaginarie, senza considerare che i fautori di certe creazioni sono proprio loro in base al rapporto che hanno con le energie dell’universo: la nascita di Dei o Demoni dipende solo da questo. E così tutto quello che ne consegue.»
«Nient’altro che un uomo: è questo quello che stai dicendo di essere.»
«È questo quello che già sai sull’Essenza. Puoi attribuirgli i nomi che vuoi, ma è di questo che si tratta; l’aspetto esteriore può cambiare in base ai tempi, ma la sostanza è sempre la stessa. Un Dio può fare quello che gli uomini gli permettono di fare: questa è la realtà. Sia per il bene, sia per il male. Io sono un Creatore, non un Guardiano o un Protettore: così ho deciso di essere. E non voglio cambiare per fare un favore agli altri: ho fatto le mie scelte, gli altri le loro. Ognuno paga per quanto si è scelto.»
«Allora è questa la ragione per la quale non sei intervenuto, perché hai permesso tutto questo.» Costatò Guerriero.
Dio scosse il capo. «L’uomo ha voluto distruzione. L’uomo ha scelto questa strada, assecondando un’indole aggressiva, distruttiva. Quando è così, non si ha bisogno di un Creatore: tutto quello che farebbe, andrebbe perduto.»
«Allora stai aspettando che non rimanga più nulla prima di tornare a intervenire?»
«I tempi devono essere maturi: la forza dell’ondata di distruzione deve terminare il suo vigore prima che si possa agire diversamente.»
Guerriero lo fissò a lungo, intensamente. «È un modo per dire che i Demoni sono più forti di te?»
«È un modo per dire che chi è stato artefice di una certa situazione è anche capace di trovarne la soluzione.» Il cane gli si mise al fianco, lasciando cadere la palla ai suoi piedi, la lunga lingua che penzolava mentre ansava. Dio prese il pallone, lo infilò nello zaino e si mise quest’ultimo in spalla alzandosi in piedi. «Non c’è sempre un Dio a portata di mano che può risolvere tutto.» Si allontanò verso i canyon con il cane che gli trotterellava alle calcagna.

Estratto da L’Ultimo Demone.

Falchi

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Falco

Pubblicare per uno scrittore: lo stato delle cose oggigiorno.

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Arrivare a pubblicare una propria opera non è mai stata cosa facile. Una volta le difficoltà per uno scrittore erano maggiori, dato che si avevano a disposizione meno mezzi: si scriveva a mano o con la macchina da scrivere, non si aveva internet per ricercare le case editrici cui inviare il proprio lavoro, occorreva spedire tutto per posta, con i relativi costi a essa legata.
Con l’avvento della tecnologia, i mezzi a propria disposizione sono aumentati rendendo tutto più veloce. Con internet si possono fare ricerche mirate e vedere se la casa editrice cui si vuole inviare il manoscritto pubblica nel proprio catalogo opere dello stesso tipo che si è realizzato. Presentazioni, sinossi, manoscritti si possono inviare per mail, velocizzando tutto il processo e abbattendo praticamente tutti i costi (non ci sono più le spese di spedizione postale e nemmeno il consumo di carta e inchiostro per lettere e manoscritti). Anche la realizzazione dell’opera ha trovato nei programmi di scrittura come Word un alleato per essere più veloci: quando si fanno correzioni e modifiche non occorre più riscrivere interi paragrafi come succedeva quando si usava la macchina da scrivere. Va fatto notare che per sicurezza è sempre meglio effettuare copie dei propri lavori e non avere un solo file, come è consigliato stampare sempre quello che si fa nel caso avvenisse una perdita di dati (o una rottura del dispositivo dove sono immagazzinati i propri lavori).
La tecnologia sotto questo aspetto ha dato una mano a chi vuole scrivere e vuole arrivare alla pubblicazione. Ma questo non significa automaticamente che ha maggiori possibilità di arrivare a essere uno scrittore edito, anche se in apparenza si hanno maggiori possibilità di scelta.
Arrivati a questo punto occorre fare una premessa su cosa s’intende essere uno scrittore: se essere uno che può dire di avere il proprio nome su una copertina e farlo vedere in una qualsivoglia vetrina, oppure essere una persona che fa dei propri scritti un modo per ottenere un guadagno capace di sostenerlo in maniera non indifferente.
Nel primo caso, qualsiasi scelta può andare bene, basta essere consapevoli di quello con cui si ha a che fare.
Nel secondo, occorre fare le dovute precisazioni.
In primis, l’editoria a pagamento non è da prendere in considerazione: serve solo a spendere dei soldi, senza avere alcun ritorno (è già tanto se con le vendite dei libri si riesce a recuperare quanto investito).
Com’è naturale, c’è poi l’editoria tradizionale. Riuscire ad arrivare a un contratto con una casa editrice è un percorso lungo, complicato e anche se si ha una buona opera da proporre, non è detto che questo basti per essere scelti. Tanto dipende dal momento, dal genere che va per la maggiore: va ricordato che le case editrici sono imprese e selezionano prodotti in base al mercato del momento. Il fatto che attualmente ci sia la crisi e ci sia stata una saturazione del mercato, non fa certo aumentare le possibilità di arrivare ad avere un contratto di pubblicazione. Se poi si aggiunge l’elevato numero di persone che scrivono un’opera, al punto che manca poco che in Italia ci sia più chi scrive che chi legge, non rende certo facile trovare sbocchi.

