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L’Ultimo Potere

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Strade Nascoste – Racconti

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Parliamo di scrittura

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Questo è il titolo di una serie di articoli con cui Antonia Romagnoli, scrittrice piacentina che ha pubblicato presso gli editori Età dell’Acquario ed Edizioni Domino (Il segreto dell’alchimista, I signori delle Colline, Triagrion, La stella incantata, Il mago pasticcione, Le lettere dell’alfabeto, La magica terra di Slupp), oltre ad aver partecipato all’antologia Sanctuary di Asengard, affronta il processo creativo che sta alla base della nascita di un libro. Oltre alla sua esperienza, ha dato il suo contributo a questa rubrica Fabrizio Valenza e dietro gentile richiesta dell’autrice pure io; un’opportunità quella di poter parlare di scrittura di cui la ringrazio, perché è un piacere poter fare un confronto con altre persone che condividono la stessa passione, leggere come vedono e come vivono il processo creativo di un libro. Trovo sempre interessante scoprire il metodo che ogni scrittore mette in atto per dare vita alle storie che vede e sente dentro di sé, ancora di più quando c’è uno scambio, perché c’è sempre qualcosa da scoprire e imparare.
Però non bisogna mai dimenticare un elemento imprescindibile per chi vuole scrivere: il primo passo per divenire scrittore è essere un lettore, perché dalla lettura di generi e autori differenti, oltre a scoprire mondi sempre nuovi, s’impara molto osservando come altri lavorano nell’attuare e descrivere le loro storie.

