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La cosa più preziosa

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Qual è la cosa più preziosa che un individuo possiede?
Qualcuno può dire la vita.
Altri possono asserire che siano le scelte che vengono fatte.
Altri ancora il tempo.
Se ci si pensa, tutte queste cose sono legate tra loro. Si può dire che la qualità della vita dipende da come decidiamo d’impiegare il tempo della durata della nostra esistenza. E si sa che essa è breve. Così breve da risultare preziosa.
Eppure, nonostante il suo valore senza prezzo, lo si vende per cifre irrisorie, passando la maggior parte dell’esistenza a far cose che non piacciono. Certo, le ragioni per questo comportamento possono essere tante: la necessità di sopravvivere, di avere di che mangiare, dove dormire, dover pagare le tasse, permettere ai figli di crescere, di poterli mandare a tennis, a calcio, in palestra.
Tutte cose giuste, per le quali occorre sacrificarsi per poter far sì che siano realizzabili, occorrono grandi sforzi, visto quanto sono costose.
Ma la verità, è che tutte queste cose le si stanno pagando molto di più di quanto esse valgono. E non solo inteso come valore monetario, ma anche come costo umano, come sacrificio di parti di sé. Certo è, che di quello che si guadagna, molto viene speso per il superfluo, non per il necessario.
Abbonamenti a tv satellitari, tariffe telefoniche per cellulari, telefonini, smart-phone, i-phone, i-pad: elementi ritenuti necessari per divertirsi, per poter comunicare con gli altri, essere connessi al sistema, altrimenti si rischia di essere tagliati fuori da quella che si considera vita. Ma si fa fatica ad accorgersi che così facendo si perde la capacità di comunicare veramente, di avere veri rapporti umani con gli altri; se si osserva diventa sempre più difficile trovare persone che guardano direttamente negli occhi il proprio interlocutore, visto che si prova disagio per non essere più abituati a trattare con i propri simili: si riesce a mantenere lo sguardo fisso su quello dell’interlocutore per pochi attimi prima di posarlo altrove.
Poi sono necessarie le ferie, perché occorre staccare dalla routine, occorre ricaricarsi delle energie spese per il lavoro, occorre smaltire lo stress accumulato per la convivenza forzata con i colleghi con cui non sempre si va d’accordo, costretti a mantenere dei rapporti anche se non si è in sintonia e ci sono degli attriti (come ogni essere vivente, c’è bisogno di avere un certo spazio vitale che non sia invaso dagli altri: altrimenti l’invasione crea una reazione che se non trova modo di sfogarsi porta a conseguenze poco piacevoli, come succede negli allevamenti intensivi di polli dove gli animali alle volte s’ammazzano tra loro perché costretti a stare uno addosso all’altro). Per svagarsi, divertirsi, non avere pensieri, trovare relax occorre naturalmente spendere denaro; si è arrivati a un livello tale di stress causato dai rapporti umani e dall’uso della tecnologia che si arriva a pagare profumatamente per andare in resort dove non c’è niente, dove si resta soli, tagliati fuori dalla rete e da tutto quello che è collegato a esso.
Questo sistema che crea così tanti contatti con la gente, ma non ne instaura di veri, reali, duraturi, fa nascere una desolazione, un’aridità interiore che crea un bisogno d’affetto; un bisogno che crea una domanda e pertanto fa nascere un’offerta. In America ci sono persone che si fanno pagare per coccolare chi ha questa necessità: niente di sconcio, non si tratta di prostituzione, ma semplicemente di abbracciare e dare tenerezza.
Ma se si è parlato di pagare il superfluo, non bisogna dimenticare che c’è anche le necessità.
Una delle più costose è la casa, con costi di affitti e mutui (quando vengono dati) sempre più alti. Per non parlare delle bollette di luce, acqua, telefono, riscaldamento, che ogni anno non fanno che aumentare il loro costo, a fronte invece di stipendi che quando non aumentano, calano.
Subito dopo viene l’auto, necessaria a molti per recarsi sul posto di lavoro perché le loro residenze non sono servite da un servizio pubblico adeguato alle esigenze richieste. Carburanti che crescono senza controllo (una continua speculazione), bolli auto, assicurazioni, portano via una buona fetta dello stipendio; senza contare i costi dei tagliandi e delle spese di manutenzione che il mezzo richiede. A questo si aggiunga il prezzo dei parcheggi, dato che nelle città trovarne di liberi è come trovare oasi nel deserto.
Poi ci sono le trattenute sullo stipendio per avere una pensione, le tasse da pagare per i servizi offerti dallo stato. Soldi versati per non ricevere servizi adeguati e mantenere un carrozzone di politici e governanti che si aumentano sempre i salari e pretendono sempre più sacrifici dalla popolazione per mantenere il loro livello di vita.
Visto che gli stipendi non aumentano, ma le spese che sono sempre più incidenti sul portafoglio sì, ne consegue che le persone per mantenere lo stesso tenore di vita cui sono stati abituati, devono lavorare molto di più, anche trovare un secondo lavoro, quando ci si riesce. Quindi sempre più tempo della vita è passato al lavoro e sulle strade per raggiungerlo, dato che spesso non è proprio dietro l’angolo, ma si devono percorrere decine e decine di chilometri. Tempo che è tolto ai rapporti sociali, familiari, d’amicizia. Non è strano che spesso si abbia a che fare solo con estranei, instaurando rapporti che non durano, dove non c’è spazio per costruire qualcosa di solido, per approfondire conoscenze e conoscere veramente le persone che si scelgono poi di avere al proprio fianco. Così nascono le incomprensioni; incomprensioni che non trovano risoluzione perché non c’è tempo per il dialogo, il confronto (ma non va dimenticato che spesso la causa è la mancanza di volontà di trovare il tempo per porre rimedio alle situazioni creatisi).

