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1Q84 - Libro tre. Ottobre-Dicembre di Haruki Murakami.

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Ovvero la seconda parte pubblicata in Italia dell’opera dello scrittore giapponese.
A differenza del volume precedente, i capitoli non s’alternano più solo con i punti di vista di Tengo e Aomane, ma viene aggiunto quello di Ushikawa, l’investigatore privato già incontrato lungo le vicende dei due protagonisti. Figura sfuggente e inquietante, non tanto per l’aspetto fisico non proprio aggraziato, quanto per il suo agire subdolo, il suo muoversi nell’ombra; ingaggiato dal Sakigake, è l’incarnazione della minaccia “concreta” che aleggia sulla storia (quella non visibile è, ovviamente, dei Little People).
Tuttavia non va inteso come il “cattivo” di turno: sarebbe un errore, perché Murakami non delinea in modo affettato il bene e il male. Anzi, non lo delinea affatto. Con il suo modo di scrivere delicato e sfumato, mostra come il confine tra i due elementi sia davvero labile, spesso relativo, solo una questione di punti di vista: il mondo è un campo dove sono in gioco diverse energie e ognuna di esse cerca di avere la sua fetta, di ricavarsi il proprio spazio. Proprio come fanno i protagonisti della storia, impegnati a sopravvivere, a ricercare uno scopo per la propria esistenza, una ragione d’esistere.
E’ così che pagina dopo pagina si scopre il passato di Ushikawa, delle vicende che l’hanno reso l’uomo razionale, in apparenza privo di sentimenti, che é: ed è normale che sia così, dato che è uno dei tanti bambini cresciuti in un ambiente, familiare e scolastico, privo di affetto, di amicizia, quegli aspetti che avrebbero permesso di sviluppare la propria parte emozionale. Lentamente l’antipatia provata inizialmente per questo personaggio sfuma perché si conoscono le sue miserie, una vita priva di veri contatti umani: si capisce che non è altro che un pezzo che viene usato da qualcosa che lavora dietro le quinte e che non vuole essere scoperto. Da persona intelligente qual è, Ushikawa ne è cosciente e non gli dà neppure troppo importanza: l’unica cosa che gli importa è dimostrare il proprio valore, le capacità che lo rendono in certi frangenti utile, perché le persone comuni non hanno simili capacità. Un distinguersi che lo rende un isolato, un emarginato: un individuo che è lontano dai suoi simili, con i quali non riesce a provare empatia, a stringere legami.
Quello che fa Murakami con 1Q84 è raccontare le vicende di diverse solitudini che per un caso del destino trovano a intrecciarsi tra loro. Aomane, Tengo, Ushikawa, Tamaru e la signora per la quale lavora: sono persone sole, che hanno creato un modo di vivere che ha fatto da corazza ai colpi inflitti dagli altri. Protagonisti
di un copione che sembra preparato da tempo, come se il Karma spingesse con forza verso un punto prestabilito. Niente di tutto quello che accade, accade per caso: anche il dettaglio più banale ha il suo significato e le coincidenze non esistono.
La narrazione di Murakami procede fluida e piacevole come un torrente montano. Nella sua placidità rivela un mondo nascosto che si nasconde dietro le semplici azioni di una persona: un mondo, quello dei pensieri, che rimarrebbe segreto, sconosciuto, se non ci fosse una penna a descriverlo. E Murakami sa farlo magnificamente sia quando narra la vita ripetitiva che Tengo fa al capezzale del padre malato d’Alzhaimer (un tocco di poesia la similitudine che l’uomo fa tra il mondo in cui vive e il paese dei gatti), sia quando descrive la monotonia della vita isolata cui Aomane è costretta dopo l’omicidio del Leader: una quieta dolcezza che delicata va a mostrare le miserie, le apatie, la ripetitività del vivere comunitario, dove l’individuo non è nulla agli occhi degli altri, solamente uno dei tanti che s’incontra per strada.
I colpi di scena non mancano, anche se non sono esplosivi, ma vengono mostrati con una calma serafica. Fossero altri a descrivere certi eventi, si rimarrebbe perplessi o si storcerebbe il naso per certe svolte inverosimili. Niente che tuttavia che si sia già visto: Stephen King ha fatto qualcosa di molto simile nella serie della Torre Nera. Ma dopo l’iniziale spaesamento, ci si accorge che tutto ha un senso e che non è stato creato tanto per fare sensazione. Scelte che non rovinano l’atmosfera magica di un mondo che presenta due lune e forze misteriose di cui si riesce solamente a sfiorare la loro vera natura: la daugther e la mother, gli oscuri Little People la cui presenza non deve essere svelata perché continuino a elargire i loro servigi.
Un volume che conclude degnamente la storia ideata da Murakami con due nei, ma che non riguardano l’autore, quanto la realizzazione italiana. Il primo riguarda la divisione in due parti: l’attesa di mesi per poter leggere la conclusione spezza l’atmosfera, facendo perdere parte del gusto della lettura; un modo di fare in Italia ormai tristemente consolidato, spiegabile solamente con il voler guadagnare quanto più possibile con l’opera di un autore. Il secondo, il gigantesco spoiler messo dall’Einaudi nella sinossi del libro: praticamente rivela un evento che si trova verso il finale del libro, determinante per l’epilogo. A simili livelli, non si possono compiere errori così macroscopici: denotano mancanza di professionalità.

