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Arbeit macht frei

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Il lavoro rende liberi.
Questo era scritto all’ingresso di uno dei campi di concentramento nazisti più famoso.
Una scritta che chissà, forse presto comparirà all’ingresso delle ditte e delle fabbriche.
Una scritta a indicare la realtà che sarà il mondo del lavoro: una schiavitù.
Perché questo è ciò che si prospetta in un paese come l’Italia dove si hanno i costi di parcheggi, assicurazioni, tariffe e carburanti più cari d’Europa e gli stipendi più bassi dell’Eurozona (si parla di lavoratori dipendenti che guadagnano la metà dei tedeschi, non di ministri, dove quello che percepisce meno ha un reddito sui 200000 euro annui: gente, quest’ultima che parla molto, ma alla resa dei conti non fa nulla perché un posto sicuro ce l’ha ed è capace solo di pretendere che la gente comune già al limite faccia ancora più sacrifici e di fronte alle critiche dei lauti compensi che riceve sa rispondere semplicemente che sono solamente meritati). Considerando che si ha tra i più alti tassi d’indebitamento, la prospettiva di lavorare in schiavitù (e magari pure sotto tortura, se non fisica almeno psicologia, come accadeva a ebrei e nemici dei tedeschi nei campi di concentramento) non è poi tanto fantascienza o fantasia.
In fondo, se ci si pensa, sembra qualcosa di premeditato, un piano studiato a tavolino per arrivare a costringere i lavoratori ad accettare qualsiasi condizione di lavoro, piegarli ai propri voleri: una persona indebitata, con l’acqua alla gola, non può avanzare pretese, non può protestare: deve stare zitta e abbassare la testa, subendo indiscriminatamente se vuole portare a casa quello che comunque non gli basterà per vivere e nemmeno per sopravvivere (e quando questo avviene, sempre più persone ricorrono al suicidio: da inizio anno sono già una decina i casi verificatesi).
Lo scenario appare esagerato?
Se si considera che le uniche idee del governo sono quelle di potenziare ancora di più l’apprendistato (come se non avesse abbastanza libertà quello già esistente) per far lavorare i giovani, di voler eliminare l’articolo 18 perché di ostacolo agli investimenti, continuando a puntare sull’interinale e su quella “flessibilità” che ha visto dove ha portato (e che non è stata una risorsa, ma una rimessa, anche se l’intento iniziale era quello di aiuto per arrivare al posto fisso: ma senza controlli e regolamentazione è divenuto un far west, l’eccezione è divenuta regola, ciò che ha distrutto stabilità e solidità) le prospettive non sono affatto rosee, dato che si bruciano tutte le generazioni dai trenta anni in su, perché l’esperienza è soltanto un costo e quindi un danno, quando invece un tempo era ricercata perché con essa si creava qualità e la qualità generava guadagno; ora si pensa che per ottenere ricavi occorra semplicemente abbattere le spese, ma così facendo si distrugge il prodotto e con essa il ricavo. Chi troppo vuole nulla stringe e tutto distrugge.
Questa non è miopia o cecità: è follia allo stato puro.

L’Ultimo Potere – Preludium – V Esplosione – Parte I

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Sull’uscio della casa l’aria tremolò arroventata prima della comparsa dell’uomo. Dietro di lui, nella penombra del corridoio, regnava il silenzio.
Con passi stanchi attraversò il portico. Appoggiato alla colonna del lato occidentale dell’abitazione, osservò la lunga scia di sangue che aveva lasciato sul suo cammino.
Corpi che avevano sfondato il parabrezza delle auto.
Corpi impalati sui bianchi steccati dei giardini, gocciolanti come rubinetti che perdevano.
Uomini e donne giacevano scomposti in mezzo alla carreggiata: un’interminabile serie di corpi spezzati gettati per terra come tante cartacce.
Nonostante l’odore di carne bruciata, alle sue narici continuava a pervenire profumo di mughetto. La città era talmente satura di quel profumo che ogni molecola del suo corpo ne era stata impregnata.
Fece una smorfia di disgusto. Chissà quanti bagni sarebbero occorsi prima di riuscire a liberarsi del dannato aroma.
Forse per farlo scomparire avrebbe dovuto mettere al rogo tutta la città.
Contrasse le dita.
Non era il caso di arrivare a tanto. Con l’arrivo delle piogge, l’odore sarebbe stato lavato via.
Scese gli scalini di marmo.
Quanto doveva essere fatto era stato fatto e di quanto sarebbe accaduto nella città non era affar suo. Il tempo di preparare i bagagli e se ne sarebbe andato a nord, verso le montagne: sarebbe andato a vivere in un cottage sui pascoli più alti, lontano dalla palude melmosa che era divenuta la civiltà.
L’erba si ritrasse quando mise piede nel giardino; perfino l’afa del giorno parve impallidire al suo passaggio.
In prossimità del cancelletto, una voce acuta, con una nota squillante nelle corde vocali, lo bloccò.
Incuriosito, tornò sui propri passi, girando l’angolo della casa e fermandosi dietro un alto ginepro. All’ombra della pianta fissò il bambino, poi il cane con il quale stava giocando: un animale dal pelo color caramello, gli occhi vivaci e le orecchie penzoloni, tipo cocker. Scodinzolava, un’espressione dolce sul muso.
Il bambino lanciò la palla, ordinando all’animale di andare a prenderla. Il cane scodinzolò felice, saltandogli intorno e spingendolo con le zampe, gioioso di poter giocare con il suo cucciolo d’uomo.
La maschera d’implacabilità vacillò mentre nell’aria risuonavano i bai del cane.
Il bambino non si era accorto di niente. Ignorava che la sua vita era cambiata di colpo, che d’ora in poi sarebbe stato un orfano, senza più nessuno che lo seguisse.
Aveva fatto a quel bambino la stessa cosa che era stata fatta a lui. Aveva ucciso i suoi genitori. Senza pietà, senza esitazione, agendo come una forza della natura, incurante delle conseguenze.
Una fitta di rimorso lo invase.
Aveva gettato un’ombra nell’esistenza di una giovane vita; un’ombra che lo avrebbe accompagnato e condizionato per sempre. Aveva perpetrato una catena di sofferenza e d’odio: accecato dalla furia non si era ricordato che odio generava odio, dolore portava altro dolore. Reso cieco dalla rabbia, aveva cercato di porre fine al male che gli era stato fatto eliminando chi ne era stato causa.
Follia. Pura e totale follia.
Un guaito lo riscosse dalla morsa del rammarico.
«Stupido cane!» Strillò il bambino. «Ti ho detto che devi prendere la palla! Devi obbedire!»
L’animale si raggomitolò, le orecchie abbassate, uno sguardo spaventato disegnato sul muso.
«Vai a prenderla!» Urlò isterico il bambino, battendo i piedi per terra con tigna.
La bestia si ritrasse ancora di più.
«Obbedisci!» Il bambino afferrò la mazza da baseball appoggiata al tavolo di marmo e cominciò a colpire il compagno di giochi con tutta la forza che aveva. «Devi obbedire!»
Ogni sentimento di compassione scomparve dal suo volto, diventando una maschera di pietra.
Distaccato, non vide più un bambino, ma qualcosa che per un capriccio torturava e perseguitava un altro essere vivente.
La dura verità del mondo lo raggiunse con forza.
La pietà non esisteva.
Ogni pentimento, ogni ripensamento svanì.
Non c’era redenzione per l’umanità.
Il sangue dei figli era lo stesso dei genitori. Non c’era speranza: solo il perpetrarsi dell’eredità dei propri padri.
Con sguardo gelido fissò l’accanirsi selvaggio del bambino sul cane. Ormai non si riusciva più a distinguere quale dei due fosse la bestia: il volto fanciullesco distorto in tratti animaleschi e il muso peloso simile a quello di un bimbo che implorava aiuto.
Dove erano arrivati?
“Il sangue dei genitori scorre nei figli.” Ripeté tra sé con freddo distacco. “Lo stesso identico sangue.”
Quando lasciò il giardino, gli strepiti e i guaiti erano cessati.
Con passo deciso tornò a dirigersi verso la città, il cane che gli saltava accanto leccandogli le mani.