«L’unica cosa che importi nella vita », proseguì l’uomo, « è riuscire in qualche cosa, arrivare a essere qualcuno, possedere qualcosa. Colui che arriva più lontano e diventa più importante e possiede di più, avrà tutto il resto – e per giunta gratis – cioè amicizia, amori, onori eccetera.» (1)

Tutti tesi dallo stare al passo con quanto detta il modo di vivere che si è costruito, non ci si accorge che si sta alimentando un costrutto sfruttatore, risucchiante energie, vita, come un parassita, un vampiro: qualcosa che non avrebbe nessuna forza, se non fossero le persone ad alimentarlo. Un costrutto che fa leva, gioca, alimenta i Vizi degli individui, puntando soprattutto sull’invidia che spinge a voler sempre di più, per raggiungere una posizione migliore ed essere guardati, ammirati dagli altri. Un modo per sentirsi migliori, superiori: una percezione illusoria che gioca sull’Ego.
Ma che non rende felici.
Basta guardare il modo di comportarsi delle persone. Scontrose, lamentose, maleducate. Sempre pronte a scagliarsi sugli altri, ad attaccar briga, dando la colpa al prossimo dei propri problemi, dei propri insuccessi, quando invece per trovare un responsabile basterebbe fissare uno specchio.
Proprio la mancanza di felicità è il termometro che rileva il livello d’insoddisfazione delle persone, la qualità della loro esistenza.
Signori GrigiCome raccontato da Michael Ende in Momo, questi tempi sono governati da Signori Grigi che vogliono il nostro tempo e cercano in ogni modo, con ogni mezzo, di strappare il nostro consenso per ottenerlo e sfruttarlo. Ma questo tempo non verrà risparmiato, non potrà essere recuperato: una volta passato, il tempo non ritorna, è qualcosa che sarà perdita, che finirà in fumo se non vissuto nel migliore dei modi e lo si rimpiangerà, sprecando così altro tempo.
Tutte le cose materiali che abbiamo, che vediamo, ciò a cui aneliamo, possono essere utili se rendono la vita migliore, non se ci rendono dipendenti, degli schiavi, facendoci esistere e tribolare solo in funzione di esse; a quel punto non è più vita, ma prigionia. E di prigioni intorno a noi ce ne sono molte, con la porta sempre aperta, pronte ad accoglierci e a tenerci dentro.

Ogni giorno alla radio, alla televisione, sui quotidiani si spiegavano e si magnificavano i vantaggi delle nuove tecniche per risparmiare tempo, che – un giorno – avrebbero offerto agli uomini la libertà per una « vera vita ». Sui muri e sugli spazi pubblicitari gli attacchini incollavano manifesti raffiguranti ogni possibile immagine della felicità; e, sotto, l’ossessione delle scritte a lettere luminose:
I RISPARMIATORI DI TEMPO VIVONO MEGLIO!
oppure:
IL FUTURO APPARTIENE AI RISPARMIATORI DI TEMPO!
oppure:
MIGLIORA LA TUA VITA… RISPARMIA IL TEMPO!
Ma la realtà era molto diversa. Certo, i risparmiatori di tempo erano vestiti meglio della gente che viveva nei dintorni dell’anfiteatro; guadagnavano più denaro e potevano spendere di più. Ma avevano facce afflitte, stanche o amareggiate e occhi duri e freddi. Ignoravano che si potesse « andare da Momo ». Non avevano chi sapesse ascoltarli tanto bene da renderli ragionevoli, concilianti e perciò felici. Ma se anche avessero conosciuto l’esistenza di una creatura tanto preziosa, non è sicuro che sarebbero andati a trovarla, a meno che si potesse risolvere la faccenda in cinque minuti; altrimenti lo avrebbero reputato tempo perduto. Secondo il loro modo di pensare, anche il tempo libero doveva essere messo a profitto, e in tutta fretta, per procurarsi divertimenti e distensione nella massima misura possibile.
Così non potevano celebrare feste o commemorare avvenimenti tristi o lieti; i sogni erano considerati quasi dei crimini. Ma la cosa più difficile da sopportare era, per loro, il silenzio. Nel silenzio li assaliva l’angoscia perché nel silenzio intuivano quel che stava capitando alla loro vita.
Per questo facevano rumore quando il silenzio li minacciava; però non il baccano giocondo che regna là dove giocano i bambini, ma un rumore rabbioso e sgomento che di giorno in giorno inondava la grande città con irrefrenabile crescendo.
Che a uno piacesse il suo lavoro e lo facesse con amore per l’opera creata, non aveva importanza… anzi dava fastidio. Importante era solo fare il massimo di lavoro in un minimo di tempo.
In tutti i luoghi di lavoro delle grandi fabbriche, in tutti gli uffici, pendevano cartelli con scritte di questo genere:
IL TEMPO È PREZIOSO – NON PERDERLO!
oppure:
IL TEMPO È DENARO – RISPARMIALO!
Cartelli analoghi erano appesi dietro le scrivanie dei capi, dietro le poltrone dei direttori, nei gabinetti medici, nei negozi, nei ristoranti, nei grandi magazzini, nelle scuole e persino negli asili d’infanzia. Dappertutto, senza alcuna esclusione.
E infine – giorno dopo giorno – anche la grande città aveva mutato aspetto. Si demolivano i vecchi quartieri e si costruivano case nuove dalle quali era escluso qualsiasi elemento reputato superfluo. Si evitava la fatica di costruire abitazioni adatte all’umanità che doveva viverci; assecondare i molteplici gusti degli uomini significava edificare case di stile e tipo diverso. Era più a buon mercato – e soprattutto si risparmiava tempo – costruirle tutte uguali.
A nord della grande città si estendevano già immensi quartieri nuovi. Fabbricavano case d’abitazione a molti piani, casermoni che si assomigliavano come un uovo bianco somiglia a un altro uovo bianco. E siccome tutte le case erano uguali, anche le strade erano identiche. E quelle strade monotone aumentavano e aumentavano, rettifili lanciati a perdersi nell’orizzonte. Un deserto di ordine. Allo stesso modo scorreva la vita dell’umanità che le abitava: rettifili fino all’orizzonte. Perché lì tutto era calcolato e pianificato ori esattezza, ogni centimetro e ogni istante.
Nessuno si rendeva conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmiava tutt’altro. Nessuno voleva ammettere ,che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda.
Se ne rendevano conto i bambini, invece, perché nessuno aveva più tempo per loro.
Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiavano, tanto meno ne avevano.
(2)

1 Momo – Michael Ende. pag. 89
2 Momo – Michael Ende. pag. 67-69

L’Ultimo Potere – Secondo Atto – XIX La Porta del Paradiso (parte 4)