Le Torri di Mezzanotte e il Mondo dei Sogni

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In Presagi di Tempesta Rand al’Thor è riuscito a far luce sulle tenebre che si stavano addensando su di lui e come il sole che torna a splendere dopo giorni cupi di pioggia è riuscito a innalzarsi, divenire quello che deve essere: non più un essere diviso in se stesso, perseguitato dalle ombre del passato come Lews Therin lo è stato per tanto tempo, continuamente teso verso un ruolo che pareva voler pretendere sempre più sacrifici da lui, privarlo di ogni umanità, renderlo un semplice mezzo del Potere, ma un individuo integro, saldo nei suoi intenti. La salita sul Monte Drago per lui rappresenta una Rinascita, una sorta di Resurrezione dopo il lungo calvario patito che lo fa ascendere e divenire il Drago che le profezie tanto attendono
In Le Torri di Mezzanotte, Rand si sta ormai apprestando al confronto con il Tenebroso, preparando il terreno per lo scontro, tirando le fila dei propri alleati pronti a scendere al suo fianco nell’Ultima Battaglia. Tarmon gai’don ha inizio.
Ma come si è visto in questa epica saga, non è l’unico protagonista della storia, non è l’unico da cui dipende il destino del mondo.
Egwene è riuscita a ripristinare l’ordine all’interno della Torre Bianca, non più divisa da lotte intestine tra le varie Aes Sedai, dove ogni gruppo cerca di strappare agli altri la fetta più grande di potere; ma perché le cose siano sistemate occorre trovare i membri dell’Aia Nera che ancora si annidano al suo interno, guidate da uno dei Reietti.
Mat è alle prese con il Golham e mentre cerca di sfuggire al letale segugio, pensa al modo di convincere chi produrrà su ampia scala i suoi draghi, la nuova e potente arma capace di sparare proiettili esplodivi a grande distanza. Senza contare l’impresa che sta per compiere insieme a due suoi compagni; un’impresa importante sia per se stesso sia per le vicende a venire.
E mentre Nynaeve apprende nuovi modi di guarire, avviene la riscoperta dei vari modi di Viaggiare, della creazione di nuovi ter’angreal e cuendillar; talenti perduti da tempo ricompaiono assieme al parlare con i lupi, la pulizia di Saidin. Capacità andate smarrite dai tempi dall’Epoca Leggendaria.
Tutto ciò fa da contorno alla trama principale del tredicesimo volume della Ruota del Tempo, incentrata su Perrin, che dopo essere riuscito a riavere al suo fianco Faile, ora deve preoccuparsi dei Manti Bianchi e della giustizia che vogliono che s’abbatta su di lui; oltre a occuparsi di una minaccia invisibile che sta tramando per colpire con forza e impedire che possa portare aiuto nell’Ultima Battaglia. Una minaccia che dovrà affrontare su un piano d’esistenza differente da quello materiale com’è il Sogno del Lupo; è questa a mio avviso la parte meglio riuscita del romanzo dal duo Jordan/Sanderson.
Il Mondo dei Sogni, come mi piace definirlo, è sempre stato fonte d’interesse e di fascino per me, perché è un mondo sconfinato, ermetico, pieno di misteri e significati ancora da scoprire; un mondo di cui si sa ancora poco, anche se uomini come Freud e Jung hanno mosso i primi passi per dipanare le nebbie che avvolgono questa dimensione.
Jordan non è stato l’unico nelle sue opere a usare il Mondo dei Sogni come altra dimensione in cui far muovere i personaggi e far svolgere le vicende: già altri scrittori hanno saputo utilizzarlo, come ha fatto Terry Brooks in Le Pietre Magiche di Shannara e nel Ciclo degli Eredi (anche se è stato un uso limitato, dato che ha usato questa dimensione come un poter guardare al futuro, un ammonimento su fatti che si devono ancora verificare). L’autore della Ruota del Tempo lo ha utilizzato invece come una dimensione parallela, riuscendo a rendere bene i meccanismi di quanto accade durante il sonno: un mondo continuamente mutevole, con leggi proprie che trascendono quelle conosciute nella realtà, dove è la volontà l’unica vera forza che conta. Una volontà che il più delle volte è inconscia, che crea le cose senza esserne consapevole, dove il sognatore spesso è in balia della propria creazione; il che è quello che accade sempre a chi sogna. Tutti subiamo passivamente ciò che sognano, vivendo il sogno come se fosse reale, come se fosse davvero la realtà: il sogno è il padrone che ci manipola, che ci terrorizza o ci fa stare bene, quell’energia che ci lascia scombussolati o compiaciuti a seconda di quello che incontriamo. Un modo per mostrare quanto poco conosciamo di noi stessi, quanto sono grande le zone buie e sconosciute del nostro essere, della nostra psiche; forze che spesso ignoriamo e teniamo fuori dalla nostra coscienza, che isoliamo, attorno alle quali creiamo dei muri per contenerle. Ma durante il sonno non c’è controllo, le barriere s’abbassano e ciò che è stato messo da parte sale alla ribalta, ribaltando le parti: chi era vittima diventa carnefice.
Una realtà già conosciuta e ben mostrata da Wes Craven con il personaggio di Freddy Krueger nella famosa serie cinematografica di Nightmare, dove chi nella realtà è stato vittima di linciaggio per i crimini commessi, torna a vivere nei sogni altrui per ottenere la sua vendetta, uccidendo i sognatori. Alcuni potrebbero pensare che è fantasia il ritenere che una persona che muore in un sogno possa morire anche nella realtà, ma spesso ignorano che la mente può essere più forte del corpo: se la convinzione è molto grande e si arriva a credere fermamente in qualcosa, il sogno diventa realtà. Così, se si è davvero convinti di morire nel Mondo dei Sogni, così avverrà in quello reale, dato che il corpo non può vivere senza mente, senza volontà; se il legame tra i due si spezza, la vita viene a cessare.
Attraverso queste invenzioni viene mostrata una realtà incontrovertibile: chi è inconsapevole di ciò che lo circonda ne rimane vittima. Più grande è l’ignoranza, maggiore è il danno che si subisce, allo stesso modo in cui si verifica nei sogni: più è grande l’ansia, la paura, più è forte l’incubo che ci perseguita. Nonostante lo scenario cambi in continuazione, data la natura mutevole che sta alla base che origina questo mondo, esiste una costante: la forza che permea le emozioni negative che danno vita all’Incubo. Ne viene dato un altro ottimo esempio grazie alla Corte dell’Incubo, i Signori Oscuri delle Terre dell’Incubo, uno dei Domini dell’ambientazione di Ravenloft (per chi volesse approfondire la’rgomento consiglio la pagina del sito Ravenloft-Il Cannocchiale): figure oscure e incomprensibili, incarnazione dell’inconscio ancora insondabile, sono i padroni di una piccola terra che è al confine tra il Piano Materiale e il Piano dei Sogni, completamente circondata da un anello di sfere lucenti ognuna dei quali è una dimensione separata in cui si dispiegano gli incubi; è in questo luogo che il Dr. Illhousen è stato trascinato assieme alla Clinica per Malati Mentali dopo aver osato sfidare la Corte dell’Incubo e aver perso. Dato che l’età culturale di tale luogo equivale alla cultura rinascimentale, il Dr. Illhousen rappresenta l’uomo di scienza che comincia a scoprire un mondo nuovo, come può essere stata la psicologia ai primordi, e che deve avanzare con prudenza, un passo alla volta, perché molto è ciò che è sconosciuto e senza la giusta conoscenza si può andare incontro al fallimento: e’ quello in cui tanto spesso è incorso il raziocinio umano di fronte ai meandri della psiche, illudendosi con i mezzi di cui era disposizione di poter controllare forze più grandi di lui.
Cosa che non accade invece a Perrin che grazie al lupo Hopper viene addestrato a conoscere il Mondo del Sogno, soprattutto ad acquisire una maggiore consapevolezza di sé e della propria doppia natura. E attraverso questa conoscenza, piega il Mondo del Sogno alla sua volontà, lo usa come mezzo per portare avanti la battaglia contro l’Oscuro, combattendo un nemico sfuggente. E’ grazie all’amico lupo che anche lui, come Rand, diventa quello che deve diventare, un nuovo essere temprato e reso forte dalle fiamme delle difficoltà.