Attaccamento

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L’attaccamento appartiene a una famiglia rognosa di bestie e ce ne sono di diverse specie.
C’è l’attaccamento verso le persone, verso un certo tipo di pensiero, verso il passato.
E c’è l’attaccamento per la roba, come Verga ha ben mostrato in Mastro Don Gesualdo. Un atteggiamento che calpesta qualsiasi valore, sentimento, dove il possesso delle cose materiali è posto al di sopra di tutto: nessun legame di sangue, nessuna dignità viene rispettata; un sacrificare ogni affetto a ragioni strettamente economiche che alla fine fa ritrovare schiacciati e sconfitti dall’aridità di cui ci si è circondati.
Verga ha realizzato una disamina lucida e cruda di questo aspetto della realtà; non per nulla è quanto si prefigge il Verismo.
Naturalmente questo movimento non ha scoperto nulla di nuovo, dato che si tratta di atteggiamenti da sempre presenti nella razza umana: lo è stato nel passato, lo è nel presente. Questa Era dell’Economia ha ampiamente dimostrato come per il profitto, il guadagno, l’accumulare e l’appropriarsi di ricchezze abbia creato un sistema arido che lascia in mano soltanto un vuoto, una disperazione, un voler inutilmente rimediare quando non è più possibile come succede a Mastro Don Gesualdo, che in punto di morte cerca di riscattare il lato umano dei sentimenti che per tutta la vita non ha fatto altro che mettere da parte. In questo caso è stata l’età a spegnere la fiamma della vita del protagonista del romanzo di Verga, ma se non si fa attenzione l’attaccamento fa andare incontro a cose spiacevoli, alle volte anche la morte.
Il problema con l’attaccamento è che gli individui s’identificano nel possesso delle cose, come se fossero esse a rendere più di valore la vita che vivono, a renderli delle persone migliori. Ma le persone non sono le cose che possiedono; come è scritto anche nel Vangelo, “Che cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta?” (Matteo 23, 19). Ovvero, le cose sono importanti perché sono le persone a renderle tali, perché senza le persone sarebbero niente. Quindi, ciò che è di valore è l’individuo, la vita che possiede e il modo in cui decide di viverla; il resto è solo un optional.