Analogie

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Seguo marginalmente il confronto tra Obama e Romney, leggendo saltuariamente le notizie che li riguardano sui giornali. Non so chi alla fine la spunterà, certo è che Romney ha fatto delle dichiarazioni che fanno perdere punti, inimicandosi delle belle fette d’elettorato.
A parte il non condividere le parole dell’avversario di Obama, osservandolo m’è sorta improvvisa un’associazione con Greg Stillson, il candidato al Senato del film La Zona Morta (1983, diretto da David Cronenberg,), tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Non conosco tutto il programma di Romney e neppure voglio affermare che è identico al personaggio inventato del film, tuttavia ho la sensazione che entrambi ricalchino la stessa natura. Ambigui, arrivisti, pronti a tutto per il potere, disprezzanti degli altri, che non ascoltano e sono portati a usare la forza, l’imposizione, le misure drastiche, senza vie di mediazione.
Visto ciò a cui gli Stati Uniti sarebbero andati incontro nel film se il protagonista della vicenda non fosse intervenuto, fossi negli americani rifletterei bene prima di dargli il voto. Si tratterà di una semplice impressione, tuttavia, a pensar male si fa peccato, ma…

La Foresta dei Mitago

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La Foresta dei Mitago è un romanzo del 1984 di Robert Holdstock; uno di quei romanzi che si trovano solamente nelle librerie e nei banchetti dell’usato perché praticamente ormai fuori catalogo. Un peccato, perché ha una storia avvincente da raccontare.
Certo lo stile può apparire “datato” rispetto a quello degli autori contemporanei e non rendere quell’immediatezza che immerge nella lettura, ma il modo di scrivere di Holdstock rimane comunque godibile, anche se non esaltante, e getta le basi con questo libro per una saga composta di sette romanzi, anche se in Italia ne sono stati pubblicati solo tre (Lavondyss nel nostro paese è stato diviso in due parti: Lavondyss e La regione sconosciuta); all’appello mancano The Bone Forest, Merlin’s Wood,Gate of Ivory-Gate of Horn, Avilion. E’ triste vedere come da noi spesso le saghe non vengano portate a compimento, ma bisogna rispondere al mercato, anche se spesso le sue regole sono insensate e sbagliate e non rispettano la bontà delle opere.
L’idea di Holdstock è affascinante e suggestiva. Ambientata in Inghilterra, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, fa scoprire le vicende della famiglia Huxley e del bosco di Ryhope vicino alla loro proprietà: un bosco antico, primordiale, un luogo di potere, dove il tempo scorre il maniera differente e lo spazio subisce una deformazione. Un luogo capace di dare vita a ciò che è nascosto nell’inconscio della mente umana, di fare incarnare personaggi di miti e leggende. Una magia che fa divenire figure della mente delle figure in carne e ossa, anche se è difficile poterle definire davvero umane, dato che nascono dalla terra e non dal seme dell’uomo. Ma nonostante questo provano sentimenti, hanno paure, ansie, desideri: tale è la natura dei Mitago. Questo è il nome dato a tali esseri: l’unione di mito e di immagine, ovvero “l’immagine della forma idealizzata di una creatura mitologica”, dove si fondono gli elementi del mito e quelli della mente della persona che li immagina, plasmandoli con il proprio pensiero.
Una scoperta, quella dei Mitago, che viene fatta dapprima con un approccio scientifico, con appunti, raccolta di dati, osservazioni, da parte di George Huxley e poi viene vissuta sul campo dai suoi figli, Chirstian e Steven, che seguono le sue orme quando scompare. Dopo aver disprezzato il genitore per quello che faceva, si ritrovano a fare come lui quando s’addentrano nei meandri del bosco di Ryhope per ritrovare Guiwenneth, il mitago che è stato creato dalle loro menti. Un viaggio che li porterà a scoprire un mondo antico, unione di leggende e diversi periodi storici, quali quello romano e quello medioevale.
Un romanzo interessante, in cui ho trovato una piccola particolarità, ovvero il termine Jaguth, usato da Holdstock per indicare un gruppo, “i cacciatori della notte”. La loro figura ricorda la Caccia Selvaggia che ha mostrato Kay nella trilogia di Fionavar (i nove cacciatori che cacciano assieme a un bambino), ma ho visto anche un’analogia con le figure descritte da Erikson (gli Jaghut, razza a cui appartiene Icarium), visto che Holdstock, come lo scrittore canadese, le definisce un popolo solitario, che rifugge dalle forme di governo organizzato. Un termine praticamente uguale (cambia solo la posizione dell’h), per descrivere creature diverse con però una natura simile.
Questo non vuol dire che Erikson s’è ispirato a Holdstock (ma potrebbe anche averlo fatto), ma mi fa pensare come spesso si parla di cose simili perché si attinge alla stessa fonte, quell’inconscio collettivo di cui parla Jung e dove risiede il sapere della specie umana.