Sbocchi che si sono ulteriormente limitati a causa delle scelte sbagliate dell’editoria: basti pensare al genere fantasy, dove per seguire la moda dei baby scrittori e del paranormal romance, si sono inondate le librerie con prodotti mediocri, al punto che i lettori ritengono che il genere sia questa roba e se ne allontanano delusi. Scelte editoriali che hanno bruciato un settore e per cui ora ci si trova ad avere ben poco spazio (se non nullo) a chi vuole esordire e non ha agganci con questo mondo. Purtroppo nel nostro paese non si sa fare imprenditoria, non si vuole investire in ricerca di nuovi volti, non si ha il coraggio di cercare strade diverse da quelle già battute, non si vuole realmente conoscere un genere ma ci si affida solamente a quello che vende di più in altri lidi sperando che basti a sopravvivere; ma se non si sa innovare, pensando sempre solamente a come tagliare le spese, non ci si deve meravigliare di un mercato sempre in calo e che per questo dà sempre meno spazio a nuovi volti.
Di fronte a tale realtà, per chi vuole pubblicare i propri lavori rimane la via dell’autopubblicazione. Lulu, ilmiolibro.it, Simplicissimus, Amazon, danno la possibilità di proporre le proprie opere senza dover aver a che fare con un editore, superando quel filtro che li ha bloccati, impedendogli di farli conoscere. Con poche mosse è possibile avere il proprio lavoro in formato e-book e in brevissimo tempo vederlo messo in vendita su uno store online; questa scelta ha di positivo che si eliminano i problemi di disponibilità e distribuzione, dato che l’e-book è riproducibile in modo illimitato e lo si ha subito a disposizione grazie a un collegamento a internet e a un sistema di pagamento online, senza doversi recare in libreria a comprare il volume cartaceo o attendere l’arrivo in caso di ordine. (si sono già visti i pro e i contro tra cartaceo e digitale in questo articolo).
Visto il successo di alcuni scrittori con l’autopubblicazione (E.L.James con le Cinquanta sfumature, Hugh Howey con Wool) facendoli arrivare poi a grandi editori, tanti pensano che questa sia la strada per il successo, dove possono sfondare, trovando quel riscatto in un sistema che considerano veramente democratico e libero.
Ma non tutto quello che luccica è oro. La prima cosa che salta all’occhio in questo sistena è come fare a emergere e far notare il proprio lavoro in un mare di opere che sommerge gli store, investendo il lettore con una scelta immensa: come fa quest’ultimo a sapere che l’opera che sta valutando è valida?
Si affida a recensioni esistenti sul prodotto di chi l’ha letto.
Ma se chi l’ha letto non l’ha recensito?
Questa è una cosa che accade spesso ed è una realtà che se non si parla di un libro questo è invisibile, è come se non esistesse.
Ma se si riescono a trovare delle recensioni, come si fa a capire che sono attendibili e non sono invece dei falsi atti a valorizzare oltre il dovuto il prodotto, come è successo nel caso di Todd Rutheford (ma non certo il primo: recensioni opinabili o di parte ci sono da anni su riviste e quotidiani)?