Mentre erano gettate le ultime palate di terra, quattro figure al riparo dei ruderi erano riunite per prendere una decisione.
«Prima o poi le fiamme si estingueranno e avremo di nuovo addosso quelle furie: dobbiamo muoverci ad abbandonare questo posto.» Disse Reinor appoggiato a una ruota con il rostro spezzato.
«Spero che quando dici noi ti riferisca ai qui presenti e basta.» Periin stava ripulendo le spade dal sangue delle bestie uccise. «Quelli là non abbandoneranno le merci, cercheranno di salvarne quante più possibili: questo li rallenterà, rendendoli un bersaglio facile.»
«E’ comprensibile il loro comportamento: lì c’è la loro vita, tutto quello che hanno creato.» Ariarn osservava gli ultimi mercanti che si allontanavano dalle fosse.
«Se lo faranno non avranno alcuna possibilità.» Ribatté freddamente Periin.
«Allora li lasciamo morire senza fare niente?» Sbottò Lerida.
Periin liquidò con un’occhiata il suo intervento, facendola inviperire.
“Tra i due non scorreva buon sangue.” Osservò Reinor dalla sua posizione. “Se li lasciamo fare, la discussione rischia di andare per le lunghe.”
Ariarn fu più veloce di lui a intervenire. «Certo che no: troveremo il modo di convincerli.»
«Non c’è modo di convincere un mercante quando si tratta della sua merce.» Fu la replica stroncante di Periin.
«Non c’è bisogno di convincerli.» Intervenne Reinor. «Basta che non abbiano niente che li tenga legati.»
«Impossibile.» Commentò scettico Periin.
«No, se si elimina il pomo della discordia.»
L’espressione di Ariarn si fece pensierosa. «Sarà dura da accettare.»
«Ma saranno ancora vivi. Ho un amico mercante: so quant’è dura ragionare con gente simile su questo punto. Se è l’unico modo di dargli la possibilità di salvarsi, non esiterò a metterlo in pratica.» Disse Reinor senza esitazione.
Lerida posò lo sguardo su ognuno di loro. «Non capisco.»
«Vuole distruggere le merci.» Spiegò semplicemente Periin.
La donna rimase senza parole di fronte alla drastica soluzione.
«Andrò a parlare con loro.» Sentenziò Ariarn. «Non possiamo aspettare oltre, dobbiamo sfruttare la presenza delle fiamme per muoverci: avremo una certa protezione per arrivare a Womb Rendin.»
Periin osservò il compagno allontanarsi. «Un buon piano se non finiremo arrostiti.» Aggiunse prima di seguirlo.
Reinor e Lerida rimasero soli.
Era la prima volta che vedeva un Usufruitore all’opera, rimanendone intimorita. Ora era anche spaventata dalla sua determinazione, incurante delle ripercussioni e del prezzo da pagare per le proprie decisioni. Provava timore eppure avvertiva anche ammirazione: avrebbe voluto una parte del suo carattere.
«Lo farai davvero?» Chiese a bassa voce temendo di seccarlo. «Non hai paura del loro giudizio?»»
«Se mi fossi preoccupato del giudizio altrui sarei sempre rimasto fermo.»
Lerida provò lo stesso disagio di quando parlava con Periin e se ne andò, raggiungendo gli altri due.
Malgrado i pazienti sforzi di Ariarn, la posizione dei mercanti non si smosse. Decisi a salvare quanto più possibile, si ostinavano a non voler sentire ragioni. Periin se ne stava in disparte, senza intervenire nella questione.
Lo stallo tra le parti fu rotto dalle grida d’alcuni membri della carovana, quando si accorsero che il fuoco aveva raggiunto i resti dei carri e li stava consumando.
Tutti si lanciarono a soffocare l’incendio. Il forte calore ricacciò indietro gli uomini. Le fiamme dilagarono con estrema velocità, avvolgendo tutto in un gigantesco falò.
Agli inermi mercanti non restò che osservare il lento consumarsi di ciò che avevano avuto. Sconvolti dall’ennesimo colpo del destino, alcuni tentarono di gettarsi nel rogo nel disperato tentativo di salvare i loro averi, fermati dai compagni che gli risparmiarono una fine atroce.
Rattrappita da un senso di vuoto incolmabile, la gente prese ad allontanarsi. Diverse paia d’occhi passarono sul gruppetto che non apparteneva alla carovana, indugiando su una figura in particolare. Un brusio prese a serpeggiare tra i mercanti, un passaparola che si diffuse con gran rapidità. Occhiate cupe saettarono nella stessa direzione. Le semplici proteste si mutarono in invettive cariche di rabbia.
Reinor lasciò che gli insulti rimbalzassero sulla corazza che anni di disciplina avevano forgiato.
L’odio cominciò a varcare il limite e mani cominciarono a stringersi a pugno.
Periin si pose davanti dalla massa urlante.
«Cosa volete?»
Le voci si accavallarono una sull’altra, come cavallette impazzite.
«Dobbiamo fargliela pagare!» Si levò più forte l’urlo di un uomo.
Tutti sottolinearono con alte grida l’idea.
«Per quale motivo?» Li fronteggiò Periin.
Un vecchio dalla barba bianca si fece avanti. «Ha distrutto i nostri beni! Per colpa sua non abbiamo più nulla!»
«Non avete prove che sia causa sua quanto è accaduto.» Disse con calma Periin
La piccola folla esplose.
«Prove? Non è stato lui a incendiare la piana? Lui ha creato il fuoco ed è questo che ci ha portato via quanto avevamo! Senza di lui nulla sarebbe andato distrutto.»
Periin si portò più vicino ai mercanti. «Sareste morti senza il suo intervento, idioti. Siete così accecati dalla roba che possedete che non vedete oltre il vostro naso.» Le parole erano prive di compassione. «Vi state commiserando come se fosse finito il mondo. Imbecilli, se siete ancora vivi potrete ancora vendere delle merci. Chiedete ai vostri amici laggiù se possono dire lo stesso.» Indicò le tombe. «Avreste meritato di fare la stessa fine.» Accompagnò il discorso appoggiando le mani sull’elsa delle spade.
Nonostante la vicinanza delle fiamme, sugli animi scese un gelo penetrante.
Periin non si curò più di loro, seccato da quella storia. Era partito da solo e si era ritrovato a far da balia a una donna convinta che da lei dipendeva il destino del mondo, un uomo pronto a sacrificarsi per chiunque e infine un branco d’incapaci che sarebbero morti per qualche carabattola.
Balzò in sella al cavallo, rivolgendosi ad Ariarn. «Troverò un passaggio tra le fiamme. Chi vorrà seguirmi può farlo; gli altri possono restare a morire.» Partì al trotto senza aspettare nessuno.
Ariarn, seguito da Lerida, andò a liberare i cavalli ancora imbrigliati nelle imbracature dei carri.
Reinor rimase al limitare della zona ancora verde, attento a un’eventuale, quanto improbabile, attacco dei mercanti.
«Dobbiamo muoverci.» Disse Ariarn quando furono pronti con le cavalcature. «L’incendio si sta estinguendo e se questo agevola il passaggio, dall’altro ci priva della protezione dalle bestie.»
Reinor e Lerida, saliti sui cavalli, si avviarono nella direzione di Periin. I mercanti si fissarono l’un l’altro indecisi; più di una testa si voltò a guardare gli ultimi guizzi della pira delle loro merci.
Ariarn provò compassione per loro. «Non c’è più nulla che vi trattenga qui. Siete ancora vivi e, anche se con fatica, potrete ricominciare: è questo quel che conta.» Con un gesto della mano li invitò a seguirlo, avviandosi alla loro testa.

Cos'è che gli uomini ritengono più prezioso?

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Arguzia iniziò a suonare l’enthir. «Conversiamo per passare il tempo. Ditemi. Cos’è che gli uomini ritengono più prezioso negli altri?…
«Ebbene?» chiese Arguzia, interrompendo la musica. «Che ne pensate? Se un uomo o una donna avesse un talento, quale sarebbe il più stimato, il più apprezzato, quello considerato di maggior valore?»
«Ehm… la musica?» disse infine uno degli uomini.
«Sì, una risposta comune» disse Arguzia, pizzicando alcune note basse. «Una volta posi questa domanda ad alcuni studiosi molto saggi. Qual è il talento che gli uomini considerano più prezioso? Uno menzionò l’abilità artistica, come tu hai indovinato con tanto acume. Un altro scelse l’intelletto. L’ultimo scelse il talento di inventare, la capacità di progettare e creare congegni meravigliosi…
«Genio estetico,» disse Arguzia «inventiva, acume, creatività. Nobili ideali davvero. Molti uomini sceglierebbero uno di questi, se stesse a loro farlo, e li definirebbero i più grandi fra i talenti.» Pizzicò una corda. «Che bellissimi bugiardi siamo.»
Le guardie si lanciarono occhiate a vicenda; le torce che ardevano sui supporti alla parete le dipingevano di una luce arancione.
«Voi pensate che sia un cinico» disse Arguzia. «Pensate che stia per dirvi che gli uomini affermano di stimare questi ideali, ma in segreto preferiscano talenti più volgari. La capacità di fare soldi o di affascinare le donne. Be’, io sono un cinico, ma in questo caso penso davvero che quegli studiosi fossero onesti. Le loro risposte parlano per le anime degli uomini. Nei nostri cuori, noi vogliamo credere in grandi talenti e virtù, e sono ciò che sceglieremmo. Ecco perché le nostre menzogne, in particolare verso noi stessi, sono così belle.»