Il chicco e la ghiandaia

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Distese imperlate

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Ingoiati dalle città, fagocitati dal vivere frenetico che non fa mai fermare un attimo, la vita dell’uomo del nostro secolo è tutta una perdita.
Proteso verso chimere, dedicato all’accumulare, al badare al materiale, dimentica di cibare la propria anima.
E’ diventato una creatura rude, priva di delicatezza, priva di poesia. Solo una pietra grezza, che dove si posa graffia, affondando le sue asperità.
Dimentico che il suo essere non ha una sola bocca, che il cibo di cui ha bisogno non è solo quello che trova in tavola, si è rattrappito su se stesso, una parvenza emaciata e scheletrica di ciò che dovrebbe essere.
Eppure di fonti per alimentarsi ne potrebbe trovare senza sforzo, più vicino di quel che pensa: la natura è ricca di frutti, è tutta un fiorire anche nelle stagioni in cui s’approssima al letargo.
Come quando in una mattina d’autunno, dopo una notte di pioggia, ci si alza e si ritrovano campi e pendii ricoperti di tante coltri bianche, simili a una brinata. Un brillio di gocce di pioggia che sulle tele sembrano piccoli cristalli: tutti perfetti, tutti bellissimi.
In mezzo a una vita che è caos, è bello perdersi in questo delicato scintillio.

Riflettete

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“La crisi greca è usata come esperimento di laboratorio, per vedere fino a che punto la finanza può spingere verso il basso i salari e privatizzare il settore pubblico. E’ come nutrire sempre meno un cavallo per vedere se sarà efficiente, fino a quando le gambe gli si piegano e muore.”

Michael Hudson, economista dell’università del Missouri.

Ecco cosa sono le persone comuni, i lavoratori, per i manager, per i capi, i governanti: delle cavie.
Ci si è mai chiesti cosa si prova a essere dei topi di laboratorio?
No?
Forse adesso si può cominciare a capirlo, dato che lo stanno facendo sulla nostra pelle.
E se ci si spinge un pò più in là di questa consapevolezza, si arriva a compredere che è questo che veniva fatto alla gente in schiavitù. E che sta venendo fatto e che verrà fatto.
In America c’è stata una guerra per sconfiggere la schiavitù, si è lottato per anni per la libertà, ma evidentemetne la si ritiene priva di valore, dato che si cerca continuamente di farla sparire.

Welcome to the NHK (romanzo)

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A questo mondo i complotti esistono. Certo, seppur raccontati in maniera anche credibile, in oltre il 99% dei casi si tratta di pure e semplici fantasie, oppure di balle colossali. Eppure…
Nonostante tutto questo, noi esseri umani andiamo letteralmente fuori di testa per la parola “complotto”. Complotto.
Un sostantivo affascinante, dal suono dolce e malinconico. 1 teorizzatovi dei complotti proiettano all’esterno la propria indolenza. Costruiscono al di fuori di sé un “nemico” immaginano. Nemico.
Un nemico personale, un nemico della società.
Chi teorizza questi complotti farebbe bene a osservare di più la realtà. Non c’è nessun “nemico”. Il “male” non esiste là fuori.
Però…
Nonostante questo…
Esiste un uomo che si è accorto di un vero “complotto”. Un testimone di ciò che subdolamente si sta attuando in questo stesso istante. E chi è quell’uomo?
Sono io.

