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Il Seme

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Il Seme è il racconto con il quale ho partecipato al concorso per la rivista Effemme con tema “la nascita di un nuovo mondo.”
L’idea dalla quale è nato il tutto è sorta durante la visione del film di Tim Burton, Big Fish, in special modo è stata la scena dove il figlio al capezzale del padre malato gli racconta come avviene la fine: dopo la fuga all’ospedale e la corsa in auto, portandolo tra le braccia, arrivano in una radura nei pressi del fiume dove sono riunite tutte le persone che il padre ha incontrato in vita, venute a salutarlo per l’ultimo viaggio. Penso che a molti farebbe piacere che la dipartita avvenisse in questo modo, attorniati da coloro a cui si è voluto bene e con i quali si è fatto un pezzo di strada insieme, anche se però questo non sempre è possibile; si sa che spesso nel momento della morte si è soli, nella radura in fondo al sentiero non c’è nessuno.
Che stati si provano in questa situazione?
E’ così che è sorta l’immagine di un guerriero, una sorta di cavaliere alla ricerca del Graal in uno scenario post-apocalittico, stanco e provato dal viaggio intrapreso che giunge in uno spiazzo dopo una lunga salita. E lo spiazzo è arido, polveroso, circondato da rocce, non da alberi come nella scena del film: un mondo decaduto, di cui rimane ben poco di quello che era stato in origine; soprattutto, della civiltà umana rimangono soltanto rovine. Un’immagine, quella del protagonista e dell’ambientazione, in parte influenzata dall’ultimo romanzo che ho realizzato, L’Ultimo Potere, anche se si discosta dalla caratterizzazione che ho dato nelle pagine di quest’ultimo.
Questa è la parte centrale della storia, il suo nucleo, di cui al momento della creazione mancavano l’inizio e la fine; avevo un’idea per sommi capi di come sarebbe dovuta essere la storia, ma era ancora un divenire sfocato cui bisognava avvicinarsi per poter vedere meglio.
La nebbia si è dissipata nel giro di qualche giorno.
Mentre stavo cercando una soluzione su come risolvere questi due punti, fissando il bianco della pagina, m’è capitato sotto mano un cd di musica classica contenente alcuni brani di Strauss, tra i quali il famoso Il Bel Danubio Blu: il suo ascolto m’ha dato l’ispirazione su come iniziare.
Invece quella inerente al finale è avvenuta poco dopo grazie alla lettura di una raccolta di racconti dedicati alle figure di angeli, demoni e dei nelle varie religioni, che mi ha fatto trovare quello che mi serviva per allacciare tutte i fili della trama.
Avuto tutto il necessario, i pezzi dopo sono andati al proprio posto da soli: proporre il tema della cerca in un mondo morente, mostrare il cammino dell’eroe con quanto incontra nel suo cammino e come la affronta, sono tipici per quanto riguarda la conoscenza degli archetipi, come ho mostrato in L’Ultimo Potere e nell’articolo dedicato alla trilogia cinematografica di Mad Max, ma ho voluto dare un tocco più scanzonato (inizialmente non voluto), che mescolasse sia drammaticità e malinconia per quello che è successo, sia ironia e comicità per come viene vissuta la realtà, cercando di unire la giusta misura di questi elementi, perché riso e pianto non sono poi tanto differenti tra loro, ma che nel corso della vita si devono alternare tra loro. Un modificare un cliché conosciuto per dare un’impressione al lettore e poi fargli vedere che le cose non sono come sembrano, per rendere la storia diversa, ambientandola sì in un mondo fantastico, ma che tenesse conto anche della realtà.
Tutti questi elementi per mostrare la nascita di un nuovo mondo. E perché il nuovo possa nascere, il vecchio deve morire, così come deve fare il seme per dar vita alla pianta: è da questo che viene il titolo che dà nome al racconto che chi vorrà leggere potrà trovare alla consueta pagina download.