Uno dei soldati si schiarì la gola. «Allora qual è il talento più prezioso che un uomo può avere?» Suonava sinceramente curioso.
«Non ne ho la più pallida idea» disse Arguzia. «Per fortuna non era questa la domanda. Non ho chiesto quale fosse il più prezioso, ho chiesto quale gli uomini ritengono più prezioso. La differenza tra queste due domande è allo stesso tempo minuscola e vasta quanto il mondo stesso.»
Continuò a pizzicare la sua canzone. Non si strimpellava un enthir. Era una cosa che non si faceva e basta, per lo meno non da persone con un qualche senso del decoro.
«In questo,» disse Arguzia «come in tutte le cose, le nostre azioni ci tradiscono. Se un’artista crea un’opera di poderosa bellezza-usando tecniche nuove e innovative – verrà lodata come una maestra e lancerà un nuovo movimento estetico. Eppure se un’altra, lavorando in modo indipendente e con quel preciso livello di capacità, dovesse ottenere gli stessi risultati solo il mese successivo? Troverebbe lo stesso plauso? No. Direbbero che la sua è arte derivata.
«Intelletto. Se un grande pensatore sviluppa una nuova teoria di matematica, scienza o filosofia, noi lo definiremo saggio. Siederemo ai suoi piedi a imparare, e registreremo il suo nome nella storia perché a migliaia lo riveriscano. Ma se un altro uomo determina la stessa teoria per conto proprio, poi ritarda la pubblicazione dei suoi risultati di una sola settimana? Verrà ricordato per la sua grandezza? No. Sarà dimenticato.
«Inventiva. Una donna costruisce un nuovo progetto di grande valore… un fabrial o una prodezza di ingegneria. Verrà conosciuta come un’innovatrice. Ma se un’altra con lo stesso talento crea lo stesso progetto un anno dopo – non rendendosi conto che è già stato realizzato – lei verrà premiata per la sua creatività? No. Diranno che la sua è una copia, una contraffazione.»
Pizzicò le corde, lasciando continuare la melodia, contorta, ossessiva, eppure con una debole punta di scherno. «E così,» disse «alla fine, cosa dobbiamo determinare? È l’intelletto di un genio che veneriamo? Se fosse la loro abilità artistica, la bellezza della loro mente, non la loderemmo quand’anche avessimo visto il frutto del loro lavoro in precedenza?
«Ma non lo facciamo. Se ci vengono sottoposte due opere di maestosità artistica, che altrimenti avrebbero lo stesso peso, noi daremo maggior plauso a chi l’ha fatto per primo. Non importa cosa crei. Importa cosa crei prima di chiunque altro.
«Dunque non è la bellezza che ammiriamo. Non è la forza dell’intelletto. Non è l’inventiva, l’estetica o la capacità stessa. Il maggior talento che pensiamo un uomo possa avere?» Pizzicò un’ultima corda. «A me sembra che non sia nulla più della novità.

«Cos’è che riteniamo prezioso?» Mormorò Arguzia. «Innovazione, Originalità. Novità. Ma cosa più importante…tempismo.»

La Via dei Re – Brandon Sanderson

Così è da sempre: il primo che arriva a una meta è quello che più viene ricordato, quello che ha più successo, quello che trova la ricchezza maggiore.
Per gli altri ci sono solo le briciole e il dispiacere di dover costatare di non appartenere alla prima categoria.
Ma sempre più spesso ormai ci si ritrova a fare i conti di non appartenere neppure alla seconda, di essere messi fuori, di non avere neppure un piccolo spazio dove stare: si è privati di tutto, costretti a vedere che altri s’appropriano di più di quanto possono usare, più di quanto abbiano bisogno. Una disuguaglianza schifosa dove la forbice si fa sempre più larga, dove intere fette d’umanità vengono buttate nella spazzatura come se fossero erbacce secche. E non si guardi solo a paesi del terzo e quarto mondo, quanto detto sta accadendo nelle nazioni cosiddette evolute, basti guardare cosa si sta facendo nel mondo del lavoro, come i casi della Sigma Tau e della Omsa, solo per citare alcuni esempi fra le centinaia di situazioni simili che si stanno verificando, perché la sopraffazione non ha nazionalità, è dovunque c’è l’uomo.
Non parliamo poi di rapporti tra simili, dove si è talemente viziati e capricciosi che si pensa d’avere il diritto di comportarsi come si vuole, dove tutto può essere preso, dove non si ha rispetto ed educazione, dove ci si fa calpestare dai prepotenti, si viene aggrediti e quasi si chiede scusa per le ingiurie subite, mentre si sputa sopra a gentilezza e comprensione come se fossero peste.
Per un’umanità del genere non c’è speranza; con la mentalità attuale davvero non può esserci che una Grande Desolazione, si sta andando oltre ogni misura di sopportazione e, come direbbe John Coffey in Il Miglio Verde di Stephen King
Non ne posso più del dolore che sento e vedo, capo. Non ne posso più di vivere in strada, solo come un pettirosso sotto la pioggia. Mai un amico da andarci assieme, un amico che mi dice da dove veniamo e dove stiamo andando e perché. Non ne posso più della gente cattiva che si fa del male. Per me è come cocci di vetro piantati nella testa. Non ne posso più di tutte le volte che ho voluto rimediare e non ho potuto. Non ne posso più di stare al buio. Soprattutto è il dolore. Ce n’è troppo. Se potessi smettere di sentirlo, lo farei. Ma non posso.