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La connessione s’interruppe in un contraccolpo violento e i due si ritrovarono a guardare la pila di copertoni e i motori accatastati.
Maestro prese a respirare a fondo, cercando di rallentare i battiti cardiaci. Guerriero si trascinò a gattoni dietro un cumulo di cilindri, dando libero sfogo ai conati di vomito che l’avevano colto. Dopo essersi tolto il peso che gli occludeva lo stomaco, andò a sedersi su alcuni pneumatici vicino a Maestro. L’uomo con in braccio il libro manteneva la stessa espressione.
«E’ sempre così?»
Maestro sospirò stancamente. «No: questa volta è stata più probante delle altre. E non mi sorprende viste le energie in gioco.»
Il silenzio calò attorno al trio.
«I Sette Demoni Superni.» Sentenziò Guerriero dopo una lunga pausa.
Maestro assentì. «La loro materializzazione originaria, andata perduta per sempre.» Disse stancamente. «Ora sono costretti a vagare in cerca di nuovi corpi per poter restare sul nostro piano e ottenere quanto più bramano.» Una smorfia di disgusto annaspò sul suo volto. «Abiti: non siamo che questo per loro.» Scosse il capo. «Ma una consolazione almeno c’è in quanto abbiamo visto: non riavranno mai più la forza che li ha resi così temibili.»
Guerriero ripensò allo scontro con il Demone avvenuto decine di metri sopra la sua testa e rabbrividì. «Vuoi dire che…»
«Il Potere che possiedono ora è solo un frammento di quello che abbiamo visto in queste immagini: tremendo, ma non invincibile.» Sorrise compiaciuto. «La loro forma originaria è perduta in maniera irreversibile; perciò la sostituiscono con quanto c’è più vicino a quella del Bambino: quella dell’Uomo.»
«Il Bambino?» Chiese perplesso Guerriero.
«La forma che più si avvicina all’Essenza, quanto di più puro può esserci sulla terra. In altre parole, è il passo più prossimo allo stato della divinità, la massima potenza raggiungibile su questo piano d’esistenza.»
Il compagno meditò sull’affermazione. «Perché la forma del Bambino è più potente di quella dell’Uomo? Quest’ultimo non dovrebbe essere l’evoluzione della prima?»
«Data l’educazione usata per tanti secoli, sì. Ma le cose non stanno mai come dice la maggioranza delle persone: molta verità viene persa a causa di essa. In quello che comunemente viene chiamato processo di crescita c’è una gran perdita di potere. Per questo l’Uomo, se vuole riconquistare la sua natura, deve riconquistare l’essere del Bambino.»
«Non è quello che dovrebbero fare anche i Demoni, allora?»
«Già, è quello che dovrebbero fare.» Commentò pensieroso Maestro. «E che avrebbero già dovuto fare. Deve essere successo qualcosa in quello scontro: i Demoni non devono essere stati solo indeboliti.» Mormorò. «Forse il Potere ha creato un divieto che non gli permette di tornare alla forma di un tempo. O forse ha semplicemente cancellato il ricordo di com’erano, per impedire che cerchino di tornare alle origini: ha fatto perdere la conoscenza di loro stessi, rompendo il loro specchio interiore.»
«Pensi che sia uno stato definitivo quello in cui sono confinati?»
Maestro sollevò le sopracciglia. «Non esistono certezze al mondo, specie quando si ha a che fare con i Demoni, ma dato quanto tempo è trascorso dalla battaglia che abbiamo visto, direi che ci sono buone probabilità.» Sorrise sardonicamente. «Un bello scherzo quello riservatogli dal destino: costringerli a servirsi degli uomini, gli esseri che più disprezzano, per perseguire i loro scopi. Proprio loro che si consideravano i simboli più elevati dello Spregio, così superiori e distaccati dagli umani, si ritrovano a mendicare il loro sostegno perché altrimenti sarebbero solo umori nel vento.»
«Aspetta un attimo.» Lo interruppe Guerriero. «Cosa significa “dato quanto tempo è trascorso dalla battaglia”?» Si voltò verso l’uomo che aveva compiuto l’impresa. «Al massimo sarà trascorso qualche anno.»
Il mutismo di Maestro lo turbò. «Guarda il suo volto, le sue mani: non è cambiato molto dalle immagini che la sua mente ha mostrato.»
«Hai notato le costruzioni nella valle?»
«L’ho fatto, anche se non ritenevo fossero importanti al nostro fine.»
«Infatti.» Convenne Maestro. «Tuttavia hanno rivelato alcune informazioni. Lo stile che presentavano e soprattutto l’arte con cui erano state realizzate, sono stati utilizzati dagli uomini diverse migliaia d’anni fa.»
«Non è possibile.» Sussurrò sbigottito Guerriero fissando l’uomo con in braccio il libro. «Saremmo di fronte a un Immortale; nessuno altrimenti può vivere tanto a lungo.»
«Nessun tranne chi ha usato la Porta del Paradiso.» Meditò Maestro.
«Un effetto collaterale del suo utilizzo?»
L’espressione di Maestro si contrasse in una smorfia. «Nessun essere umano, nessun corpo materiale, può sopportare una simile energia senza subirne conseguenze.»
«Pensi che il trauma l’abbia fatto chiudere in una sorta di guscio, una specie d’autismo assoluto?»
Maestro scosse in capo. «Questo spiegherebbe il suo comportamento, ma non il fatto che il suo corpo sia rimasto immutato. La sua è una stasi molto particolare, non si tratta di un Immortale. La mente di una creatura del genere sopporterebbe il passare delle ere, non risentendo della perdita degli affetti, poiché un Immortale non si affeziona a nessuno. Il caso in questione è diverso: hai visto anche tu l’affetto che lo teneva legato alla comunità, soprattutto ai bambini; sintomi inequivocabili del suo essere mortale. No, la questione è molto più profonda di quello che appare: non abbiamo a che fare con un trauma psicologico o una ferita spirituale. Non è certo il sopravvivere alle persone care che l’ha ridotto in questo stato: era in queste condizioni già alla fine della battaglia.» Scosse il capo. «No, la sua integrità è andata in frantumi per altro.»
«Cosa allora l’ha ridotto in questo stato?»
«La sua anima s’è scissa dal suo corpo.»
«Impossibile: sarebbe morto.»
Maestro si portò la mano al mento. «Così dovrebbe essere stato. Ma con l’apertura della Porta, ogni legge naturale è stata sconvolta: tutto è divenuto possibile. La sua trascendenza lo ha rivelato.»
«Trascendenza?»
«Hai avvertito anche tu quanto provava quando il suo punto di vista era posizionato al di sopra della pianura?» Attese un cenno d’assenso da parte di Guerriero. «La sua anima ha raggiunto un livello tale che non poteva più essere contenuta nel vecchio involucro e se n’è staccata, allontanandosi nelle profondità delle galassie, gli unici corpi abbastanza grandi da poterla contenere.»
Guerriero fissò l’uomo al centro dei loro discorsi. «Che cosa lo fa esistere, se non persiste in lui nemmeno un frammento d’anima?»
«Il ricordo.» Mormorò Maestro. «Quest’uomo esiste grazie al ricordo, alle memorie che si sono impresse grazie alla spaventosa energia della Porta.»
«Vuoi dire che vive di passato?»
«Un passato che si ripete continuamente nel presente. Il persistere del ricordo. Ogni istante che il suo corpo respira, la sua mente rivive quei momenti, senza pietà, senza possibilità di fermare il flusso ciclico.»
«Esistere solo con il ricordo.» Guerriero fissò l’uomo, continuando a non riuscire a darsi una ragione di quello vedeva, ripensando agli sconvolgenti momenti che aveva visto. «Questa non è vita: è un inferno.»
Maestro assentì.
«Merda.» Disse Guerriero colpito con forza dalla scoperta.