La rinascita di Shen Tai - Under Heaven - Guy Gavriel Kay

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Grande è la saggezza del cielo, che fin dalla nascita del mondo osserva le vicende degli uomini: sotto la sua volta storie su storie si sono succedute in un alternarsi d’incroci e allontanamenti, in un continuo ripetersi d’errori e insegnamenti, di svolte improvvise e strade lasciate o mai intraprese nel continuo ciclo di vita e morte. Una sapienza di eoni, in cui trovare risposta a qualsiasi domanda, se si conoscesse il modo attraverso il quale attingervi; una conoscenza cui forse solo gli dei hanno la possibilità di raggiungere, mentre ai mortali non resta che trovarla solamente vivendo.
A causa di tale realtà l’uomo avanza attraverso dubbi, senza avere la certezza di dove le proprie scelte lo porteranno: è dunque vero che egli è creatore della propria fortuna o della propria rovina? E’ davvero padrone del suo destino?
Una domanda che gli uomini si pongono generazione dopo generazione, spesso chiedendosi se è meglio seguire la corrente o andargli contro, se piegarsi al vento come fa il giunco oppure cercare di contrastare il suo impeto; sta di fatto che non c’è niente di scritto, che c’è sempre una possibilità di scelta, almeno all’inizio: dopo è solo una conseguenza della strada intrapresa, perché la vita rende quello che si fa, spesso in maniera inaspettata, seguendo vie traverse, all’apparenza inspiegabili.
E’ così che la vita di Shen Tai viene immessa su un percorso imprevisto: un’esistenza tranquilla scossa all’improvviso da un dono giunto come un fulmine a ciel sereno; mai avrebbe ritenuto possibile che un gesto nato per compassione verso il padre defunto, un atto d’onore e anche d’affetto per quello che era stato un grand’uomo, potesse giungere a tanto. Vedere il generale Shen Gao, eroe di una guerra costata migliaia di morti agli imperi in conflitto, trascorrere le giornate nella villa lungo la riva meridionale del fiume Wai, bevendo vino e osservando le foglie e i boccioli di prugno cadere in acqua e perdersi nella corrente fino al giungere della sua morte, aveva lasciato in lui un segno indelebile. Soprattutto le parole del padre, quelle parole che potevano essere considerate un tradimento, lo avevano condotto sul campo di battaglia di cui aveva sentito parlare fin da piccolo per dare sepoltura ai morti, vivendo isolato dal mondo, con l’unica compagnia degli spiriti che di notte urlavano di rabbia e disperazione; parole mosse dal dolore, dal rimpianto, dal senso di colpa nell’aver visto troppi uomini morire per il bene superiore dell’impero, per assecondare equilibri di potere. Uomini morti per una terra che alla fine non sarebbe stata di nessuno; vite spezzate e sacrificate a un bene superiore che non si sarebbe mai ricordato di loro.
E’ in seguito a quanto visto e ascoltato che Shen Tai decide di trascorrere i due anni di lutto che la tradizione impone, cercando di dare sollievo a spiriti inquieti dando riposo alle loro spoglie mortali, conscio d’aver intrapreso un compito che non avrebbe mia portato a termine, adatto agli dei, non agli uomini; un compito che s’è accollato in memoria della voce gentile del padre, inconsapevole che le sue azioni avrebbero attirato attenzione e rispetto e un dono che avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza e non solo: duecentocinquanta Cavalli Celesti, un dono degno di un imperatore, giunto forse per ammirazione, forse per capriccio, da parte della principessa di Giada Bianca Chend-wan, diciassettesima figlia dell’imperatore Taizu, data a Taguran per essere una delle spose di Sangrama il Leone, guida dell’impero rivale del proprio paese natio, il Kitan, per sancire la pace tra i due paesi dopo la lunga guerra.