L’Ultimo Potere – Preludium – IV Scintilla – Parte II

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Solo nella cella, rinchiuso nel suo essere, stava per esplodere. L’ira montava come una marea impetuosa.
Seduto sulla branda con lenzuola e coperte arruffate in un angolo, fissava il pavimento grigio sentendo il sangue delle tempie martellarlo come tamburi da guerra.
L’incredulità era stata presto sostituita dal dolore, un dolore cocente come una lama che trapassava la pelle; una ferita che non aveva sanguinato, ma che aveva lasciato le carni aperte, dalle quali erano scaturite fiamme che l’avevano avvolto come una febbre tropicale, rendendolo sempre più furente. Le ondate di calore lo avevano assalito in un impeto crescente, travolgendolo con un ritornello ossessivo.
E i suoi pensieri non lo avevano lasciato andare, lo avevano ripreso fomentandolo: cavalloni di un fiume che stava per straripare in una piena improvvisa.
Il processo era stato una farsa.
Non c’era stato nulla d’equo; non c’era stata speranza. Ogni possibilità d’appello gli era stata negata.
Il giudice non gli aveva posto alcuna domanda. Era rimasto alla sbarra come un’attrazione da circo che tutti potevano rimirare e guardare incuriositi; volti sconosciuti si erano alternati in un’escalation di disprezzo, ma anche facce conosciute, che solo fino a pochi giorni prima lo salutavano e che ora per lui avevano solo una smorfia di freddo distacco.
Non era mai stata data parola alla difesa e l’avvocato d’ufficio che gli era stato assegnato non aveva fatto nulla per prenderla, lasciando campo libero all’accusa: una lunga arringa che aveva fatto ingrossare la lista d’accuse che lo riguardavano.
Sentì il cuore battere a un ritmo sempre più martellante mentre la rabbia cresceva ripensando a quei momenti. E più ci ripensava e più l’odio cresceva.
Strinse i denti. Quella gente si era accanita contro di lui, una massa di deboli che si facevano forza l’un l’altro dandogli addosso. Un branco di vigliacchi che presi singolarmente non avrebbero avuto il coraggio di dire niente e che invece insieme avevano fatto la voce grossa, prendendo forza ad ogni ingiuria.
Avevano testimoniato il falso.
Avevano vomitato su di lui il livore di una vita repressa.
Avevano osato colpirlo.
Le mascelle si serrarono ancora con più forza, facendo stridere i denti.
Quei falsi ricettacoli di vita. Quel branco di fighette isteriche.
Sentì le vene delle tempie pulsare a un ritmo forsennato.
Come avevano potuto?
E poi c’era stato il sacerdote, l’essere piccolo e invidioso che finalmente aveva la possibilità di rivalersi su di lui. Un individuo che non c’entrava nulla con il processo, ma che aveva chiesto di avere parola, che aveva voluto dire la sua.
Una recita costruita, una commedia per incensarsi e incensare la folla plaudente che lo sosteneva. Un’arringa sulla natura del male e sulle sue misere origini: come se fosse un medico che spiegava ai colleghi la natura di un tumore o una malattia. Era stato considerato come un virus che poteva infettare la società; molta gente si era ritratta al sentire quelle parole. Una scena surreale, quasi tragicomica, se non fosse che stava per essere incriminato di qualcosa che non aveva commesso.
Ma il fine di quell’individuo non era ammonire la gente, metterla in guardia: quella persona non faceva nulla per gli altri. Quanto stava facendo era soltanto per sé, per appagare la sua sete di vendetta.
Una vendetta per non essere mai riuscito a piegarlo ai suoi voleri, a farlo sottomettere ai suoi dogmi, a fargli abbracciare le sue credenze. Una vendetta perché non riusciva a essere come lui: una persona libera.
Un misero essere mosso da piccolezza e invidia. L’invidia di dover basare il proprio valore sul consenso altrui, mentre lui non aveva bisogno di nessuno per valere.
Per questo il sacerdote voleva toglierlo di mezzo: perché la sua vista non fosse di scandalo e la sua presenza ricordasse in continuazione ciò che loro non sarebbero potuti essere. Perché ciò che non si poteva avere doveva essere distrutto. Con ogni mezzo.
Strinse i pugni fino a far diventare bianche le nocche, assalito da una vampata di furia più intensa delle precedenti. Come se stesse vedendo un film, le immagini del processo continuarono a scorrere nitide, i bordi velati di nero.
Il giudice aveva ascoltato la dissertazione del sacerdote, ma non la testimonianza della ragazza stuprata.
L’aveva vista avvicinarsi alla sbarra, facendosi largo tra la folla e tenersi in disparte in un angolo della sala, aspettando il momento per intervenire. Il sole che filtrava dalle finestre riluceva sulla capigliatura bionda come una piccola fiammella in un mare di buio; vestita con pantaloni e camicia chiari, risaltava vicino alla folla come un piccolo faro che mostrava la via sicura per raggiungere il porto.
Per diversi istanti non aveva capito chi fosse, ma l’espressione segnata dal dolore, dall’umiliazione e dalla decisione di avere giustizia, avevano svelato la sua identità.