Nell’autunno del 2010 Rutherford lanciò un sito web, GettingBookReviews.com. All’inizio proponeva la recensione di un libro per 99 dollari. Ma alcuni clienti volevano un coro a cantare la loro eccellenza. Così, per 499 dollari, Rutherford forniva 20 recensioni online. E c’erano pure quelli che avevano bisogno di un’intera orchestra. Per 999 dollari ne forniva 50. […] Le recensioni dei clienti contano molto perché, a differenza della pubblicità vecchio stile e del marketing, offrono l’illusione della verità. Pretendono di essere testimonianze di persone reali, anche quando vengono comprate e vendute proprio come ogni altra cosa sull’internet commerciale. (1)

Un caso che mostra come ci siano individui che dietro pagamento realizzano recensioni a hoc per fare pubblicità positiva all’opera e con che mondo si ha a che fare. Si è di fronte a una truffa, certo, ma quanti hanno i mezzi per smascherarla? Davvero in pochi: una realtà triste, ma è con essa che si deve fare i conti e con il quale confrontarsi.
Allo scrittore che si autopubblica non resta però che contare sul passaparola, sperando come già detto che ci sia qualcuno che parli del suo libro. Perché questo avvenga, l’autore deve autopromuoversi, farsi conoscere in rete: questo significa avere un sito o blog personale, essere presente sui social network come facebook e twitter e social reading come Goodreads e Anobii, iscriversi a forum che trattano il genere cui appartiene la propria opera per presentarlo, anche se questo può farlo risultare invadente. In certi casi, se lo scrittore non vuole occuparsi di questo aspetto, demanda ad altri il compito di promozione; è così che si vanno a creare nuove figure specializzate in ruoli che un tempo erano prerogativa dell’editoria. In questo modo lo scrittore non è più solo scrittore, ma editore di se stesso, scegliendo lui la strategia da usare e i collaboratori d’avere al fianco, creando una struttura editoriale privata (editor per il testo, grafico per la copertina, addetto al marketing, ecc).
Non meno importante della strategia è la scelta dello store su cui pubblicare il proprio lavoro: occorre valutare le condizioni che vengono poste e la ramificazione della distribuzione. Va considerato che essendo store e non editori, la tutela del copyright è a carico dell’autore, è lui che si deve muovere per premunirsi da eventuali plagi, cosa che con l’editoria tradizionale invece non era necessaria. Da quanto si legge in rete (per farsi un’idea c’è questo articolo), ilmiolibro.it non riceve giudizi positivi, mentre le cose migliorano con Lulu; buoni i giudizi anche su Simplicissimus, benché le royalty che concede all’autore (60%) sono inferiori a quelle di Amazon (80%), anche se permette di distribuire l’opera su più lidi, a differenza di Amazon che limita la distribuzione solo presso di lei. Senza contare che se si pubblica con Amazon si ha l’e-book realizzato come file mobi, leggibile solamente con il dispositivo Kindle e apparecchi che interagiscono con l’ecosistema Amazon Kindle: un modo di fare quello di Amazon che vuole legare a sé il lettore, costringendolo ad adeguarsi alle sue scelte.
Nonostante ciò, molti scelgono Amazon perché lo vedono come la migliore opportunità a disposizione, ma occorre soffermarsi a riflettere sul modo di fare di questa impresa; può essere vista come una questione etica, ma osservando con calma si può vedere che ci sono dei pericoli nella strategia di Amazon di cui ci si può rendere collaboratori inconsapevolmente, un modo di agire mirato a farlo divenire unico distributore, eliminando la concorrenza. E si sa che quando si è gli unici su un mercato, si può dettare qualsiasi condizione perché non ci sono alternative; una sorta di distopia alla 1984, se si vuole.
Amazon non è quel paradiso che si crede. Certo, per i clienti pare essere la soluzione migliore per gli acquisti, dato che vengono coccolati e viziati con prezzi che sono molto più bassi di altre parti, al punto che ci si domanda se non ci rimette. Ma tutto questo fa parte della strategia dell’impresa: Amazon impone condizioni pesanti a tutti i suoi partner. Lo sconto totale «concesso» ad Amazon da un editore come Random House si aggira intorno al 53 %, mentre per i piccoli editori arriva sino al 6o%, anzi, «poiché Amazon gestisce il suo inventario così bene, compra spesso i libri dai piccoli editori, con l’accordo che non li manderà in resa, con uno sconto ancora più alto». Forse i numeri forniti rimangono aridi e non impressionano, si potrà allora ricordare che Jeff Bezos consigliò al suo manager Lyn Blake di avvicinare i piccoli editori come fa un ghepardo all’inseguimento di una gazzella malata: di lì nacque il «Progetto Gazzella». (2)
L’aliquota IVA di Amazon è al 3%« per i clienti in paesi dell’uE e dei Kindle Stores dell’UE». Ad oggi lo scrittore che pubblichi in digitale con un editore italiano tradizionale o anche con un sistema di autopubblicazione basato fiscalmente in Italia, viene penalizzato di un 19% di IVA rispetto all’autore che scelga KDP (Kindle Direct Publishing). A questo libro che stai leggendo in ebook, caro Lettore, viene applicata l’IVA al 12 %, mentre su quelli di un autore che pubblica direttamente con KDP è al 3%. Amazon ha sede legale in Lussemburgo, per i noti vantaggi fiscali, e tra essi vi è anche quell’IVA agevolata (3). A seguito di ciò c’è stata una puntata di Report del 16 dicembre 2012 dedicata proprio all’evasione fiscale di Amazon in Italia.