Questo è un brano riportato sulla quarta di copertina di Welcome to the NHK, il romanzo di Tatsuhiko Takimoto pubblicato nel 2002 e dal quale è stato poi realizzato un manga nel 2005 e nell’anno successivo un anime, di cui ho fatto la recensione poco tempo fa.
Come sempre accade con le varie trasposizioni, qualche piccola differenza c’è. I personaggi di Megumi Kobayashi e di suo fratello non sono presenti nella versione letteraria (neppure vengono affrontati i riferimenti alle vicende che li riguardano, come quelle del multi-level marketing e della dipendenza dei giochi online), come non sono presenti alcuni eventi presenti nella versione anime.
L’essenza di questa storia però rimane inalterata. Una storia che parla di solitudini, di disagi e difficoltà o incapacità ad adattarsi alla società, che critica il sistema, il mondo degli adulti e dei genitori che impongono il proprio volere ai giovani perché si adattino al copione per loro preparato, cercando d’annullare il valore dell’individuo a favore di quello della comunità. Non ci sono guide, non ci sono aiuti: anche la religione, che dovrebbe essere un supporto, una consolazione, è solo una facciata di sorrisi ed educazione che nasconde la realtà meschina di ottenere una posizione all’interno di una gerarchia per ottenere ammirazione e guardare gli altri dall’alto; un potere che viene fatto pesare, facendo sentire la propria influenza.
Di fronte a questa desolazione non sorprende che la percentuale di giovani che ricorrono ad alcol, psicofarmaci e droghe legali sia così elevata, così da ricavarsi un proprio angolo dove essere felici, dove non essere raggiunti da quel mondo così opprimente che li circonda. Il romanzo in certi punti è molto più crudo e duro rispetto all’anime, specie nel mostrare le reazioni di Yamazaki di fronte alle delusioni avute dalle ragazze e dai compagni di scuola: dialoghi taglienti che mostrano tutta la rabbia, l’insoddisfazione, la frustrazione a lungo covata negli anni. Ma è soprattutto un viaggio interiore lucido e profondo quello che fa Tatsuhiko Takimoto attraverso il personaggio di Tatsuhiro Satō, mettendo su carta la sua esperienza reale nell’essere un hikikomori, affrontando un tema terribilmente attuale per lui: è così che nasce un’opera introspettiva, dolce e amara allo stesso tempo, dove sono state riversate paure, ansie, lo spavento d’affrontare un futuro che angoscia e terrorizza, la difficoltà nell’avere relazioni che non siano superficiali, dove tutto ciò che si desidera non è altro che trovare un proprio posto nel mondo e avere un poco di calore umano che renda l’esistenza meritevole d’essere vissuta.

Il cammino di crescita

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può percorrere tante strade: ognuno ha il proprio sentiero da scegliere e da creare.
Tuttavia, anche se cambia il modo in cui viene fatto, e magari anche i tempi in cui si verificano, le tappe sono sempre le stesse per ciascun individuo, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo.
Solo attraverso l’eperienza personale si può giungere alla crescita: questo è un fatto inconfutabile. Ma attraverso le vicende altrui, si possono avere dei consigli utili, in grado di aiutare: è il caso della storia, oppure la lettura di un buon libro, di qualsiasi genere, anche fantastico, come La Storia Infinita di Michael Ende, dove la fantasia è molto più di un “avere la testa fra le nuvole”. Perché la fantasia è un regno senza confini, continuamente in crescita e pertanto sempre mutevole; un regno che non è fisico e reale nel modo in cui si è abituati a pensare, ma che esiste e per chi vi entra può essere un’esperienza che fa apprendere, che può insegnare, come avviene con Bastiano, il piccolo protagonista delle vicende del romanzo dello scrittore tedesco.
Un discorso ampio, quello che riguarda il libro di Ende, che è stato approfondito in questo
articolo che ho realizzato per Fantasy Magazine, dove affiancando Bastiano nel suo viaggio attraverso boschi notturni, deserti colorati, città d’argento, s’incontrano personaggi come Morla, l’Oracolo del Sud, MorK, Fucur, Graogramàn, Donna Aiuola, capaci di rendere il libro di Ende più di un semplice racconto.

Memorandum per lo scrittore

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«L’hai sempre saputo» rispose il drago. «Cos’hanno in comune Una zampe, due zampe…e Bivio il colibrì?»…

Invece di parlare, lo scrittore cominciò a digitare la risposta sulla tastiera:

«Mi sono divertito a scriverli!».

La musa aspettò, perché mancava ancora qualcosa.

«Non mi preoccupavo di ciò che avrei scritto. Mi sono fatto da parte e i racconti si sono scritti da sé. »

Poi, dopo un silenzio ancora più lungo:

«Mentre ero all’opera non avevo un atteggiamento critico. Non mi importava cosa avrebbero pensato il lettore o il redattore, ma cosa pensavo io. E ho lasciato parlare la storia».

Budgeron sentì un lungo sospiro. «Non sono un revisore» disse il drago «ma ammettiamo che tu voglia sintetizzare questi concetti in tre regole da applicare in questo momento e magari anche per il resto della tua vita.»

«Ammesso che la mia vita abbia un seguito…» disse lo scrittore.

«Ah, certo.. » rispose divertito Zenzero.

Budgeron rilesse ciò che aveva appena scritto. Il minor numero possibile di parole, pensò prima di cancellare tutto.

Nell’ordine scrisse:

«Divertiti.

«Non pensare.

«Fregatene. »

Alla ricerca dell’ispirazione.Richard Bach