«Questo significa raggiungere Dio quando si ha ancora un corpo. Per questo nei testi dell’antichità si diceva che chi vedeva Dio nella sua interezza ne veniva consumato. E pertanto era proibito: una tutela verso ciò cui l’uomo poteva andare incontro. Le storie degli antichi non sono solo allegorie o metafore psicologiche: c’è più verità di quanto non si voglia credere.»
«Ma se è senz’anima, come fa a soffrire?»
«Perché l’uomo è un intero composto di tre parti: corpo, mente e spirito. Se viene a mancare uno di questi elementi, si è Spezzati. E questo porta sempre sofferenze. Lo spirito, o l’anima, non è che consapevolezza e libertà; senza di essa si è in balia di qualsiasi cosa, sballottati in ogni dove.»
«Allora tutte le persone che vivono nel mondo sono Spezzate.»
«Ti riferisci alla mancanza di consapevolezza e libertà della gente perché hai visto la condizione in cui vivono; ma questo stato è dovuto solo perché le loro anime sono sopite. Sopite, non perdute.» Maestro sospirò stancamente. «Il prezzo da pagare nell’osare troppo per aiutare gli altri.»
«In un mondo di fantasia…» Cantilenò l’uomo millenario.
Guerriero deglutì. «Vivere nel passato.»
Maestro assentì.
«Per sempre.»
Di nuovo un cenno del capo.
Guerriero sbarrò gli occhi di fronte alla tremenda eventualità: un dolore cocente che si perpetrava senza posa. «Merda.» Mormorò sconvolto. «E noi dovremmo raggiungere questo?» Rabbrividì. «Condannarci a un’esistenza di dannazione? Ridurci come quest’uomo?»
«Sì, se necessario.» Disse con fermezza Maestro. «Malgrado abbia visto l’apertura di questa Porta, mi sfugge come attivarla; mi mancano degli elementi per avere un quadro completo. Nonostante ciò, non credo che l’utilizzo di questo Potere debba comportare automaticamente la dannazione: sono convinto che ci sia un modo per evitarla. Come sono sicuro che ci sia un modo per rendere integro di nuovo quest’uomo: occorre solo trovarlo. Anzi, credo che la nostra venuta possa liberarlo da questa condizione: uno scambio reciproco, si può dire.»
«Una delle tue coincidenze?»
«Può essere.» Ammiccò Maestro. «Nulla avviene per caso.»
«E allora come spieghi la scissione tra corpo e anima?»
Maestro corrugò la fronte. «Con l’apertura di questa Porta si lasciano entrare nel nostro mondo forze molto potenti, ma si ha anche la possibilità di posare lo sguardo su cose mai viste: si ha la possibilità di vedere l’interezza dell’Essenza. Deve essere di una bellezza inaudita, talmente bella dal non desiderare altro che farne parte. Una visione così straordinaria da essere capaci d’abbandonare qualsiasi legame, affetto, esperienza avuti sulla terra, di spezzare l’intero che l’uomo rappresenta e menomarlo, riducendolo in questo stato.»
«E perché starebbe a noi sistemare le cose?»
Maestro lo fissò intensamente. «Perché uno squilibrio porta sempre spiacevoli conseguenze, anche se non si riesce a vederne gli effetti. Perché il mondo non è altro che un grande corpo e se una sua parte soffre, anche il resto ne patisce.»
«Non è l’unica parte sofferente.» Disse Guerriero comprendendo il senso delle parole.
«Per questo ci stiamo dando da fare per rimediare ai danni arrecati così a lungo e in maniera così perpetrata: per salvare il mondo. Perché sta morendo. E se muore lui, anche i suoi organismi seguono lo stesso destino.»
«Pensi che sia possibile salvarlo?»
«Se non lo fosse, non sarei qui.» Mastro sorrise. «Ci serve scoprire come utilizzare il Potere della Porta del Paradiso per sconfiggere i Demoni. Ma riportare indietro un’anima che ha varcato questa soglia, ci permetterà di scoprire verità utili per costruire un nuovo mondo; un mondo come dovrebbe essere stato fin dall’inizio, se non si fosse persa la verità sulla vita.»
«Un paradiso terrestre.» Mormorò Guerriero. «Una conoscenza perduta.»
Maestro assentì. «E che deve essere riportata alla luce: quest’uomo è la via per la distruzione e la successiva creazione.»
«Una questione di vita o di morte». Mormorò Guerriero assorto dalla grandezza del pensiero e da quanto le immagini avevano rivelato: per un istante era stato sul bordo dell’universo e ne aveva abbracciato la sua sconfinata grandezza.
Maestro annuì. «Un’energia capace di modificare ogni cosa: un Potere salvifico, come mai i Poteri lo sono stati. L’energia assoluta, a cui si può accedere solo dopo aver rotto tutti i sigilli posti per impedire che ne venga fatto un uso sbagliato.»
«Le altre Porte.»
«I requisiti per averla. I passi delle Virtù, le soglie da superare, così insormontabili per i Demoni. La trascendenza per un Potere che non avranno mai.»
Guerriero rivolse lo sguardo all’uomo che sembrava non accorgersi di quanto accadeva all’esterno, imprigionato in un guscio impenetrabile.
«E se una volta che la sua anima è tornata, lui volesse essere liberato?»
«In che senso?» Chiese perplesso Maestro.
Guerriero si mosse a disagio. «Se è vero che la sua anima ha raggiunto luoghi d’indescrivibile bellezza, non pensi che il suo ritorno nel mondo equivarrebbe a una discesa all’inferno? Dopo certe esperienze non si può tornare indietro; chi si volta a guardarsi alle spalle è destinato ad andare incontro alla rovina. La sua anima, privata della visione di ciò che c’è oltre la soglia, costretta di nuovo alla realtà materiale presente, reggerà al ritorno nel vecchio corpo, costretta a confrontarsi con i ricordi della mente? O impazzirà? Il divario tra le due dimensioni è troppo grande per non creare lacerazioni. Cosa succederà quando si renderà conto di vivere in un’epoca che non è più la sua, che tutte le persone a lui care sono estinte da secoli? Come pensi che reagirà, trovandosi a vivere in un mondo che non riconosce più? E se invece di dare il suo aiuto, chiedesse di essere liberato?»
«Spiegati meglio.»
«E se lui desiderasse la morte? Se chiedesse di essere liberato di una vita che considera una maledizione, permettendo di ricongiungersi con i suoi cari? Non puoi non prendere in considerazione questa eventualità: non dopo aver visto quanto ha passato. Cosa faremo a quel punto?»
«Dovremo trovargli una ragione per vivere.» Costatò Maestro. «Ma per il momento non possiamo far altro che portarlo con noi: non possiamo stare qui aspettando di riuscire a risolvere il mistero, ci sono altre cose da fare.»
«E dovremo muoverci pensando a proteggerlo? Questo rallenterà la marcia.»
«Non più di tanto.» Maestro fissò l’uomo che cantilenava a bocca chiusa. «Lui non può morire: finché l’anima non rientrerà nel corpo, niente gli potrà recare danno. Un dono concesso dalla sua condizione. Come avrebbe fatto altrimenti a sopravvivere per tutto questo tempo non essendo in grado di difendersi?» Maestro s’alzò in piedi.
Guerriero guardò in maniera indecifrabile l’uomo con in braccio il libro. «Chi l’avrebbe detto che dietro una vita così miseranda si nascondeva un eroe.»
«Non un eroe: un Innocente.» Lo corresse Maestro. «Un individuo che ha talmente creduto nei propri sogni e ideali da arrivare a sacrificarsi perché altri potessero farli diventare propri; un puro, come ce ne sono stati pochi al mondo, anche se di quel che è stato non rimane molto.»
«Perché si deve arrivare a tanto, sacrificando tutto quello che si ha?» Borbottò pensieroso Guerriero.
«Non riesci a riconoscere ciò che hai davanti?»
«Non capisco dove vuoi arrivare.»
«Per la speranza. Questa è la sua Virtù, il suo essere. Per te è difficile vederla, dato che l’hai conosciuta così poco e troppo vicino è il tempo in cui ti è stata strappata.» Disse Maestro. «Ma la dovrai ritrovare, se vuoi percorrere questa strada.» Gli batté una mano sulla spalla, facendogli cenno che era ora di prepararsi per la partenza.