Giovanna Boursier, autrice per la trasmissione Report di un’inchiesta su Amazon, ricorda che l’IVA sui libri di carta «assolta all’origine dall’editore, in Italia è al 4 %, perché sono prodotti culturali e l’Europa ne premia la diffusione. Invece l’IVA sugli ebook è al 21% [dall’ottobre 1013 alzata al zz% in Italia], perché l’Europa li considera servizi per i quali prevede l’aliquota massima». (4)

Proprio l’applicazione dell’IVA lussemburghese fa propendere l’autore a scegliere Amazon come proprio store, dato che permette un maggior guadagno anche se si vende il prodotto nel mercato italiano.
Con queste premesse, sia l’autore sia il cliente sono soddisfatti: un maggior guadagno, maggiore velocità, taglio di ogni intermediario (libreria ed editoria). Una disintermediazione che sembra fautrice di libertà e democrazia, ma che invece dimostra come Amazon voglia divenire il supermediatore che concentra in sé tutti i ruoli tradizionali, assurgendo a fornitore unico. Una cosa cui occorre fare molta attenzione.

Il Cliente soddisfatto è infatti l’alibi ideale per ogni forsennata ricerca di profitto e ogni pesante condizione lavorativa di Amazon: si trattano i piccoli editori come il leopardo fa con la gazzella malata? È necessario per deliziare il Cliente con il prezzo più basso. Si combatte la sindacalizzazione dei propri dipendenti? È inevitabile, il Lavoratore che fa entrare un altro soggetto, il sindacato, nel rapporto tra Amazon e il Cliente dimostra una mancanza di affetto per quest’ultimo, si rivela non abbastanza customercentric. Con una battuta amara potremmo dire che l’azienda crea il deserto intorno a sé e ai suoi guadagni e lo chiama «cura del cliente».
Nello specifico campo editoriale Amazon punta a diventare il supremo mediatore con numerose iniziative. Non solo favorisce l’autopubblicazione con il suo programma KDP, ma si propone anche come editore «puro» (Amazon Publishing, con vari sottomarchi come Thomas & Mercer per i gialli e dintorni, Montlake Romance per la narrativa rosa ecc.) e quindi lancia programmi in settori molto diversi, dai Kindle Singles dedicati ai reportage e altri testi «troppo lunghi per un giornale e troppo corti per un libro», a jet City Comics per fumetti e graphic novel derivati da famosi romanzi di genere, a Kindle Worlds per la fan fiction a pagamento. Infine con Goodreads ha acquistato un gigantesco «circolo di lettura» online e con il programma Prime pare muovere i primi passi verso un servizio di biblioteca digitale in abbonamento che ricorda lo streaming di Spotify per la musica.
Amazon viene a costituire un sistema editoriale integrato verticalmente (editore, distributore, stampatore, venditore, circolo di lettura, biblioteca a pagamento), volto in modo esclusivo a compiacere la clientela, divisa in varie nicchie di lettura: per l’appassionato di thriller e gialli, per l’entusiasta della fantascienza e fantasy, per l’amante della narrativa rosa Amazon ha il prodotto giusto; solo per il cultore di quella che in lingua inglese chiamano literary fiction e noi potremmo
chiamare «narrativa letteraria» sembra rimanere molto indietro (con il marchio specializzato Little A).
