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Il Castello nel Cielo

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Ci sono voluti ventisei anni perché Il Castello nel Cielo (Tenku no shiro Rapyuta) di Hayao Miyazaki giungesse in Italia. Un’attesa inspiegabile (o forse sì, visto il paese in cui si vive) per un vero e proprio capolavoro cinematografico.
Una storia densa, ricca di significati e di poesia, realizzata con un tratto semplice, ma dettagliato, il marchio caratteristico che ha reso Miyazaki conosciuto in tutto il mondo da quando ha realizzato Heidi, Anna dai capelli rossi e Conan, il ragazzo del futuro. Come lo ha reso conosciuto il suo amore per la natura, sempre così presente nelle sue opere: un tema che mai ha annoiato, ha sempre avuto qualcosa da insegnare, soprattutto sul rispetto e sulla libertà.
Troppo spesso gli uomini con la loro arroganza, la loro sete di dominio hanno portato rovina e sciagura: troppo presi da loro stessi, dai fini mossi per alimentare il loro ego, non hanno fatto altro che guardare gli altri dall’alto al basso, come viene ben mostrato da Muska, sprezzante e insensibile, concentrato solo sul potere. Mai una volta il suo sguardo si leva a guardare il cielo per rendersi conto di quanto grande e meraviglioso è il creato, di quanti segreti e maraviglie abbia da far scoprire: accecato dal volere tutto sotto il suo dominio e controllo, non riesce a cogliere quale sia la vera ricchezza, come invece avevano fatto i creatori di Laputa, arrivati a comprendere che per quanto possa essere avanzata la tecnologia umana, niente più eguagliare la bellezza e complessità della natura. Poetica e commovente la scena in cui il robot, dopo l’atterraggio di Pazu e Sheeta sul castello volante, sopraggiunge per spostare il deltaplano dal nido di uccellini nascosto in mezzo all’erba: da creature capaci di distruggere da soli un’intera armata, non ci si aspetterebbe una simile delicatezza. Ma è proprio questo contrasto che va riflettere: se macchinari di simile potenza distruttiva riescono a provare sentimenti, a sviluppare affetto verso i fiori e gli animali, perché non dovrebbe riuscirci anche l’uomo?
Perché purtroppo ha perso la capacità di stupirsi, d’apprezzare le cose semplici, di sognare. E’ proprio la mancanza di sogni che l’ha abbruttito in questa maniera: non bastasse questo, c’è pure il disprezzo verso chi ancora crede in essi, sapendo che rendono la vita più ricca, come accade al padre di Pazu, deriso e ritenuto pazzo per avere creduto in quello che in molti ritenevano una leggenda. La gente, troppo presa dalla materialità, dal profitto, dall’economia, non ha più quel senso di meraviglia che si dipinge sul volto dei ragazzi quando fanno l’esperienza del volo, quando sono sulla macchina volante dei pirati e si ritrovano a fissare candide montagne di nubi.
Quanti al giorno d’oggi alzano gli occhi al cielo e si soffermano a osservarle? Quanti riescono a essere ammaliati dalle loro forme, dal loro mutare capace di rapire la mente? Quanti sono ancora in grado di provare il desiderio di volare, di solcare i venti lasciandosi trasportare dalle correnti, liberi come uccelli e lasciar spaziare lo sguardo su orizzonti sempre più vasti?
Solo chi ha saputo immergersi nella natura, allontanandosi dai ritmi forsennati imposti dal sistema, mettendosi in ascolto e sapendo osservare, soffermandosi sui piccoli dettagli di un prato, di un bosco, ascoltando il canto del vento e degli uccelli, rimirando il solcare in cielo delle nubi, riesce a cogliere la delicatezza e la profondità dell’esistenza, dandole il giusto rispetto che merita. Una capacità che è di tutti gli uomini, ma che è andata perduta crescendo, perché davvero in troppi si sono dimenticati che cosa significa essere bambini, che cosa si prova a lasciar andare la mente a librarsi in alto, nel cielo, spiegando le ali e facendosi trasportare dal vento della libertà.
Un modo per prendere le distanze da un’epoca che va giudicata mancante, rifiutando l’egoismo e gli interessi economici di cui è stata solo capace d’occuparsi.

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