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Il magazzino dei mondi 2

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L’Ultimo Potere – Secondo Atto – XIV Ceneri (parte 2)

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Aveva perso il conto dei giorni da quando era disceso nel sottosuolo. In quel luogo il tempo sembrava essersi congelato in un’ibernazione dove nulla cambiava, dove la gente ripeteva i soliti gesti in una consuetudine portata avanti per inerzia, dove tutti erano uguali.
Tutti tranne uno.
A pochi metri di distanza, Guerriero rimase a fissare il vecchio seduto su un cumulo di blocchi di cemento: indossava una giacca militare logora e rattoppata, priva di bottoni, che lasciava vedere un grosso maglione pieno di buchi e bruciature; se ne stava con una mano abbandonata su pantaloni neri ingrigiti dalla cenere, mentre l’altra non faceva che lisciare la pelata che aveva in mezzo al capo, sfiorando appena i disordinati capelli grigi che gli ricadevano sulle orecchie. Lo stesso incurante abbandono. La stessa quieta rassegnazione. Uno come i tanti che vivevano lì sotto.
Uno che però non era come gli altri.
Dove gli altri facevano silenzio, lui parlava. Dove la moltitudine passava senza emozioni, lui era bruciato da esse, come se cercasse di compensare quello che gli altri più non avevano o che avevano gettato lontano, come la maggior parte delle cose lì sotto. Quando iniziava a parlare, e quando lo faceva cominciava a scuotere il capo in un modo da spezzare il cuore, si percepiva una viva disperazione: c’erano lacrime asciutte nei suoi occhi. Occhi che vedevano due mondi allo stesso tempo: due mondi che non facevano altro che rammentargli la triste verità che in continuazione rammentava.
«Mi ricordo…mi ricordo tutto. Non dimentico nulla, ogni cosa è impressa nella mia memoria, ogni evento, ogni emozione, ogni attimo trascorso è confinato nelle cellule del mio cervello. Dolcezza, rimpianto, delusione, esultanza: tutto io ricordo. Ogni stagione, ogni età della vita.» Sconsolato scosse il capo. «Ma gli altri dimenticano ogni cosa, come se non avesse importanza, come se fosse cartaccia da gettare.» Mormorò disperato. «Lasciano andare, senza tenere stretto nulla: ogni giorno li vedi come un fiore che perde i petali, finché non rimane più nulla. E a loro non importa. Si lasciano appassire, come se quello che è stato fosse nulla. Loro non soffrono, non si accorgono. Ma io vedo. E fa male. Un male da impazzire.»
Il vecchio non parlava a nessuno in particolare, dava solamente sfogo a pensieri che rischiavano di farlo scoppiare.
«Chi?» Domandò Guerriero.
«Loro.» Il vecchio allargò le braccia come se volesse abbracciare tutti quelli che gli gravitavano attorno. «Si lasciano andare avanti senza vivere. Non c’è più niente in loro. Sono grigi: hanno lasciato sbiadire ogni cosa, come se fossero slavati. Si sono rifugiati in un’amnesia volontaria, un limbo che non li faccia più essere, come se si volessero dissolvere, come se niente importasse più. Vivono in un mondo d’ombre, come se fosse l’unico possibile: un luogo tetro, dove cercano di stare rintanati in angoli i più profondi possibili.»
Guerriero distolse lo sguardo dal vecchio, lasciando che lo sguardo vagasse per l’area. Ascoltando le parole dell’uomo, s’accorgeva degli anfratti di cui era costellata la grande sala: piccole sacche di densa penombra che davano all’ambiente l’aspetto di una cattedrale. Una cattedrale decadente i cui muri trasudavano dimenticanza e dissipazione, come un acido che lentamente e indolore cancellava le memorie, spingendo verso uno stato catatonico.
Il vecchio ripeteva le stesse parole ogni giorno; una nenia che sapeva di preghiera, che parlava di dimenticanza, di ricordi. Che cosa ricordava? A che cosa si riferiva?
Non gliel’aveva chiesto. Forse non lo voleva sapere. O forse già lo sapeva e il vecchio non faceva che parlare di quanto accadeva da sempre nel mondo, in ogni uomo: ci si dimenticava delle cose importanti.
Ma in fondo che importava? Forse quell’uomo era semplicemente impazzito e non c’era nulla di sensato in quanto diceva.
Con un movimento deciso del capo, il vecchio aveva piantato lo sguardo su di lui: nei suoi occhi c’era una lucidità così bruciante che ogni pensiero di follia avuto nei suoi riguardi svanì.
«Non dimenticare mai: è la cosa peggiore che puoi fare. Perché se dimentichi, è come se uccidi due volte.» Gli sussurrò come se stesse confidando il segreto più grande del mondo, raddrizzando per un attimo le spalle. «Ma non dimenticare è una maledizione, un carico di sofferenze se non si può condividere con altri: il peso da portare diventa troppo grande e ti si chiude addosso, togliendoti ogni speranza, acuendo il dolore. I ricordi non fanno resuscitare: sono solo un aquilone che è sfuggito di mano e che il vento spinge sempre più lontano, finché non scompare. Ma l’illusione non abbandona, dice che c’è ancora, che può essere ancora raggiunto, ma non si sa come.» Tornò a rannicchiarsi su se stesso, riprendendo la solita cantilena. «Tutti hanno dimenticato, nessuno si è dato da fare per impedirlo.» Rimarcò con voce rotta dalla disperazione.
Guerriero lo osservò scuotere la testa con forza.
«Ma perché? Perché fanno così? Perché niente dura per sempre? Perché le cose devono cambiare?»
L’ambiente si era di nuovo riempito di persone che si dirigevano da un cunicolo all’altro come tanti rigagnoli prossimi a seccarsi, incuranti della discussione che c’era tra i due. Uomini e donne gli passavano accanto senza degnarli di uno sguardo, senza farsi toccare dalle parole, dalle emozioni del vecchio, come se fosse un pezzo di lamiera o un macchinario inservibile. C’era qualcosa di incommensurabilmente sbagliato in quella scena, strideva come metallo su altro metallo. Le cose non dovevano andare così; non ci doveva essere quella distanza tra esseri della stessa razza. Gli animali, perfino i mutantropi e le chimere, si davano una mano tra loro; e se non era per compassione o solidarietà, almeno sapevano che unendo le forze aumentavano le possibilità di sopravvivenza. Non c’era da stupirsi se l’umanità era stata decimata così in fretta: l’uomo non era più la razza dominante, ma questo non sembrava essere entrato nella testa della gente.
O forse non gliene importava più nulla: era inquietante il livello di lassismo raggiunto.
Temeva però che fosse più di quello. Qualcosa di molto peggio; qualcosa che sapeva di morte.
Le parole gli uscirono come schegge. «Vecchio, perché te la prendi tanto per loro? Nemmeno ti vedono.»
«Perché niente torna più come prima. Perché tutto finisce. Perché tutto muore e non ritorna più. Ma se siamo ancora vivi, perché vivere come se fossimo morti? Perché dimenticare?» Angosciato, il vecchio sbarrò gli occhi. «Sono l’ultimo che si ricorda. E tu non sai quanta solitudine e desolazione c’è nell’essere l’ultimo. Tutto perde sapore, niente ha più senso.»
L’affermazione colpì Guerriero più di quanto credesse, seguendolo anche quando s’allontanò. Com’era possibile che cose di valore potessero essere dimenticate? Foglie portate via dal vento, il prezzo da pagare per sopravvivere, per poter andare avanti.
Quanta tristezza: era una sensazione che sapeva di fine, quell’amarezza che s’attaccava al palato e impastava tutta la bocca. Una sensazione che sapeva di perduto, d’irrimediabile. Forse era questo l’andare avanti: era il dimenticare, il dissolversi. La morte di ogni cosa. Sollievo e disperazione. Dimenticare la sofferenza, ma anche la felicità, perché tutto fosse limbo, solo una vita di quieta disperazione.
Guerriero s’addentrò nella penombra di un sottosuolo di cui non conosceva la via per uscirne.