Forze di questo mondo e di quello spirituale si mettono in moto per distruggerlo e per proteggerlo, portandolo in un mare di eventi attraverso i quali occorre muoversi con cautela, seguendo i passi di una danza sottile, alla quale non è avvezzo: proprio questa sua mancanza di conoscenza potrebbe portarlo alla rovina se al suo fianco non si fossero poste figure che fungono sia da guide sia da protettori. Figure di cui Tai non riesce a trovare spiegazione per la loro presenza, se non quella d’essere diventato da persona qualunque a eroe, ago della bilancia tra i poteri che governano e sostengono il Kitan.
In un mondo dove non si è liberi d’esprimere liberamente ciò che si pensa e la verità deve essere nascosta dietro delle maschere, piegandola spesso alle gerarchie e al senso dell’onore imposto dalla società, dove ogni gesto e parola deve sottostare all’etichetta, si scopre passo per passo il complesso equilibrio che regola il governo dell’impero, dove ogni suo membro cerca di trovare il favore di chi ha più potere per avanzare e acquisire posizioni di maggior rilievo e onore. Dal freddo e manipolatore primo ministro Wen Zhou e dallo spietato governatore del Settimo, Ottavo e Nono Distretto An Li, a Wen Jian, la Preziosa Consorte dell’Imperatore Taizu, il Figlio del Cielo, graziosa e seducente figura che sotto amabili e affascinanti sorrisi muove le trame del potere con grande influenza: Guy Gavriel Kay mostra i sotterfugi di una politica immersa in un mondo ricco di fascino ispirato dalla storia della Cina, con le sue tradizioni, i suoi costumi, il suo folclore. Il famoso mondo degli spiriti di cui la cultura cinese è così ricca sembra essere una presenza secondaria all’interno delle vicende del romanzo, eppure ha un peso specifico, fondamentale nello svolgersi dell’intreccio: senza di esso la storia si sarebbe conclusa poco dopo le prime pagine. Senza il timore reverenziale verso gli spiriti e i morti dovuto alla forza che essi sono possono scatenare, Tai non sarebbe stato elevato al rango d’eroe, quasi di santo eremita, per il compito cui si era preso in incarico: un segno di coraggio che in pochi avrebbero saputo dimostrare. Coraggio, ma anche pietà; quella pietà che non ha dimostrato solamente sulle rive del lago di Kuala Nor, ma anche in passato quando aveva prestato servizio presso l’esercito. E che nel presente gli sta portando frutto, rendendogli quanto fatto.
Strade che si lasciano, strade che non vengono mai prese: ogni scelta porta verso una direzione diversa, ma è lo spirito che le ha mosse che decide quale sarà il destino verso cui l’uomo che le ha intraprese va incontro. Un’esistenza dissoluta porterà a una caduta miserevole, così come una mente calcolatrice e sfruttatrice patirà un fato freddo e senza compassione; allo stesso modo, chi si schiererà dalla parte di individui simili patirà uguale sorte.
Molto c’è da imparare dai destini forgiati nel bene e nel male dalle scelte degli uomini, sempre che si sappia osservare e ascoltare la voce della saggezza; quella voce che nasce dal profondo e che sempre consiglia di non rinnegare il proprio essere, di non sottostare a sistemi creati da altri, piegando la propria natura e costringendosi a vivere un’esistenza di angustie e pesi da portare per parole non dette e scelte non fatte per rispettare regole sorte per tradizione, per assecondare il potere di chi sta in alto. Perché si ha solo una vita da vivere e per quanto possa essere importante, come tutte le cose giunge a una fine, perché niente può durare per sempre. Così è l’esistenza sotto il cielo: un grido che sale sempre più in alto tra le pareti delle montagne fino a che non svanisce.