Aveva sentito la speranza tornare a nascere. Con la sua testimonianza sarebbe stato scagionato e sarebbe stato libero.
Ma più il tempo passava e più si accorgeva che si trattava solo di un’illusione. Nessuno le stava prestando attenzione, nessuno prendeva in considerazione i tentativi che faceva per prendere parola; come se non esistesse, come se fosse un fantasma. Nessuno guardava nella sua direzione, ignorandola come s’ignora un bambino petulante nel tentativo di farlo smettere.
La fiammella della speranza era cominciata a scemare, lasciando di nuovo spazio alla rassegnazione.
Seduto nel suo angolo, con le braccia abbandonate sulle gambe, aveva assistito alla triste rappresentazione come se fosse un estraneo, uno spettatore che si era fermato per caso. Con gli occhi vacui e fissi, sentiva le dichiarazioni scivolargli addosso come fredde gocce di pioggia.
Distaccato, aveva visto i tentativi della ragazza di farsi ascoltare vanificati, ignorati dal suo avvocato difensore che l’aveva liquidata con un semplice sguardo e dal giudice che continuava imperturbabile nell’emettere il giudizio: la sentenza era stata emessa, il martello era calato. Sulle pareti era riecheggiata un’unica parola: condanna.
Era finita.
Aveva incrociato lo sguardo della ragazza.
Aveva visto in lei la sua stessa sensazione di sconfitta e resa di fronte all’ingiustizia; il peso dell’ineluttabilità si rispecchiava nei loro visi, marchiato sulla pelle e negli occhi come una profonda incisione.
Una profonda tristezza l’aveva invaso, per sé e per lei: vittime che vedevano negata la giustizia meritata, che non avrebbero avuto alcuna consolazione.
Le guardie si erano avvicinate per portarlo alla sua cella, dove si sarebbero ricordate di lui solo nell’orario dei pasti.
Lì, isolato dal mondo, era rimasto in compagnia dell’umiliazione e del dolore.
Ma presto il dolore aveva portato il ricordo e il ricordo ulteriore sofferenza.
E rabbia.
Una voce aveva cominciato a sussurrare, crescendo d’intensità fino a diventare un urlo di tempesta.
Era stato accusato ingiustamente e nessuno aveva voluto vedere la verità, nessuno si era dato la briga di verificare i fatti. A nessuno era importato di trovare il vero colpevole: volevano solamente incolpare lui per toglierlo di mezzo. Non c’erano prove, non c’erano indizi, ma era lui che volevano condannare, dato che non erano riusciti a ucciderlo.
La gente aveva spinto, fatto pressione per la sua condanna e le autorità, per non incorrere in noie e proteste, avevano acconsentito.
Nessuno voleva storie, nessuno voleva guai: solo far sì che la vita continuasse tranquilla.
Il giudice, gli avvocati avevano avuto fretta di finire, sbrigare la faccenda per poter andare alle loro frivolezze. Non gli importava di far giustizia: volevano solo chiudere il caso, avere un colpevole, non importava se era innocente, per poter dire di aver svolto il loro compito.
Per questo non avevano ascoltato la testimonianza della ragazza che lo avrebbe scagionato: farlo significava riaprire il caso ed essere costretti a fare un nuovo processo. E loro non ne avevano voglia: dovevano andare a divertirsi, occuparsi della loro frivola vita.
Il cuore pompò con forza.
Condannato senza aver fatto niente.
Le vene pulsarono con impeto.
Nessuno aveva mosso un dito contro il massacro dei suoi genitori. Nessuno era stato accusato e posto a giudizio. L’assassinio era stato sotto gli occhi di tutti: la polizia era stata testimone e non era intervenuta. Nessuno aveva voluto parlarne. Tutti avevano voluto dimenticare come se niente fosse.
I muscoli fremettero in un tremito incontrollato.
Non aveva senso. Non aveva alcun senso.
Cominciò a passeggiare avanti e indietro per la cella, sentendo di non riuscire più a trattenere la collera che lo pervadeva. Poggiò le mani a un muro, stringendole ad artiglio, lasciando sull’intonaco i segni delle unghie. Strusciò la fronte sulla parete, cercando di attenuare il calore con il fresco contatto del cemento.
Non servì a nulla. Sentì la febbre nelle vene crescere, montare in una carica forsennata.
La rabbia si mutò in ira, l’ira divenne furia.
Tutto cominciò a tingersi di nero e di rosso.
Si voltò di scatto, sferrando un calcio contro le sbarre.
La porta girò agevolmente sui cardini, andando a sbattere con fragore metallico.
Stupito, rimase a fissare la via libera.
Titubante, s’immise nel lungo corridoio lastricato di piastrelle di uno smeraldo slavato, guardandosi intorno stupefatto.
Era libero.
Si voltò udendo un cadenzato cigolio metallico.
La porta sul fondo s’aprì, sospinta da uno scalcinato carrello dietro al quale veniva un poliziotto con il capo a penzoloni, sbadigliante di noia.
Con calma rientrò nella cella.
Cominciò a ridere, un riso basso e controllato, di pieno compiacimento.
La pigrizia e l’inefficienza stavano per presentare il conto.