Jonathan Franzen in «What’s wrong with the modern world» [«Cosa c’è di sbagliato nel mondo moderno»], articolo comparso sul Guardian il 13 settembre 2013, critica con ferocia il dominio di Amazon e il mercato social-digitale delle lettere, l’era di Twitter e di Bezos: “Amazon vuole un mondo in cui ognuno si pubblica il suo libro oppure lo fa pubblicare da Amazon, con i lettori che scelgono cosa leggere in base alle recensioni di Amazon e con gli autori che si fanno pubblicità da soli. Un mondo in cui avranno successo le opere di chiacchieroni, twittatori e millantatori, e di chi si potrà permettere di pagare qualcuno per sfornare centinaia di recensioni a cinque stelle. Ma cosa succede a chi è diventato scrittore proprio perché chiacchierare, twittare e millantare gli sembravano una forma di interazione sociale intollerabilmente superficiale? Cosa succede a chi vuole comunicare in profondità, da individuo a individuo, nel silenzio e nella permanenza della carta stampata, ed è stato influenzato dall’amore per autori che scrivevano in un’epoca in cui pubblicare libri assicurava ancora un certo controllo di qualità, e la reputazione letteraria non era solo una questione di decibel autopromozionali?”
(5)

Le parole di Franzen possono sembrare troppo disfattiste, ma occorre essere consapevoli della realtà citata, sia perché va preservata la vera letteratura dal mero sfrenato far soldi a tutti i costi, sia per preservare l’essere umano che viene visto solo come cosa da sfruttare per un guadagno che vuole essere totale. Amazon sta cercando di rendere dipendenti a sé i clienti e strapparli agli altri tentando di arrivare a essere l’unico nel suo ruolo, facendo sì di poter dettare legge indiscriminatamente: con i suoi dispositivi hardware e software offerti a prezzi vantaggiosi vuole rendere sempre più costoso un eventuale allontanamento da sé (cambiare store e dispositivi di lettura comporterebbe la perdita dell’intera biblioteca digitale che si possiede).
Oltre a questo (come se non bastasse che il lavoro umano viene fondamentalmente sfruttato, anche se davvero in pochi tengono in considerazione ciò quando fanno acquisti) va considerata la poca chiarezza che Amazon ha. Mentre l’azienda sa molte più cose del cliente di quanto si possa immaginare, il cliente nella realtà non sa quasi nulla dell’impresa, ignora quante informazioni vengono raccolte su di lui e usate (nonostante le raccomandazioni sulla sicurezza e riservatezza dei dati), di come si lavora dentro questo gigante, non vedendo le conseguenze sociali del suo modo di fare mercato. A fronte di ciò, va tenuto conto che il proprio lavoro può essere rimosso in qualsiasi momento da Amazon qualora non lo consideri adatto alla propria linea, senza preavviso. E’ vero che le usuali cancellazioni di massa di libri autopubblicati riguardavano opere ritenute pornografiche: le cosiddette linee guida dei contenuti di KDP proibiscono la pornografia, consentendo invece l’erotismo, ma proprio le clausole delle «linee guida» devono far pensare, egregia dimostrazione del falso unanimismo e della finta informalità che le grandi aziende di internet adottano quando vogliono ingentilire nelle forme il proprio diritto all’arbitrio sul contenuto. Viene infatti proibito il «materiale offensivo» e si spiega: «Ciò che noi riteniamo offensivo è tutto ciò che probabilmente anche tu consideri offensivo». Sfrondata dall’empatia furbetta questa frase significa «offensivo è tutto ciò che Amazon considera tale in un dato momento». (6) Questo ricorda tantissimo il Grande Fratello di 1984 di George Orwell e non è una cosa positiva.