L’Ultimo Potere – Atto Primo – VII Il guerriero della strada (parte 2)

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L’aria nella strada era immota. I raggi solari filtravano opacamente attraverso la pesante cappa d’umidità, battendo fiocamente sui vetri spezzati dei grattacieli.
Con la schiena appoggiata all’angolo del muro, se ne stava nell’ombra a scrutare l’incrocio delle strade sottostanti. Spostò il peso del corpo da un piede all’altro. Un’ultima occhiata per assicurarsi che la via fosse sgombra e poi scese sulla carreggiata. Scivolando per vicoli stretti e cumuli di macerie, arrivò al centro commerciale per vie traverse, evitando spiazzi aperti. Addossato al pilone di un portico diroccato, s’accertò che non ci fossero movimenti nelle vicinanze del parcheggio.
Uno scatto e si trovò di fronte alle serrande abbassate del centro commerciale. Camminando acquattato perché la sua immagine non venisse riflessa sui vetri scheggiati e crepati, percorse il lungo marciapiede fino all’angolo. Mucchi di cestelli con le ruote erano arrugginiti e ribaltati uno sull’altro: un ammasso contorto che somigliava a gigantesche ragnatele che si erano arrotolate su se stesse.
Attraversando il passaggio tra bancali marci e anneriti, arrivò alla pesante porta metallica che fungeva da ingresso secondario. Il pezzetto di legno era in bella vista sulla superficie scura del marciapiede, a diversi metri dal punto in cui era stato appoggiato alla porta.
Serrò le labbra con forza. Qualcuno era entrato.
Lentamente scostò l’uscio con la canna del fucile, sporgendosi oltre lo stipite per scrutare il corridoio. Calcinacci erano caduti dalle pareti e dal soffitto, lasciando ampi spazi grigi dove si erano staccati. In mezzo alla sottile polvere sparsa sul pavimento spiccavano le impronte.
«Maledizione.» Sussurrò chinandosi a esaminare la forma del piede artigliato.
Alzò lo sguardo, scrutando oltre la fine del corridoio: le tracce sparivano dietro le prime scansie. A quanto pareva si erano disinteressati delle porte laterali a pochi passi da lui.
Prese in considerazione l’idea di tornare sui suoi passi e approvvigionarsi in un altro momento. Certo, esisteva la possibilità che le tracce, benché fresche, risalissero a qualche giorno prima, ma la sensazione di disagio lo stava avvisando che erano all’interno del centro commerciale proprio in quell’istante: molto strano che si fossero mossi durante le ore diurne, solitamente si muovevano di notte, data l’avversione per la luce solare. O la loro fame era divenuta insopportabile, costringendoli a uscire dalle ombre e gettarsi alla disperata caccia di cibo, oppure qualcosa di pericoloso li aveva costretti a trovarsi un nuovo rifugio.
E se si erano scelti quel posto come covo, per lui era un problema.
Attraversò il corridoio fino ad arrivare a quanto rimaneva delle doppie ante della porta, sfondate da tempo, quando le masse spinte dalla fame e dal bisogno avevano preso d’assedio i centri commerciali, portando via tutto quello che poteva aiutarli alla sopravvivenza.
Guardò a destra e a sinistra, assicurandosi che la via fosse sgombra prima di procedere verso il fondo dell’edificio, tenendosi lontano dalla luce filtrante dalle vetrate.
Camminando rasente al muro, scrutò gli spazi tra le scansie vuote e contorte, lunghi canaloni ingombri di cartoni sfasciati e sacchi di plastica trasparente e polverosa. Il controsoffitto era crollato in più punti e lunghe lampade al neon penzolavano nel vuoto, sostenute da un unico filo metallico.
Il silenzio era come un deserto risuonante d’echi di memorie passate, spettri invisibili che facevano passare il loro alito sul freddo metallo e il cemento scrostato.
Con passo felpato aggirò una massa di rotoli di carta igienica caduti a seguito del cedimento dei ganci di una scansia. Abiti di bambini e biancheria intima femminile erano sparsi sugli scaffali come se un forte vento fosse entrato all’interno dell’edificio.
Non era così l’ultima volta che era stato da quelle parti.
Un suono ovattato, liquido, giunse da poco distante: sembrava il verso di qualcuno che stesse bevendo a collo da una bottiglia di plastica. Con l’arma spianata, si sporse oltre la copertura del pilastro bianco.
Una pozza ambrata si stendeva sul pavimento nello spazio tra le scansie, un lucore denso che scivolava lentamente a espandersi fin sotto i piedi metallici, alimentato dal rivolo mieloso della grossa tanica d’olio riversa con il fianco squarciato su una mensola sverniciata. La massa del liquido lucido era perturbata da strisciate: una lunga traccia d’impronte, dello stesso tipo trovato all’ingresso, s’allontanava in direzione delle vetrate.
Spostandosi dietro lo scheletro arrugginito di grosse impalcature crollate, attraversò un cimitero di frigoriferi ed elettrodomestici abbandonati: file e file di cubi e parallelepipedi lasciati a prendere strati e strati di polvere. Una lunga scia di schermi neri e grigi lo sovrastava, coprendo un buon quarto della parete; una montagna che lo scrutava severa e minacciosa a ogni passo che faceva.
Superato il bancone dalla superficie sbrecciata e dalle ante di vetro frantumate, arrivò alla porta d’acciaio blindata. Sulla placca metallica erano evidenti lunghe strisciate parallele lasciate dal ripetuto graffiare, arrivate a intaccare anche l’intonaco dalla parte della serratura.
Tenendo un occhio sull’ambiente circostante, s’avvicinò al tastierino numerico, il sottile display che emetteva una leggera luminescenza verdognola. Sistemò il fucile sulla spalla e aprì il coperchio plastico posto alla base della tastiera; estrasse dalla tasca all’altezza del cuore un piccolo palmare e collegò i fili rossi e neri che spuntavano dal piano anteriore alle boccole del rispettivo colore situate sul lato sinistro della scheda elettronica. Inserì il flat che spuntava dal lato posteriore nel connettore posto subito a destra delle boccole. La luce rossa sul display lampeggiò per alcuni secondi prima di diventare verde; in risposta sullo schermo della scatola fissata al muro comparve la scritta d’accesso. Un leggero scatto e le maniglie cedettero, scostando di un paio di centimetri la porta blindata dall’intelaiatura che la sorreggeva. Un’ultima occhiata nei paraggi e si lasciò scivolare al suo interno.
L’oscurità lo accolse con un gelido saluto. L’aria puzzava di chiuso, il fiato si condensava in piccole volute di fumo. Avvicinò la porta senza chiuderla, così da far sembrare tutto come sempre, sperando che nessuno si avvicinasse per controllare con più attenzione.
Con una mano rimise al suo posto il palmare, con l’altra sfilò dalle cinghie dello zaino una piccola torcia. Ripreso in mano il fucile, sistemò negli appositi fermi la piccola fonte di luce; le dita corsero sulla levetta con la superficie zigrinata e un fascio luminoso andò a colpire la parete al suo fianco. Con passi misurati prese a muoversi nel magazzino privo di finestre.
Montagne di scatoloni impilati uno sopra l’altro, avvolti in strati di cellofan, affiancavano ripiani metallici verniciati di verde, carichi di casse di legno recanti la scritta fragile. Sul lato sinistro del magazzino erano parcheggiati in una fila ordinata muletti giallo indiano, le benne abbassate rasenti al terreno.