Silverthorn - Kamelot

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L’uomo è qualcosa di mutevole, sempre in trasformazione. Quindi, verrebbe da pensare che per lui il cambiamento sia qualcosa di naturale.
Invece ci si trova spesso ad avere a che fare con abitudini ben radicate, comportamenti ripetitivi. Questo perché nella ripetitività c’è qualcosa di confortante, il conosciuto dà certezze, non scombussola pensieri ed equilibri ottenuti. Nessun settore ne é esente: nel grande come nel piccolo. Logicamente l’accettazione del cambiamento varia da individuo a individuo.
Così può succedere che ascoltando il nuovo album di una band che si conosce da anni, ma che ha cambiato un elemento della formazione, non si riesca a entrare subito in sintonia con le canzoni da essa suonate. Specie se l’elemento che è cambiato è il cantante, colui che per primo instaura la sintonia con l’ascoltatore. La voce ha in sé qualcosa capace di toccare le corde più intime di un individuo. Certo è che la stessa cosa la può fare anche uno strumento, dipende come viene suonato. E un testo ha potenza o meno a seconda di come viene cantato.
L’ascolto di Silverthon, nuovo album dei Kamelot parte proprio da questo spunto, con Tommy Karevik (Seventh Wonder) che ha preso il posto dello storico Roy Khan. Karevik ha una buona voce, pur se non calda ed espressiva come quella di Khan: il difetto dell’album non è questo, non è la diversità, quanto quello di voler farlo cantare alla stessa maniera del suo predecessore, avendo caratteristiche differenti. L’errore commesso è quello di cercare di perpetrare ciò che è stato, tentennando a intraprendere con coraggio una strada diversa, come lo richiede la realtà attuale della band.
Questo non significa che si è di fronte a un album da bocciare, il lavoro realizzato è più che discreto, con canzoni come Sacrimony e Solitaire belle e trascinanti, ma da un gruppo esperto e consolidato come i Kamelot ci si aspetta qualcosa di più. Per chi volesse approfondire il giudizio sull’album, su FM c’è la recensione.