Come sospettato dopo essere sceso oltre il livello della metropolitana, si era ritrovato in una città sotto la città. Centinaia di persone vivevano in quel luogo, in un’esistenza che si poteva dire non essere malvagia; di certo era molto migliore di quella degli altri esseri umani che aveva incontrato nei suoi spostamenti. Aveva dato uno scorcio ai magazzini ed erano riforniti per decenni; stessa cosa valeva per comodità e servizi dati dalla tecnologia. Avevano tutto quello che serviva senza avere la minaccia di Demoni, Posseduti o mutantropi; potevano condurre un’esistenza normale, come doveva esserlo stata un tempo. Eppure pareva che questo non avesse alcun valore. Vivevano come sbandati, senza organizzazione, senza una struttura di base: ognuno andava per i fatti propri, senza sapere quali fossero, senza accorgersi della fortuna che avevano. Anche se trasandato, era un mondo ricco: era come se tutte le cose della superficie fossero finite lì sotto. C’erano montagne di vestiti, suppellettili per la casa, macchine utensili e, elemento molto utile, armi: erano state accumulate disordinatamente, ma separate in base al genere; poi erano state abbandonate, quasi dimenticate: la gente gli passava accanto accorgendosi della loro presenza solo per non urtarle.
Stessa cosa valeva per i macchinari che tenevano in vita quel posto, riscaldandolo, dandogli aria pulita, acqua potabile e naturalmente energia elettrica. Realizzazioni tecnologiche che si stendevano nei livelli sotto i suoi piedi, affondando cavi e condotti nelle viscere della terra per ottenere l’alimentazione di cui necessitava. Una tecnologia avanzata, come gli aveva narrato Vecchio, ma che lentamente sarebbe divenuta inutilizzabile, dato che su di essa non veniva fatta alcun tipo di manutenzione. I segni erano già visibili nei corridoi e nelle zone abitate con cavi penzoloni e neon fulminati. Non sarebbe avvenuto subito, forse fra qualche decina d’anni, ma sarebbe accaduto: tutto avrebbe smesso di funzionare.
Non riusciva a capire: poteva essere un luogo dove vivere comodamente e tranquillamente e invece non era che un gigantesco magazzino dove uomini e oggetti stavano ammassati senza un ordine, come cose dimenticate e gettate in un angolo per capriccio o negligenza.
«In un mondo di fantasia…»
S’accorse dell’arrivo dell’uomo prima ancora che spuntasse dai cumuli d’oggetti che facevano sembrare il magazzino una regione montuosa in miniatura. Sempre le stesse cinque parole pronunciate in una nenia dolce che usciva da un corpo adulto con voce da bambino.
Ciondolando, con passo strascicato, l’uomo uscì da dietro una montagna di piatti e bicchieri, canticchiando con tono sognante il ripetitivo motivo. Il capo chino, teneva lo sguardo sul pavimento o forse sul libro che teneva stretto al petto con entrambe le braccia. Le dita erano saldamente chiuse sulla copertina di cuoio verde dello spesso volume.
Gli passò davanti, incurante della sua presenza, le spalle ingobbite verso il basso, andando a sedersi a una decina di metri di distanza su una pila di cuscini con la gommapiuma che usciva dalle cuciture sfilacciate. Con le gambe incrociate, prese a dondolarsi avanti e indietro, come se stesse cullando un bambino.
«In un mondo di fantasia…»
Le parole erano una ninna nanna sconfortante visto da chi erano pronunciate: un bambino in un corpo d’uomo, un corpo che si era sviluppato fino a giungere a maturazione, ma che non era stato seguito dalla mente. Un bambino mai cresciuto, rimasto solo in un mondo spietato. Non sapeva come aveva fatto a sopravvivere, ma se la vita avesse avuto un po’ di pietà lo avrebbe tolto di mezzo, non avrebbe permesso che una creatura docile e indifesa continuasse a soffrire. Ma la vita sapeva essere bastarda e crudele, perfino indifferente. O forse semplicemente non era affar suo: una volta messa al mondo una creatura, non era suo compito assicurarsi che le cose andassero bene, fossero giuste. La vita era una forza, non una balia. Questo però non cancellava né la tristezza, né l’amarezza nel vedere certe situazioni.
«In un mondo di fantasia…»
“Povero uomo.” Guerriero appoggiò la nuca al muro, chiudendo gli occhi per risparmiarsi il tristo spettacolo. Ma il dolore che provava sentendo la voce infantile non poteva essere celato, non poteva essere abbandonato.
Un urlo straziante rimbalzò sui pilastri, facendolo scattare in avanti con le pistole spianate.
L’uomo si stava dimenando selvaggiamente, come se avesse un attacco epilettico, scalciando, rotolandosi al suolo.
Una donna era davanti a lui, lo sguardo solcato da un’annoiata sorpresa. Vedendolo con le armi in mano fece spallucce. «Volevo solo vedere la copertina del libro e s’è messo a strillare. Deve essere matto del tutto.» Abbozzò un sorriso, come se volesse renderlo complice del suo commento.
«Lascialo in pace.» Le intimò freddamente Guerriero.
La donna s’affrettò ad allontanarsi, come se fosse stata scottata da una grossa fiamma. La degnò di una sola occhiata, tornando a fissare l’uomo che lentamente si stava tranquillizzando. Imbronciato, se ne rimase accartocciato sui cuscini con il libro ancora più stretto tra le braccia, uno sguardo torvo che non aveva nulla di minaccioso, che era soltanto buffo: era come vedere un bimbo che teneva stretto il suo giocattolo, unico rimasuglio d’affetti e di una vita che non sarebbero più tornati. La mente dell’uomo mai divenuto tale, se ne rendeva conto o aveva l’illusione che tenendo stretto il libro, le cose prima o poi sarebbero tornate come prima?
Gli si fece più vicino vedendo un gruppo di persone girargli attorno. La sua presenza fece allontanare i nuovi venuti. Forse non c’era nulla da temere lì sotto visto che non c’erano atti di violenza, ma l’abitudine con il mondo di sopra era ben radicata e riteneva scontato che un gruppo attaccasse un individuo isolato e indifeso: era normale che il più debole soccombesse. Quante volte aveva distolto lo sguardo o si era allontanato da situazioni come quella, lasciando che la legge della sopravvivenza facesse il suo corso.
Ma non in quel caso. Perché?
S’inginocchiò di fronte all’uomo a tre metri di distanza. L’altro non se ne accorse nemmeno, tutto preso nello stringere il tomo che teneva tra le braccia: un libro di fiabe.
Guerriero strinse le labbra. Una sensazione amara gli scorse lungo la gola, sentendo il cuore stringersi. Lo aveva sempre saputo, ma solo in quel momento avvertì con forza l’ingiustizia del mondo, la sua crudele insensatezza. Lasciandosi cadere su un cumulo di giornali sbiaditi, rimase a guardare l’uomo come fosse la sua immagine riflessa in uno specchio.