Superato il primo blocco di scansie, si ritrovò di fronte a un gigantesco portone a più ante che scorreva su stretti binari intasati da sporcizia e feci di topo. Ringhiere e rotoli di recinzioni metalliche erano impilate lungo la parete a formare una lunga catasta che si protraeva fino al fondo della prima parte del magazzino.
Spostò il fascio di luce attraverso le lunghe fila di pacchi e scatoloni abbandonati a un destino di deterioramento e decomposizione. Si fermò davanti all’ingresso della seconda parte del magazzino: un’aria ancora più fredda dell’ambiente in cui si trovava era in attesa di posarsi su di lui.
Un fenomeno che non riusciva a spiegarsi: oltre la linea nera tratteggiata sul pavimento, dove un tempo appoggiava la serranda ora bloccata a diversi metri dal suolo, la temperatura calava di colpo di diversi gradi. Eppure quella parte dell’edificio non era una zona frigorifera e nemmeno c’erano condizionatori a mantenere costanti certe condizioni ambientali. Come non riusciva a spiegarsi che le tenebre di quella zona fossero più dense e la luce delle torce faticasse a fenderle: il buio pareva stringersi attorno al fascio luminoso, con l’intenzione di schiacciarlo e ricacciarlo indietro, quasi si trattasse di una presenza sgradita e rivoltante. Quelle tenebre erano gelose dello spazio che custodivano: nell’aria aleggiava il sospiro persistente della xenofobia, dove tutto ciò che non era oscurità non era ben accetto.
Si strinse attorno al collo il bavero della giacca ed entrò. Avvertì subito l’insinuante oppressione che gli faceva presente quanto fosse sgradita la sua presenza: una sensazione che lo attaccava da tutte le parti, una pressione claustrofobica che gli attanagliava ogni membra e gli serrava la gola. Affrettò il passo, raggiungendo le scansie che contenevano il cibo in scatola e quello sottovuoto. Con masse rapide e decise prese a riempire lo zaino che aveva portato sulle spalle, stipando tutto con cura, in modo da sfruttare al meglio lo spazio e trasportare quante più cibarie gli era consentito, lasciando posto sufficiente per le bottiglie d’acqua da prendere dal ripiano a fianco.
Quando anche le tasche laterali furono riempite, s’assicurò che ogni laccio, cerniera e gancio fosse assicurato per non perdere nulla di quanto prelevato. Controllò un’ultima volta la lista che aveva fatto per accertarsi che quanto serviva fosse stato preso.
Senza più guardarsi indietro, ritornò alla porta. S’avvicinò all’uscio metallico con cautela, i passi che si erano fatti lenti e guardinghi, rimanendo a fissare il cerchio luminoso proiettato sulla lastra metallica: l’unica barriera che lo separava da quanto lo stava aspettando là fuori. Spense la torcia, la sganciò dal supporto e tornò a porla nella tasca dei pantaloni. Allungando una mano spinse la porta, facendola muovere un millimetro alla volta, fermandosi a ogni piccolo spostamento e mettendosi in ascolto, convinto di aver sentito qualcosa muoversi oltre il bancone; con spasmodica lentezza aprì uno stretto passaggio, quel tanto che bastava per permettergli di passare. Con rapida mossa la richiuse, attento a far scivolare la serratura all’interno della toppa dello stipite senza far rumore.
Si voltò verso il bancone, scrutando lo spazio tra le scansie. La luce era cambiata. Un’ombra era calata su tutto quanto, rendendo grigie le zone che poco prima erano state illuminate. I colori si erano spenti, resi cupi dall’adombramento che incalzava impietoso, le zone di penombra mutate in polle di nero denso.
Lo sguardo corse allo scorcio di vetrata che s’intravedeva dalla sua posizione: l’asfalto della piazza e il cemento dei palazzi erano più scuri. Una tempesta era in arrivo. Un elemento positivo: la scarsa visibilità, e possibilmente la pioggia, avrebbero coperto i suoi movimenti lungo le strade, rendendolo meno individuabile a occhi che erano in cerca. Se non fosse che si trovava ancora all’interno del centro commerciale.
«Maledizione.» Strinse i denti. «Proprio quello che ci voleva.»
La prospettiva di riattraversare il centro commerciale in quelle condizioni non gli piaceva per niente, ma doveva uscire da quel luogo. E pure in fretta.
Strinse gli occhi, cercando di scorgere movimenti nelle zone di buio più fitto.
Nulla.
I bastardi si stavano mimetizzando bene. O più semplicemente non erano dove stava guardando. Un angolo della bocca si torse in un’espressione contrariata. Odiava non sapere dove si trovava il nemico.
Doveva decidere alla svelta come muoversi. Camminare verso il fondo era da escludere: l’oscurità era troppo fitta e si sarebbe accorto di loro solamente quando lo avessero ghermito. Passare vicino alle vetrate lo avrebbe esposto alla vista di chiunque si trovasse all’esterno e all’interno. Rimaneva solo passare attraverso le scansie: avrebbe avuto una maggiore copertura, anche se avrebbe reso il percorso verso l’uscita più lungo. E più restava in quel luogo, maggiori erano le possibilità di fare sgradevoli incontri.
Uno sguardo lungo il corridoio e si gettò verso la scansia più vicina, schiacciando la schiena contro il metallo. Strisciando lateralmente, si sporse oltre l’angolo, scattando verso la copertura più vicina appena fu sicuro che la via fosse libera.
Uno sciacquio oleoso giunse alle sue spalle quando fu a metà strada. Appiattito contro il pilastro di cemento, scivolò verso l’incavo creato dalla scansia a fianco.
Un’ombra passò veloce lungo il corridoio, sparendo come era comparsa.
Un’altra guizzò davanti alle vetrate.
L’uomo strinse i denti, gettando lo sguardo alla sua destra. L’uscita era davanti a lui. Cinquanta metri e sarebbe stato fuori: una corsa veloce, questione di pochi secondi.
Un istinto repentino lo costrinse a gettarsi di lato, addossandosi contro una pila di pallet ammuffiti.
Una schiena gibbosa, piegata, irta di radi e spessi peli comparve oltre la linea della scansia posta in diagonale a sei metri da lui. Una cresta simile a coltelli ricurvi dondolava sulla pelle ricordando argilla crepata.
Un animale domestico dei Demoni. Un elemento del branco di sei elementi sguinzagliato alla ricerca e cattura di esseri umani.
Con passo dondolante, la massa sgraziata caracollò verso le casse allineate, svanendo sotto i suoi occhi quando passò in una zona d’ombra più scura: il preavviso che il cerchio d’attacco si stava per chiudere.
Si sporse oltre il bordo, gettando rapide occhiate dalla parte opposta dove era sparita quella grossa specie di cane da riporto. Imbracciò con forza il fucile, prendendo a correre nel corridoio che fendeva verticalmente il centro commerciale.
Vide la porta ingrandirsi ad ogni falcata, finché con un balzo la superò, ritrovandosi nel basso corridoio.
Si voltò con il fucile pronto ad accogliere la malcapitata bestia che avesse avuto la sfortuna di seguirlo.
La lunga scia di mattonelle beige era sgombra.
Indietreggiando, raggiunse l’uscita.
L’ultima cosa che vide prima d’incamminarsi sul marciapiede, fu una lunga coda da roditore che sbatteva contro un ripiano di metallo e lo faceva volteggiare nell’aria.
Il cozzare metallico lo raggiunse quando svoltò l’angolo della strada.