Come nasce una notizia

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Una piccola riflessione su come alle volte nascono certe notizie.
Diversi anni fa, quand’ero appena adolescente, nella provincia di Bologna, ma anche in quelle vicine, circolava la voce che nelle campagne s’aggirasse una pantera. Presto i giornali s’interessarono alla vicenda e numerosi articoli parlarono d’avvistamenti del grosso felino e del ritrovamento delle sue impronte. Diverse furono le persone che testimoniarono d’averla vista, ma non ci furono mai foto che immortalavano la bestia. Per il periodo estivo non si fece che parlare di questo e tra la gente c’era un certo timore ad avventurarsi nei boschi e nei parchi; poi com’era nata, la notizia fu dimenticata e nessuno si preoccupò più della pantera.
Notizie del genere ogni tanto ricompaiono, come è successo in questo caso sulla A14: probabilmente si è trattato di un cane randagio, perché una pantera raggiunge dimensioni ben superiori di quelle descritte. Si sono avuti anche altri avvistamenti, come nel grossetano.
Il più delle volte, come è stato dimostrato, sono falsi allarmi, mossi da suggestioni e paure che fanno vedere le cose più di quello che sono, oltre che dal non conoscere la loro natura. La gente parla, ma spesso lo fa senza avere conoscenza e buon senso. E i media, che ricercano lo scoop, non verificano la veridicità delle segnalazioni, interessati solo a cogliere l’attenzione del pubblico, ad avere audience e vendite.
Non si ricerca più l’informazione, non si cerca di far venire a galla la realtà, ma si ricerca solo di attirare l’attenzione, di fare scalpore: si agisce perché conta arrivare per primi, essere quelli che hanno scoperto prima degli altri la novità, senza pensare che si rischiano figuracce, a cui devono seguire poi smentite.
Vi faccio un esempio.
Quella che vedete sotto è l’impronta di un cinghiale o di un capriolo, la tipica forma di un ungulato (a proposito di caprioli, c’è gente che avvistandoli diceva d’aver visto gli alci, quando al massimo poteva aver visto dei cervi).

L’impronta successiva è quella di un cane. Alcuni potrebbero dire che si tratta dell’orma di un lupo, ma prendete un cane di taglia media, tra i 30 e 35 kg, tipo pastore tedesco, un terreno impregnato di pioggia, bello molle, e si otterranno impronte di discrete dimensioni, simili a quelle del parente.

Ora guardate quest’ultima, dove a fianco dell’orma del cane, ce n’è un’altra più grande. D’istinto viene da pensare a un grosso animale, probabilmente un predatore, magari si tratta proprio del fantomatico felino nero; l’immaginazione galoppa, l’inquietudine e l’adrenalina salgono.

Ma ci si soffermi a riflettere un attimo. Se fosse davvero il grosso felino, le impronte dei polpastrelli dovrebbero essere quattro e non solo tre, le due centrali più avanzate e quelle laterali più arretrate. Inoltre, il cuscinetto carpale non ha linee così squadrate, spigolose, è più tondeggiante.
La fantomatica orma che si vede non è altro che una formazione composta di più impronte, di una creata dalla calzatura di un cacciatore e di altre due impronte, probabilmente di caprioli, molto ravvicinate.
Magari fa anche ridere un poco l’idea di chissà quale caso potrebbe essere nato e di chissà quale viaggi si sarebbe fatta la gente.
Ma dopo il riso, la riflessione si fa più amara.
Quando una notizia non ha fondamenta, quando si cerca solo lo scalpore, si possono fare molti danni: per un capriccio, una ripicca, si può rovinare la vita di una persona, la si può marchiare per sempre, lasciando una macchia che perseguita. Basta davvero poco per distruggerla: prima si agisce accusando, incriminando, poi si cercano le prove, come è capitato a uomini accusati di violenza sessuale, consumata o tentata, da ragazze che per vendicarsi di non aver ottenuto quello che volevano hanno voluto rovinarli con questa infamia: in una società dove generazioni sono cresciute viziate, prive d’educazione, abituate ad avere tutto quello che vogliono, senza mai ricevere dei no, non è cosa affatto rara. In un periodo in cui ci si è sensibilizzati di più verso la violenza subita dalle donne, occorre stare in guardia. Atti di prevaricazione e abusi ci sono sempre stati, non sono solo nel presente, semplicemente grazie a internet e allo sviluppo dei media, oltre a una presa di coscienza e di coraggio delle donne, se ne parla di più e si richiedono le giuste tutele. Occorre fare attenzione però a non andare dalla parte opposta, a non cercare rivendicazioni per equilibrare i soprusi passati: occorre ricercare la giustizia, non la vendetta, rivalendosi di un passato che non può essere cambiato. Non si deve instaurare la mentalità che perché nel passato gli uomini hanno dominato, ora è il tempo delle donne di passare alla ribalta e avere la loro parte. Queste distinzioni di sesso, come quelle di razza, di classe sociale, portano solamente ad altri danni, ad altri attriti e ferite. Ci si deve ricordare che prima di essere uomini e donne, si è individui: solo così si avrà la possibilità di effettuare un cambiamento, di portare miglioramento, di non cadere nel luogo comune, come quando nei casi di violenza si pensa sempre che siano dell’uomo verso la donna perché l’uomo è fisicamente più forte e si ritiene che la violenza sia qualcosa di fisico, quando invece è qualcosa che lavora a più livelli, da quello verbale, a quello psicologico dei comportamenti, che chiunque può attuare. Quindi il pensiero che la donna è sempre vittima, sempre innocente, candida, incapace di commettere reati legati alla sfera sessuale è un pensiero erroneo. Il reato non è né maschile, né femminile, non è prerogativa di un sesso o dell’altro; invece è sempre una questione di sopruso di più forte sul più debole. Si pensa che le persecuzioni, lo stalking, lo stupro, siano solo reati commessi dagli uomini e non è concepito che li possano fare le donne, quando invece i fatti dimostrano che anche gli elementi del mondo femminile commettono simili crimini, come purtroppo mostrano le notizie di maestre che abusano di bambini dell’asilo.
Alla luce di quanto detto, ricevere per stizza, superficialità, immaturità, certe etichette che rimangono addosso tutta una vita è distruttivo oltre ogni immaginazione. Per far comprendere meglio, si pensi all’indignazione giusta delle donne nel ricevere l’epitaffio di puttana (inteso nel senso dispregiativo del termine, non del mestiere) e si rifletta che la stessa cosa vale per l’uomo additato come stupratore.
Questa riflessione non è fatta solo per far pensare a come lavorano giornali, media, per giudicare quello che ormai è sempre meno informazione e sempre più audience, ma è fatta per rendere consapevole ogni singolo individuo sul fatto che prima di agire (ma soprattutto di reagire) occorre riflettere, essere consapevoli a cosa possono portare le proprie scelte, di come influenzino il mondo tutt’intorno e di come una parola o un gesto possa aiutare o rovinare un altro proprio simile. Ogni individuo è collegato al mondo, alla vita e ogni sua scelta, o non scelta, produce degli effetti che si ripercuotono nello spazio e nel tempo.