Il Nome del Vento

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… Hai mai sentito la storia di Martin il fabbricante di maschere?» Cronista scosse il capo e Bast emise un sospiro frustrato. «E le commedie? Hai visto il Fantasma e la Guardiana delle Oche o Il Re da Mezzo Penny?»
Cronista si accigliò. «È quella in cui il re vende la sua corona a un orfano?»
Bast annuì. «E il ragazzo diventa un re migliore di quello vero. La guardiana delle oche si veste come una contessa e tutti sono stupiti dalla sua grazia e dal suo fascino.» Esitò, sforzandosi di trovare le parole che voleva. «Vedi, c’è un legame fondamentale fra sembrare ed essere. Ogni bambino dei Fae lo sa, ma voi mortali non sembrate rendervene conto. Noi capiamo quanto può essere pericolosa una maschera. Diventiamo tutti quello che farciamo finta di essere.»
Cronista si rilassò un poco, avvertendo un terreno fan~ «Questa è psicologia di base. Vesti un mendicante con abiti eleganti, la gente lo tratterà come un nobile, e lui si adeguerà alle loro aspettative.»
«Questa è solo la minima parte» disse Bast. «La verità è più profonda di questo. È…» Bast si impappinò per un momento. «E come la storia che tutti narrano su sé stessi nella propria testa. Sempre. Tutto il tempo. Quella storia ti rende ciò che sei. Noi la modelliamo attorno a quella storia.»
Accigliandosi, Cronista aprì la bocca, ma Bast sollevò una mano per fermarlo. «No, ascolta. Ce l’ho, ora. Incontri una ragazza: timida, modesta. Se le dici che è bellissima, lei penserà che sei dolce, ma non ti crederà. Sa che la bellezza si trova in te che la guardi.» Bast fece una riluttante scrollata di spalle. «E alle volte questo è sufficiente.»
I suoi occhi si illuminarono. «Ma c’è un modo migliore. Tu le dimostri che è bellissima. Fai specchi dei tuoi occhi, preghiere delle tue mani contro il suo corpo. E dura, molto dura, ma quando lei davvero ti crede…» Bast fece un gesto con fare eccitato. «Improvvisamente la storia che si racconta nella sua stessa testa cambia. Lei si trasforma. Non si vede bella. E bella a vedersi.»