Welcome Spring

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Under Heaven

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Il 29 marzo in Italia uscirà pubblicato da Fanucci, con il titolo La Rinascita di Shen Tai, l’ultimo libro di Guy Gavriel Kay, Under Heaven: la notizia appare sul sito dell’editore, mentre sulla pagina Facebook è possibile leggere l’incipit dell’opera.
Per gli appassionati del genere fantastico questa è un’ottima notizia, perché rappresenta un gradito ritorno dopo tanti anni di assenza di un autore dalle indiscusse capacità, che nel corso della sua carriera ha realizzato opere di qualità che l’hanno portato a vincere diversi Awards e ad avere diverse Nominations.
Un autore purtroppo poco valorizzato nel nostro paese, che ha visto dare invece spazio ad autori che non raggiungono il livello di bontà e profondità delle sue opere; un’occasione, questa pubblicazione, che spero serva come trampolino per la traduzione degli altri libri che ha scritto (A Song for Arbonne,The Lions of Al-Rassan,The Sarantine Mosaic, The Last Light of the Sun, Ysabel ).
Un autore che consiglio di scoprire per chi già non lo conosce, perché grazie alla sua prosa e alle storie a cui dà vita si veda che il fantasy non è quel genere così bistrattato e banalizzato da buona parte dell’editoria italiana (e non solo), ritenuto una lettura per bambini/adolescenti e persone dalla conoscenza e dalla visione delle cose limitata.
Sembro esagerato a consigliare un libro che devo ancora leggere? Forse, ma la bontà delle opere che ho letto di Kay mi dà la fiducia di consigliarlo, visto l’esperienza avuta con tale scrittore: la saga di Fionavar e Il Paese delle Due Lune sono state letture che sono rimaste impresse nella mia mente, che hanno saputo dare tanto con la ricchezza dei mondi e dei personaggi che li hanno abitati.
Nel caso qualcuno volesse ulteriori “garanzie”, rimando alla recensione fatta da Martina Frammartino, che ha già letto Under Heaven in lingua originale.