Kay ha dimostrato ancora una volta le sue capacità narrative e di saper creare una storia avvincente e profonda, una prosa intrisa di poesia ed epicità. Ed è bello, per chi come me ha avuto la fortuna di poter leggere altri suoi libri, trovare in questo suo ultimo volume echi di storie già incontrate. Ci sono analogie tra alcuni personaggi di La Rinascita di Shen Tai e la trilogia di Fionavar; quello che salta più all’occhio sono le similitudini tra Shinzu e Diarmuid, entrambi principi del regno in cui vivono: stesso modo scanzonato di affrontare le cose, che però è solo una maschera per celare le reali capacità e acquisire così vantaggio sugli altri. Un modo di lavorare nell’ombra per sopperire alle mancanze di un padre (come lo sono Taizu e Ailell) un tempo grande regnante, ma ormai in declino, che vive nella ricerca di un passato che più non tornerà.
Piccoli dettagli che però, per chi ha apprezzato le opere di questo autore, arricchiscono ulteriormente il libro di cui si è parlato finora.
Per chi ama la poesia, le belle avventure e fare riflessioni sull’uomo e su come agisce, questo è un romanzo che può dare tanto.

Mad Max – Viaggio attraverso gli Archetipi e la Mitologia

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Questo è l’articolo pubblicato su Fantasy Magazine lunedì sulla trilogia di Mad Max che vede come interprete del protagonista Mel Gibson.
Un pezzo che era nato inizialmente con un altro intento, dato che volevo utilizzarlo per mostrare come questa trilogia cinematografica fosse stata in parte ispirazione per un romanzo che ho scritto e che sto pubblicando sulle pagine del sito. Ma si sa che alle volte gli articoli, come i libri, prendono una piega differente da quella iniziale ed ecco che ci si trova con un pezzo come quello che si può leggere sulla rivista FM.
Un pezzo che parla dell’archetipo del Viaggio, del Guerriero e degli altri che in ogni vita umana, in momenti precisi, sono presenti, che mostra come agiscono e come riconoscerli.
Non solo: mostra anche la caduta di un mondo, di una società, del degrado dell’animo umano, come ben viene riassunto dalla voce narrante all’inizio del secondo film della serie, Interceptor – Il guerriero della strada.

La mia vita si spegne e la vista si oscura. Mi restano soltanto alcuni ricordi di un caos immane: i sogni infranti delle terre perdute. E l’ossessione di un uomo sempre in lotta: Max.
Era figlio dei tempi in cui l’uomo viveva sotto il dominio dell’oro nero. E i deserti brillavano per le fiamme delle gigantesche torri che estraevano il petrolio.
Ora tutto è distrutto, scomparso, come e perché non lo ricorda più nessuno, ma è certo che un immane conflitto annientò due grandi potenze. Senza il petrolio l’uomo tornò alle sue origini primitive e tutte le sue macchine favolose andarono in rovina. Tutti i popoli tentarono di raggiungere un accordo, ma nessuno riuscì a fermare la valanga del caos. Nel terrore dei saccheggi e nelle fiamme della violenza il mondo scoppiò. E tutte le sue città crollarono una dopo l’altra.
L’uomo si nutrì di carni umane per sopravvivere.
Su tutte le strade vincevano coloro che avevano la forza e i mezzi per piombare sulle vittime e depredarle, anche dell’ultimo respiro; niente aveva più valore di una piccola tanica di benzina.
I deboli scomparivano senza nemmeno lasciare il segno di una croce su delle misere pietre.
Nel ruggito di un motore, quelli come Max si difendevano dai demoni del passato e dalle inutili speranze di un futuro svuotati di ogni sentimento umano, condannati a inseguire ogni piccola traccia di vita nelle Terre Perdute.
E alla luce di quei giorni desolati, Max imparò a dominare il suo destino.

E’ in tempi come questi che il Guerriero deve sorgere e combattere per ciò che è importante; una lezione adatta alla società attuale, che ha dimenticato cosa significa lottare per qualcosa che vale molto di più del denaro e del prestigio di una posizione sociale.

Jumper

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Aggiornamento sulla riforma del lavoro