Chi vuole autopubblicarsi dovrebbe prendere in esame questi fatti e decidere se essere parte di un sistema che solo in apparenza è democratico e spinge invece per il totalitarismo, minando fortemente la libertà di scelta dell’individuo. Senza dimenticare che non è scontato, come capita di leggere, che grazie a KDP si possa emergere indipendentemente dal nome, basta che al pubblico piaccia; come già detto, i giudizi possono essere falsati e condizionare l’esito del successo di un’opera. Per qualcuno che riesce a vendere bene, ce ne sono migliaia che vendono poco o nulla.

Per correttezza va detto che Amazon non è la causa di tutti mali, ma anzi può essere visto come la conseguenza delle scelte editoriali fatte in questi anni. Basti guardare quello che succede in Italia.

Misure come i nuovi contratti Mondadori che eliminano la consolidata pratica di un anticipo non restituibile pagato all’autore sui diritti dell’opera lavorano alacremente a che il prossimo scrittore sperimentale di talento, il nuovo Galiazzo, non si metta nemmeno più a scrivere, o almeno non si immagini pubblicabile da un importante editore nazionale. Questi nuovi contratti non saranno applicati in generale, e al libro del mondadoriano Fabio Volo in particolare, ma – spiega il giornalista Antonio Prudenzano- sono tarati specificamente per gli «scrittori italiani esordienti o, comunque, destinati a un pubblico di “nicchia”», per gli «autori cosiddetti “letterari”». Dove quelle virgolette e quelle cautele in timida giustificazione dicono molto dell’attuale clima, dell’imbarazzo che si prova di fronte a una letteratura che si vuole persino letteraria.
Passando dalla narrativa alla saggistica, se il mercato italiano di quest’ultima continuerà ad appiattirsi sul libro del grande giornalista televisivo e altri prodotti consimili ci sono ottime probabilità che non trovino un editore disposto a credere nei loro libri, ovvero a rischiare economicamente.
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Non si può non notare come l’editoria tradizionale con il suo modo di fare ha generato nelle persone una grande sfiducia verso di lei, causata da un filtro di selezione delle opere non basato sulla meritocrazia e la validità del prodotto, ma su ragioni di consorteria.
Come finisce il libro di Alessandro GazoiaA fronte di tutto ciò, le prospettive per qualcuno che vuole arrivare alla pubblicazione senza pagare ed essere letto da un discreto seguito, solo grazie al valore del proprio lavoro, sono molto basse, avendo a che fare con sistemi chiusi e che mandano avanti conoscenze varie, con imprenditori che hanno paura d’innovare e investire, e con un mercato ormai saturo. Si potrebbe suggerire, se si vuole essere pubblicati, di ricercare quei settori ancora poco sfruttati, come dimostra il caso del sottogenere dinosaur erotica (fanciulle rapite da sauri gentili e seducenti), ma a questo punto sarebbe da porsi seriamente la domanda di che razza di scrittori si è, se si scrive ciò che si sente e piace per davvero (dimostrando così onestà e rispetto sia verso se stessi sia verso gli altri) oppure se della letteratura non frega niente e pubblicare è solo un modo per fare soldi e soddisfare il proprio ego. Nel secondo caso sarebbe meglio lasciar perdere tutto e darsi a qualcos’altro; nel primo invece non si hanno a disposizione soluzioni da dare, se non di continuare a fare quello che piace per il piacere che dà e nel frattempo valutare e osservare l’evolversi della situazione, pronti a cogliere eventuali possibilità che si presentano.