La Riforma del Lavoro

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Sono trascorsi dieci anni dall’omicidio di Marco Biagi.
In questi giorni governo e parti sociali discutono della riforma del lavoro.
Coincidenza?
Non è un fatto casuale. Forse non è voluto, ma non è un caso che eventi o tematiche si ripresentino nello stesso periodo: pare che in certi giorni ci siano energie all’opera perché si verifichino, o non si verifichino certi fatti (e le energie di questo periodo spingono a ribellarsi a ciò che ingiusto, al conformismo, alle menzogne, all’ipocrisia, al farsi prendere in giro, al farsi sfruttare sottostando ai poteri costituiti, non a continuare a perpetrare modelli e sistemi sbagliati, fallimentari che calpestano l’uomo).
Qualcuno può definirle fantasie, teorie astratte e astruse, ma il fatto che non si riescono a vedere certe energie non significa che non esistono: se ci si pensa, è così per la legge di gravità, di cui si è a conoscenza grazie agli effetti che essa ha nella realtà, ma che di certo non si vede, né si sente né si tocca.
Chi crede invece nei complotti può pensarla diversamente, ovvero che quanto accaduto a Marco Biagi è stato premeditato, un far accadere un evento per avere una ragione forte per perseguire una certa strada e percorrerla fino in fondo. Non sarebbe un caso il fatto che non gli fosse assegnata una scorta, un esporlo al pericolo e lasciare che venisse ucciso, usando poi la sua morte come pretesto per dare vita a un progetto di riforma radicale del mondo del lavoro; un trasformare una persona come le altre in un eroe e un martire, perché le bandiere e i simboli hanno un grande potere che può essere sfruttato.
Che sia stato così oppure un sottovalutare una situazione pericolosa, sta di fatto che più di quando era in vita le sue idee sono state spinte con forza dai governi di centro-destra e dagli imprenditori. E’ interessante osservare il potere che può avere la morte di una persona, come può trasformarla, farla assurgere a qualcosa di più grande di quello che era: quando un individuo muore, l’idea che si aveva di lui viene modificata, i lati negativi vengono messi da parte e ampliati quelli positivi, quando non gliene vengono attributi pure dei nuovi che in realtà non possedeva. Questo è l’effetto che ha la morte e l’idealizzazione, che così velocemente sono sfruttate dagli opportunisti e da chi vuole avere potere.
La morte di Marco Biagi è stato un atto violento e chi credeva che colpendolo avrebbe dato un messaggio a chi cercava di smantellare le tutele del mondo del lavoro, facendo recedere da quegli intenti, ha commesso un errore perché ha ottenuto il risultato opposto, ha rafforzato le intenzioni, dando un pretesto a chi voleva fare la riforma.
Che questa fosse sbagliata è un dato di fatto, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la perdita di produttività e di competitività, l’instabilità, il calo delle vendite e del potere d’acquisto delle persone, l’impossibilità per le persone di fare progetti anche di breve scadenza che di conseguenza si ripercuotono sul sistema bloccandolo. La tanto decantata flessibilità e il tanto incensato lavoro interinale hanno portato a far sì che la gente non possa permettersi l’acquisto (e alle volte nemmeno l’affitto) di una casa (e nemmeno di altre cose), di non potersi creare una famiglia e fare figli perché non ha il modo di mantenerli e di sostenere le spese che tutto ciò comporta.
Nonostante i riscontri evidenti, adesso, al tavolo delle trattative tra governo e parti sociali, si punta con forza su molte delle idee di Marco Biagi. E si vuole andare a tutti i costi in una direzione già conosciuta, non rendendosi conto che così s’impantana ancora di più la situazione, gettando sempre più in basso la popolazione, riducendola sempre più allo stremo (togliendo l’articolo 18 lo scenario che si propone è questo: le persone sono solo oggetti da usare e da buttare via quando non servono più.). E quando si tira troppo la corda, quando non si lasciano vie d’uscita alla popolazione, il risultato è che scoppia la violenza, alle volte la guerra civile. Ci si deve accorgere di questa distruttività, di questa violenza che bolle, pronta a esplodere come è accaduto nel periodo tra il ’40 e il ’45, quando il carico d’odio d’allora fece milioni di vittime.
Prima che questo avvenga, e sia troppo tardi per intervenire e rimediare, occorre fermare e cambiare questo sistema, perché se non lo si fa adesso, dopo non si potrà più aiutare nessuno, dato che questo sperare di tirare avanti finché si può arriverà a farla pagare caramente.