Il mondo di Eartshea

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Faccio la premessa che non ho letto tutti i libri della serie, ma solamente i primi tre. Aggiungo che ho visto il film d’animazione I Racconti di Terramare, realizzato da Goro Miyazaki: ben fatto, rende in parte l’atmosfera dei libri, ma è una cosa a parte, dato che sì, prende ispirazione dalla saga, ma costruisce una storia che è un amalgama di elementi presenti nei vari libri, creando qualcosa di nuovo.
Earthsea è una serie ambientata in un mondo costituito di isole, più di un centinaio, dove la magia è parte integrante dell’esistenza. Certo non è per tutti, solo chi ha il potere dentro di sé può studiare la magia e divenire mago recandosi a Roke, l’Isola dei Saggi; ogni isola ha un mago a cui rivolgersi nei casi di bisogno quali possono essere la cura di una malattia o degli animali, il controllo del vento per i pescatori o i viaggiatori che vanno per mare. Una magia basata sulla conoscenza delle cose, ottenuta tramite lo scoprire il vero nome che determina la loro natura: è attraverso di esso che si ottiene il controllo, il potere. Un potere che non viene usato tanto alla leggera perché non vada a infrangere l’Equilibrio, come insegna Ogion al suo apprendista Ged, il giovane che diventerà il grande mago conosciuto come Sparviero. Un nome, quest’ultimo, che non è il suo vero nome, ma che indica una natura spinta sempre a volare più in alto, ad acquisire nuove conoscenze; una fame di sapere quasi predatoria, mossa da un impeto che non si sofferma a valutare le conseguenze del suo agire, almeno fino a quando non imparerà dalle esperienze fatte.
Chi si aspetta, com’è abituato alla letteratura di genere attuale, incantesimi formulati per qualsiasi bisogno o evocazione di poteri che sconvolgono il mondo, può rimanere deluso, ma Ursula Le Guin ha un approccio diverso alla magia: essa è un simbolo, un mezzo per far comprendere l’animo umano, la sua evoluzione, per mostrare il viaggio dell’Uomo che fa attraverso la Vita. E’ così che in Il Mago di Earthsea si vede come ego e orgoglio, smania di dimostrare d’essere i migliori, d’essere superiori agli altri, possono creare grandi danni, sia a se stessi, sia agli altri che stanno intorno. E’ così che si fa conoscenza con l’Ombra, l’incarnazione dei lati oscuri ed erronei dell’individui, che finché non vengono riconosciuti fanno solamente danni: solo con la sua accettazione, senza più scappare da essa, si può arrivare a essere individui completi, capaci di realizzare il proprio percorso.
E’ la paura, dovuta all’ignoranza, alla mancanza di comprensione e consapevolezza, il vero nemico contro cui combattere. Se non lo si riconosce, si rischia solamente di creare attriti con le altre persone, di vederle come il male da affrontare, da schiacciare, da eliminare a ogni costo: un atteggiamento che rischia di divenire una prigione in cui si vive rinchiusi. Ma se in Le Tombe di Atuan la paura è circoscritta in un’area ben definita (simbolo della chiusura e ottusità di molte religioni, che si ritengono depositarie dell’unica verità, mentre si tratta solamente di controllo degli altri e del potere), in La Spiaggia più lontana questo sentimento è così forte che colpisce tutta Eartshea, facendo sparire la magia, le parole delle canzoni, la felicità, la speranza. Le persone vivono in una stasi priva di emozioni, di sentimenti, una vita dove non c’è morte, ma per colpa della cui assenza tutto ha perso senso. Un tema quello toccato da Le Guin sempre attuale nella storia umana, dove gli individui hanno sempre provato paura per questo elemento (ricorda molto la società attuale dove non si vuole parlare di morte e la si esorcizza cercando di rimanere sempre giovani grazie alla chirurgia estetica), spaventati dalla perdita che essa rappresenta, così dominati da questo sentimento da non riuscire ad apprezzare tutto quello di buono che l’esistenza ha da offrire; questo sentimento ha sempre proiettato nella ricerca della vita eterna, senza capire che è eterno solo ciò che è statico, mentre la vita è sempre mutamento, è tutto un trasformarsi. La vita è sempre vita, ma si presenta ogni volta in una forma differente, una continua rinascita, come lo fanno i protagonisti attraverso le loro esperienze, che dopo averle superate non sono più gli stessi di prima.
Ged, Tenar, Arren (il cui vero nome è Lebannen), sono i protagonisti, uno per ogni libro, di questa trilogia, accompagnatori del lettore lungo un cammino introspettivo, dove sono affrontati e mostrati i sentimenti umani, e che, a differenza delle pubblicazioni attuali, non si soffermano sull’emotività e sui patemi amorosi o i pruriti degli adolescenti, ma rappresentano un cammino evolutivo, mai banale e scontato. Con un ritmo lento le loro storie si dipanano senza fretta, senza quell’andare di corsa che tanto caratterizza la vita odierna e lo stile di molti scrittori del fantasy contemporaneo, dove il soffermarsi sulle cose è considerato una perdita di tempo. Una corsa che rende tutto uno sguardo superficiale, facendo perdere quei dettagli che rendono tutto così ricco e interessante.

Frutti d'Autunno

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Venti di Morte

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Alla fine, il potere distrugge sempre se stesso.

Questa semplice e penetrante frase sarebbe sufficiente a mostrare l’essenza di Venti di Morte. E non si tratta affatto di una riduzione, ma di cogliere l’essenza del settimo romanzo della saga Malazan di Steven Erikson. Un romanzo che mostra piani su piani che si sovrappongono e si scontrano in un continuo ribaltamento, in un costante usare ed essere usati, manipolare e venire manipolati. L’intreccio tessuto è una rete fitta e complessa, dove occorre avere la pazienza di saper aspettare, come l’archeologo che toglie con calma uno strato alla volta per giungere al reperto che gli permetterà di svelare i segreti di una civiltà scomparsa; attraverso questo modo di fare viene alla luce la formazione avuta dallo scrittore canadese, dimostrando come archeologia e antropologia abbiano avuto influenza nel modo scrivere e creare la trama.
La forza e la bellezza degli scritti di Erikson è che viene calata in un contesto fantastico la Storia che l’uomo ha forgiato sulla Terra dalla sua nascita, dopo averla spogliata di nomi, date, contesti specifici, lasciando solo ciò che è veramente importante: l’insegnamento che essa ha da dare alle generazioni future perché possano evolvere, imparare dall’esperienza altrui e non commettere più gli stessi errori. Perché la Storia non è altro che la conoscenza dell’animo umano, con le sue luci e le sue ombre, impegnata a mostrare i suoi lati più sordidi o quelli più eroici, dove si muore, ci si sacrifica per proteggere gli altri, dove anche in mezzo al sangue e al fango e alla violenza si è capaci di gesti gentili.
Questi sono alcuni dei temi più risaltanti della saga Malazan e di Venti di Morte di cui ho parlato più in dettaglio nella recensione della seconda parte del romanzo realizzata per FM.