Il poliziotto arrivò ciondolando, spingendo svogliatamente il carrello del pranzo. Afferrò il vassoio sul ripiano d’alluminio incrostato d’unto rappreso e fece per infilarlo nello spazio apposito dove il detenuto lo avrebbe ritirato.
Si ritrovò il carcerato sulla soglia della cella aperta, un feroce sorriso stampato sul volto. Vide una mano scattare e afferrargli il collo.
«Grazie.»
Sentì dire prima di sentirsi sollevato e schiantato con forza contro le sbarre.
Udì uno schiocco e in un ultimo lampo di consapevolezza capì che gli era stato spezzato l’osso del collo.
Scivolò a terra senza un lamento, il volto che andò ad adagiarsi sulla gelatina di verdure che lo aveva anticipato di una frazione di secondo sul freddo pavimento.

Nell’angolo della cella, la figura invisibile sorrise soddisfatta.

Dopo la bufera

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Imaginaerum - Nightwish

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Imaginaerum dei Nightwish potrebbe essere considerata colonna sonora dell’esistenza. Naturalmente questo non va inteso che l’album è un capolavoro assoluto, anche se possiede bei testi e buone sonorità (specie per chi apprezza il genere metal), con canzoni che spiccano più delle altre, quanto che ogni brano parla di una tappa della vita che nell’ordine naturale delle cose ogni individuo incontra; ciascuna età è rappresentata con una musica appropriata.
La calma e la dolcezza con cui Taikatalvi apre l’album sono una ninna nanna dolce che vuol cullare il neonato da poco venuto al mondo, rassicurarlo e proteggerlo, cercando ancora per un poco di tenerlo in un mondo sereno e sognante, dove niente possa scuotere la sua anima ancora immacolata: una foresta vergine dove il mondo non ha ancora messo piede, ma che presto lo farà. Una realtà che si percepisce attraverso le sfumature malinconiche di chi la canta, conscio che questo stato, questa sorta di paradiso terrestre, sarà di breve durata e presto verrà il suo allontanarsi da esso, come miti e religioni così tanto hanno parlato: è tipico dell’uomo perdere questo stato, salvo poi cercare in ogni modo di ritrovarlo per tutta la sua vita; ma la vita è una forza che non può essere fermata, che spinge per scorrere, per crescere, lasciandosi in fretta alle spalle il periodo innocente e beato della culla per dare spazio alla dirompente velocità con cui il bambino cresce. L’atmosfera è ancora sognante, si è ancora nel mondo dell’immaginazione dove tutto è possibile (basta pensare alla fiaba di Peter Pan), dove tanti sono i mondi che si possono creare e visitare, ma già si comincia ad avvertire che le cose presto staranno per cambiare, come già fa pensare l’immagine che nel libretto affianca il testo di Storytime: chi ha visto Edward Mani di Forbici di Tim Burton non può non far andare la mente alla scena con cui si apre il film, dove la nonna seduta sulla sedia racconta alla nipote la propria storia, una storia dolce e struggente, una storia d’amore per sempre rimasta viva, ma che si è potuta vivere solo nell’immaginazione e nel perpetrarsi del ricordo di pochi momenti felici.
E’ su questi temi, sui toni rabbiosi di Ghost River, che angoscia, paura, incertezza e anche dolore vengono fatti scorrere sulle note graffianti delle chitarre che si alternano con quelle più melodiche e melanconiche dell’orchestra: i primi amori, le prime paure, la fiducia tradita, il bisogno di essere accettati e di comprendere chi si è in un periodo come quello dell’adolescenza dove tutto è cambiamento, dove la magica dell’infanzia e la curiosità della fanciullezza stanno facendo posto (alle volte con violenza) all’età adulta, lasciando incerti e scombussolati, causando quella rabbia mista a tristezza e incomprensione che tutti hanno conosciuto.
E sullo scemare della rabbia si giunge alle atmosfere più calde e avvolgenti della sensualità e della passionalità, della scoperta del sesso e della lussuria, che con insistenza voluttuosa reclamano la loro parte in Slow, Love, Slow; un canto di sirena che azzittisce ogni cosa e blandisce sensi e pensieri, un caldo abbraccio che non si vorrebbe che mai smettesse di teneri stretti.
Come in un film di Burton s’avanza e al momento fiabesco s’alterna quello della perdita, così presente nell’ètà adulta; con I Want My Tears Back ci si sofferma a pensare dove sono finiti le illusioni, i credo, i sogni, le domande che ci si faceva da bambini; si avverte che crescendo, vivendo in un mondo duro e crudo s’è perso qualcosa d’importante: la sacralità dell’esistenza. E senza questo elemento ci si ritrova scoperti, privi di protezione, in balia del circo creato dagli uomini, dove tutto appare senza senso e il vero orrore è la realtà in cui si è immersi, una follia vera e propria, che alle volte strappa un sorriso e che altre spaventa e inquieta, come fanno i clown, se si avesse il coraggio d’ammetterlo (e in Scaretale il pensiero non può non andare all’ormai noto pagliaccio di Stephen King, che in IT è vera e propria incarnazione della pazzia).
Poi, prima di quanto si possa pensare, con Turn Loose The Mermaids arriva il momento in cui ci si appressa a giungere alla fine del fiume ed è tempo di fare bilanci: si vede sé stessi come la somma delle scelte fatte, di tutti gli io che si è stati durante il cammino intrapreso dalla nascita; è in questi istanti, più che in altri, che si comincia ad avere paura della morte, quella nera signora che prima o poi tutti arrivano a incontrare, che prende e porta via. E in un disperato anelito, come se questo servisse a continuare a esistere dopo essere scomparsi, si spera che la gente mantenga il suo ricordo.
Dalla disperazione, così angosciosa in Rest Calm, arriva il punto in cui si accetta questa oscura presenza come elemento della vita, come parte di essa: e da questa presa di coscienza sgorga una sorta di tranquillità che assopisce timori e ansie. Resta soltanto un’ultima cosa da fare: dare un lascito. E questo lascito viene sentito con forza, con intensità che brucia quasi volesse marchiare a fuoco: dalle note lente di The Crow, The Owl And The Dove , la musica incalza potente con Last Ride Of The Day in un crescendo che vuol ribadire urlando di cogliere l’attimo, di non farsi sfuggire le occasioni che la vita offre, perché non ci sarà una seconda volta: meglio fare, commettere degli errori, piuttosto d’avere il rimpianto di parole non dette, scelte non fatte.
E poi si giunge all’ultimo atto e in Song of Myself si tirano le fila di tutti gli insegnamenti che la vita ha voluto offrire e fare incontrare, prima che cali il sipario una volta per tutte e l’ultima tappa del viaggio venga raggiunta, un porto che accoglie il ritorno della vita che è stata data.