Farsi sfruttare per il gioco dell'ego

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Ci sono diversi tipi di giochi online: giochi di carte, giochi di ruolo, giochi con cui s’interagisce con altri giocatori sparsi in tutto il mondo.
Tali giochi, se vissuti nel modo sbagliato, possono creare dipendenza, facendo arrivare a non avere più una vita sociale (ad esempio, può succedere con gli RPG dove si può avere un’altra “vita”), facendo prendere la mano e giocare ingenti somme di denaro, arrivando a indebitarsi a livelli catastrofici (come può accadere con il poker).
Se non controllato, il gioco può scaturire in un’ossessione, in una patologia che necessita un ricovero per un periodo di tempo determinato dall’entità del danno subito: una disintossicazione e rieducazione necessaria per ritrovare un’esistenza equilibrata.
Il gioco (come d’altronde tutte le cose che sfuggono al controllo) può essere una dipendenza come la droga, l’alcool, il sesso, che va curata con interventi che portano a eliminare le tossine che esso ha prodotto; si tratta di un lavoro concentrato sulla mente e sui suoi meccanismi, un processo incentrato sugli atteggiamenti e sulle cause (ansie, paure) che li scatenano, necessario per far tornare il paziente alla normalità.
Di cliniche che intervengono su questo punto ce ne sono sempre di più. Tecnologia, Facebook, sono solo alcune delle nuove dipendenze che questa società ha creato. Una società che aliena sempre di più l’individuo; mai come nella sua storia l’uomo presenta fragilità, talloni d’Achille in cui può essere colpito con tanta facilità. Invece di divenire più forte con le scoperte e i mezzi messi a disposizione dal cammino evolutivo intrapreso, l’essere umano si ritrova a essere più debole, esposto ad attacchi da ogni lato. Bombardato da modelli sbagliati e travianti, viene sfruttato in maniera indebita: la sua debolezza usata per creare guadagno.
Un esempio banale.
Riprendiamo i giochi in rete, i cosiddetti giochi di ruolo dove si crea un pg che interagisce assieme ad altri in un mondo fantastico, pieno di missioni, avventure, storie da vivere. Un’esperienza divertente, se la si vive solo come un gioco.
Solo che alle volte così non accade.
Insoddisfatti della vita che si vive, piena di problemi, incomprensioni, difficoltà, si cerca di trovare uno spazio dove le cose non sono così aride, dove si sente di avere un valore, di essere qualcuno, di riuscire in qualcosa e non essere continuamente mortificati da situazioni e persone. Se lo si vuole vedere in un certo modo, è una ricerca di amor proprio, una sorta di guscio protettivo verso la sofferenza che il mondo gli infligge; per questo si proietta sul pg, sulla versione virtuale di sé, ciò che si vorrebbe essere. Questo desiderio, questo bisogno, è una debolezza che certi individui (ma non solo: anche i creatori di tali giochi, pure quelli free, mettono a disposizione sezioni premium, a pagamento, per rendere i giocatori più forti e competitivi e sfruttare il loro punto debole, l’ego) sono pronti a sfruttare per ricavare un guadagno; persone che non vedono il gioco come un divertimento, ma come un modo per fare soldi; persone che sviluppano pg di elevato livello (oppure recuperare oggetti ed equipaggiamenti preziosi per il gioco) per poi venderli a chi è disposto a versare una somma adeguata. E c’è sempre chi è pronto a fare tale acquisto. La gente è disponibile a tutto in questo periodo per soddisfare il proprio ego, è alla ricerca disperata di qualsiasi cosa che la faccia sentire qualcuno per qualche instante, anche se si tratta di un file di pochi byte, capace di dissolversi per una semplice perdita di dati o mancanza di corrente; un file però in grado di generare una finzione dove si può essere quello che non si è nella realtà, dove si può immaginare un riscatto da tutte le delusioni patite.
Un osservatore esterno può provare compassione, pietà o disprezzo per chi si trova in questa condizione, compatendo questo scivolare in basso.
Ma prima di essere giudici severi e inflessibili, ci sarebbe da chiedersi se non si è stati responsabili con il proprio atteggiamento di quella parte di massa che è stata fautrice di ferite e umiliazioni inflitte a quelle persone, divenendo così creatori di creature che non si considerano più come simili, ma esseri inferiori.
Ancora una volta, l’Ego e la Società sono la malattia da curare, mentre alcool, droga, sesso, internet, giochi e ogni dipendenza, sono solo i mezzi con cui si manifestano gli effetti dei disagi generati dai primi due.