Il Nome del Vento Patrick Rorhfuss

L’analogo concetto viene mostrato nel film Big Fish di Tim Burton: “A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Ed esse continuano a vivere dopo di noi e in questo modo egli diventa immortale.
Se ci si pensa è sempre così, nel bene come nel male: è la forza del convincimento, capace di far divenire ciò che si pensa di essere. E’ la capacità del pensiero di plasmare carattere, personalità, emozioni, di rendere possibile ogni mutamento, di far divenire ciò che si vuole: il pensiero è il luogo della creazione, il luogo dove vivono e riecheggiano tutte le storie; storie che fungono da modello, che sono d’ispirazione, che sono capaci di cambiare una persona e pure il mondo.
Per questo agli uomini piace tante leggere e ascoltare storie: in esse c’è il fascino della scoperta, della rivelazione, del mistero, della crescita, dell’arricchimento. Tesori capaci di cambiarlo, di farlo addentrare in vite che altrimenti non potrebbe vivere, di fargli provare esperienze nuove. E’ per questo che fin da bambini sono attratti da esse.
Ed è per questo che Il Nome del vento ha avuto tanto successo. Patrick Rothfuss è riuscito a ricreare il fascino che il raccontare una storia esercita. Il racconto che Kvothe fa della sua vita attrae così tanto non solo perché narra di un’avventura fantastica, ma perché parla del cammino di crescita che ogni individuo effettua. E il lettore leggendolo ci si riconosce, vi si rispecchia: il viaggiare nel mondo e la sua scoperta, il calore della famiglia e di una compagnia, la perdita degli affetti e di quanto si ha di caro, l’essere costretti ad arrangiarsi per sopravvivere senza contare su nessuno, stringendo i denti per andare avanti vivendo alla giornata. I tempi della scuola con le sue amicizie e le sue rivalità, con la scoperta dell’odio e dell’amore, muovendo i primi passi impacciati alla scoperta di sentimenti nuovi, dove tutto è incertezza, dove non ci sono sicurezze ed euforia e paura sono gemelle di un sentimento che cresce senza controllo. Il maturare la consapevolezza della condizione d’essere umani con grandezze e piccolezze, dei limiti che morte e perdita fanno conoscere; della necessità di avere uno scopo, un obiettivo perché la vita abbia un senso.
Il Nome del Vento colpisce perché è una storia ben scritta e narrata, ma soprattutto perché è una storia che parla della vita. E la vita, insieme a come la si vive, è quanto di più importante può esserci.

Ascending to Infinity

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Quando si segue un gruppo musicale e per anni la musica che ha prodotto è stata parte della colonna sonora che ha accompagnato la vita, la notizia dello scioglimento e dell’allontanamento di un suo membro non fa piacere; ci si domanda quale sarà il futuro, che cosa salterà fuori.
E’ stato così per i Nightwish quando la cantante storica Tarja ha lasciato il posto ad Anette Olzon ed è accaduto quando i Rhapsody of Fire si sono divisi in due tronconi: da una parte Alex Staropoli e Fabio Lione e dall’altra Luca Turilli.
Come nel caso dei Nightwish, che hanno realizzato due album validi (ho apprezzato molto Imaginaerum, ancora di più di Dark Passion Play), così è stato per i Luca Turilli’s Rhapsody, il gruppo guidato dal chitarrista e compositore che insieme a Starapoli fondò i primi Rhapsody: Ascending to Infinity è un buon cd. Magari non possiede l’epicità di Symphony of Enchanted Lands o la cattiveria Power of the Dragon Flame, ma ha sonorità e sinfonie che me l’hanno fatto apprezzare molto più dei lavori che sono stati realizzati da Triumph or Agony in poi.
Per chi fosse interessato su Fantasy Magazine la recensione sull’album.

Fantasia=realtà

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Ho paura dei ragazzini della mia età. Si uccidono a vicenda…Sei miei amici sono morti d’arma da fuoco da un solo anno a questa parte. Dieci sono morti in incidenti automobilistici…Lo zio dice che suo nonno si ricordava del tempo in cui i ragazzi non si ammazzavano a vicenda. Ma tutto ciò avveniva molto tempo fa, quando le cose erano diverse. La gente aveva il senso della responsabilità. (pag 34)

Questo non è quanto si sente così tanto spesso quando si ascoltano i notiziari? Di giovani che s’ammazzano tra loro in risse in discoteca o per strada o che trovano la morte sulle strade perché corrono troppo in auto, presi dallo sballo di droghe e alcool assunte per divertirsi, per trovare euforia, per soffocare quel disagio che la società ha inculcato in loro e che loro stessi hanno collaborato a creare?

La gente non dice nulla…Parla di una gran quantità di automobili, parla di vestiti e di piscine e dice che sono una meraviglia! Ma non fanno tutti che dire le stesse cose e nessuno dice qualcosa di diverso dagli altri. (pag 34)

Si provi a osservare la gente, soprattutto ad ascoltare quello che dice e ci si accorgerà che pochi hanno davvero qualcosa d’interessante da dire: i più non fanno che ripetere copioni già conosciuti, andando per imitazione, senza mai creare e dire nulla di nuovo. Divertimenti, pettegolezzi, lavoro, sesso: questi gli argomenti di cui parlano. Ci si ferma sempre alla superficie, senza mai andare in profondità, cercando qualcosa di veramente importante.