1. Come finisce il libro. Alessandro Gazoia, pag. 92. Minimum fax
2. Come finisce il libro. Alessandro Gazoia, pag. 32. Minimum fax
3. Come finisce il libro. Alessandro Gazoia, pag. 83. Minimum fax
4. Come finisce il libro. Alessandro Gazoia, pag. 84. Minimum fax
5. Come finisce il libro. Alessandro Gazoia, pag. 88-90. Minimum fax
6. Come finisce il libro. Alessandro Gazoia, pag. 37. Minimum fax
7. Come finisce il libro. Alessandro Gazoia, pag. 34,35. Minimum fax

Idiocrazia

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Una scena del film Idiocracy, che mostra una società dove l'idiocrazia è dominante Nel 2006 il film Idiocracy diretto da Mike Judge profetizzò comicamente una società basata sulla stupidità, in cui i geni migliori scompaiono per lasciare spazio a quelli più “comuni”; una pellicola da ridire, ma alle volte la realtà raggiunge e supera l’immaginazione.
Secondo uno studio condotto dalla Stanford University e pubblicato sulla rivista scientifica Trends in Genetics relativo al corredo genetico umano che è stato, nella società odierna non si ha più bisogno dell’intelligenza per sopravvivere, perciò questa si sta estinguendo. Il progresso scientifico e tecnologico continuerà a svilupparsi, ma a ritmi inferiori rispetto a quelli sostenuti se si fosse dotati dei geni dei nostri antenati.
Che l’idiocrazia stia dilagando è un fatto: il presente e il recente passato sono pieni di esempi. Tra necknominate e knock-out game, trasmissioni che badano solo al gossip, social network usati più che altro per cavolate, per non parlare delle sparate delle classi dirigenti e politiche dove tutto sembra essere un teatrino o una burlesque, non ci si meraviglia che l’intelligenza stia calando, anzi pare pure che ci si stia dando da fare per abbassarla sempre più, come se non fosse qualcosa di necessario.
Ma è davvero un bene che l’idiocrazia stia diventando così dominante?
Certo che no, ma alla maggior parte della popolazione pare non importare, concentrandosi appunto sulle sciocchezze e alimentando così l’espandersi della svilente idiocrazia. Einstein aveva ragione che la stupidità umana non ha limiti.
Se poi si prende in considerazione lo studio del ricercatore Robert Hare, uno dei maggiori studiosi di psicologia criminale, secondo il quale tanti psicopatici si troverebbero in ruoli di potere della finanza e dell’industria (dove si possono prendere decisioni vantaggiose per sé, ma dannose a livello sociale), non ci si deve meravigliare se ci si trova in una situazione disastrosa e il quadro è molto fosco.
Si pensa che si esageri?
Si guardi quello che è accaduto e che sta accadendo, di chi è stato in ruoli di governo nella storia e in questi ultimi anni in America, Russia, Italia. Si pensi a quelle che sembrano persone normali, brillanti, intelligenti, ma che sono giunte ai vertici con inganni e manipolazioni, e si pensi a che cos’è uno psicopatico, ovvero una persona con forti disturbi legati all’empatia, incapace d’immedesimarsi negli altri (sia per la gioia sia per il dolore), ma di usare qualsiasi mezzo per affermarsi e si apra gli occhi, vedendo da chi ci si sta facendo guidare. Se non si è in grado di vedere questo, allora l’idiocrazia è davvero a uno stadio molto avanzato.