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Nessuna nuova sulla riforma del lavoro. Sembrava che dovesse andare in porto a breve e invece se ne sta ancora discutendo, com’è logico che sia: non si può risolvere una questione complessa come questa in breve tempo.
E molto probabilmente non ci sarà una risoluzione, dato che praticamente, da quello che si sta sentendo le cose rimarranno come sono (se non ci sarà un peggioramento). Si parlava tanto di lotta al precariato, di ridurre le forme contrattuali e invece rimarranno le quaranta e passa tipologie al momento in atto, come se non avesse più importanza, dopo che si era parlato tanto di tale punto.
L’unica cosa che conta, su cui si continua a insistere è la flessibilità in uscita, perché potendo licenziare liberamente si potrà così assumere di più. Una contraddizione stridente, pari a quella che spesso si è sentito dire del fare la guerra per avere la pace: licenzio per poi poter assumere. Ma in questo modo la situazione apparentemente non cambia: non si aumenta l’occupazione e neppure la produttività. Una mossa all’apparenza inutile, dato che a questo punto, se non c’è lavoro in più che consenta nuove assunzioni, si tengono i lavoratori assunti in attesa di sviluppi favorevoli del mercato. Una mossa che invece ha un senso se si ragiona in termini di costi, di spese: senza l’articolo 18 si può licenziare liberamente, ci si può togliere dal groppone quei lavoratori che avendo una certa esperienza e competenza hanno un certo costo, che viene visto dagli imprenditori non come una risorsa, ma una rimessa che va tolta dal bilancio. Eliminati questi individui, li si rimpiazza con i giovani, dato che con l’apprendistato e gli sgravi passati dal governo (che ha fatto della campagna sul posto di lavoro per giovani il suo cavallo di battaglia) li si paga molto meno dei precedenti (questo non è un paese per vecchi, si potrebbe dire. E per vecchi s’intende chi ha più di trent’anni).
Di innovazione, ricerca, investimenti nemmeno un accenno.
Questa è la continua dimostrazione di come non si è capito come uscire dalla crisi, di perseguire gli errori del passato e così facendo accentuare una situazione di per sé molto critica.
L’uscita continua a non essere vista e anzi ce ne si allontana sempre di più.

L’Ultimo Potere – Atto Primo – VIII Luna Azzurra (parte 2)