L’Ultimo Potere – Preludium – IV Scintilla - Parte I

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Nella brezza della sera, venuta a dare refrigerio dopo l’afa del giorno, i due uomini se ne stavano seduti nella veranda, il loro dolce far niente accompagnato dal fruscio delle piccole palme poste ai quattro angoli.
Sprofondati sui soffici cuscini posti sulla panca di legno, se ne stavano con i piedi appoggiati sulle sedie prese da un tavolo a fianco. Rimasti gli unici avventori del pub, sorseggiavano distrattamente il drink, lasciando che i cubetti di ghiaccio si sciogliessero e l’acqua andasse ad allungare il liquido ambrato, permettendo di essere centellinato più a lungo. La notte era ancora giovane e non volevano saperne di ritirarsi.
Appoggiato sull’angolo del tavolo, un giornale se ne stava in bilico con le pagine arricciate agli angoli, abbandonato come un cane.
«Hai sentito?» Disse annoiato l’uomo in camicia bianca con una collana di grosse placche d’oro al collo. «Hanno trovato lo stupratore della ragazza.»
«Lo scopri solo adesso?» Il compagno alzò un sopracciglio «E’ in galera da più di un mese.»
«No, no, quello che ti sto dicendo è un’esclusiva: ci sono nuovi risvolti nella vicenda.» Precisò l’altro.
«Che genere di risvolti? La vicenda ormai è conclusa: fra qualche giorno ci sarà il processo.»
«E il giudice dovrà acquisire i nuovi elementi del caso.» Proseguì l’uomo in camicia bianca, rianimandosi dal tedio in cui era stato fino a quel momento. «La ragazza stuprata si è svegliata dal coma e ha parlato con la polizia, rivelando l’identità dell’aggressore.»
«E salterà fuori che l’aggressore non è il pezzente che adesso è dietro le sbarre.» Scrollò il capo con un sorrisetto sardonico, facendo tintinnare i grossi orecchini che portava.
«Esatto.»
«Certo che è lui.» Sbottò alterato l’uomo dalla maglietta con brillantini viola. «Altrimenti la polizia non l’avrebbe arrestato.»
«La polizia l’ha arrestato per evitargli un linciaggio: lo sai che i suoi parenti sono stati massacrati da una folla impazzita solo perché non erano riusciti a trovarlo.» Precisò l’uomo con la camicia.
«Bah, voci da parrucchiere: in realtà non è successo nulla, nessuno s’è fatto male. C’è stata solo una civile manifestazione di protesta perché la polizia non faceva nulla per arrestare il colpevole, pur conoscendone l’identità. Tutto qui.»
«Invece i fatti sono andati come ti ho detto.»
«Bah, sciocchezze.» L’opposizione fu liquidata con fastidio.
«Non sono affatto sciocchezze.» Protestò l’uomo con la camicia. «Comunque, ritornando al punto dal quale siamo partiti, c’è la testimonianza della vittima che spiega come sono andate realmente le cose.»
Il compagno sbuffò. «E chi sarebbe allora il colpevole?» Chiese per accontentare l’amico.
«Il figlio del capo della città e i suoi amici.» Compiaciuto, osservò la reazione di sorpresa che le parole avevano suscitato. «Secondo la versione dei fatti data dalla ragazza, stava terminando il turno di lavoro quando i colpevoli sono arrivati alla palestra e hanno cominciato a infastidirla. In principio ha creduto che stessero scherzando, anche se un po’ pesantemente, ma quando ha tentato di farli andare via perché doveva chiudere la palestra, i ragazzi si sono messi a ridere e l’hanno trascinata nella palestra, strappandole i vestiti e violentandola a turno. Quando ha cominciato a urlare, è stata colpita da un peso alla testa e ha perso conoscenza; da quel momento in poi hanno potuto farle tutto quello che volevano. Praticamente hanno fatto un festino, dato che dietro si erano portati anche della droga, come se avessero progettato tutto; magari non si aspettavano che lei dicesse di no.»
«E chi ti ha detto tutte queste cose?» Chiese sospettoso il compagno.
«C’è un articolo sul giornale.»
«Bah.» La notizia fu liquidata con un cenno come se fosse una mosca fastidiosa. «E dai ascolto ai giornali? Scrivono pettegolezzi per attirare l’attenzione; imbrattano pagine per fare scalpore e così aumentare le vendite. Le loro fonti non sono mai attendibili, non sono verificate. Cosa credi che possa fare più clamore, un reato commesso da un barbone, un reietto della società, oppure da una delle persone più in vista della città? Quindi è logico che la notizia apparsa sul giornale non può essere che una menzogna.»
L’uomo con la camicia bianca non era convinto. «La dovizia dei particolari dati dalla ragazza non può essere fonte d’invenzione e ci sono indizi che confermano la sua versione di fatti.»
«Quali indizi?»
«La ragazza ha lottato prima di perdere i sensi, graffiando il figlio del capo: sotto le sue unghie sono state riscontrate tracce di sangue ed epidermide. Inoltre nelle parti intime sono state trovate abbondanti tracce di liquido seminale: il controllo del dna ha dato conferma che appartengono al figlio del capo.»
«Cosa s’inventerebbero i giornalisti pur di far notizia: anche indizi che non esistono.»
«Forse qualcosa di vero c’è.» Precisò l’uomo con la camicia. «Il capo della città ha rilasciato un’intervista in risposta all’articolo. Se non ci fosse stato nulla di concreto, non avrebbe fatto una mossa del genere.»
«Ah, sì?» Disse l’altro dileggiandolo. «E cosa avrebbe detto il capo?»
«Che ci dev’essere stato un equivoco, che la ragazza deve essersi confusa, probabilmente a causa del periodo in coma e che ha tutta la sua solidarietà per quanto le è successo.»
«Vedi?» Allargò le braccia l’altro. «Tutto chiarito.»
«Rimangono pur sempre le prove.» Obiettò l’uomo con la camicia.
Il compagno batté un piede stizzito. «Non sai che si possono inventare le prove? Quanti scambi possono avvenire all’interno di un ospedale? Basta che il figlio del capo sia andato a fare un esame, un prelievo del sangue, perché possano aver acquisito dei dati su di lui e così trovare il modo d’incastrarlo; questo non è che il tentativo di uno invidioso della posizione del capo o di suo figlio. La verità è semplice; mi meraviglio di te a credere a simili fandonie. Dai più credito a un giornalista qualunque che alla figura guida della città: se è in quella posizione significa che è una persona di valore e che perciò non può mentire.»
«Le affermazioni della ragazza stuprata sono di tutt’altro avviso.»
«Come ha detto il capo, il coma deve averla fatta sbarellare. E poi chi dice che, se veramente c’è stato un rapporto sessuale con il figlio del capo, lei non fosse consenziente e abbia sfruttato la vicenda per farsi pubblicità o far scoppiare uno scandalo?»
«E secondo te, sarebbe finita in ospedale in fin di vita?» Obiettò tranquillamente l’uomo con la camicia.
«Quella puttana.» Continuò imperterrito il compagno senza dargli ascolto. «Ci sarà stata e ora vuole cercare di sfruttare la situazione a suo favore per spillargli dei soldi. Maledette donne, non pensano ad altro.»
«Aveva un trauma cranico.» Tornò a sottolineare l’uomo con la camicia. «In che razza di rapporto consenziente ci si fa ridurre in fin di vita?»
«Ma in che mondo vivi?» Sbottò l’altro rigettando ogni argomentazione. «Sei così ingenuo da non riuscire a vedere? Quella ragazza potrebbe essersi messa d’accordo per screditare il figlio del capo oppure sta cercando di coprire la vera identità dell’aggressore, sfruttando questo caso a suo favore.» S’accalorò fino a far imporporare le guance. «Sai quante donne e ragazze sarebbero disposte a darla al figlio del capo? C’è la fila.» Marcò con foga le ultime parole. «Può sbattere tutte quelle che vuole: che motivo avrebbe di violentarne una?»
«Ah davvero?» Disse sarcastico l’altro. «Non ci avevo pensato.»
«Visto che non ti convinci, te lo spiego in un altro modo. Non è una cosa da tutti i giorni sbattersi il figlio del capo; quindi, se davvero c’è stato rapporto tra loro, ha fatto in modo di avere dei segni che portassero a lui per ricattarlo. Magari voleva rimanere incinta, ma poi è accaduto qualcos’altro e ha cercato di sfruttare la situazione a suo favore. Fidati, conosco le donne: sono delle carogne, degli esseri diabolici. Tu non sai che cosa sono disposte a fare pur di arricchirsi e avere potere.»
«Sì, certo.» L’uomo dalla camicia bianca gli diede ragione per farlo smettere, ma l’altro continuò imperterrito l’arringa.
«Lo dice anche la storia: non è quanto riporta il libro sacro e che ci riferisce a ogni celebrazione il sacerdote? E’ una prova incontrovertibile, un dato di fatto: le donne sono l’origine di tutti i mali del mondo.»
«Non penso sia così.»
«Pensa quello che ti pare, povero sciocco.» Inveì con forza il compagno. «Dì quello che vuoi, ma quel caso ormai è chiuso: il colpevole è già stato arrestato. Se la polizia l’ha messo in prigione c’è un motivo.»
«Non hanno svolto nemmeno un’indagine. In galera potrebbe esserci un innocente.» Obiettò l’uomo dalla camicia.
«Bah, ti perdi dietro delle sciocchezze. Un poco di buono è sempre colpevole; anche se non fosse l’autore di quel reato, la prigione è il posto più adatto a lui.»
Con quest’ultima affermazione, s’alzò in piedi, traballando sotto il peso del ventre prominente e avviandosi con passo incerto lungo la scalinata. Il cigolio dell’altalena di un giardino vicino accompagnò la sua camminata ondulatoria.
Rimasto solo, l’uomo con la camicia continuò a sorseggiare lentamente il drink, lo sguardo fisso sulle farfalle che danzavano attorno alla luce di un lampione.

The Day After Tomorrow 2

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