La gente assimila sempre meno. Tutti sono sempre più impazienti, più agitati e irrequieti. Le autostrade e le strade d’ogni genere sono affollate di gente che va da un pò dappertutto, ovunque, ed è come se non andassero in nessun posto. (pag 62)

Non si riesce a star fermi: troppo inquieti, troppo spaventati dalla calma e dal silenzio che viene dal rallentare, perché farlo significherebbe aver a che fare con se stessi, essere costretti a stare in compagnia di sé, accorgendosi dei difetti e delle mancanze che si possiede. E questa è una cosa che la gente non vuole fare, ne è spaventata perché non è abituata a riflettere, a conoscere se stessa: per questo si mantiene costantemente in movimento.

I Libri …erano acqua sporca per sguatteri…Non è stato il Governo a decidere: non ci sono stati in origine editti, manifesti, censure, no! ma la tecnologia, lo sfruttamento delle masse e la pressione delle masse e la pressione delle minoranze hanno raggiunto lo scopo (pag 64)

Si parla tanto d’impoverimento nelle pubblicazioni dei libri che escono di recente: si può dire che case editrici, governi hanno la loro parte nel condizionare la qualità dei prodotti, dato che gli fa comodo per i propri interessi, ma se questo è stato possibile è perché la gente ha permesso che la propria cultura, la propria consapevolezza s’abbassasse scegliendo la via più semplice, quella del divertimento, del non pensare, così da non avere preoccupazioni. E non è stato per questo che così tanto spesso Berlusconi non ha fatto che affermare che la gente non doveva sentire le informazioni, quelle che lui definiva le cosidette brutte notizie, perché non avesse di che preoccuparsi?

Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Trovereste che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su di un foglio di carta, e più sarete ‘letterario’. Questa è la mia definizione, ad ogni modo. “Scoprire le particolarità. Particolarità nuove!” I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.
Viviamo in un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, nonostante tutta la loro eleganza, nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giuochi pirotecnici, senza conchiudere il ciclo del ritorno alla realtà
(pag 92)

Questa è la forza che hanno i libri: essere specchi capaci di mostrare la realtà. Ma perché questo sia possibile, chi li scrive deve essere un osservato attento, saper andare in profondità, perforando la superficie e continuare a scavare perché c’è sempre qualcosa di prezioso da trovare e mostrare.

Ma tempo di pensare? Quando non conducete la vostra macchina a cento miglia all’ora, a un massimo in cui non potete pensare ad altro che al pericolo, allora ve ne state a giocare a carte o sedete in qualche salotto, dove non potete discutere col televisore a quattro pareti. Perché? Il televisore è ‘reale’, è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve aver ragione, vi dite: “sembra” talmente che l’abbia! Vi spinge con tanta rapidità e irruenza alle sue conclusioni che la vostra mente non ha tempo di protestare, di dirsi: ‘Quante sciocchezze!’ (pag 93)

Ecco mostrato il condizionamento di cui si parlava prima, di come la televisione è diventata una sorta di Bibbia, di parola sacra.

Un popolo che amava leggere soltanto di labbra appassionatamente bacianti e di violenti pugni nello stomaco (pag 98)

La proliferazione di romanzi appartenenti al paranormal-romance e al filone erotico è segno di quanto si sia assottigliata l’intelligenza umana, di come la gente non cerchi più specchi sulla realtà, spunti di riflessione, anzi li rifugga, perché ciò che desidera è essere felici, avere solo divertimenti ed essere privi di pensieri.

Ho votato alle ultime elezioni…la linea politica del Presidente Noble. Per me è uno degli uomini più belli che siano mai diventati Presidenti!.. Che cosa gli è saltato in mente ai Fuoricampo di portare candidato un tipo simile? Non si sostiene un mezzo nano contro un bell’uomo alto come il Presidente! (pag 107-108)

fahrenheit 451Ecco un altro elemento che rispecchia la realtà. Più di una persona, specialmente donne e casalinghe, alle elezioni che hanno portato al governo il partito di Berlusconi gli hanno dato il voto perché lo ritenevano un bell’uomo o perché temevano che se non fosse andato al potere avrebbe potuto smettere di far vedere le telenovele, soffermandosi alle apparenze, senza preoccuparsi del programma proposto. Alla sostanza è stata preferita l’apparenza, una scelta condizionata dal fatto che la gente non pensa con la propria testa, ma si fa guidare da chi dirige i programmi televisivi (e c’è davvero curiosità e orrore nel stare a vedere se per la quarta volta si commetterà lo stesso errore: come se non bastasse l’esperienza fatta finora, dovrebbe ammonire il caso del tanto declamato “eroismo” di Berlusconi nel non cedere Thiago Silva per una grossa cifra per far accrescere il numero degli abbonamenti e poi venderlo assieme a Ibrahimovic perché a tanti soldi non si può rinunciare. Una bella presa in giro, come è nella sua natura, con l’unico scopo d’accumulare denaro dallo sfruttare chi lo segue; l’imprenditore perde il pelo, ma non il vizio, pertanto si sa già a cosa si va incontro. Popolo avvisato…)

I brani citati non sono stati scritti di recente, bensì nel 1953 da Ray Bradbury, in Fahrenheit 451, ma questo non fa differenza, dato che le sue parole e quanto mostrano sono sempre attuali.