Di scrittura e di cultura.

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Leggendo un articolo del blog di Antonia Romagnoli (consiglio di leggere anche gli altri articoli dedicati al tema punteggiatura La punteggiatura: la virgola ballerina – utility di scrittura e La punteggiatura: come gestire un testo), sono sorte delle osservazioni sul livello della cultura e dell’evoluzione dell’individuo nel presente del nostro paese.
Che l’Italia sia un paese in cui si legge poco è un fatto risaputo.
Che il livello della conoscenza della lingua italiana sia basso è un altro dato di fatto: limitatezza della conoscenza dei vocaboli, strafalcioni su articoli di giornali e quotidiani.
Un imbarbarimento dovuto in buona parte ai media e ai social network. Non che questi mezzi abbiano una connotazione negativa: in quanto mezzi sono neutri, solo strumenti. La colpa è di chi vi sta dietro, di chi li utilizza. Se Facebook, ma soprattutto Twitter, in paesi dove ci sono dittature e repressioni, servono per far conoscere la verità, essere veri mezzi d’informazione, da noi sono usati per lo più per il cazzeggio, per il pettegolezzo, per dare lustro al proprio ego e avere qualche sprazzo d’attenzione, di notorietà. Ancora peggio fanno i media, usati più per intrattenere e instupidire la gente, che per fare informazione. Avere avuto il paese in mano per quasi un ventennio a una forza politica con guida un proprietario di diverse emittenti televisive non ha certo aiutato: le trasmissioni dovevano servire a distogliere l’attenzione dai veri problemi, a dare spensieratezza (e non è un caso che una volta caduto tale governo, che tutelava gli interessi dei propri membri, siano venuti alla luce lo sperpero di soldi pubblici e la corruzione che dilagava imperterrita). Per questo non dovevano essere intelligenti e per questo dovevano avere un linguaggio limitato, atto alla lunga ad assopire l’intelligenza e la consapevolezza della gente. Il livello di civiltà e moralità s’è abbassato, rendendo pertanto le masse maggiormente manipolabili perché maggiormente ignoranti.
Unico baluardo a questo sistema poteva essere la letteratura, ma anche questa è stata minata.
Scrittori del passato sono stati messi da parte perché considerati vecchi e pertanto non attuali, perché, si diceva, il loro stile, essendo vetusto, non invogliava la lettura, era noioso. Parlando del genere fantastico viene in mente la saga di Earthsea di Ursula Le Guin, ma anche Tolkien con il Signore degli Anelli: benchè abbiano una folta schiera di lettori che li abbiano apprezzati, in molti (critici e lettori) li ritengono noiosi, datati, che hanno fatto il loro tempo. Sono stati anche definiti rami vecchi, che andavano potati: un grosso errore, che denota ignoranza perché questi romanzi non sono rami vecchi, bensì radici e se è possibile che ci siano novità in ambito fantastico, lo si deve a loro, che hanno dato il via a quanto è venuto dopo. L’ignoranza attuale ha reso ciechi agli insegnamenti che essi hanno da dare, ritenendoli superflui, alle volte addirittura troppo pesanti perché fanno pensare.
A essi sono da preferire testi con ambientazione odierna (specialmente aventi a che fare al mondo dello spettacolo e della musica, ispirati a trasmissioni come X Factor), dato che solo così si può comunicare con le nuove generazioni, perché per comunicare (o meglio, farsi comprare) con loro si deve parlare del mondo in cui vivono, delle mode che seguono. Naturalmente queste affermazioni vengono dalle case editrici che pubblicano tali volumi o da chi fa pubblicità per loro: un fatto che si può dire normale, dato che devono tirare acqua al loro mulino.
Una pubblicità che porta gli scaffali e le librerie a essere occupati da tali volumi, mentre invece non trovano più spazio autori “classici” come Vance, Moorcock, Eddings dato che le loro opere sono fuori catalogo e non vengono più pubblicate.
Come se non bastasse pubblicare testi con temi banali e privi di significato, si è abbassato anche il livello di scrittura da usare, perché deve essere immediato, di facile consumo, non deve impegnare la mente: per questo, lo scrittore si trova a doversi adattare al lettore se vuole vedersi pubblicato.
Pigrizia mentale, impoverimento del linguaggio, oltre che culturale: questi i limiti (alcuni) di tale sistema editoriale (ma non solo questo). Si deve semplificare, perché altrimenti il lettore si stanca se il periodo è più lungo di due righe o se presenta una certa complessità. Le frasi devono essere brevi, come se fossero tagliate con l’accetta. ; e : devono essere usati raramente (gli editor sono propensi a non utilizzarli, spesso a farli togliere).
Questa semplificazione tuttavia può avere una connotazione negativa, dato che il ricercare modi sempre più semplici di scrivere porta a usare sempre meno mezzi di quelli che la scrittura mette a disposizione. Questo è impoverimento, perché a stare nel sistema, si diventa come il sistema e a furia di usare il linguaggio tipico degli sms (spesso la morte della punteggiatura), ci si ritrova a esserne condizionati e in un qualche modo lo si trasporta anche nel mondo della letteratura. Bisogna adeguarsi al mondo, abbassarsi al suo livello: questo è il liet motiv non detto a cui chi scrive si deve rendere conforme, mentre una volta era il lettore che, grazie al lavoro dello scrittore, elevava la sua conoscenza, intesa sia come lingua sia come consapevolezza.
Un modo di fare che va criticato, giudicato e cambiato perché è un’involuzione, mentre invece la letteratura dovrebbe essere un’evoluzione. Il problema è che la società è degradata e il modo per aiutarla non è divenire come lei, acquisendo il suo linguaggio, adeguarsi alla media, ma cercare di risollevare il suo livello di conoscenza. E per fare questo occorre volere di più, occorre far funzionare l’intelligenza, occorre sforzarsi, metterci impegno e fare fatica.
Ma al mondo d’oggi, è qualcosa che si vuole evitare.