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Seduto su una panca di pietra, sfogliava velocemente il tomo tra le mani. Ancora qualche minuto e andò ad aumentare la pila di libri che aveva a fianco.
Si passò una mano sugli occhi stanchi, sollevandosi e andando a passeggiare lungo le scalinate che portavano al piano superiore. Arrivato al pianerottolo, si fermò a guardare oltre la vetrata che dava sulla piazza; attraverso il vetro sporco, segnato dalle piogge acide cadute sulla terra, osservò i segni della decadenza che su tutto regnava. Un vero peccato non averla vista al tempo dei suoi giorni migliori: doveva essere stato un bel luogo, con il viale alberato che adombrava la lunga piscina dal basso fondale azzurro. Ora degli alberi rimanevano moncherini tarlati e del grande specchio d’acqua un reticolo di crepe tale da farlo sembrare la pelle morta di un serpente.
Proseguì la salita fino ad arrivare alle sale di lettura, passando in mezzo a tavoli squadrati. La luce già fioca a causa del cielo nuvoloso, stava scemando con il calare della sera.
L’uomo osservò le file di librerie addossate alle pareti. Piani e piani di libri, la cui conoscenza gli uomini avevano dimenticato. Doveva esserci stato un tempo in cui quei luoghi erano gremiti di gente, dove lo sfogliare delle pagine si alternava ai rintocchi delle suole sul pavimento. Studiosi, intellettuali, giovani: fiumi d’umanità erano passati in quelle stanze. Di loro non restava più traccia: non un’immagine, nemmeno i fantasmi dei loro ricordi. Erano morti definitivamente, ora che non c’era più nessuno che potesse rammentare l’esistenza che avevano avuto. I loro sogni, i loro ideali, svaniti in uno sbuffo portato via dalla grigia eminenza del trascorrere delle ere, dissolti nel silenzio.
Era quanto rimaneva quando non c’era più niente? Gli sforzi d’intere generazioni si riducevano così? Un vuoto che permeava involucri vuoti, esequie di quanto andato perduto?
Dall’alto dei ripiani, le lunghe file di libri sembravano scrutarlo con severità, ammonendolo spigolosi che quello non era un posto per lui: era un intruso addentratosi in un luogo che non gli apparteneva. Avvertiva l’ambiente ostile e non c’era niente che potesse togliergli dalla mente quella sensazione; per tutte le ore della sua ricerca, l’impressione di costante disapprovazione che giungeva dalle pareti e dagli scaffali non lo lasciava. Un rigetto avvertito fin da quando aveva alzato lo sguardo sulla cupa facciata dell’austero edificio, con la grande vetrata che sembrava un occhio ciclopico e le ali del corpo centrale che gli conferivano la fisionomia di un gatto che mugolava inferocito.
Con la sensazione opprimente sulle spalle, aveva trascorso ore e ore in consultazioni, l’ennesimo carico di tempo impiegato in una cerca che durava da anni, di città in città, senza mai trovare un riscontro, un cenno a conferma di essere sulla strada giusta; un continuo vagare nella speranza che fosse la volta buona.
Si lasciò cadere su una panca.
Perché quello a cui più si teneva e si cercava di raggiungere, pareva fuggire, scivolare lontano e non essere mai raggiunto?
Perché più ci si affannava, più si desiderava qualcosa, più sembrava che sorgessero ostacoli? Era forse così impossibile quello che stava cercando?
Sapeva che ci sarebbero state difficoltà; non esisteva nulla che non presentasse impedimenti. Ma in quel caso gli sembrava sempre di andare a sbattere contro un muro, di essere fermo allo stesso punto, senza mai riuscire ad andare avanti.
Dove stava sbagliando? C’erano segnali che non riusciva a cogliere o interpretare?
Doveva esserci qualcosa perché non riusciva a raggiungere l’obiettivo, ma non sapeva che cosa. E il timore che sorgeva sempre, e che rigettava lontano scrollandoselo di dosso con forza, era di dover continuare ad attendere invano per tutta la vita o morire senza essere riuscito a realizzare la ricerca. Per un compito come quello che si era scelto occorreva pazienza, ma la frustrazione si faceva più opprimente, come se il tempo stesse correndo via e ogni giorno passato fosse un’occasione perduta. Stava cominciando a mordere il freno, a sentirsi come un animale in gabbia.
Una risposta.
Sarebbe bastata una risposta, un minimo cenno che lo sbloccasse da quella situazione. Invece niente: sempre il solito nulla pronto a rinfacciargli il fallimento. Pure Vecchio aveva subito la stessa sorte: che avesse ereditato il medesimo destino? Anche se non era stato il suo vero padre, era la figura che più gli si era avvicinata ed era consapevole che il fato non realizzato di un genitore poteva trasmettersi a un figlio.
C’era da farsi travolgere da simili pensieri e l’unica cosa di cui non aveva bisogno era perdere la calma.
Lentamente estrasse dal taschino la custodia plastica, sfilando i fogli attentamente conservati e cominciando a leggere. La tensione s’allentò, lasciandosi andare alla realtà descritta nelle pagine che aveva in mano.