Torre Nera: L’Ultimo Cavaliere – Le Piccole Sorelle di Eluria

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L’uomo nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.
Così nel 1982 Stephen King in L’Ultimo Cavaliere (The Gunslinger) cominciava a narrare le vicende di Roland, ultimo erede di Gilead, una sorta di nuova incarnazione degli antichi cavalieri dediti alla ricerca del Graal, solo che in questo caso l’obiettivo da raggiungere è la Torre Nera, ragione di vita e ossessione del pistolero (a cui lo scrittore americano per la sua creazione si è ispirato al Cavaliere senza Nome interpretato da Clint Eastwood), oltre che punto di snodo dell’universo.
Sono trascorsi più di venti anni prima che questa lunga storia giungesse a conclusione con l’ultimo capitolo della serie, La Torre Nera (2004), una saga ispirata, oltre al cinema, ai poemi Childe Roland alla Torre Nera giunse di Robert Browning e The Waste Land di Thomas Stearns Eliot, ma che attinge anche dalle altre opere che l’autore ha realizzato, come se fosse il punto focale che raccoglie tutto: da Le Notti di Salem a Desperation, da L’Ombra dello Scorpione e Gli occhi del drago a La casa del buio e Cuori in Atlantide.
Una serie che può essere definita la magnum opus di King, che ha dato tanto ma che ha ancora tanto da dire, visto che a novembre di quest’anno sarà pubblicato un altro capitolo, La Leggenda del vento, che si colloca cronologicamente tra La sfera del buio e I lupi del Calla dove Roland narra al suo ka-tet due storie che gettano una nuova luce sul suo turbolento passato. Passato che viene ben mostrato nella serie a fumetti edita in Italia dalla Sperling&Kupfer, che ha raggiunto i sette volumi pubblicati, l’ultimo dei quali è Torre Nera: L’Ultimo Cavaliere – Le Piccole Sorelle di Eluria che ho recensito per Fantasy Magazine: una graphic novel ottimamente realizzata dove si scoprono le esperienze che hanno reso Roland come lo si è conosciuto fin dalla sua prima apparizione nel cartaceo e che, se fino al sesto volume, Il viaggio comincia, approfondiva la storia di Roland seguendo accenni che il pistolero aveva dato al suo ka-tet lungo il viaggio per la Torre, in quest’ultima storia viene svelata un’avventura nuova ispirata dal romanzo fantasy Il Talismano scritto assieme all’amico Peter Straub, in special modo dalla visione familiare evocata dalla splendida dimora della Regina Laura nei Territori; come scrive Robin Furth nell’introduzione al primo volume di Dark Tower: a Concordance, la storia di Roland non è un semplice racconto d’avventura, ma un pellegrinaggio attraverso le rovine del Medio-Mondo che riecheggiano costantemente di miti e narrazioni della nostra comune eredità culturale, dove, in questo caso, il pistolero incarna il mortale costretto a varcare le porte dell’Oltretomba. Un capitolo che mostra come perdita e solitudine saranno le assidue compagne di un uomo costantemente in cerca, che può conoscere pace e riposo solo per brevi istanti nella propria vita.

Il Castello nel Cielo

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Ci sono voluti ventisei anni perché Il Castello nel Cielo (Tenku no shiro Rapyuta) di Hayao Miyazaki giungesse in Italia. Un’attesa inspiegabile (o forse sì, visto il paese in cui si vive) per un vero e proprio capolavoro cinematografico.
Una storia densa, ricca di significati e di poesia, realizzata con un tratto semplice, ma dettagliato, il marchio caratteristico che ha reso Miyazaki conosciuto in tutto il mondo da quando ha realizzato Heidi, Anna dai capelli rossi e Conan, il ragazzo del futuro. Come lo ha reso conosciuto il suo amore per la natura, sempre così presente nelle sue opere: un tema che mai ha annoiato, ha sempre avuto qualcosa da insegnare, soprattutto sul rispetto e sulla libertà.
Troppo spesso gli uomini con la loro arroganza, la loro sete di dominio hanno portato rovina e sciagura: troppo presi da loro stessi, dai fini mossi per alimentare il loro ego, non hanno fatto altro che guardare gli altri dall’alto al basso, come viene ben mostrato da Muska, sprezzante e insensibile, concentrato solo sul potere. Mai una volta il suo sguardo si leva a guardare il cielo per rendersi conto di quanto grande e meraviglioso è il creato, di quanti segreti e maraviglie abbia da far scoprire: accecato dal volere tutto sotto il suo dominio e controllo, non riesce a cogliere quale sia la vera ricchezza, come invece avevano fatto i creatori di Laputa, arrivati a comprendere che per quanto possa essere avanzata la tecnologia umana, niente più eguagliare la bellezza e complessità della natura. Poetica e commovente la scena in cui il robot, dopo l’atterraggio di Pazu e Sheeta sul castello volante, sopraggiunge per spostare il deltaplano dal nido di uccellini nascosto in mezzo all’erba: da creature capaci di distruggere da soli un’intera armata, non ci si aspetterebbe una simile delicatezza. Ma è proprio questo contrasto che va riflettere: se macchinari di simile potenza distruttiva riescono a provare sentimenti, a sviluppare affetto verso i fiori e gli animali, perché non dovrebbe riuscirci anche l’uomo?
Perché purtroppo ha perso la capacità di stupirsi, d’apprezzare le cose semplici, di sognare. E’ proprio la mancanza di sogni che l’ha abbruttito in questa maniera: non bastasse questo, c’è pure il disprezzo verso chi ancora crede in essi, sapendo che rendono la vita più ricca, come accade al padre di Pazu, deriso e ritenuto pazzo per avere creduto in quello che in molti ritenevano una leggenda. La gente, troppo presa dalla materialità, dal profitto, dall’economia, non ha più quel senso di meraviglia che si dipinge sul volto dei ragazzi quando fanno l’esperienza del volo, quando sono sulla macchina volante dei pirati e si ritrovano a fissare candide montagne di nubi.
Quanti al giorno d’oggi alzano gli occhi al cielo e si soffermano a osservarle? Quanti riescono a essere ammaliati dalle loro forme, dal loro mutare capace di rapire la mente? Quanti sono ancora in grado di provare il desiderio di volare, di solcare i venti lasciandosi trasportare dalle correnti, liberi come uccelli e lasciar spaziare lo sguardo su orizzonti sempre più vasti?
Solo chi ha saputo immergersi nella natura, allontanandosi dai ritmi forsennati imposti dal sistema, mettendosi in ascolto e sapendo osservare, soffermandosi sui piccoli dettagli di un prato, di un bosco, ascoltando il canto del vento e degli uccelli, rimirando il solcare in cielo delle nubi, riesce a cogliere la delicatezza e la profondità dell’esistenza, dandole il giusto rispetto che merita. Una capacità che è di tutti gli uomini, ma che è andata perduta crescendo, perché davvero in troppi si sono dimenticati che cosa significa essere bambini, che cosa si prova a lasciar andare la mente a librarsi in alto, nel cielo, spiegando le ali e facendosi trasportare dal vento della libertà.
Un modo per prendere le distanze da un’epoca che va giudicata mancante, rifiutando l’egoismo e gli interessi economici di cui è stata solo capace d’occuparsi.