Spiriti Guida

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In diverse culture antiche gli spiriti erano visti come guide, fonte di rivelazione di conoscenze nascoste e verità sconosciute.
Così facevano popoli come i greci, che interpellavano gli spiriti dei defunti, come viene mostrato nell’Odissea quando Ulisse invoca le ombre dei morti, allo scopo di interrogare lo spettro dell’antico indovino Tiresia sul suo futuro; è qui che il re di Itaca, oltre agli spiriti di Agamennone e Achille, incontra quello della madre,morta di crepacuore durante la sua lunga assenza, che lo avvisa di quanto sta accadendo nella propria casa e di come i Proci stiano insidiando il suo trono.
Allo stesso modo facevano i nativi americani con gli spiriti della natura, considerati fonte di saggezza e consigli per qualsiasi situazione.
Se si cerca attentamente, si scopre che qualsiasi popolazione ha creduto e crede in queste cose, anche se vengono chiamate in maniera differente a seconda della religione cui un popolo segue (non fanno così anche i credenti cristiani quando attraverso la preghiera chiedono consiglio e aiuto ai santi, esseri ormai non più umani, ma appartenenti a un mondo superiore, a un piano d’esistenza diverso da quello materiale?).
Con l’intrecciarsi delle culture, con la nascita della psicologia e la riscoperta di tecniche d’iniziazione appartenenti al passato, la religione ha perso parte della sua prerogativa di guida alla spiritualità; in un periodo dove le incertezze aumentano e le istituzioni dimostrano di non essere in grado di dare risposte, essere un centro di gravità e di conforto per le persone, gli individui hanno cominciato a camminare da soli, senza più appoggiarsi ai propri simili, ricercando aiuto lontano da questo mondo (e con mondo non si intende il pianeta su cui si vive, ma la mentalità, il modo di vivere conosciuto, le sue conoscenze e la sua sapienza), rivolgendosi all’Al di Là. E con questo non s’intende il mondo dei morti come si diceva in tempi antichi, il regno oltre la cessazione dell’esistenza, ma piuttosto un altro piano di consapevolezza dove si scoprono essenze capaci di consigliare e far giungere a una comprensione di se stessi, dell’uomo e della vita che prima s’ignoravano.
E’ quanto mostra Igor Ribaldi attraverso I Maestri Invisibili, primo libro di una serie dove riporta quanto appreso dagli incontri con le coscienze incorporee quali sono gli Spiriti Guida di cui parla nei suoi scritti. Incontri che non sono sua esclusiva o solo per pochi, ma che possono essere per tutti coloro che vogliono crescere, imparare, scoprire, dove non c’è bisogno di un intermediario per poter venire a contatto con queste essenze, ma occorre solamente conoscere il cammino, o se si preferisce la tecnica, per poter arrivare a loro, come viene spiegato in Il Mondo Invisibile.
Questo è solo uno dei modi in cui si possono incontrare tali Spiriti Guida; alle volte succede involontariamente, a esempio quando si usa l’Immaginazione (da non confondere con l’Invenzione). Succede agli scrittori (parlo di scrittori veri, che scrivono quello che sentono, quello che nasce dentro di loro, che viene dalle profondità dell’animo, non di scrivani commerciali che sfruttano un genere che va di moda per racimolare soldi e magari alimentare il proprio ego) che attraverso l’immaginazione riportano alla luce verità, frammenti di consapevolezza, d’evoluzione e far accorgerne anche gli altri; le storie che raccontano non sono solo intrattenimento, perché il raccontare una storia esprime ciò che si è e ai lettori piace tanto leggerla o ascoltarla perché fa tornare alla memoria echi di conoscenze svanite, come può accadere con le reincarnazioni e ci si ricorda di altre vite oltre quella che si sta vivendo, apprendendo lezioni e facendo proprie certe esperienze.

Malattia come insegnamento

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Spesso si sente dire che nulla accade per caso: il più delle volte non si riesce a comprendere il motivo del verificarsi di certe condizioni, ma se si fa attenzione ci si accorge che accadono in prossimità di un cambiamento, di una svolta, quando c’è necessità d’imparare qualcosa.
Si potrebbe dire che l’inconscio è all’opera e fa andare verso la direzione di cui si ha bisogno in un determinato momento, una sorta d’attrazione verso qualcosa utile all’evoluzione, all’andare avanti: quindi, anche se inconsapevolmente, siamo noi stessi i fautori di quanto andiamo incontro, di ciò che ci capita.
Oppure, possono essere le forze dell’universo ad agire, intervenendo per riequilibrare situazioni che hanno preso una piega sbagliata, una sorta di reazione uguale e contraria all’azione perpetrata. Può sembrare una teoria assurda o fantastica, ma non da accantonare, dato che non si ha che una minima conoscenza delle leggi e delle energie che pervadono tutto quanto è esistente.
Quale che sia la realtà, chi ha avuto modo di viverla sulla propria pelle, sa che una malattia cambia il modo di vivere, d’approcciarsi alle cose; in un certo modo si può vedere come un insegnamento, un intervento per bloccare un modo di fare sbagliato e mettere sull’avviso di non tornare a perseguitare certe scelte e atteggiamenti.
Su questi basi sorge una riflessione. Già in un post precedente ho parlato dell’Alzheimer, una malattia che praticamente è l’opposto dell’evoluzione, un’involuzione che fa regredire una persona adulta un passo alla volta agli stadi precedenti: giovinezza, adolescenza, infanzia. Sempre più persone in tutto il mondo sono colpite da essa.
Certo le condizioni di vita, le scelte personali, l’ambiente che non aiuta l’individuo, la privazione di scopi e motivazioni, il non mantenersi attivi, sono fattori determinanti nello sviluppo di questa malattia.
Ma se il progredire di essa fosse un modo per mettere sull’avviso della necessità di dover modificare un sistema completamente sbagliato, arido, insensibile, un modo per riscoprire quell’innocenza, quella semplicità tipica dei bambini? Un tornare a occuparsi di cose più sane quali il vivere a contatto con la natura, a riscoprire i rapporti con le persone e soprattutto a dargli quell’attenzione che meritano, a seguirle, saperle ascoltare e comprenderle? E se questo fosse un modo di riscoprire la nostra umanità, dopo che istituzioni, media, mode, hanno fatto di tutto per sradicarla?
Perché è questo che deve fare chi segue un malato d’Alzheimer: deve prestargli attenzione, seguirlo, acquisire una sensibilità, una comprensione che magari prima non possedeva, deve andare in profondità nel proprio essere e far venire alla luce quelle capacità che aveva, ma che non sapeva di avere.