La quiete delle pareti montane di Luna Azzurra era lontanissima, come se appartenesse a un altro pianeta; l’immagine delle grandi catene di neve che si coloravano di blu all’apparire delle stelle erano un sogno a occhi aperti, talmente vivido che poteva distinguerlo in ogni dettaglio. Era come vedere il mare dalla cima di una montagna: un quadro di pace e calma, un’utopia, se paragonata all’incubo delle realtà, dove tutto correva impazzito, dove non c’era mai tempo per fermarsi per non essere perduti, non come accadeva nelle stanze e nei corridoi dei palazzi di Luna Azzurra dove la vita procedeva fluida e regolare, senza pressioni, con quella quiete che faceva apprezzare l’esistenza.
Perché non aveva avuto la fortuna di nascere in quel luogo, finendo invece in mezzo a strade caotiche?
Non ricordava nulla della sua infanzia, né dei suoi genitori, né come era arrivato in città. Rammentava solamente le scatole di cartone che fungevano da box e che si ribaltavano appena si appoggiava contro le pareti, lasciandolo libero di gattonare in tunnel fatti di reti metalliche e assi di compensato. La prima immagine avuta del mondo quando era uscito dal piccolo regno in cui era stato confinato era stata una strada piena di pozzanghere in un vicolo di case dalle pareti di nero ammuffito.
Non ricordava altro di quei giorni, se non mani grandi che lo prendevano sotto le ascelle e lo mettevano nell’angolo più lontano dell’improvvisata culla. Da lì i ricordi passavano a immagini confuse di posti sempre diversi e un sobbalzare continuo, come se qualcuno si stesse muovendo portandolo sulle spalle.
La cronologia della sua memoria aveva cominciato a farsi attendibile quando era comparso Vecchio. Si vedeva seduto attorno a un tavolo insieme a lui, il buio della stanza rischiarato dalla semplice luce di una lampada, intento a fissare rapito pezzi duri e freddi di metallo disposti ordinatamente davanti a lui. Ammirato, vedeva Vecchio che li puliva e li montava insieme. In quei ricordi sentiva la sua voce bassa e tranquilla che accompagnava ogni gesto, anche se non riusciva a capire le parole. Solo quando imparò ad avere la padronanza del linguaggio, comprese che gli stava insegnando l’uso e la manutenzione delle armi: anche se Vecchio era conscio che un bimbo così piccolo non poteva capire quei discorsi, voleva che quegli insegnamenti s’impregnassero nella sua mente il prima possibile, in modo da divenire naturali come il camminare e il respirare.
L’uso della parola aveva significato la fine dell’infanzia. Per Vecchio era già adulto: in un pianeta senza più società e ordine, non si poteva rimanere bambini a lungo; prima si cresceva e più a lungo si poteva vivere.
Una crudeltà per i pochi anni che aveva, ma un atto necessario: il mondo in cui si era dovuto muovere fin dai primi passi era follia, degradazione, violenza. Le strade erano un campo di battaglia, i palazzi fortezze o prigioni. Non esisteva un luogo sicuro: perciò erano sempre in movimento, sempre all’erta. Una vita difficile, ma erano liberi, esseri umani capaci ancora di scegliere, non come quelle persone che aveva visto rinchiuse nell’immenso fabbricato che Vecchio gli aveva mostrato: vicine a macchine enormi e rumorose, passavano ore e ore a ripetere gli stessi identici movimenti, giorno dopo giorno. Vecchio gli aveva spiegato che erano operai che lavoravano per una fabbrica che produceva armi.
Impietrito, era rimasto a fissare quelle tristi figure, mogie e sconsolate.
Quello non poteva essere un lavoro, nessuna persona libera poteva vivere in quelle condizioni: non potevano muoversi, c’erano sempre individui che sorvegliavano accanitamente che svolgessero il loro compito; alle volte sentiva urla e vedeva quei personaggi sempre nervosi scagliarsi con rabbia contro i lavoratori. Ma erano soprattutto i volti degli operai a mostrargli la verità. Il loro sguardo era spento e rassegnato, avanzavano a capo chino e spalle piegate, camminando lentamente. Non li vedeva mai sorridere, erano sempre tristi.
No, quelli non erano lavoratori: erano soltanto schiavi.
Esseri umani schiavizzati da altri esseri umani.
Per giorni erano rimasti nelle vicinanze dello stabile, studiando la sorveglianza, gli accessi e i cambi di turno alle macchine, aspettando il momento giusto per entrare in azione.
Era stato un sollievo quando erano riusciti a prendere i pezzi che servivano e si erano spostati in un’altra zona della città. Un vero sollievo, dato che la semplice sagoma grigia della fabbrica gli provocava un disgusto, un rigetto tali da fargli avvertire il gusto della bile sulla lingua. Meglio vivere alla giornata, nell’incertezza come un randagio, piuttosto che avere la sicurezza di un pasto e di un tetto sulla testa se il prezzo da pagare era la libertà.
Ripiegò i fogli e li rimise nella busta di plastica.
Ormai pochi erano gli individui liberi; la maggior parte erano schiavi. Schiavi dei Demoni o dei Posseduti o più semplicemente schiavi delle circostanze e delle paure, rinchiusi in prigioni che si erano costruiti da soli e dalle quali non si poteva più uscire.
Sospirò. Era stanco di essere circondato da carceri che non aspettavano altro che imprigionare. Ci doveva essere un mondo diverso da quello.
E c’era: Luna Azzurra.
E in un modo o nell’altro, l’avrebbe trovata.

The Crow and the Buzzard

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