La fine della fanciullezza

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Quando siamo bambini, di rado pensiamo al futuro. Questa innocenza ci lascia liberi di divertirci come pochi adulti. Il giorno in cui cominciamo ad affannarci per il futuro è quello in cui ci lasciamo alle spalle la nostra fanciullezza.

Il Nome del Vento – Patrick Rothfuss

Cose che non fanno bene a un libro

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Innanzitutto la superficialità, la fretta nel voler sviluppare la storia; la cosa migliore da fare quando si ha fretta invece è andare con calma, dare tempo a vicende e personaggi di arrivare a maturazione, permettere che si evolvano con il giusto ritmo, dosando gli elementi che invoglino il lettore ad andare avanti nella lettura. Un buon esempio di questo modo di fare è Brandon Sanderson, capace di creare un’atmosfera di mistero che chi legge vuole arrivare a svelare l’intrecco seguendo le tracce che l’autore lascia lungo il cammino della lettura.
Poi, anche se si scrive una storia con ambientazione fantastica, non bisogna cadere nell’errore di essere banali, nel creare leggi di un mondo inverosimile: il lettore va rispettato, s’accorge delle incongruenze e anche se legge una storia di genere fantasy desidera che il mondo in cui si è calato sia credibile, non gli faccia avvertire la sensazione che c’è qualcosa che non quadra. Per questo la caratterizzazione dell’ambientazione e l’attenzione ai dettagli sono di primaria importanza. Ciò non significa che ci si debba dilungare in lunghe descrizioni particolareggiate: si rischia di stancare, anche con le migliori idee del mondo. Occorre usare sintesi, che con le giuste pennellate permette di dire tutto senza usare fiumi di parole, aggettivi e avverbi.
Con i mezzi fin qui elencati, quindi, si hanno i mezzi per realizzare un buon romanzo?
Le basi sono buone, ma questo può non essere sufficiente.
Occorre innanzitutto avere una storia valida da raccontare, un’idea capace di essere trasmessa perché veramente sentita dallo scrittore: un lettore s’accorge se è così oppure se l’autore sta scrivendo semplicemente seguendo la moda del momento, sfruttando l’attimo, cercando di raccogliere utenti che portano profitto al proprio conto in banca. Tra le pagine del romanzo nel primo caso si riesce a percepire che ciò che si sta leggendo ha qualcosa in più rispetto alla media: è qualcosa di vivo che sta instaurando un dialogo con il lettore, sta comunicando ciò che l’autore durante il suo viaggio di creazione dell’opera ha visto, vissuto e poi riportato.
Se si ha tutto questo, allora si può scrivere una buona storia?
Certamente, anche se si rischia di rovinarla se si eccede in eccessi, come nel caso di Sopravvissuti di Richard K.Morgan.
Lo scrittore inglese è riuscito a creare un mondo credibile, con la giusta dose di mistero e un realismo e una caratterizzazione dei personaggi profondi, capaci di lasciare un segno: disincanto e perdita sono temi ben presenti e realizzati nel suo romanzo, così come è ben mostrato l’essere diversi dalla massa e il prezzo che si paga, oltre alla violenza e al disprezzo che si ha nei riguardi di ciò che non si capisce, che non è conforme al conosciuto. Intolleranza, estremismi religiosi e di pensiero, ottusità e chiusura di pensiero: elementi che rendono reale e credibile un mondo fantastico, dove i protagonisti sono davvero sopravvissuti a un sistema che va avanti senza pietà, capace di schiacciare i deboli e chi non possiede i mezzi per non essere calpestato, che sfrutta e getta via quando non si è più utili, dove tutto è sacrificato al potere, agli equilibri politici e i sentimenti hanno scarso valore.
Un romanzo che sarebbe davvero molto buono, se non fosse per un eccesso: la descrizione di alcune scene di sesso. Morgan sembra compiacersi nel particolareggiare la loro descrizione, entrando nei dettagli, come se stesse girando un film hard. Il realismo va bene, il sesso non è un tabù e va mostrato se si confà alla storia, ma in una lettura non ci stanno simili pruriginosità, se le si vuole ci si indirizzi verso altri lidi (pornografia): ci sono altri modi per mostrare scene e situazioni. In questo Morgan scade, perché così facendo s’adatta a un sistema dove il sesso deve essere mostrato in maniera tale da attirare un maggiore numero di lettori a sé, d’aumentare il suo bacino d’utenza. Una scelta che fa scadere e non di poco un romanzo che altrimenti sarebbe stato veramente d’alto livello.

Cose che non fanno bene all'editoria.

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Innanzitutto la cura con cui viene realizzata un’opera, a partire dalla scelta della copertina: è il mezzo per attirare di primo acchito l’attenzione del lettore, il primo contatto con lui, ciò che serve per instaurare una connessione e comunicare il contenuto del libro. Un primo contatto che deve mantenere quanto comunica, dove il lettore si deve sentire rispettato, la sua intelligenza non offesa né presa in giro. Un esempio di cosa da non fare è quello della Mondatori con La Principessa di Landover, avendo messo in copertina l’immagine di un altro libro che non ha nulla d’attinente con la storia scritta da Terry Brooks (l’Artemide presente in Favole degli Dei di Paolo Barbieri): la protagonista, Mistaya, è un’adolescente con poteri magici, si può dire una strega, non una donna guerriera che usa arco e frecce. Stesso copione ripetuto con l’ultima edizione del ciclo di Gli Eredi di Shannara, sempre di Brooks, dove in copertina c’è un drago, quando nell’intera saga non fa la comparsa nessuna creatura di tale razza.
Questo è l’aspetto più immediato, ma il meno importante, dato che un libro va giudicato dal contenuto e non da come appare; più importante è la cura del testo e, quando si tratta di un romanzo di un autore straniero, della traduzione, che deve essere il più possibile vicina e coerente al testo originale (sempre eclatante il caso della Mondatori quando nella saga di Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin tradusse cervo con unicorno); non devono esserci refusi, errori di battitura. Certo, qualcuno può sempre sfuggire, possono essercene uno, due, non una decina come è capitato di leggere in Sopravvissuti di Richard K. Morgan pubblicato dalla Gargoyle.
Cosa ancora più importante su cui bisogna fare grande attenzione, che dimostra ancora maggior rispetto per i lettori, è la storia, il suo intreccio, come vengono sviluppati e caratterizzati i personaggi; per anni in ambito fantastico l’editoria italiana, specie pubblicando esordienti (Unika, Bryan di Boscoquieto, saga di Amon), ho dimostrato scarsa conoscenza del genere, sottovalutandolo e sottovalutando i lettori, ritenendo che chi legge questo genere non abbia grandi conoscenze letterarie, fosse un individuo a cui gli si poteva rifilare di tutto perché gli andava bene qualsiasi cosa, dato che a loro avviso non aveva i mezzi per distinguere cosa era valido e cosa di basso livello: un insulto all’intelligenza delle persone e un mancargli di rispetto.
Tutti elementi quelli elencati che non aiutano certo il settore editoriale, visto anche il periodo della crisi economica in cui ci si trova. Ma non è solo questo che non aiuta: ci sono anche le interviste e i comportamenti degli addetti ai lavori di questo settore e degli autori.
Un caso è quello di cui da mesi si sta parlando in rete, ovvero del fatto che Lara Manni sia uno pseudonimo di Loredana Lipperini; al momento sono solamente teorie, ma ci sono indizi, come riportato nell’articolo di Fantasy Magazine, che spingono a propendere per la veridicità di tale ipotesi. Senza contare che finora non ci sono state smentite, prese di posizione, da parte di nessuno, autrici e agenti.
Il punto della discussione non è, se l’ipotesi fosse vera, la scelta di Loredana Lipperini di pubblicare sotto pseudonimo, ma il modo in cui è stata sviluppata la vicenda. Se uno desidera non far conoscere la sua vera identità, rimanendo nell’anonimato, può farlo, così è soltanto l’opera che fa parlare di sé, tenendo al di fuori di tutto l’autore; non è corretto invece creare un’identità che non corrisponde alla realtà, facendo credere alle persone quello che non è vero. Si può creare una finzione, ma non una menzogna. Possono sembrare la stessa cosa, ma tra le due cose esiste una differenza sottile: perché non si può creare l’immagine di un’appassionata di fan writing che ha avuto il colpo di fortuna d’essere individuata da un agente noto nel settore e che l’ha subito lanciata con un casa editrice molto conosciuta che fra parentesi non prende in considerazione esordienti (tempo fa questo era quanto compariva sul sito della Feltrinelli), quando si è già nel giro dell’editoria, si è già conosciuti, con tutto quello che ne consegue. Se è vera la prima ipotesi dell’articolo di FM, ovvero Manni=Lipperini, quanto fatto finora è stata una presa in giro e mancanza di rispetto verso le persone che va a far danno, alimentando i complottisti che vedono la riuscita di pubblicazione solo per raccomandati e chi è dentro un certo giro: già l’editoria non se la sta passando bene con la crisi e con pubblicazioni discutibili, di bassa qualità, se ci si aggiunge questo, non gli si fa certo del bene. Se poi si aggiunge ancora che l’Italia ha l’etichetta del paese dei furbi, dove si va avanti grazie a spinte e conoscenze (nel grande come nel piccolo) e non per meritocrazia, non c’è da meravigliarsi che poi ci sono tanti maligni e spalatori di fango pronti sempre a colpire. Non è niente di positivo e dispiace che questo accada perché siamo sempre nel solito pantano. Di Lara Manni ho letto qualcosa e mi piaceva lo stile e l’approccio, ma se lei è Loredana Lipperini che voleva perseguire una strada diversa da quella che l’ha fatta conoscere e voleva restare anonima non doveva esporsi in questa maniera: si tratta di coerenza. O ci si espone in prima persona e ci si mette la faccia con tutti i pro e contro, oppure se si segue la via dello pseudonimo l’unica cosa che si deve sapere dell’autore è che ha scritto il tal libro e basta.
Per colpa delle scelte di alcuni, poi ci vanno a rimettere anche altri. Continuando così, le cose in questo paese non miglioreranno mai.